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50 ANNI DI MISSIONE
( Testimonianza di P. Enzo Corba sui suoi 50 anni di Missione, scritta nel 2008 )

 

CENTRO DI SPIRITUALITÀ ("SINGRA ASHRAM")

 

Intervista di P. LUCIANO LAZZERI a P. ENZO CORBA, P.I.M.E.

Mondo e Missione, 1982

Un missionario contadino in Bangladesh

 

P. ENZO CORBA (1931-2012), Missionario del Pime in Bangladesh!


Il P.I.M.E. lavora in Bengala dalla metà del secolo scorso
ed ha nella sua storia molti casi di tentativi nuovi fra i non cristiani.
P. Enzo Corba, che è stato per lunghi anni superiore dei nostri missionari in Bangladesh,
racconta in questa intervista (Mondo e Missione, 1982)
il suo modo di presenza in un villaggio del delta del Gange.

 

I 25 anni che hai trascorso in Bangladesh sono stati densi di avvenimenti e cambiamenti nella vita del paese e anche della Chiesa. Come hai vissuto la tua esperienza missionaria?

 

Sono stato ordinato prete prima del Concilio e partii per la missione nel 1958. Anch’io pensavo di andare a convertire, di annunciare Cristo a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Il primo incontro con il Bengala, a Calcutta, è stato uno « shock »; mi avventurai per le strade in mezzo a una marea di gente, tutti poveri, ammassati lungo il marciapiede o seduti sulla soglia delle case che mi sembravano canili o pollai, non abitazioni umane. Il regno della miseria. Dentro di me ripetevo una domanda piena di angoscia: ci resisterò in questo paese? come farò ad annunciare Cristo?
Diversa fu l’impressione del primo contatto con la missione di Dinajpur. Era dicembre, il tempo del raccolto del riso; le scene campestri mi sollevarono un po’ lo spirito. Poi cominciai ad osservare la vita e i movimenti dei missionari. Dovunque essi andassero erano ben accolti: i cristiani erano sempre ospitali e dimostravano tanto affetto. La gente correva dal missionario per chiedere ogni genere di aiuto: un posto nella scuola, cure mediche, cibo, un’elemosina. La frequenza alla cappella era ottima; i fedeli praticanti e devoti. Ma dopo quell’ora di raccoglimento assieme al prete ricominciavano i grossi problemi del villaggio, la vita di ogni giorno carica di contrasti e di privazioni.
Ho vissuto 14 anni in questo ambiente sempre tormentato da una domanda: le poche conversioni al cristianesimo sono dovute a una speranza di aiuto materiale o a motivi di fede religiosa? E’ vero, le offerte arrivavano dall’Italia e dalle grandi organizzazioni internazionali; i bisogni concreti esistevano quindi si doveva fare qualcosa; era dovere del missionario andare incontro alle richieste del povero. Ma il povero rischiava di rimanere eternamente povero, sempre là con la mano tesa. Forse occorreva agire con idee più illuminate, organizzare l’opera di carità.
Fu allora che pensai a delle cooperative agricole, a tecniche nuove, a nuovi metodi di coltivazione per rendere il terreno più fertile.
Nel ‘66 partecipai in Italia a un corso di sociologia per poter essere più utile ai poveri e aiutarli a essere loro stessi gli agenti dello sviluppo, aiutarli ad aiutarsi, come si dice.

 

Erano gli anni del dopo-Concilio. In che senso la riflessione della Chiesa ha influito sulla tua mentalità missionaria?


Prima di tutto doveva cambiare la figura del missionario; egli non doveva più essere solo colui che battezza e porta gente all’ovile di Cristo. Il Concilio parlava di incontro con le culture, del dovere di mettersi in ascolto e di dialogare con i popoli per scoprire i valori delle loro tradizioni, per assumerli senza dover con questo rinunciare a nulla del Cristo in cui credi. Dal Concilio ho imparato una visuale più ampia. Se è vero che lo Spirito di Dio è all’opera nel mondo, anche al di fuori dei confini della Chiesa, allora dobbiamo scoprire i valori comuni, lavorare insieme, organizzare anche con chi non crede o ha altre fedi religiose dei programmi comuni. Perché i poveri non esistono solo tra i cristiani, la povertà colpisce una massa più vasta: noi siamo inviati anche per loro. Noi non possiamo escludere il povero solo perché non crede in Cristo o non ha intenzione di convertirsi.

 

IL MISSIONARIO AGENTE DI SVILUPPO


Promuovere uno sviluppo umano e sociale solo per i cristiani sarebbe controproducente e negativo per i cristiani stessi; sarebbe come isolarli dalla comunità in cui vivono.


Purtroppo è quello che molti cristiani vogliono. Sanno che la «torta» è piccola e che il missionario non può dividerla tra molta gente.
Se vedono il missionario estendere la sua attività al di fuori del gruppo cristiano si sentono come privati di un diritto che spetta solo a loro.
La guerra del ‘71 (che ha segnato l’inizio del Bangladesh e l’indipendenza dal Pakistan Occidentale) ha contribuito a rompere queste barriere. E’ stata una devastazione completa. Non c’era più alcuna struttura governativa cui appoggiarsi.
L’unico elemento stabile rimasto nel paese era la missione cristiana che agiva in molti modi, soprattutto attraverso la Caritas. Noi missionari eravamo tutti impegnati nell’opera di assistenza. E’ stato fatto un lavoro enorme, senza alcuna etichetta
cristiana. Possiamo definire quello un momento d’oro della testimonianza cristiana in favore dei poveri. Noi ci siamo uniti a tutte le forze che potevano dare la loro collaborazione.
Ma poi, passata l’emergenza, molti di noi si chiedevano se era giusto che fossimo noi gli agenti dello sviluppo e se non era invece il caso di affidare ai laici il lavoro di ricostruzione del paese. Siamo venuti alla decisione di cedere l’opera di assistenza ai centri della Caritas e al personale laico. Per me quello fu il momento più felice della missione. Era giunto il momento di aprirsi alle necessità di tutti i poveri, di associarsi a tutte le forze impegnate nello sviluppo e svestire il missionario della sua divisa di finanziatore e amministratore dei progetti. Secondo me ci sono due elementi che non si possono conciliare: essere agente di promozione umana e nello stesso tempo avere il monopolio dell’amministrazione finanziaria. Questo falsa la figura del missionario. La gente viene a te perché eserciti un potere e disponi di mezzi finanziari, non perché sei testimone di Cristo. Questo è vero, sia nel grande organismo della Caritas come nel piccolo villaggio.

Come hai risolto questo dilemma?

Io vedevo una sola soluzione: bisognava andare a vivere in mezzo alla gente, come loro, nel loro ambiente, con lo stesso stile di vita, senza assumere la fisionomia di uno che ha potere, autorità e finanze. Con questa nuova visuale ho scelto di andare a vivere in un villaggio.
Eravamo nel 1974. Come base di partenza mi sono proposto tre principi importanti:
1) vivere in tutto come la gente
2) lavorare come loro;
3) da prete, cosa che tutti nel villaggio devono sapere, non solo i cristiani.

 

RAPPORTI NUOVI DI ONESTÀ FRA LA GENTE
 

È stata una riflessione e una maturazione solo tua personale o ci sono stati altri che sono passati attraverso la stessa crisi?


Non credo di essere un pioniere isolato. Altri la pensano come me. Il momento provvidenziale per me è arrivato quando il vescovo di Chittagong mons. Joachim Rozario chiese al PIME dei missionari perché iniziassero nella sua diocesi uno stile di vita che io già mi ero proposto di realizzare nella missione del PIME a Dinajpur. Io dapprima suggerii la scelta di un prete locale, ma siccome nessuno era a disposizione, il vescovo mandò me in un villaggio situato su un’isola del delta del Gange. Un villaggio di 6500 persone in maggioranza musulmane; ci sono altri gruppi costituiti da circa ottanta famiglie di battisti, circa quaranta famiglie di cattolici, alcune di religione induista e poche di fede anglicana o avventista. Ho scelto come abitazione la capanna che già serviva a un prete che di tanto in tanto faceva visita ai cristiani del luogo. Mi procuro il cibo al mercato e lo preparo per conto mio secondo la cucina locale. Non è necessario avere servi alle mie dipendenze. Siccome là tutti lavorano la terra anch’io faccio il contadino e percepisco il salario come tutti gli altri. Dedico il tempo necessario alle normali attività pastorali richieste dai cristiani del villaggio. In più mi sono fissato dei momenti di preghiera personale nella cappella, durante le pause del lavoro.

Qual è stata la reazione della gente?


Naturalmente le prime domande che mi rivolgevano erano le più pratiche: dove volevo abitare, come mi sarei mantenuto ecc. Quando videro che non facevo fatica ad adattarmi al loro stile di vita, allora mi chiedevano lo scopo della scelta. Ai cristiani non potevo che rispondere ricordando la vita di Cristo, il suo esempio, la via dell’Incarnazione ed essi capivano. Gli altri mi guardavano con curiosità ma nessuno mi scherzava, nonostante questa fosse la mia paura. Tutti mi accettarono, tanto più che si accorgevano che non ero venuto solo per il gruppo dei cattolici. I problemi del villaggio interessavano tutti, quindi diventarono anche i miei problemi. Per esempio, partecipavo alle riunioni per la programmazione della scuola elementare del villaggio. Si stava parlando in quel momento del progetto di prosciugamento di una palude e di pulire la giungla; anch’io diedi il mio contributo di idee e la mia collaborazione. La Caritas era impegnata nel finanziamento dei progetti.

Non c’è pericolo che, essendo tu straniero e missionario, concepiscano la tua posizione con i criteri del passato?


Io sono presente nelle commissioni dei progetti ma non ho alcuna responsabilità. Non ho niente a che fare con l’ideazione dei progetti e tanto meno con il finanziamento.
Sono solo un consigliere. Siccome tutti sanno che sono prete, la mia presenza è un forte richiamo all’onestà. Ho detto a tutti già dall’inizio che io mi ritirerò qualora risultasse che qualcuno in mezzo a loro si appropria di fondi per interessi personali. Perché questa precisazione? Perché purtroppo la valutazione fatta dopo il completamento di molti progetti rivela una perdita del 20 o 25% di fondi finanziari. Il nostro villaggio, a. poco a poco, è emerso come uno dei pochi dove i progetti sono portati a termine senza imbrogli. Oltre a questo richiamo alla moralità, il principio che cerco di far entrare nella mentalità dei dirigenti e impiegati delle commissioni è di dare sempre la priorità ai più bisognosi. Essi capiscono, e tutta la gente con loro, che quando sono salvi questi principi, le cose vanno bene. Io sono coinvolto nello sviluppo sociale ma solo come coscienza critica, come uno che illumina e incoraggia e in questo modo mi accorgo che si ottiene molto di più e che sono stimato anche come prete.

 

UNA FEDE RELIGIOSA COLLEGATA CON LA VITA


Questa nuova impostazione di vita come favorisce il dialogo interreligioso?


Io concepisco il dialogo prima di tutto a livello di vita e di problemi che l’uomo incontra ogni giorno. Bisogna prima di tutto guardare alle necessità di ogni uomo, senza distinzioni o esclusioni. Il prete deve apparire come l’uomo inviato per tutti indistintamente. La religione che porta divisione non può essere vera. Quando tu crei un gruppo isolato allora c’è necessariamente un gioco di forze che vengono a scontrarsi. Quando invece tu apri il tuo cuore a tutti, questo è il terreno del dialogo; il che non significa che tu. debba perdere la tua identità o rinunciare alla tua religione. Rispettando gli altri tu ti fai rispettare. Nell’amicizia tu scopri i valori degli altri, tu aiuti gli altri a scoprire i tuoi valori. Un musulmano che aveva partecipato alla messa assieme ai cattolici mi chiedeva perché gli fosse proibito fare la comunione. Egli ragionava così: « Anche noi dell’Islam crediamo che Cristo è grande, uno dei profeti. Se Cristo è, come dite voi, segno di unione tra tutti gli uomini, perché. io devo esserne escluso? ». Io cercai di rispondere appellandomi a motivazioni storiche o di legislazione ecclesiastica, ma ciò che mi sembrava più importante per me e per lui era la sua concezione di unità che esiste tra tutti gli uomini, nonostante il credo e la pratica religiosa differente.


Come ti comporteresti se un musulmano ti chiedesse il battesimo?


Battezzare un musulmano nel villaggio sarebbe come farlo diventare nemico dei suoi correligionari, rapirlo dal suo gruppo. Non esiste laggiù quella mentalità tollerante che c’è in Europa dove ognuno può scegliere con assoluta libertà la sua religione o cambiare come gli piace. Se porti via un musulmano è un fatto molto negativo. So di uno che è stato bastonato perché aveva rivelato la sua intenzione di convertirsi al cristianesimo. Io sono intervenuto convincendolo a non forzare le cose; bastava che continuasse a credere in Cristo; la sua fede era sincera anche se gli mancava il battesimo. Ho saputo di bengalesi che chiedevano a gente del loro villaggio che si era convertita: « Ma voi, di che nazione siete? ». Si può arrivare fino a questo assurdo. Se tu formi un gruppo di convertiti, con la loro scuola, il centro assistenziale per loro, hai fondato una società nella società; in questo modo il cristiano diventa straniero nel suo stesso paese. Questa mentalità non circola nel mio villaggio. Se io facessi proseliti tradirei lo scopo della mia presenza. I cristiani che ci sono hanno la garanzia della mia assistenza, meglio di quanto l’avessero prima quando vedevano il prete raramente. Io sono là per loro, ogni giorno sono a loro disposizione. Ma il giorno in cui essi si sentissero un’isola nel villaggio, avrei forti motivi per preoccuparmi.

Avete incontri di preghiera con tutti gli altri gruppi religiosi?


Spesso. Ti racconto uno dei primi che si è svolto dopo il mio arrivo nel villaggio. Quell’anno i vermi avevano distrutto quasi tutto il raccolto. Prima di tentare la nuova seminagione facciamo assieme una riunione di preghiera. Tutti erano informati che nella cappella del padre si stava pregando. Molti i presenti. Dopo aver recitato delle formule prese dalla Bibbia io mi rivolsi all’assemblea parlando della gravità della situazione che colpiva tutti, specialmente i più poveri. Invitai tutti a fare un esame di coscienza con la semplice domanda: a che cosa serve pregare se in mezzo a noi qualcuno ha le sementi e non è disposto a metterle in comune? Come potrebbe Dio ascoltare le nostre suppliche se in mezzo a noi qualcuno non è onesto? Poi invitai coloro che avevano le sementi ed erano disposti a metterle in comune, ad alzare la mano. Non solo ci furono molte mani alzate, ma alcuni (che erano di religione induista) promisero di tornare se il raccolto fosse stato propizio, ad offrire le primizie a Dio. Anch’io vado ai loro raduni di preghiera, sono sempre invitato, anche ai banchetti che seguono le loro cerimonie religiose; vado alle commemorazioni dci defunti, a pregare per i malati del villaggio ecc.
Un anno, il giorno di Pentecoste, mi sembrò bello invitare i rappresentanti di altre Chiese a celebrare assieme la festa dell’inizio della Chiesa. Sono venuti in molti. Abbiamo svolto un servizio della Parola seguito con attenzione e fervore. Io non metterei un accento particolare sul fatto religioso staccato dalla vita. Non prendo iniziative religiose diverse da quelle che già ci sono nel villaggio; ci sono già molti avvenimenti e feste che hanno un grande significato e sono strettamente collegate con la vita.

Avete incontri a livello intellettuale e teologico?


Mentre mangio, oppure dopo il lavoro nei campi, vengono in molti e mi fanno domande. Sì, discutiamo anche, ma cerco sempre di non abituare la gente a discussioni solo teoriche. La fede non è un Fatto puramente ideologico, è vita. Le persone del villaggio sentono fortemente la presenza di Dio, che sia Allah o il Dio dei cristiani, e sanno che la divinità è buona e misericordiosa.

 

DIVERSI TIPI DI FORMAZIONE SACERDOTALE

 

Il clero della diocesi come ha accolto la tua esperienza?


A dire la verità sono stato contento della scelta di un villaggio isolato, difficile da raggiungere, fuori dalla curiosità dei passanti. Temevo critiche e reazioni negative. Il vescovo, come ti ho detto, ha favorito la mia decisione, l’ha appoggiata e benedetta. I preti si sono posti molte domande, giuste e sincere. In genere nella diocesi si vede di più l’urgenza del lavoro pastorale nelle Comunità già formate. Alcuni pensano che la mia sia una scelta strettamente personale. La cosa più curiosa è che tutti immaginano che io stia passando una vita di stenti e di privazioni. Tutt’altro: egoisticamente parlando, qui nel villaggio mi sono liberato da molti fastidi, come quello di essere continuamente assalito da persone che chiedono aiuto materiale.

Mi sembra significativo che sia proprio il vescovo a sostenere la tua scelta.


Mons. Rozario è molto esplicito in mio favore con il suo clero; ha detto che a lui non servono solamente i preti che escono dal seminario con la sola prospettiva di vita di parrocchia. Anzi egli ha iniziato un nuovo tipo di formazione vocazionale. I ragazzi dall’ottava alla decima (14-16 anni) che sembrano avere un germe di vocazione, vivono e lavorano in un villaggio come la gente e frequentano la scuola del villaggio. I giovani del college (liceo) che hanno già espresso il desiderio di farsi preti, oltre che frequentare la scuola locale, sono seguiti da un padre del PIME, p. Bozzini. Si pensa a una soluzione nuova anche per la teologia. La Chiesa un giorno potrà avere non solo dei preti che dirigono parrocchie ma anche preti che vivono allo stesso livello della gente di villaggio.

Cosa succederà il giorno in cui tu non sarai più presente nel villaggio?


Già manco da qualche mese e mi scrivono che tutto va bene. Se manco io, significa che manca la mia voce. Ma ormai la gente si è fatta una coscienza. Hanno capito che rubare anche solo cento lire è una perdita per tutti; sono convinti ormai che il furto non arricchisce nessuno, neppure chi ruba. Le cooperative andranno avanti bene, sanno che non si può tornare indietro. Se in una famiglia muore uno, non casca tutto, continua la vita, continua la collaborazione. Il vescovo sa che non ha il grattacapo di dovermi sostituire, come capita nelle parrocchie tradizionali quando viene a mancare un prete.

Ci sono speranze di una evoluzione su più vasta scala, estesa ad altre parti del Bangladesh?


Se in ognuno dei 65.000 villaggi dei Bangladesh riuscissimo a formare dei buoni laici, siano essi cristiani, indù o musulmani, persone di forti convinzioni religiose e che abbiano questa tensione alla giustizia e all’amore per l’uomo, la situazione prenderebbe una svolta buona. La gente è semplice e fondamentalmente buona ma ha bisogno di qualcuno che la animi e la aiuti a superare preconcetti e rivalità. I bengalesi sono un popolo religioso; occorre star loro vicino ed aiutarli a capire che Dio non agisce da solo ma è contento solo quando gli uomini si uniscono per cambiare il mondo. La religione non si esaurisce nel momento di preghiera; la pratica religiosa serve se e quando aiuta ad acquistare quei valori che poi incidono sulla vita. Per questo quando preghiamo assieme mi rivolgo loro con domande pratiche per incoraggiare la traduzione concreta dei valori acquisiti nella preghiera.

Ci sono altri missionari che hanno tentato qualcosa di simile?


Sì, ci sono preti e anche suore che si sono spostati in un villaggio con questo stile. Io non conosco esattamente le loro finalità e intenzioni, ma non mi considero un caso unico. Non esiste un programma preciso ma non si pongono ostacoli a chi vuoi cominciare. Secondo me non è neppure bene che ogni tentativo rientri in un programma formale. E’ meglio che per ora sia una ricerca personale. E’ interessante che anche in Italia ci sia qualcuno che si è posto questo problema. Durante queste vacanze ho partecipato a Firenze a un convegno che trattava il problema di come salvare questa società consumistica. Ho parlato a lungo con un professore che mi ha confidato il suo piano di ritirarsi a vivere da contadino in un paese agricolo.