SACRA BIBBIA  DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

10. ALTRE DONNE CITATE NEI VANGELI: "malefemmine" e "pie"  

Erodiade e Salomè: due "malefemmine" doc 
La donna senza nome che lava i piedi a Gesù con le lacrime 
L’adultera che volevano lapidare 
L’emorroissa 
Marta e Maria di Betania 
Il significato della "parte buona" nell’episodio di Marta e Maria 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOP   Erodiade e Salomè: due "malefemmine" doc

Questa sera inizieremo prendendo in considerazione due "malefemmine" citate nei Vangeli, forse le uniche due presentate in modo drasticamente negativo: sono le due "signore", l’alta aristocrazia di corte, Erodiade e Salomè.

Tutti gli evangelisti parlano di queste due figure femminili perché hanno avuto a che fare con la vicenda di Giovanni Battista.

Soprattutto Erodiade è una figura ben conosciuta dalla storiografia: si tratta di una persona autorevole e potente, di una donna corrotta ed è un esempio, molto raro nel Nuovo Testamento, di figura di persona rovinata, dedita cioè ad una vita sbagliata senza accenno al cambiamento. In genere, si parla di questo tipo di persone solo per ricordare un loro cambiamento, una conversione; invece, nel caso di Erodiade viene accennato il problema nella sua fredda crudeltà e i dati che il Nuovo Testamento scarnamente riporta coincidono con le notizie che abbiamo da Giuseppe Flavio e dagli storici latino-greci del tempo.

Erodiade era la moglie di Erode Filippo, erano parenti e si sposavano abitualmente all’interno della stessa famiglia per motivi dinastici e anche di potere e di patrimonio; poi abbandonò Erode Filippo per andare a convivere con il cognato, Erode Antìpa. Di fronte a questa situazione, Giovanni Battista ebbe parole di rimprovero; uomo coraggioso, capace di dire la verità anche ai potenti, rimproverò pubblicamente questa situazione di adulterio e per questo Erodiade istigò Erode affinché arrestasse il Battista. Erodiade, senza scrupolo alcuno, avrebbe voluto eliminare questo personaggio; invece Erode ne aveva paura perché era superstizioso e temeva che portasse male uccidere un profeta, per cui lo teneva semplicemente in prigione a Macheronte.

Venne infine il giorno propizio, racconta Marco, il giorno del compleanno di Erode, quando, durante un festino tenuto alla corte di Macheronte, la figlia di Erodiade, Salomè, danzò in modo affascinante e piacque molto al re ed ai commensali. Il re, forse mezzo ubriaco, si lasciò andare ad una promessa esagerata, confermata da giuramento: "chiedimi quello che vuoi e te lo darò, fosse anche la metà del mio regno", promessa che sembra quasi il ritornello di una favola. La ragazza non sa cosa chiedere e si rivolge alla madre; Erodiade le dà il consiglio tremendo: vuole la testa di Giovanni Battista. La ragazza è della stessa indole della madre e, senza battere ciglio, si presenta al re e come ricompensa non vuole "metà del regno", ma vuole, sopra un vassoio, la testa di Giovanni Battista.

Erode è un pagliaccio, un uomo senza sostanza, un burattino nelle mani di queste donne che lo usano in modo perverso.

Erodiade è una figura tremendamente negativa, che ha usato prima Filippo e adesso sta usando Antìpa, sta cercando il potere per sé usando questi uomini della famiglia, per cui la persona forte è lei, ma è una donna legata al male, che vive per il male e, di fronte al rimprovero che le è stato mosso, non accetta assolutamente di essere criticata, cosicché la sua vendetta arriva alla morte, in modo deciso e violento. Erode se ne dispiace, non vorrebbe arrivare a questo, ma non osa venire meno al giuramento, all’impegno che ha preso di fronte ai commensali, per cui preferisce commettere questo atroce delitto e mantenere la promessa che superficialmente aveva fatto: la testa di Giovanni Battista viene portata alla ragazza che a sua volta la consegna alla madre, finalmente contenta perché l’ha fatto tacere per sempre.

Con questo quadro, macabro e duro, noi ci troviamo di fronte alla grandezza del Vangelo: in tutta questa storia l’"uomo" è Giovanni Battista, l’eroe, colui che non parla, colui che ci lascia la testa; è la vittima, ma è l’eroe. Erode invece non è un grande, è un burattino, è una persona senza carattere che si è goduto la vita, ma l’ha sprecata. Neppure Erodiade è una grande donna, ha solo preteso di esserlo e si è lasciata rodere dall’orgoglio, ma a distanza di secoli la sua figura continua a rimanere nera, negativa e perversa. L’eroe è la vittima, è Giovanni Battista. Quindi, proprio in questa prospettiva emerge il grande discorso evangelico che capovolge la mentalità di questo mondo.

Troveremo ancora negli Atti degli Apostoli altre due donne di questa stessa famiglia, la sorella e la moglie di Erode Agrippa II: Berenice e la sorella Drusilla. Quest’ultima era sposa di Antonio Felice, un governatore romano; Berenice era sorella e moglie di Agrippa che abbandonò presto per andare dietro al giovane Tito, futuro imperatore di Roma.

Si tratta di vicende squallide, di donne potenti in cerca di amanti, infedeli, traditrici, scontente; storie che si potrebbero al giorno d’oggi leggere su rotocalchi vari, di donne dell’alta società, vuote, in cerca di una vita che non c’è.

Sono un contraltare tremendo rispetto alla grandezza di donne semplici che abbiamo incontrato nei villaggi, di fronte alla grandezza di Elisabetta, oppure della vecchia Anna, la "barbona" del Tempio; queste ultime sono donne grandi, non Erodiade o Berenice o Drusilla.

TOP   La donna senza nome che lava i piedi a Gesù con le lacrime

Ritorniamo allora nell’ambito evangelico, dove compaiono altre figure di donne, peccatrici anch’esse, ma disposte alla novità, aperte al cambiamento.

Troviamo un caso molto importante, raccontato da Luca al capitolo 7, del quale abbiamo già fatto cenno la volta scorsa, là dove si parla della peccatrice perdonata. È un episodio che Luca delinea con grande finezza mettendo in scena una donna peccatrice, senza specificare quale ambito di peccato fosse quello che la caratterizzava e senza dirne né il nome né la condizione, al punto di farla diventare una figura simbolica dell’umanità penitente; questa donna è messa in contrasto con la figura maschile di Simone il fariseo, un uomo integro, osservante della legge, che ha invitato a pranzo Gesù e che si trova seriamente imbarazzato di fronte all’intrusione di questa donna. Dobbiamo immaginare una scena di pranzo all’interno di una casa - probabilmente nel cortile con accessi sulla strada per cui è facile anche per un estraneo entrare nella sala del banchetto - e, mentre Gesù è a mensa con molti altri, improvvisamente compare questa donna che si butta sotto il tavolo.

Colui che ha invitato Gesù resta bloccato, si vergogna; del resto, basta mettersi nei suoi panni e provare come si sentirebbe chiunque di noi se, avendo un invitato di riguardo in casa, si vedesse entrare un estraneo, persona di malaffare, che si butta sotto il tavolo; rimarremmo come minimo imbarazzati, immaginando la figura che faremmo e cosa penserebbe l’ospite. La prima idea passata per la testa di Simone era senza dubbio che con tale donna in casa avrebbe fatto brutta figura di fronte a Gesù; la seconda idea, invece, era come potesse Gesù lasciarsi toccare da una donna simile, arrivando quindi a dubitare che Gesù potesse realmente essere un profeta, che fosse in grado di capire le persone e di valutarle: "A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice»" (Lc 7, 39). Proseguendo in questo modo di pensare, secondo il fariseo, Gesù non solo non avrebbe dovuto permettere a quella donna di toccargli i piedi, anzi, avrebbe dovuto energicamente allontanarla da sé.

Luca quindi conosce anche i pensieri di Simone il fariseo; è chiaro che l’autore sa scrivere bene, per cui presenta al suo lettore anche il pensiero del personaggio, ma è evidente che non si tratta di un fatto realistico perché quando chiunque di noi assiste ad una scena, difficilmente riesce a capire cosa stia pensando un altro. Questo è il classico racconto in cui si dice che il narratore è onnisciente, che sa tutto di tutti, anche i pensieri dei singoli personaggi; permette così al lettore di entrare dentro ai cuori e, in questo modo, svela i pensieri per mettere in evidenza il senso di ciò che sta avvenendo.

Non appena Simone ha pensato "questi non è un profeta, altrimenti non si lascerebbe toccare", Gesù interviene ad alta voce dicendo: "«Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure» (ib. 7, 40). In questo contesto viene collocata una parabola – ottimo esempio di inquadramento parabolico -; sappiamo che la parabola è un argomento dialogico, cioè un modo per fare ragionare l’interlocutore affinché prenda posizione e formuli un giudizio. Con questo sistema Gesù cerca di far compromettere Simone e gli racconta il caso di due debitori a ciascuno dei quali un tale condonò i debiti: uno ebbe un condono piccolo, mentre l’altro ebbe un cospicuo condono. La domanda finale, quella che coinvolge l’interlocutore, fu: "«Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone – secondo logica – rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi alla donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? …»" (ib. 7, 42b-44a).

Nel discorso di Gesù, facendo un confronto, vince la donna sul fariseo Simone; mentre questi in cuor suo la disprezza e si vergogna della sua presenza, Gesù la elogia, la confronta con il padrone di casa e le fa i complimenti: "Non mi hai dato l’acqua per le mani, lei con le lacrime mi ha lavato i piedi. Non mi hai dato il bacio, lei mi sta baciando i piedi. Tu non mi hai accolto con amicizia, hai mantenuto le distanze; lei mi ha asciugato i piedi con i capelli".

È un’immagine strana, decisamente strana, ma è un gesto di umiliazione; pensiamo a come uno dovrebbe atteggiarsi per bagnare ad un'altra persona i piedi con le lacrime. Per prima cosa bisogna averle le lacrime, bisogna avere veramente da piangere e da piangere abbondantemente, non è così scontato piangere i propri peccati a dirotto. Poi, asciugare i piedi con i capelli porta ad un comportamento umiliante - in ginocchio ed in modo decisamente scomposto -, non è un gesto molto elegante bensì un atto di umiliazione in cui si perde la dignità: il fatto stesso di essere sotto il tavolo fa sentire un cane, un animale. Essere in ginocchio, rattrappiti, ai piedi di una persona – e i piedi non sono elementi molto poetici -, mettere gli occhi, il naso, la bocca vicino ai piedi di uno che cammina abitualmente scalzo, non è un gesto gradevole e fine; è umiliante ed è un gesto provocatorio, è il gesto che nasce da un atteggiamento dirompente di chi ha la percezione di avere sbagliato, è il dolore dello sbaglio.

Questa donna non sa niente di Gesù, lo ha solo sentito parlare e viene da domandarsi che cosa abbia detto Gesù per averle colpito il cuore in questo modo; l’evangelista non lo dice e possiamo solo immaginarlo. È evidente che questa donna ha ascoltato Gesù e qualche sua parola l’ha colpita, l’ha fatta piangere, le ha sconvolto il cuore, l’ha umiliata, ma nello stesso tempo le ha fatto nascere dentro una speranza di perdono; in quel gesto di umiliazione sta proprio il desiderio del perdono.

Gesù, sempre rivolto a Simone, continua e dice: "«Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco»" (ib. 7, 47). Occorre qui fare attenzione a non trarre delle conclusioni errate, ritenendo che allora è meglio peccare tanto! Il punto decisivo è la consapevolezza del proprio peccato. Probabilmente noi non abbiamo la coscienza di gravi peccati da parte nostra e spero che sia così con ragione: non avendo davvero commesso gravi colpe, non abbiamo la percezione di avere dei grossi peccati. La questione, però, non sta nel peccato come azione delittuosa che non abbiamo fatto: il problema del peccato è la radice ed è la nostra condizione, cioè la nostra struttura di carattere, di modo di essere, di modo di pensare, che è profondamente segnata dal male. Per cui, anche se non abbiamo fatto delle grosse cattive azioni, siamo corrotti; e se stiamo migliorando è perché la grazia di Dio in noi lavora. Nel momento in cui ci accorgiamo di come veramente siamo, quando abbiamo la percezione del male, del vuoto, della cattiveria che c’è ancora dentro di noi, ci accorgiamo allora del grande lavoro della misericordia di Dio che è stato fatto e che viene fatto su di noi.

Il problema del fariseo è la superficialità, cioè la convinzione superficiale di assenza di colpe, perché gli manca la consapevolezza di una natura corrotta: se fa il bene è convinto che sia merito suo e invece non si rende conto che ha ricevuto tutto in dono; ama poco perché è convinto di avere ricevuto poco, il problema sta tutto qui. La risposta all’amore di Dio talvolta è esigua perché si ha l’impressione di avere fatto il proprio dovere, di avere dei meriti, di avere dato a Dio ciò che gli veniva, anzi, di aspettare che ci debba venire il contraccambio da lui!

Invece, la dimensione esemplare della donna peccatrice è questa grandiosità dell’amore, in quanto riconosce di non meritarsi niente, è il superamento dell’io, è la mortificazione di buttarsi sotto la tavola, di bagnare i piedi con le lacrime, di asciugarli con i capelli; per questo ottiene il perdono.

Questa è una "malafemmina", però non è presentata come Erodiade; qui c’è la piena consapevolezza di un male e il desiderio di un cambiamento.

TOP   L’adultera che volevano lapidare

Situazioni del genere si ritrovano nel Nuovo Testamento, basta pensare alla scena dell’adultera nel capitolo 8 di Giovanni, dove però non c’è di fatto un pentimento; portano a Gesù questa donna scoperta in flagrante adulterio, la pongono in mezzo e chiedono a Gesù, per metterlo alla prova, cosa pensi si debba fare dal momento che Mosè ha ordinato di condannare donne di tal genere. Gesù prima si distrae scrivendo per terra, poi interviene con una battuta sapienziale: "Lapidatela pure, però cominci chi di voi è senza peccato!"; e si rimette a scrivere per terra. Questa volta è accucciato lui - per scrivere con il dito nella polvere occorre abbassarsi -, è lui raggomitolato sul suolo nella polvere e non sappiamo cosa stia scrivendo con quel dito; è un’immagine enigmatica ed una domanda alla quale non possiamo dare alcuna risposta perché non abbiamo alcun elemento per trarre delle conclusioni. Di fatto gli accusatori se ne vanno, non resta più nessuno, rimane soltanto Gesù con la donna là nel mezzo e Gesù le dice: "Donna, nessuno ti ha condannata?".

È importante quel vocativo "donna" che ricorre in altre occasioni nel Vangelo di Giovanni. A Cana di Galilea Gesù parla con la Madre chiamandola "donna": "Che c’è tra te e me?"; alla samaritana rivolge la stessa parola: "Credi a me, donna!". Adesso, per la terza volta, a questa adultera rivolge la domanda: "Donna, nessuno ti ha condannata?".

Probabilmente c’è un crescendo o un’apertura: la Madre di Gesù, a Cana, è l’Israele fedele, la donna di Samaria rappresenta il mondo eretico intorno a Israele, la donna adultera è il mondo pagano, cioè i greci, i romani, gli stranieri in genere, tutti noi, idolatri. Cristo entra in dialogo con l’umanità a partire da quella giusta e buona rappresentata dalla Madre, per aprirsi alla samaritana e, infine, per aprirsi all’adultera; e si apre a quest’ultima umanità, che è realmente peccatrice, non con l’atteggiamento della condanna, bensì con l’offerta del perdono.

Il perdono tuttavia, in quest’ultimo caso, non è il colpo di spugna, ovvero la tolleranza del male: c’è un equivoco interpretativo abbastanza grave a questo proposito, nel senso che si ritiene quasi che il perdono di Gesù significhi che in fondo va tutto bene così. Non è questo che dice Gesù!.. Il perdono non è la tolleranza del male, ma è la possibilità di superarlo: Gesù offre la possibilità di vincere il male e il fatto che non condanni non significa che non ritenga negativo il comportamento di quella donna; significa invece che la sua missione sta proprio nel far percepire il male e nel vincerlo: salvare la persona significa vincere il male, liberarla dal male. Infatti l’incontro termina con l’imperativo: "Va’ e non peccare più!". Cristo ha liberato questa donna dalla condanna a morte, ma le dà l’ordine di cambiare vita perché le dà la grazia di poter cambiare vita. Non è un semplice comandamento dall’esterno, ma è una grazia che la trasforma dall’interno, è una grazia di guarigione.

TOP   L’emorroissa

C’è un altro episodio molto bello, narrato dall’evangelista Marco al capitolo 5, l’episodio dell’emorroissa, cioè di una donna che soffriva di perdite di sangue. Per noi oggi può essere una malattia come un’altra, mentre in quel contesto culturale era una malattia infamante che rendeva impura questa donna; era quasi come una lebbra che la metteva permanentemente in uno stato di impurità rituale. Questa donna si vergogna della propria condizione e Marco, con finezza un po’ ironica, dice che aveva girato molti medici, aveva tentato di tutto, aveva speso tutto quello che aveva, ma non era servito a niente, anzi, era peggiorata.

Luca, che è della categoria medica, ricorda lo stesso fatto, ma senza dire che aveva speso tanto e che non era servito a niente: i medici non erano riusciti a guarirla, è cosa che può succedere ed è comprensibile. Marco invece, che non è della categoria medica, può permettersi di fare dell’ironia. Il problema però è un altro; i medici non sono riusciti a guarirla e lei non chiede la guarigione a Gesù, si vergogna e si accontenta di toccare il mantello del rabbì, ma è un gesto indegno: una donna nelle sue condizioni non deve permettersi di toccare il mantello di un maestro. Lei sa di essere impura e toccargli il mantello vuol dire contaminarlo; per di più, farlo di nascosto, dal punto di vista della mentalità legale giudaica, è un atto delinquenziale.

Questa donna tocca Gesù in mezzo alla folla e Gesù, dice Marco, sente una forza uscire da sé e domanda: "Chi mi ha toccato?". Gli apostoli reagiscono dicendo che in mezzo a tanta gente tutti lo stanno toccando, decine o centinaia di persone si accalcano intorno a lui perché vogliono toccarlo per avere un miracolo, quindi non comprendono la domanda.

È evidente che Gesù ha sentito un tocco diverso, che non è stato un tocco al corpo bensì al mantello; è un racconto strano e il cardinale Martini, anni fa, dedicò una lettera pastorale a questo episodio intitolandola proprio "Il lembo del mantello". È sufficiente toccare il lembo del mantello di Gesù per essere guariti e questa donna sente immediatamente di essere stata guarita; a quel punto, rendendosi conto di essere colpevole, si fa avanti e gli dice tutta la verità, si confessa. Lei temeva fortemente di essere rimproverata, invece Gesù non la rimprovera ma la elogia come persona di fede.

Anche qui c’è un gioco fine di rapporto fra colpevolezza e malattia, ma l’adesione al Cristo, l’atto di fede nel Cristo che può guarire, trasforma la persona. Si può vedere quindi come le figure femminili, anche negative, rientrano nel discorso evangelico come esempi di fede, cioè dell’atteggiamento della persona che si rende conto del proprio male e riconosce che il Cristo la può guarire, la può perdonare, può darle la capacità di superare il male.

TOP   Marta e Maria di Betania

Adesso vediamo invece un altro tipo di persona ritornando nell’ambito delle "pie" donne, per parlare di due sorelle che sono legate da stretta amicizia con Gesù: Marta e Maria di Betania, sorelle di Lazzaro, delle quali l’evangelista Giovanni parla in diversi punti. Ne parla anche Luca in un episodio famoso collocato subito dopo il racconto del buon samaritano. Siamo verso la fine del capitolo 10 del Vangelo di Luca: "Mentre erano in cammino – durante il viaggio verso Gerusalemme -, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte buona, che non le sarà tolta»" (Lc 10, 38-42).

L’episodio è molto noto ed è raccontato con maestria e semplicità; al centro c’è la parola di Gesù con la duplicazione del vocativo, caratteristica tipica di Luca: "Marta, Marta" è un dolce rimprovero, c’è la voce dell’amicizia in questo chiamare per nome due volte.

Il rimprovero che viene mosso a questa donna è di preoccuparsi e di agitarsi per molte cose; non viene rimproverata perché fa da mangiare – meno male che Marta ha fatto da mangiare, altrimenti quel giorno avrebbero saltato il pranzo! -, il rimprovero non è rivolto all’azione, ma all’essere troppo presa da molti servizi. In greco c’è la parola "diaconia" ed il riferimento è di tipo ecclesiale, non domestico, non è il problema del far da mangiare in casa o non collaborare; è invece un problema di attività, di impegno nella vita della Chiesa.

Ho detto che questo episodio è collocato subito dopo la parabola del buon samaritano e l’ho detto perché è importante tenere insieme i due racconti. Quando parlo dell’episodio del buon samaritano mi viene logico concludere che bisogna "fare" concretamente, e infatti Gesù per due volte dice allo scriba che lo stava interrogando: "Va’ e fai anche tu lo stesso!"; il buon samaritano è uno che ha operato, che ha fatto del bene, che ha fatto la carità, quindi, dico che l’importante è "fare". Poi, subito dopo leggo Marta e Maria e, dimenticandomi di ciò che ho detto prima, dico che l’importante è "ascoltare", per cui sono contraddittorio senza ombra di dubbio. Le due cose infatti sono da tenere insieme e Luca, molto saggiamente, ha messo i due episodi uno di seguito all’altro per evitare l’atteggiamento estremista di contrapposizione, in base al quale si sostiene che bisogna fare oppure, al contrario, che bisogna ascoltare. Sono necessarie entrambe le cose e la grande lezione di Luca sta in questo concetto: bisogna "fare" la carità, ma per poter fare bisogna prima "ascoltare", come pure è vero che non basta ascoltare se poi non si mette in pratica. Le due cose non sono alternative, ma necessarie entrambe; quindi, Marta e Maria non sono due figure antitetiche bensì due figure complementari che devono diventare entrambe il modello della Chiesa, cioè di un atteggiamento operativo-contemplativo.

TOP   Il significato della "parte buona" nell’episodio di Marta e Maria

L’immagine buona è della donna che accoglie il Signore nella sua casa; lo sbaglio di Marta sta appunto nell’agitazione e nella preoccupazione, cioè in quel di più che fa mettere in secondo ordine la persona. Domandiamoci allora qual è la "parte buona" che Maria ha scelto e che, in italiano, è stata tradotta con "migliore"; in greco c’è un aggettivo positivo "agathós", semplicemente, la parte buona. Subito dopo, Gesù specifica "quella che non le sarà tolta", cioè la relazione con la persona; la relazione di amicizia con la persona è eterna, resisterà nel tempo e nell’eternità: i poveri, i malati da curare, gli ignoranti da istruire non ci saranno più, le opere di carità finiranno, ma non così la carità. La carità è la relazione con la persona, rivolta alla persona; la parte buona che Maria ha scelto e che non le sarà tolta è proprio la relazione personale con Gesù, mentre lo sbaglio di Marta sta nel mettere le cose prima della persona, per cui la cura per i piatti e per le pietanze le fa dimenticare la persona. È quindi importante che metta i piatti e che cucini le pietanze, ma per la persona, dando la priorità alla relazione personale; la dimensione dell’ascolto, di cui Maria è modello esemplare, è proprio l’atteggiamento che permette di fare: se non si ascolta il Signore, se non lo si accoglie in profondità, non si è in grado di fare, per cui ci si agita e ci si preoccupa vanamente per molte cose.

L’immagine di Maria che ascolta viene ripresa dall’evangelista Giovanni, al capitolo 12, quando parla della cena di Betania, quando è proprio Maria di Betania che unge i piedi di Gesù con l’unguento profumato. Questo episodio somiglia molto a quell’altro della peccatrice, ma questa non è una donna peccatrice bensì colei che ha scelto la parte buona. Viene da pensare all’ironia liturgica perché c’è la festa di Santa Marta, ma non quella di Santa Maria di Betania; il motivo è molto semplice: nella tradizione antica fu confusa con Maria Magdalena, quindi si assommarono le due persone e Maria di Betania venne assimilata con Maria di Magdala. Tant’è vero che la festa di Santa Maria Magdalena è il 22 luglio e quella di Santa Marta è nell’ottava, sette giorni dopo, il 29 luglio, come se fossero le due sorelle; ma, dato che ormai è chiaro che sono due persone diverse, nella riforma del Messale è introdotta la dicitura per cui il 29 luglio è la festa di Santa Marta, Maria e Lazzaro di Betania, amici di Gesù, festa di tutti e tre, una famiglia di amici, di persone accoglienti che ricevono il Signore in casa propria e lo ascoltano.

Questo è un altro grande insegnamento delle donne bibliche: l’accoglienza e l’ascolto, è la grandezza della persona. Se pensiamo alla figura di Erodiade ed alla figura di Maria di Betania dobbiamo concludere che in quest’ultima c’è la grandezza: l’accoglienza e l’ascolto.