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P. ARCANGELO FERRO

Iscrizione della stele di Yu, il grande imperatore della Cina
(circa 2274-2063 a.C.)

NOTA

Verso il 2296-2085 avanti Cristo, anno 61 di regno dell’Imperatore Yao, la Cina fu devastata da un’inondazione così straordinaria e generale, che i più grandi corsi d’acqua, come il fiume Giallo, il fiume Azzurro, il Haai per usar la frase espressiva dei testi storici cinesi "mescolarono insieme le loro acque" riducendo le ampie pianure dell’impero come un immenso mare. Erano poi già trascorsi nove anni durante i quali da un funzionario nominato dall’imperatore, ma rivelatosi poco esperto in idraulica, erano stati fatti dei tentativi di prosciugamento, però senza raggiungere alcun positivo risultato. Allora l’imperatore per porre finalmente termine ad un tale disastro, affidò l’incarico ad un ministro di nome Yu, giovane di anni, ma dotato di un genio straordinario e già profondamente versato nelle cognizioni scientifiche del suo tempo, conferendogli il titolo di Grande ingegnere. Yu durante 13 anni percorse da un capo all’altro le provincie dell’impero compiendo dei grandiosi lavori di canalizzazione delle acque e di arginatura dei fiumi. Giunto al termine di quel lungo e importante lavoro, nel luogo più lontano dov’era pervenuto ad Heng-Shan, al Sud del fiume Azzurro, eresse una monumentale stele commemorativa, o, secondo altri fece scolpire su una rupe l’iscrizione qui riportata, che ci tramanda la più antica forma che si conosca, della scrittura ideografica cinese. In seguito, già molto inoltrato negli anni, Yu fu poi dapprima nominato reggente dell’impero, e poscia imperatore, fondando la prima dinastia, ossia quella degli Hia’. Col trascorrere dei millenni, abbattuta da un fulmine o sgretolata dall’ingiuria del tempo, la stele dell’iscrizione di Yu pare che sia andata perduta, ma data la sua eccezionale importanza storica, fortunatamente era già stata riprodotta con altre stele simili, tra le quali ima nella città di Si-an-fu nello Shen-si quando questa era la capitale dell’impero; ed una in quella di Kwei-teh-fu nel Ho-nan, ove si dice che fosse la patria o il feudo di Yu prima che fosse elevato al trono imperiale. L’esemplare qui riportato è appunto un calco tratto dalla stele di Kwei-teh-fu, fatto eseguire da me, e recato dalla Cina nel 1940. La traduzione italiana qui riportata, è stata da me eseguita sul testo cinese riprodotto in caratteri di forma attuale, secondo l’interpretazione data fin da epoca antica dai migliori letterati cinesi. Questa riproduzione in caratteri attuali era stata iniziata (con relativa traduzione libera in francese) nel secolo XVIII dal sinologo padre Amiot (1718-1793), missionario gesuita francese a Pechino, consegnata alla Biblioteca Nazionale a Parigi, e poi riprodotta nella infracitata opera dell’orientalista padre Giuseppe Hager. L’iscrizione di legge dall’alto verso il basso, cominciando dalla colonna di destra. E’ poi da notare che la forma di questa scrittura ci appare già così evoluta, e così lontana dalla semplice pittografia quale doveva essere originariamente, che è supponibile che la primitiva scrittura cinese, da cui questa forma deriva, risalga almeno a parecchi secoli, o ad un millennio prima, cioè press’a poco all’epoca della primitiva scrittura sumerica ed egiziana. Nei tempi antichi gli archivi, ove si conservavano gli annali dell’impero scritti su fibre di stecche di bambù, a causa di guerre ed altri disastri, essendo andati distrutti parecchie volte, prima dell’anno 827 a.C. la cronologia è soltanto approssimativa; e le duplici date qui riportate sono in base a due differenti computi cronologici degli storici cinesi (cfr. Hager Joseph: Monument de Yu, Paris, 1802. Wieger Léon: Testes Historiques etc. 2° ed. Sien-Shien (Cina), 1922, tom. 1, pp.33-34). (Hager, copia della biblioteca Brera di Milano).

Traduzione letterale dell’Iscrizione di Yu (circa 2274-2063 s.C.)

"Ricevetti l’ordine dell’imperatore; ah come volai ad eseguirlo! Dei ministri che assistevano l’imperatore per riportare le regioni e i distretti inondati a diventare nuovamente dimora degli uccelli e dei quadrupedi, come i luoghi elevati fra tutti (io solo ho lavorato fra tutti) in persona a far defluire le acque stagnanti, inoltre io stesso ne escogitai i mezzi, li costruii e così li misi in opera. Trascorsi lungo tempo in viaggi; dimenticai che avevo una famiglia; non prendevo riposo che sulle montagne sacre o sulle colline selvose, o in qualche riparo esposto alle intemperie. Consideravo cosa da nulla il decoro della mia persona col cuore infranto dalle preoccupazioni non avevo più alcuna nozione del tempo; ma portando avanti continuamente l’opera mia, dopo un diuturno lavoro, l’ho felicemente condotta a termine. L’essere riuscito a pervenire (ad offrire) sacrifici al cielo sulle montagne sacre Hoa, Yo, Thai, Heng, costituisce la più ambita ricompensa e il maggior merito della mia faticosa impresa e infine il sacrificio offerto con la più pura intenzione in azione di grazie è la manifestazione della mia profana gratitudine. L’errore di quella diga che era stata da altri mal calcolata ed elevata inutilmente verso il mezzogiorno, è stata ora da me rimediato con opportuni canali che provvedono al deflusso delle acque. D’ora innanzi abbonderanno i vestiti, si provvederà il nutrimento; tutti i diecimila feudi (tutto l’impero) godranno la più grande prosperità; si svolgeranno le danze rituali per le vie, correranno le gioiose fiaccolate

P. Arcangelo Ferro, Pime, Milano 13 novembre 1967