Il "Centro Santa Elisabetta d’Ungheria",
alla
"periferia" della "capitale" della Cambogia, Phnom Penh,
accoglie e si prende cura in particolare delle donne affette da
"neoplasie",
sostenendole nelle "terapie" e nella "degenza".
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A cura del
"Settore Progetti" dell'"Ufficio Aiuto Missioni" del
"Pime"
("Missionari del Pime",
Marzo 2010)
«Ieri sono andata a trovare in ospedale una donna, Suon Yi, di 45 anni,
"mastectomizzata" il giorno prima. Suon Yi era stata mandata da noi,
al "Centro Santa Elisabetta", dal
Dr. Gond, "ginecologo" che stimiamo tantissimo, che potrebbe lavorare
nell’ospedale dei "ricchi", ma decide di stare nella
"mediocrità" di quello dei più "poveri" (anche se,
come al solito, a pagamento) perché crede nella parità di diritto di cure per
tutti. E il Dr. Gond, quando trova un caso di donna curabile ma estremamente
"povera" (e che quindi sarebbe, ancora una volta, senza speranza), ci
chiama, perché possiamo prenderla in carico per seguirla nelle
"terapie".
Quando Suon Yi è arrivata da noi, alcuni mesi fa, era depressa, non faceva
altro che piangere… Le ho parlato anche molto duramente, cercando di farle
capire che da "fuori" si stava facendo il possibile, ma da
"dentro" lei non stava lottando, chiusa nella sua corazza di
"pessimismo".
Passano i mesi. Suon Yi pian piano si tranquillizza, diventa positiva e parla di
sé. E poi chiede un "Crocifisso" da mettere al collo, come il mio,
perché dice che Gesù la proteggerà. Io non le do il "Crocifisso".
Aspetto, non è un "porta-fortuna"! Poi me lo chiede più e più
volte, ed allora capisco che lo desidera veramente. Le spiego che non è quel
pezzetto di legno a fare la differenza, ma ciò che rappresenta, il Dio che è
"compagno" della nostra vita perché ci ama. Lei sorride e dice:
"Credo!". "A che cosa?", mi chiedo. Ma è una delle poche
volte che la vedo sorridere. Quindi cedo!
La Suon Yi che ho poi rincontrato all’ospedale era ancora diversa da quando l’ho
lasciata la settimana prima: era dolorante, sola. Ma quando mi ha visto, mi ha
detto serena: "Ora non ho più paura di morire. Quando arriverà l’esito
della ‘biopsia’ del ‘tumore al seno’, non nascondermi niente! Se avrò
poco da vivere, sono pronta a morire. Non ho paura, perché non mi sento più
sola. Ho te e gli altri del ‘Santa Elisabetta’, ma soprattutto ho Dio con
me. Quando starò meglio, mi procurerò una bicicletta e tutte le Domeniche
verrò in ‘Chiesa’, per sentire le cose su Dio, e pregare, anche se non
so pregare, perché tutto questo mi ha ridonato la vita!". Forse questo è
uno dei più bei regali del "prendersi cura": far comprendere a ognuno
la "vocazione" alla vita, e quindi la serenità anche nella
sofferenza!».
Paola, che ci ha raccontato questa
storia, è "infermiera" e
appartiene alla "Comunità Missionarie
Laiche" del "Pime".
E Suon Yi, la donna di cui ci ha parlato, è una delle tante ospitate e seguite
presso il "Centro d’Accoglienza
per Malati Santa Elisabetta d’Ungheria", dove Paola lavora. Siamo
nell’immediata "periferia" della "capitale" della Cambogia,
Phnom Penh, città che ha una
popolazione ufficiale di circa un milione e mezzo di abitanti. Nonostante la
situazione di relativa stabilità "politica" e "sociale", in
Cambogia pochissimo viene fatto per sviluppare "diagnosi" e
"terapie" corrette delle più comuni "patologie",
"educazione sanitaria" e controllo delle maggiori "malattie
infettive".
Da ormai circa tre anni, anche la "comunità cristiana" della "Parrocchia
Bambin Gesu", guidata da
Padre
Mario Ghezzi, ha deciso di impegnarsi più decisamente nella battaglia
in favore della vita piena, attraverso il "servizio" nel "Centro
Santa Elisabetta d’Ungheria". Questo "Centro" accoglie persone
malate da seguire in tutti gli aspetti, da quello contingente della malattia, a
quello "spirituale" e "psicologico". Con il passare del
tempo, si è poi sviluppato un ambito particolare: la cura per persone affette
da "neoplasie", in particolare donne, spesso giovani mamme. Purtroppo,
a causa della loro "povertà", queste malate non hanno potuto curarsi
(la cura per malattie "oncologiche" è troppo costosa) e, quando
giungono al "Centro", spesso la loro "patologia" è in
stadio ormai avanzato. Ma non si può restare indifferenti davanti al destino di
queste donne, dei loro figli che rimarranno "orfani", delle loro
famiglie.
È così che, nel collaborare con medici, sia "locali" che
"stranieri", molto coscienziosi e impegnati per il vero bene del
"popolo cambogiano", si è chiarita la nuova "vocazione" per
il "Centro Santa Elisabetta d’Ungheria": la prevenzione e cura di
"tumori" di carattere "ginecologico".