UN SALTO NEL PASSATO CHI È IL CATECHISTA?

Carissimi,

             nella mia attività di predicatore ambulante, salta di qui salta di là, ho finito col fare un salto nel passato, e precisamente un salto verso i durissimi inizi della presenza dei missionari del PIME nel Bengala Centrale, un secolo e mezzo fa.

 

            Mi sono trovato al Centro Catechetico di Jessore per due corsi di Esercizi Spirituali agli insegnanti cattolici della diocesi di Khulna. A Khulna c'è un vescovo nativo con una forte presenza di missionari Saveriani. I centri di missione sono stati costruiti con zelo e genialità: a Jessore, per esempio, oltre a chiesa e canonica, c'è una grande scuola tenuta dalle suore di Maria Bambina, un bell'ospedale e il Centro Catechetico, questi ultimi entrambi fondati e tenuti dai missionari Saveriani.

  

            Il fondatore del centro di missione di Jessore fu P. Antonio Mariettti, milanese di Milano, uno dei primi tre sacerdoti del PIME assegnati al Bengala Centrale nel lontano 1856. Marietti si era dunque stabilito in questa città e, se da una parte debole di salute dall'altra egli era di famiglia benestante e la famiglia lo aiutò a comperarsi un bel pezzo di terreno con una casa pronta ad essere abitata. In fondo al grande lotto c'è il cimitero dove c'è la sua tomba. Nel 1927 la missione fu affidata alle cure dei Salesiani e, dopo un 25ennio, a quelle dei Saveriani. Pure la sua memoria perdura: nella sacristia della chiesa c'è la sua immagine, un bel dipinto che riproduce una foto di lui, con la classica tonaca ambrosiana e gli altrettanto classici... cinque bottoni.

 

 

P. Luigi Pinos con i seminaristi del PIME a Pune; con lui P. Francesco Rapacioli (attualmente in Bangladesh) e P.Ferruccio Brambillasca   (attualmente in Giappone)

Ai tempi del Marietti i cristiani erano pochi, risicati e precari. Ciò era dovuto al peccato originale commesso alla conversione dei loro padri. Nella prima metà del secolo scorso nel Bengala c'era stata una grande carestia (il Bengala va soggetto a queste calamità: basti dire che nel 1942-43 in queste zone sono morti di fame ben tre milioni di individui). Ebbene durante la carestia di allora gli inglesi affidarono gli aiuti ai loro propri missionari Battisti ed Anglicani. Gli aiuti consistevano in sacchi di granoturco che venivano distribuiti da barconi risalenti i fiumi. Agli affamati veniva offerta la prospettiva di ricevere un sacco di granoturco a testa, a condizione che accettassero il battesimo per immersione. Gran parte della gente fu battezzata, ma, com'era da aspettarsi, passata la fame, ognuno ritornò alla fede di prima.

Non tutti però: una sparuta minoranza si appiccicò ai missionari cristiani. Questi fedeli comunque sapevano così poco delle cose cristiane da non riuscire a distinguere un missionario battista da un anglicano o da un cattolico, così che fra i missionari delle varie Chiese nacque un lungo stillicidio per il possesso dei fedeli. Questi poi, avendo avuto sentore di questa lotta, si fecero furbi e si diedero a mungere uno dopo l'altro tutti i missionari delle varie Chiese.

Fu in una simile situazione che, nel 1856, i nostri tre primi Padri arrivarono a Krishnagar, il punto centrale della misione. Essa era detta missione del Bengala Centrale per distinguerla da quella del Bengala Occidentale (Calcutta) e da quella del Bengala Orientale (Dhaka). Il suo territorio partiva dal Golfo del Bengala e arrivava fino all'Himalaya, comprendendo il Bhutan e l'immenso territorio nord-orientale dell'India, chiamato Assam.

A Krishnagar i nuovi arrivati avevano portato con sè una lista di 50 famiglie cattoliche, ma ebbero l'amara sorpresa di trovarne solo cinque. Cos'era successo? Il compilatore della lista era un missionario Carmelitano spagnolo, il quale di amarezze ne aveva sorbite molte. Egli curava il piccolo gregge di Krishnagar visitandolo periodicamente da Calcutta. Era ottimista ed aveva provveduto a costruirvi una chiesa. A seconda che la costruzione progrediva egli passava il denaro all'appaltatore (un furbissimo Hindu) senza mai farsi dare le ricevute. Finito però il lavoro l'imbroglione presentò il conto della spesa totale. La somma non fu pagata e ne venne un processo in corte debitamente vinto dall'imbroglione: la nuova chiesa non venne mai in possesso della missione. L'amarezza del Carmelitano fu tale che non volle più mettere piede in Krishnagar, col risultato che, per 14 anni, la piccola comunità cattolica non vide una sola volta la faccia di un prete. Ecco come, quando i Padri milanesi arrivarono, trovarono solo i frammenti: la gran parte della comunità era stata trafugata dalle altre Chiese.
I tre primi missionari si separarono e andarono a risiedere in tre luoghi diversi. In fondo al cuore di tutti e tre c'era il desiderio non tanto di rubacchiare i cristiani deboli delle altre Chiese, ma di farsene di nuovi, genuini e tanti. A P. Marietti, come centro di attività, toccò Jessore e si diede subito al lavoro di conversioni. Il primo tentativo porta il lungo nome di Jogodanondokati: nonostante le speranze, i risultati furono deludenti. Il secondo invece porta il nome di Malgaji, molto al sud, ai bordi di quella grande foresta acquitrinosa dove regna sovrana la tigre del Bengala.

A Malgaji si formò una bella comunità di fedeli e P. Marietti provvide a comperarvi un piccolo terreno e a costruirvi una chiesa in muratura. Ma anche qui non mancò una tremenda ragione di amarezza: durante un brutto ciclone i fedeli di Malgaji si rifugiarono nella nuova struttura, la quale però crollò su di essi facendo una 40ina di vittime. La comunità sopravvisse e nella zona oggi c'è un centro di missione che però porta il nome di Selabunia. Il villaggio di Malgaji si trova sulla riva orientale di un grande spazio acquoso, formato dall'incontro di tre fiumi. Sulla riva occidentale invece si trova Selabunia, la quale fu scelta come centro di missione quando lo stato del Bangladesh decise di costruire sulla stessa sponda di Selabunia un grande porto fluviale.

Feci poi visita alla grande missione di Bhoborpara, oggi un grosso paesotto cristiano, ma 150 anni fa un piccolo villaggio di contadini e pescatori. A Bhoborpara i primi Padri riuscirono ad avere i tanto desiderati convertiti, nuovi e genuini. Ed ecco come.

P. Luigi Brioschi, nel 1859, era stato stazionato a Phulbari, a 30 km da Krishnagar. Egli si comperò un lotto di terreno, vi costruì una casetta di paglia e, come metodo per fare contatto con gli abitanti del posto, si diede a condurre una vita di preghiera e di ascetismo. Passarono però tre anni senza che alcuno mai facesse contatto con lui od accettasse il suo saluto. Sembrava un'intrappresa destinata al fallimento, senonché un giorno, davanti alla sua capanna, si presentò un gruppo di uomini. Gli dissero: "Sahib, cosa fai qui? Non vedi che qui nessuno ti vuole? Perché non vieni a vivere nel nostro villaggio?"- "E voi di dove siete?"- "Siamo di Bhoborpara!". Così fu che, lì su due piedi, P. Brioschi lasciò Phulbari e andò con loro a Bhoborpara, 10-12 km ad oriente.

I visitatori erano Musulmani e, incredibilmente, entro pochi mesi, un primo gruppo di essi si fece battezzare. P. Brioschi visse a Bhoborpara per tre anni ed ebbe la consolazione di vedere quella cominità crescere e rinforzarsi. Poi si ammalò e, visto che si aggravava, i villeggiani fecero il tentativo di portarlo a Krishnagar per migliori cure. Non ce la fecero, morì durante il trasporto, morì proprio a Phulbari e fu sepolto nel lotto che egli stesso aveva comperato. Il grano caduto nella terra comunque germogliò oltre un secolo più tardi: anche sul lotto di Phulbari i missionari hanno eretto un centro di missione, tuttora fiorente.

E che ne fu di Bhoborpara? Essa non si estinse, anzi: altri grandi misionari vennero a prendere il posto del P. Brioschi ed essa è oggi la missione più numerosa della diocesi (oltre 5000 cattolici), con un centro dotato delle classiche strutture dei centri di missione ed una chiesa che ti fa ricordare la chiesa prepositurale di Lissone.

I cattolici di Bhoborpara sono fortemente attaccati alla loro fede, anche se il cognome che essi portano ricorda il passato islamico dei loro padri.

Una nota incidentale: ultimamente un ragazzo di Bhoborpara era entrato in seminario, ma dopo qualche tempo, incontrando uno dei nostri Padri, gli disse che il suo desiderio era sì d'esser prete, però fra i missionari del PIME. Egli è tuttora in seminario, ma lo è come seminarista del PIME. Non si chiama Luigi come il P. Brioschi, si chiama Antonio, però non ho dubbio che egli è un regalo di quel santo confratello che per primo ha dissodato con tanti sacrifici quella parte della vigna del Signore e vi morì a soli 37 anni.

Ho visitato a Simulia la tomba del P. Giovanni Nava, bergamasco di Colognola al Piano. Egli si dedicò fino alla morte al benessere spirituale e materiale dei Paria numerosissimi in quel circondario e lo fece con ottimi risultati. I Paria, si sa, accettano volentieri il battesimo, quanto poi a cristianizzarsi per davvero ... bisogna aver pazienza. E la pazienza a P. Nava non mancava. Egli è stato sepolto in chiesa forse anche perché aveva fama d'essere un santo che fa miracoli: le sue benedizioni facevano guarire i malati, mentre le sue arrabbiature portavano poco di buono ai cattivoni.
Termino questo carosello ricordando il veneziano P. Jacopo Broy. Dopo qualche tempo dal suo arrivo egli accettò di fare il pioniere nell'immenso territorio dell'Assam. In quel territorio ci sono oggi sette Stati dell'Unione Indiana ed altrettante diocesi cattoliche. Egli si prese cura di quella sterminata zona per ben 18 anni (fino cioè all'arrivo dei Salvatoriani tedeschi). Era praticamente sempre in viaggio per visitare i pochi fedeli immigrativi o convertitivi. Una sola volta fece un viaggio fino a Krishnagar per confessarsi: detto viaggio andata e ritorno durò tre mesi e gli costò 600 rupie, un piccolo patrimonio. Quella fu la sua unica confessione in 18 anni: egli era venuto nella persuasione che, visto e considerato tutto, era meglio ... mantenersi confessati.

Se questi nostri antichi confratelli venissero oggi a visitare il loro campo di lavoro, cosa troverebbero? Troverebbero di che rallegrarsi: oltre alle sette diocesi dell'Assam, nel Bengala Centrale propriamente detto troverebbero altre sei diocesi, tre in India e tre in Bangladesh. Fra queste tre ultime, all'estremo sud, c'è appunto la diocesi di Khulna, 26.000 cattolici, 25 missionari Saveriani e 21 preti nativi.

Cari amici, come vedete, nonostante l'età sono arrivato anch'io al computer. Ciò renderà più facile a voi leggermi. L'importante è che le cose che vi racconto siano cose valide. 

P. Luigi Pinos