Shintoismo o Religione nazionale giapponese
Introduzione.
Allorché il Generale Douglas Mac Arthur, comandante delle forze armate alleate del Pacifico nell'ultima guerra mondiale, pose piede, come vincitore, sul territorio dell'Impero del sol levante, con proclama diretto al popolo giapponese, emanato il 15 dicembre 1945, soppresse in tutto il Giappone lo Shintoismo di Stato e l'insegnamento relativo nelle scuole. Praticamente egli non faceva altro che separare la religione dallo stato, per impedire che in futuro il Governo giapponese la usasse ancora, come lo fu per il passato, a scopi politici. Però di maggiore importanza forse appare al riguardo il rescritto imperiale del I gennaio 1946, col quale l'imperatore Hirohito ha negato la sua origine divina nel senso che lo Shintoismo di Stato, in quantochè la più alta autorità dello Stato e dello Shintoismo ha distrutto così una parte essenziale dei fondamenti dell'edificio artificiale della religione nazionale, la quale per effetto di tale dichiarazione ha perciò cominciato a superare sé stessa dall'interno. Ma che cosa è lo Shintoismo, e in modo particolare, lo Shintoismo di Stato? Lo Shintoismo popolare, cioè quello settario, è un ritualismo magico, fondato su l'animismo e una mitologia antica: ritualismo, poiché i ministri di questo culto, indifferenti a tutto ciò che è speculazione dottrinale o insegnamento morale, sono soltanto preoccupati dell'esecuzione scrupolosa e materiale dei riti. Lo Shintoismo di Stato invece, di cui si parla in questo articolo, praticamente, non è altro che Statolatria, cioè un culto assoluto ed esclusivo dello Stato, con a capo l'imperatore venerato come discendente della più alta divinità nazionale, ma quasi privo di autorità politica.
In questo ultimo secolo molti Giapponesi hanno scritto largamente sullo Shintoismo, ma essi non potevano manifestare il loro punto di vista personale, poiché dovevano attenersi scrupolosamente alle interpretazioni ufficiali date dal governo, e in conseguenza di ciò, molti autori moderni europei, non avendo d'altra parte studiato lo Shintoismo che molto superficialmente, hanno potuto sostenere che questo consiste essenzialmente nel culto degli Antenati. Una ricerca scientifica, in questo campo, libera da impacci, un fenomeno verificatosi dopo la seconda guerra mondiale; perciò non è strano, relativamente parlando, quanto afferma William P.Woodard, direttore dell'istituto internazionale per lo
studio delle religioni in Giappone, cioè che gran parte dello Shintoismo è "terra incognita anche a molti studiosi". Per poter comprendere a fondo che cosa sia lo shintoismo e in modo particolare lo Shintoismo di Stato, è indispensabile rifarsi alla storia giapponese fin dagli inizii.
ORIGINE DEL POPOLO GIAPPONESE
Poco è conosciuto con certezza del Giappone primitivo, e molto di quello che è stato scritto intorno alla storia giapponese anteriore all'era cristiana, è pura speculazione, basata su scoperte archeologiche,caratteristiche razziali e leggende. Nonostante le disparità di opinioni sull'origine del popolo giapponese, gli storici moderni convengono tuttavia, nell'ammettere che il popolo giapponese sarebbe il prodotto di due o tre diverse correnti etniche. I primi abitatori del Giappone furono gli Emishi (Ainù), venuti dalla Siberia. Costoro da principio occuparono la parte nord del Giappone, poi si spinsero man mano verso il sud, sino ad occupare quasi tutto l'Arcipelago. Questo gruppo però non influenzò grandemente dal punto di vista etnico nè da quello religioso; il loro passaggio è segnato dalie Kai-zuka, cioè cumuli formati da residui di conchiglie, ossa, selci, vasi di terra cotta.
Tuttora separato, questo gruppo di Ainù vive oggi in numero di 15.000 circa nell'isola dell'Hokkaido. La seconda ondata, ancora in tempi preistorici, venne dalla Corea che, a quel tempo, era abitata da tribù di varia provenienza: fuggiaschi cinesi del sud, mongoli e Tungui del nord, Malesi delle zone tropicali. Queste varie tribù fuse insieme, passarono in Giappone e diedero origine alla colonia di lzumo, nell'isola più grande. La terza corrente migratoria è rappresentata dall'afflusso diretto di tribù bellicose delle zone tropicali della Malesia e delle isole dell'Arcipelago indiano (Kumano e Hayato). Questi nuovi invasori dovettero influire grandemente sia dal punto di vista religioso che da quello etnico: leggende polinesiane, infatti si trovano numerose nella religione nazionale giapponese, e il tempio shintoista, detto Mi-ya, nelle sue linee architettoniche e nella sua semplice decorazione, ricorda molto da vicino le tipiche case insulari malesi. Sul tempo di queste prime incursioni dei vari popoli provenienti dal continente asiatico o dalle Isole tropicali, nessuno si azzarda a formare delle ipotesi, però stabilendo 'grosso modo', il primo millennio a.C., non si è troppo lontani dal vero. Invece con certezza, o quasi gli storici ammettono che circa un secolo a.C.,vi sia stata, attraverso la Corea, un’invasione da parte dei Mongoli nel Giappone meridionale e centrale. Questi invasori si organizzarono in piccoli clans e nel corso di pochi secoli, il clan di Yamato, che prese il nome dal luogo dove si stabilì definitivamente, raggiunse una vaga sovranità sopra l'intero Giappone centrale e meridionale. La fusione di tutte queste varie tribù diede la razza giapponese. L'afflusso di genti estranee continuò anche nel periodo storico, sicché l'origine della razza giapponese non va ricercata soltanto nei tempi preistorici,ma si forma poco per volta, fino a raggiungere dopo secoli di isolamento, le caratteristiche odierne. Dalla varietà delle stirpi che è alla base della razza giapponese l'amalgama che ne risultò porta ancora oggi una grande varietà di caratteri somatici, nei quali sono riconoscibili tre diversi tipi: il tipo manciù- coreano, il tipo malese o indonesiano e il tipo mongolo.
RELIGIONE PRIMITIVA DEL POPOLO GIAPPONESE
La mancanza di documenti anteriori al 405 d.C., dovuta al fatto che gli antichi isolani non possedevano un sistema di scrittura propria, rende difficile, ancor oggi, ricostruire integralmente la religione nazionale dei giapponesi, quale essa doveva essere nelle sue forme primitive: quando essa, per la prime volta, venne fissata per iscritto, aveva subito grandemente l'influsso della cultura e filosofia cinese. La più antica fonte che noi abbiamo a disposizione è il Kojiki, scritto nel 712 d.C., cioè 307 anni dalla introduzione della scrittura cinese(405) nell' arcipelago e 47 anni dalla introduzione del Buddismo; il suo testo perciò rivela segni evidenti di infiltrazioni di idee, teorie cinesi e buddiste, che esercitavano già da tempo una vasta influenza sulla vita. privata e sociale del popolo insulare.
Secondo dei ragguagli dati da alcune cronache della Cina e scoperte archeologiche, fin dal IV secolo a.C. giunsero in Giappone, attraverso la Corea elementi di cultura cinese. Da queste Cronache si sà pure che fin dal I secolo a.C. la Cina ebbe scambi di Ambasciatori con l’arcipelago, come pure i giapponesi indipendenti di clans nel I secolo d.C. inviarono ambascierie nel "Regno di Mezzo"(Cina), per ottenere aiuti militari e scambi commerciali. Questi capi di clans giapponesi, furono dall'Imperatore cinese, considerati come suoi vassalli e conferì ad essi il titolo di re sui rispettivi clans. La prima ambasciata ufficiale giapponese inviata in Cina nel 607 d.C., dal Principe Shotoku, recava una lettera di felicitazioni al Ten-shi (figlio del cielo, titolo con cui erano chiamati i sovrani cinesi), che diceva: "il Ten-shi del Paese dove sorge il sole, manda uno scritto al Ten-shi del Paese dove tramonta il Sole". L'imperatore cinese si infuriò e protestò poiché in Cina si diceva: "Come in cielo non vi sono due soli,nella terra non vi possono essere due re". Dal Giappone allora fu invita una seconda lettera dettata da Shatoku stesso, che diceva: "Il Ten-no (re del cielo) dell'est si rivolge rispettosamente al Kotei (sovrano) dell'ovest". In tal modo il Sovrano del Giappone che nel Kojiki è chiamato "sumera" assumendo il titolo con cui i Cinesi designavano Dio si metteva al di sopra dell'Imperatore cinese. Erano passati appena 50 anni da che il Giappone si era aperto ufficialmente alla civiltà coreano cinese; e così anche il titolo di Ten-no, usato per indicare il sovrano del Giappone, è sorto per influsso cinese. Ciò sta a dimostrare quanto i Giapponesi avessero assimilato mentalità, cultura arte, politica della Cina. Ma a lungo contatto con la civiltà e cultura cinesi e tre secoli di assiduo studio e imitazione di classici confucianisti, i Giapponesi si sentirono umiliati soprattutto riguardo alla loro storia, tanto recente nei confontri di quella cinese così antica e gloriosa di eventi e di personaggi. E l'orgoglio nazionale mortificato reagì con il Kojiki e il Nihongi che si ricollegano palesemente ai grandi modelli cinesi, Shih king, raccolte di canzoni popolari, inni e canti di corte e atti gloriosi della dinastia cinese; Shu king, raccolta in forma storica di leggende e discorsi dei orimi imperatori cinesi dai quali, il Nihongi sopratutto, attinge idee e riporta addirittura interi capitoli. Il Kojiki (annali delle cose antiche), scritto nel 712 d.C., e compilato in una strana mistura di giapponese e cinese, ha una importanza fondamentale per lo studio delle antiche credenze religiose e dell'antica civiltà nipponica. In una narrazione più o meno coerente, scritto, non a scopi religiosi, ma con un fine politico ben determinato, quello cioè di dimostrare il carattere divino degli Imperatori, il Kojiki è il primo tentativo di una sistemazione organica dei miti dell'antico culto del Giappone. Dei tre libri,in cui è suddiviso, il più importante è il primo, relativo degli dèi (kami) e racchiude tutta la mitologia giapponese cominciando dall'origine del cielo e della terra. Nessuna delle divinità giapponesi è affermata come esistente "ab aeterno": come vi è "un principio del cielo e della terra" così c'è un "principio delle divinità formatesi nel Takama no hara (pianura degli alti cieli)". A quell'epoca nacquero per spontanee generazione tre divinità (kami) che il testo chiama "kami no hashira", cioè colonne divine; probabilmente a ricordo della rozza forma con cui venivano scolpite le loro immagini in tronchi eretti per onorarle. Questi furono seguiti da altri due "kami" createsi da un germoglio di giunco mentre la terra era ancora "giovane e molle come una medusa, quasi olio gallegiante". Appaiono quindi altri quattro "kami" ciascuno dei quali ha per compagna una 'imo', vocabolo che esprime al tempo stesso l'idea di "sorella minore" (oggi imo-to) e di "sposa". In tutta questa teogonia solo l’ultima coppia, formata da lzanagi e dalla sua "imo" Izanami, diviene il centro su cui si impernia un primo ciclo di miti. lzanagi e Izanami ricevono infatti dagli altri "kami" un mandato preciso: quello di "consolidare e formare" le terre ancora allo stato caotico, e viene loro data, a tale scopo, una lancia gioiello. Dall'alto del "ponte del cielo" Izanagi immerse nella sottostante materia caotica la lancia (hoko): ritiratala che fu, alcune goccie da essa cadute, coagulandosi, formarono un'isola (Onokoro-jima, cioè l'isola coagulatasi), sulla quale la coppia discese. Tra i due, stabilitesi nell'isola "Onokoro" avviene un dialogo che il Kojiki riproduce, ma che il più elementare pudore impedisce di riportare (alcuni autori traducono il detto passo, e altri simili, in latino). Dopo aver "prodotte altre isole per completare l’arcipelago, Izanagi e Izanami mettono al mondo tutto un popolo di "Kami": kami della natura, kami del mare, dei fiumi del vento, degli alberi, dei monti e dei campi, finchè l'ultimo nato il kami del fuoco chiamato Kaguzuchi, venendo alla luce ustionò la madre sì gravemente da procurarme la morte. Dal vomito e dalle altre escrezioni naturali della morente e dalle lagrime del consorte nascono altri kami.
Izanagi seppellito il cadavere della sposa, uccide il matricida, dio del fuoco, il cui sangue e le diverse membra si trasformano in altrettanti "kami". Quindi Izanagi scende nei "regno delle tenebre" in cerca di Izanami; ma ormai è troppo tardi poichè ella ha già mangiato il cibo dell'averno. E poichè il consorte vuole osservarla e la vede in stato di putrefazione, Izanami indignata scaglia contro di lui tutte le furie e incantesimi del Tartaro. Di ritorno dalle regioni dell'averno, Izanagi fa una grande abluzione purificatrice dalla, quale derivano numerosi kami (dèi); per esempio mentre si lava l'occhio sinistro nasce la dèa del sole (Amaterasu), mentre si lava quello destro nasce il kami della luna (in giappone la luna è divinità maschile e il sole divinità femminile); da altre abluzioni nascono i kami dell'oceano e delle tempeste: a queste divinità, viene affidato il governo dell'universo.
Dopo una contesa fra la dèa del sole e l'irrequieto dio delle tempeste, si giunge ad un accordo che pone come confine fra i due "il tranquillo fiume del cielo" (la via lattea) e ad una ripartizione degli "augusti figli" (cioè dei kami) secondo il sesso. Alla dèa del sole (Amaterasu) toccano i maschi, e perciò i loro discendenti, cioè gli imperatori giapponesi. Con questo episodio si arriva a meno della metà del primo libro del Kojiki e non si può procedere senza smarrirsi in un intrico di nuove divinità (kami) del cielo, della terra, del mare e delle regioni sotterranee.
Questo primo libro si chiude con la figura umana di Kamu-iare-biko-noemikoto (il principe di ihare del divino lamato) figlio di due kami, e che nel VII sec. d.C. ricevette il nome postumo (secondo l'uso cinese) di Jimmu , e che è considerato il 124° predecessore dell'attuale Imperatore Hirohito. Nel secondo libro, fra elenchi di _Mikado e racconti delle loro imprese, spicca la leggenda del principe Yamato-dake, l'eroe guerriero del Giappone sterminatore spietato di briganti e di fiere. Poetica è la sua morte in un'aspra e fredda montagna; dopo aver inviato canti di nostalgia al lontano Yamato, spira e si trasforma in un grande piviere bianco che e'innalza a volo verso il mare e il cielo. Il terzo libro contiene in minore quantità l'elemento leggendario; vi si narrano dei fatti famosi intorno primi imperatori.
La mitologia giapponese è assai complicata; il breve cenno che qui se ne può solo fare impedisce che se ne specifichino le infinite divinità, e si indichino le sue varianti secondo i differenti cicli del mito. Una cosa degna di nota è che nel Kojiki, quantunque sia considerato il fondamento del carattere divino oltre che del territorio del Giappone, della sua dinastia e anche della sua religione, non vi si riscontra mai però la parola "Nippon" (Giappone) nè quella di "Shinto "per indicare la religione indigena del Paese e neppure i nomi delle varie dinastie imperiali. Il Giappone nel Kojiki è chiamato:"il Paese centrale della pianura (del germoglio) di giunco" I Cinesi chiamavano (e chiamano tuttora) il loro Paese il "Regno di mezzo"; i Giapponesi applicarono tale parola al loro territorio aggiungendo "giunco", riferendosi al giunco da cui derivarono i primi 'kami'.
Il nome di "Nippon" (pronuncia sino-giapponese del mandarino Je pen ) è stato dato dai cinesi, che chiamavano la terra degli Yamato "je pen kuo", cioè "Regno che si trova nella parte dove sorge il sole". Anche la parola "'ninto" è di derivazione cinese ed è stata adottata per distinguere la religione indigena dal buddismo che era penetrato in Giappone attraverso la Corea.
NIHONGI (= Annali del Giappone) scritto nel 720 d.C., a differenza del Kojiki, scritto completamente in cinese. Si divide in trenta libri, dei quali i primi due contengono la mitologia e gli altri ventotto la storia dei primi 41 Sovrani e del Paese, dalle origini mitiche fino all'anno 697 d.C.
Anche quest’ opera fu scritta, per incarico dell'imperatore, con un fine politico e non religioso. Molti miti del Kojiki sono riportati nel Nihongi con variazioni o amplificazioni di cui non sempre facile scoprire il fine. Il Nihongi si ispira completamente alla concezione filosofica cinese, per cui tutto deriva dai due principi Yin (principio maschile) e yang (principio femminile). Dall'esame di questi documenti può ricostruirsi il carattere, di quello che dovette essere la religione primitiva del Giappone, prima dell’introduzione del buddismo e della cultura, letteratura e filosofia cinese:una combinazione di animismo e culto rudimentale della natura senza, alcun sistema di dottrine o di morale. Questo culto, almeno in principio, non aveva carattere omogeneo, ma comprendeva un certo numero di culti e ai miti locali, differenti l'uno dall'altro, i quali finirono poi, in gran parte, per fondersi di pari passo con la fusione delle genti che li avevano portati. II concetto antropomorfico delle divinità esistette, come appare evidentemente dalle leggende e miti circa la creazione dell'universo. Però le divinità (kami) del primitivo pantheon giapponese, non furono ben definite, e la loro potenza e carattere furono molto nebulosi. Tutte le cose che suscitavano un sentimento di timore erano riverite come un essere particolarmente dotato di una misteriosa potenza: perciò fenomeni meteorologici ed elementi di natura, come vuicani, sorgenti rocce, tempeste, uragani, vento animali e persino delle umili erbe e degli insetti, specialmente gli alberi che ispiravano tinore,divennero oggetto di culto. Questi furono chiamati"Kami", cioè esseri "superiori". Quantunque però gli antichi Giapponesi pensassero che tutte le cose possedessero uno "spirito", essi non ebbero nessuna idea di un'anima immortale e nessuna speculazione filosofica della vita e della morte.
Organizzazione della società primitiva Giapponese
Dall'eaame del kojiki e del Nihongi, appare che la , Società giapponese anteriore al periodo storico era divisa in tre gurppi. Al primo gruppo apparteneva il "Sumeral (Sovrano) plasaki regina); Hiko (principe); Hine (principessa). I capi dei singoli staterelli indipendenti erano chiamati "Kami" (superiori). Il secondo gruppo era composto da varie corporazioni dette "Be" o "Tomo" che comprendevano non solo mestieri come quello ai artigiano, contadino o soldato, ma anche uffici importanti per esempio il compimento di riti religiosi. A capo di ogni corporazione vi era un capo il quale era libero e nobile, e la sua carica era ereditaria, come ereditaria era anche l'appartenenza alle varie corporazioni. I capi delle varie corporazioni, a seconda della carica avevano nomi diversi: "Omi" (capo di un grande clan che probabilmente esercitava anche la carica di Ministro); "Muragi" (capo militare) Tomo-no-mi-yakko" (capo di una corporazione). Tutti questi capi delle varie corporazioni, erano sottoposti al sovrano (Sumera),ma talvolta si rendevano indipendenti e acquistavamo una certa importanza. La società primitiva giapponese non aveva certamente un'etichetta troppo complicata, a differenza della cinese perciò gli "Orni", "Muragi" e i "Tomo-no-mi yakko" frequentavano ogni giorno la residenza del "Sumera". La residenza era circondata da una palizzata e chiamata "Mikado" (cioè, augusta residenza, nome che poi è passato ad indicare l'imperatore stesso). L'elenco dei nobili qui elencati corrisponde alla società giapponese dell'inizio dell’era storica, durante il regno del sovrano Yuriaku (456-479 d.C.). "Kami'' è una parola con una tale varietà di significati cha nessuna esatta definizione può essere data. La traduzione letterale del carattere cinese, col quale essa è rappresentata, è "sopra" ed è generalmente usato per indicare "superiorità". Quando viene usata per indicare superiorità spirituale, in generale allora si traduce con la parola "dio"; ma anche in questo caso essa significa per i Giapponesi un oggetto di riverenza piuttosto che di culto come nel senso occidentale. "Kami" è inoltre una parola comune per indicare, tra le altre cose, una mera superiorità di luogo o di rango sociale. I Giapponesi primitivi applicavano la parola "Kami" indistintamente a ogni oggetto, animato o inanimato, il quale era superiore, misterioso, potente, che incuteva timore, capace di mandare disgrazie o favori agli uomini, oppure una cosa incomprensibile alla mente umana. Bisogna tenere questo semplice concetto di "superiorità" se si vuole capire il significato della parola "kami". Che cosa è significato con la parola "kami", quando essa viene applicata agli uomini? Fondementalmente, il tcrmine è onorifico per "nobile", sacro spirito il quale indica un senso di riverenza per le loro virtù e autorità. Tutti gli uomini perciò, in un certo qual senso, possono essere chiamati "Kami". Tuttavia, poichè il termine è onorifico non è usanza applicarlo a individui ordinari. Così esso viene applicato al Sovrano, agli alti ufficiali di corte, al governo, agli eroi della, Patria ecc… I Giapponesi, come pure i Cinesi, non usano mai onorifici riferendosi a sè stessi o a persone del proprio gruppo. Perciò mentre lo Shintoismo insegna che il popolo potrebbe essere riverito come "kami", però di fatto non è mai chiamato "kami".
Ancora oggi vi sono delle divergenze tra i moderni studiosi circa il concetto della parola "kami": il popolo giapponese stesso non ha un'idea d'chiara riguardo ai "Kcami", perchè lo Shintoismo non ha nè concetti teologici e nè morali. Quindi è impossibile rendere esplicito e chiaro quello che fondamentalmente, per sua natura stessa, è vago e oscuro. Solo in tempi recenti i capi dello Shintoismo hanno tentato di sviluppare una specie di teologia riguardo ai "kami", perciò generalmente parlando vi è oggi una certa differenza tra il concetto di "kami" al presente nei tempi antichi; però le confusioni non sono scomparse del tutto e vi sono ancora molte cose che non sono chiare in mezzo agli shintoisti stessi. Oggi i cattolici e i protestanti adottano questo termine di "kami" dandogli il significato cristiano, ed è entrato nell'uso generale perciò di tradurlo con la parola "Dio" o "Divinità".
INFLUENZE STRANIERE
Il Giappone ricevette dalla Cina tramite letterati coreani,
la scrittura e il Confucianesimo verso il 400 dell'era cristiana, e il
Calendario nel 553; quasi contemporaneamente fu l'introduzione del Buddismo. In
seguito, intensi furono i rapporti culturali e chi ricevette fu sempre il
Giappone, sicchè una rimarchevole trasformazione si operò nella vita del
popolo giapponese; e le credenze religiose indigene assorbirono elementi di
Confucianesimo, Taoismo, Dualismo e Buddismo. In modo speciale sotto l'influsso
o del Confucianesimo si approfondì e allargò il contenuto etico della
primitiva religione e se ne sviluppò i concetti filosofici. Fu ancora il
Confucianesimo che stimolò iI culto degli antenati giapponesi e lo diffuse a
tutte le classi del popolo. Prima di allora difficilmente vi fu nell'antico
Giappone un vero culto degli antenati; i corpi dei morti
erano trattati con nessun speciale rispetto. L'unico metodo comune per la
disposizione dei cadaveri era di esporli negli tardi si cominciò a seppellirli
nelle tombe o tumuli. Grande sarà d'ora in poi attraverso i secoli, l'influsso
del confucianesimo col suo sistema di etica da divenire la guida della condotta
sociale giapponese e la base della società feudale.
(Periodo Suiko 552-646). Sotto il regno dell'Imperatrice Suiko (593-628), al cui nome e fama deve, associarsi il nipote e primo ministro, il principe Shotoku, vengono adottate in pieno e formalmente, non solo le "istituzioni e dottrine politiche cinesi, ma anche la religione, morale, letteratura e arte". Per influenza cinese fu redatta la "prima legge scritta": la così detta "costituzione dei diciassette articoli" di Shotoku (604). I principii politici sanciti da questa costituzione furono quelli cinesi, cioè la sottomissione di tutto il popolo ad un governo a centrato nell'Imperatore. La gerarchia sociale venne organizzata ispirandosi alla dottrina filosofica e ai sistemi della Cina e si introdusse a Corte l'etichetta cinese. Lo scopo del Principe Shotoku, nel redigere questa costituzione, era di rimediare, nel campo politico, ai danni derivati dalla forza del Clans, a cui era in gran parte subordinata l'autorità, dell'Imperatore, e quindi dare unità e stabilità al Paese per avviarsi a divenire stato civile. Lo scopo di Shotoku era di raccogliere, come in Cina, tutti i poteri nelle mani dell'imperatore: proclama perciò che "il sovrano è il Signore del popolo di tutto il Paese, e i pubblici ufficiali, cui questi affida i suoi incarichi, gli sono tutti soggetti". Fissa infatti norme su le relazioni tra superiori e sudditi; dichiara religione nazionale il Buddismo, che essendo anche adottato come religione di corte acquistò un prestigio maggiore dello Shintoismo, il quale mancando di precetti morali ed etici non era adatto per la formazione del nuovo stato. Ove si consideri quanto primitive fossero le credenze shintoiste, quanto insufficienti a soddisfare i bisogni di fede in un popolo appena uscito dalla preistoria, si comprende l'importanza delle norme, non solo etiche, ma anche religiose sancite dalla costituzione di Shotoku. Due studiosi giapponesi, seguiti più tardi da molti altri, andarono in Cina nel 608, per imparare bene la civiltà di questa nazione; così la civiltà cinese divenne sempre meglio conosciuta in Giappone che non lo sia stata attraverso le relazioni occasionali dei primi secoli.
La Costituzione de Principe Shotoku, nonostante si basasse su principi cinesi, non fece scomparire i contrasti del clan imperiale con gli altri per l'esercizio del potere civile, anzi portò ad un governo feudale. Infatti dopo la morte di, Shotoku, il capo del clan dei Soga mirò ad impadronirsi del Trono, intervenendo nelle successioni; ma egli fu assassinato dai suoi avversari, capeggiati da Kamatari, massimo sacerdote dello Shintoismo. Kamatari che nel 669 prese il nome di Fujiwara, con un editto imperiale nel 645, che va sotto il nome di Taika o "Grande Riforma", basandosi ancora su modelli cinesi, si prefiggeva di sostituire all'autorità dei clans, quella dell'imperatore a cui venivano trasferiti, almeno teoricamente, i privilegi fino allora dei clans e che riguardavano principalmente la proprietà terriera, l'amministrazione, pubblica e le imposte. Ma questa Riforma chiamata anche "Riforma del 645" fu secondo lo storico Asakawa "cinese nella sua organizzazione dello Stato e giapponese nella sua teoria della sovranità".
Infatti mentre in Cina, il potere dell'imperatore scaturiva
da un mandato celeste, esso non era perpetuato e incondizionato, ma si fondava
soltanto sulla virtù del sovrano, secondo l'insegnamento confuciano, e durava
quindi quanto la vita stessa. Grazie alla virtù, secondo i confuciani, il
Sovrano era anche intermediario tra il Cielo e la Terra , e in ciò consisteva
la sua più alta missione. Qualora la sua virtù veniva meno, poteva anche
essere deposto. In Giappone invece, nonostante fosse stato adottato, oltre il
Confucianesimo con la sua democrazia statale, anche il Buddismo con la sua
uguaglianza religiosa, dominò il diritto del sangue, su cui si fondò non solo
l'autorità dell'Imperatore, ma anche quella dei suoi collatoratori, i quali
trovarono la giustificazione della loro potenza e autorità nella parentela con
l'Imperatore. Imparentate con I'Imperatore furono infatti, durante il lungo
periodo feudale, le varie famiglie che esercitarono successivamente la dittatura
civile e militare, trasmessa a sua volta per diritto di parentela ai membri di
ciascuna di esse. Questo sistema di governo rafforzò senza dubbio il potere del
governo centrale (cioè degli Shogun) ma la stessa cosa non si può dire di
quello dell'Imperatore. Tutti i riformatori hanno sempre avuto come loro scopo
di sottrarre e rafforzare l'autorità dell'Imperatore, rispetto agli altri clans,
ma in realtà la loro tira era che rafforzando il Trono, si sarebbe rafforzato
anche il loro potere come Primi Ministri infatti, spesso sanguinosi per la
successione al Trono, furono frequenti. Durante il "Periodo Heian
(194-1185) così chiamato dal nome della nuova capitale, odierna Kyoto dove si
stabilì la corte imperiale, la morale, confuciana dominava non solo nelle
cerimonie di corte e nei riti, ma anche nelle esortazioni che solevano
accompagnare ogni editto imperiale. Durante questo periodo si affermò ancor
più solidamente il predominio dei clan dei Fujiwara sul Tenno, mantenuto ormai
in uno stato di perpetua tutela; ha inizio così la dittatura civile dei
Fujiwara, da cui deriverà, nel periodo seguente, la militare che segnerà il
trionfo definitivo del feudalismo e la massima subordinazione a esso della
dinastia imperiale fino alla Reataunazione Meiji (1868). Il fondamento della
dittatura civile dei Fujiwara, non fu la forza, come invece durante la seguente
dittatura militare dei Tokugawa, bensì la solidarietà famliare, principio di
origine cinese. Donne del clan dei Fujiwara erano unite con imperatori, oltre
che con principi imperiali ed eredi presuntivi; anzi si procurava che solo un
nato da una Fujiwara, fosse o essa imperatrice, salisse al Trono, dando così al
padre di questa l'opportunità di prendere la reggenza quando si credeva
opportuno si obbligava il Tenno, senza riguardo alla sua età, alla sua
capacità e alla brevità del suo regno, ad abdicare e ritirarsi in un monastero
buddista; agevolando in questa maniera l'ascensione di un Fujiwara al trono.
L'Imperatore inoltre poteva favorire quante e quali dame del Palazzo
desiderasse; e ne spiega anche la continuità della Dinastia nel corso dei
secoli. I Nobili quindi, e sopratutto i Fujiwara, facevano a gara per mandarvi
le proprie figlie appena possibile, nelle speranza che queste fossero preferite
dal sovrano. Il Tenno cominciava presto ad aver figli; se era asceso al Trono,
come di solito avveniva, ancora minorenne, gli erano messe al fianco in qualità
di dame, giovanette maggiori di lui per età e per esperienza, le quali non
mancavano di valersi delle sue prime possibilità per essere rese madri, anche
perché la precedenza della nascita, pur senza costituire un diritto, poteva
agevolare la successione. I discendenti degli imperatori furono quindi spesso
numerosi e ciò talvolta impediva loro di trovare una carica adeguata nella
corte imperiale. Vi furono perciò membri della famiglia imperiale che, per
queste difficoltà, lasciarono la capitale e si stabilirono nelle provincie
assumendo la carica di Daimyo; e giovandosi quindi della propria origine
circondarono di numerosi dipendenti che addestravano nell'uso delle armi per la
protezione dei propri interessi: essi costituivano la classe dei Samurai. Anche
durante il periodo di Kamakura (1185-1392) i dittatori sia civili che militari
non si proposero di soppiantare il Tenno; riconobbero sempre la sua autorità
religiosa,videro in lui la fonte del potere e tennero solo l'esercizio di esso.
Però quando sembrava utile ai loro interessi politici, costituivano il sovrano
con un'altro membro della vasta famiglia imperiale, più adatto ai loro scopi.
Il Giappone prima della restaurazione del 1867
Per lunghi secoli il governo fu nelle mani dei Maggiori del Palazzo, i quali sostituivano un "Infante sovrano" con un'altro, generalmente forzandolo ad abdicare come egli si avvicinava all' età adulta. Ad ogni Periodo quei Maggiori del Palazzo lasciavano "il discendente della dèa solare" in tal miseria che il Tenno era spesso obbligato a guadagnarsi la vita vendendo autografi. Non vi fu mai un vero partito nello Stato che protestasse contro una simile situazione. Fino al 1867 l'Imperatore godeva "poca riverenza", osserva il Prof. Chamberlain (1850-1935), ed era così insignicante la sua importanza che i primi missionari cattolici difficilmente sapevano della sua esistenza. Le ambasciate del 1592 e 1613 inviate a Roma presso il Papa e al Re di Spagna erano rappresentate da giovani delle famiglie dei Dami o di Bungo, Omura e Atima, e non dalla famiglia imperiale. Gli scrittori Olandesi avevano l'abitudine di riferirei Shogun come "Sua MaestàY". Lo stesso ammiraglio Perry, quando con una squadra navale si presentònel 1854 alla baia di Edo(Tokyo) domandando amicizia e relazioni commerciali con l'America, consegnò imocl allo Shogun la lettera autografa del Presidente degli Stati Uniti, indirizzata all'Imperatore del Giappone; e gli Ambasciatori delle potenze occidentali erano pienamente convinti, trattando con le autorità di Edo, di avvicinare il Trono. Alla luce di questi fatti, si comprende l'espressione usata dagli "storici ufficiali "giapponesi di quest'ultimo mezzo secolo, per rivendicare all'Imperatore la piena autorità, ciò che il "Trono durante questo periodo fu divinamente preservato dai kami celesti (dei)". Un risentimento generale contro il Governo dittatoriale dello Shogun era forte e il fuoco di una rivoluzione covava già prima della venuta dell'Ammiraglio Perry: riaperti i porti giapponesi agli Occidentali nel 1854, i "sostenitori del Trono" colsero quest'occasione per attaccare il Governo dei Tokagawa, accusandolo di non aver subordinato al consenso dell'Imperatore un atto di così grande importanza. Il movimento di restaurare l'autorità dell'Imperatore fu accompagnato con una forma di esagerato nazionalismo che pub essere riasssunto nell’espressione "Kinno! Joi!" (esaltare l'Imperatore! fuori gli stranieri!). Ma il risultato fu che al clan dei Tokugawa si sostituirono quelli di Satsuma e Choshu, i quali acquistarono il controllo su l'imperatore e fecero la sua esaltazione il simbolo della resistenza a li stranieri: la politica estera dei Tokugawa fu ripresa ed ampliata dal "governo imperiale" e l'imperatore dovette sanzionare i trattati con le Potenze estere. Avveniva così la restaurazione del Meiji (1867), che prese il nome dall'era dell'Imperatore Mutsuhito, il quale quando salì al Trono nel 1867 aveva appena 15 anni, essendo nato il 5 Novembre 1852. Egli sposò a Kyoto nel 1869 ed ebbe tre figli e nove figlie.
Dopo la restaurazione del 1867
La trasformazione del Giappone dopo il 1867 è stata cosi stupefacente che il mondo restò profondamente meravigliato di cui così potente ascesa; ma quello che è ancora pia stupefacente è che un simile progresso non portò nessun cambiamento nella religione nell'etica, anzi in questo campo è stata presa una direzione opposta a quella che naturalmente si sarebbe aspettata. Il progreso scientifico, industriale ed economico ha sempre sincronizzato con una grande glorificazione e intensificazione del "culto dell'Imperatore" il più grande anacronismo nella civiltà del Giappone moderno. Gli uomini che abbatterono il regime feudale dei Tokugawa nel 1867, per dare al loro Paese un nuovo ordinamento e una nuova amministrazione, non si conformarono ai modelli europei ma tornarono indietro dodici secoli circa nella loro storia; cioè ai rifecero ancora alla Riforma del 645. Spolverarono le vecchie idee confuciane e le rimisero a nuovo. L'Imperatore della Cina era intermediario tra il Cielo e la Terra; così doveva essere il sovrano del Giappone, e perciò fu riservato soltanto a lui il titolo di Tenno (re celeste), mentre ogni altro monarca venne denominato"Kotei", voce che non implica affatto l'idea di celeste. Venne cosi creato il "culto artificiale dell'Imperatore dio".Il Prof. B.H.Chamberlain, insegnante di filosofia all'Università di Tokyo e profondo conoscitore della storia giapponese, scriveva nel 1912 in un opuscolo dal titolo "L'invenzione di una nuova religione"; "fino ai tempi recenti, la religione del Giappone è stato il Buddismo, con la pratica esclusione di ogni altra. Vi fu nei tempi antichissimi una religione nativa che venne chiamata Shinto, ma essa è sempre languita nell'oscurità. Solo durante gli ultimi 40 anni lo Shinto è stato eretto a religione di Stato ed è stato ricostruito in modo da adattarlo alle moderne esigenze. Tutto quello che è stato scritto ufficialmente sullo Shinto, certamente non é il vero Shinto originale come era praticato nel Yamato prima della introduzione del Buddismo e della cultura cinese; gli argomenti che trascurano questi innegabili fatti perdono molto del loro peso". L'unico scopo per cui i moderni statici giapponesi hanno preferito ristábilire lo Shintoismo, é che esso è una mitologia nativa.
Lo stato giapponese secondo la dottrina del Kokutai
Nella Costituzione emanata l'undici febbraio 1889 e nel Rescritto imperiale su l'educazione in data 30 Ottobre 1890 viene nominato il principio "Kokutai", ossia la dottrina circa la struttura dello Stato Giapponese. "Kokutai" è una parola formata da idiogrammi cinesi Koku (= Stato) e Tai (= corpo) quindi potrebbe essere tradotta "Struttura dello Stato". Nella prima parte del suddetto Rescritto imperiale si legge: "I nostri sudditi sempre uniti nella somma fedeltà al sovrano e nell'amor filiale verso i genitori hanno illustrato con le azioni di generazione in generazione la bellezza di questo animo e di questo sentimento. E ciò è quello che forma la struttura fondamentale del nostro Impero (kokutai) e la fonte insieme della nostra educazione". Da allora fino al 1945 è sempre stata annessa una grande importanza al principio kokutai" che effettivamente ha esercitato un grande influsso non solo sulla classe dei dirigenti e degli impiegati, ma anche sulla massa del popolo. Se si tolgono gli elementi mitici, si può dire che la dottrina del "kokutai" non è altro che "Statolatria".
Infatti, secondo i principii del kokutai lo"Stato
nipponico non è una creazione degli uomini,
ma esso fu fondato o per lo meno decretato in cielo
dalla dèa del sole Amaterasu,
prima ancora della sua costituzione in terra quindi
venne affidato all'Imperatore".
Un altro fondamento irreale nei principii del kokutai
è il mito secondo il quale
"l'imperatore ed il popolo giapponese sono
congiunti in mistica unione con la dea Amaterasu, in modo che tutti e tre costituiscano un
solo corpo mistico che è appunto lo Stato".
Ma anche questi concetti sono dovuti all'influsso delle
idee cristiane: come in passato,
a contatto con la civiltà cinese,i Giapponesi
ricopiarono non solo la fraseologia,ma anche
il pensiero così quando vennero a contatto con
l'Europa essi adottarono fraseologia
e concetti occidentali.
Ma a differenza delle mitologie degli altri popoli, come ad esempio dei Romani e dei Greci, che pur narrando genealogie favolose degli dèi fatti e avventure inventate non si presumeva che si credessero come reali, miti dello Shintoismo invece vennero insegnati nelle scuole come vera storia. Le leggende, date assurde e fittizie, facevano parte dell'intero sistema che aveva uno scopo politico, al quale le libertà di parola, nonché le indagini e le libere discussioni di studio,erano state spietatamente sacrificate. La burocrazia giapponese non desiderava si facesse luce sulla mitologia nazionale. "Guai al professore nativo, il quale sviava dal sentiero ortodosso; sua moglie e i suoi figli sarebbero morti di fame. Infatti quei pochi che hanno osato avventurarci in questo recinto proibito emettendo opinioni contrarie a quelle inculcate dal Governo, hanno dovuto subire la disapprovazione ufficiale. Uno dei casi più clamorosi è stato quello di Minobe Tatsukichi, famoso professore dell'Università imperiale di Tokyo. Egli insegnava che la Costituzione nipponica, essendo elaborata secondo il modello di quelle occidentali, doveva essere interpretata secondo i principi europei, e perciò affermava che l'imperatore era "semplicemente l'organo dello stato" e non di origine divina come si affermava nei principi kokutai". Questa affermazione del prof. Minobe fu dichiarata come un'eresia che corrompe il popolo. Fu accusato di lesa maestà, "avendo spodestato l'Imperatore dal suo trono divino e fattolo scendere in terra".
Il Ministro della guerra minacciò di dimettersi se il Prof. Minobe non fosse stato esemplarmente punito:egli infatti fu costretto a dimettersi dall'insegnamento e i suoi libri furono messi proibiti e proscritti. Così cha l'espansione della superstizione, dal 1863 al 1945, è andata di pari passo con quella dell'educazione; e quando si nominava il Tenno, si può dire davvero che in Gippone, ogni lingua diveniva "tremando muta".
INFLUSSI CONFUCIANI NEL GIAPPONE MODERNO
Anche dopo la Restaurazione del, Meiji, all'etica nazionale giapponese mancava un solido fondamento religioso; perciò i membri del governo funzionari dell’istruzione pubblica, educatori ricorsero ancora alla filosofia cinese per inculcare la lealtà e la cieca devozione al Sovrano, onde sempre più e meglio inculcare e promuovere l'idea di patriottismo. I capi del movimento per la formazione di un governo costituzionale in Giappone, sorto subito dopo la restaurazione, nei loro appelli non facevano altro che riferirsi elle dottrine confuciane; per esempio il Capo della provincia di Kochi, nell'Annunciare la creazione di una Assemblea deliberativa nel 1870 diceva: "L’Europa e l'America hanno le proprie istituzioni, così questo Impero(Giappone) ha la sua istituzione con cui le relazioni tra governanti e sudditi, parenti e figli sono fermamente stabili e incrollabili come una montagna è chiaro chele dottrine dei Sagi cinesi si accordano in molti punti con la religione shintoista, e 1600 anni son passati, durante i quali, esse sono state tenute in alta considerazione dalla ininterrotta successione degli Imperatori. Ma una allusione ancora più significativa alle dottrine confuciane e buddiste si trova nel discorso di Ito Hirobuni (1841-1909) tenuto in occasione della promulgazione della costituzione nel 1339: "Se noi esaminiamo la storia della civiltà in questo Paese, si noterà che le molte influenze dovute all'introduzione di sistemi religiosi stranieri come il Confucianesimo e Buddismo, che largamente contribuirono ad elevare il nostro popolo e condurlo alla prosperità, sono dovuti alla benevolente guida del sovrano. Noi possiamo perciò con tutta verità dire che la civiltà che noi possediamo è un dono del Trono". Per risolvere i maggiori problemi sorti dopo la prima guerra mondiale Statisti giapponesi si basarono ancora sul Confucianesimo che secondo loro offriva la soluzione ai mali sociali e politici di quel tempo. II Conte Oki Tokichi (1371-1920, ministro della Giustizia nel 1920, rimarcando in un discorso il valore del Confucianesimo per la soluzione di detti problemi diceva: "...parlando dal punto i vista dell'organizzazione sociale della nostra Nazione lo sviluppo del senso di responsabilità è elemento basilare della nostra struttura sociale. In una maniera o in altra noi dobbiamo prevenire, oggi, il disordine delle idee perciò penso che le dottrine del Confucianesimo dovranno essere inculcate nella mente del popolo".
Sin dalla restaurazione del 1867, Confucianisti individualmente o organizzazioni confuciane insistettero sulla differenza tra la civiltà spirituale dell'est e la civiltà materiale dell'ovest. Quest'ultima fu ritenuta inferiore; e questo punto di vista scaturì logicamente dalle premesse della filosofia confuciana, secondo la quale " l'uomo ha un _fondamento naturale, il cui sviluppo costituisce lo scopo principale della civiltà e la struttura dello Stato". Del 1933 al 1944 il Confucianesimo raggiunse il culmine, essendo insegnato dalle autorità come parte integrale del kokutai. Il confucianista Iijima Tadao (1875-1954), in un libro pubblicato per autorità del Ministero della Pubblica istruzione nel 1940 ai esprimeva: "...il confucienesimo può divenire un sostegno al sistema imperiale. E idee impure, di rivoluzione e individualismo, devono essere messe fuori: il Giappone è la sola nazione dove l'essenza pura del Confucianesimo viene coltivata".
EDUCAZIONE SHINTOISTA A PATRIOTTISMO
Lafcadio Hearn definisce lo Shintoismo di stato "la religione del patriottismo"; Meissner lo definisce:"patriottismo religioso di un potere mondiale" Queste due definizion dimostrano molto bene quanto il patriottismo nipponico sia strettamente unito con lo shintoismo di Stato. Questa religione fino al 1945 non veniva insegnata nei templi, ma bensì nelle scuole dai maestri, in modo che tutti i ragazzi ne apprendessero la dottrina e ne assimilassero lo spirito. In tal modo la devozione alla patria si accentrava tutta nella sovrana e augusta persona dell’Imperatore. Perciò mentre il patriottismo dei popoli democratici può essere chiamato "patriottismo nazionale", il tipo di patriottismo giapponese può ben essere chiamato "Patriottismo dinastico" e lo Shintoismo di Stato "la religione del patriottismo". I fondamenti dottrinali di questo patriottismo dinastico" erano gli stessi del Confucianeismo cioè "tutte le terre appartengono all'Imperatore e tutti gli altri sovrani sono suoi vassalli". E per infondere efficacemente nell’animo degli alunni un concetto elevato e religioso della dinastia imperiale, della patria, del popolo giapponese, nei libri scolastici venivano descritti come "reali e veri fatti storici i miti che narrano la fondazione dell'Impero". Con questi insegnamenti i governanti riuscirono a convincere il popolo giapponese di "aver ricevuto dal kami (dei) una speciale missione da svolgere in mezzo agli altri popoli". Ai militari veniva inculcato in tutti i modi tale dottrina affinché si adoperassero con tutte le loro forze ad aiutare l'Imperatore ed Il popolo ad assolvere il mandato di tanta missione a loro affidato dagli dèi antenati. Un proclama del ministro della guerra, poco prima della seconda guerra mondiale, diceva: "Fin dalla fondazione dell'Impero nipponico, il desiderio di tutti i Giapponesi è sempre stato quello di riunire tutte le varie stirpi e razze del mondo in una sola società felice. Questa è la grande missione del popolo giapponese; sforziamoci quindi di abolire su tutta la terra ogni ingiustizia ed ineguaglianza procurando a tutta l'umanità una eterna felicità". I soldati giapponesi, consci di una tale missione, combattevano con eroismo e affrontavano volentieri la morte convinti secondo gli insegnamenti ricevuti nella scuola, di ritornare nel Yasukuni-jinja (santuario del regno tranquillo) dove sarebbero stati venerati come tanti dei (kami). Questo culto esagerato verso gli antenati, osserva il prof. Murakami Komao, ha condotto il popolo giapponese ad un patriottismo ristretto ed intollerante. Quella filosofia politica che aveva guidato il Governo e lo Stato a sviluppare il sentimento patriottico nel popolo, è divenuta poi le fonte e la ragione del grande crollo che si è verificato nel 1945 poiché la struttura dello Stato (kokutai) era un edificio molto artificiale e senza fondamenti reali e consistenti. Fu un atto di grande lealtà quello dell'imperatore Hirohito, quando il 15 Agosto 1945 pose fine alla guerra per risparmiare al suo popolo maggiori distruzioni e altre effusioni di sangue soprattutto con la sua dichiarazione di non essere di origine divina è stato fatto un altro grande passo per il bene del popolo giapponese e verso la realtà.
I CATTOLICI E LO SHINTOISMO DI STATO
Quando, dopo due secoli e mezzo di bando, il Giappone riaperse i suoi porti agli Europei, i missionari cattolici rientrarono ed ebbero la consolante sorpresa di scoprire che i discendenti degli antichi cristiani, pur senza sacerdoti, avevano conservata nascostamente la fede. Ma questi cattolici giapponesi uscendo dalle catacombe si trovarono di fronte a una delicata situazione: lo Shintoismo di stato che esigeva indistintamente dai cittadini la partecipazione ai riti patriottici nei Jinja (Templi). Nonostante le assicurazioni del Governo che asseriva che quelle cerimonie erano puramente civili, quei discendenti dei martiri, orgogliosi della Fede per la quale i loro antenati erano morti vedevano nei riti dello "Shintoismo di Stato" troppa somiglianza con lo Shintoismo popolare, per credere lecito parteciparvi. Ma l'astenersene non era libero specialmente a quei cattolici che occupavano cariche pubbliche, né agli studenti cristiani, quando tutta la scuola veniva condotta al Jinja. Nel 1890, il primo Sinodo degli Ordinari del Giappone, tenutosi a Nagasaki, si pronunciò in senso assai favorevole circa tali riti e cerimonie patriottiche; ma la condotta ambigua degli agenti governativi che obbligavano da una parte i cattolici a partecipare nei templi alle cerimonie shintoiste e dall’altra parte assicuravano che le dette cerimonie erano puramente civili non facilitavano affatto l'operare dei vescovi. Per rispondere a questo bisogno Benedetto XV nel Gennaio 1916 inviava all'Imperatore del Giappone un Delegato ufficiale nella persona di Mons.Petrelli, allora Delegato Apostolico nelle Filippine; in primo luogo per consegnare in nome del Papa una lettera autografa di felicitazioni all'Imperatore Taisho, in occasione della sua incoronazione, e in secondo luogo per incoraggiare la gerarchia, i missionari e i Cristiani. Il risultato di questa visita fu lo stabilimento di una Delegazione Apostolica a Tokyo; e l'11 Marzo 1920 Sua Ecc.za Mons. Pietro Fumasoni - Biondi, primo Delegato Apostolico del Giappone, prendeva possesso della Nuova Delegazione. Alcuni anni dopo gli estremisti di un Movimento nazionalista moltiplicarono i loro sforzi per separare i Cristiani dai missionari. I Cattolici non restarono inattivi, ma si organizzarono per resistere agli attacchi degli estremisti. Un Comitato, presieduto dall'Ammiraglio Yamamoto Shinjiro (1877-1942), fervente cattolico, e in quel tempo precettore del prinicipe Ereditario Hirohito, convocò un'assemblea generale dei Cattolici del Gippone, e il 19 Ottobre 1924, alla chiusura del secondo Sinodo degli Ordinari del Giappone, tenutosi a Tokyo, davanti a tutti i Vescovi i Cristiani giapponesi riaffermarono la loro riconoscenza ai missionari stranieri, e nello , stesso tempo la loro fedeltà al Delegato Apostolico, come allora era Mons. Mario Giardini e agli Orclinari 'el Giapnone. Dopo di ciò, le misure vessatorie prese dall'Ufficio degli Affari religiosi, in unione con il ministero della Pubblica Istruzione, crearono una situazione tale che i Vescovi cattolici si aspettavano di dover affrontare delle gravi questioni da risolvere. Infatti l’ufficio degli Affari religiosi, aveva preparato nel 1926 un progetto di legge che tendeva a fissare, in una maniera definitiva, lo stato legale delle religioni nell’Impero e a tale fu convocato a Tokyo nel giugno 1926 un Comitato consultivo, composto da 7 bonzi 3 preti shintoisti, un vescovo protestante e un prete cattolico (Hayasaka Kyunosuke 1833-1959). Tra le questioni dibattute, la più spinosa era quella dell'obbligo fatto a tutti i cittadini, qualunque fosse la loro opinione religiosa di prendere parte alle cerimonie del culto degli antenati imperiali e degli eroi nazionali, nei jinja. Un buddista, Masaharu Anesaki, professore Imperiale di Tokyo, che conosceva a fondo la dottrina cristiana, fece osservare che i Cristiani provavano degli scrupoli a partecipare a questi di natura essenzialmente religiosa. Il rappresentante del, governo affermò allora, senza equivoco, che il governo non intendeva, attribuire a quel culto ufficiale un carattere religioso e che questo culto ufficiale degli antenati imperiali non era soggetto ai regolamenti promulgati dall'Ufficio degli Affari religiosi.
Questa questione rimase sospesa per alcuni anni, fino a che il delegato apostolico Sua Ecc.za Mons. Moony, succeduto a Mons. Giardini nel 1931, pensò bene di darle una soluzione urgente; così nel 1931 il sacerdote Paolo Taguchi Yoshigoro (ora vescovo di Osaka), dottore in Teologia e Diritto Canonico pubblicava a Tokyo un libro dal titolo "La concezione cattolica dello Stato" in cui esponeva "le relazioni della Chiesa Cattolica con uno stato non-cattolico"; "la pietà filiale e l'amor di patria"; "La Chiesa cattolica e il problema della venerazione dei Jija da parte dei cattolici"ecc... Il libro era destinato a chiarificare la nuova questione sorta soprattutto tra i Cattolici e gli agenti gevernativi; la successione rapida delle sue numerose edizioni prova il grande successo. Nel frattempo il partito militarista affermava sempre più la influenza e la pressione del Governo sugli Istituti religiosi e la Gerarchia, per obbligare i cattolici partecipare alle cerimonie Shintoiste, si faceva sempre più pressante Il rappresentante della Santa Sede intervenne per precisare l'atteggiamento che dovevano prendere i Cattolici: l'8 Dicembre 1935 Mons. Marella, succeduto a Mons. Moony nella Delegazione Apostolica indirizzava ai Superiori di Istituti e Congregazioni religiosi, un'istruzione nella con la quale si esponevano i principi che dovevano guidare i superiori nella soluzione del problema. Il 26 Maggio 1936 Propaganda Fide inviava al Delegato Apostolico un'istruzione con la quale si rimetteva agli Ordinari la decisione della partecipazione dei Cattolici alle cerimonie patriottiche nei Jinja. Ma presto sorsero altre difficoltà: l'Ufficio degli Affari religiosi raddoppiò i suoi sforzi per creare un'atmosfera nella quale diveniva impossibile agli stranieri occupare posti dirigenti nella Chiesa del Giappone. La situazione, in modo particolare si aggravò con l'avvicinarsi della seconda guerra mondiale. Per molti anni il Governo giapponese aveva proposto una legge per formare una "Religione organizzata", radunando tutte le religioni, compreso il Cristianesimo, sotto uno stretto controllo dello Stato. Il 2 Settembre 1940 tutti gli Ordinari stranieri diedero le dimissioni: Roma accettò, e dal 1941 tutta la Gerarchia cattolica giapponese è formata da indigeni. Quando al principio del 1946 l'Imperatore rinunziò a tutte le prerogative religiose, l’ultimo ostacolo alla propagazione del Cristianesimo fu rimosso.
E al presente forse lo Shintoismo di Stato non costituisce più un pericolo reale alla diffusione della fede cristiana. Il pericolo è altrove: nei mezzi moderni di incredulità con i loro pregiudizi e incomprensione verso il Cristianesimo, specialmente sotto il pretesto della scienza moderna.
Posizione dell’imperatore dopo il 1945
Terminata la guerra del Pacifico con la sconfitta del Giappone il 3 Novembre 1946 fu promulgata la nuova Costituzione che andó in vigore il 3 Maggio 1947.
Fin dall'inizio sono sorte controversie per l'abrogazione o
per la revisione di questa Costituzione. Che cosa è sbagliato nella nuova
Costituzione? Chi sono quelli che ne reclamano le revisione? La nuova
Costituzione proclama che "il potere risiede nel popolo" e
l'Imperatore è ora ridotto a un mero "simbolo dello Stato e dell'unità
del popolo" derivando la sua posizione dalla volontà, del popolo stesso…
Alcuni sono per l’abolizione del così detto "sistema imperiale" a
favore di un governo a forma repubblicana. Altri poi vogliono che l'Imperatore
torni ad essere "Capo dello Stato, per porre fine alla questione che egli
sia solo una persona decorativa. Eccettuata la vecchia generazione che, si può
dire è ancora attaccata al "vecchio sistema imperiale"
dell'anteguerra, i giovani sono apatici o anche allopatici alla questione. Da un
pubblico referendum indetto dal "Consiglio per la revisione della
Costituzione", nell'agosto del 1962, tra 15.775 cittadini di tutta la
Nazione, si ebbero i seguenti risultati: il 24% hanno ancora sentimenti di
ammirazione, venerazione e culto per l’imperatore; il 40% sentono solo
simpatia per lui; il 30% nè simpatia né antipatia; l’1% antipatia; il 5% non
sanno rispondere. Il 19% sta per la revisione della Costituzione e il
conferimento di una certa autorità all’imperatore; Il 24% sono contrari alla
revisione. Il 27% non sanno dare
una risposta. Il 36% desidera che si specifichi nella Costituzione che
l'Imperatore rappresenta il Giappone; il 20% è contro tale specificazione; il
21% non sa rispondere; Il 23%, sono indifferenti. Inoltre il 46% degli studenti
Universitari di Tokyo sono per la abolizione del "sistema
imperiale"ciò però non vuol dire che il pensiero degli studenti rispecchi
vedute sinistra, quasi che vedano nel "sistema imperiale" un nuovo
strumento di militarismo. Essi non hanno nessuna esperienza del passato governo
imperiale per giudicarlo odioso. Essi rifiutano piuttosto l'opinione comune alle
nuove generazioni; cioè che qualsiasi cosa del passato è cattiva, o anche
perchè essi sono convinti che il sistema democratico attuale giapponese non è
abbastanza sviluppato e vogliono togliere il "superfluo". La
maggioranza dei bambini poi non sanno chi è l'Imperatore e che cosa sia l'inno
nazionale. Per essi l'Imperatore è un "personaggio eminente" un
"uomo rico", "un
viaggiatore". Questa ultima espressione si riferisce ai
viaggi che l'Imperatore
compie per visitare Opere di carità, scuole ecc. o in
occasione di inaugurazione di opere pubbliche. L'inno nazionale, che in generale
viene cantata negli eventi sportivi, è divenuto per i bambini un canto
sportivo.
CONCLUSIONE
La maggioranza dei membri del "Consiglio per lo studio della Costituzione", il 20 Febbraio di quest'anno 1963, ha espresso il parere che l'Imperatore rimanga il "simbolo dello Stato secondo l'articolo 1 della Costituzione e che nessuna revisione perciò è necessaria a questo articolo; poiché come esso è stipulato nella Costituzione non vi è nessuna differenza basilare tra "simbolo" e "capo" di Stato"; e inoltre appare molto chiaro del detto articolo che l'Imperatore rappresenta il Giappone nelle relazioni con le Nazioni straniere. Un'altra ragione inoltre, secondo alcuni membri del Consiglio, per, cui non vi è bisogno di rivedere l’articolo 1 della costituzione, è che l’Imperatore ha realmente il carattere di "simbolo dello Stato e che il detto articolo mostra questa posizione storica e tradizionale molto bene.
Sia il referendum come il parere dei membri del "Consiglio per lo studio della Costituzione, ha rivelato che il pubblico giapponese sta diventando più cauto intorno all’idea di un cambiamento su l'attuale posizione dell'imperatore come "Simbolo dello Stato".