SACRA BIBBIA  DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

Appendice n. 1 – MARIA NELLA BIBBIA

1. «De Maria numquam satis» 2. Premesse di metodo
3. Maria nel Nuovo Testamento
3.1 Nelle lettere di Paolo
3.2 Nei tre Vangeli Sinottici
3.2.1 L’incredulità di Nazaret
3.2.2 I veri parenti di Gesù
3.3 Nel Vangelo di Matteo
3.4 Nel Vangelo di Luca
3.4.1 Maria accoglie la Parola di Dio
3.4.2 Maria crede alla Parola di Dio
3.4.3 Maria conserva la Parola di Dio
3.4.4 Maria ha camminato nella fede
3.5 Nel Vangelo di Giovanni
3.5.1 Maria a Cana Pagina
3.5.2 Maria ai piedi della croce

4. Maria nell’Antico Testamento
4.1 La Madre del Messia
4.2 La discendenza della donna
4.3 La Vergine che concepisce
4.4 Colei che deve partorire
4.5 La preparazione tipologica

5. Maria nella Chiesa
5.1 Maria negli Atti degli Apostoli
5.2 Maria nell’Apocalisse

6. Conclusione

 

MARIA NELLA BIBBIA

1. «De Maria numquam satis

Un simile adagio ha condotto molti predicatori e ricercatori del passato a tessere lodi infinite sulla figura della Beata Vergine Maria: partendo dal principio che non se ne dice mai abbastanza, qualcuno ha facilmente esagerato. Talvolta la devozione mariana ha superato il giusto ruolo che le compete nella fede cristiana ed è possibile che devoti predicatori abbiano presentato Maria al popolo come una autentica divinità.

2. Premesse di metodo

Anche in questo campo l'intervento dogmatico del Concilio Vaticano II è stato di grandissima utilità ed ha illuminato non poco l'atteggiamento religioso cristiano nei confronti della madre di Dio. La grande costituzione dogmatica "Lumen gentium" ha dedicato l'intero ultimo capitolo, l'ottavo, alla presentazione della Beata Vergine Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa: soprattutto ha sviluppato lo studio della funzione di Maria nell'economia della salvezza. Il Concilio, cioè, ha proposto autorevolmente una mariologia biblica: uno studio della Madonna alla luce della Scrittura, una ricerca esegetica dei testi biblici che parlano di lei ed una sintesi teologica di tali dati. Non più, quindi, una sentimentale effusione di lodi sperticate e senza misura, ma un ascolto attento della rivelazione divina su colei che in modo mirabile ha ascoltato ed accolto il suo Signore.

Ed è questo il lavoro che ci accingiamo a fare. Una rapida scorsa dei testi scritturistici che presentano la figura di Maria, madre del Messia, per ricostruire una immagine fedele della Vergine fedele. Non iniziamo tuttavia dall'Antico Testamento: nell'AT, infatti, non si parla di Maria! Non se ne parla in modo esplicito; se non conoscessimo il NT, non sapremmo che cosa andare a cercare nell'AT. Possiamo cercare Maria nell'AT solo dopo aver esaminato il NT; illuminati dalla rivelazione piena di Gesù Cristo, saremo in grado di riconoscere anche nell'antica alleanza le tracce ed i segni premonitori della futura madre.

3. Maria nel Nuovo Testamento

Iniziamo dunque con l'analisi dei brani neotestamentari che presentano Maria; seguiamo un ordine grosso modo cronologico, esaminando cioè i testi nel loro ordine di composizione, iniziando da quelli scritti prima.

3.1 Nelle Lettere di Paolo

In tutto il suo epistolario solo una volta san Paolo fa riferimento alla madre di Gesù e quest'unica volta è un accenno indiretto. Nella Lettera ai Galati, mentre sta trattando il tema della giustizia di Dio donata agli uomini per grazia, affronta il serio rapporto fra la legge e la fede e cerca di chiarire la funzione di tali componenti. Per chiarire il suo argomentare teologico, Paolo fa un esempio concreto: paragona la legge ad un pedagogo, un maestro incaricato di seguire ed educare una persona finché non raggiunga la maggiore età. Così, egli dice, il periodo dell'antica alleanza corrisponde a questa fase della minore età e c'era bisogno della legge come di un pedagogo. Ma ora, aggiunge, è successo qualcosa di nuovo, di profondamente innovatore: è giunta la pienezza del tempo e Dio è entrato direttamente nel nostro mondo e nella nostra vita.

"Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, 
(a) nato da donna,
(b) nato sotto la legge,
(b') per riscattare coloro che erano sotto la legge
(a') perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal 4,4-5).

La novità di Gesù Cristo consiste proprio nella partecipazione alla nostra condizione umana, rendendo noi uomini capaci di partecipare alla condizione divina. Dio si è fatto come noi, per farci come lui. Dio si è fatto figlio dell'uomo, perché l'uomo diventi figlio di Dio; Dio si è sottomesso alla legge di Mosè, perché l'umanità intera sia liberata dalla legge del peccato e della morte. In questo sintetico quadro di teologia della redenzione, l'Apostolo fa riferimento alla nascita di Gesù da una "donna": evidentemente si tratta di Maria, ma egli non la nomina; la ricorda per sottolineare la partecipazione completa alla nostra situazione di uomini che nascono da donna. Paolo vuol dire: è diventato uno di noi, proprio come noi.

Inoltre, con buona probabilità, l'espressione paolina fa riferimento ad una formula presente nel libro di Giobbe, che serve per evidenziare la debole fragilità ed inconsistenza della creatura umana. Diceva infatti l'antico poeta: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta ed avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma" (Gb 14,1-2). Dio ha condiviso in Gesù questa fragilità umana; il ruolo di Maria è stato quello di offrirgli la debolezza della carne, perché egli potesse renderla forte con il dono dello Spirito.

3.2 Nei tre Vangeli Sinottici

Per avere informazioni su Maria dobbiamo rivolgerci agli evangelisti, giacché gli altri autori del NT, non hanno in alcun modo parlato della figura e del ruolo di Maria. Consideriamo prima i brani evangelici inerenti a Maria e riportati da tutti e tre i Vangeli Sinottici, cioè Marco, Matteo e Luca; questa uniformità nella tradizione ci garantisce una antica e costante divulgazione di tali particolari; ci dice cioè che molte comunità cristiane riflettevano sulla figura ed il ruolo di Maria.

3.2.1 L'incredulità di Nazaret

Solo una volta Marco chiama per nome la madre di Gesù e lo fa nel racconto della scarsa accoglienza tributata a Gesù nel suo paese di origine (Mc 6,1-6). Anche Matteo e Luca riportano lo stesso episodio (Mt 13,53-58; Lc 4,16-28) ed entrambi riferiscono la stessa domanda meravigliata che gli abitanti di Nazaret si rivolgono l'un l'atro, stupiti dalla sapienza del loro concittadino Gesù: "Non è costui l'artigiano, il figlio di Maria e fratello di Giacomo e di Joses, di Giuda e di Simone?" (Mc 6,3).

Il nome della madre è ricordato proprio per sottolineare lo stupore della gente; gli abitanti di Nazaret restano increduli di fronte a quest'uomo che conoscono bene, figlio di questa donna che conoscono bene, parente (questo è il significato semitico del generico titolo di "fratello") di persone che conoscono bene. Evidentemente persone semplici e normali; persone come tutte le altre che abitano in un piccolo villaggio sperduto sulle colline di Galilea. Come può quest'uomo "qualunque" essere il Messia? È il grave dubbio che affligge i nazaretani, è il dubbio che impedisce loro di accogliere con fede il dono di Dio, capace di superare tutte le apparenze e tutti gli schemi convenzionali degli uomini.

Maria, dunque, compare anche nel vangelo di Marco con la stessa funzione sottolineata da Paolo: segna la piena partecipazione del Cristo alla situazione "qualunque" dell'uomo.

3.2.2 I veri parenti di Gesù

Un'altra volta Marco concorda con gli altri Sinottici nel riportare un episodio in cui compare la madre di Gesù, anche se non viene chiamata per nome. Si tratta di un testo che, in passato, era stato considerato "anti-mariologico", sembrava cioè che parlasse male di Maria e quindi conveniva che un devoto predicatore non vi facesse riferimento tessendo gli elogi di Maria!

Si tratta dell'episodio in cui la madre di Gesù ed i suoi parenti vanno a cercarlo (Mc 3,31-35; Mt 12,46-50; Lc 8,19-21); Marco, solo lui, riporta anche il motivo di questa ricerca: "perché dicevano: È fuori di sé!" (Mc 3,21). I suoi non lo capiscono! Vogliono riportarlo a casa, ma la folla impedisce loro di avvicinarsi a Gesù; allora fanno passare la voce e qualcuno vicino al Maestro gli sussurra: "Ecco tua madre e i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano" (Mc 3,32).

Gesù sembra non reagire bene; si domanda chi sia sua madre e chi siano i suoi fratelli? Non li voleva riconoscere? Li voleva ignorare? O non piuttosto, voleva cogliere l'occasione propizia per un grande insegnamento, secondo il suo abituale modo di insegnare con allusioni ed esempi concreti e simbolici? Credo proprio che per questo motivo Gesù abbia volto gli occhi tutt'intorno, guardando coloro che gli sedevano vicino e dicendo: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, egli è mio fratello, sorella e madre" (Mc 3,35).

La vera parentela con Gesù, insegna il Maestro, non sta nei rapporti di sangue, ma nella fiduciosa imitazione, nella totale disponibilità al piano di Dio: è parente di Gesù chi, come lui, è pronto e disponibile a fare la volontà di Dio.

L'evangelista Luca ritocca lievemente questa risposta e spiega in tal modo che cosa si intenda per volontà di Dio: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21).

Questa risposta di Gesù sminuisce la figura di Maria? Assolutamente no! Anzi, spiega chiaramente in che cosa consista la grandezza di Maria. Gesù non dice: Maria non è mia madre, ma lo siete voi. Gesù esprime le condizioni per essere suoi congiunti, in che cosa, cioè, consiste il rapporto di maternità nei suoi confronti. Tali condizioni in Maria si sono realizzate in modo pieno ed evidente: ella è veramente una persona che ha ascoltato la parola di Dio e l'ha messa in pratica ed è stata pienamente disponibile alla volontà di Dio. Su questo punto si soffermerà soprattutto la riflessione di Luca ed i Padri della Chiesa approfondiranno il tema della maternità di Maria, fino a dire che ella concepì "prius mente quam ventre", accolse il mistero di Dio con la piena disponibilità dell'animo prima che con il corpo; è veramente Madre di Gesù non per i legami della carne e del sangue, ma per l'obbedienza sincera e accogliente della sua anima. Maria è il vero discepolo!

3.3 Nel Vangelo di Matteo

Oltre ai brani appena ricordati, l'evangelista Matteo ricorda la madre di Gesù nei primi due capitoli della sua opera, quando presenta l'origine di Gesù e le profonde radici che ha nel popolo di Israele e nella storia della salvezza.

Tuttavia, l'attenzione di Matteo è rivolta soprattutto alla figura di Giuseppe, discendente di Abramo e di Davide, "lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato il Cristo (Mt 1,1-16).

La serie delle generazioni per via di padre subisce nell'ultimo anello una variazione: l'evangelista non ripete la formula abituale dicendo: "Giuseppe generò Gesù", magari aggiungendo la maternità come aveva fatto per altri quattro casi, cioè notando: "Giuseppe generò Gesù da Maria". L'ultimo anello della genealogia è una novità letteraria, perché è una assoluta novità teologica: il giusto Giuseppe offre il legame con i patriarchi, ma il Cristo non nasce da lui, ma dalla madre sola. E non afferma neppure: "Maria generò Gesù"; ma sostituisce il verbo attivo ("generò") con la forma passiva ("fu generato"). Matteo vuole sottolineare l'intervento di Dio: si tratta, infatti, dell'abituale costrutto chiamato "passivo teologico", dove il soggetto sottinteso è sempre Dio stesso. Dunque vuol dire: "da Maria Dio generò Gesù". La vera origine di Gesù è Dio, Maria è stata lo strumento personale e consapevole di tale intervento di Dio.
Il mistero della nascita è presentato da Matteo come una illustrazione della profezia di Isaia (7,14): l'oracolo della "Vergine" in Maria si realizza (Mt 1,18-25).
"Giuseppe prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù" (Mt 1,25).
Dopo l'evento, la comunità cristiana ha potuto comprendere il senso dell'antica profezia; il modo originale e nuovo della nascita di Gesù ha finalmente illuminato l'oscuro detto del profeta.

Negli altri episodi del Vangelo dell'Infanzia secondo Matteo, Maria compare ancora come protagonista vicino a Gesù e a Giuseppe: i Magi videro il bambino con Maria sua madre (Mt 2,11); l'angelo invita Giuseppe a prendere il bambino e sua madre (Mt 2,13) e a fuggire in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode; Giuseppe esegue fedelmente, prende con sé il bambino e sua madre (Mt 2,14) e fugge in Egitto. La stessa scena si ripete al contrario, quando, morto Erode, i tre possono ritornare tranquillamente al loro paese ed altre due volte l'evangelista ripete l'espressione "il bambino e sua madre" (Mt 2,20.21). È evidente l'intento di sottolineare il ruolo di Maria come madre, contrapposto al ruolo di Giuseppe che si prende cura amorosa di loro, ma mai è chiamato padre.

3.4 Nel Vangelo di Luca

Il grande narratore e teologo di Maria è l'evangelista Luca. A lui dobbiamo gli splendidi quadri dell'Infanzia in cui la figura della Madre svolge un ruolo da protagonista. Luca, più di ogni altro evangelista, dedica attenzione a Maria; non solo descrive molti episodi della sua esistenza, ma soprattutto sviluppa una autentica teologia mariana, presentando Maria come la figura del vero discepolo e del vero credente. Nella visione del terzo evangelista Maria è la prima "cristiana", il modello del cristiano. Verifichiamo nei testi questa affermazione di principio.

3.4.1 Maria accoglie la Parola di Dio

Luca presenta Maria in una scena inaugurale che ha il preciso compito di caratterizzare il ruolo della madre: abitualmente si parla del racconto dell'annunciazione, ma, secondo il genere letterario proprio del brano, sarebbe meglio chiamare questo testo la vocazione di Maria (Lc 1,26-38).
Si tratta, infatti, di un racconto di vocazione, molto simile a quello in cui è narrata la chiamata di Gedeone (Gdc 6,11-24): Dio, per mezzo di un suo messaggero, chiede la collaborazione ad una persona umana per la realizzazione di una grande impresa. A Gedeone e a molti altri personaggi dell'AT Dio aveva chiesto di collaborare con lui per liberare il popolo di Israele da qualche difficile situazione. A Maria Dio chiede la disponibilità e la collaborazione per l'evento decisivo della liberazione di tutta l'umanità.

In questa direzione si muove, infatti, il saluto dell'angelo: "Rallegrati, trasformata dalla grazia: il Signore è con te!" (Lc 1,28).

In Maria è presente il resto santo del popolo di Israele; in lei si realizza la figura profetica della Figlia di Sion e della nuova Gerusalemme: per questo le viene rivolto il saluto che è un invito alla gioia, comunemente rivolto dai profeti al nuovo popolo di Dio (cfr. Gl 2,21-23; Sof 3,14; Zac 9,9). Il suo nome proprio è sostituito da un titolo onorifico: il termine greco "kecharitom‚ ne" può essere tradotto, oltre che con "piena di grazia", anche con l'espressione "trasformata in modo permanente dall'intervento benevolo di Dio". Un'espressione analoga è utilizzata da Paolo nella lettera agli Efesini, ma questa volta è detto di tutti i cristiani "trasformati dalla grazia del battesimo" (Ef 1,6): potremmo dire che Maria è l'archetipo del cristiano, la prima beneficiaria della grazia divina, la prima "rinnovata". Infine l'angelo le assicura la presenza di Dio con una formula che accompagna sempre, nell'AT, un mandato straordinario (cfr. Es 3,12; Gs 1,9; Gdc 6,12).

Maria "a queste parole rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto" (Lc 1,29). È una reazione saggia: ella ha intuito infatti che le viene prospettata una grande missione. L'angelo le annuncia la maternità del Messia e le spiega che questo evento non è in contrasto con il suo "desiderio di verginità": per intervento dello Spirito di Dio Maria sarà madre proprio perché vergine, nel corpo e nel cuore, cioè totalmente disponibile a Dio. La "virginitas cordis" di cui parla Sant'Agostino, è un frutto della grazia: Maria è vergine perché trasformata dalla grazia, e diventa Madre dell'uomo nuovo proprio perché rinnovata nel profondo dall'intervento creatore di Dio.

Maria accoglie dunque nella fede il progetto di Dio: "Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).

Con il titolo di serva Maria riconosce di essere stata incaricata di un grande compito, sa di essere al servizio del Signore e si dichiara completamente disponibile. Non solo: esprime l'entusiasmo e la gioia di questa disponibilità. Il verbo greco tradotto con "avvenga" ("g‚noito") è un ottativo, cioè una forma che esprime un desiderio ed una gioia: Maria non accetta con rassegnazione, ma accoglie con entusiasmo e dice in sostanza: "Sono proprio contenta che avvenga quello che hai detto, non desidero altro!". Ecco il modello del credente e del discepolo.

3.4.2 Maria crede alla Parola di Dio

L'episodio che segue la vocazione di Maria presenta il risvolto concreto dell'accoglienza: colei che è disponibile per Dio è pronta immediatamente a mettersi in viaggio per andare ad aiutare la parente Elisabetta che aspetta un bambino nonostante l'età avanzata (Lc 1,39-45). L'incontro tra le due donne diventa una testimonianza gioiosa dell'opera che Dio sta compiendo e l'occasione di una lode fiduciosa alla misericordia di Colui che si è ricordato del suo popolo e si sta prendendo cura dei suoi amici.

In questa occasione Elisabetta proclama la beatitudine di Maria: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45).

Maria è beata perché donna di fede. La sua felicità consiste nella fiducia che ha riposto pienamente nel suo Signore. Ella è chiaramente un modello per ogni credente, beato proprio perché credente. Con forza sottolinea Agostino: "Beatior Maria percipiendo fidem Christi quam concipiendo carnem Christi"; la fede è fonte di maggiore felicità, rispetto al fatto di essere madre secondo la carne. Continua il grande dottore: "A nulla sarebbe giovato a Maria la vicinanza materna, se non fosse stata contenta di portare Cristo più nel cuore che nella carne". Il valore della maternità di Maria sta dunque nell'atteggiamento originale di fede che l'ha resa possibile.

Come dice Sant'Ireneo, ella "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". Molti Padri ha così confrontato e contrapposto la fede di Maria alla sfiducia di Eva, l'obbedienza di Maria alla disobbedienza di Eva. Ancora Ireneo di Lione afferma: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l'ha sciolto con la sua fede". Così nel famoso inno mariano "Ave Maris Stella", la liturgia esprime la convinzione profonda che ha guidato la composizione letteraria dell'evangelista Luca: "Sumens illud Ave, Gabrielis ore, funda nos in pace, mutans Evae nomen".

3.4.3 Maria conserva la Parola di Dio

Luca prosegue nella sua teologia mariana ed aggiunge ancora un particolare significativo al ritratto di Maria modello del discepolo. Ella è colei che ascolta la Parola di Dio, crede a Colui che le ha parlato e custodisce nel suo cuore la rivelazione.

Nel commento alla parabola del seminatore e del diverso esito della seminagione, Luca spiega, in modo leggermente diverso da Marco e Matteo, che "il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza" (Lc 8,15). Sembra una definizione di Maria! E non è un'opinione degli esegeti: lo stesso evangelista ha caratterizzato così la madre di Gesù. Ben due volte, infatti, nel Vangelo dell'Infanzia egli ha notato questo atteggiamento di Maria, dopo la visita dei pastori: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19); e al momento del ritorno a Nazaret dopo l'episodio dello smarrimento di Gesù dodicenne nel tempio di Gerusalemme: "Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51).

Ancora un'altra volta Luca ritorna su questo atteggiamento mariano, tipico del discepolo, ed è in un episodio simile a quello conservato dalla tradizione sinottica sui veri parenti di Gesù. Una donna del popolo, entusiasmata dalla predicazione di Gesù, alza la voce e proclama beata la madre di un così bravo figlio. Anche in questo caso Gesù dà una risposta che è parsa erroneamente anti-mariologica: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono" (Lc 11,28).

Viene ribadito il valore della maternità di Maria, nella fede prima che nella carne, e viene additata Maria come autentico modello del discepolo credente, colui che ascolta la parola, la conserva e la mette in pratica.

3.4.4 Maria ha camminato nella fede

Un ultimo particolare, molto importante, viene sottolineato dalla costituzione dogmatica "Lumen gentium" al n.58, dove si dice che la Beata Vergine Maria "in peregrinatione fidei processit", cioè avanzò nel pellegrinaggio della fede. L'autorevole testo conciliare intende ribadire l'atteggiamento di fede che ha guidato l'esistenza di Maria e sottolineare che ella non aveva chiaro tutto dall'inizio, non comprendeva perfettamente il senso della sua vicenda e non sapeva in anticipo come si sarebbero svolti gli eventi. Maria viveva di fede, non di visione! Come noi, camminava giorno per giorno in situazioni spesso incomprensibili, ma sempre fidandosi di Dio.

Un altro episodio narrato dal solo Luca ci permette di evidenziare questo aspetto. Mi riferisco allo smarrimento di Gesù in Gerusalemme (Lc 2,41-50). In quell'occasione Maria vive un momento di angoscia e di turbamento: cerca affannosamente il figlio per tre giorni e non sa dove trovarlo. Quando alla fine lo incontra nel tempio, non si esime da un bonario rimprovero che dice tutto il proprio dolore e, soprattutto, manifesta la sua incomprensione dell'evento: "Figlio, perché ci hai fatto così?" (Lc 2,48).

E Gesù le risponde con una domanda retorica che lascia chiaramente intendere che i suoi genitori non sapevano: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?".

Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,49-50).

Maria conserva e rimedita nel suo cuore questi eventi e queste parole: il senso di tutto non le è chiaro, ma cerca di renderle chiare alla luce di Dio. Cammina nella fede: si fida di Dio e, anche lei, solo dopo la Pasqua di risurrezione comprenderà il senso di quelle parole. Il suo "perché?" iniziale era il segno di un’incomprensione dei discepoli di fronte al mistero della morte del Cristo; e la risposta del Cristo non è una spiegazione razionale e logica: "Perché? Perché sì!". Perché è la volontà del Padre da accogliere con fede e fiducia. Maria, come i discepoli, ha capito il senso della vita di suo Figlio solo col tempo e solo con la Risurrezione.

3.5 Nel Vangelo di Giovanni

L'evangelista Giovanni si pone su un altro livello narrativo e piega i racconti tradizionali al suo intento tipicamente teologico: egli vuole presentare i fatti concreti della vita terrena dell'uomo Gesù come il simbolo ed il segno, cioè la rivelazione del Padre e della sua opera di salvezza. Giovanni elabora una precisa e profonda teologia simbolica. Le sue pagine non possono essere lette come racconti di cronaca, giacché non intendono mai fermarsi ai fatti, ma vogliono sempre scendere in profondità e cogliere il mistero.

Giovanni non nomina mai Maria per nome, ma due volte presenta la Madre di Gesù, in due scene altamente significative e strettamente collegate fra di loro.

3.5.1 Maria a Cana

La madre di Gesù compare nel IV Vangelo mentre è presente allo sposalizio che si compie in Cana di Galilea. Anche Gesù e i suoi discepoli vengono invitati a quelle nozze. Tutto l'episodio è ricco di simbolismo e, nell'economia del racconto giovanneo, esso rappresenta l'archetipo dei segni che Gesù compie, cioè il simbolo per eccellenza di tutta l'opera messianica. Nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-11), dunque, Giovanni presenta in modo sintetico il senso ed il valore dell'intervento divino in Gesù.

Le nozze sono il tipico segno dell'incontro fra Dio ed il suo popolo ed il vino è il segno della gioia e dell'amore. In questa cornice l'evangelista presenta una festa che sta perdendo gusto, l'alleanza che non ha più vitalità. A quella festa la madre è presente; ne fa parte naturalmente, mentre Gesù vi viene invitato insieme ai suoi discepoli. Si viene così a creare intorno a Gesù una doppia situazione di rapporto: quello della madre e quello del discepolo. La stessa duplicità sarà presente nell'altro racconto in cui compare la madre: ai piedi della croce.

Nell'impostazione simbolica giovannea Maria non è chiamata per nome, ma indicata con il nome di funzione, cioè "madre", proprio per sottolineare il ruolo di origine e di preparazione: la madre è il segno dell'Israele fedele, il resto santo che attende la novità del Messia ed è disponibile al suo dono nuovo. È questo Israele fedele che si accorge della mancanza di vino e del rischio che l'alleanza nuziale finisca e fallisca: alla madre, infatti, Gesù si rivolge chiamandola "Donna". Non è una bella espressione, se il senso del testo è realistico; Gesù si sarebbe dimostrato scortese e sgarbato. Ma nell'ottica giovannea questo titolo diventa un chiaro riferimento al simbolo femminile in quanto tale, il simbolo di Israele sposa di Dio. Nel racconto delle nozze nessun accenno si fa della sposa: dimenticanza? Penso di no! La sposa è presentata nella figura della madre.

Prima di intervenire Gesù chiede se fra di loro c'è relazione ed afferma che la sua "ora" non è ancora venuta: espressione tipica di Giovanni per indicare l'evento decisivo, il momento culminante della glorificazione del Figlio e del dono dello Spirito, cioè l'ora della croce. L'episodio delle nozze è dunque un anticipo di ciò che si compirà in pienezza sulla croce. La madre reagisce dimostrando coi fatti che fra lei ed il Messia c'è relazione ed invita i servi a fare ciò che egli dirà: è esplicito l'invito a seguire la novità del Cristo.

Tale novità si manifesta nel vino ottimo che giunge alla fine e colma le sei idrie di pietra che servivano per la purificazione dei Giudei: simbolo della imperfezione della legge scritta su tavole di pietra ed incapace di purificare davvero il cuore. Il vino eccellente è il segno della grazia messianica e della sua nuova alleanza, delle sue nuove nozze. Ma il capotavola non capisce e non sa da dove viene l'eccellente vino che ha assaggiato. Come i capi dei Giudei non sanno da dove viene Gesù e non vogliono comprendere i suoi segni, il capotavola sputa sentenze e dimostra di non aver capito niente.

Invece i servi che hanno fatto la volontà del Messia, che ne hanno accolto la novità sanno da dove viene il vino; ed i discepoli sanno riconoscere nel segno del vino la Gloria, cioè la presenza potente ed operante di Dio in Gesù. Per questo credettero in lui.

Tutto il mistero di Gesù Cristo è presentato in questo gioiello narrativo e la madre vi compare come rappresentante del popolo fedele, Sposa di Dio che spalanca le proprie braccia per accogliere la Novità.

3.5.2 Maria ai piedi della croce

Nel momento della crocifissione l'"ora" è venuta e di nuovo la "donna" è lì presente, in piedi presso la croce (Gv 19,25-27) ed è presente anche il discepolo che Gesù amava.

Di nuovo troviamo accanto a Gesù la figura della madre e del discepolo, nessuno dei due chiamato per nome, ma indicati con un termine di funzione. La "madre" precede e dà l'origine; il "discepolo" impara, segue e continua. La madre rappresenta il passato, il discepolo il futuro; la madre è l'Israele fedele, il discepolo è il nuovo popolo fedele che Gesù ama. Sono realmente Maria e Giovanni; ma sono anche simbolicamente queste due grandi realtà della storia della salvezza.

Nell'ora decisiva, Gesù chiama la madre "donna" e le affida il discepolo: è il momento del passaggio, del cambiamento dell'alleanza e dell'accoglienza del nuovo figlio. Al discepolo Gesù affida la madre e da quel momento egli la prese "con sé": è il fondamento della maternità spirituale di Maria per ogni discepolo del Cristo e dell'eredità spirituale dell'antica rivelazione affidata alla Chiesa.

Alla madre e al discepolo, misticamente uniti, il Messia consegna il suo Spirito, la sua vita, la vita stessa di Dio.

4. Maria nell’Antico Testamento

La profonda riflessione giovannea ci ha preparato a considerare la fase di preparazione, quella parte della Rivelazione che noi cristiani chiamiamo Antico Testamento. Avendo chiaro il ruolo, il senso e la figura di Maria nell'evento decisivo di Gesù il Cristo, possiamo andare a cercare nei testi dell'antico Israele i segni e le anticipazioni di questo mistero della "madre".

4.1 La Madre del Messia

Non possiamo semplicemente cercare allusioni a Maria: rischieremmo di essere arbitrari. È facile infatti pescare nei testi veterotestamentari belle espressioni ed immagini poetiche che possono adattarsi a Maria: questo procedimento ha un valore poetico e liturgico, ma non è metodo corretto per fare esegesi. Dovremo piuttosto puntare la nostra attenzione sul ruolo che Maria di Nazaret ha svolto nell'economia della salvezza, cioè la madre del Messia. Su questa figura è possibile trovare obiettive informazioni e visioni teologiche nei libri dell'AT.

Per trovare testi messianici che parlino anche della Madre del Messia, bisogna esaminare la corrente teologica del messianismo regale, all'interno della quale si esprime l'attesa di un consacrato di ascendenza davidica; tale corrente si sviluppa alla corte di Gerusalemme, nel regno di Giuda.

La monarchia in Israele nasce a Gerusalemme con Davide intorno all'anno 1000 a.C.: è questa l'epoca in cui si avvia la costruzione del Tempio e del Palazzo; essa assume quasi tutte le caratteristiche sacrali che aveva la monarchia nell'antico vicino Oriente, per cui il Re era tale per costituzione divina. In altre parole: il re, se non ha natura divina, è però in strettissima relazione con Dio. Alla corte di Gerusalemme la regina madre ha un ruolo molto importante: il termine tecnico che la caratterizza è "gebirah", ossia "la potente", o la "Grande Dama". La prima gebirah fu Betsabea, moglie di Davide: non la prima sposata in ordine cronologico, anzi sposata in un contesto di adulterio, di inganno e di omicidio premeditato del marito di Betsabea. Ella, però, è la madre di Salomone, non il primogenito di Davide, ma colui nelle cui mani il regno si consolida. Il prestigio della gebirah è dato proprio dal fatto di essere la madre del re.

Alla corte di Salomone viene composta la prima "storia sacra", il primo sacro testo narrativo di tipo storico dell'antico Israele, quello che la moderna scienza esegetica chiama la tradizione Jahwista, perché in essa viene abitualmente adoperato questo nome proprio per designare Dio, a differenza di altre tradizioni che adoperano diversi nomi. Lo Jahwista è un teologo, forse meglio una scuola di teologi, che ripensa la storia passata cercando di capire come si sia giunti alla presente situazione di monarchia solida, pacifica, e ben organizzata. Questi teologi vogliono cogliere il senso dei fatti e trovare una motivazione in ottica religiosa dell'esperienza che stanno vivendo; la storia che essi compongono va da Abramo a Davide ed utilizza, quali fonti, per lo più tradizioni orali, ma comprende anche alcune fonti scritte di natura, genere letterario e stile diverso.

Alla corte di Davide era stato formulato dal profeta Natan il grande oracolo di fondazione della dinastia: Dio garantisce cioè che sempre un discendente di Davide sederà sul trono di Gerusalemme; alla base di questa teologia sta dunque un oracolo divino (cfr. 2Sam 7). In questo contesto storico e culturale è determinante il ruolo della regina madre: lo Jahwista darà allora grande rilievo alle figure femminili, soprattutto alle "matriarche" d'Israele, Sara e Rebecca, Lia e Rachele.

4.2 La discendenza della donna

Alla storia di Abramo lo Jahwista premette alcuni racconti, che noi oggi con una terminologia moderna potremmo chiamare degli "archetipi", cioè dei testi che vogliono spiegare il senso profondo di tutti gli eventi; sono collocati all'inizio perché, gettando luce su tutto quello che segue, si presentano come cause e chiavi di lettura di tutto il resto.

Il primo racconto che lo Jahwista pone all'inizio della storia è l'episodio ben noto dell'uomo e della donna nel giardino dell'Eden. Il ruolo di protagonista non è giocato qui dall'uomo (Adamo in ebraico significa semplicemente "Uomo"), ma dalla donna, e il vertice del racconto è dato proprio dal finale, quando l'uomo dà il nome proprio alla donna: "Hawah" (Eva nella nostra versione), perché fu la "Madre di tutti i viventi" (Gen 3,20). Il nome Hawah è legato alla radice di "vita", quindi potremmo tradurre: "La chiamò Vita poiché fu la Gran Madre". Ecco il prototipo, l'archetipo della Madre, della gebirah, la gran Dama di corte.

All'interno del racconto del peccato, la donna è presentata in contrasto con una figura simbolica, il serpente. Possiamo parlare di una simbologia di tipo egiziano o cananaico, che probabilmente coesistono: nella simbologia egiziana il serpente è segno di potere umano (si ricordi il serpente che il faraone porta sulla tiara) e in ambito cananaico è simbolo di fertilità, del culto della natura, della potenza generatrice; per tale motivo diventa nelle mani del teologo Jahwista il simbolo di una sapienza troppo umana, come prova il tema dell'albero della conoscenza.

Il testo è di tipo sapienziale e si rivolge a persone colte; è un testo di alto cesello letterario e anche filosofico: all'interno di questo racconto si trova un versetto che, in ordine di tempo, è il primo del messianismo regale a parlare della Madre. Si tratta di Gen. 3,15, il cosiddetto protovangelo: "Inimicizia porrò tra te e la donna, fra il tuo seme ed il seme di lei. Esso (il seme) ti schiaccerà la testa e tu lo insidierai al calcagno".

Il problema del testo è soprattutto il pronome di terza persona, soggetto dell'azione di schiacciare la testa al serpente: nel testo ebraico il pronome è maschile, come maschile è il sostantivo usato per indicare il seme, cioè la discendenza. Nella Settanta (LXX) invece - la traduzione della Bibbia in greco ad opera degli Ebrei residenti ad Alessandria d'Egitto intorno al II sec.a.C. - il pronome è rimasto maschile ("autòs"), mentre il termine che indica il seme è nome neutro e quello della donna è nome femminile: la LXX, cioè, ha inserito un elemento nuovo. Il riferimento è chiaro: si tratta del seme della donna, della sua discendenza, ma non se ne parla in modo generico, bensì lo si considera una singola persona. Il pronome maschile "autòs" rivela una lettura messianica nella LXX.

La Vetus Latina - antica traduzione latina anteriore a Girolamo - traduce dalla LXX e rende il pronome con "ipse".

Soltanto i codici della Volgata, e non tutti, hanno inserito il pronome femminile "ipsa", inserzione inspiegabile, la cui datazione è impossibile: l'azione di schiacciare la testa al serpente è attribuita alla donna. Il primo a leggere questo testo in funzione mariologica è Fulgenzio di Ruspe, vescovo del Nordafrica vissuto all'inizio del secolo VI; da allora le testimonianze latine di questo uso si moltiplicano.

Molto interessante è l'interpretazione data dal "Targum" - traduzione aramaica corrente al tempo del NT con molte aggiunte di tipo omiletico -; così suona la traduzione popolare del nostro versetto: "Stabilirò un'inimicizia tra te e la donna, tra la razza dei suoi figli e la razza dei tuoi figli ed accadrà: quando i figli della donna si applicheranno alla Legge e osserveranno i suoi comandamenti, si rivolgeranno contro di te, ti schiacceranno il capo e ti uccideranno. Ma quando i figli della donna rifiuteranno di applicarsi alla Legge e di osservare i suoi comandamenti, tu ti accosterai a loro, li morderai al calcagno e li ferirai; un rimedio tuttavia ci sarà per i figli della donna, mentre per te serpente rimedi non ci saranno: perché alla fine essi faranno pace l'uno con l'altro nei giorni del Re Messia". Si tratta di un testo molto importante perché, oltre a fornire un esempio perfetto di rilettura rabbinico-farisaica del versetto in questione, ne conferma l'interpretazione messianica.

All'interno della teologia dello Jahwista questo è il primo annuncio di una vittoria sulle forze ostili: per la "discendenza della donna" molto probabilmente lo Jahwista pensa alla dinastia di Davide, che vincerà nella lotta contro le forze del male.

La rilettura cristiana di questo testo vedrà, in accordo con una lettura corrente ebraica, un riferimento al Messia: il Figlio della Donna sarà dunque il Messia vincitore del male.

4.3 La Vergina che concepisce

Consideriamo adesso la testimonianza di Isaia. Uomo di corte, di grande cultura e molto probabilmente di grande potere, Isaia opera a Gerusalemme fra il 740 e il 701. All'interno della sua opera vi è una piccola raccolta, chiamata il "Libretto dell'Emmanuele", che comprende i capitoli 6-11: in esso sono riuniti gli oracoli più antichi e più sicuramente legati al genio letterario e teologico di Isaia. Con questa sezione siamo ancora nella tradizione della teologia sacrale che vede il re come un consacrato; il momento storico è travagliato, perché è in pericolo la successione della dinastia davidica sul trono di Gerusalemme.

Isaia si rivolge al re Acaz, promettendo un intervento divino in difesa della dinastia di Davide: è la cosiddetta profezia dell'Emmanuele (Is 7,14-16): "Ecco la giovane concepisce e partorisce un figlio e tu lo chiamerai Emmanuele; mangerà panna e miele finché non sappia rigettare il male e scegliere il bene; prima ancora che il bambino impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re".

Il problema è la parola tradotta con "giovane" e che in ebraico suona "'almah": abitualmente la si traduce "vergine", tuttavia le attestazioni di questo termine nella Bibbia ebraica indicano una ragazza giovane, per lo più da sposare, senza un riferimento esplicito alla verginità, quale è invece presente in un altro termine più specifico, "betullah". Si potrebbe pensare ad una sorta di formulazione tecnica di promessa di discendenza, rivolta dal profeta al giovane re Acaz: questa ipotesi verrebbe anche confermata da analoghe promesse ritrovate in documenti ugaritici, provenienti da una cultura molto vicina a quella ebraica, scoperta a Rash-Shamra a Nord di Israele.

L'autore intende sottolineare non la straordinarietà del concepimento ad opera di una vergine, ma il fatto stesso della nascita di un erede nel momento drammatico e disperato in cui sembra che la casa regnante sia destinata all'estinzione. Inoltre l'oracolo profetico insiste sull'intervento liberatore di Dio: Isaia garantisce che Dio eliminerà i re di Damasco e di Samaria, nemici di Giuda, prima che questo bambino abbia raggiunto l'età della ragione. È quindi evidente che si pensi ad un fatto imminente; Acaz non può aspettare 700 anni per vedere il segno di Dio che interviene a salvarlo! Il fatto annunciato si realizzò; ma il testo di Isaia non fu accantonato. Le generazioni seguenti continuarono a leggerlo e lentamente l'interpretazione si rivolse al futuro, all'attesa cioè di una grande e prodigiosa nascita.

La LXX tradusse il termine "'almah" con "parth‚nos", il cui significato è più vicino al nostro valore di "vergine", sebbene vi siano alcune attestazioni in cui è attribuito a giovani non sposate ma con figli. Nella traduzione greca è importante l'uso del verbo al futuro: "concepirà e partorirà"; mentre in ebraico si aveva un duplice participio: "è concepente e partoriente". Evidentemente il testo di Isaia ha avuto una storia, è stato letto dalle generazioni successive con un significato più ampio di quello che l'autore aveva voluto attribuire alle parole.

Lo stesso versetto sarà poi citato da Mt 1,23 come realizzato nel concepimento verginale di Gesù: si realizza così la comprensione post-eventum dell'oracolo messianico. I traduttori ebrei della Bibbia nel II sec. d.C. - Aquila, Simmaco e Teodozione - per reazione all'interpretazione cristiana, rifiuteranno sempre la traduzione con "parth‚nos" e sostituiranno questo termine con "neànis", semplicemente "ragazza".

Quella di Isaia è dunque una profezia messianica, seppure indiretta: la "'almah" diventerà "gebirah" quando il bambino che deve nascere salirà al trono; questo bambino è un discendente di Davide, è il tipo del futuro Messia e quindi la "'almah" è tipo della futura madre.

4.4 Colei che deve partorire

Con ogni probabilità i capitoli 4 e 5 del libro di Michea non appartengono al profeta di Moreset, paesino a sud-ovest di Gerusalemme. A differenza di Isaia che opera a corte, Michea è in campagna, uomo del popolo, molto semplice, quasi rozzo; al suo libro, in epoca post-esilica, sono stati aggiunti gli oracoli promissori che costituiscono i capitoli 4 e 5.

Questi capitoli sono costruiti con stile parallelistico concentrico, con una struttura letteraria quasi perfetta; al centro di questa struttura ritroviamo la pericope 5,1-4a in cui si annuncia un futuro discendente di Davide, un nuovo re che verrà da Betlemme, paesino oscuro, ma casato originario di Davide.

L'oracolo ha il compito di rincuorare ed incoraggiare gli esuli: poiché la monarchia è finita, la teologia messianico-regale viene adattata, per cui non si parla più di un re ("melek"), ma di un condottiero, un capo, un dominatore ("moshel"). Le sue origini, si dice, sono dall'antichità, però non è ancora imminente la sua venuta.

All'interno di questa teologia, l'autore dell'oracolo inserisce una partoriente: "Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà e il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli di Israele" (Mic 5,2).

È probabile la reminiscenza letteraria di Is 7,14, profezia già intesa in senso generale per il futuro, o addirittura il voluto riferimento al testo isaiano per indicare il momento dell'intervento di Dio. Il profeta sembra voler dire: quando la profezia della donna che partorisce si compirà, allora Dio interverrà a salvare il suo popolo. Evidentemente l'autore ed i suoi lettori pensano alla "donna" per eccellenza, cioè alla Madre del Messia; di essa non sa nulla e nulla dice; esprime solo la certezza di un futuro parto salvifico.

L'immagine della partoriente sta all'origine della tematica dei dolori del Messia, frequente nella tradizione giudaica. Il Targum stesso e l'interpretazione rabbinica considerano molte volte questi versetti come messianici ed anche i moderni esegeti ritengono che questo oracolo sia effettivamente una profezia messianica diretta. Ma, proprio in quanto tale, è assolutamente generica e non soddisfa nessuna curiosità.

Anche nel NT si fa riferimento a questo oracolo: Matteo, nel racconto dei Magi, mette questo oracolo in bocca ai saggi di Gerusalemme convocati alla corte di Erode e la utilizza per presentare l'origine betlemmita e davidica del Messia (Mt 2,6); Giovanni la cita implicitamente, quando riporta l'opinione comune per cui il Messia viene da Betlemme, mentre Gesù è conosciuto come Nazareno (Gv 7,42). È evidente l'interpretazione abituale del testo di Michea che applica l'oracolo della partoriente alla nascita del Messia.

4.5 La preparazione tipologica

Occorre ancora considerare un altro settore, quello della preparazione tipologica: si tratta di una rilettura cristiana dei testi veterotestamentari alla luce della fede in Gesù Cristo come frutto di riflessione teologica. Nell'AT si trovano, cioè, molte immagini che possono essere applicate alla Madre del Messia, ma solo come rilettura tipologica, non come esegesi primaria del testo.

Nella letteratura patristica infatti, come nella liturgia e nella poesia cristiana, si parla di Maria con immagini tratte dall'AT: nella grande maggioranza dei casi si tratta di interpretazioni allegoriche e poetiche, non fondate esegeticamente. Hanno un valore "artistico" e meritano considerazione per il fine gusto letterario e poetico.

A Maria sono applicate realtà fisiche, come la stella, l'aurora, l'arcobaleno; oppure realtà bibliche, come il paradiso terrestre, l'arca di Noè, il roveto ardente; oppure ancora istituzioni liturgiche, come Gerusalemme stessa, il santuario, l'arca dell'alleanza, l'urna d'oro che contiene la manna.

Anche alcune figure di donne bibliche sono rilette in chiave mariana: Eva, la prima madre, contrapposta a Maria, la nuova madre; e poi Sara, Debora, Giuditta, Ester.

Inoltre la categoria degli umili, dei "poveri del Signore" (gli "anawim") diventa quella che meglio rappresenta la figura di Maria e l'evangelista Luca, nel suo Vangelo dell'Infanzia, ha tracciato un ritratto di Maria e degli altri personaggi che la circondano proprio sul modello dei poveri di YHWH, le persone semplici e fedeli che si fidano di Dio e si affidano totalmente a lui.

Vi è tuttavia una figura femminile simbolica nell'AT che realmente è tipologica nei confronti della Vergine Maria: è la "Figlia di Sion". Quando gli autori del NT, infatti, presentano Maria utilizzano come modello letterario interpretativo questa figura, quale sposa, madre e vergine ("betullah"). In questo modo Maria viene raffigurata come l'ultimo anello del popolo di Israele ed il primo anello del nuovo popolo che è la Chiesa, compimento dell'antico e primizia del nuovo.

5. Maria nella Chiesa

Un ultimo sguardo va rivolto alla presenza di Maria nella Chiesa primitiva, quella comunità apostolica che ha formato l'insieme del NT. Pochissime tracce ha lasciato la Madre di Gesù nella storia della Chiesa apostolica: donna del silenzio e del nascondimento ha seguito l'opera della Chiesa nascente nel ritiro segnato dall'affetto e dalla preghiera.

5.1 Maria negli Atti degli Apostoli

Solo una volta Luca ricorda Maria dopo l'ascensione di Gesù, ma quest'unica volta rappresenta una pennellata magistrale nella composizione dell'icona mariana.

Dopo che Gesù è salito al cielo, gli Apostoli tornano a Gerusalemme e si raccolgono nel cenacolo; l'autore ne ripete l'elenco dei nomi e poi ne descrive l'attività: "Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui" (At 1,14).

Due aggettivi tanto cari a Luca, assidui e concordi, sono applicati all'inizio della vicenda ecclesiale all'azione della preghiera: gli Apostoli sono perseveranti, continuano l'opera di Gesù e non si stancano; gli Apostoli sono uniti e affiatati fra di loro, un cuor solo ed un'anima sola. In questa perfetta realtà di Chiesa Maria è presente, partecipe dell'assiduità e della concordia, partecipe della preghiera: meglio ancora potremmo dire, interpretando il pensiero di Luca, modello del discepolo e del credente che persevera nella fede, è concorde coi fratelli e viene in comunione con il suo Signore nella preghiera fiduciosa.

Realmente questo versetto degli Atti presenta Maria come la Madre della Chiesa.

5.2 Maria nell’Apocalisse

La visione del capitolo 12 nell'Apocalisse di San Giovanni è stata abitualmente applicata a Maria; si tratta però di una applicazione secondaria, frutto di posteriore riflessione teologica.

Il senso primario della "Donna vestita di sole" è probabilmente quello di indicare simbolicamente l'umanità nella sua gloria originale, nello splendore del progetto divino: è l'immagine dell'umanità ideale, come Dio la sogna e la vuole realizzare.

In questa direzione allora possiamo anche parlare di una simbologia ecclesiale: la Chiesa, infatti, è il principio dell'umanità nuova, trasformata dal mistero pasquale del Cristo ed in crescita verso la pienezza del Regno.

Approfondendo ancora questa interpretazione, possiamo trovare un'immagine mariana, in quanto Maria è la creatura umana nello splendore originale e rispecchia perfettamente il progetto di Dio; inoltre è tipo della Chiesa, primizia della novità che il Cristo dona a tutti gli uomini che lo accolgono con il cuore e la disponibilità di Maria.

6. Conclusione

Non trovo migliori parole conclusive di quelle adoperate da un nuovo prefazio mariano inserito nel Messale Romano: in questo testo di preghiera eucaristica si fa memoria biblica della figura di Maria e la si onora come membro eletto del Corpo ecclesiale nella celebrazione della salvezza donata da Dio.

Si tratta di una sintesi mirabile di teologia mariana che sottolinea, con finezza esegetica, gli aspetti fondamentali che la Parola di Dio ha insegnato sulla persona ed il ruolo della Madre del Messia.

La Beata Vergine Maria "all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore immacolato il Verbo di Dio e meritò di concepirlo nel grembo verginale. Ai piedi della croce, per il testamento d'amore del Figlio, estese la sua maternità a tutti gli uomini, generati dalla morte di Cristo per una vita che non avrà fine. Immagine e modello della Chiesa orante, si unì alla preghiera degli Apostoli nell'attesa dello Spirito Santo. Assunta alla gloria del cielo, accompagna con materno amore la Chiesa e la protegge nel cammino verso la patria, fino al giorno glorioso del Signore".