SACRA BIBBIA   DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

2. SARA e REBECCA, LIA e RACHELE: le madri di Israele

Le "storie dei patriarchi"
I diversi gruppi familiari, i popoli e le parentele
Come bisogna leggere la Bibbia
La sterilità delle "nonne" di Israele
Abramo, Sara e Agar
Isacco e Rebecca
Esaù e Giacobbe
Giacobbe, Rachele e Lia
I "figli di Israele" sono migliori degli altri popoli

 

 

 

 

 

 

 TOP Le "storie dei patriarchi"

Abbiamo visto che il racconto di Eva, la madre di tutti i viventi, appartiene al genere letterario "mitico". Più in generale, i primi undici capitoli della Genesi in terminologia tecnica, sono stati definiti "eziologia metastorica", parole complesse e difficili, delle quali analizziamo il significato: "eziologia" significa "studio – o ricerca - della causa"; mentre "metastorica", analogamente a metafisica, significa "qualcosa che è al di là (della storia)". Sono racconti che vanno al di là della storia ed intendono ricercare la causa, quindi non quadretti storici che narrano semplicemente un aneddoto, ma testi filosofici che spiegano i motivi per cui, adesso, esiste una certa situazione.

Quindi, nei primi undici capitoli, il libro della Genesi presenta dei testi filosofici di questo tipo e vuole offrire delle spiegazioni teologiche sull’attuale condizione dell’uomo.

Invece, a partire dal capitolo 12, iniziano le "storie dei patriarchi"; cambia perciò il genere letterario, per cui un lettore attento deve cambiare il modo di lettura. Ciò che è stato detto la volta scorsa sui miti non va più bene per questi altri capitoli, nei quali non si parla di racconti mitici, ma di tradizioni familiari: sono racconti tipici del mondo orientale che raccontano le vicende delle famiglie per spiegare i rapporti fra gruppi umani e quindi la materia è ancora più difficile. Abbiamo infatti una minore confidenza con questo tipo di linguaggio in quanto, se per i miti possiamo fare appello alla letteratura classica, non abbiamo qualcosa di parallelo per queste saghe familiari; dobbiamo quindi cercare di ricostruire in qualche modo questo ambiente.

Anche in questo caso, tuttavia, le storie di Abramo, Isacco e Giacobbe e delle rispettive mogli non sono aneddoti o semplici racconti né storici né mitici né favole, sono invece saghe familiari e nascono per spiegare i rapporti fra tribù.

TOP   I diversi gruppi familiari, i popoli e le parentele

I gruppi umani legati a clan ed a tribù hanno ciascuno una propria storia, proprie caratteristiche, proprie abitudini, propri usi e costumi, e si richiamano ad un antenato; ogni gruppo ha un personaggio che ne ha determinato la realtà: in genere si chiamano "figli di …", seguito da un nome proprio del "padre". Il popolo di Israele, in genere, si caratterizza come "i figli di Israele" - be Israel -, dove Israele è un nome di persona, precisamente un altro nome di Giacobbe: tutti quelli che fanno parte del popolo di Israele sono "figli di Israele".

I "figli di Israele" si considerano per l’esattezza anche "figli di Abramo", ma questa filiazione è comune agli arabi, che non sono "figli di Israele"; vediamo quindi che esistono fra i due gruppi rapporti di somiglianza e di differenza. Per distinguersi dagli arabi potrebbero allora chiamarsi "figli di Isacco", ma anche gli edomiti, che non sono "figli di Israele" sono "figli di Isacco". Sono popoli vicini e in qualche modo si assomigliano, ma ci sono molte differenze per cui in alcuni casi vanno d’accordo ed in altri no e, all’interno di Israele, ci sono le tribù che a loro volta sono fatte da gruppi che hanno un proprio antenato: ci sono i "figli di Giuda", che è figlio di Israele, ma anche Zabulon è figlio di Israele, per cui la tribù di Giuda e quella di Zabulon sono "sorelle" unitamente a tutte le altre tribù dei "figli di Israele", ma si distinguono fra di loro. I "figli di Israele" si considerano quindi "fratelli" fra di loro, ma uniti in una sorta di confederazione di tribù aventi un unico "padre", Israele. Invece, con le tribù di Edom non hanno fatto alleanza, sono nemici e, pur abitando lo stesso territorio e parlando la stessa lingua, non vanno d’accordo; sono in qualche modo "fratelli", ma "fratelli che si odiano". Infatti, Esaù, dal quale discendono appunto gli edomiti, era fratello di Giacobbe/Israele con il quale litigava e, come litigavano i vecchi, così continuano a litigare le tribù che da essi discendono.

Queste storie nascono e si sviluppano per raccontare delle vicende di gruppi umani, che si avvicinano o si allontanano, hanno buoni rapporti oppure si fanno guerra.

Facciamo un altro esempio per penetrare meglio in questo tipo di linguaggio.

Giacobbe aveva due mogli rientranti nell’argomento odierno verso il quale ci stiamo man mano avvicinando: Lia e Rachele. Un ebreo capisce subito il senso in quanto conosce il significato di questi nomi propri, che noi invece non percepiamo. Lia e Rachele sono i nomi comuni di due animali: Lia è la mucca e Rachele è la pecora. I "figli di Israele" si dividono fra i "figli di Lia" – figli della mucca - e i "figli di Rachele" – figli della pecora -; il riferimento è agli allevatori di bovini e agli allevatori di ovini, cioè a due categorie diverse – contadini e pastori - che difficilmente convivono nello stesso territorio. Si creano così delle distinzioni fra una tribù e l’altra e ognuna di esse ha una propria competenza: la tribù di Edom, ad esempio, era costituita in gran parte da fabbri che forgiavano il ferro, producevano gli attrezzi, avevano degli strumenti ed erano anche facilmente violenti.

Le tribù di Israele erano di pastori, ma al loro interno si distinguevano i vari tipi di pastori; le tribù di Canaan erano invece di contadini.

Queste storie si perdono nella notte dei tempi e vengono raccontate di generazione in generazione; il loro enorme patrimonio è stato ereditato dai teologi di Israele, i quali, in epoca molto più avanzata – dopo Davide e forse addirittura durante l’esilio -, hanno ricomposto queste antiche tradizioni familiari con dei motivi teologici ed hanno fatto dei racconti per indicare una storia teologica.

È così che ha origine la composizione della Genesi dal capitolo 12 in poi, che ci presenta la storia di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e delle loro mogli. Tutti questi racconti sono stati organizzati in modo tale da avere un albero genealogico: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò i dodici patriarchi che danno origine ad altrettante tribù di Israele; ma Abramo generò anche Ismaele, che è all’origine degli arabi, e insieme ad Abramo venne Lot – suo nipote – dal quale nacquero Moab e Ammon, capostipiti dei moabiti e degli ammoniti che erano stanziati nell’attuale Giordania, cioè vicini a Israele.

Oltre a Giacobbe, Isacco generò Esaù, il capostipite degli edomiti.

In questo modo, il libro della Genesi ha tracciato una carta geografica politica spiegando i popoli e le parentele, nonché dicendo quali sono i buoni e quali i cattivi, quali appartengono al filone della benedizione divina e quali invece sono stati scartati.

TOP   Come bisogna leggere la Bibbia

Noi lettori moderni dobbiamo fare attenzione a non leggere questi testi in modo troppo "moderno", cioè non dobbiamo leggerli come se fossero dei racconti storici e neppure come se fossero dei racconti morali, cioè degli esempi di virtù da imitare. La tentazione comune nei lettori biblici è infatti nel senso di cercare nella Bibbia delle vite di santi, delle storie edificanti da imitare; è un atteggiamento sbagliato perché occorre invece capire cosa contiene e cosa vuole esprimere la Bibbia. In alcuni casi ci sono anche delle storie edificanti e di santi, ma non è tutto così. Nel libro della Genesi non sono sempre raccontate delle vicende che possono servire da modello morale; Abramo, Isacco e Giacobbe non sono presentati come se fossero dei santi uomini da prendere come esempio, vengono bensì raccontati anche tanti loro atteggiamenti negativi con situazioni sbagliate, con errori che commettono. L’insistenza del narratore, però, è nella benedizione di Dio, cioè nell’intervento di Dio che porta avanti una storia nonostante gli sbagli degli uomini. Come ha sbagliato all’inizio, l’uomo continua a sbagliare nel corso della storia, ma non per questo Dio lo abbandona, anzi entra nella vicenda dell’umanità, chiede un’adesione di fede ed educa coloro che sono stati scelti. Il narratore mette in evidenza la fede di Abramo, la sua disponibilità a fidarsi di Dio; mette in evidenza anche gli sbagli di Abramo e così pure di Isacco e di Giacobbe, nonché gli interventi pedagogici che Dio adopera per educare.

TOP   La sterilità delle "nonne" di Israele

Le donne di cui si parla in questi capitoli hanno un ruolo importante, ma il leit motiv che si ripete continuamente in queste storie è la sterilità: le grandi madri di Israele erano sterili. In questa epoca arcaica, e in questa condizione sociale, la fertilità è condizione indispensabile per la vita. È importante trovare terreni fertili, è importante che il gregge sia fertile, è importante infine che l’umanità – cioè la donna – sia fertile: la terra deve produrre i frutti – almeno l’erba -, il bestiame deve produrre altro bestiame e l’umanità deve moltiplicarsi, i figli – i tanti figli – sono una benedizione, sono la possibilità di vita, sono la forza e la sicurezza del gruppo. Quindi, come il terreno deve essere fertile ed il gregge deve produrre, così l’obiettivo è la donna fertile, la donna che possa avere tanti figli, la "madre di tutti i viventi".

Ora il narratore insiste, in modo quasi esagerato, ripetendo ad ogni generazione che la madre era sterile. Dio scelse Abramo e lo chiamò, Abramo obbedì e andò dove Dio lo condusse, ma la moglie di Abramo era sterile; Dio gli promise una terra ed una grande discendenza, ma la moglie era sterile. Passarono gli anni, Abramo invecchiò senza che la moglie gli avesse dato dei figli; il narratore continua a ripetere che Dio gli ha promesso "una discendenza numerosa come le stelle del cielo".

Questi racconti hanno un interesse teologico, dato che la sterilità delle madri di Israele è stata poi superata avendo tutte hanno generato il popolo e, all’epoca in cui furono scritti, la discendenza era già "numerosa come le stelle del cielo". Questi racconti della sterilità servono proprio per evidenziare il limite dell’uomo, superato dall’intervento di Dio: sono racconti della grazia, sono racconti di salvezza! L’uomo da solo non può generare la vita e la salvezza e Dio interviene con la benedizione, cioè donando la fecondità. Ricordate infatti, dal libro della Genesi, che "Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra …»" (Gn 1, 28a). La benedizione alle madri di Israele è proprio questo dono della vita presentato nel modo migliore possibile, cioè attraverso un figlio da lungo atteso nella famiglia, che nasce e, per di più, arriva in età di avanzata vecchiaia quando è assolutamente inimmaginabile che un figlio possa nascere.

Non limitiamoci dunque al puro e semplice racconto e cerchiamo di cogliere la ricchezza teologica che vi è sottesa; non per nulla San Paolo insisterà molto sulla figura di Abramo per recuperare questo insegnamento teologico.

TOP   Abramo, Sara e Agar

Nel corso del racconto contenuto nel capitolo 16 della Genesi troviamo una situazione strana e ambigua con la comparsa della figura di Agar, una schiava egiziana. Nonostante le promesse di Dio, Abramo non riesce ad avere figli da Sara e, a questo punto, subentra l’artificio umano, cioè il tentativo di trovare una strada alternativa: secondo una tradizione arcaica, prevista anche dalla legislazione dell’oriente antico, la serva può fare da prestanome alla padrona, anche nel senso della generazione, per cui Sara concede ad Abramo la serva Agar per generare un figlio con lei. Non è quindi Abramo che prende la decisione, bensì Sara che, volendo superare la propria sterilità, escogita questo artificio. Abramo allora si unisce ad Agar, che concepisce e partorisce un figlio al quale viene dato il nome di Ismaele. Inevitabilmente fra le due donne scoppia la rivalità, poiché, dal momento che la serva si accorge di essere incinta del padrone, Sara non conta più niente; e anche se, in base alla legislazione, il figlio che nascerà risulta di Sara, a livello psicologico e relazionale, si sono rotti i rapporti. Il capitolo mette in scena, con una finezza psicologica notevole, la difficoltà di queste due donne che, nella tenda, entrano in conflitto; il povero Abramo è come relegato ai margini e non sa assolutamente cosa fare, ha deciso Sara e Abramo ha accettato. Adesso Sara si sente maltrattata da Agar e chiede ad Abramo di mandarla via, e Abramo obbedisce: nella tenda comanda Sara!

"Sara" significa "principessa" - è un nome nobiliare - e il racconto mette in evidenza con una punta di ironia proprio questo fatto, che le scelte sono fatte da Sara, la padrona.

Agar viene allora allontanata con il bambino e viene mandata via nel deserto, ma non abbandonata da Dio. Abramo era titubante, ma Dio gli dice di mandarla tranquillamente via.

Se leggessimo questo testo come un racconto morale e credendo di trovarvi degli esempi da imitare oggi, da cristiani, resteremmo sconcertati e ci troveremmo di fronte a dei problemi enormi, ma saremmo noi a sbagliare leggendo il testo in questo modo! Non si tratta infatti di un testo di morale cristiana, bensì di un racconto arcaico che vuole dire cose totalmente diverse. Non ci renderemmo conto che l’autore fa parlare Dio in questo modo, che in apparenza non concorda con la nostra mentalità e con i principi che seguiamo, perché intende dire qualcos’altro.

Dio non abbandona Agar nel deserto, ma interviene, l’aiuta e benedice anche quel figlio, ma da un’altra parte; Ismaele, anche secondo la tradizione coranica - che dipende dalla Bibbia -, sarà quindi l’antenato delle genti dell’Arabia e, attraverso di lui, gli arabi si considerano anch’essi "figli di Abramo". Tuttavia, nell’ottica dei figli di Israele c’è una notevole differenza: loro sono i "figli della padrona", gli arabi sono i "figli della schiava"; questa dicitura è in sé un programma, è un modo politico per distinguersi. San Paolo, nella lettera ai Galati, riprende proprio le immagini di Sara e Agar, ma le interpreta in chiave allegorica, dicendo che Agar rappresenta la vecchia alleanza, mentre Sara è la nuova alleanza: Agar ha concepito con le proprie forze, in modo naturale, mentre Sara, che non può concepire, riesce a generare il figlio per grazia di Dio. Allora, le due donne – mogli di Abramo – diventano due immagini di umanità: una che produce la salvezza da sé, ma rimane ad un livello terreno, ed una che riesce a produrre di più, non per le proprie forze, ma per la grazia che le è stata data. Allora, la nascita di Isacco diventa il segno della nuova alleanza, cioè dell’intervento di Dio che compie di più di quanto l’uomo possa ottenere con le proprie forze; la salvezza non è una conquista dell’uomo, ma è un dono gratuito di Dio.

Sara sterile, che finalmente genera Isacco, è l’umanità che può sorridere: Isacco significa infatti "sorriso". Nell’episodio delle querce di Mambre Dio appare ad Abramo sotto forma di tre visitatori, che Abramo accoglie, parla loro come se si trattasse di una sola persona, prepara la mensa, imbandisce la tavola; i tre, che parlano al singolare, annunciano che torneranno l’anno successivo e Sara avrà un bambino, mentre nella tenda Sara, che non partecipa al banchetto – le donne mangiavano separatamente dagli uomini, come a tutt’oggi è usanza presso le popolazioni che vivono nel deserto -, ascolta e sente cosa dicono gli strani visitatori. Quando li sente dire che l’anno successivo avrebbe avuto un bambino ride incredula e il Signore chiede perché avesse riso. "Allora Sarà negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso»" (Gn 18, 15), sottintendendo che avrebbe sorriso di gioia per la nascita del figlio. Da qui il significato di "Isacco", appunto, "sorriso".

Questo racconto è un bellissimo gioco letterario per spiegare il nome di Isacco.

In questi capitoli della Genesi ci sono tre racconti nei quali si parla di personaggi che ridono, per cui il bambino verrà chiamato "sorriso"; si comprende così, anche nel nostro linguaggio, il valore simbolico di "far nascere il sorriso": sul volto della donna sterile, anziana, delusa, amareggiata, fallita, il Signore fa nascere il sorriso. Il racconto insiste sul fatto che il bambino nasce quando ormai non se l’aspettano più: non solo è sterile, ma è anche molto anziana. Siamo quindi di fronte ad un racconto della grazia.

TOP   Isacco e Rebecca

Il "sorriso" nasce, Isacco cresce ed arriva all’età del matrimonio. Abramo, che si è spostato dall’Oriente e abita nella terra di Canaan vicina ad Ebron, si preoccupa di farlo sposare, ma non con una donna cananea; desidera, al contrario, che la moglie sia della parentela e della terra di provenienza. Delega quindi un suo fedele domestico perché torni in Mesopotamia, nel proprio clan di origine, per cercare una ragazza che possa essere la sposa di Isacco.

Nel capitolo 24 della Genesi troviamo a questo punto il lunghissimo e splendido racconto della sposa per Isacco; la bellezza del racconto sta nella sua caratteristica di "storia femminile": è la ricerca della sposa ed il personaggio principale è Rebecca.

Il servo di Abramo percorre una lunghissima strada, arriva finalmente nell’oasi dove si raccoglie il clan al quale è diretto e prega il Signore perché possa fare dei buoni incontri. "Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era nata a Betuel, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l’anfora sulla spalla. La giovinetta era molto bella di aspetto, era vergine, nessun uomo le si era unito. Essa scese alla sorgente, riempì l’anfora e risalì. Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi bere un po’ di acqua dalla tua anfora». Rispose: «Bevi, mio signore». In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere. Come ebbe finito di dargli da bere disse: «Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere». In fretta vuotò l’anfora nell’abbeveratoio, corse di nuovo ad attingere al pozzo e attinse per tutti i cammelli di lui.

Intanto quell’uomo la contemplava in silenzio, in attesa di sapere se il Signore avesse o no concesso buon esito al suo viaggio" (Ibid. 24, 15–21).

Quindi, la prima ragazza che il servo di Abramo incontra è quella giusta; chiede semplicemente da bere e questa, stranamente, accetta di parlare con uno straniero, torna indietro, gli dà da bere e si offre di tirare su l’acqua per tutti i cammelli.

È proprio una ragazza generosa e disponibile; e il servo la contempla. Con il servo, anche il lettore deve contemplarla: è una madre di Israele! Qui il narratore si diverte a parlare delle "nonne" del popolo di Israele che, quando erano giovani, erano tutte molto belle! I "nonni " erano furbi e in gamba e le nonne erano molto belle: sono le due caratteristiche che ritornano continuamente.

"Quando i cammelli ebbero finito di bere, quell’uomo prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo pose alle narici e le pose sulle braccia due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro. E disse: «Di chi sei figlia? Dimmelo. C’è posto per noi in casa di tuo padre, per passarvi la notte?». Gli rispose:«Io sono figlia di Betuel, il figlio che Milca partorì a Nacor». E soggiunse: «C’è paglia e foraggio in quantità da noi e anche posto per passare la notte»" (Ibid. 24 22–25).

Il servo di Abramo si inginocchia e prega il Signore; dopo un momento arriva il fratello di Rebecca, Labano, che avendo visto il pendente d’oro e i braccialetti chiede alla sorella chi glieli avesse regalati. Udito il racconto di quanto era accaduto e dedotto che quell’uomo straniero doveva essere assai ricco, fiuta immediatamente la possibilità dell’affare; Labano infatti è un imbroglione e viene presentato da subito nel racconto come un affamato di soldi.

Rebecca è una donna bella, simpatica, generosa, mentre il fratello Labano è avido, volgare, interessato; l’autore sta man mano preparando la storia per dimostrare la differenza fra le due discendenze, come si constaterà più avanti quando Giacobbe avrà a che fare con Labano e si scontreranno. Labano, non per nulla, è l’antenato degli aramei, abitanti della Siria, tutti come lui, imbroglioni, avidi, a differenza degli antenati del popolo di Israele! Dietro questi racconti c’è evidentemente il linguaggio popolare.

Andando avanti nel racconto, si vede come il servo di Abramo viene bene accolto in casa, dove chiede subito la giovane Rebecca in sposa per il suo padrone Isacco. Contrattano, perché per portare via una ragazza dal clan familiare occorre pagare: l’aspirante sposo deve compensare il futuro suocero per il danno che gli procura portando via dalla famiglia due braccia. Si mettono d’accordo e sono pronti per partire subito; la famiglia non vorrebbe, ma Rebecca è disposta a partire e vuole andare immediatamente: si ripete in un certo senso il comportamento di Abramo, perché la ragazza sta partendo alla cieca senza assolutamente sapere né dove va né con chi va. Eppure il narratore la presenta come un esempio positivo, come una che ha fatto la scelta giusta, come una grande donna che rappresenta l’equivalente, al femminile, di Abramo. Inizia il viaggio e Rebecca arriva verso Beersheva.

"Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora essa prese il velo e si coprì. Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatte. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre" (Ibid. 63–67).

È il passaggio delle generazioni ed è un ruolo importante quello della donna che entra nella tenda. È decisamente delizioso l’incontro verso sera di questi due fidanzati, sconosciuti l’uno all’altra.

TOP   Esaù e Giacobbe

Anche Rebecca è sterile, ma pregando ottiene di diventare madre; concepisce addirittura due figli, che si litigavano e si picchiavano già nel seno materno con grande sofferenza per la madre, e litigano anche mentre stanno nascendo: "Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe." (Gn 25 25–26)

Litigheranno poi anche da grandi; Rebecca voleva più bene a Giacobbe, Isacco invece preferiva Esaù. Giacobbe era più educato, più fine, mentre Esaù, cacciatore, era più forte e più energico. Sarà tuttavia Rebecca a scegliere chi sarà l’erede di Isacco: è infatti la madre che decide che la benedizione di Isacco vada a Giacobbe e Dio segue la scelta di Rebecca, non di Isacco. È Rebecca che organizza la truffa, quando Isacco, vecchio e quasi cieco, chiede a Esaù di andare a caccia, poi lo benedirà. Rebecca dice a Giacobbe di fingere di essere Esaù mentre lei, conoscendo i gusti di Isacco, cucina due capretti alla maniera da questi preferita, quindi con la pelle dei capretti copre le braccia ed il collo di Giacobbe in modo che il padre, quando lo toccherà, lo scambi per Esaù, che era appunto peloso. Completa l’opera facendo indossare a Giacobbe i vestiti migliori di Esaù, perché anche l’odore deve essere il suo. Dopo aver curato minuziosamente tutti i particolari ed avere dato tutte le istruzioni a Giacobbe su cosa deve fare, lo introduce nella tenda del padre.

In conclusione, Giacobbe recita la parte, ma la regista è Rebecca.

Giacobbe ottiene la benedizione e fa infuriare Esaù quando, al ritorno dalla caccia, si rende conto dell’inganno che ha subito; Esaù si ripromette di uccidere il fratello appena sarà morto il padre. A questo punto Rebecca, venuta a conoscenza di come si stanno mettendo le cose, prende nuovamente in mano la situazione, chiama Giacobbe, lo informa del pericolo che sta correndo e lo manda nell’oasi di Charran, dove lei era nata e cresciuta, da suo fratello Labano perché possa essere al sicuro dai propositi del fratello Esaù. Rebecca non vedrà mai più il figlio Giacobbe; ha ottenuto che il figlio prediletto avesse la benedizione, ma lo ha perso.

Dietro questi racconti ci sono anche delle notevoli ricchezze di simbologia spirituale.

TOP   Giacobbe, Rachele e Lia

Il racconto che segue circa il trasferimento di Giacobbe da Labano, dal capitolo 29 della Genesi, è molto bello e di nuovo molto simile alla vicenda precedente.

"Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali. Vide nella campagna un pozzo" (Ibid. 1-2a). Anche in questo caso l’incontro d’amore avviene al pozzo, analogamente all’incontro fra il servo di Abramo e Rebecca, come pure fra Mosè e Zippora al pozzo di Madian, e fra Gesù e la samaritana al pozzo di Sichar; ci sono dei riferimenti importanti, il pozzo infatti è l’ambiente amoroso per eccellenza essendo l’unico punto dove vanno le ragazze fuori dal chiuso della città, è cioè l’ambiente dove si possono incontrare le ragazze, da sole. Riprendiamo il racconto. "Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame, accovacciati vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano i greggi, ma la pietra sulla bocca del pozzo era grande. Quando tutti i greggi si erano radunati là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al posto sulla bocca del pozzo" (Ibid. 2-3). Il motivo di questa procedura deriva dal fatto che il pozzo era da usare in società, per cui la pietra che lo chiudeva era molto grossa cosicché nessuno potesse usare il pozzo da solo; quindi, i soci dovevano essere tutti presenti in modo che, una volta mossa la pietra, potessero prendere l’acqua in parti giuste.

"Giacobbe disse loro: «Fratelli miei, di dove siete?». Risposero: «Siamo di Charran». Disse loro: «Conoscete Labano, figlio di Nacor?». Risposero: «Lo conosciamo». Disse loro: «Sta bene?». Risposero: «Sì, ecco la figlia Rachele che viene con il gregge». Riprese: «Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!». Risposero: «Non possiamo, finché non siano radunati tutti i greggi e si rotoli la pietra della bocca del pozzo; allora faremo bere il gregge». Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella. Quando Giacobbe vide Rachele, (…) fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Labano, fratello di sua madre" (Ibid. 4-10).

È un racconto ironico, ci vogliono infatti tutti i pastori per muovere quella pietra, ma Giacobbe da solo, quando vede Rachele arrivare, diventa un superuomo: la ragazza gli piace talmente che, per fare bella figura, si sottopone ad uno sforzo immane e sposta da solo la pietra senza l’aiuto degli altri pastori, si fa vedere, si mette in mostra e conquista la ragazza.

"Poi Giacobbe baciò Rachele" (Ibid. 11a), cosa inusuale a quel tempo: uno straniero, che lei non conosce, le si avvicina e in pubblico la bacia! Ma subito dopo, lo straniero le spiega che è suo cugino: sono infatti figli rispettivamente di Rebecca e di Labano, fratello e sorella. Secondo quell’ambiente ed i loro costumi, erano normali i matrimoni all’interno della parentela, proprio per mantenere le consuetudini del clan familiare.

Rachele porta in casa il giovane straniero, così bello ed energico, e lo presenta al padre Labano; Giacobbe, senza porre tempo in mezzo, la chiede immediatamente in sposa e Labano la concede ben volentieri, ma ad una ben precisa condizione di scambio: che Giacobbe rimanga sette anni a prestare lavoro gratuitamente a Labano. Quest’ultimo si conferma un imbroglione ed approfitta della situazione giocando anche sui sentimenti.

"Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei" (Ibid. 20). Questa frase è una bellissima dichiarazione di amore: ha fatto l’impossibile lavorando gratuitamente sette anni per averla in sposa, ma gli parvero pochi giorni tanto la amava.

Finalmente alla scadenza dei sette anni si può arrivare al matrimonio, che viene celebrato con grande festeggiamento e molti invitati secondo i rituali orientali, mentre la sposa giunge velata all’appuntamento; sempre velata la sposa viene condotta nel talamo, dove si reca anche Giacobbe. Al mattino però Giacobbe si accorge che la donna che ha sposato non è Rachele, ma Lia; quell’imbroglione di Labano non gli ha dato Rachele, ma la sorella maggiore.

In un certo senso è stato reso pane per focaccia: anche Giacobbe si era spacciato per il fratello Esaù imbrogliando il padre nel buio della sua cecità; adesso, al buio della tenda, Giacobbe non si è accorto che la donna con lui non era Rachele, ma la sorella. Ad uno scambio di fratelli è così corrisposto uno scambio di sorelle e l’imbroglione Giacobbe è stato a sua volta imbrogliato. Naturalmente, Giacobbe al mattino protesta, ma ormai il guaio è fatto e non è possibile tornare indietro: Lia è moglie di Giacobbe.

Come c’è da aspettarsi, Labano, dopo aver fatto presente che non poteva dare in sposa la figlia minore senza che la maggiore fosse sposata, offre di dare in sposa anche Rachele – la poligamia, in uso al tempo, permetteva questo -, ma ancora alla condizione che Giacobbe lavori altri sette anni per lui.

Giacobbe accetta e sposa anche Rachele, che questa volta gli viene accordata in anticipo, e lavora gratuitamente altri sette anni per Labano.

Naturalmente cominciano i problemi perché le due sorelle, mogli dello stesso uomo, entrano in conflitto fra loro: Rachele è la bella, è l’amata, mentre Lia è sopportata.

Vedendo il Signore che Rachele era amata e Lia disprezzata, rende quest’ultima feconda, mentre Rachele risulta sterile; si dimostra quindi, ancora una volta, che il Signore sta dalla parte del povero, dalla parte del disprezzato. Nascono così man mano i primi quattro figli di Lia, altri due seguiranno.

Al capitolo 30 della Genesi, tra l’altro anche divertente, viene raccontata la situazione di liti nell’harem: le due donne che si contendono il marito e litigano fra loro, la soddisfazione di quella che riesce ad avere figli, la disperazione di quella che non ne ha. Ad un certo punto Rachele esce con una frase tremenda, dicendo al Signore: «Dammi dei figli, altrimenti muoio», frase tremenda perché Rachele morirà di parto. Si assiste qui al dramma dell’ambiguità: si sente morire dal dispiacere se non avrà figli, chiede disperatamente di averne per non morire e invece morirà proprio avendo un figlio: sembra che il narratore voglia dire che il Signore non le dava figli per non farla morire, li ha voluti ed ha subito le conseguenze.

TOP   I "figli di Israele" sono migliori degli altri popoli

Il racconto prosegue narrando come Giacobbe, imbrogliando Labano, riesce ad arricchirsi di greggi, di schiavi e di schiave, prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso il padre Isacco.

Si può notare quindi quanti intrecci ci sono dietro le storie degli allevatori di mucche e degli allevatori di pecore: Lia e Rachele, le vicende familiari, il racconto gustoso del matrimonio con l’imbroglio, l’imbroglio di Giacobbe a Labano, eccetera, eccetera.

Tutto questo, per dimostrare che Giacobbe, il "nonno" del popolo di Israele, era più in gamba di tutti e, dopo avere lavorato per tanti anni per Labano, è riuscito a tornare a casa con greggi numerosi e molte altre ricchezze. Analogamente, le "nonne" del popolo di Israele erano le donne più belle.

Il popolo di Israele dei tempi del narratore somiglia ovviamente ai propri "nonni" ed alle proprie "nonne"!