Preghiera di introduzione
Siamo all’inizio di un nuovo itinerario di studio della
Parola di Dio: l’intento è teologico, nel senso che vogliamo accogliere il
Signore e dialogare con lui, vogliamo incontrarlo nella sua Parola.
Allora iniziamo questo nuovo cammino insieme nell’approfondimento della
Parola, come comunità cristiana, invocando il suo Spirito perché ci illumini e
ci guidi. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Padre, perché sorretti dal
tuo paterno aiuto non ci stanchiamo mai di operare il bene.Gloria al Padre e al
Figlio e allo Spirito Santo, com’era nel principio e ora e sempre, nei secoli
dei secoli. Amen!
Maria, madre della Chiesa, prega per noi.
GESÙ FA CONOSCERE IL
PADRE
QUESTA È LA BUONA NOTIZIA: LA
FELICITÀ È POSSIBILE
Siamo ormai nel terzo e ultimo anno di preparazione al grande
Giubileo del Duemila. Secondo il progetto che il Santo Padre ha proposto a tutta
la Chiesa, quest’anno sarà dedicato in modo particolare alla figura di Dio
Padre. Abbiamo già visto negli anni passati il Figlio, Gesù Cristo, e lo
Spirito Santo.Quando comparve la bozza di questo programma, molti fecero delle
obiezioni, la principale delle quali riguardava l’aver proposto di parlare del
Padre, la Prima Persona della Santissima Trinità, proprio nell’ultimo ciclo.
In realtà c’era e continua ad esserci una motivazione, molto importante: non
possiamo parlare di Dio a prescindere da Gesù Cristo. Poniamo proprio al
vertice del nostro corso di quest’anno una frase del prologo di San Giovanni:
"Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno
del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1, 18).
La prima parte di questa frase può sembrare perfino pericolosa. Se fossi io
personalmente a pronunciarla, potrebbero muovermi delle grosse obiezioni,
citando Mosè che parlava con Dio faccia a faccia, Abramo, Isaia che ha visto
nel tempio la gloria di Dio e Ezechiele e così via.
L’evangelista Giovanni sembra deciso e perentorio nell’affermare invece che
Dio non l’ha mai visto nessuno. Non è questione semplicemente di vedere
qualcosa, ma piuttosto di "incontrare" la persona di Dio, di
conoscerla profondamente: la piena conoscenza di Dio non si ha al di fuori di
Gesù Cristo. Noi non possiamo parlare di Dio semplicemente in base ai
ragionamenti filosofici e neppure in base alle astrazioni della nostra mente o
all’immagine che ci costruiamo di lui: non è possibile né corretto.
Noi possiamo parlare di Dio solo partendo da Gesù Cristo: noi sappiamo che Dio
è Padre non perché abbiamo ragionato, ma perché abbiamo creduto a Gesù
Cristo il quale ha presentato Dio come il suo "papà".
Coloro fra i presenti che hanno una certa età ricordano certamente la prima
classica domanda con cui iniziava il catechismo di Pio X: "Chi è
Dio?". La risposta giusta sarebbe stata: "Non lo so!". Infatti,
iniziando improvvisamente così, il bambino diligente del catechismo studiava,
memorizzava e ripeteva la risposta che gli veniva insegnata esattamente come
qualsiasi altra nozione che gli veniva impartita a scuola.
Il cammino di fede però è tutt’altra cosa, e la domanda iniziale: "Chi
è Dio?" deve portarci, metodologicamente, a riconoscere di non saper dare
una risposta perché non si hanno elementi per darla.
Se però noi diamo per scontato di avere già incontrato Gesù e quindi di avere
fatto un’esperienza per cui non siamo più all’inizio, alla domanda
"Chi è Dio?" la risposta corretta non è "l’Essere
perfettissimo", risposta che vale per qualsiasi religione ed è di tipo
filosofico e teorico da storia delle religioni: noi stiamo parlando in una
comunità cristiana, fra cristiani, per cui la risposta corretta circa chi è
Dio per noi cristiani è "Il papà di Gesù". Chi è Dio? È il Padre
di Gesù Cristo.
Ecco perché il Papa ha proposto alla Chiesa di partire da Gesù Cristo.
Metodologicamente è corretto, e speriamo che proprio questo lavoro fatto in
tutta la Chiesa, con insistenza, possa aver corretto una metodologia sbagliata.
Non possiamo partire parlando di Dio, in nessun caso, in nessun ambito
catechistico, in nessuna occasione di annuncio della fede: non si può partire
da Dio, bisogna partire da Gesù Cristo.
Il motivo di tutto questo è che Gesù è una persona storica, verificabile,
conoscibile: abbiamo la documentazione, abbiamo una possibilità umana di
conoscere l’uomo Gesù. Gesù è un fatto, è un evento storico, non una
teoria né un ragionamento filosofico. I vangeli che presentano Gesù sono
documenti storici attendibili; e il cammino che abbiamo percorso all’inizio di
questo ciclo triennale ha avuto proprio lo scopo di verificare l’attendibilità,
la storicità, il valore fondante che hanno questi testi.
Gesù è il fondamento della nostra fede, per cui possiamo parlare di Dio come
Padre non perché ci piace l’immagine, ma perché Gesù ha presentato Dio come
suo Padre. Allora, noi non partiremo dalla nostra esperienza di padre, ma dalla
sua; non è il discorso teorico e astratto della paternità, per cui ognuno
partirebbe dall’esperienza che ha fatto con il proprio padre e la
proietterebbe in Dio. Potrebbe essere pericoloso, come metodo non funziona
affatto. Pensate quale dramma si potrebbe suscitare dicendo ad un bambino:
"Dio ti vuole bene come tuo padre", perché quel bambino potrebbe
avere un ottimo padre ed una bellissima esperienza, ma potrebbe anche avere un
pessimo padre, come purtroppo esistono, un padre che lo picchia se non
addirittura lo violenta. Dicendo astrattamente: "Dio ti vuole bene come tuo
padre" ad un bambino che ha una brutta esperienza di paternità, egli,
inconsciamente o addirittura coscientemente, potrebbe rifiutare Dio come rifiuta
il proprio padre.
E allora non sarà dalla nostra esperienza di paternità che dobbiamo partire
per capire chi è Dio, ma dall’esperienza di Gesù. Noi non teorizziamo un Dio
padre qualsiasi, ma Padre di Gesù Cristo e noi abbiamo conosciuto il Figlio,
che ci ha parlato del Padre: quindi, è da Gesù che dobbiamo partire. Ma non
riusciamo ad accogliere veramente la proposta di Gesù con le nostre sole forze,
perché è lo Spirito di Gesù che ci rende capaci di aderire a lui. Ecco la
seconda tappa: noi, avendo ricevuto lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù, siamo
in grado di rivolgerci a Dio chiamandolo "Padre". Era il corso dell’anno
passato – l’avevamo dedicato al "Padre nostro" – eppure volevamo
parlare dello Spirito Santo: non è stato uno sbaglio, proprio perché, come
ricordate, la preghiera del "Padre nostro" è radicata nello Spirito.
È quella frase di San Paolo nella lettera ai Galati che ha guidato tutta la
nostra riflessione: "Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio
suo che grida: Abbà, Padre!" (Gal 4, 6).
C’è l’immagine trinitaria: il Figlio dona lo Spirito e ci rende capaci di
dire a Dio: "Abbà". Ma non semplicemente di dirlo, bensì di essere
figli: grazie allo Spirito Santo noi siamo veramente figli di Dio, in buona
relazione con lui.
A questo punto, eccoci alla terza fase: allarghiamo l’orizzonte e puntiamo la
nostra attenzione sul Padre, ricordando sempre che partiamo da Gesù Cristo e
possiamo parlarne nello Spirito Santo che abbiamo ricevuto.
Quando ho dovuto scegliere il filo biblico per sviluppare le nostre riflessioni
sul Padre ho avuto qualche dubbio e qualche alternativa possibile, poi ho scelto
la tematica delle beatitudini perché mi è parsa una strada un po’ originale
ma nello stesso tempo sicuramente valida per potere delineare il volto del
Padre.
È un discorso evangelico: nel vangelo noi troviamo questo annuncio delle
beatitudini. Sembra che il Padre non sia nominato, non è il testo fondamentale
in cui si parla del Padre, eppure, dietro alle beatitudini, c’è la figura di
Dio Padre, ma non isolabile. Non dobbiamo mai procedere in questo modo, le tre
divine Persone sono sempre profondamente unite: non possiamo parlare di Gesù
senza implicare anche lo Spirito e il Padre, non possiamo parlare dello Spirito
dimenticando il Figlio, non possiamo parlare del Padre senza Gesù e lo Spirito,
quindi parliamo sempre di tutti e tre anche se concentriamo l’attenzione su
uno solo.
Il lavoro dunque che vi propongo è di concentrare la nostra attenzione su quel
brano evangelico delle beatitudini nella redazione di Matteo. Quindi, dopo
questa prima conversazione generica e introduttiva, dedicheremo una serata a
ciascuna delle beatitudini secondo il programma che avete a disposizione.
Terminate le otto beatitudini, vorrei ampliare l’orizzonte sempre nella stessa
tematica e andare a vedere un capitolo del vangelo di Matteo dove c’è l’altro
aspetto, quello negativo, dei "guai", perché ad ogni beatitudine
corrispondono dei "guai".
Nella tradizione teologica, alle beatitudini sono state collegate altre
caratteristiche interessanti, cioè i doni dello Spirito Santo – i sette doni
secondo la classificazione presa da Isaia 11: sapienza, intelletto, consiglio,
fortezza, scienza, pietà e timor di Dio – e le virtù del cristiano – le
tre teologali: fede, speranza e carità e le quattro cardinali: prudenza,
giustizia, fortezza e temperanza. Queste virtù e i doni sono stati strettamente
collegati con le beatitudini: allora dedicheremo, dopo avere visto le
beatitudini in sé, un incontro per studiare i doni dello Spirito come
strettamente connessi con le beatitudini e poi le virtù come collegate alle
beatitudini. Infine allargheremo ancora l’orizzonte per passare in rassegna le
beatitudini dell’Antico Testamento, poi le beatitudini del Nuovo Testamento e,
come conclusione, l’Apocalisse che contiene sette beatitudini.
Il tema con cui iniziamo il corso in questa prima serata è "Gesù fa
conoscere il Padre", Gesù è il rivelatore del Padre. È la sintesi della
teologia di San Giovanni: Gesù è il rivelatore, Gesù rivela il volto del
Padre, è tutto qui, semplice ed elementare, eppure è il nucleo fondante.
Nel vangelo secondo Giovanni, nel contesto dell’ultima cena, Gesù dice ai
suoi discepoli: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me" (Gv 14, 6). In questi termini tutto è
chiaro: Gesù è la via, Gesù è la verità cioè la rivelazione, Gesù è il
modo con cui Dio si fa conoscere - nel vangelo di Giovanni "verità"
corrisponde sempre a rivelazione, manifestazione, non esprime un concetto
teorico o filosofico - Gesù è la verità, la sua persona rivela, ma egli
stesso è la vita. La via è un mezzo, la verità è una luce, ma non sono
orientati ad altro: Gesù stesso è la vita, è il modo, è l’illuminatore, è
l’obiettivo stesso da raggiungere. "Ma nessuno – aggiunge – viene al
Padre se non per mezzo di me". È molto importante: nessuno può arrivare a
Dio Padre se non passando attraverso Gesù. È lui la via, non c’è altra
strada; è lui la verità, fuori di lui non c’è la rivelazione, è lui la
vita del Padre.
«Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo
avete veduto. Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli
rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il
Padre?».
Credo che sia importante iniziare il nostro cammino proprio riflettendo su
queste parole. Come potete dirmi: Spiegaci il Padre! Io devo spiegarvi Gesù
Cristo, perché a forza di guardare Gesù Cristo voi vedete il Padre, non ho
altra via, non ho altra strada. Non posso cercare una teorizzazione, filosofica,
psicologica, psicanalitica, sociologica, di storia delle religioni, per parlare
del Padre, della paternità ... ; non posso! Devo parlarvi di Gesù Cristo per
mostrarvi il Padre, e non ho sbagliato argomento! Proprio perché voglio
parlarvi del Padre, devo mostrarvi Gesù Cristo, perché è lui la strada;
dobbiamo continuamente ritornare a lui, dobbiamo contemplare il Figlio. Noi
diciamo in genere: "Talis pater, talis filius", come dire che
il figlio ha preso tutto dal padre, ma nel caso di Gesù bisogna capovolgere: "Talis
Filius, talis Pater". Noi conosciamo il Figlio e, guardandolo bene,
riconosciamo il volto stesso del Padre: è la sua immagine.
Gesù è un po’ deluso da Filippo che era convinto con il "vedere
Dio" di arrivare a tutt’altra cosa rispetto all’uomo Gesù. Il problema
è appunto qui: Filippo era un po’ come noi, che abbiamo su Dio delle idee
preconcette, per cui Dio dovrebbe essere in un qualche modo come lo immaginiamo
noi, senza avere alcun elemento per potercene fare un’idea. Perciò Filippo
resta sconcertato dalla rivelazione che quell’uomo concreto che ha di fronte
è Dio in persona. Così, anche noi, tutto ciò che sappiamo di Dio è Gesù; in
un certo senso "dobbiamo accontentarci", ma da un altro punto di vista
è il massimo: è l’unica strada – "Io sono la via" - non ne
esiste un’altra.
"Chi ha visto me ha visto il Padre. (…) Non credi che io sono nel Padre e
il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che
è in me compie le sue opere. Credetemi, io sono nel Padre e il Padre è in me:
se non altro, credetelo per le opere stesse".
Allora, noi dobbiamo partire da questa grande affermazione: chi vede Gesù vede
il Padre, le parole di Gesù sono le parole del Padre. Quindi, quali parole
possiamo meditare al fine di conoscere bene la fisionomia di Gesù? E mi sono
detto: Niente di meglio delle beatitudini.
Le beatitudini ci presentano la parola di Gesù, quasi la sintesi, il meglio, l’essenziale.
Le beatitudini rivelano il volto di Gesù, ma il volto di Gesù è il volto del
Padre; quindi, contemplando la parola di Gesù noi contempliamo Dio stesso.
Il secondo passaggio che dobbiamo fare in questa serata introduttiva è quello
di fissare la nostra attenzione sul concetto stesso di "vangelo".
Sappiamo bene che significa "buona notizia", ma la buona notizia alla
fine qual è? Se dovessimo riassumere in poche frasi, o magari in una sola, il
vangelo di Gesù, qual è questa buona notizia o, in altri termini, come si
riassume la nostra fede cristiana? Se dovessimo spiegare in poche parole facili
ad un non cristiano, ad esempio ad un mussulmano, qual è l’elemento
essenziale della nostra fede, perché crediamo nel vangelo, sapremmo dare una
risposta convincente, sapremmo chiarirlo anche a noi stessi?
Temo che facilmente, come essenziale, molti proporrebbero degli imperativi
morali come "amare il prossimo ed amare Dio". Credo che sia il difetto
di fondo: abbiamo un’impostazione moralistica. Sembra che l’essenziale della
buona notizia stia nell’imperativo del fare, ed anche nell’imperativo dell’amare,
ma sempre un imperativo, sempre un discorso di azione dell’uomo: non è una
buona notizia.
Molte volte noi abbiamo fatto del vangelo una serie di precetti, di norme, di
regole, di imperativi, come se Gesù fosse venuto a presentarci una legge
perfetta, che dobbiamo impegnarci seriamente a compiere, che ci comanda di
volerci bene, di non giudicare, e così via: una legge difficile, molto
difficile da osservare. In questi termini, non potremmo parlare di "buona
notizia"!
Purtroppo, le parole che usiamo, che sarebbero quelle giuste, della "buona
notizia", vengono da noi rivestite di una struttura che genera sconcerto.
La "buona notizia", che in questi termini non sarebbe tale, lo è
veramente: ma non perché si tratti di una legge morale, bensì perché è la
presenza di Dio che ci viene incontro. La "buona notizia" è proprio
la possibilità che Gesù ha portato all’uomo di "essere felice". Il
vangelo è l’annuncio di una felicità "possibile". Ho voluto
intitolare il nostro corso: "Il vangelo della felicità" proprio
perché parlare di beatitudini significa parlare di felicità: Dio ci ha creati
perché fossimo felici, come lui, e fa di tutto per fare di noi delle persone
felici.
E questo, forse, l’avevamo capito, nel senso che ciascuno di noi sa
perfettamente di voler essere felice, al di là di qualsiasi obiettivo
particolare. È la radice della nostra persona: vogliamo, cerchiamo la
felicità, è questo l’oggetto del nostro desiderio.
Ma se questo obiettivo lo desideriamo proprio tutti, è segno che Dio l’ha
inculcato nel nostro cuore, che Dio ha messo nel nostro animo questa ricerca di
felicità, che ha messo in noi il suo "marchio", ci ha fatti per sé.
E proprio perché siamo fatti per lui, anche senza volerlo, anche senza saperlo,
aneliamo a lui, tendiamo con tutte le forze a lui, cioè tendiamo alla
felicità.
Il problema nasce dalle strade da seguire: tutti d’accordo nel volere la
felicità, ma poi ognuno va per una propria strada sul metodo da seguire per
raggiungere la felicità. Così su questo punto si presentano tante proposte
differenti, fondate ad esempio su proposte pubblicitarie talvolta banali, ma che
comunque avvolgono la nostra esistenza sotto forma di prodotti, di situazioni,
di realtà, di persone che in vari modi promettono la felicità. Qui si riassume
il problema della nostra vita: siamo d’accordo che tutti vogliamo essere
felici, ma come possiamo esserlo? La "buona notizia" di Gesù Cristo
sta proprio nel garantirci che questo obiettivo è possibile, che non è un’illusione,
a differenza di alcuni che nel corso della storia dell’umanità hanno
sostenuto che la felicità non esiste e non può esistere, oppure è un
desiderio di qualcosa che non c'è ancora o che non c'è più e che, di fatto,
è irraggiungibile.
Gesù invece è venuto non solo a garantirci che la felicità è possibile, ma a
indicarcene la strada: lui stesso.
In genere, non si adopera molto nel nostro linguaggio cristiano la parola
"felicità", forse perché sembra laica, profana. Essa invece merita
di essere rivalutata, perché con questa parola noi intendiamo veramente la
piena realizzazione della nostra vita. E Gesù Cristo è la nostra felicità: la
"buona notizia" è questa, è la presenza di Gesù che dice di essere
Dio garantendo per noi la possibilità di essere felici. È possibile, ci viene
data, la felicità.
Ora, le beatitudini, che conosciamo bene, sono costituite da due parti, tutte le
beatitudini sono frasi a due membri: "Beati … (prima parte),
perché … (seconda parte)". Ad esempio: "Beati i poveri in
spirito perché di essi è il regno dei cieli". Le seconde parti sono tutte
introdotte dal "perché", e c’è un motivo: quale delle due parti è
la più importante, la prima o la seconda? Senza ombra di dubbio è più
importante la seconda: il vangelo sta nella seconda parte di ciascuna delle
beatitudini. Infatti, ciò che conta è la causa di ogni beatitudine:
"Beati voi (…), perché (…)", cioè il motivo per
cui viene promessa la beatitudine, interpretando compiutamente il significato di
questo termine che indica una condizione di felicità profonda e non effimera.
Non solo, ma una condizione che, per essere quella di cui parla Gesù Cristo,
non può dipendere da fatti contingenti come talvolta si è portati a pensare
(ad esempio, una grossa vincita in denaro).
Il modo in cui, nella nostra lingua, si usa il termine "beato",
riferendosi ovviamente ad una persona, è prevalentemente quello dell’esclamazione,
ad esempio: "Beato te!". Se tentiamo di analizzare le occasioni in cui
abbiamo usato tale espressione, dobbiamo verificare sia la persona a cui l’abbiamo
rivolta sia il motivo per cui l’abbiamo usata, cioè la causa fondante della
beatitudine che abbiamo attribuito.
Analogamente, se leggiamo ed esaminiamo attentamente le beatitudini di Gesù,
una per una, soprattutto evidenziando le cause, vedremo come la pensa Gesù. Ci
accorgeremo allora che in tutte queste motivazioni c’è sempre il volto del
Padre, per cui, studiando le beatitudini, la parola di Gesù, noi cercheremo di
contemplare il volto del Padre, vedremo la sua persona che fonda la nostra
beatitudine. Il vangelo, "buona notizia", è l’annuncio di una
felicità possibile e la causa di questa felicità è il Padre, Dio Padre che è
dalla mia parte, che mi è venuto incontro. Beati noi perché Dio ci è venuto a
cercare!
Questi sono gli elementi che possiamo porre all’inizio come fondanti: Gesù è
il rivelatore del Padre e la fonte della felicità, il vangelo della felicità
è proprio radicato nella rivelazione del Padre che mi è venuto a cercare.
Dalla prossima volta inizieremo la riflessione su ciascuna delle beatitudini.