Dinajpur                                                   

P. ENRICO VIGANÒ

Sabato 29 Aprile poco dopo le 14.00 alla casa del PIME di Rancio, Lecco, moriva P. Amatore Artico missionario in Bengala (DINAJPUR - JALPAIGURI) dal 1937 al 1980. Al ritorno dalla missione dopo cinque anni di servizio in Italia venne destinato agli USA. Rientrato in Italia nel 1990 fu a S. Margherita di RONCA' (VR) fino a quando con l'aggravarsi della malattia fu trasferito alla casa di Rancio, Lecco.

Durante i funerali alla casa di Rancio dopo l'omelia tenuta da P. Crotti, ci fu il saluto della Parrocchia di S. Margherita presentato da P. Gianola, quello del nipote di P. Artico a nome di tutti i parenti e quello di Angela Turba che con tanto affetto e generosità ha accompagnato i momenti più difficili di P. Artico. Riportiamo il saluto di Angela che abbiamo ricevuto per scritto.

Padre Amatore Artico
P. ARTICO AMATORE

Carissimo Padre Amatore,

                                       di fronte alla dolorosa realtà della tua morte sono rimasta sospesa tra due posizioni: da una parte il bisogno di meditare nel silenzio e nel raccoglimento il senso di questo distacco che il Signore ha voluto, dall'altra il desiderio di comunicare e di ripercorrere i giorni trascorsi con te con i tuoi parenti, amici e con tutte le persone che hanno avuto modo di conoscere il tuo grande cuore.

Grazie Padre Amatore della tua vita, della tua gioia e della tua sofferenza!

Mi hai insegnato a voler bene, mi hai comunicato la tua gioia di vivere. Mi hai svelato il mistero della tenerezza e della umanità e insieme, parlandomi delle "cose di Dio", mentre amavi intensamente mi facevi amare la tua India, la tua America, i tuoi Padri anziani del PIME di Rancio, tutto il PIME e le Suore. Amavi tutti noi, ma anche i fiori e la musica, perché per te tutto era segno della bellezza di Dio.

Ora gioirai di Lui, del suo mondo ineffabile, di cui la tua lunga, ma serena sofferenza ti ha reso degno di godere. Sei stato un dono per me, per la tua gente, per i tuoi amici e per il PIME tutto. Dono di Dio prima e per la tua sofferenza dopo, e per questo ti dico: "GRAZIE!" Mentre in silenzio commossa, ma anche illuminata dalla fede, da cui tu stesso ti eri lasciato penetrare, dico: "Rimani con noi, o Signore" perché la nostalgia per una persona a me così cara possa trasformarsi in un coro di preghiera, in segno di "Grazia" per me, per tutti noi e per tutto il PIME, prego Dio con tutto il mio cuore.

Ciao Padre Amatore, ci vedremo in Paradiso come promesso!!!

                                                                                                                  Angela

 

                                         ...la nota che crea armonia

In memoria di P. Cesare Pesce

Cinquant'anni di missione, cinquant'anni di vita in Bangladesh spesi tutti per la sua gente. E la ricompensa di Padre Cesare Pesce? L'aver trovato un amico vero sulle strade del Bengala. Padre Cesare Pesce

Quasi quattro anni erano ormai trascorsi dal giorno in cui ricevetti quel laconico annunzio dal Milano: "Sei stato destinato alla missione di Dinajpur, nel Bengala. Preparati a partire". Passarono le settimane, passarono i mesi e il solito massacrante gradito lavoro dell'oratorio e dell'Azione Cattolica era continuato, facendo quasi dimenticare l'eventualità della partenza. Mi ci trovavo davvero bene a Voghera e nell'attesa, troppo lunga, il Bengala, tanto desiderato qualche tempo prima, s'andava ammantando di nuvolaglie così fitte da non farsi più scorgere. Ma ecco, all'improvviso, uno spiraglio di luce. Una domenica, nel cortiletto dell'oratorio, una ragazza mi si avvicina. Arrossisce, si guarda attorno che nessuno intervenga: "Don Cesare, io ho una cosa da dirle. Ecco, vede, io vorrei andare missionaria. Che ne dice?". A me lo domandava, in quel mio stato di dubbio, di smarrimento! Come mostrare ad altri una via che si perdeva sotto i miei passi? Quelle parole mi ronzarono nelle orecchie come le sirene d'allarme degli anni di guerra. La sera, i gomiti appoggiati sul tavolo e la testa fra le mani, una valanga di pensieri, ricordi, immagini, lotte e quella voce, quella frase che martellava insistente. Quanto tempo passò? L'alba stava ormai tramutandosi in aurora. Mi guardai attorno. Nulla. Eppure era passata qualcosa davanti a me. Mi alzai di scatto e un passerotto, spaventato dal mio movimento, se ne scappò via. Il cielo è tutto suo. Splendido!... E tu volevi diventare una bella pollastra, imprigionata negli Appennini Liguri o nella Bassa Padana. Oh no!

Sulle strade del Bengala

Per cinquant'anni le ho percorse. Non erano così come sono oggi, ma sono ancora quelle... Io, l'ultimo arrivato quaggiù, su quella strada polverosa del Nord..."Nomostek!", mi saluta un uomo anziano, bianco di pelo ma ancora aitante. Il mio primo incontro. "Nomoskar!", rispondo compiaciuto di essere stato notato. Un bramino della più alta casta sacerdotale, mi spiega. Gentile, istruito, contento di chiacchierare amichevolmente con uno straniero. Una breve, vicendevole presentazione: famiglia, lavoro, politica... Saputo che ero un prete si infervora svelandosi un non comune amante della filosofia. Il suo pensiero è simile a un vecchio albero dai cento rami resi pesanti da mille rametti carichi di frutti sostanziosi e foglie imploranti vento. Induismo universale. Ognuno dei mille filosofi, dei mille maestri si è impossessato di uno di quei mille rametti e, seduto pacificamente a gambe incrociate, s'è messo a distribuire foglie e frutti, guide sicure verso la felicità eterna nella fusione con l'Immenso. Cammina cammina un altro viandante. Veste il duti alla moda hindu, ha un punto esclamativo disegnato con la calce sulla fronte. Anche lui è hindu, un harijan ("figlio di Dio", come il Mahatma Gandhi lo ha chiamato), un "intoccabile". Umile, rassegnato alla sua mala sorte. All'inizio troviamo difficoltà a conversare: lui troppo umile, con un complesso di inferiorità spaventoso e io complessato da una paura tremenda di offenderlo inconsapevolmente. Poco dopo, però, la paura scompare e si chiacchiera del più e del meno. Il brav'uomo, sebbene analfabeta, nel ragionare usa argomenti sottili, tratti da una filosofia facile, pratica, indiscutibile, fatta propria nella lotta per la vita. Fortunato incontro! Intuisco che questo hari sarà il mio uomo. Con lui dovrò viaggiare a lungo e da questo viaggio, ne sono certo, dipenderà in gran parte il successo o il fallimento della mia missione. Tira avanti! Cammina cammina, un terzo uomo ancora diverso. Ricordo immediatamente d'aver già letto qualcosa a suo riguardo. Certo appartiene a una delle numerose tribù di cui è ricco il Bengala. Lo scruto un pochino: un bel tipo, amabile, senza complessi, conscio di essere un uomo libero e intelligente. Mentre cammina la mio fianco, noto in lui qualcosa di indefinibile che mi attrae. Non lo lascerò andare facilmente. La sua strada sarà pure la mia. Ma la faccenda non è finita. Cammina cammina..."Assalamu'aleikum!". Riconoscibile a mille miglia di lontananza, un musulmano bengalese. Non ho paura di unirmi a lui nel mio lungo viaggio. Siamo un bel numero ormai.

Una Chiesa in cammino

iene presto l'ora di fare sul serio. Una dozzina d'anni in mezzo agli hari, all'estremo nord dell'allora Pakistan Orientale, nella cittadina di Ruhea. Quell'hari incontrato all'inizio della mia passeggiata, oh, se lo ricordo! Qui sono migliaia come lui, nascosti in casette con le pareti di bambù e il tetto di paglia. Hanno bisogno di tutto per formare una loro società che si possa chiamare umana. Ma come fare? Don Cesare, se vuoi fare la guerra hai bisogno di soldati e come soldati usa quelli che trovi. Sotto quindi: formazione, educazione. Scuolette, brevi e facili corsi; con l'aiuto di un uomo eccezionale, volontario milanese, persino un dispensario medico... Un minestrone4 profumato e nutriente. E il formaggio sui maccheroni? Alcuni hari, membri di una trentina di famiglie cristiane (cattoliche e protestanti) trovate come i funghi, che diventano i maestri, i capi, i fondatori di una nuova, numerosa, promettente Chiesa in cammino verso il duemila. Erano gli emarginati, gli intoccabili ai quali veniva impedito di andare a scuola per evitare l'eventuale contatto con gli altri scolaretti, ai quali era negata l'acqua dei pozzi comuni. Oggi tra loro trovi chi riceve i voti nelle elezioni amministrative, trovi qualcuno che viene scelto come maestro nella scuola pubblica. Gente che sa farsi rispettare. Basta così?

A una quindicina di chilometri da Ruhea esiste un'altra tranquilla cittadina, orgogliosa di ospitare la pretura e il distaccamento di polizia: Thakurgaon. Alla periferia vive una bella comunità di oraon, emigrati nel secolo scorso dallo stato indiano del Bihar, probabili discendenti dagli antichi dravidiani sconfitti e decimati dagli invasori ariani. Stabilitisi qui per trovare lavoro, ricevono notizie della conversione al cristianesimo dei loro parenti rimasti in India e conseguente benessere sociale ed economico. Così, per non essere da meno, alcune famiglie di Thakurgaon pensano di farla finita con l'animismo e scelgono, per trovare pace in terra straniera, Cristo Redentore. Gente in gamba questi oraon. Bravi lavoratori, amanti della terra. Con questa gente il lavoro è facile. Il loro carattere forte, quasi cocciuto, unito a una volontà ferrea di emergere a ogni costo, li spinge a non cedere alle inevitabili difficoltà. Qualcuno passa il confine, visita i parenti nel Cioto Nagpur e ritorna raccontando le meraviglie ottenute in breve tempo in quel nuovo centro cristiano fondato dai gesuiti belgi. Perché là e non qui? Perché quelli sì e noi no? L'imitazione, l'emulazione porta a risultati positivi. Insieme con il progresso di Thakurgaon, cittadina di provincia, anche quel gruppetto di povere capanne diventa un centro cristiano dove sostare, compiaciuto, al lato della mia strada.

L'ultima sosta

Una sosta? Ma non a Thakurgaon, né in Pakistan. Sulle vecchie strade d'Italia, invece, strade sospese nell'aria... da Milano a Catania, da Torino a Roma... Ahimè! Una decina d'anni passati tra gli oraon non erano stati sufficienti a produrmi una testa dura come la loro. Debole, con la mia innata paura di offendere gli amici, con la gioia di mostrar loro il mio affetto, accetto l'invito dell'amico vescovo Pirovano di fare il direttore generale dell'organizzazione "Mani Tese". Errore! Grosso errore! Segnale di sosta inesistente. Anche se la guerra di liberazione dal Pakistan, la guerra d'indipendenza del Bangladesh, infuria, il segnale italiano è chiaro: "Vicolo cieco. Ritornare". Magnifico! Così posso dire: "C'ero anch'io".

In piedi, su una strada del Bengala, a fianco d'un colonello indiano ascolto la radio militare: "La guerra è finita, il Bangladesh è una realtà".

La sosta mancata in Italia viene fatta a Dinajpur come direttore del Centro Catechistico. Bellissimo lavoro. Per me che gusto la Bibbia come il piatto migliore di tutta la cucina emiliana, che, oltre alla faccenda della rivelazione, ritengo la Bibbia un capolavoro della letteratura e della teologia popolare. Per me, stavo dicendo, è una pacchia insegnare, far amare "i Libri", organizzare gare per corrispondenza. Bello! Forse l'ultimo tratto di strada per raggiungere la vetta dell'Everest non troppo lontano. Ma nel subconscio c'è ancora una fievole attesa di qualcosa più straordinario. Sembra una favola, ma favola non è. Un bel giorno, intento a scovare il guasto di un motore per l'irrigazione in un villaggio alla periferia di Panchbibi, vengo chiamato d'urgenza dal sindaco. Inimmaginabile! L'ambasciatore della Danimarca chiede la mia cooperazione con il sindaco per un progetto che il suo governo finanzierebbe a pro del paese e dintorni: una gonobiddaloy, traducibile in inglese con Popular Educational Centre, dove i giovani avrebbero appreso nozioni di agraria moderna, meccanica, cucito, economia domestica. Il sindaco, che era già al corrente della faccendo, era entusiasta e io più di lui. Il mio vecchi sogno si realizzava: un lavoro fatto insieme, abbattute finalmente tutte le nefaste barriere di casta e religione, in un'unione di intenti per il bene di questa nostra gente, per renderla self- supporting con il proprio lavoro reso più razionale, meno pesante e più redditizio... E' un piacere lavorare con questo sindaco, un dotto e pio musulmano. Fa il medico, specializzato in ginecologia. La sua sincerità e onestà nel trattare con gente semplice mi spinge a seguire il suo esempio. D'altra parte  la sua fermezza con chi tenta d'imbrogliare o di fare il furbo mi dà coraggio e sicurezza nella mia condizione di straniero. Insomma il suo modo d'agire, di comportarsi sia con me sia con gli altri, mi spinge facilmente a volergli bene. Siamo diventati amici. Nei successi gioia comune, negli insuccessi dolore tagliato a metà e incoraggiamenti reciproci. Così, insieme.

Cammina, cammina.

Don Cesare, hai trovato un amico vero su una di quelle strade del Bengala.

 

PACK UP AND GO  (libro scritto da P. Cesare Pesce)

 

 

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