SACRA BIBBIA  don Claudio Doglio

Gesù fa conoscere il Padre. Questa è la buona notizia: "la felicità è possibile"

"BEATI I POVERI IN SPIRITO"
DIO SIGNORE ONNIPOTENTE È DALLA NOSTRA PARTE

"Beati gli afflitti" Il Signore Dio è la nostra consolazione

"Beati i miti " Dio Padre ci lascia in eredità la terra intera

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia" Il Signore Dio ci nutre e ci soddisfa

"Beati i misericordiosi" Dio è Padre buono che ci accoglie con tenerezza

"Beati i puri di cuore" L’invisibile Dio si mostra ai suoi amici

"Beati gli operatori di pace" Il Signore Dio ci accoglie nella sua stessa famiglia

"Beati i perseguitati per causa della giustizia" Dio stesso è la nostra ricompensa ed è grande

L’altra faccia delle beatitudini I tremendi "guai" nel cap. 23 di Matteo

Anche l’Antico Testamento conosce beatitudini "Beato chi trova in Dio la sua forza!"

Le altre beatitudini del Nuovo Testamento "Beati quelli che, senza aver visto, crederanno"

Le sette beatitudini dell’Apocalisse "Beato chi custodisce queste parole profetiche"

Le beatitudini , i doni dello Spirito Santo e le virtù del cristiano 
La felicità è un dono che Dio ci fa ed è realizzazione delle nostre potenzialità


"BEATI I POVERI IN SPIRITO"
DIO SIGNORE ONNIPOTENTE È DALLA NOSTRA PARTE

 

Introduzione

Ogni persona umana porta in sé il grande desiderio della felicità e il Vangelo risponde: a questo desiderio Gesù Cristo offre concretamente la possibilità di realizzazione. La chiama "beatitudine", ma il concetto è esattamente lo stesso. La "beatitudine" è quella che noi definiamo "felicità"; i "beati" sono le persone realizzate, che hanno raggiunto la pienezza del loro essere. Dunque, le beatitudini che Gesù proclama sono l’annuncio della felicità, sono il centro della predicazione di Gesù: centro o vertice, sono l’elemento fondamentale, il cardine, è questo il Vangelo.

Le beatitudini mostrano il volto di Dio, abbiamo detto la volta scorsa. Oggi aggiungo un altro particolare: le beatitudini mostrano l’autentico volto di Gesù, più direttamente. In altre parole, è Gesù il "povero in spirito", è Gesù il "mite", è Gesù il "misericordioso", è Gesù l’"operatore di pace", e così via: è lui che realizza pienamente queste indicazioni. Le caratteristiche che vengono delineate nelle beatitudini servono per tracciare l’autentico ritratto di Gesù: in questo modo, nella nostra riflessione, noi comprenderemo chi è Gesù, ne studieremo il volto. Ma "chi vede me vede il Padre" – ha detto Gesù a Filippo – allora, "vedere il volto di Gesù" coinciderà per noi con "vedere il volto di Dio Padre", perché il Figlio è proprio simile al Padre, tale e quale.

Allora, iniziamo il nostro studio delle beatitudini, una per una; questa sera la nostra attenzione è rivolta alla prima: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli".

Noi seguiamo il testo di Matteo. Voi sapete che le beatitudini sono presenti sia nel Vangelo di Matteo sia nel Vangelo di Luca, con forme differenti: in Matteo sono otto, mentre in Luca sono quattro; in Matteo sono formulate in terza persona – "Beati i poveri …" – in Luca sono formulate in seconda persona – "Beati voi, poveri …".

In Luca, alle quattro beatitudini fanno seguito quattro "guai", cioè quattro annunci di sciagura, mentre in Matteo ci sono otto "guai", che però si trovano in fondo al Vangelo, al capitolo 23. Sono già sufficienti come differenze, eppure la radice è la stessa, l’elemento fondamentale è unico. Come si spiegano allora queste differenze? Si spiegano con il fatto che c’è stato un lavoro di redazione, come ben sappiamo per averlo già detto in tante altre occasioni: il Vangelo non è la registrazione dei discorsi di Gesù che qualcuno ha "sbobinato", ma è la trasmissione orale di questa esperienza che ha subito un notevole lavoro di redazione da parte della comunità cristiana, quindi c’è l’intervento della "tradizione". Matteo e Luca dipendono da un unico elemento, ma lo hanno sviluppato in modo differente: Matteo ha ritoccato in diversi modi il testo primitivo, eppure la formulazione di Matteo è più fedele. Si tratta di una frase provocatoria, e credo che si possa vedere molto bene con la prima beatitudine.

 

I poveri in spirito

In Luca noi troviamo l’espressione: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio"; in Matteo leggiamo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli".

Due sono le differenze sostanziali, a parte la persona seconda o terza: Matteo adopera "regno dei cieli" al posto di "regno di Dio", ma si tratta di espressioni equivalenti, per cui la differenza sostanziale è in realtà una sola; Matteo ha in più una parola: "spirito": "Beati i poveri in spirito …", mentre in Luca c’è solo: "Beati i poveri …".

Il problema dello studioso consiste nell’accertare se questa parola c’era nell’originale pronunciato da Gesù in lingua semitica, oppure se si tratta di un’aggiunta di Matteo. La risposta è unanime e convinta: sicuramente non c’era, quindi la formulazione primitiva è quella di Luca. Tuttavia, per rendere fedelmente il pensiero di Gesù era necessario aggiungere in greco questa parola, per cui l’espressione di Matteo, anche se non rende alla lettera l’elemento originale di Gesù, è quella che comunica meglio l’idea che voleva comunicare Gesù.

Cerco di spiegarmi: l’espressione "in spirito" è praticamente intraducibile in ebraico o in lingua semitica; quindi, sicuramente, è un’espressione greca, aggiunta dal redattore greco. Ci chiediamo allora per quale motivo è stata aggiunta; il motivo è che il termine "povero", da solo, non rendeva l’idea. In greco si adopera, sia in Matteo che in Luca, il termine ptochòs, una parola che indica il povero radicalmente povero – dalla stessa radice, in italiano, deriva "pitocco" – quindi non la persona che non è nell’abbondanza economica, ma proprio il misero, il barbone.

Nel linguaggio greco comune si intendeva con "povero" la persona che deve lavorare per vivere - il concetto di "ricco" equivale a chi ha un patrimonio sufficiente per cui non deve lavorare – , mentre il termine ptochòs indica colui che si trova nella miseria più nera, il mendicante.

Ora, i primi traduttori del Vangelo non erano "professori" di entrambe le lingue, erano persone semplici e non erano partite con l’intenzione di compiere un lavoro filologico, ma, ricevuta un’espressione da Gesù, hanno cercato di comunicare le stesse idee a persone che parlavano un’altra lingua, sono stati costretti a tradurre. La domanda che ci siamo fatti verte allora sulla parola che avrà adoperato Gesù; anche qui gli studiosi sono convinti che la parola ebraica adoperabile era anawîm, un termine tecnico per indicare sì i poveri, ma un certo tipo di poveri: gli anawîm sono i "poveri di Dio", nel senso di persone con una particolare spiritualità, le persone che si fidano di Dio e si affidano a lui. Luca mette in scena diversi personaggi del genere, ad esempio nei Vangeli dell’infanzia: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Maria e Giuseppe; essi sono caratterizzati come gli anawîm, secondo un linguaggio tradizionale dei profeti e della religiosità giudaica. Ma il concetto di anawîm, tipicamente semitico, non è assolutamente reso bene in greco con ptochòs; si tratterebbe di una traduzione "a calco", una parola che ne rende un’altra meccanicamente; ma cambiando cultura non si può fare questo passaggio meccanico. Ecco allora che la redazione di Matteo, proprio per essere fedele all’originale, deve aggiungere qualcosa e decide di aggiungere un dativo di relazione: poveri to pneumati. Quello "spirito" è inteso proprio in senso greco e non significa "poveri di spirito", cioè che ne hanno poco; "poveri in spirito" indica una ben precisa specie di povertà, dove lo spirito determina la condizione, l’ambiente, il pensiero: non quelli che hanno poco pensiero, poco spirito, poca intelligenza, poca coscienza, ma quelli che sono "poveri" e hanno la consapevolezza di esserlo. Dunque, l’atteggiamento che è messo in evidenza è proprio quello della consapevolezza della propria "povertà". Non è un discorso di tipo economico o sociale, non è una povertà determinata dal conto in banca o dalla condizione sociale, dal mestiere o da altre situazioni del genere: è una povertà "in spirito", cioè il riconoscimento della propria povertà personale.

Ci chiediamo allora che cosa significhi "povertà" in questo senso e potremmo comprenderne meglio il significato adoperando la parola "dipendenza": il povero non è autonomo, non è indipendente, il povero dipende da qualcuno, da un altro. La persona umana prende consapevolezza di essere "dipendente", di avere bisogno di un altro, riconosce il proprio limite, la propria debolezza, le proprie mancanze, la propria fragilità.

Il contrario di "povero in spirito" non è semplicemente "ricco in spirito", ma è superbo, presuntuoso, arrogante. Il contrario di questa povertà è il concetto di "autarchia", è l’idea di chi pensa: io basto a me stesso, io faccio da solo, sono autosufficiente, non voglio darti a vedere di avere bisogno, non voglio dipendere. È questo il contrario della "povertà in spirito", mentre il concetto di anawîm è quello di colui che, riconoscendo la propria povertà e debolezza, riconosce di dipendere da Dio.

Umanamente, chi si scopre in questa situazione di debolezza sembra afflitto, triste, sente questa propria dipendenza, sente il proprio limite come un elemento negativo che pesa, che schiaccia, che umilia. Il Vangelo di Gesù invece vuole evidenziare come proprio questa consapevolezza del proprio limite, della propria debolezza sia la condizione della felicità.

Proviamo a prendere un altro testo che può illuminarci a questo proposito e che troviamo nell’Apocalisse al capitolo terzo; è la lettera a Laodicea, una delle sette Chiese, è il Cristo risorto che si rivolge ad una comunità cristiana: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido (…) sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sento arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo" (Ap 3, 15÷17).

Quindi, "Tu dici: «Sono ricco», ma non sai di essere povero", ecco allora il problema: i "poveri in spirito" sono quelli che sanno di essere poveri; il contrario è l’atteggiamento di chi pretende di essere ricco.

"Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista" (Ap 3, 18).

Gesù dice: "Devi comperare il mio oro" - è chiaramente un’immagine – "l’autentica ricchezza te la offro io"; ma in questo modo tu devi dipendere. Prendendo coscienza che da solo non vai, puoi tranquillamente dipendere. Tu dici di non avere bisogno di niente, ma in realtà non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo; non sai di essere nudo e non vuoi ammetterlo. Pensate alla favola dei vestiti dell’imperatore: c’è una convenzione sociale che ti costringe, come costringe gli altri, ad apprezzare il vestito e non riesci ad accorgerti che invece sei nudo, ti lasci deridere e non te ne accorgi; ci vuole il bambino che possa dire: "Ma è nudo!". Tenete a mente l’idea del bambino perché è importante e ci tornerà utile.

Abbiamo allora colto abbastanza il concetto di povertà: non è economico e non è sociologico, è spirituale, indica la persona, l’atteggiamento della persona.

Abbiamo detto già la volta scorsa che l’elemento decisivo delle beatitudini è nella motivazione, tutto il peso della frase di Gesù cade sul "perché": Beati i poveri, non in quanto tali, ma perché di essi è il regno dei cieli. Allora dobbiamo dedicare attenzione a questa causa, il Vangelo è questa seconda parte. Infatti, se proviamo a prendere in esame una ad una queste motivazioni vediamo che la prima corrisponde all’ottava, per cui si crea quella che in letteratura si definisce un’"inclusione", cioè una forma che racchiude in un’unità letteraria l’inizio e la fine, uguali fra loro: la prima e l’ottava beatitudine hanno la stessa motivazione ed hanno il verbo al presente: " (…) perché di essi è il regno dei cieli", mentre le altre sei intermedie hanno tutte il verbo al futuro e sono delle specificazioni della prima e dell’ottava. Provate a estrarle ed a metterle insieme, ne avrete il Vangelo di Gesù, cioè la "buona notizia": "saranno consolati", "erediteranno la terra", "otterranno misericordia", "saranno chiamati figli di Dio" ….. È l’annuncio della felicità possibile. Dietro tutti questi passivi c’è sempre l’idea dell’azione di Dio: "saranno consolati" significa che Dio li consolerà e, analogamente, che Dio lascia loro in eredità la terra, che Dio li tratta con misericordia, che Dio li accoglie nella sua famiglia. Questo, è il Vangelo.

 

Il regno dei cieli

Proviamo ora ad approfondire il concetto di "regno dei cieli". Come prima cosa sappiamo che corrisponde all’altra espressione "regno di Dio"; è infatti un’abitudine del mondo giudaico evitare il più possibile il nome di Dio e spesso si usa il termine "cielo" proprio per sostituire il termine "Dio", come del resto facciamo talvolta anche noi nel nostro linguaggio abituale: "Voglia il cielo" significa "Voglia Dio".

Stabilita quindi l’identità fra "regno dei cieli" e "regno di Dio", cerchiamo di capire che cosa significhi quest’ultima espressione. Essa indica il "regnare" di Dio, non inteso come il territorio su cui Dio regna, né il periodo di tempo del regno come si usa nel linguaggio comune riferendosi ad altri re, ma il modo di regnare di Dio, il suo modo di essere, il suo modo di comandare l’universo, di gestire l’insieme.

Il concetto di re, però, al di là dell’evocazione della potenza, dice anche "relazione": bisogna essere re di qualcuno. Allora, indica anche una relazione personale: Dio regna laddove l’uomo lo lascia regnare.

Vediamo ora che cosa significa: "vostro è il regno dei cieli" o, nella formulazione di Matteo: "perché di essi è il regno dei cieli". Certamente non è nel senso di "possesso". Allora che cosa può significare "possedere il regno dei cieli"? Non si tratta del paradiso. Proviamo anzitutto a sgombrare il campo da alcuni fraintendimenti. Talvolta il regno di Dio viene inteso in senso terreno: c’è stato un tempo in cui si amava dire che la Chiesa è il regno di Dio, oggi è chiarissimo che questa affermazione è scorretta: la Chiesa è al servizio del regno di Dio ma non si identifica con esso, la Chiesa lavora perché venga il regno di Dio ma non è la struttura ecclesiastica ad identificarsi con il regno.

D’altra parte, l’interpretazione da darsi a questa espressione non è neppure escatologica, ultraterrena, come se "regno di Dio" fosse semplicemente sinonimo di paradiso: il regno di Dio non è l’altra vita, l’altro mondo. Allora, l’unica interpretazione corretta è "il modo di essere di Dio" e quindi la relazione che ciascuno di noi ha con Dio: "vostro è il regno di Dio" significa che Dio, in quanto re, è "vostro", non però nel senso che sia in vostro possesso, ma nel senso che ha relazione con voi, usando il nostro linguaggio diremmo che "è dalla vostra parte". È un modo per parafrasare questo aggettivo possessivo, per cui l’espressione "vostro è il regno" si può tradurre così: "Dio, Signore onnipotente, Signore dell’universo, capo assoluto di tutto, è dalla vostra parte".

Proviamo ora a mettere insieme i vari elementi: "Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli". Una cosa importantissima che bisogna avere ben chiara è che le beatitudini non sono una serie di precetti morali; talvolta, infatti, sono stati interpretati come tali, come se potessero diventare degli imperativi. Si potrebbe dire "Siate misericordiosi", come pure "Siate operatori di pace"; ma si può dire "Siate afflitti"? Certamente no, non funziona, perché non suona neppure sulla bocca di Gesù, e non l’ha mai detto. Allo stesso modo non si può dire "Siate perseguitati", in quanto non è questo un impegno morale, non funziona.

Non funziona neppure nella prima beatitudine, non avrebbe senso infatti dire "Siate poveri in spirito": non si tratta di impegnarsi per essere poveri, si tratta di riconoscere che già lo siamo. Quando parafrasiamo le beatitudini non dobbiamo usare il verbo "dovere", bensì il verbo "potere" e allora non si può tradurre la prima beatitudine con "dovete essere poveri in spirito se volete conquistare il regno dei cieli"; questo sarebbe solo un tentativo di spiegazione, ma non è Vangelo. La parafrasi corretta è "potete essere poveri in spirito perché è vostro il regno dei cieli". Cercando di rendere più chiara l’espressione possiamo tradurre con "potete tranquillamente riconoscere quanto siete deboli, non abbiate paura di riconoscere la vostra debolezza, non vergognatevi di essere dipendenti; potete tranquillamente riconoscere che siete poveri, toglietevi la maschera, non difendetevi con l’arroganza e con la presunzione, potete lasciarvi andare, potete riconoscere di essere nudi perché Dio, il Signore onnipotente, è dalla vostra parte. Non dovete dimostrargli niente, non dovete conquistarlo, non avete bisogno di far vedere che siete, potete riconoscere di essere poveri, perché dalla vostra parte avete il Signore assoluto. Beati voi! Possedete una fortuna!". Questa è la bella notizia.

Ed è proprio in questo riconoscimento della nostra debolezza che passa la "condizione", non è la causa ma la condizione: il regno dei cieli è vostro, non perché ve lo meritiate come "premio" per avere riconosciuto di essere poveri, ma perché la condizione per accogliere Dio come vostro re è proprio quella di riconoscere che ne avete bisogno. Non è ciò che vi fa "meritare" il paradiso, ma è la condizione per cui potete vivere in buona relazione con Dio.

Non si tratta quindi dell’impegno di un’azione, ma è il riconoscimento reale, sincero, schietto, di quello che siamo: è la nudità di Adamo. Ricordate infatti l’immagine fondamentale del libro della Genesi quando l’uomo, dopo il peccato, si nasconde perché sente Dio: "Dove sei?", "Mi sono nascosto perché sono nudo e ho avuto paura; allora ho bisogno di vestirmi, di farmi vedere diverso". È l’atteggiamento che noi abbiamo in genere con le persone, basta pensare al nostro vissuto quotidiano: con le persone della famiglia alle quali vogliamo bene e di cui siamo sicuri possiamo tranquillamente essere noi stessi, possiamo farci vedere anche in tenuta non rigorosa senza alcun problema; è tutto diverso, invece, se dobbiamo "comparire", a seconda della persona a cui vogliamo fare effetto. Oppure, possiamo parlare tranquillamente di certe nostre cose, anche le più personali, ad un amico; ma ad una persona di cui non ci fidiamo non possiamo dire quelle stesse cose: ed è questo il nascondersi, il ripararsi dalla persona di cui non ci si fida ed alla quale vogliamo fare un’impressione diversa da ciò che realmente siamo.

Il motivo di questo modo di comportarci è che con le persone di casa, a cui vogliamo bene, abbiamo una relazione molto più schietta, più semplice. Talvolta, ad esempio, succede che una persona sul lavoro si presenta gentile e premuroso, poi, una volta a casa, perde subito la pazienza con i figli o con la moglie. Questa diversità di comportamento dipende dalla differente situazione: un conto è operare nell’ambito del lavoro, dove bisogna compiere lo sforzo di apparire come occorre per ottenere un determinato risultato, per cui si ha un rapporto interessato con le persone; diversa è la situazione di fronte alla famiglia, cioè a persone di cui ci fidiamo e delle quali non dobbiamo conquistare l’amicizia, per cui ci liberiamo, ci mostriamo per quello che siamo e possono venir fuori i nostri lati negativi. Tutto questo avviene se si ha la certezza dell’amore dell’altra persona, se non si ha il fine di conquistarla, un po’ come avviene fra un giovane e una ragazza durante il corteggiamento: una volta avvenuta la conquista, terminata cioè la fase di tensione, segue il rilassamento con tutto ciò che viene fuori. La realtà però è quella di dopo, mentre quella di prima è l’armamento di caccia per ottenere il risultato, ma non è la verità: la verità è l’atteggiamento normale, gratuito, schietto.

 

Il possesso del regno dei cieli

La povertà in spirito è proprio la schiettezza dell’animo che, lo ripeto, non è l’imperativo morale, non è il "dovere" ma il "potere" essere; è un incubo dovere apparire in un certo modo, anche nei confronti di Dio. È una rovina la presunzione, non perché c’è la punizione alla fine, ma perché l’atteggiamento del superbo, di colui che vuole emergere ed imporsi ad ogni costo, lo danneggia, gli rovina la vita. Ecco quindi in che senso va intesa la condizione della felicità: avendo Dio dalla vostra parte, potete tranquillamente riconoscere la vostra debolezza, senza paura. Allora possiamo comprendere il motivo per cui Gesù, quando parla del regno dei cieli, parla dei bambini: il regno dei cieli appartiene ai bambini, non entra nel regno di Dio chi non diventa come un bambino.

Con questo concetto Gesù non intende il ritorno alla fase infantile nel senso in cui lo intendiamo comunemente, specialmente riferendosi agli anziani; cerchiamo allora di individuare a quali caratteristiche del bambino si riferisce Gesù. L’elemento caratteristico del bambino può essere proprio quello della fiducia, dell’affidamento, della serenità, della limpidezza, della schiettezza: è il bambino, nella favola, che sa riconoscere che l’imperatore è nudo. Il regno di Dio è di questo tipo di persona, è di chi ha quella schiettezza, è di chi sa riconoscere di non essere ricco e potente, ma di essere un poveruomo; la sua fortuna sta proprio nel riconoscere quanto sia povero, perché è l’unico modo per diventare ricco.

Allora, proprio partendo da questa idea che il regno dei cieli appartiene ai "bambini", mi è venuta in mente un’immagine che vi propongo e che è semplicemente un’immagine, non una dottrina. Pensate alla risurrezione dei morti per domandarci come risorgeremo e con quale corpo, domande che venivano poste già dai Corinzi a Paolo ed alle quali nessuno di noi sa dare una risposta. E ancora, sapremo riconoscere le persone care? E quella donna che ha avuto sette mariti con quale di loro starà? Gesù dice che questa domanda è semplicemente sciocca, perché nella risurrezione le cose saranno completamente diverse, pur restando il fatto, come assicurano i teologi, che saremo esattamente noi. Provate a pensare alla risurrezione di tutti come bambini e prendiamo come età indicativa quella dei quattro anni. Nessuno di noi ha conosciuto la propria mamma quando aveva quattro anni, al massimo possiamo avere visto qualche foto e i vostri figli potranno vedere dei filmini su di voi. Vedere immagini o filmati non è però come conoscere una persona; voi avete visto i vostri figli fino da piccoli, li avete visti crescere, ma i vostri figli non vi hanno visto crescere, come voi non avete visto crescere i vostri genitori. Nell’ottica del tempo un genitore è a metà strada, perché ricorda i propri genitori anziani ed ha davanti i propri figli giovani; se egli immagina la risurrezione, la vede in quella stessa posizione centrale, con i genitori anziani e i figli giovani. Spostandosi indietro di una generazione, succederebbe esattamente la stessa cosa per quanto riguarda i vostri genitori, rispetto ai loro genitori ed a voi. Pensate allora come si capovolge la prospettiva della risurrezione in un’ottica di bambini di quattro anni, dove io avrò la stessa età di mio padre, di mio nonno e di mio bisnonno. Allo stesso modo potete immaginare di incontrare il papa non da papa, ma di quattro anni esattamente come voi, che non sa ancora di diventare papa; la madre dell’attuale Pontefice è morta quando egli aveva venti anni e quindi non l’ha mai visto papa e deve incontrarlo bambino, non può incontrarlo da papa, perché è un’altra persona: è un capovolgimento della nostra mentalità. Noi immaginiamo di incontrare i grandi santi nello splendore della loro realizzazione; nell’ottica appena descritta anch’essi saranno invece come bambini di quattro anni che giocano a palla fra loro. Non si tratta di tornare indietro o di dimenticare tutto, però pensate alla vostra situazione di bambini che non sanno quello che hanno davanti; voi sposati con figli non pensavate minimamente, quando avevate quattro anni, a vostro marito, a vostra moglie ed ai vostri figli che avete adesso. Allora non c’erano ed era proprio come se non ce ne fosse bisogno: è il capovolgimento della nostra struttura. Tutto questo prendetelo puramente come immagine e poi lasciatela perdere perché potrebbe portare a conclusioni pericolose dal punto di vista teologico. Si tratta semplicemente di un’immagine per dire come il Vangelo capovolga la nostra situazione. A quel punto, il principio di onore, di ricchezza, di potenza non interessa più, perché nella risurrezione sarà tutta un’altra cosa; dal momento che sono convinto che Dio, Signore onnipotente, è dalla mia parte, mi godo la mia povertà: riconosco di valere poco e sono contento perché il di più viene da lui che è dalla mia parte, ed è quello che mi basta. Allora, la paternità, nella risurrezione, sarà superata; nessuno, avendo solo quattro anni, sarà padre di un altro, ma Dio sarà il Padre di tutti: allora, tutti, veramente bambini, saranno affiatati con Dio e sarà l’incontro autentico con il papà, sarà la realizzazione piena, la beatitudine.

"Se non tornate come bambini non entrate nel regno dei cieli, vostro è il regno dei cieli; entrandoci siete bambini e riconoscete il volto di papà, beati voi!".