La Cimi ai vescovi italiani
«Nella Chiesa locale per rilanciare la missione»
Il testo integrale della lettera indirizzata ai vescovi italiani
dalla Conferenza degli istituti missionari in Italia.

("Mondo e Missione", 27/7/’09)

Venerati vescovi della Chiesa di Dio che è in Italia,

Vi scriviamo questa lettera a nome degli Istituti missionari esclusivamente ad gentes presenti in Italia.

Due ragioni ci motivano nel farlo. Primo, il voler dirVi grazie di quella "sollecitudine per tutte le Chiese" che avete assunto a partire dalla Fidei donum e che i nostri Istituti, presenti in varie parti della Terra, hanno tante volte sperimentata, specialmente dopo il Concilio Vaticano II. Grazie per esserci chiesa ‘madre’.

Sono passati poi dieci anni dalla pubblicazione de "L’amore di Cristo ci sospinge", Lettera del Consiglio episcopale permanente della CEI (aprile 1999) indirizzata alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario. Lettera che, pur nella sua brevità, ha offerto a noi, missionari ad vitam, stimoli e richiami di particolare significato e portata per la nostra presenza in Italia.

Chiamati ad offrire il Vangelo del Regno ad un mondo che cambia velocemente - in una stagione bella e drammatica allo stesso tempo, segnata da profonde ferite, lacerazioni e ricerche di una speranza che non deluda - oggi più che mai ci sentiamo inadeguati ad assolvere tale compito e aspettative. Il numero dei nostri  missionari e missionarie di origine italiana è in continuo calo; le vocazioni sono rare, le nostre comunità sono sempre più composte da persone anziane rientrate per ragioni di età e salute. La nostra stessa identità missionaria, all’interno del mondo ecclesiale italiano, conosce delle connotazioni un po’ confuse. L’esserci abituati in passato a vivere il rientro in Italia come un tempo di necessario riposo, ricerca di vocazioni e aiuti per poi ripartire, ci ha portati a comportarci troppo da ospiti di passaggio. E oggi ne soffriamo le conseguenze.

La riaffermazione della "responsabilità missionaria della Chiesa locale" ci ha spinti ai margini di ciò che, fino ad ieri, ci vedeva soli protagonisti.  La riscoperta della natura missionaria di tutta la Chiesa sembra avere paradossalmente indebolito la proposta e il fascino di una scelta di consacrazione ad vitam per la tradizionale missione ad gentes.

Riconosciamo che gli Istituti missionari a cui apparteniamo, nati in un periodo di massima centralizzazione della missione universale, sono i primi a doversi riposizionare nella Chiesa locale, sia che si tratti della Chiesa da cui  noi missionari partiamo che di quella in cui arriviamo.

Pur dipendendo giuridicamente dalla Santa Sede, i nostri Istituti affermano oggi con forza la loro appartenenza alla Chiesa locale, alla quale collaborano con l’apporto del proprio carisma e i cui presbiteri formano un unico presbiterio con quelli della diocesi (PO 8). Questo fatto si traduce in un desiderio di maggiore partecipazione alla vita quotidiana delle diocesi in cui operiamo, in fraterni rapporti con tutte le "forze missionarie" che sono in esse presenti. Non possiamo negare che ci siano state e ci siano ancora resistenze da parte di alcuni tra noi all’impostazione derivante dal Vaticano II.  Ma tutto questo appartiene ad un passato che vogliamo superare e non è nello spirito in cui vogliono oggi operare i nostri Capitoli generali e provinciali.

Vorremmo cioè rafforzare i vincoli che legano i missionari alle loro Chiese di origine, alle quali radicalmente continuano ad appartenere, anche se operano in Chiese sorelle.

L’appartenenza alla Chiesa locale può essere espressa con vari segni, come, per esempio, quando in occasioni di partenze per la missione di membri degli Istituti, il Vescovo o un suo Delegato ci consegna pubblicamente e solennemente il Mandato. Un gesto che ricorda con forza che è sempre la Chiesa locale che manda, anche se quel missionario o quella missionaria passano attraverso un’istituzione ecclesiale specifica (il suo Istituto, la sua Congregazione religiosa o la sua ONG). Qualcosa di analogo potrebbe essere pensato al nostro rientro in Italia per un certo periodo di tempo.

Cosa possiamo o vorremmo offrire alla nostra chiesa di origine, quando vi torniamo per un periodo di servizio?

Noi pensiamo che i nostri missionari e le nostre missionarie diano, con la consacrazione ad vitam, una forte testimonianza alla natura missionaria della Chiesa. Vorremmo che le nostre comunità diventino, ciascuna secondo una sua misura, Centri di Spiritualità Missionaria, dove ogni cristiano possa riconoscere e assimilare l’amore di Dio per il mondo, in particolare i piccoli, gli ultimi, gli immigrati.

Una forma speciale di collaborazione ci è offerta dagli Uffici e i Centri Missionari Diocesani che molte diocesi ormai hanno. Sappiamo quanto la carenza di clero pesi anche nel provvedere il CMD di sacerdoti  preparati e non oberati da altri impegni; allo stesso tempo constatiamo con piacere che dove si costituisce un’equipe composta da sacerdoti, religiosi e religiose e laici, il CMD si rafforza e risponde meglio ai suoi compiti. Ci auguriamo che continui ovunque questo sforzo di qualificare ulteriormente i CMD perchè non solo possano sostenere, accompagnare e guidare gli impegni diretti della Diocesi nell’ ad gentes, ma anche coordinare tutta l’animazione missionaria in Diocesi  e tutta la cooperazione missionaria con le Chiese sorelle in altre parti del mondo.

Da parte nostra continueremo a mettere a disposizione qualche membro dei nostri Istituti nelle Diocesi in cui sono presenti le nostre comunità, senza escludere altre forme di collaborazione che potrebbero essere ancora studiate e attuate. Pensiamo alla formazione missionaria dei giovani e degli adulti, dei seminaristi e dei preti, dei religiosi e delle religiose, al contributo che possiamo offrire nell’accoglienza e accompagnamento di sacerdoti e religiose/religiosi provenienti da culture e paesi diversi dal nostro, in cui sono chiamati ad operare oggi.

Non pensiate, però, che ci basti l’essere missionari né essere stati lungo tempo in missione per avere la capacità di animare missionariamente dette realtà. Avvertiamo forte la necessità di preparare meglio i nostri membri perché realizzino sempre più adeguatamente forme specifiche di animazione missionaria, come la catechesi, l’educazione dei giovani, l’apostolato dei mass media, la liturgia, eccetera.

Ancora, di fronte alle situazioni che si possono definire ad gentes nella Chiesa italiana, gli Istituti possono dare un particolare contributo di esperienza, ma il compito preminente  deve restare ovviamente alle Diocesi. La nostra presenza in mezzo a stranieri di altre religioni e in situazioni particolarmente degradate di povertà ed emarginazione, da alcuni tra noi considerata una continuazione naturale del loro carisma di evangelizzatori ad vitam, vorrebbe essere per tutti occasione di offrire un contributo all’opera di presenza e assistenza che appartiene di diritto agli operatori pastorali della Chiesa locale.

L’esortazione "L’amore di Cristo ci sospinge" ci chiedeva di "aprire il libro delle missioni" in modo da rendere queste esperienze di annuncio e vita cristiana più significative anche qui, per quanto possibile e nel rispetto delle ovvie differenze. In altre parole, ci si chiedeva di favorire uno scambio con le giovani Chiese dette "di missione", considerando non solo l’aiuto materiale che pur dobbiamo continuare a dar loro, ma anche l’effettivo scambio di esperienze, di stimoli, di modelli di evangelizzazione.

A questo proposito, i missionari che tornano da quelle Chiese (siano essi membri dei nostri Istituti, preti fidei donum o laici) ci invitano spesso a  prendere in esame le loro esperienze e a chiederci se esse non possano diventare una risorsa anche per la Chiesa italiana.

In particolare ci chiedono di prendere in considerazione:

- La centralità del primo annuncio. Nelle giovani Chiese si ha coscienza della "novità" del Cristo e del fatto che il suo Vangelo è potenza per il rinnovamento della vita e della storia. Infatti, anche nelle Chiese italiane ci sono persone o gruppi bisognosi del primo annunzio.

- La ricchezza dei carismi e dei ministeri. Proveniamo spesso da Chiese "tutte ministeriali", dove cioè molti se non tutti assumono un compito per la Chiesa e per la sua missione nel mondo.

- La vitalità delle comunità ecclesiali di base o piccole comunità cristiane, dove il Vangelo si coniuga con la vita e si fa esperienza di comunione, impegno e missione nelle circostanze di ogni giorno.

- La libertà profetica, che si manifesta, quando è necessario, con la denuncia della corruzione, degli sfruttamenti, delle collusioni fra politici e malavita, e soprattutto con la vicinanza ai poveri e ai sofferenti, che spesso là sono la maggioranza della popolazione.

- La necessità dell’inculturazione per incarnare il messaggio immutabile nella cultura propria del popolo; cultura che deve essere purificata, ma che rappresenta pur sempre una ricchezza per la fede.

- La pratica del catecumenato, che prepara i ragazzi e gli adulti ad assumere consapevolmente il battesimo e la vita nuova che ne scaturisce.

- L’opportunità del dialogo ecumenico e di quello interreligioso, che diventa spesso "inevitabile" per chi vive tra credenti di altre chiese o di altre fedi, ma che proprio per questo è stimolo a definire la propria identità sulla base della parola di Dio.

La "vasta trama della carità" che la Chiesa italiana ha tessuto a livello universale può portare in dono alle nostre comunità tutte queste "ricchezze". Le stesse "giornate missionarie" o le "settimane di animazione missionaria" che le comunità dei nostri Istituti chiedono alle parrocchie non sono tanto un’occasione per chiedere offerte (magari anche questo, perché gli Istituti missionari in Italia vivono solo di offerte), quanto un modo di aprire a tutti i fedeli "il libro della missione" e a ritrovare in esso la freschezza e la forza della loro fede. In tale direzione vanno anche i "viaggi estivi in terra di missione" o iniziative simili concordate con i CMD.

Vorremmo infine chiudere questa lettera con una duplice richiesta. Nel nostro sforzo di conversione per operare ‘nella’ chiesa italiana e non ‘parallelamente’ ad essa, ricordateci sempre che non siamo però chiamati a restare, ma a partire. Il nostro carisma specifico ci orienta esclusivamente all’ad gentes anche all’interno delle diocesi italiane. La consacrazione ad gentes può prendere forme diverse e può inserirsi nella pastorale missionaria di ogni Chiesa locale, ma non può essere ridotta a compiti di supplenza nella pastorale ordinaria.

Aiutateci a riconoscerci  come patrimonio ecclesiale proprio delle vostre Diocesi, e dateci il gusto di sentirci tali, in particolare promuovendo la vocazione missionaria con la stessa convinzione con cui si promuovono le vocazioni sacerdotali e quelle religiose. Una diocesi ha bisogno di missionari ad gentes (preti e laici, religiosi e religiose, ad vitam e fidei donum), così come ha bisogno di preti e agenti pastorali nelle parrocchie.

Vi abbiamo espresso questi nostri sentimenti con piena confidenza, sapendo che abbiamo tutti una stessa preoccupazione per il Vangelo del Signore e per le difficoltà che esso incontra oggi in ogni parte del mondo e qui, nella nostra Italia, ma anche con la gioia di servire il Regno di Dio.

Grazie ancora per la vostra attenzione, ci dichiariamo vostri devoti  figli e figlie.

Padre Alberto Pelucchi, mccj (presidente Cimi)

Suor Carmela Coter, smc (vice-presidente Cimi)