SACRA BIBBIA  DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO


9. DONNE CITATE NEI VANGELI - MARIA DI MAGDALA: donna "pia"  

Ancora sulla grandezza di Maria di Nazaret
L’incontro di Maria con Elisabetta: due donne protagoniste 
Le donne al seguito di Gesù nel Vangelo di Luca: la teologia del dono
L’accoglienza del dono: caratteristica "femminile"
La donna guarita dall’artrosi: immagine dell’umanità liberata da Gesù 
Maria di Magdala, simbolo per eccellenza dell’umanità liberata da Gesù 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOP   Ancora sulla grandezza di Maria di Nazaret

Potremmo parlare ancora a lungo della Beata Vergine Maria, perché nelle Scritture sono a lei dedicate molte altre pagine. Tuttavia, senza volere insistere troppo, vorrei semplicemente riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato, riproponendo una sottolineatura importante; non vorrei che dalla riflessione dell’ultima volta fossero rimaste delle ombre, delle incomprensioni o degli equivoci. Probabilmente l’impostazione è un po’ diversa da quella a cui molti sono abituati; non è un’impostazione "protestante", ma è l’impostazione corretta della teologia cattolica così come è stata presentata in modo autorevole dal Concilio Vaticano II, che non ha dedicato un documento specifico a Maria, ma ne ha parlato nell’ultimo capitolo della grande Costituzione Dogmatica "Lumen Gentium" dedicata alla Chiesa nella propria realtà costitutiva, dove si parla della Beata Vergine Maria nel capitolo ottavo mostrandola come il tipo e l’immagine della Santa Chiesa, e riproponendo la sua figura come quella del "discepolo", del modello della Chiesa che si fa discepola del Signore.

Allora, tutta la sottolineatura che possiamo fare della grandezza di Maria, della nobiltà della sua persona, della potenza dell’opera salvifica operata da Dio nei suoi confronti deve tenere conto di questa dimensione umana; non vorrei allora che certe abitudini devozionali facessero confondere ciò che è l’insegnamento autorevole della Chiesa con quelle che sono pie devozioni o fantasticherie aggiunte. Quindi, chi toglie queste cose sovrapposte non contesta la tradizione e l’insegnamento cattolico, ma propone in modo autentico quello che è il messaggio biblico e tradizionale della Chiesa.

Ci siamo soffermati soprattutto sul testo dell’Annunciazione, sottolineando la dimensione che quel racconto ha in quanto vocazione di Maria: il Signore le chiede il consenso a diventare Madre, perché è importante e necessario che la persona umana sia libera nella sua volontà di aderire, di accogliere la proposta di Dio; non è "usata" ma è "collaboratrice", che liberamente vuole compiere quello che il Signore le propone.

Subito dopo, l’evangelista Luca narra la visita di Maria: Maria, avendo ricevuto l’annuncio della salvezza, subito si alza e si mette in cammino per recare l’annuncio ad altri. È una dinamica molto importante ed è tipica dell’evangelista Luca la sottolineatura del "cammino": il discepolo è una persona in cammino. Maria è il modello del discepolo, è colei che si mette in cammino con Gesù; avendolo concepito nel proprio seno, si mette subito in cammino con lui per portare quell’annuncio di salvezza.

A rigor di logica, Maria si mette in cammino verso la montagna per verificare ciò che l’angelo le ha detto: la tua parente Elisabetta, già avanzata negli anni – avrà avuto circa quaranta anni –, aspetta un bambino, e la motivazione che muove Maria può essere duplice. Da una parte c’è il desiderio di aiutare: se questa parente aspetta un bambino ed è già al sesto mese – lei che tutti dicevano sterile -, ha bisogno di aiuto perché si trova sicuramente in una situazione di disagio; d’altra parte c’è il desiderio di verificare se davvero questa notizia corrisponde alla realtà. Maria non dubita che ciò che ha saputo circa la parente Elisabetta sia vero, ma, essendo intelligente, vuole verificare: i "segni" se sono invisibili non sono segni. Le viene dato un segno e lei, da persona credente ed intelligente, accetta il segno e lo verifica.

TOP   L’incontro di Maria con Elisabetta: due donne protagoniste

L’incontro con la parente Elisabetta è una scena deliziosa, dove sono protagoniste due donne, due madri in attesa della nascita del figlio: l’"anziana" Elisabetta - che aveva un’età intorno ai quaranta anni - e la "giovane" Maria, di età intorno ai quindici o sedici anni. Si badi bene che questi termini – "anziana" e "giovane" - hanno un valore relativo in quanto una donna che, al tempo, si sposava intorno ai dodici o tredici anni, se a quaranta non aveva avuto figli, in quel contesto culturale era considerata anziana e non più in grado di averne. Pertanto, il primo parto, per una quarantenne, non era certamente un evento elementare e semplice e da qui nasce la premura di Maria di aiutare la parente.

L’evento straordinario è il concepimento di Maria, mentre quello di Elisabetta è un fatto particolarmente pregevole, è un dono di grazia, ma non è un evento impossibile e unico. Occorre quindi imparare a distinguere bene, nel senso che il concepimento di Maria è un evento unico e impossibile per l’uomo, mentre quello di Elisabetta è un dono di grazia concesso ad una persona che ormai non pensava più di poter avere figli; quel bambino è un dono di Dio e per questo si chiamerà "Giovanni": dono di Dio, grazia di Dio.

Elisabetta, salutando Maria, la chiama "Madre del mio Signore", per cui viene da domandarsi in che modo Elisabetta sappia che Maria aspetta un bambino, dal momento che ancora nessuno ne è al corrente; Maria ha saputo dall’angelo che potrebbe essere la Madre del Messia ed ha detto che è disponibile, ma non ha ancora avuto alcuna manifestazione della propria gravidanza, per cui neppure lei sa se è già in attesa di un bambino.

Quindi, ha risposto affermativamente all’angelo dichiarando la propria disponibilità e poi è partita; a questo punto, da Elisabetta che abita molto lontano e che non ha visto da molto tempo, sente dire "sei la Madre del mio Signore e ti sei degnata di venirmi a trovare". Questa è la conferma che Maria si aspettava e proprio da questo incontro di due madri, che si riconoscono a vicenda e a vicenda riconoscono che Dio ha operato in loro, Maria canta il Magnificat e celebra il Signore, lodando le grandi opere che Egli ha compiuto, celebrando la misericordia di Dio che salva. Il Magnificat è una specie di "Cantico del mare" come quello che aveva intonato Mosè dopo il passaggio del Mar Rosso, è il canto trionfale della vittoria: "grande è il Signore, opera meraviglie". Maria diventa così voce della Chiesa, cioè del popolo dei salvati che celebrano "le grandi opere che Dio ha compiuto in noi"; il Magnificat è un elemento liturgico e certamente è una preghiera tradizionale dell’ambiente giudeo-cristiano, nel quale è nato un linguaggio nuovo che ha le radici nella tradizione biblica: sono quelle comunità dei parenti di Gesù – giudei di lingua ebraica divenuti cristiani – che mettono insieme una liturgia cristiana con il linguaggio tipico dell’Antico Testamento e, in questo ambiente di familiari di Gesù, si conserva la memoria di questi episodi, di questi incontri di donne, di questi canti sulle montagne di Giudea alla presenza di pochi testimoni, alla presenza di pochi familiari intimi.

TOP   Le donne al seguito di Gesù nel Vangelo di Luca: la teologia del dono

Luca è l’evangelista che più di ogni altro sottolinea il ruolo e la figura delle donne, così è lui che introduce la madre di Giovanni Battista, Elisabetta, presentandola come una figura significativa e rilevante che fa elemento parallelo con Maria; anche di Elisabetta si narra il parto e il suo ruolo decisivo nell’imposizione del nome, è lei che vuole che il bambino si chiami Giovanni nonostante le proteste, in quanto, secondo le regole le abitudini e i costumi, un bambino deve portare un nome già presente nella famiglia, mentre nel parentado nessuno portava tale nome. Elisabetta va quindi controcorrente ed anche qui c’è una soffiata angelica: anche Zaccaria aveva avuto quell’indicazione e, da muto, aveva scritto sulla tavoletta che il nome sarebbe stato "Giovanni"; poi la sua bocca si sarebbe aperta una volta riconosciuto che quel bambino era dono di Dio: è il riconoscimento del dono, della vita come un dono. Questo è un evento importante e capitale; i Vangeli dell’infanzia, con queste figure femminili che mettono in evidenza la maternità e la nascita, servono proprio per evidenziare la teologia del dono. Il superamento dello schema diritti-doveri per entrare nella logica del dono è la mentalità profondamente cristiana che viene assunta dall’adesione al Cristo e dal dono dello Spirito Santo; entrare nella logica del dono significa comprendere che tutti noi, vicendevolmente, siamo ciascuno dono per tutti gli altri. La vita è un regalo vicendevole: tutto quello che abbiamo l’abbiamo ricevuto in dono e tutto quello che abbiamo vogliamo farlo diventare dono.

Proprio nell’esperienza del figlio, la maternità e la generazione richiamano la dimensione del dono, dell’importanza della collaborazione umana e, nello stesso tempo, dell’incapacità di determinare: la madre genera il figlio, ma non sa con quale procedimento vitale l’evento possa verificarsi dopo il concepimento, in quanto non sono la sua intelligenza e la sua volontà che formano il bambino nel suo seno. Avviene qualcosa di grandioso che non dipende dalla persona umana e che si scopre e si accoglie come dono, come novità, come evento che ci precede, ci supera ed è destinato a noi; è proprio lo stupore della novità della vita strettamente legata alla persona che ha generato, ma che, nel contempo, procede in modo assolutamente libero ed indipendente da quest’ultima: è una logica nuova ed è quella parte femminile e importante della teologia, come accoglienza. Non credo che occorra sottolineare soprattutto l’aspetto della tenerezza della donna. Talvolta si è sviluppata l’idea di Dio come madre per mettere in evidenza la tenerezza, l’affetto, la cura; credo che questa sia una linea non del tutto valida nel senso che Dio non è né maschio né femmina, né uomo né donna e quindi è logico che abbia tutte le caratteristiche buone. Se nella Bibbia viene immaginato al maschile, paragonandolo in genere allo Sposo o al Padre, non è per un motivo di autorità o di poco affetto, che si potrebbe presumere avrebbe invece se fosse madre, ma per il motivo dell’iniziativa della vita, del dono della vita; nello stesso contesto, la caratteristica femminile del popolo è quella dell’accoglienza della vita. Siamo quindi in una dimensione antropologica molto profonda, dove entrambe le connotazioni, maschile e femminile, sono di Dio e gli appartengono tutte senza che si identifichi con alcuna di esse.

TOP   L’accoglienza del dono: caratteristica "femminile"

Caratteristica femminile per eccellenza è l’accoglienza – è infatti proprio l’immagine antropologica della donna l’essere accogliente – e Maria è la figura tipica dell’accoglienza. Quindi, in una teologia al femminile c’è proprio questa grandiosa idea da trasmettere: quella della persona umana - che vale anche negli uomini - come accogliente; è la qualità che fa di una persona il discepolo, colui che accoglie il dono.

Possiamo allora percorrere velocemente, in modo particolare nel Vangelo di Luca, le figure delle "pie donne", espressione che, nel nostro gergo, ha assunto un significato distorto e ridicolo, come di derisione di un gruppo di donne devote. Si tratta, invece, delle donne del Vangelo, sono le discepole, sono le persone che hanno seguito il Cristo ed hanno creduto in lui, come hanno creduto in lui tanti altri uomini; ma quello che è interessante nei racconti evangelici è la presenza insistente e abbondante di donne, addirittura al seguito di Gesù, fatto strano e provocatorio per quel tempo e per quella cultura: che un rabbì abbia delle donne come discepole è strano ed è anche equivoco, potendo dare adito a fraintendimenti ed anche a calunnie. Nel suo tempo la vita civile era molto più rigorosa nel separare uomini e donne; anche in questo caso Gesù sa andare controcorrente e Luca, proprio perché è greco ed ha recepito bene questa idea, sottolinea questi aspetti più degli altri evangelisti cosicché, in molti casi, nel suo Vangelo ci sono delle figure femminili che raddoppiano quelle maschili. Vediamo qualche esempio.

Nella presentazione al Tempio compare Simeone, "uomo giusto, timorato di Dio, pieno di Spirito Santo", che riconosce il bambino; subito dopo compare una donna, la profetessa Anna, di ottantaquattro anni, che era rimasta vedova dopo sette anni di matrimonio, da ragazza che poteva quindi avere una ventina di anni quando era rimasta vedova. Adesso da più di sessanta viveva nel tempio, notte e giorno: è una donna strana, una figura fuori dal normale, chiamata profetessa forse per il suo gran parlare; questa donna, in mezzo alla confusione del Tempio, riconosce in quel bambino normalissimo la visita di Dio e ne parla con tutti, a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme lei dice che è arrivata, che ha visto il Signore. Molti l’avranno considerata matta; invece, una figura del genere entra nella dignità evangelica come importante annunciatrice della presenza di Dio nella nostra storia.

Altro esempio ci viene dato dalla parabola della pecora perduta e del pastore che la va a cercare, scritta anche da Matteo. Soltanto Luca però ne aggiunge un’altra uguale, dove protagonista è una donna che ha dieci monete e ne perde una; si dà allora un gran daffare per spazzare tutta la casa e per cercare sotto i letti e i mobili fino a quando non l’abbia ritrovata. Ritrovata la moneta chiama le amiche – mentre il pastore chiama gli amici – per fare festa insieme. È un autentico quadretto duplicato al femminile per mettere in evidenza come la dimensione della misericordia di Dio, che cerca ciò che è perduto, sia maschile e femminile. Sono due piccoli quadri di vita normale, dove però il pastore è la versione al maschile mentre la donna che cerca la moneta per casa è quella al femminile.

In un’altra parabola c’è l’amico che va a bussare di notte e insiste perché gli venga aperto; e c’è l’altra parabola della vedova insistente che chiede che le venga fatta giustizia. La donna diventa il modello del discepolo che chiede, gridando al Signore notte e giorno, il soddisfacimento della giustizia; e Gesù continua dicendo che "se un giudice disonesto alla fine cede e le fa giustizia, volete che il buon Dio, giustissimo, non faccia giustizia ai suoi che notte e giorno gridano a lui? In verità vi dico che la farà prontamente".

Occorre qui fare attenzione per evitare che anche noi ci adattiamo le cose un po’ come vogliamo, pensando che si possa chiedere al Signore qualsiasi cosa insistendo, che tanto prima o poi ce la concederà; non è così perché la parabola parla di giustizia, si tratta di chiedere la giustizia al Signore. Domandiamoci cosa significa per noi "gridare notte e giorno per chiedere giustizia": il significato è quello che San Paolo chiama giustificazione, l’essere giusti e che, se vogliamo, possiamo tradurre con "diventare santi". Se noi gli chiediamo, gridando notte e giorno, di diventare santi, non è pensabile di non essere ascoltati; il fatto è che non lo "gridiamo", cioè non desideriamo così intensamente la "giustizia" mentre invece desideriamo delle cose o delle situazioni che ci fanno comodo e che ci piacciono, con la pretesa che il Signore ci venga dietro: questo non è l’atteggiamento del "discepolo accogliente". L’immagine della vedova richiama la condizione di una donna senza diritti e senza difese; anche qui dobbiamo tenere conto della situazione dell’epoca, quando non esistevano tutele di sorta né strutture sociali che garantissero una vita onorata a persone come la vedova, prive di denaro, di mezzi e di forza per difendere i propri diritti, per cui soltanto chi usava misericordia poteva venire loro incontro. Orfani e vedove sono infatti le immagini tradizionali della Bibbia, le figure dei deboli, di coloro che hanno perso i diritti, non per legge ma di fatto, perché in una società oppressiva chi non ha la forza di difendersi viene tagliato fuori e oppresso. La situazione attuale non è poi molto diversa, ancorché non più legata agli orfani ed alle vedove, perché i deboli e gli indifesi che vengono usati, truffati e sfruttati rappresentano purtroppo una realtà ancora comune; così, l’immagine della donna che subisce ingiustizia e non trova chi difenda i suoi diritti diventa l’immagine del discepolo accogliente.

TOP   La donna guarita dall’artrosi: immagine dell’umanità liberata da Gesù

C’è però un’altra figura importante, esclusiva del Vangelo di Luca, che, al capitolo tredici, narra un miracolo singolare. "Una volta stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», e le impose le mani. Subito, quella si raddrizzò e glorificava Dio" (Lc 13, 10-13). L’episodio è poco noto, poco letto e poco meditato; è al contrario molto importante nell’economia del Vangelo lucano, perché quella donna curva, , evidentemente con gravi problemi di artrosi, diventa la figura emblematica dell’umanità. Occorre fare bene attenzione, nel senso che, così dicendo, non intendo negare il fatto storico dell’episodio, ma voglio dire che il narratore racconta quel fatto perché ha una valenza simbolica molto più ampia: quella donna, concreta, che faceva compassione per la posizione che doveva tenere - curva, costretta a guardare per terra -, forniva l’immagine di colei che è schiacciata, dominata, che non poteva drizzarsi, non poteva. Gesù, non richiesto, prende l’iniziativa: "la vide, la chiamò, la liberò"; questa è la sintesi di tutta la sua opera: vide l’umanità, chiamò l’umanità, liberò l’umanità dalla condizione di schiavitù. Il capo della sinagoga protesta e, non avendo il coraggio di rimproverare direttamente Gesù, parla ai presenti. "Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla (non avendo il coraggio di rivolgersi direttamente a Gesù) disse: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato». Il Signore replicò: «Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?»" (ib. 13, 14-16). Il sabato è proprio il giorno della libertà, il giorno che scioglie i pesi, che depone la cesta, che libera i legami; e il Signore, di sabato, libera questa donna tenuta legata da satana. C’è qualcosa di più di una semplice artrosi, c’è un’immagine teologica: è un legame satanico, è l’umanità piegata su stessa, incurvata e con la faccia a terra, è satana che lega l’umanità e le fa guardare troppo la terra; e il Cristo chiama la persona e la libera, la raddrizza, le rialza la testa e le dà la possibilità di guardare in alto: lei non poteva, lui le dà la possibilità di alzarsi.

"Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute" (ib. 13, 17). La folla magnifica il Signore perché ha operato grandezze.

Sono molte le donne che compaiono nel racconto al seguito di Gesù e Luca le elenca esplicitamente all’inizio del capitolo 8. "C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni" (ib. 8, 2-3). Altre figure, che appartengono soprattutto al giro dei parenti di Gesù, come Maria di Cleofa - o Maria di Giacomo, la zia di Gesù -, Salome – figlia di Maria di Cleofa e quindi cugina di Gesù -, ancorché non nominate in questo passo, sono presenti altrove. Qui invece vengono nominate due donne importanti, ma delle quali non si sa nulla: una certa Susanna ed una certa Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, perciò una donna importante, sposata ad un uomo importante, un uomo politico potente e ricco; dalla corte di Erode c’è quindi qualcuno che segue Gesù e finanziariamente lo aiuta per far fronte alle necessità essenziali e basilari, comuni a qualsiasi persona.

TOP   Maria di Magdala, simbolo per eccellenza dell’umanità liberata da Gesù

C’era quindi qualcuna che provvedeva alle necessità economiche, ma la prima ad essere presentata è Maria di Magdala, "dalla quale erano usciti sette demoni"; viene spontaneo domandarsi cosa significhi questa espressione. Si tratta di linguaggio tecnico, e sappiamo che "sette" indica in genere una totalità, una grandezza, il che significa che era stata liberata da un grande male; era stata cioè prigioniera del male, legata da satana, "sette volte" legata da satana. La tradizione, come ben sappiamo, ha fatto di Maria Magdalena una peccatrice pentita, un dato che non risulta propriamente dal Vangelo; che Maria di Magdala fosse una peccatrice non è detto mai. Luca racconta al capitolo 7, proprio prima del brano appena citato, la scena di una peccatrice di una città che entra di soppiatto nella casa dove era ospite Gesù e, con le lacrime, gli lava i piedi e glieli asciuga con i capelli; ma di quella donna non viene fatto il nome. Il fatto che i due racconti fossero vicini e l’interpretazione dei "sette demoni" come di una grave corruzione morale ha fatto sì che si pensasse alla Magdalena come ad una peccatrice, una donna prigioniera del male, "cattiva" – cioè "prigioniera" nel significato latino del termine -, legata da satana. L’opera compiuta da Gesù nei confronti di questa donna è stata di liberarla; difatti Luca estende proprio l’idea parlando di "alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità", che erano cioè inferme, malate, incapaci di fare qualsiasi cosa. Le discepole di Gesù sono state liberate e guarite, sono quindi donne libere proprio in quanto sono state "liberate" non solo dal male, dal demonio o dalla malattia, ma anche dall’oppressione sociale, anche da una struttura che le metteva in secondo ordine e le relegava a casa in stato di sottomissione; in quanto "liberate" è stata loro data la dignità del discepolato accogliente.

Maria di Magdala diventa, nel racconto degli evangelisti, una figura estremamente significativa di discepolo: è colei che è ai piedi della croce insieme alla Madre, è colei che al sepolcro, il mattino di Pasqua, incontra il Cristo risorto e si sente chiamare per nome. La liturgia che festeggia Santa Maria Magdalena, cioè originaria del paese di Migdal – Magdala, "paese della torre" -, la riconosce come la discepola che per prima ha incontrato il Cristo risorto il mattino di Pasqua, e la festa di Santa Maria Magdalena diventa la festa della donna discepolo, che accoglie, che si lascia liberare: è l’immagine dell’umanità redenta. Di quella povera donna curva non sappiamo nulla, come pure dell’emorroissa, la donna impura e scomunicata che, toccando il mantello a Gesù, improvvisamente guarisce. Queste ultime sono immagini, evidenti e importanti, che sono tutte riassunte da Maria di Magdala, la quale diventa così l’immagine della "pia donna", della donna che ha "pietà", che ha la giusta relazione con Dio, che cioè si apre all’accoglienza e si lascia liberare.

Cristo si presenta quindi come il liberatore della "donna", il liberatore dell’umanità, colui che scioglie i legami di satana, che dà dignità, che accetta l’amicizia, che ascolta la preghiera di chi invoca giustizia; lui stesso si paragona alla donna di casa che dà volta a tutto l’appartamento per ritrovare quella moneta perduta, che è appunto l’umanità.