CIMI
 FORUM CIMI 1999  
Forum Istituti Missionari  FORUM CIMI 2005
4-8 febbraio 2002 - Ariccia (Roma)

INSIEME PRENDERE IL LARGO
Gli Istituti Missionari oggi in Italia: tra memoria e realtà

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Presentazione (p. Gottardo Pasqualetti)

Parte prima RELAZIONI

Dal precedente Forum ad oggi: sviluppi e interrogativi (p. Marcello Storgato)
Gli Istituti Missionari in Italia: radiografia di una presenza (Francesco Grasselli)
Far ripartire la missione nel crocevia contemporaneo: contesti, sfide, opportunità (p. Bartolomeo Sorge S.I.)


Il libro della missione: lo apriamo per convertirci (sr. Elisa Kidanè)
Avvenire della missione: integrazione fra il religioso e il sociale (p. Francesco Piedi)
Quale presenza degli Istituti Missionari nell'impegno pastorale della Chiesa italiana per il prossimo decennio? (mons. Luigi Bressan)
Per un progetto degli Istituti Missionari in Italia (p. Gabriele Ferrari)

Parte seconda LABORATORI
1. Specificità dell' animazione missionaria
2. Responsabilità vocazionale
3. Missione e comunicazione
4. Dinamiche e strumenti di comunione
5. Qualità della vita spirituale

PROPOSITIONES

APPENDICI
Comunicato stampa

 

PRESENTAZIONE

"Essere comunione" è segno che il regno di Dio è presente nel mondo. La missione, che si mette a servizio della sua progressiva realizzazione, non può essere disgiunta dalla capacità di vivere e operare nella comunione. Questa è una forte istanza rimbalzata con varie modulazioni nel secondo Forum degli Istituti che si riconoscono per la dedizione alla missione ad gentes, ad extra e ad vitam, svoltosi ad Ariccia all'inizio di febbraio del 2002. Questa esigenza di comunione rientra tra le motivazioni che hanno dato vita a questo periodico incontro degli Istituti Missionari presenti in Italia, ed è stata ribadita in modo prepotente già alla sua prima esperienza nel 1999, sempre ad Ariccia. Anzi, dal primo Forum è stata acquisita la parola insieme, che caratterizza il tema, il clima, le relazioni e le riflessioni del secondo, che ha come titolo Insieme prendere il largo. Tra memoria e realtà. Esso ha riunito circa 150 persone: superiori, animatori, formatori, direttori o redattori delle riviste, rappresentanti delle Direzioni Generali.
Dando spazio anzitutto alla memoria del cammino compiuto, ha inteso verificare soprattutto l'attuazione concreta dell'istanza di comunione, che non si limita alla vita interna dei singoli Istituti. Si concretizza nella sinergica collaborazione vicendevole, che ha già prodotto iniziative comuni e organismi di comunione tra superiori (CIMI), animatori (SUAM),Jonnatori, nel campo editoriale (EMI), nell'ambito della riflessione teologica (rivista «Ad gentes») e della comunicazione (MiSNA e FeSMI). Il Forum stesso, organizzato da CIMI, SUAM e EMI, ne è un'espressione. Tuttavia, sul piano operativo rimane molto cammino da percorrere, con "appuntamenti periodici e iniziative comuni". Non soltanto per unire e rendere più efficaci le forze operanti per la missione, ma per fare testimonianza di comunione nelle scelte, nei progetti, nel lavoro. Atteggiamento che si allarga alla collaborazione con gli organismi ecclesiali e anche con quelli che si definiscono" laici ", ma si ritrovano negli ideali di interculturalità, giustizia e pace, solidarietà con i popoli del mondo. Pure gli Orientamenti dei vescovi italiani per questo primo decennio del 2000 evidenziano la necessità di mettersi "in ascolto della cultura del nostro tempo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza" (1). Questa attenzione missionaria si estende alle sfide poste dalla situazione mondiale, per far ripartire la missione proprio da quegli aspetti che presentano lati negativi e, quindi, maggiormente bisognosi di evangelizzazione: la secolarizzazione, la crisi di valori, la globalizzazione (cfr., in questo volume, la relazione di p. B. Sorge).
Così, il primo Forum intese confrontarsi con il Convegno missionario nazionale di Bellaria, riaffermando che il "fuoco della missione" per gli Istituti Missionari si manifesta nell'apertura universale, avendo sempre "come orizzonte il mondo" (2). La nuova edizione del Forum si è riferita al motto programmatico proposto dal Papa all'inizio del terzo millennio, con l'intento di cogliere cosa in concreto egli richiede agli Istituti Missionari. In estrema sintesi, propone due aspetti strettamente e necessariamente tra loro collegati: una "nuova missionarietà, fiduciosa, intraprendente, creativa" (NMI 40-41), che esprima" lo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora" (58). Cioè, non soltanto "andare allargo", ad extra diremmo noi, ma "andare in profondità" nel compiere la missione e, prima ancora, nel farla scaturire da santità e testimonianza di vita. Su questa linea, il secondo Forum si è concentrato su due fondamentali direttrici.
Anzitutto sull'analisi della realtà, che forse per la prima volta ha valutato con sincerità la consistenza numerica e qualitativa dei membri degli Istituti Missionari in Italia, la loro presenza al nord, al centro e al sud, il rapporto tra forze attive nell'animazione missionaria e in altri impegni "generici", tra anziani e giovani, tra italiani e missionari provenienti da altri paesi, tra perdite e incremento di vocazioni. Ne derivano indicazioni preziose per le scelte, la revisione delle strutture e della loro gestione, la valorizzazione delle energie, il ricorso all'apporto dei laici come veri operatori di missione. Preoccupante per il futuro della missione è il forte calo di nuove vocazioni.
Gli Istituti Missionari devono fare i conti con la loro "debolezza ", che corrisponde alla evoluzione sociale e religiosa dell'Italia. Essa limita le possibilità di intervento, restringe il campo di azione. Ciononostante, una comunità missionaria non può passare inosservata se vive veramente secondo il suo fine specifico. Di qui il ripetuto invito a "non svendersi" con la dispersione in attività di supplenza che annacquano l'identità e abbassano il tono della "radicalità ", che sempre ha contraddistinto l'impegno per la missione. "Occorre anzitutto è stato detto - recuperare la nostra identità, in tutta la sua verità e nella convinzione che essa non è 'negoziabile', non dobbiamo svenderla neppure per essere significativi nell'ambiente italiano. Non possiamo cambiare la natura della nostra vocazione per il fatto che ci troviamo in una situazione diversa dalla missione direttamente
ad gentes. Dobbiamo invece ostinatamente continuare a considerare la nostra vocazione come il criterio delle nostre scelte concrete ovunque, sia in missione che qui in Italia, sia in rapporto alla Chiesa che al mondo secolare, alla realtà sociale, politica ed economica" (p. G. Ferrari).
Ne è venuto lo stimolo alla lettura della propria vita e di quella delle comunità per discernere quanto la missione ha toccato e cambiato i missionari, in quale misura si è discepoli, prima che agenti della missione. E il Forum "ha fortemente ribadito la necessità di essere persone e soprattutto comunità di forte proposta evangelica, che vivono e testimoniano la radicalità della missione, nella comunione, nello stile di vita, nell'essere eco delle realtà del mondo in modo positivo e critico quando non corrispondano ai valori del Regno" (3).
La seconda direttrice fondamentale cui il Forum ha rivolto la sua attenzione è quella imperniata sulla presenza, che deve essere chiaramente e specificamente missionaria, sempre e ovunque, pure in Italia. Lo auspica vivamente la stessa Chiesa italiana, che chiede agli Istituti Missionari di essere "strumento e memoria della missione" e, quindi, di "saper assolutamente rimanere se stessi, fedeli all'azione missionaria ad gentes e ad vitam. È questa la perenne forza attrattiva e di immagine che nessuno potrà togliere alla missione e ai suoi operatori" (4).
Ciò richiede di puntare sulla qualità della presenza degli Istituti Missionari in Italia. Deve rivelare un modo di pensare, agire, parlare che sia sempre da missionari ad gentes; mostri capacità di profezia, anche andando controcorrente; sia unforte richiamo all'urgenza e al primato dell' evangelizzazione; si faccia voce di quella maggioranza della popolazione mondiale che non fa notizia, non è ascoltata nei suoi diritti, nelle sue giuste rivendicazioni, nelle sue povertà. Non basta la parola: eloquente e provocatoria è la vita!
La Chiesa italiana nei suoi Orientamenti pastorali per questo decennio si propone di guardare alla missione
ad gentes, per dare alla pastorale locale un respiro universale e attingere" lo spirito apostolico, 1'entusiasmo evangelico, la tenacia e la testimonianza fino al martirio che caratterizza la vita dei missionari, e rivitalizzare il cammino delle comunità cristiane". Lo si deve vedere negli Istituti Missionari presenti e operanti in Italia, nella loro fedeltà al carisma della missione ad gentes, nello sforzo di inculturazione in un contesto mutato, nella comprensione della realtà culturale e sociale, con attenzione ai grandi problemi del mondo, amore per la Chiesa e la gente tra cui si è inseriti, preferenza per i poveri e i lontani, disponibilità al servizio e al dialogo, rispetto per tutti.
Questi punti, fortemente ribaditi dal Forum per la vitalità e il significato degli Istituti Missionari, meritano di essere divulgati a una cerchia più vasta dei partecipanti. La pubblicazione degli Atti aiuta a sostare più a lungo e a riflettere su quanto è stato analizzato, detto e proposto. L'auspicio è che essi, assieme alle proposizioni finali, che segnano il percorso comune degli Istituti Missionari per i prossimi anni, siano uno stimolo a incamminarsi sulla strada prospettata.
"Dobbiamo impegnarci ogni giorno di più perché le nostre comunità in Italia riacquistino sapore profetico, fede radicale, esperienza di Dio, qualità evangelica, sequela radicale. Nel libro della missione ci sono parole fondamentali che dobbiamo recuperare: entusiasmo, passione, gioia, fermezza. Devono assolutamente sostituire parole come negatività, stanchezza
[...] Curiamo la qualità delle nostre comunità, del nostro istituto [...] Non permettiamo di conformarci alle regole della società, tanto da riuscire a fare 1'antimiracolo di trasformare il vino in acqua" (sr. Elisa Kidanè).

Occorre riflettere, impegnarsi a "essere se stessi", camminare e agire insieme.

P. GOTTARDO PASQUALETTI, IMC
Presidente CIMI

[1] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Roma, 2001, n. 34. 
[2] Cfr. Come orizzonte il mondo. Gli Istituti Missionari oggi in Italia: tra sfide e comunione, EMI, Bologna 1999.
[3] Propositiones, Introduzione.
[4] Lettera pastorale L'amore di Cristo ci sospinge (Pasqua 1999), n. 2c.

 

PARTE PRIMA
RELAZIONI
Dal precedente Forum ad oggi: sviluppi e interrogativi 
Gli Istituti missionari in Italia: radiografia di una presenza
Far ripartire la missione nel crocevia contemporaneo: contesti, sfide, opportunità
Il libro della missione: lo apriamo per convertirci
Avvenire della missione: integrazione fra il religioso e il sociale
Quale presenza degli Istituti missionari nell'impegno pastorale della Chiesa italiana per il prossimo decennio?
Per un progetto degli Istituti missionari in Italia

 

DAL PRECEDENTE FORUM AD OGGI: 
SVILUPPI E INTERROGATIVI

di p. Marcello Storgato

A me spetta il compito della "memoria": promuovere una lettura critica di questi ultimi tre anni di lavoro (1999-2002), recuperando la memoria ideale espressa nel precedente Forum.

Premessa

Il Forum 1 si era svolto ad Ariccia, dal 3 al 6 febbraio 1999 (nel secolo scorso!). Il tema conduttore era: Come orizzonte il mondo. Gli Istituti Missionari oggi in Italia: tra sfide e comunione.
Anche allora, l'obiettivo era quello di "promuovere una lettura critica" di un altro convegno, il Convegno missionario nazionale di Bellaria, svolto si appena qualche mese prima (10-13 settembre 1998), sul tema Il fuoco della missione.
(Confermiamo così la tendenza stabile a procedere da convegno a convegno, rileggendo e commentando quello svolto prima, nella prospettiva di svolgerne un altro poco dopo...).
Convegni e forum sono opportunità per ritrovarci, riflettere, fare il punto, riprendere il cammino, magari correggendo il tiro dove occorre e riprendendo slancio e fiducia.
Dunque, dopo aver ricordato i punti essenziali del Forum 1, tenterò una lettura critica tenendo presente proprio il lavoro svolto in questo intenso periodo di tre anni.

Memoria ideale del Forum 1

Gli istituti missionari hanno precisato alcuni obiettivi e messo a punto alcune proposte per esprimere più congiuntamente la comunione, la collaborazione, la progettualità della missione ad gentes in Italia (1).

I contenuti

Per quanto riguarda i contenuti, riporto la sintesi di padre Gottardo Pasqualetti:

La riflessione si è snodata in tre blocchi:- il primo ha considerato il contesto in cui gli Istituti sono chiamati a operare: la Chiesa italiana [...] e la cultura del post-modemo [...];
- il secondo si è rivolto all'animazione missionaria [...] e vocazionale [...];
- il terzo si è soffermato sulla collaborazione tra i missionari in Italia e all'estero [...] e sugli organismi e le strutture di animazione in Italia" (2).

Le peculiarità

È stata la prima esperienza di comunione e di confronto tra gli istituti esclusivamente missionari, maschili e femminili, ad alto profilo. Ha riunito insieme le direzioni degli istituti in Italia (CIMI), i rappresentanti delle direzioni generali, le animatrici e gli animatori missionari e vocazionali, i formatori e i coordinatori di comunità, gli operatori dei media missionari, i rappresentanti della Chiesa missionaria in Italia.

A detta di tutti, la comunione è stata profonda e arricchente; la riflessione è stata ampia e articolata.

Una dichiarazione di intenti

Gli istituti missionari vogliono collocarsi "dentro" il cammino missionario della Chiesa italiana, per dare il loro specifico contributo di testimonianza e di azione, secondo le seguenti modalità:

- aiutando l'effettiva apertura di tutte le comunità cristiane (diocesi e parrocchie) alla missione ad gentes;
- coordinando si con le altre forze missionarie che operano in
Italia;
- nel rispetto del proprio carisma.

Modalità di presenza

Gli istituti si propongono una scelta di stile qualificato e coerente (in Italia come nelle missioni), cioè:

- Missione nella debolezza: sì alla Parola, allo Spirito, alle frontiere, alle periferie, alla precarietà; no a sicurezze, strutture, potere, prestigio.
- Missione nella povertà: riesame di opere e strutture; ridistribuzione delle comunità missionarie; vicinanza, attenzione, preferenza per i poveri.
- Missione nel martirio: serietà, radicalità, carità, dono della vita,
continuità di donazione.

Carisma "non negoziabile"

Il servizio fondamentale degli istituti missionari è e rimane questo: 
- andare alle genti, segno e strumento di una Chiesa "tutta inviata"; 
- per tutta la vita, espressione di durata nel tempo e di totalità di donazione.
Il servizio e il carisma si esprimono senza dubbio anche nella presenza di missionarie e missionari in Italia. Non siamo qui tra parentesi, per vacanza, in attesa, in mobilità (neppure quando costretti all'immobilità da malattia o vecchiaia). Siamo qui perché"mandati", cioè "consegnati", principalmente per rendere missio
naria tutta la Chiesa italiana, con l'animazione e la formazione; suscitare ed accogliere vocazioni missionarie specifiche; essere voce dei popoli e dei bisogni spirituali e materiali dell'umanità.
Il mandato missionario richiede da parte nostra un grande sforzo di re-incarnazione, di reinculturazione in Italia, per non rimanere estranei alla società e alla Chiesa italiane. È un continuo e doloroso processo di "espianto- impianto", tipico della missione, che mai ci permette di installarci in una fissa dimora né di creare un habitat nostro. "Il disagio dei missionari in Italia non è dovuto solo a difficoltà di reinserimento, ma è in qualche modo costituzionale".
Da questa convinzione si è fatta strada una nuova esigenza: non basta "raccontare la missione"; è meglio farla sperimentare. Anche in Italia, missionarie e missionari devono riuscire ad esprimere più chiaramente il loro essere mandati ad gentes, sempre e dovunque, ad vitam. Dovremmo riuscire - non solo con prediche e critiche, ma con un maggiore buon esempio - ad aiutare la Chiesa locale a "ritrovare la vocazione all'annuncio per 1'80% della popolazione italiana che nel Vangelo non si riconosce più", e a ritornare all'essenzialità del primo annuncio. Il che richiederebbe anche a noi una "conversione da una presenza di animazione ad una presenza di testimonianza": da maestri a testimoni, appunto.
(N.B. Per onestà, devo ricordare che "questo argomento è stato affrontato [...] ma non risolto" (3).
Gli istituti missionari nutrono anche un altro sogno: quello di inviare in Italia, in un prossimo futuro, missionarie e missionari di altre nazioni, non solo per impegni di animazione missionaria vocazionale e di formazione, ma anche per una vera e propria missione ad gentes, ad extra.

Rapporto con la Chiesa locale

Le missionarie e i missionari, e i loro istituti, sono e si sentono fortemente legati e riconoscenti alle loro Chiese di origine. Punto e a capo! Intendono e vogliono perciò

Camminare "come Chiesa":
- partecipando attivamente e responsabilmente al servizio dell'unica missione;
- esaltando il proprio carisma (non come chiusura e isolamento,
ma) come contributo all'arricchimento reciproco.
Ai problemi si fa fronte con risposte e prospettive operative.

I problemi

a) Una certa difficoltà di intesa tra istituti missionari e Chiese locali in Italia: questa va analizzata nelle sue radici storiche e teologiche, e va superata con decisione.
b) Impoverimento del livello teologico degli istituti (trasferimento degli studentati).

Le esigenze

a) Chiarire teologicamente il rapporto tra Chiese locali e la missione ad gentes (teologia della missione), da parte sia degli istituti sia della Chiesa locale.
N.B. Costituire un istituto teologico intercongregazionale interculturale, un centro studi e spiritualità della missione?
b) Chiarire teologicamente il rapporto tra vocazione missionaria comune e vocazione specifica del carisma missionario.
N.B. La vocazione missionaria, "ad gentes, ad vitam, ad extra ", deve essere proposta con forza anche oggi, con metodi rinnovati e rispondenti alla teologia della missione e alle situazioni culturali attuali. .
c) Il "progetto culturale" sia caratterizzato all'universalità della
missione e del Regno.
N.B. Gli istituti missionari diano il loro apporto specifico in tal senso.

Le prospettive operative

a) Crescita del ruolo della CIMI: una "direzione collegiale", almeno per alcune scelte, iniziative, strutture, aprirebbe nuove prospettive.
b) Piano nazionale di presenze missionarie: verificarne consistenza e tessuto operativo renderebbe più visibile e credibile il servizio degli istituti.
c) Dialogo con i laici: definire meglio il ruolo dellaicato missionario; valorizzare maggiormente i rapporti tra laici credenti e non credenti.

Parole chiave

INSIEME, DIALOGO, COLLABORAZIONE, CONCERTAZIONE. 
L'INSIEME è stato disegnato in cerchi concentrici: - dentro ciascun istituto;
- tra i diversi istituti;
- con la Chiesa italiana;
- con altre espressioni missionarie;
- con i laici nella loro globalità;
- con gruppi impegnati non ecclesiali;
- con il mondo dell'indifferenza e del frammento.

Proposte operative (4)

La prospettiva in cui vengono collocate le proposte operative è la seguente: "portare un contributo specifico di testimonianza e di servizio alla missione ad gentes, dentro il cammino della Chiesa italiana" .
C'è convinzione "di non ritorno": "il carisma e il mandato missionario ad gentes, ad extra, ad vitam degli Istituti missionari sono doni che lo Spirito offre alla Chiesa per l'evangelizzazione del mondo".
Ecco in sintesi le proposte:
1. Continuare il discernimento per definire meglio identità e ruolo da svolgere nel contesto italiano e in comunione con la Chiesa locale.
2. Nell'animazione missionaria e vocazionale, in tempo di cultura post-moderna, comunicare il Vangelo e fare opera di discernimento prestando attenzione ai frammenti, intensificando la guida spirituale, il dialogo, la testimonianza.
3. Assumere nelle comunità missionarie, e proporre nell'animazione, i nuovi stili di vita.
4. Oltre alI'AMeV e alla formazione, promuovere alcune esperienze di evangelizzazione tipiche del carisma ad gentes, che siano di ispirazione appunto nell'animazione missionaria, nella proposta vocazionale, nella formazione.
5. Rendere maggiormente operativi comunione e coordinamento tra istituti in Italia:
5.1. rafforzare il ruolo degli organismi e delle strutture di cooperazione esistenti (CIMI, SUAM, SERMIS, FeSMI, ecc.);
5.2. organizzare incontri di formazione, condivisione, riflessione,
preghiera nonché progetti unitari a livello locale, zonale, regionale;
5.3. intensificare il raccordo con le strutture della Chiesa locale
per l'animazione e la cooperazione missionaria;
5.4. valorizzare la competenza del laicato nei settori di giustizia,
pace, sviluppo solidale;
5.5. ridefinire la mappa delle comunità ed attività degli istituti
sul territorio nazionale.
6. Approfondire teologia e prassi della missione (centro studi,
spiritualità) e partecipare alla ricerca teologica.
7. Potenziare il settore dei mass media e dei collegamenti internet.
8. Responsabilità di CIMI e SUAM per la diffusione e l' attuazione delle proposte operative.

 

Tre anni di lavoro: sviluppi e difficoltà

Cosa è avvenuto nei tre anni passati? - nel mondo
- nel mondo missionario
- in Italia .
- nella Chiesa italiana
- negli istituti missionari in Italia.

Tre anni nel mondo

Ricordiamo alcuni eventi importanti, in Occidente e nel mondo. - Le guerre di "intervento umanitario" nei Balcani e nel Kosovo; la "rifondazione" della NATO; il progetto di difesa europea nel quadro UEO; l'avvio di stesura della Costituzione europea; l'introduzione della moneta unica europea.
- Il 50° anniversario della Carta dell'ONU e dei trattati internazionali: grande occasione di memoria, di richiamo, di valutazione, di rilancio nei mass media, nei gruppi impegnati della società civile, nelle scuole.
- La campagna civico-sociale "Cancella il debito", in tutte le sue
ramificazioni globali, continentali, nazionali.
- Il movimento per la riforma della Banca Mondiale e del Fondo
monetario internazionale...
- L'istituzione delle Corti internazionali per i crimini contro l'umanità e della Corte internazionale di giustizia; il processo internazionale a Pinochet...
- Il movimento dei No Global: da Seattle a Davos al G8; il primo e il secondo forum sociale di Porto Alegre; mobilitazione per la "Tobin tax" nel mondo occidentale; movimento Attac in Europa...
- Il Millennium Summit; il World Forum of Religions for Peace: nuova presa di coscienza dei problemi planetari; nuovo impegno per eliminare le povertà...
- L' 11 settembre a New York e a Washington; la guerra sull' Afghanistan "contro il terrorismo" e le nuove alleanze strategico-finanziarie; la catalizzazione dei blocchi Occidente-Islam; l'implosione del "fai da te" per la giustizia; l'oblio dell' Africa e dell' America Latina...

Tre anni nel mondo missionario

- Situazioni di emergenza e di violenza: il fronte della violenza e i focolai di conflitto si sono allargati a macchia d'olio, in varie regioni dell' Africa, dell' Asia e dell' America Latina, coinvolgendo e condizionando molte popolazioni e i missionari.
- La testimonianza del martirio: la missione è stata fortemente segnata dalla croce, con frequenti e drammatici sequestri ed uccisioni, accomunando numerosi missionari e missionarie alla sorte di intere popolazioni (solo nel 2001 sono stati 33 i missionari uccisi) .
- La missione della speranza: il rischio della sicurezza fisica e il logorio psichico non hanno interrotto il servizio e l'impegno missionario; nel mezzo di situazioni disperate, illaicato ha spesso assunto ruoli inediti e coraggiosi nell'evangelizzazione; i media missionari sono stati incisivi nell'informazione, nell'analisi dei fenomeni, nella denuncia; si sono accresciuti la solidarietà, l'attenzione, l'apprezzamento.
- La crescita nelle società civili dei movimenti di "pace e giustizia", di "verità e riconciliazione", nei paesi martoriati da conflitti e soprusi interminabili.
- Coordinamento in tempo di crisi: vari istituti missionari hanno rafforzato iniziative di contatto e coordinamento per fronteggiare insieme gravi situazioni di crisi prolungate (purtroppo, dopo l' emergenza, anche il coordinamento si allenta o si interrompe del tutto).

Tre anni nella Chiesa universale

- Il completamento del ciclo dei sinodi straordinari continentali dei vescovi; i significativi viaggi pastorali del Papa; l'anniversario dei tre documenti missionari della Chiesa (AG, 1965; EN, 1975; RMi, 1990).
- Le lettere apostoliche Novo Millennio Adveniente e Novo Millennio Ineunte; l'evento missionario del Giubileo; i grandi segni del perdono, del dialogo, della riconciliazione, fino al recente evento della preghiera interreligiosa ad Assisi (25 gennaio 2002).
- Il costante richiamo e la vigile attenzione agli ambiti dei diritti umani, della giustizia e pace, del disarmo, della globalizzazione solidale, del rispetto del creato...

Tre anni nella Chiesa italiana

- Dopo il Convegno ecclesiale di Palermo (20-24 novembre 1995) e l'assunzione dell'invito del Papa al "tempo della missione" (5), il Convegno missionario nazionale di Bellaria intitolato Il fuoco della missione (10-13 settembre 1998) e la pubblicazione della Lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario L'amore di Cristo ci sospinge (1999), segnano un grande passo avanti nella presa di coscienza missionaria della Chiesa italiana.
- Il Giubileo del 2000, anche per la Chiesa italiana, è stato un tempo di forte richiamo al rinnovamento spirituale e di grande impegno nella giustizia solidale, in particolare con il Seminario di studio sulla Campagna ecclesiale per la riduzione del debito estero dei paesi poveri. Tutte le diocesi vi sono state coinvolte e vi hanno partecipato con entusiasmo; le iniziative si sono moltiplicate, con notevole creatività ed efficacia pastorale.
- Gli Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per il primo decennio del 2000 intendono far convergere la riflessione e l'azione della Chiesa italiana sull' obiettivo comune: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Tale obiettivo include la prospettiva della missione e ne privilegia il compito, offrendo indicazioni circa la conversione pastorale richiesta dalla chiamata a servire nel modo più adeguato, con fiducia e senza paura, l'annuncio del Vangelo oggi (cfr. la Presentazione del cardo Ruini).
Il documento riprende e rilancia le due intuizioni/esigenze emerse da Palermo e Bellaria: la conversione pastorale e il discernimento comunitario (6).
- L'Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese ha svolto un ruolo attento ed attivo. Oltre alla partecipazione a tutti gli eventi importanti in preparazione e nella celebrazione del Giubileo, oltre all'impegno nelle campagne sul debito estero e nella campagna "Chiama l'Africa", ha organizzato momenti significativi di riflessione sulla missione, tra cui: il Simposio internazionale di Malta Istanze missionarie nel bacino del Mediterraneo (La Valletta, 25-28 giugno 2001); i convegni nazionali dei direttori CDM (il 30 Convegno si è svolto a S. Giovanni Rotondo, 4-7 settembre 2001); la programmazione della Pastorale missionaria nel decennio 2001-2010.

Tre anni negli Istituti missionari in Italia

Gli istituti missionari in Italia hanno costituito un organismo permanente di consultazione e collaborazione, la Conferenza degli Istituti Missionari in Italia (CIMI). Organismi operativi della CIMI o con questa collegati per le varie attività missionarie in Italia sono:
- SUAM (Segretariato Unitario di Animazione Missionaria), per
l'animazione missionaria;
- SERMIS-EMI (Editrice Missionaria Italiana), per l'editoria,
gli audiovisivi e la diffusione;
- FeSMI (Federazione Stampa Missionaria), per le riviste e la
stampa;
- Segretariato Formatori, per la formazione dei missionari/missionarie ad gentes;
- «Ad Gentes», rivista di teologia della missione;
- MiSNA (Missionary Service News Agency), per l'informazione dal mondo missionario.
Una delle proposte operative scaturite dal Forum 1 riguardava il maggiore coordinamento tra gli istituti nel loro servizio missionario in Italia. Si richiedeva che gli organismi di coordinamento rafforzassero il proprio ruolo e si collegassero maggiormente tra loro. Si chiedeva ai responsabili di favorire una maggiore comune informazione, condivisione, riflessione, preghiera, coordinamento zonale e regionale, fino ad arrivare, dove possibile, alla formulazione di progetti unitari. Per la CIMI, in particolare, si auspicava una crescita di ruolo in una prospettiva di "direzione collegiale" degli istituti missionari almeno per alcune scelte essenziali e iniziative comuni (7).
La CIMI ha svolto un ruolo trainante nel triennio, con la presidenza di p. Gottardo Pasqualetti. La regolarità degli incontri ha favorito tra i responsabili degli istituti, femminili e maschili, la comunicazione, l'informazione reciproca, la riflessione su tematiche ed eventi importanti della missione e dell'animazione missionaria, sia tra istituti sia in rapporto alla Chiesa italiana. In particolare, la CIMI ha promosso alcune iniziative di rilievo, come ad esempio:
- Il Seminario di studio sulla Campagna ecclesiale per la riduzione del debito estero dei paesi poveri, con la partecipazione di alcuni esperti e promotori CEI (Ravenna, 10-12 settembre 1999). Il documento finale ha accolto l'iniziativa, di cui gli istituti missionari erano stati i primi sostenitori, ma ha anche fatto puntualizzazioni di
merito, offrendo un contributo allo stesso tempo positivo e critico alla campagna ecclesiale (8).
- Altro punto rilevante è stato la collaborazione degli istituti missionari alle campagne "Sdebitarsi" e "Chiama l'Africa", nel contesto più ampio di associazioni e gruppi impegnati, anche non ecclesiali.
Varie volte gli organismi di cooperazione si sono ritrovati in modo congiunto per affrontare tematiche di comune interesse. Ad esempio:
- Incontro fra CIMI, SUAM, SERMIS (Pesaro, 26-28 giugno 2000). In questo incontro sono state riprese le proposte del Forum 1, facendo una valutazione del cammino compiuto e puntualizzando ambiti e modalità per migliorare la collaborazione. Si è riscontrata la difficoltà, sempre ricorrente, di tessere e rafforzare i fili della concertazione comune, della collaborazione, dell'interazione, in vista di potenziare - e non di sopprimere -la creatività dei singoli istituti ed enti a servizio della missione.
- Altro appuntamento significativo di riflessione è stato l'incontro congiunto di CIMI, SUAM e SERMIS sugli Orientamenti pastorali della CE! per il decennio 2001-2010 (Milano, 14-15 dicembre 2000). Era la prima bozza del travagliato documento. TI titolo, allora, era "Gesù Cristo, speranza per l'uomo. Evangelizzazione, santità, cultura". Gli istituti missionari si sono sentiti subito coinvolti nel processo di stesura, come segno e a prova del loro inserimento attivo nella pastorale missionaria della Chiesa italiana. Quel giorno, gli istituti missionari presero un'importante decisione: mettere in secondo piano, per così dire, gli "interessi corporativi" (cfr. Convegno di Palermo), e inserirsi in modo propositivo entro il processo di elaborazione degli Orientamenti pastorali, per valorizzare e rafforzare i tratti più eminentemente missionari. Una scelta giusta e opportuna, ma che non ha trovato l'espressione migliore da parte degli istituti missionari né
l'accoglienza che meritava da parte degli estensori del documento, forse anche per il "travaglio" interno alle varie anime della stessa CEI.

N.B. Il successo di queste iniziative ci dimostra che "insieme si può".

Il SUAM nazionale collabora in modo particolare con la CIMI e partecipa alle attività della Giunta e del Consiglio missionario nazionale per la cooperazione tra le Chiese. Il SUAM ha svolto le assemblee nazionali regolarmente (3-4 volte l ' anno), accogliendo e rilanciando le esperienze specifiche dei vari organismi operativi che ne sono membri, riflettendo sulle tematiche attinenti all' AM in Italia ed elaborando alcuni orientamenti unitari di azione e di metodo.
Il SUAM ha anche organizzato alcuni convegni di formazione ed informazione, come di sua pertinenza:
- il XXIX Corso di formazione permanente per animatori missionari (Assisi, 7-11 novembre 2000), sul tema Missione e comunicazione. Vi parteciparono 65 animatrici e animatori. (Il compianto giornalista Federico Scianò presentò la relazione su Globalizzazione
fra economia, diritti umani e comunicazione; forse il suo ultimo intervento sostanzioso prima della sua scomparsa).
- il XVI Corso di introduzione all' AM, per missionarie e missionari rientrati dalla missione e destinati all' AM in Italia (Ravenna, 11-18 novembre 2001). Vi hanno partecipato 35 persone.
- Era consuetudine che il SUAM organizzasse annualmente un corso di introduzione all' AM ed un convegno di formazione permanente. Dal 2002 è stato deciso di organizzare, in febbraio e ad anni alterni, il Forum degli istituti missionari e il Convegno di formazione permanente.
- Il SUAM ha preso l'impegno, per quanto potrà, di far conoscere gli Orientamenti pastorali per il decennio e di utilizzarne tutte le potenzialità per animare missionariamente le comunità cristiane e dare il proprio modesto apporto a quella "conversione pastorale con chiara connotazione missionaria" che la Chiesa italiana si prefigge di conseguire (9).
- SUAM e CIMI sentono l'esigenza di costituire un'équipe che coordini l'azione di Giustizia e Pace in ambito missionario e che possa agire anche come nucleo di "reazione rapida" per comunicati stampa e prese di posizione su tematiche di interesse comune.

SUAM regionali: la struttura operativa portante del SUAM è costituita dai SUAM regionali, formati da missionarie e missionari operanti in una regione. Attualmente, sono attivi i SUAM regionali di Lombardia, Puglia, Triveneto. Questi hanno svolto, sia pure tra notevoli difficoltà, un' attività collaborativa veramente rilevante, fino a promuovere alcune iniziative comuni come: campi estivi, animazione in diocesi dove gli istituti sono assenti, sussidi di animazione, incontri di formazione, ecc. Evidentemente, l'incidenza nel presentarsi uniti presso i centri missionari e gli altri organismi pastorali, èin questo caso molto maggiore.

N.B. Anche qui, insieme vale la pena. Ma che fatica!

Da qualche tempo è in atto il tentativo di ricostituire altri SUAM regionali, iniziando da Piemonte - Val d'Aosta, Toscana, Marche, Campania, Calabria-Sicilia, Sardegna. A livello teorico forse, l'importanza di incontrarsi, coordinarsi e collaborare maggiormente è sentita; ma a livello pratico, se non si fa avanti qualcuno o qualcuna "che tira", la carretta non si muove o si ferma... A parte, poi, la reale difficoltà derivante dalle distanze e dalla minor consistenza di presenze missionarie in una determinata regione!

L'EMI ha certamente consolidato e potenziato l'area operativa di sua competenza, che la contraddistingue: specialmente nelle pubblicazioni (qualità e quantità) e attraverso l'inserimento nel mondo della scuola; il settore degli audiovisivi, forse, ha bisogno di maggiore attenzione. Le critiche che giungono da qualche parte, che cioè l'Editrice Missionaria Italiana sia più coinvolta nell' ambito sociale ed umanitario che nell' annuncio del Vangelo e nella pastorale missionaria, sono dissonanze. Le pubblicazioni inerenti alle grandi problematiche mondiali, agli stili di vita, alle culture ecc. sono quanto di più valido si possa trovare in Italia e costituiscono il "valore aggiunto" dell'EMI.
Un maggiore coinvolgimento nel settore pastorale e catechetico con connotazione missionaria, senza dubbio auspicabile, è attualmente in fase di elaborazione.
«Ad Gentes», la rivista della CIMI, è ormai lanciata e riconosciuta come contributo valido di riflessione sulla teologia e antropologia della missione. Sono apprezzati i seminari di studio promossi dalla rivista, l'ultimo dei quali sul tema Lasciarsi condurre dallo Spirito (Pesaro, 26-29 settembre 2001).
Le riviste missionarie hanno occupato uno spazio importante e decisivo nell'informazione e nell'approfondimento delle maggiori problematiche e tematiche della missione nel mondo, come anche nell' ambito della riflessione e formazione missionarie, secondo il taglio specifico di ciascuna rivista. I contenuti e la veste tipografica sono generalmente stati di qualità.
Tuttavia, si è riscontrata una certa "carenza" nella volontà di riflettere e fare insieme. Gli "editoriali comuni", stesi da una persona, sembrano non riscuotere molto entusiasmo. Anche la FeSMI non vede larga partecipazione ai suoi incontri... È mancata, nel triennio, una riflessione congiunta tra i responsabili delle pubblicazioni, che non hanno cercato o ideato occasioni per farlo (10).
Le campagne e iniziative di mobilitazione, invece, hanno avuto generalmente grande consenso e seguito. Più riuscite sono certamente quelle pensate, organizzate, condotte insieme e in concertazione, ad esempio: "Condono del debito", "Chiama l'Africa", "Banche Armate", G8 di Genova... Altre volte, campagne sono state lanciate "individualmente", senza previa informazione né concertazione tra istituti o riviste. Si può inoltre rilevare una debolezza nel perseguimento degli obiettivi di una campagna, dopo il successo iniziale del lancio e della sensibilizzazione.
La MiSNA ha ormai acquisito riconoscimento, importanza e credibilità nell'ambito delle agenzie di informazione. I momenti di crisi hanno portato avanti il processo di impostazione, di crescita e di consolidamento. Tutti gli istituti missionari hanno cercato di contribuire, in vari modi; ma c'è sempre qualcosa di più che si può fare...
Come in appendice... A Loreto (15-16 gennaio 2002) si è tenuto l'ultimo Consiglio Missionario Nazionale. La prima giornata è stata dedicata interamente alla riflessione sul tema Gli Istituti missionari nella missionarietà della Chiesa particolare. Per l'occasione, sono stati invitati a partecipate i membri della CIMI. È stata la prima volta (perlomeno in questa nuova gestione dell'Ufficio MN) che si è affrontato, con serietà e senza competitività, questo aspetto specifico degli istituti missionari ad gentes, ad extra, ad vitam.
Dei quattro passi da compiere, tre riguardano l'animazione missionaria e vocazionale: riqualificare l' AMeV nelle Chiese locali; puntare alla capillarità dell' AMeV sul territorio, cercando, come missionari, di riorganizzarci ed inserendoci nei centri missionari e vocazionali; fare la proposta vocazionale esplicita, come punto culmine della missione.
Non è poco!

Interrogativi: dopo tre anni di lavoro

Gli "interrogativi" riguardano più l'essere insieme che il fare; più il modo che la quantità. Non credo che abbiamo bisogno di fare di più. Gli istituti hanno bisogno di fare, e di essere, maggiormente insieme. La Chiesa e il mondo hanno bisogno che noi siamo ed operiamo insieme. E in proposito vorrei suggerire di adottare in pieno, anche noi, il metodo del "discernimento comunitario" suggerito alla Chiesa italiana, "scuola di comunione ecclesiale e metodo fondamentale per il rapporto Chiesa-mondo" (11).

Insieme:
- non come "somma" di cose o di persone;
- nonostante tutte le possibili e immaginabili difficoltà; - non solo nelle attività, ma anche su teologia e pastorale; - a tutti i livelli, interni ed esterni.

1. Come convincerci della necessità spirituale e pragmatica dell'insieme? Come "verificare" la volontà reale dell'insieme? Come verificarne i cammini?
2. Come coniugare l'identità, l'immagine e la creatività dei singoli istituti (da non soffocare) e la potenzialità dell'essere ed agire in modo concertato?
3. Vari organismi di collaborazione esistono già: come renderli maggiormente operativi? Come potenziare, estendere, rendere più capillare la collaborazione, soprattutto a livello zonale? Se necessario, come reinventarli attorno alle nuove realtà degli istituti stessi e dell' ad gentes?
4. Come immergere le intuizioni e le esigenze missionarie nella realtà quotidiana? Come rendere più efficace il "passaggio" di quanto viene riflettuto e ritenuto valido negli incontri di CIMI, SUAM ecc. alle comunità e ai singoli degli istituti?
5. Come restituire il ruolo, che è loro proprio, alle religiose missionarie?
6. Come restituire il ruolo, che è loro proprio, ai laici nella missione ad gentes?
7. Campagne ed iniziative: come continuare a fare insieme? a perseverare fino in fondo, fino al raggiungimento di obiettivi tangibili? (Non vale forse la pena ritardare il lancio di un mese, per collegarci e partire insieme?)
C'è un libro dell'EMI con un titolo che è un augurio e uno sprone: Italia capace di futuro.

Sono passati tre anni dal Forum 1.
Ora tocca a noi del Forum 2.

 

NOTE

[1] Cfr. Come orizzonte il mondo, cit., pp. 129-134. 
[ 2] Ibidem, p. 7.
[3] Ibidem, p. 131.
[4] Cfr. ibidem, pp. 135-137.
[5] Riguardo al tema Il vangelo della carità per una nuova società in Italia, il Convegno di Palermo aveva lavorato su cinque ambiti: cultura e comunicazione sociale; impegno sociale e politico; amore preferenziale per i poveri; famiglia; giovani. In vista del Convegno di Palermo, gli istituti missionari presero parte attiva soprattutto proponendo le esigenze della missione ad gentes, che tuttavia restarono disattese (cfr. anche G. ANDREOZZI, Quasi una lettera ai partecipanti al Forum, in Come orizzonte il mondo, cit., pp. 107-108). Giovanni Paolo II presentò una provocazione e una domanda: "Il nostro tempo non è il tempo della semplice conservazione dell' esistente, ma della missione; è il tempo di proporre Gesù Cristo, il centro del Vangelo" (discorso); "Cosa sei, Chiesa italiana, nel mondo di oggi? Com' è la tua vita?" (omelia).
La Nota pastorale della CEI del 26 maggio 1996, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa italiana dopo il Convegno di Palermo, fa sua e rilancia la provocazione del Papa: "Oggi in Italia l'evangelizzazione richiede una conversione pastorale: bisogna passare a una pastorale di missione permanente" (Nota, 23).
[6] "Dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria; [...] una conversione pastorale per imprimere un dinamismo missionario" (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., nn. 44.46). "Il discernimento comunitario, scuola di comunione ecclesiale e metodo fondamentale per il rapporto Chiesa - mondo" (ibidem, n. 50).
La stesura del testo degli Orientamenti è stata abbastanza travagliata, passando attraverso varie bozze e rifaciture, da "Gesù Cristo, speranza per l'uomo" a "Comunicare la fede in un mondo che cambia", al testo attuale. Non si può negare che il testo sia pieno di parole missionarie: missione, primo annuncio, evangelizzazione, iniziazione, itinerari catecumenali, senza confini, tutti, ad gentes, educazione missionaria, libro delle missioni... Tuttavia, la missione ad gentes e la missione ad extra sono rimaste ai margini delle indicazioni pastorali, come anche i missionari e le missionarie (religiosi, fidei donum, laici). Anche l'ad gentes "interno", visto sostanzialmente come "genti immigrate", è definito "un capitolo inedito del compito missionario" (cfr. ibidem, n. 58). Va rilevato, inoltre, che nel documento non viene preso in considerazione "il contesto europeo".
[7] Cfr. Come orizzonte il mondo, cit., pp. 136 e 132.
[8] Questo Seminario e tutta 1'azione di sensibilizzazione che ne è seguita hanno costituito uno dei momenti più felici della collaborazione e della specificità tra istituti missionari e Chiesa italiana, in riferimento a uno dei più gravi e persistenti problemi che legano Nord e Sud del mondo. Un'iniziativa e un impegno esemplari; un paradigma quasi ideale di collaborazione, interazione, emulazione e confronto, coinvolgendo praticamente tutta la Chiesa italiana, gli istituti missionari, le riviste e i media, l'EMI, la produzione audiovisiva.
[9] Cfr. CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., nn. 44 e 46.
[10] Si vedano, in tal senso, l'incontro CIMI-Riviste (Milano, 23 novembre 1996) e il fascicolo sulla globalizzazione del precedente triennio.
[11] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 50.

GLI ISTITUTI MISSIONARI IN ITALIA: 
RADIOGRAFIA DI UNA PRESENZA
di Francesco Grasselli

Premessa

Questa relazione non è che il tentativo di lettura delle risposte date a un questionario (in appendice a questa relazione) inviato agli istituti della CIMI durante l'estate del 2001. L'invio del questionario fu deciso dagli organizzatori del Forum. Pensando al titolo di questo incontro, Insieme prendere il largo, ci si chiedeva: ma insieme, chi? Qual è la consistenza, la distribuzione, la composizione della presenza degli istituti facenti parte della CIMI oggi in Italia? A "prendere il largo" è un transatlantico poderoso o una barchetta leggera e, magari, sconquassata?
In questo tentativo di analisi sono essenziali i dati numerici: quanti sono i missionari in Italia, dove sono, che età hanno, in quali compiti sono impiegati, ecc. Ma non meno importanti sono le motivazioni e le prospettive di tale presenza. Da qui le due parti del questionario, chiaramente disomogenee: mentre la prima parte è "oggettiva", perché pone domande alle quali si può rispondere sulla base delle statistiche interne ad ogni istituto, le risposte alla seconda parte implicano giudizi soggettivi. Mentre alla prima parte può rispondere, per ogni istituto, una persona ben informata, alla seconda avrebbe dovuto rispondere ogni membro degli istituti oggi presenti in Italia. Di fatto non è stato così: sia alla prima che alla seconda parte ha risposto, per ogni istituto, o il superiore della circoscrizione italiana o una persona da luillei incaricata. Quindi abbiamo, per la seconda
parte, un'interpretazione - per forza di cose arbitraria o "ufficiale" delle idee e degli atteggiamenti soggettivi dei membri degli istituti. Questa è la prima debolezza dell'indagine che stiamo per esporre.
E ci chiediamo: perché non è stata evitata? Una prima risposta è
di ordine pratico: non c'era tempo, era difficile far arrivare il questionario a tutti i membri degli istituti della CIMI; era difficile analizzare una così ampia messe di risposte. .. Vero. Ma il ricercatore ha il dovere di una "legittima suspicione": forse gli istituti missionari non sono ancora pronti ad un tale tipo di analisi, che in qualche modo prefigura un tipo di democrazia "assembleare". Per chiarire questo concetto farò un esempio: con riferimento alla domanda n. 12 (I MI - membri dell'Istituto presenti in Italia - sarebbero favorevoli, in genere, ad assumere in Italia impegni in parte assimilabili a quelli della missione "ad gentes" ?), poniamo il caso che un istituto abbia ufficialmente deciso di non ritenere un tale tipo di impegni compatibile con il proprio carisma, ma la base si scopra invece compatta nell'opportunità di assumerli; che cosa comporterebbe questa scoperta? Non che si voglia sostenere un qualche tipo di democrazia assembleare. Credo anzi che all'interno degli istituti religiosi in genere e missionari in specie ci sia un grado di democraticità alto e qualificato. Ma per il valore della ricerca questo è un limite.
Rapidamente accenno anche ad altri limiti dell'indagine. 
1. Essa vale solo per gli istituti che hanno effettivamente risposto
al questionario, cioè per tutti gli istituti riuniti nella CIMI, eccetto i Padri Verbiti. Non credo che i risultati siano estensibili a istituzioni simili. Questo "universo", quindi, non ha valore di campione. (I questionari compilati sono 14, mentre gli istituti rappresentati sono 13, perché le Missionarie Comboniane in Italia sono distinte in due province e hanno risposto con due distinti questionari. Ho creduto opportuno aggregare i dati numerici di queste due province per la prima parte del questionario; mentre necessariamente le risposte sono rimaste disaggregate per la seconda parte. Abbiamo quindi rispettivamente 13 risposte agli item (1) della prima parte e 14 a quelli della seconda).
2. I dati sono tanto più confrontabili quanto più sono omogenei. È una legge generale della statistica. Nel nostro caso questa omogeneità è relativa. Porto l'esempio estremo: ai quattro seguenti item
del n. l del questionario [Quanti (membri dell'Istituto) sono di origine italiana? Quanti membri ha l'Istituto in Italia? Quanti appartengono alla propria provincia (o regione o delegazione)? Quanti (di questi) sono di origine italiana?], un istituto risponde dando sempre lo stesso numero. Si dedurrebbe logicamente che i membri di origine italiana di questo istituto sono tutti i Italia (nessuno in missione!), che appartengono tutti ad una stessa provincia, che in questa provincia non c'è alcun membro di origine straniera. Chiedendo chiarimenti su queste risposte, si è scoperto invece che secondo le norme dell'istituto in questione tutti i membri di origine italiana rimangono giuridicamente legati alla provincia di origine, anche se sono in missione. Per gli altri istituti in genere non è così. Ma le "variazioni sul tema" sono infinite. Da qui la difficoltà della lettura e del confronto.
3. Occorre rilevare che sarebbe stata utile, se non necessaria, una guida al questionario, per chiarire le domande e rendere quindi più omogenee le risposte. Ancora più utile, anche se meno praticabile, sarebbe stato un incontro con ognuno di coloro che hanno compilato il questionario, per un'interpretazione corretta delle risposte. Non ci sono stati né l'una né l'altro. Quindi è probabile che ci siano in qualche caso interpretazioni non corrette sia delle domande che delle risposte. Diciamo che lo strumento "questionario" è sempre uno strumento grossolano di ricerca. Questa volta è forse più grossolano del solito.
Assunti però consapevolmente i limiti, le indicazioni che emergono sembrano utili e costituiscono una sufficiente base sia per ulteriori ricerche, sia per alcune decisioni pratiche che gli istituti missionari singolarmente o la CIMI nel suo insieme volessero prendere.

Risposte alla prima parte del Questionario

I primi tre item del n. 1 del questionario tendono a stabilire quanti sono i missionari di origine italiana in questi istituti e che percentuale rappresentano all'interno della composizione totale degli stessi.
Si cerca di "misurare" anche il grado di internazionalizzazione degli istituti.
Un dato certamente importante è quello che stabilisce in 5.283 il numero dei missionari di origine italiana appartenenti ai detti istituti, su un totale di 19.797 membri. In questo secondo numero sono compresi missionari e missionarie di origine europea e americana e missionari e missionarie di origine latino americana, asiatica, africana, in percentuali assai diverse da istituto a istituto, determinate principalmente dall'origine dell'istituto, dalla sua storia, dai suoi campi di azione missionaria e dalla sua politica di internazionalizzazione.
Per stabilire con dati significativi il grado di internazionalizzazione è opportuno considerare a parte gli istituti di origine italiana.
Questi contano complessivamente 7.910 membri. Di essi 4.603 sono di orgine italiana e 3.307 di origine non italiana. Percentualmente, il 58,2% sono di origine italiana e il 41,8% di origine non italiana. Quest'ultima cifra può essere chiamata l'attuale grado di internazionalizzazione degli istituti missionari di origine italiana appartenenti alla CIMI (con i limiti sopra riferiti).
Le cifre suddette assumono nuovo significato se si scorpora la composizione dei non italiani per continenti:

Paese

% missionari
non italiani

% rispetto
al totale

Europa (esclusa Italia):

674

= 20,4

8,5

America del Nord

75

=2,3

0,9

America Latina

1.079 

= 32,6

13,6

Africa

746

=22,5

9,4

Asia e Oceania

742

= 21,5

9,0

Non disaggrego, invece, i dati sugli istituti non di origine italiana che fanno parte della CIMI e che hanno risposto al questionario, perché su questo punto i loro dati sono meno significativi, per la piccola composizione di italiani in alcuni di essi e la forte componente, in tutti, di membri europei.

Il quarto item (lb) restringe il campo ai missionari - degli istituti considerati - attualmente presenti in Italia. I numeri dicono 2.566. Sembrerebbero queste "le forze" che la CIMI "schiera" oggi in Italia. In realtà, non tutti sono qui per lavorare. Vedremo più avanti quanti sono gli anziani. Occorre anche considerare che molti sono in Italia per compiti istituzionali più ampi (le direzioni generali, per esempio) o per riposo, cura, aggiornamento.
Il dato sulle regioni, province o delegazioni non è praticamente utilizzabile, data la diversità di organizzazione di ogni istituto. Ce ne siamo resi conto solo quando siamo arrivati a fare raffronti.
Si voleva anche sapere quanti dei missionari e delle missionarie che sono in Italia sono di origine straniera. In altre parole, si voleva sapere se l'internazionalizzazione degli istituti procede anche in Italia e se viene "utilizzato" in Italia personale proveniente da altri paesi e soprattutto da altri continenti.
Su 2.566 missionari/missionarie che sono in Italia, solo 84 sono di origine straniera. La presenza più significativa sembra quella degli africani, che sono 27. Non si dà qui alcun giudizio di valore. Non si dice che è un bene o un male che siano pochi. Non si dice se questo numero debba crescere o diminuire. Si registra solo un dato. Non sembrerebbe esistere per ora in Italia il problema della interculturalità delle comunità missionarie, maschili o femminili.
I tre item racchiusi sotto il n. 2 del questionario delineano
alcune categorie all'interno degli istituti.
Anzitutto membri sacerdoti e non sacerdoti per gli istituti maschili; professe perpetue e professe temporanee per gli istituti femminili:

Istituti maschili

Istituti femminili

Sacerdoti  630 Professe perpetue 1.366 
Non sacerdoti  135 Professe temporanee 22

Più importante, ai fini pratici, è la divisione di missionari/missionarie nella successiva categoria:

In attività

In formazione In riposo/malattia
1.264 (61,5%) 56 (2,7%) 733 (35,7%)

Mentre appare impressionante ma non inaspettata l'alta percentuale dei missionari/ missionarie in riposo/malattia, stupisce la bassissima percentuale di coloro che sono in formazione. Un tempo in Italia c'erano molti e nutriti studentati sia filosofici che teologici; e altrettanti noviziati. Oggi la situazione appare decisamente cambiata.
Il cambiamento diventa più evidente quando si stabiliscono le diverse classi di età:

Il 68,8% dei missionari/missionarie oggi in Italia è sopra i 65 anni, mentre solo il 6,6% ha meno di 45 anni.

L'invecchiamento, da un punto di vista puramente umano, è drammatico, anche in considerazione del numero di opere che gli istituti hanno in Italia. Ad un'analisi più dettagliata, appare più alto negli istituti femminili rispetto a quelli maschili, con punte che toccano all'interno di un istituto 1'84% (cioè 1'84% dei membri di un istituto femminile è sopra i 65 anni di età; e non si tratta di un istituto piccolissimo!). Credo che le cause di questo fenomeno siano note o, almeno, molto studiate. Ma credo anche che vadano studiate ancor più e meglio, senza remore e con spirito autocritico (si tende a dare sempre la colpa alla nequizia dei tempi!).
Nel n. 3 del questionario si sonda la distribuzione dei membri degli istituti nelle varie regioni italiane: si evidenzia che 1.675 membri degli istituti su un totale di 2.092 sono nell'Italia del Nord, con punte di presenza in Lombardia (664), Veneto (374) e Piemonte (308); 250 sono in Italia centrale, ivi compresa la Sardegna; e 167 nelle regioni del Sud, ivi compresa la Sicilia.
Ad un' analisi particolareggiata, alcuni istituti appaiono addirittura istituti regionali più che nazionali, rimanendo fortemente legati alla regione in cui hanno avuto origine e a quelle limitrofe.
Bisogna anche dire - per correttezza - che il numero delle persone si concentra spesso là dove sono le case per anziani o case di cura degli istituti.
Un'altra considerazione è che sarebbe apparsa diversa la geografia italiana degli istituti se avessimo fatto l'indagine sulla dislocazione delle comunità o sulla provenienza dei membri dalle varie regioni (2).
L'item del n. 4 riguarda i membri "in attività" e vuole specificare il loro tipo di impegno: incaricati della formazione risultano in 52; e questo desta meraviglia se si ritorna all'item che trattava dei "membri in formazione": questi risultavano 56. Si potrebbe dire, con una battuta, che sono quasi più i formatori che i formati!
Impegnati nella guida e nell'amministrazione delle comunità sono 258 missionari/e. Il dato è da confrontare con quello sul numero complessivo delle comunità che sono 213 (6a). È anche da confrontare con il numero dei missionari/e che vivono in comunità e che risultano 2.150 (5b). Quindi, in media abbiamo per ogni comunità 1,2 incaricati della gestione, pari a 8,3 membri di comunità per ogni incaricato. La situazione risulta abbastanza logica ed equilibrata, con la sottolineatura che l'incaricato della gestione (superiore/amministratore) può avere tempo e disponibilità anche per altre attività, per esempio di tipo pastorale o di animazione.
Nell'animazione missionaria sono impegnate 155 persone e, pur tenendo conto che animazione missionaria possono fare e fanno in qualche misura tutti i missionarie e le missionarie presenti in Italia, questo numero appare veramente esiguo. Si specificava nell'item che si catalogasse "secondo l'attività prevalente"; ora, che l'attività prevalente sia l'animazione missionaria solo per 155 persone non può non stupire il ricercatore, quando si pensa e si ribadirà più avanti nelle risposte al questionario che i membri dei detti istituti sono in Italia solo per la formazione dei propri membri, per l'animazione missi6naria e per la cura dei propri malati e anziani.
Se guardiamo al numero successivo, cioè alle persone impegnate nella pastorale (parrocchie?) e nell'insegnamento "esterno" (scuole? asili?), troviamo che si tratta di 420 persone. È vero che 191 appartengono a un solo istituto, ma rimane pur sempre un numero alto e da esaminare con cura.
Un'attività che impegna sempre più personale e che è correlata al numero degli anziani/malati presenti in Italia è quella della curai assistenza. Ben 289 persone "attive" sono occupate in questo, pari al 22,8% del personale attivo in Italia. Ora, se da una parte è da ammirare tutto l'impegno che i missionari/e dedicano ai loro malati e anziani, rimane da chiedersi se questa è la forma migliore per farsi sentire vicini a loro, se essi/esse sono le persone più adatte e più
preparate per questo compito, se questo impegno non provoca in alcuni forme di frustrazione vocazionale, se non esistono forme alternative, che - pur facendo sperimentare lo spirito di famiglia negli istituti - impieghi personale diverso (volontari e volontarie, oltre che tecnici della sanità) per questo compito... Sono domande alle quali il dato ora riferito dà adito, ma senza per nulla indicare la direzione delle risposte.
Un ultimo dato riguarda le "attività diverse", cioè non inquadrate nelle categorie sopra riportate. Vi sono impegnate 138 persone (10,9% del personale in attività).
Non mi soffermo molto sugli item del n. 5 (Quanti sono già stati in missione? Quanti vivono in comunità o fuori comunità?) perché non hanno risvolti concreti particolari, almeno ad una prima considerazione. Dei missionari/missionarie ora in Italia, ben 1.825 su 2.207 sono già stati in missione. Questo può mettere in evidenza due cose:
a) la necessità di un percorso di reinserimento che diventi istituzionale e possibilmente coordinato dalla CIMI; percorso che non si limiti ai missionari che rientrano per un compito esplicito di animazione missionaria, ma che sia esteso a tutti i "rientrati";
b) l'opportunità che la forza testimoniale di questa presenza sia
adeguatamente valorizzata (e a mio avviso non lo è!).
Dei 382 che non sono stati mai in missione, ben 272 appartengono a soli due istituti. Forse per questi due istituti qualche interrogativo si pone; non si pone invece, mi sembra, a livello generale.
In comunità vivono 2.150 membri degli istituti su 2.190. Solo 40 vivono fuori comunità. Questo dato serve a confermare la struttura comunitaria di questi istituti. Le comunità degli istituti in Italia sono 213. Di queste, 17 sono comunità di formazione, 84 le comunità di animazione missionaria e 95 le comunità diverse o miste. Due sono i dati su cui indagare ulteriormente:
a) la natura di queste 95 comunità diverse o miste (che relazione
hanno con lo scopo della presenza degli istituti missionari in Italia?);
b) il coordinamento o sinergia che esiste fra le 84 comunità di
animazione missionaria di tutti gli istituti (non sono poche!).
Molto importanti, evidentemente, sono i dati che si raccolgono dall'item del n. 7: potremmo chiamarlo l'item vocazionale. Negli ultimi Il anni della loro storia in Italia questi istituti missionari hanno avuto, nel loro insieme, 304 nuovi membri di origine italiana, con una media per anno di 27,6 membri e con una media per istituto nell'arco degli 11 anni (ma questo dato ha un valore molto relativo) di 23,4 membri. Ciò vuol dire che in media per ogni istituto sono entrati 2,1 membri ogni anno. Non sono stati chiesti dati sulla mortalità "italiana" di questi istituti, ma si può in parte dedurre dai dati sull' età media degli istituti stessi.
Non sembra di notare tendenze statisticamente significative, né di crescita né di calo, nell'arco degli 11 anni considerati. Le cifre diverse da anno ad anno appaiono più occasionali che dovute a linee di tendenza.
Per l'item successivo, sugli ambienti di "provenienza" delle vocazioni, sono nominati in ordine decrescente: parrocchie, movimenti, volontariato, seminari e associazioni. Sono nominati anche i gruppi missionari giovanili, ma presumo che essi siano interni o collegati alle parrocchie. I dati non sono ulteriormente significativi, ma possono stimolare ad una riflessione in questo senso: le vocazioni missionarie provengono in prevalenza da ambienti in cui è più curata la formazione cristiana di base, o da ambienti in cui sono sentiti e coltivati i valori della solidarietà e della mondialità ma senza uno specifico o almeno non esplicito e approfondito riferimento alla fede cristiana?
La domanda del n. 8 verte sulle forme "stabili", "continuative" di collaborazione.
I dati sono almeno in parte falsati da modi diversi di intendere questa collaborazione. Appare, infatti, che alcuni intendono la collaborazione "sul campo" (fare cioè attività comuni, portare avanti comuni iniziative, specialmente di animazione missionaria); altri invece intendono anche o prevalentemente la collaborazione istituzionale (per esempio nella CIMI, nel SUAM, nella PUM per l'animazione dei seminari, ecc.). È con questa avvertenza che vanno letti i dati secondo i quali sembrerebbe più frequente la collaborazione con i centri missionari diocesani (13 sì) che quella con gli altri istituti missionari (9 sì).
Nel complesso, pur considerando relativamente attendibili i dati, non appare una grande propensione alla collaborazione. Occorrerà studiarne le cause, ma non emerge una propensione dei missionari
degli istituti a "fare rete" con le Chiese locali e con i loro vari organismi; ancora più debole appare la propensione a collaborare con i laici. Qui si hanno due dati che sono da confrontare tra loro: solo 3 istituti su 13 parlano di una qualche collaborare con le ONG e con organismi simili, mentre 8 istituti su 13 parlano di collaborazione con "aggregazioni laicali çhe si ispirano al carisma dell'Istituto": la divaricazione fra i due dati potrebbe significare (il condizionale è d'obbligo) una certa tendenza degli istituti a istituzionalizzare i laici con cui collaborano, cioè a collaborare con laici che vengono più o meno "separati" dalle loro comunità locali e riaggregati attorno all'istituto stesso. Quanto è positiva questa tendenza? A quali forme di collateralità dei laici e di subordinazione degli stessi essa può portare? Sono domande che restano del tutto aperte.

Risposte alla seconda parte del Questionario

Ho già detto che la natura e anche l' attendibilità di questa seconda parte del questionario sono diverse rispetto alla prima parte. Tenendo conto di questo, andiamo a esaminare le risposte.
Il n. 9 mette a confronto due prospettive: quella dei membri del!'istituto che non stanno in Italia (si presume che siano missionari/e in missione e/o in altre province/regioni/delegazioni) e quella dei missionari attualmente impegnati in Italia. Il confronto è importante perché misura, a suo modo e in maniera abbastanza sottile, il grado di frustrazione che possono avere i membri degli istituti impegnati in Italia. La presenza dell'istituto in Italia è stimata:

adeguata

insufficiente

eccessiva

Dai membri fuori

d'Italia

7

1

4

Dai membri ora

in Italia

3

8

1

Si vede che le posizioni si rovesciano e sono quasi speculari: mentre in 11 istituti su 12 (un istituto non risponde) i membri fuori d'Italia dicono che l'istituto è adeguatamente o eccessivamente presente, in ben 8 istituti su 12 si dice che la stessa presenza è insufficiente. Per tradurre i dati in una battuta popolare, è come se in Il casi su 12 i membri fuori d'Italia (e le direzioni generali?) dicessero a quelli che sono in Italia: "Per quel che riuscite a fare, siete anche troppi!" e quelli che sono in Italia rispondessero, in 8 casi su 12: "Se riusciamo a fare poco, è perché siamo troppo pochi; o, almeno, troppo pochi sono quelli di noi che possono veramente fare qualcosa". Il dato nulla dice sulle ragioni oggettive degli uni e degli altri. Quello però che il ricercatore può rimarcare è che una percezione del genere, se molto diffusa, può produrre, insieme a tanti altri fattori, un senso di frustrazione (e scoraggiamento) nei missionari/missionarie che lavorano in Italia. Si potrebbe ipotizzare - ma questo va al di là delle risposte di un questionario - che gli istituti nel loro insieme debbano cogliere meglio o almeno in modo nuovo "il senso e la portata" della loro presenza in Italia, al di là delle ragioni storiche che l'hanno determinata.
La domanda del n. 10 fa pendant, in qualche modo, con quella del n. 8, vista sopra. Là si chiedeva quali e quante sono le "forme concordate" di collaborazione permanente. Qui si chiede se quelle forme di collaborazione sono percepite come "adeguate", "insufficienti" o "troppo vincolanti". Si noti che tutti gli istituti maschili ritengono le forme di collaborazione "adeguate" (6 su 6), 4 istituti femminili le ritengono anch'essi "adeguate", mentre altri 4 istituti femminili le ritengono "inadeguate". In questi istituti, cioè, si vorrebbero incrementare le collaborazioni. Quando si chiede "con chi, in particolare?", i quattro rispondono così: 3 con gli altri istituti missionari, 1 con gli organismi laicali; ancora 2 con organismi diocesani e 1 con organismi ecclesiali sovradiocesani (Pontificie Opere?).
La domanda del n. 11 suppone che possa esserci, domani, l'esigenza o l'opportunità apostolica di creare comunità missionarie "miste". Questa eventualità come è giudicata? Con chi sarebbero disposti i membri degli istituti a fare comunità, al di fuori dei loro confratelli o consorelle? La domanda è impegnativa e forse fa balenare una prospettiva troppo nuova, tanto è vero che 7 istituti su 13 rifiutano una tale prospettiva. Solo 6, in particolari circostanze, sarebbero disponibili a fare comunità con membri di altri istituti
missionari; solo 3 con i laici; solo 2 con preti diocesani. Da notare che, fra i 6 che esprimono disponibilità a fare comunità con membri di altri istituti, 5 sono maschili e l solo femminile; i 3 disponibili a fare comunità con i laici e i 2 disponibili a fare comunità con sacerdoti diocesani sono maschili. In conclusione, solo 1 istituto femminile su 7 si dice disposto in particolari condizioni a creare comunità con membri diversi da quelli del proprio istituto e solo con membri di altri istituti missionari.
La domanda del n. 12 pone di fronte a un problema che sembra oggi molto attuale e che qualche volta è stato dibattuto anche a livello ufficiale all'interno degli istituti: se assumere in Italia impegni "in parte assimilabili a quelli della missione ad gentes".
5 istituti (3 maschili e 2 femminili) si mostrano recisamente contrari. La ragione ripetuta dai più è che l'ad extra fa parte integrante della vocazione missionaria specifica. Qualcuno precisa (meglio da un punto di vista teologico) che non si tratta tanto di un teorico ad extra geografico, quanto del fatto che gli spazi di prima evangelizzazione sono immensamente più ampi in altri paesi e continenti che in Italia.
Invece 8 si dicono favorevoli (5 femminili e 3 maschili) e le ragioni sembrano potersi riassumere in questa: se e dove c'è un compito di prima evangelizzazione, quello rientra nelle finalità di un istituto esclusivamente missionario. Si noti la netta prevalenza degli istituti femminili per questa scelta.
L'item del n. 13 è teoricamente collegato a quello del n. 12. Si chiede infatti: "u. quali si ritengono campi di azione specificamente missionaria in Italia 1". Si penserebbe che abbiano risposto a questa domanda solo coloro che avevano risposto positivamente alla domanda precedente. Ma non è necessariamente così: alcuni istituti, pur ritenendo che esistano campi specificamente missionari in Italia, dichiarano che essi non sono disponibili ad assumerli. Più frequentemente le risposte hanno questo senso: i missionari che sono in Italia per le finalità tradizionali (formazione, animazione missionaria, cura degli anziani e dei malati, ecc.) possono meglio legare la loro presenza ad ambienti e situazioni che sono, in qualche misura, "campi di azione specificamente missionari" anche in Italia. Vanno interpretate in questa luce le seguenti risposte:

Si ritengono campi di azione specificamente missionaria in Italia (risposte anche multiple):

Presenza e azione "fra gli ultimi" 5
Presenza e azione fra extracomunitari non cristiani   6
Nuova evangelizzazione  5
Dialogo interculturale e interreligioso  11
Rinnovamento del "modo di essere Chiesa"   3
Impostazione della pastorale in senso missionario   9
Catecumenato  6

Le risposte sono disparate e le scelte non appaiono sempre significative, ma spicca l'alta disponibilità per il dialogo interculturale e interreligioso, così come la forte tendenza ad impegnarsi in Italia per un' impostazione della pastorale delle Chiese locali in senso missionario. Si può dire che quest'utimo, in fondo, è lo scopo dell'animazione missionaria, ma qui è percepito in modo più ampio di quanto non lo fosse tradizionalmente e non appare legato a finalità interne all'istituto.
E siamo all'ultimo item (n. 14). Si chiede se la venuta dei missionari di altri continenti in Italia, per compiti di prima evangelizzazione affidati loro dall'istituto, sia da considerare un'uscita ad extra e quindi corrisponda pienamente alla loro condizione di missionari ad gentes. Per 9 istituti, corrisponde pienamente alla loro condizione di missionari ad gentes; per 5 istituti, non corrisponde pienamente alla loro condizione di missionari ad gentes. Come si vede, c'è una prevalenza di risposte positive al quesito. Tuttavia la questione è molto dibattuta e con argomenti diversi. L'argomento in positivo più frequente è che questa situazione risponde pienamente sia all' ad gentes che all' ad extra.
Fra gli argomenti in negativo, invece, due sono sottolineati: 1. l'Italia non può in nessun caso venire considerata come paese di primo annuncio, ma solo come paese di nuova evangelizzazione; 2. in ogni caso, questa presenza di non italiani in Italia finirebbe per rafforzare le strutture dell'istituto e non per creare o sviluppare nuove Chiese.

Conclusioni aperte

Una prima conclusione è sul senso della rilevazione. Ne abbiamo visto i limiti, ma quali i vantaggi? Direi che, pur non apportando conoscenze nuove all'interno di ogni istituto (probabilmente i membri di ogni istituto ne sanno più e meglio sulla condizione della loro presenza in Italia!), può dare però una visione di insieme e aiutare quindi a raffrontare - non in spirito di emulazione ma di fraterna partecipazione e collaborazione - sia le situazioni sia gli orientamenti di istituti diversi ma che hanno sostanzialmente la stessa finalità. Alcuni problemi e alcune risorse possono quindi essere messi meglio a fuoco per un migliore discernimento e migliori collaborazioni.
Sui dati che emergono dalla rilevazione, farei invece solo due annotazioni, lasciandone altre alla discussione comune:
1. Appare, negli istituti missionari presi in esame, almeno in Italia, una certa rigidità istituzionale, intendendo con ciò che ogni istituto è molto sensibile alla propria identità (e questo è un bene), ma la interpreta in senso difensivo, avendo in qualche misura il timore che gli adattamenti alle situazioni, gli impegni creativi, le collaborazioni rappresentino quasi delle contaminazioni o dei pericoli.
2. Indubbiamente in Italia gli istituti missionari vivono un momento di crisi (basti pensare ai dati sull'età e sui "nuovi ingressi", come anche alle difficoltà di collaborazione), ma resiste la convinzione sulla validità di questa presenza, pur aprendosi interrogativi sulla sua valorizzazione in novità di stili, di modalità e di più ampie collaborazioni.

NOTE

[1] Gli "item" in linguaggio statistico sono le domande di un questionario o singole unità programmate di una ricerca.
[2] In proposito esiste una "Mappatura generale degli Istituti missionari" fatta congiuntamente per conto della CIMI e del SUAM in data 5 luglio 1999 e che può essere molto utilmente consultata. Non è però raffrontabile con i dati di questa ricerca, perché là sono considerati parecchi istituti non facenti parte della CIMI, per un totale di 24 istituti che si definiscono "missionari" a vario titolo (elaborazione di p. Pierluigi Felotti, Anna Fabbiano e Alex Rizzo).

Appendice

Questionario 
sulla presenza degli Istituti Missionari in Italia

A. RADIOGRAFIA DI UNA PRESENZA

 

1. Quanti membri ha l'Istituto missionario nella sua totalità? 
Quanti membri ha in Italia (1)? 
Quanti di questi sono di origine italiana?
Quanti di origine non italiana?

Specificare continente di origine dei non italiani:
n. da altre nazioni europee;
n. dall'Africa;
n. dall' Asia o dall'Oceania;
n. dall'America Latina;
n. dall'America del Nord.

2. I membri presenti in Italia sono:
(per gli Istituti maschili) sacerdoti n....  ; non sacerdoti n.... ; professi candidati al sacerdozio n. ... ; fratelli
laici n....  ; novizi n. ...
(per gli Istituti femminili) professe perpetue n. ... ; professe
temporanee n. ...  ; novizie n. ...

In attività n. ...  ; in formazione n. ... ; in riposo o malattia n. ...

Sotto i 25 anni n. ... ; tra i 25 e i 45 anni n. ... ; tra i 45 e i 65 anni n. ... ; sopra i 65 anni n. ...

3. I membri presenti in Italia sono così dislocati per regione:
Trentino-Alto Adige n. ... ; Veneto n. ... ; Friuli
Venezia Giulia n. ... ; Lombardia n. ... ; Piemonte e Valle d'Aosta n. ... ; Liguria n. ... ; Toscana n. ...  ; Emilia-Romagna n. ... ; Marche n. ... ; Umbria n. ... ; Lazio n. ... ; Abruzzo n. ... ; Molise n. ... ; Puglia n. ... ; Campania n. ... ; Basilicata n. ... ; Calabria n. ... ; Sardegna n. ... ; Sicilia n. ... ,

4. I membri "in attività" sono così impegnati: formazione/insegna mento per i membri dello stesso Istituto n. ... ; guida/amministrazione delle comunità o della Provincia/Regione n. ... ; animazione missionaria n. ... ; sostegno malati/anziani dell'Istituto n. ... ; pastorale e/o insegnamento/educazione non direttamente rivolti all' ad gentes n. ... ; altri impegni n. ... (Specificare quali sono questi "altri impegni")
(nel caso, frequente, che i missionari/e siano impegnati/e in più attività, segnare quella prevalente)

5. Dei membri presenti in Italia sono già stati in missione n. ... ; non sono mai stati in missione n. ...
Dei membri presenti in Italia vivono in comunità dell'Istituto n. ...
; vivono fuori comunità n. ... ; vivono con permesso fuori comunità n. ...

6. Le comunità dell'Istituto in Italia sono n. ... 
Comunità di formazione (2) n. ...
Comunità di animazione missionaria n. ...
Comunità diverse n. ...

7. Negli ultimi 11 anni i membri di origine italiana entrati ufficialmente in Istituto sono:
1991 ............... 1992 ............... 1993 ............... 1994 ............... 1995 ............... 1996 ............... 1997 ............... 1998 ............... 1999............... 2000 ............... 2001 ...............

Da quali ambienti arrivano le vocazioni? Associazioni, volontariato, parrocchie, movimenti, organismi ecclesiali, altro ...............

8. L'Istituto in Italia ha forme concordate (e non puramente occasionali) di collaborazione:
a) con altri Istituti Missionari  SÌ  NO
Se sì, quali? ....................................................................................
b) con Centri missionari diocesani
SÌ  NO
Se sì, quali?.................................................................................
c) con Seminari e/o altre Istituzioni diocesane SÌ  NO
Se sì, quali? ..................................................................................
d) con ONG e altre Istituzioni di laicato cristiano SÌ  NO
Se sì, quali? ..................................................................................
e) con le Pontificie Opere e/o con altre Istituzioni missionarie sovradiocesane SÌ  NO
Se sì, quali? .................................................................................
f) con altri Enti e Organismi SÌ  NO
Se sì, quali? ..................................................................................
g) con aggregazioni laicali che si ispirano al carisma dell'Istituto? SÌ  NO
Se sì, quali...................................................................................

B. VALUTAZIONI, MOTIVAZIONI, PROSPETTIVE

9. I Membri dell'Istituto stimano la presenza (3) del loro Istituto in Italia
- adeguata
- insufficiente
- eccessiva

I MI dell'Istituto ora in Italia stimano questa stessa presenza: 
- adeguata
- insufficiente
- eccessiva

10. I MI (valutazione generale) pensano che le collaborazioni e/o sinergie con altri Enti impegnati per la Missione ad gentes o per l'animazione missionaria siano:
- adeguate
- insufficienti
- troppo vincolanti

Se le giudicano insufficienti, con chi le vorrebbero incrementare?
- con gli altri Istituti missionari
- con gli Organismi diocesani
- con gli Organismi laicali
- con gli Organismi missionari sovradiocesani -con..................................................................................................

11. I MI (valutazione ufficiale) sarebbero, in particolari condizioni, disponibili a forme di convivenza comunitaria con:
- Membri di altri Istituti SÌ  NO
- Laici missionari SÌ  NO
- Sacerdoti diocesani (per es. fidei donum al rientro),
religiosi, operatori pastorali in genere SÌ  NO

Cercare di spiegare brevemente quali "particolari condizioni" si richiederebbero................ 

12. I MI (valutazione ufficiale) sarebbero favorevoli, in genere, ad assumere in Italia impegni in parte assimilabili a quelli della missione ad gentes? SÌ  NO
Se sì, per quali ragioni? ............................................................
Se no, per quali ragioni? .........................................................

13. Oltre ai campi riconosciuti come rientranti nel carisma specifico (animazione missionaria; animazione specificamente vocazionale; formazione; accoglienza e cura dei missionari anziani e/o malati), quali altri si ritengono campi di azione specificamente missionaria in Italia? (si possono dare più risposte)
- Presenza e azione tra "gli ultimi" (extracomunitari, barboni, ambienti di prostituzione o di estrema
degradazione sociale, sieropositivi, ecc.)
- Presenza e azione tra extracomunitari solo se non cristiani - Nuova evangelizzazione
- Impegni per il dialogo interculturale e interreligioso
- Rinnovamento del "modo di essere chiesa"
- Impostazione della pastorale delle Chiese locali in senso missionario

14. I MI stimano che la venuta di missionari di altri continenti in Italia, per compiti di prima evangelizzazione affidati loro dall'Istituto, sia da considerare una uscita ad extra - e quindi corrisponda pienamente alla loro condizione di missionari - o il fatto che l'Italia non sia giuridicamente né sociologicamente un paese non cristiano non consente di considerare la loro venuta in Italia come una vera "partenza per la missione"?
- Corrisponde pienamente alla loro condizione di missionari ad gentes
- Non corrisponde pienamente alla loro condizione di missionari ad gentes
Perché ...................................................................................................

Note e riflessioni conclusive: ..................................................................

Data, firma e qualifica del compilatore ...........................................

 

NOTE

[1] Per membri in Italia si intende quelli che appartengono a Provincia/Regione/ Delegazione italiana, cioè che sono giuridicamente assegnati all'Italia come campo di attività, di formazione o di riposo/malattia. Si escludano quindi solo i membri delle comunità di Direzione Generale, ove fossero in Italia. Nel casi di Province! Regioni/Delegazioni composite (che comprendono cioè sia territori italiani che stranieri) si conteggino solo i membri effettivamente presenti in Italia. Nel caso di Delegazioni centrali che oltre la Casa Generalizia comprendano, a titolo diverso, varie comunità, si escludano dai conteggio solo i membri della comunità di Direzione Generale. Si escluderanno pure tutti i missionari e le missionarie che sono in Italia temporaneamente (di passaggio) per riposo, per cura o per altre ragioni.
[2] Si segnino come comunità di formazione e, sotto, come comunità di animazione missionaria, quelle in cui queste attività sono prevalenti, anche se non esclusive.
[3] D'ora in avanti, abbreviato in MI.

 

FAR RIPARTIRE LA MISSIONE 
NEL CROCEVIA CONTEMPORANEO: 
CONTESTI, SFIDE, OPPORTUNITÀ
di p. Bartolomeo Sorge S.I.

Il 29 giugno 2001 la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha pubblicato un documento dal titolo Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. In esso la Chiesa italiana si interroga proprio sul tema da esporre: come far ripartire la missione nel crocevia contemporaneo, evidenziando i nuovi contesti con le sfide e le opportunità che essi offrono alla nuova evangelizzazione. Prendendo spunto dalle indicazioni dei vescovi italiani e seguendone il metodo, cercheremo di chiarire che cosa significhi oggi concretamente comunicare e annunziare il Vangelo al mondo post-modemo. In primo luogo, occorre

metterei in ascolto della cultura del nostro mondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza, è importante per poterei fare servi della loro gioia e della loro speranza. Non possiamo affatto escludere, inoltre, che i non credenti abbiano qualcosa da insegnarci riguardo alla comprensione della vita e che dunque, per vie inattese, il Signore possa in certi momenti farei sentire la sua voce attraverso di loro (1).

In secondo luogo, occorre prestare attenzione alla novità perenne del Vangelo e rimanervi fedeli. Infatti,

vi è una novità irriducibile del messaggio cristiano: pur additando un cammino di piena umanizzazione, esso non si limita a proporre un mero umanesimo. Gesù Cristo è venuto a renderei partecipi della vita divina, di quella che felicemente è stata chiamata "l'umanità di Dio". Il Signore ci ha fatti annunciatori della sua vita rivelata agli uomini e non possiamo misurare con criteri mondani l'annuncio che siamo chiamati a fare (2).

Questo metodo è usato dal Concilio e dal successivo magistero della Chiesa. Esso ci richiama al fatto che, da un lato, i missionari sono uomini e donne come tutti gli altri e perciò partecipano pienamente alla vita dei luoghi e delle società in cui operano; d'altro lato però, essi sono "anche ascoltatori della Parola, chiamati a trasmettere [cioè a comunicare] la differenza evangelica nella storia, a dare un' anima al mondo, perché l'umanità tutta possa incamminarsi verso quel Regno per il quale è stata creata"  (3).
Ora, il mondo post-moderno è caratterizzato da tre grandi processi di cambiamento: la secolarizzazione, la crisi di valori e la globalizzazione. Perciò, vedremo di ciascuno di essi: a) in primo luogo, le sfide e le opportunità che esso offre all'evangelizzazione; b) in secondo luogo, come prendere il largo, facendo ripartire la missione.

La secolarizzazione

a) Le sfide e le opportunità

Il processo di secolarizzazione è, in sostanza, un profondo mutamento di mentalità, di cultura e di costume. Esso nasce con il mondo moderno, come reazione alla identificazione che la "cristianità medievale" aveva fatto tra sacro e profano, tra fede e cultura, fra trono e altare. La secolarizzazione nasce, cioè, come rivendicazione dell'autonomia dell'uomo e della ragione nei confronti del sacro e della religione, e si spinge fino al punto estremo del secolarismo, cioè fino al tentativo di escludere Dio dall' orizzonte stesso della vita e della storia.
Si tratta di un processo culturale in sé ambiguo. Infatti, occorre distinguere tra "secolarismo" e "secolarizzazione".
Quando il processo degenera in "secolarismo" produce conseguenze disumanizzanti, porta l'uomo a ritenersi autosufficiente, a credere che la storia sia solo immanente, che la salvezza possa venire dall'una o dall' altra ideologia. Infatti, il "secolarismo" esclude Dio dalla vita personale e sociale, considera la religione e la libertà religiosa come affari puramente di coscienza e privati; in altre parole, con il secolarismo l'uomo "dimentica Dio, lo ritiene senza significato per la propria esistenza, lo rifiuta ponendosi in adorazione dei più diversi 'idoli" (4).
Il documento della CEI traccia un quadro realistico delle conseguenze funeste del secolarismo, tra cui primeggia 

il crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, per tanti versi ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate all'essenziale esperienza cristiana e ancor meno a una fede capace di farsi cultura e di avere un impatto sulla storia. È poi indubbio che nella mentalità comune e di conseguenza nella legislazione, si diffondono su diversi argomenti prese di posizione lontane dal Vangelo e in netto contrasto con la tradizione cristiana. Questo sia riguardo alla maniera di intendere questioni assai delicate come i problemi del rapporto tra lo Stato e le formazioni sociali - in primo luogo la famiglia -, dell' economia e delle migrazioni dei popoli, sia in merito alla visione della sessualità, della procreazione, della vita, della morte e della facoltà di intervento dell'uomo sull'uomo (5).

Quando invece la "secolarizzazione" viene intesa rettamente, come riaffermazione della legittima autonomia delle realtà temporali e della loro laicità, il fenomeno è allora positivo, anzi offre nuove opportunità all' evangelizzazione, perché purifica i contenuti della fede, accresce la responsabilità storica dei credenti e ne stimola la creatività, apre la strada al dialogo con tutti gli uomini di buona volontà.
In ogni caso, la secolarizzazione può costituire un'insidia per la missione. Infatti, la società secolarizzata ha assimilato molti valori della cultura cristiana (la dignità della persona, la solidarietà, la qualità della vita) e ora li presenta come "valori laici". Lo stesso cristianesimo non è visto più come un fenomeno di natura trascendente, ma come mera "religione civile". Tanto è vero che si ripete di continuo una sorta di slogan: "non possiamo non dirci cristiani", anche se si tratta di atei o miscredenti.
Aver ridotto il cristianesimo a mera religione civile genera gravi contraddizioni, non solo in terra di missione ma anche in nazioni di antica evangelizzazione. Per esempio, da un lato si riconosce che la religione è un fattore di educazione civica e di stabilizzazione sociale; dall' altro, si tolgono i simboli religiosi dalle scuole e dagli edifici pubblici e non si insegnano i canti di Natale ai bambini dell'asilo, in nome della laicità e della tolleranza verso chi non è religioso. Da un lato, gli Stati seguono con fiducia le iniziative religiose in favore della pace, come l'incontro di Assisi del 25 gennaio 2002; dall'altro - in nome della laicità - si cancella ogni riferimento alla religione dal proemio della Carta dei Diritti europei e non s'invitano le comunità religiose a partecipare con le altre realtà sociali alla preparazione della Costituzione europea.
In una parola, il processo di secolarizzazione ha prodotto effetti contrastanti: da una parte, esso ha indotto una profonda crisi di fede, che è sotto gli occhi di tutti; dall' altra, ha alimentato una domanda di religione civile, che però non è domanda di fede. Da qui viene la tentazione forse più insidiosa per la missione: limitare l'annunzio cristiano alla proposta dei "valori civili" in esso contenuti, in nome di un malinteso rispetto della laicità e della tolleranza. Intendiamoci: nessuno nega che la promozione umana sia parte integrante della evangelizzazione, ma l'evangelizzazione non si può ridurre a un mero impegno di civilizzazione. La missione non potrà mai rinunciare alla profezia della parola e della testimonianza. Come? La teologia del Concilio aiuta a trovare la risposta alle sfide della secolarizzazione.

b) Far ripartire la missione

Occorre innanzitutto chiarire il rapporto tra missione e impegno civile. "La missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine infatti che le ha prefisso è di ordine religioso" (6); "la Chiesa in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico" (7) Stato e Chiesa, avendo natura e missione diverse, devono essere liberi di perseguire ciascuno il proprio fine e di usare gli strumenti propri di cui dispongono.
Tuttavia vi sono casi nei quali impegno civile e missione religiosa in certa misura si compenetrano: sia perché le medesime persone sono nello stesso tempo cittadini dello Stato e membri della Chiesa; sia perché vi sono materie - quali la famiglia, la vita umana, il diritto dei genitori di scegliere liberamente la scuola e la formazione da dare ai figli, la tutela dei diritti umani e sociali, la pace - che coinvolgono insieme le due istituzioni.
Pertanto, pur essendo autonomi, Chiesa e Stato dovranno collaborare per il bene comune. Tuttavia, la Chiesa non può invadere l'ambito politico o servirsi della politica a scopo religioso, e lo Stato non può invadere l'ambito religioso o servirsi della religione a scopo politico.
Ora, il Vangelo non solo ci svela il mistero di Dio, ma svela l'uomo all'uomo. Perciò, illuminando l'antropologia, l'annunzio del Vangelo è destinato a influenzare e ispirare i comportamenti personali e sociali, privati e pubblici, di chi liberamente lo accoglie. Anche il missionario - come la Chiesa - quando evangelizza non parla solo di Dio, ma fa un discorso sull'uomo. Ebbene, che altro è la "politica", nel significato più alto e nobile del termine, se non un discorso sull'uomo, sui suoi valori? Pertanto, la Chiesa (i missionari) non può non "fare politica" in senso culturale ed etico.
Tuttavia, come esige la natura essenzialmente religiosa della missione ricevuta da Cristo, i ministri della Chiesa e i consacrati si autoesc1udono da ogni intervento diretto nella politica intesa come "prassi" partitica, sindacale, di governo; non perché sia una cosa sporca (Pio XI infatti la definì "il campo della più vasta carità"), ma perché non può divenire "uomo di parte" chi ha ricevuto la vocazione e il carisma di testimoniare l'Assoluto. Ciò non esclude, però, negli uomini di Chiesa l'interesse per i programmi politici, i quali vanno giudicati sul piano etico e culturale, alla luce della Parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa.
Il missionario dunque, da un lato, si deve mantenere equidistante dalle fazioni in lotta per il potere, non si schiera per l'uno o l'altro partito, né prende posizione in favore dell'uno o dell'altro assetto istituzionale; d'altro lato, però, la sua equidistanza non significa affatto neutralità. Infatti, non tutte le culture politiche né tutti i programmi si equivalgono, e le coscienze vanno illuminate e formate al discernimento. Mons. Romero era equi distante dai partiti, ma non era neutrale nei confronti della cultura oppressiva degli squadroni della morte. Don Puglisi era estraneo al conflitto tra i partiti, ma non era neutrale di fronte alla cultura anticristiana e antiumana della mafia.
A tal punto, spiega Giovanni Paolo II, che

si possono dare casi eccezionali di persone, gruppi e situazioni in cui può apparire opportuno o addirittura necessario svolgere una funzione di aiuto e di supplenza in rapporto alle istituzioni carenti e disorientate, per sostenere la causa della giustizia e della pace. Le stesse istituzioni ecclesiastiche, anche di vertice, hanno svolto nella storia questa funzione, con tutti i vantaggi, ma anche con tutti gli oneri che ne derivano (8).

Per esempio, la Chiesa ha svolto funzione di "supplenza" in Italia dopo la seconda guerra mondiale, quando il paese si trovò impreparato a fronteggiare il pericolo comunista e doveva nello stesso tempo ristabilire la democrazia dopo il fascismo. Un altro caso di "supplenza" fu l'impegno della comunità ecclesiale contro la mafia negli anni' 80, in assenza totale dello Stato. La stessa funzione ha svolto la Chiesa in Polonia negli anni del comunismo e in numerose situazioni dell' America Latina, dove essa era praticamente l'unica forza morale, l'unica voce autorevole in grado di difendere i poveri e gli oppressi e di affermare le ragioni della giustizia e della pace.
In conclusione, anche l'impegno civile rientra nella missione evangelizzatrice, ma rimane sempre vero che il primato spetta alla testimonianza della Parola e della vita. Giovanni Paolo II insiste continuamente sulla priorità della testimonianza nel nostro mondo secolarizzato: "Vogliamo vedere Gesù" (Gv 12,21) - egli scrive nella lettera apostolica Novo Millennio Ineunte - [H'] Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di 'parlare' di Cristo, ma in certo senso di farlo loro 'vedere'. [...] La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto" 9. Rimane questo il presupposto di ogni missione: essere comunicatori della vita nuova e testimoni credibili dei valori del Regno.

La crisi di valori

a) Le sfide e le opportunità

Connesso con il processo di secolarizzazione è un altro processo di cambiamento: quello che possiamo definire crisi di valori o "trasmutazione dei valori". Di che si tratta? In pratica, la tradizionale omogeneità culturale di tante nazioni (durata secoli) oggi ha lasciato il posto a una pluralità di visioni della vita e della storia, spesso in contrasto con l'antropologia del Vangelo. Questa lacerazione dell'unità culturale della società è insieme causa ed effetto della crisi delle cosiddette "evidenze etiche", cioè di quei valori morali fondamentali su cui si modellava fino a ieri la convivenza civile.
Rileva il documento della CEI:

È avvenuta alla fine del secondo millennio cristiano una vera e propria eclissi del senso morale. Con questo non vogliamo né possiamo dire che la gente sia più cattiva di un tempo: piuttosto è diventato difficile perfino parlare dell' idea del bene, come di quella del male, senza suscitare non tanto reazioni, quanto molto più semplicemente una forte incomprensione. Gli uomini e le donne del nostro tempo hanno indubbiamente dei valori di riferimento - chi potrebbe vivere senza affidarsi a qualcosa o a qualcuno? -, ma spesso trovano difficile o poco interessante dar ragione di ciò che guida le loro scelte di vita, rischiando così di esporsi fortemente all'arbitrarietà delle emozioni o - fatto molto più insidioso - ai miti occulti che permeano la nostra società su diversi temi morali non periferici (10).

Ora, pure questo processo di "trasmutazione di valori" è ambiguo e ambivalente, non meno del processo di secolarizzazione: può condurre a un relativismo etico dagli effetti devastanti, ma allo stesso tempo offre anche nuove opportunità alla missione. Infatti, mentre interi capitoli fondamentali dell'etica tradizionale minacciano di scomparire (si pensi, per esempio, a quelli riguardanti la morale sessuale e familiare), altri capitoli, ieri praticamente disattesi, vengono riscoperti (si pensi, per esempio, all'impegno per la giustizia, alla nuova coscienza della solidarietà e della pace, alla salvaguardia dell'ambiente).
Anche i vescovi italiani, mentre denunciano i gravi rischi della eclissi del senso morale, sottolineano però anche le nuove opportunità per l' evangelizzazione che, nonostante tutto, presenta il fenomeno della trasmutazione dei valori. Citano, per esempio, il fatto che

gli occhi dei nostri contemporanei continuano a dischiudersi sull' altro, specie su chi è sofferente e bisognoso, e questo è un motivo di speranza. [...] Anche lo sviluppo della scienza e della tecnica presenta aspetti positivi da cogliere e valorizzare. L'uomo che si spinge avanti nelle vie del sapere scientifico si trova di fronte a domande non di tipo tecnico, e tuttavia ineludibili, che riguardano il fondamento e il senso dell' esistenza (11).

In altre parole, il processo di trasmutazione di valori, se da un lato può condurre a un pericoloso relativismo etico, d'altro lato - debitamente orientato - può offrire importanti opportunità di crescita e di evangelizzazione: può aiutare a scoprire valori nuovi e a recuperarne altri, oggi offuscati o perduti.

b) Far ripartire la missione

Per far ripartire la missione nel contesto di questa delicata crisi di valori, bisogna innanzitutto comprendeme le ragioni, se vogliamo "comunicare" il Vangelo in modo efficace agli uomini e alle donne del nostro tempo. Si tratta, in sostanza, di restituire alla cultura del mondo post-modemo l'anima etica perduta. Lo potremo fare partendo da quegli elementi comuni di verità che si trovano anche fuori della Chiesa cattolica (12), presso le religioni non cristiane che "non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini" (13), e perfino presso quei non credenti "che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora la Sorgente" (14).
In altre parole, lo strumento privilegiato della nuova evangelizzazione è il dialogo interculturale. Questo non va affidato soltanto a un corpo specializzato di "missionari", come avveniva quando l'evangelizzazione consisteva soprattutto nella "conquista" alla Chiesa di nuovi spazi geografici. Oggi, chiusa la stagione delle rigide contrapposizioni, la cultura cristiana e le altre culture sono chiamate a incontrarsi, muovendo dai valori condivisi e dagli elementi comuni di verità, per proseguire insieme verso la verità tutta intera. Non esistono culture "superiori" e "inferiori", così come non esistono razze superiori e inferiori. Le culture diverse invece sono complementari tra di loro, essendo tutte elaborazioni sull'uomo, su Dio e il suo mistero.
La caduta delle speranze ideologiche, creando un vuoto di ideali soprattutto nelle nuove generazioni, ha fatto emergere una domanda religiosa e un bisogno di Assoluto che sono testimoniati da tutte le indagini sociologiche recenti.
Ancora una volta la storia dimostra che il binomio Dio-uomo è inscindibile. Tutte le volte che l'uomo perde il senso dell' Assoluto,
tutte le volte che perde Dio, perde se stesso. E ogni qualvolta l'uomo ritrova se stesso e la sua dignità, ritrova ineluttabilmente Dio. Il tentativo della modernità di sostituire il sentimento religioso dell'uomo con le ideologie non poteva non fallire perché, negando Dio, si priva l'uomo del suo stesso fondamento ed egli finisce con l'organizzare la società contro se stesso. "Senza dubbio - scrive Paolo VI nell'enciclica Populorum Progressio - l'uomo può organizzare la Terra senza Dio; ma senza Dio egli non può, alla fine, che organizzarla contro l'uomo" (15).
Una clamorosa conferma di questa verità è venuta dalla crisi del comunismo, che è stato il tentativo più spinto di costruire una società senza Dio: "Il marxismo aveva promesso di sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell'uomo, ma i risultati hanno dimostrato che non è possibile riuscirci senza sconvolgere il cuore" (16).
Del resto, l'esperienza dimostra che l'alienazione (la perdita di senso dell'esistenza) è legata, pure nell'Occidente libero, a una forma di ateismo (pratico) che si esprime nel materialismo della vita, nell'egoismo, nel consumismo sfrenato.
Se l'uomo ritrova il suo vero umanesimo, ritrova pure Dio. Pertanto, è compito della nostra missione reagire alla cultura materialistica disumanizzante, ripartire dalla coscienza religiosa e dai suoi valori, per fondare la coscienza etica che, a sua volta, costituisce il cuore della cultura di un popolo, fondamento su cui poggia ogni progetto di società. Oggi è possibile.
"Non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso - ha detto Giovanni Paolo II all'ONU in occasione del 50° di fondazione - ma, al contrario, vi è una 'logica' morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli"; quindi, "se vogliamo che un secolo di 'costrizione' lasci spazio a un secolo di 'persuasione', dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa il futuro dell'uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo, è quella sorta di 'grammatica' che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro" (17).
Quello che ci unisce tra diversi è molto di più di quello che ci divide. Come ha spiegato il Papa, difendendo l'incontro di Assisi 1986, quello che ci unisce è divino, essenziale, ontologico, perché siamo tutti all'interno dell'unico disegno di Dio creatore e redentore; ciò che invece ci divide è accidentale e storico (18).

La globalizzazione

a) Le sfide e le opportunità

La globalizzazione è un fenomeno complesso. In primo luogo, quando si parla di "globalizzazione" tutti pensiamo istintivamente ai processi di unificazione economica e finanziaria. Un fenomeno che è letteralmente esploso dopo il fallimento del socialismo reale e la caduta del muro di Berlino. Infatti, sono apparsi nella loro gravità tutti gli squilibri esistenti tra i popoli ricchi e quelli poveri del mondo. Squilibri non risolti, ma addirittura aggravati, dalla rivoluzione tecnologica. Cosicché ormai tocchiamo con mano che s'impone un nuovo ordine mondiale dell' economia, un nuovo modello di sviluppo "planetario". Tutti i problemi nuovi che nascono sono planetari. Nessuna nazione può affrontarli da sola, ma si esige la cooperazione internazionale. O costruiamo tutti insieme un mondo migliore, o periamo tutti insieme.
Tuttavia la globalizzazione non è solo un fenomeno economico; è anche e soprattutto un fenomeno culturale. Basti pensare agli effetti prodotti dalla globalizzazione della comunicazione sociale e della informazione attraverso la televisione e internet. Grazie ai progressi rivoluzionari della tecnica e delle scienze, oggi è possibile diffondere conoscenze, notizie e cultura a livello planetario, in tempi rapidissimi.
Ebbene questa globalizzazione, che sta trasformando strutturalmente la vita della famiglia umana, da un lato presenta gravi rischi. Infatti la logica di mercato (cioè, la ricerca del maggior profitto), lasciata a se stessa e priva di orientamento etico, non sarà mai il motore dello sviluppo umano né sul piano economico, né su quello sociale e politico: genera infatti mancanza di solidarietà, egoismo, frammentazione sociale, allarga la forbice tra ricchi e poveri, crea nuove forme di colonialismo economico e culturale, altera l'equilibrio ecologico. I drammatici effetti sono sotto i nostri occhi.
Scrive J. Bindè, direttore dell'Ufficio analisi e previsioni dell'UNESCO:

All'alba del XXI secolo più di un miliardo e trecento milioni di persone vivono in una situazione di povertà assoluta, e il loro numero continua ad aumentare. Secondo alcuni esperti, questa cifra ha già raggiunto i due miliardi. In questo stesso momento, più di ottocento milioni di individui soffrono la fame e la malnutrizione; più di un miliardo non hanno accesso ai servizi sanitari, all'istruzione di base e all'acqua potabile; due miliardi non sono collegati a una rete elettrica e più di quattro miliardi e mezzo non dispongono dei mezzi di comunicazione di base, e quindi degli strumenti per accedere alle nuove tecnologie che saranno la chiave dell'istruzione a distanza. Si vanta oggi il boom di Internet, ma per molto tempo ancora vivremo in un mondo ove l'informazione avrà le. sue autostrade e i suoi deserti. E il futuro stesso sembra compromesso. Il futuro è illeggibile al Nord, dove la maggior parte dei popoli ricchi fa sempre meno figli; è già ipotecato al Sud, perché i bambini e le donne sono le prime vittime della miseria. Due terzi della popolazione mondiale in situazione di povertà assoluta sono al di sotto dei quindici anni, e più dei due terzi dei poveri sono donne (19).

D'altro lato, però, la globalizzazione offre anche prospettive di crescita e molte opportunità positive: può servire a una maggiore comprensione tra i popoli, alla pace, allo sviluppo, alla promozione dei diritti umani. In particolare, la globalizzazione nata dalla comunicazione sociale è divenuta una vera e propria "cultura", un nuovo modo di comprendere il mondo, la vita e l'uomo.
La globalizzazione dunque, se non si può fermare, si può e si deve orientare. Noi non possiamo accettare "la logica del più forte, l'idea che la presenza dei poveri, sfruttati e umiliati sia frutto dell'inesorabile fluire della storia [.. .]. Su questo punto il cristianesimo non può scendere affatto a compromessi: il povero, il vi andante, lo straniero non sono cittadini qualunque per la Chiesa" (20).
Perciò, il recente Magistero sociale della Chiesa esorta a ricercare la soluzione dei gravi squilibri messi in luce dalla globalizzazione all'interno di uno sviluppo sostenibile a livello planetario, che realizzi la sintesi tra efficienza economica, libertà politica e coesione sociale, senza ripetere gli errori commessi nel XX secolo dal socialismo reale e dal capitalismo selvaggio.
In una parola, è necessario che la interdipendenza economica, politica e sociale, oggi accresciuta dai processi di globalizzazione, si traduca in globalizzazione della solidarietà. Avverte Giovanni Paolo II:

La cooperazione internazionale [. . .] non può essere pensata esclusivamente in termini di aiuto e di assistenza, o addirittura mirando ai vantaggi di ritorno per le risorse messe a disposizione. Quando milioni di persone soffrono la povertà - che significa fame, malnutrizione, malattia, analfabetismo e degrado - dobbiamo non solo ricordare a noi stessi che nessuno ha il diritto di sfruttare l'altro per il proprio tornaconto, ma anche e soprattutto riaffermare il nostro impegno a quella solidarietà che consente ad altri di vivere, nelle concrete circostanze economiche e politiche, quella creatività che è una caratteristica distintiva della persona umana che rende possibile la ricchezza delle nazioni (21).

Come ha confermato la contestazione dei no global in occasione del G8 di Genova (20-22 luglio 2001), la coscienza del nostro tempo non tollera più un'umanità spaccata tra cinque miliardi di poveri e un miliardo di ricchi. I beni della Terra sono di tutti, e un mondo diverso è possibile. Nessuno nega che la globalizzazione produca crescita di benessere. Ma, senza un' anima etica e senza regole, la mondializzazione finisce col concentrare il potere economico nelle mani di poche persone e di poche società multinazionali, condiziona il potere politico, accresce la distanza tra Nord e Sud del mondo, genera nuove forme di colonialismo, lascia il debole in balìa del più forte.

b) Far ripartire la missione

In un mondo che si va globalizzando occorre dunque prendere atto che anche la missione ad gentes non ha più confini.

Ormai la nostra società si configura sempre di più come multietnica e multireligiosa. Dobbiamo affrontare un capitolo sostanzialmente inedito del compito missionario: quello dell' evangelizzazione di persone condotte tra di noi dalle migrazioni in atto. Ci è chiesto in un certo senso di compiere la missione ad gentes qui nelle nostre terre. Seppur con molto rispetto e attenzione per le loro tradizioni e culture, dobbiamo essere capaci di testimoniare il Vangelo anche a loro e, se piace al Signore ed essi lo desiderano, annunciare loro la Parola di Dio, in modo che li raggiunga la benedizione di Dio promessa ad Abramo per tutte le genti (Gen 12,3) (22).

La via per far ripartire la missione in un mondo globalizzato, accanto al dialogo interculturale, è il dialogo interreligioso. È la via per contribuire a risolvere le grandi sfide dell'era della globalizzazione: le migrazioni, il terrorismo internazionale, la costruzione della pace nella giustizia e nell'amore.
Il fenomeno migratorio ha ormai dimensioni planetarie. Sono circa 150 milioni le persone che si spostano da una parte all'altra del mondo, verso le aree più ricche, che sono anche le più popolate. Ciò aggrava l' odissea degli immigrati, che perlopiù vengono ritenuti invasori. Il problema non si risolve chiudendo loro le frontiere, discriminandoli in base alla razza o alla religione o sparando agli "sca
fisti". Occorre orientare e regolare i flussi migratori in forma legale e strutturale. Non bastano le soluzioni di emergenza. "Il processo di globalizzazione può costituire un' opportunità, se le differenze culturali vengono accolte come occasione di incontro e di dialogo, e se la ripartizione disuguale delle risorse mondiali provoca una nuova coscienza della necessaria solidarietà che deve unire la famiglia umana" (23).
Anche il terrorismo si è globalizzato. Non l'avevamo capito. Solo l'11 settembre 2001 ci siamo accorti che il conflitto israelo-palestinese e altre esplosioni di violenza non erano episodi sporadici di "terrorismo locale", ma focolai di un nuovo terrorismo senza confini e senza volto. Per estirparlo non serve la guerra (meno che meno un'assurda guerra di civiltà), perché l'abbattimento delle Twin Towers a New York non è stato una dichiarazione di guerra, ma un crimine contro l'umanità. Il terrorismo globalizzato, invece, appartiene a un nuovo capitolo del diritto internazionale: il diritto umanitario. I crimini contro l'umanità sono imprescrittibili, e possono essere perseguiti dappertutto. Non possono essere considerati affari interni di una nazione. Quindi il terrorismo internazionale non si combatte con la rappresaglia e la ritorsione (contro chi?), ma attraverso altre vie: per esempio, congelando le fonti finanziarie che alimentano le reti terroristiche, potenziando e coordinando i servizi di intelligence, soprattutto spegnendo i focolai esistenti a cominciare dal Medio Oriente, dove bisogna presto giungere a riconoscere lo Stato palestinese. E rinnovando l'ONU.
Tuttavia, se la giustizia può richiedere che si ricorra legittimamente all'intervento armato - come extrema ratio - per stanare i terroristi e portarli dinanzi ai giudici, dobbiamo dire però che la giustizia da sola non basta. Certo, la giustizia ci vuole, perché la pace si fonda sul rispetto dei diritti umani. Tuttavia, oltre che di giustizia (che è il primo scalino dell'amore), c'è bisogno di riconciliazione e di perdono (che è il vertice dell'amore). La ragione è spiega Giovanni Paolo II - che la giustizia si limita a garantire l'equità
nell' ambito dei beni e dei diritti oggettivi, mentre "l'amore e la misericordia fanno sì che gli uomini s'incontrino tra di loro in quel valore che è l'uomo stesso, con la dignità che gli è propria" (24).
Questo significa far ripartire la missione nell'era della globalizzazione.

Conclusione

Missionari del nostro tempo, condividiamo le contraddizioni della transizione epocale. Riuscirà mai la missione a evitare che il processo di secolarizzazione degeneri in secolarismo, escludendo Dio dall'orizzonte umano e riducendo la religione a mera questione civile e privata? Su quali forze potrà contare la nuova evangelizzazione, se i missionari diminuiscono e invecchiano, mentre scarseggiano le vocazioni? Quale spazio avrà la Chiesa in una società multiculturale e plurireligiosa, ora che - finita per sempre la stagione della "cristianità" - si ritrova povera e priva di appoggi, né può più contare su privilegi e "partiti cattolici" che ne garantivano i diritti?
Dalla lettura dei segni dei tempi dobbiamo concludere che la Chiesa oggi si trova in stato di purificazione. La storia dimostra che ogni qualvolta la Chiesa, condizionata dagli uomini e dagli eventi, rischia di trasformarsi da "lievito" in "pasta" lo Spirito che la guida interviene, la purifica, le toglie gli appoggi umani e la riporta alla purezza del Vangelo. Tornano i tempi apostolici. La Chiesa torna a essere "lievito". La forza del lievito non sta nella quantità. La forza della nostra missione non sta nel denaro, nel favore dei potenti, nei privilegi, nei concordati. La forza del Vangelo sono i poveri e la povertà della Chiesa; la Croce, la Parola di Dio, la santità dei suoi figli.
Ogni volta che la Chiesa si ritrova povera e "piccolo gregge" (Lc 12,32), si è alla vigilia di una nuova primavera cristiana. Noi oggi ne vediamo soltanto i segni premonitori. Fra tutti ci conforta la straordinaria presenza, nella Chiesa e nel mondo, di Maria: Regina degli apostoli, Stella del mattino e Aurora dei tempi nuovi della missione.

 

NOTE

[1] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 34.
[2] Ibidem, n. 35. 
[ 3] Ibidem.
[4] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici (1988), n. 4.
[5] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 40.
[6] CONCILIO VATICANO n, Costituzione pastorale Gaudium et Spes, n. 42. 
[ 7] Ibidem, n. 76.
[8] GIOVANNI PAOLO n, "Il presbitero e la società civile", in «L'Osservatore Romano», 29 luglio 1993.
[9] ID., Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 16.
[10] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 41. 
[11] Ibidem, nn. 37 s.
[12] Cfr. Lumen Gentium, n. 8. 
[ 13] Nostra Aetate, n. 2.
[14] Gaudium et Spes, n. 92.
[15] PAOLO VI, Enciclica Populorum Progressio, n. 42.
[16] GIOVANNI PAOLO n, Enciclica Centesimus Annus, n. 24.
[17] ID., "Discorso all'ONU nel 50° della fondazione" in «L'Osservatore Romano», 6 ottobre 1995.
[18] Cfr. ID., "Discorso alla Curia Romana", in «L'Osservatore Romano». 22 dicembre 1986.
[19] J. BINDÈ, "Siamo pronti al nuovo millennio?", in «La Repubblica», 23 agosto 1998, p. 9.
[20] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 43.
[21] GIOVANNI PAOLO II, "Discorso all'ONU ne150° della fondazione", in «L'Osservatore Romano», 6 ottobre 1995.
[22] CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, cit., n. 58.
[23] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la giornata mondiale delle migrazioni del 2000, n. 4.
[24] ID., Enciclica Dives in Misericordia, n. 14.