SACRA BIBBIA  don Claudio Doglio
LE BEATITUDINI

Gesù fa conoscere il Padre. Questa è la buona notizia: "la felicità è possibile"

"Beati i poveri in spirito" Dio Signore onnipotente è dalla nostra parte

"Beati gli afflitti" Il Signore Dio è la nostra consolazione

"Beati i miti " Dio Padre ci lascia in eredità la terra intera

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia" Il Signore Dio ci nutre e ci soddisfa

"Beati i misericordiosi" Dio è Padre buono che ci accoglie con tenerezza

"Beati i puri di cuore" L’invisibile Dio si mostra ai suoi amici

"Beati gli operatori di pace" Il Signore Dio ci accoglie nella sua stessa famiglia

"Beati i perseguitati per causa della giustizia" Dio stesso è la nostra ricompensa ed è grande

L’ALTRA FACCIA DELLE BEATITUDINI
I TREMENDI "GUAI" NEL CAPITOLO 23 DI MATTEO

Anche l’Antico Testamento conosce beatitudini "Beato chi trova in Dio la sua forza!"

Le altre beatitudini del Nuovo Testamento "Beati quelli che, senza aver visto, crederanno"

Le sette beatitudini dell’Apocalisse "Beato chi custodisce queste parole profetiche"

Le beatitudini , i doni dello Spirito Santo e le virtù del cristiano 
La felicità è un dono che Dio ci fa ed è realizzazione delle nostre potenzialità

 

L’ALTRA FACCIA DELLE BEATITUDINI
I TREMENDI "GUAI" NEL CAPITOLO 23 DI MATTEO

 

Introduzione

Dopo aver visto le beatitudini passiamo al lato opposto, cioè ci spostiamo nel settore negativo, perché nel capitolo 23 del Vangelo di Matteo troviamo una serie di "guai" che sono l’altra faccia della medaglia delle beatitudini.

Se le beatitudini rappresentano il Vangelo inteso come la "buona notizia" per chi è disponibile, la raccolta dei "guai" mette in evidenza la situazione negativa di chi non è disponibile, di chi cioè si chiude all’opera della grazia.

È molto importante tenere d’occhio entrambi questi aspetti, perché altrimenti correremmo il rischio di veder solo un Gesù che dice l’aspetto positivo, e questo potrebbe portare ad un’idea buonista per cui va bene tutto, non c’è alcun problema. In realtà Gesù prospetta la situazione delle beatitudini nel senso di una posizione fortunata per quanto riguarda l’opera di Dio: Dio dà delle possibilità, delle offerte, quindi la beatitudine sta proprio in questa generosa disponibilità di Dio, che è dalla nostra parte e ci offre una felicità possibile.

Tuttavia, questa offerta che Dio generosamente fa non costringe l’uomo ad accettarla: è possibile cioè che la persona umana si irrigidisca nel rifiuto e allora, nonostante l’offerta della felicità, l’uomo può perdere l’occasione.

L’evangelista Luca, nel sesto capitolo del suo Vangelo, ha messo insieme quattro beatitudini e, subito dopo, quattro "guai" strettamente simmetrici: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio" e più avanti "Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione"; "Beati voi che ora piangete, perché riderete" e più avanti "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete", e così via. C’è quindi stretto parallelismo e contiguità fra le due caratteristiche opposte.

Matteo ha elaborato in modo molto più approfondito questo contrasto: ha raddoppiato le beatitudini, che sono otto, ed ha raddoppiato i "guai", otto anch’essi di conseguenza, ma li ha separati, mettendo le beatitudini all’inizio del primo discorso di Gesù e i "guai" all’inizio dell’ultimo. Nel Vangelo di Matteo troviamo cinque grandi discorsi di Gesù: il primo e l’ultimo sono i più ampi, programmatico ed escatologico. Il primo discorso – il "discorso della montagna" ai capitoli 5, 6 e 7 - è aperto dalle beatitudini, che abbiamo meditato negli incontri precedenti; l’ultimo discorso – capitoli 23, 24 e 25 – è aperto dai "guai": il capitolo 23 contiene otto "guai" paralleli alle beatitudini e, nello stesso tempo, opposti ad esse.

 

Il significato del termine "guai"

Cerchiamo prima di tutto di capire cosa si intende con questa formula "guai". Nel nostro modo di parlare, questa espressione - ad esempio "guai a te!" - suona come una minaccia, una possibilità di punizione: non è questo il senso della formula evangelica.

Proviamo invece ad immaginare qual è l’opposto della beatitudine nel nostro parlare quotidiano. Nei confronti di una persona in felice situazione noi diciamo "Beato te!". Se invece la situazione della persona in questione è negativa, non diciamo "Guai a te!", ma diciamo più facilmente "Povero te!", in senso di commiserazione. Occorre tuttavia prudenza nel ricorrere a questo concetto di "povertà", per non rischiare di cadere nell’equivoco; io lo impiegherò talvolta questa sera proprio per parafrasare il concetto di "guai", ma non ha niente a che fare con la povertà evangelica, con la povertà in spirito, con quell’elemento che abbiamo detto positivo. In questo caso si tratta invece di un’immagine di commiserazione: quando Gesù dice "Guai ai ricchi!" non intende dire "Li castigherò!", intende dire invece "Poveri ricchi!".

Provate a far mente locale sulla differenza di significato che si ha nell’espressione italiana quando si varia la posizione dell’aggettivo: è notevole la differenza fra "uomo povero" e "poveruomo", nel senso di "povera persona". Tanto per fare un esempio, un amico svizzero, nel dare risposta alla mia domanda sulla situazione della Chiesa locale, mi disse: "Una volta eravamo un paese povero, mentre adesso siamo un povero paese". Vedete quindi come è possibile, nel nostro gioco linguistico, cambiare la sfumatura semplicemente cambiando l’ordine dei termini. Se provate a tradurre in inglese questo concetto non ci riuscite, anche perché la posizione dell’aggettivo è obbligatoria, e quindi la sfumatura che in italiano assume il concetto di "povero" non è traducibile nell’altra lingua. Lo stesso vale per le traduzioni dal greco o dall’ebraico in italiano: traducendo il "guai" con l’analoga espressione letterale non abbiamo reso perfettamente il concetto. Allora, nelle formule adoperate da Gesù troviamo delle esclamazioni "Beati voi!", "Poveri voi!"; esclamazioni positive ed esclamazioni negative. Sono delle formulazioni con cui Gesù mostra il proprio modo di vedere e cerca di comunicare una mentalità, uno stile di vita. Dunque, leggendo i "guai" non ci troviamo di fronte ad una serie di maledizioni, di scomuniche, di invettive lanciate da Gesù, ma ci troviamo di fronte a delle commiserazioni, a delle dichiarazioni di "povertà", di non valore, di situazione negativa e squalificante.

 

I farisei e gli scribi

Il capitolo 23 di Matteo, che vogliamo leggere, è indirizzato contro gli scribi e i farisei, quindi è rivolto ad un gruppo ebraico fortemente religioso. Non ha un’intonazione antigiudaica, anche perché il Vangelo è rivolto ai cristiani ed è scritto per i cristiani, e conserva queste parole di Gesù perché servano ai cristiani. Non dobbiamo perciò sottolineare l’atteggiamento polemico nei confronti di una classe, quella dei farisei o degli scribi, o contro una situazione di razza, di popolo o di religione. L’espressione di Gesù è rivolta ad un modo di pensare, ad un modo di essere, ad un atteggiamento personale. Quindi, Gesù esprime queste commiserazioni, valuta negativamente questi atteggiamenti.

Chi erano i farisei? Erano uomini appartenenti ad un movimento religioso. Noi sappiamo che all’interno del mondo cristiano esistono dei movimenti; al di là della condivisione della fede cristiana, esistono movimenti diversi che comportano anche degli stili, degli atteggiamenti, dei comportamenti differenti. Pensate agli Scout Cattolici, sono una realtà all’interno della Chiesa; l’Azione Cattolica ha uno stile differente dallo Scoutismo. Comunione e Liberazione e il Movimento dei Focolari sono realtà diverse fra loro. Non si tratta di realtà opposte, contrarie, di altre religioni: sono modi cristiani di vivere l’impegno con sfumature differenti.

Il mondo dei farisei era un movimento, religioso, impegnato, serio. La parola "fariseo" significa "separato", nel senso che, per la loro esigenza di perfezione, si distinguevano dalla grande massa.

Noi abbiamo ormai ereditato un significato simbolico della parola "fariseo", che nel nostro linguaggio ha assunto un senso negativo, sembra un insulto: dire ad uno "fariseo" equivale a dirgli "falso". Questo significato però non corrisponde al vero, per cui dobbiamo fare lo sforzo di liberarci da questa abitudine linguistica: il termine "fariseo" al tempo di Gesù, nel suo linguaggio, è un termine onorifico che caratterizza persone molto religiose, impegnate, serie. È possibile tuttavia che in questo impegno religioso ci siano degli elementi negativi. Ciò che dice Gesù non va contro i farisei in genere, quindi contro quel movimento, ma contro uno stile di vita, una mentalità, un modo di pensare, un modo di sentire, di rapportarsi con Dio, che è giudicato da Gesù profondamente negativo, ed è quell’atteggiamento religioso che si oppone al Vangelo. L’idea di base è importante e drammatica, perché Gesù sta dicendo che una persona religiosa rischia di avere più difficoltà ad accettare il Vangelo di una persona non religiosa. Ci può essere una struttura religiosa di tipo umano che non è un aiuto ad accogliere il Vangelo, ma costituisce un blocco, un impedimento. Difatti, l’altra faccia della medaglia del Vangelo è proprio questa pagina dei "guai" nei confronti di persone che, pur impegnate religiosamente, sono chiuse all’azione di Dio.

 

I destinatari dei "guai": gli "scribi e i farisei" di ieri e di oggi

Dopo queste premesse, esaminiamo le parti del capitolo 23 del Vangelo di Matteo di cui abbiamo parlato. "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei". Gli scribi non sono un movimento, sono dei tecnici, degli esperti; mentre "farisei" dice un movimento spirituale, "scribi" indica una professione, sono coloro che si interessano delle Scritture, della teologia. Tornando al testo, Gesù sta dicendo che queste persone si sono messe al posto di Mosè e continuano a trasmettere la sua legge. "Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno". La saggezza del popolo cristiano ha girato questa frase e l’ha applicata tranquillamente ai preti: "Fa’ quello che il prete dice, ma non fare quello che il prete fa". L’attualizzazione è proprio questa e quindi i primi ad entrare nella categoria dei farisei sono gli scribi e i farisei di oggi, i preti, gli esperti, quelli che fanno le prediche agli altri.

Continuiamo nella lettura del Vangelo di Matteo: "Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo". Come vedete, Gesù non contesta né la legge né la tradizione: vi spiegano bene, il loro guaio è che non fanno, ma si limitano a dire di fare.

"Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito". Cioè creano tutte le regole per essere osservanti della legge e vi mettono addosso dei pesi enormi. Gesù invece dice: "Venite a me, prendete il mio giogo su di voi perché il mio giogo è leggero". Qui noi ci giochiamo il nostro stile di cristianesimo: nel momento in cui abbiamo l’impressione che essere cristiani sia un peso, un fardello da portare, con tante leggi da osservare, noi siamo in questa ottica dei farisei che Gesù contesta. Gesù dice che il suo giogo è leggero: allora, se è veramente il Vangelo di Gesù, deve essere leggero portarlo; se è pesante vuol dire che non è il suo.

"Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini". È una religiosità esibizionista. Il rischio della religiosità è quello di inventare le regole e di imporle sulle spalle degli altri: è un istinto, "gli altri dovrebbero (…)". Analogamente, l’istinto è quello di far vedere la propria religiosità, di mettere in mostra quello che uno fa e quello che uno è, naturalmente in tanti modi diversi: abbiamo riempito tutti i nostri ambienti religiosi di lapidi di ringraziamento a persone che hanno fatto qualcosa.

"Allargano i loro filatteri e allungano le frange". Qui Gesù è ironico; i filatteri sono delle scatolette in cui si mettono dei rotoli con scritte delle frasi della Sacra Scrittura e queste scatolette, legate con il cuoio, vengono messe sulla fronte, girano intorno alla testa, e un’altra sul braccio sinistro con la cinghia che leghi bene il braccio. Tutto questo, perché nella Bibbia c’è scritto che "queste parole ti staranno come un pendaglio fra gli occhi e le metterai sul tuo cuore": allora le leghi al braccio sinistro e appoggi quest’ultimo sul cuore, quindi tutto perfettamente alla lettera, perché così è scritto e così si fa. Gesù allora ride di qualcuno, particolarmente religioso, che si fa una scatoletta più grossa. Il mantello della preghiera ha quattro frange con un ben preciso numero di fili, perché tutto ha un significato simbolico; ma c’è qualcuno più religioso che li allunga, li fa belli, vistosi, di seta.

"Amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente". La traduzione letterale di "rabbì" non è "maestro", perché "rabb" vuol dire "molto" e "rabbì", con la "i" finale, assume il valore di possessivo e potrebbe tradursi con "mio grande", "mio molto": è il corrispondente perfetto di "monsignore"!

"Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno «padre» sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo". Noi non l’abbiamo preso alla lettera, nel senso che non solo non abbiamo rifiutato il titolo di «padre» al nostro padre naturale ma l’abbiamo esteso a tutti i frati. Sostituire "monsignore" con "padre" è ugualmente antievangelico.

"E non fatevi chiamare «maestri», perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande fra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato".

Quindi, riassumiamo le grandi critiche che muove Gesù: l’incoerenza, l’oppressione, l’esibizionismo, l’uso della religione per avere degli interessi, per potere emergere.

 

Il raffronto fra le beatitudini ed i corrispondenti "guai"

E qui inizia la serie degli otto "guai" che ora leggeremo. Vi ricordo anche le beatitudini, perché così riusciamo a fare il confronto.

"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" – trova la controparte nel primo "guaio": "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quegli che vogliono entrarci" (Mt 23, 13). È l’atteggiamento di chi ha in mano la conoscenza, e se la tiene senza usarla ed equivale a dire "Siete convinti di essere padroni – non poveri – e quindi tenete le chiavi in mano e le tenete strette solo per voi, avete il potere e lo tenete, non lo mollate perché siete convinti di comandare. Non vi serve a niente e rovinate gli altri. Poveretti! Credete di essere padroni e non siete niente".

Con la beatitudine, invece, Gesù afferma "Beati voi! Potete riconoscere di essere poveri". Notate la contrapposizione? "Guai a voi, se credete di avere in mano il potere, se credete di essere qualcuno! Un poveretto sei; non ti rendi conto che non vali niente? Se invece ti fidi della grandezza di Dio e riconosci che non vali niente, sei fortunato perché allora Dio è dalla tua parte".

"Beati gli afflitti, perché saranno consolati" – "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che divorate le case delle vedove, pur sotto pretesto di lunghe preghiere: voi subirete per questo una condanna più abbondante" (Mt 23, 14). È inganno religioso che sfrutta la povera gente: sotto pretesto di preghiere cercate di fare soldi, prendete anche le case delle vedove e dei poveretti. È l’opposto della mentalità degli afflitti: Beati gli afflitti – Guai a quelli che invece cercano di "consolarsi", cioè di raccogliere, di accumulare, di ammucchiare, di prendere. Ricordate che dicevamo che gli afflitti sono coloro che si impegnano in relazioni umane autentiche al punto anche di rimetterci, sono disposti ad andare incontro anche alla perdita e alla delusione; dall’altra parte c’è l’atteggiamento "religioso" di chi fa prima di tutto un calcolo di convenienza e valuta quanto c’è da prendere: costui è un poveretto!

Ricordate la scena dell’obolo della vedova? Gesù vede questa povera donna che mette uno spicciolo e chiama gli apostoli per far loro notare che ha messo tutto quanto possedeva. Noi siamo talmente abituati all’ottica della raccolta dei soldi per cui anche un povero viene indotto a dare comunque qualcosa, che l’abbiamo fatta diventare un esempio positivo. Andate invece a leggere nel Vangelo con attenzione: vi accorgerete che quell’episodio è proprio dopo l’invettiva di Gesù contro coloro che divorano le case delle vedove, e fanno lunghe preghiere. Qui ritorna la stessa idea: questa povera donna che ha messo nell’offerta per il tempio tutto quello che aveva per vivere, cosa avrà mangiato quella sera? Però ha "sponsorizzato" quella struttura che Gesù contesta fortemente: "Non resterà pietra su pietra che venga distrutta". Non sta infatti facendo un elogio, non sta approvando né invitando a fare come la povera donna, anzi, la sta commiserando e vuole indicare a che cosa è arrivata un’impostazione religiosa negativa che ha sfruttato una povera donna fino all’osso carpendone la buona fede. E Gesù sta piangendo su quella situazione: anziché aiutarla a vivere l’hanno spennata.

"Beati i miti, perché erediteranno la terra" – "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi" (Mt 23, 15). Il proselita è l’adepto, è lo straniero che diventa simpatizzante dell’ebraismo e poi entra nel popolo ebraico. Gesù sta criticando fortemente questa attività di proselitismo, di gente che va a cercare gli altri per farli diventare "come noi" e dice "Li rovinate, cercate di conquistare, di essere di più per rovinarli".

Pensate un po’ ai nostri problemi di gruppi parrocchiali o di realtà parrocchiali: molte volte il problema che abbiamo è quello di essere pochi, non quello di essere buoni; le nostre comunità non sognano di essere fatte di santi, ma sognano di essere più numerose, anche se composte da persone scadenti per quanto riguarda la fede.

Esiste nelle nostre realtà religiose il desiderio di migliorare, di crescere nella vita spirituale, nella santità? Spero di sì, perché altrimenti sarebbe stupido, antievangelico, in opposizione a ciò che Dio vuole. I miti sono quelli che sanno che Dio ha lasciato loro in eredità la terra, e allora non lottano per conquistare, per prendere, per diventare di più: l’atteggiamento negativo è quello di chi vuole fare proseliti per poi "renderli figli della Geenna il doppio di voi". Questa espressione è tipicamente semitica: la Geenna infatti è l’immondezzaio di Gerusalemme, per cui "figli della Geenna" significa gente da spazzatura, da buttare via. "Il doppio di voi", cioè andate a cercare degli altri per farli venire da voi, per renderli immondizia peggio di voi. È un’espressione tremenda, eppure è lo stesso linguaggio del Gesù delle beatitudini. E dobbiamo metterle insieme queste due facce della stessa medaglia, altrimenti facciamo del Vangelo una melassa. Il Vangelo è l’annuncio delle beatitudini ed è l’annuncio dei "guai".

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" "Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso" (Mt 23, 16÷22). Tutti questi esempi, citati da Gesù, di ricorso ad una sorta di giurisprudenza canonistica, di ipocrisia, di falsità, e i "guai" che vengono loro indirizzati evidenziano un atteggiamento falsamente religioso: c’è un apparato che deve sembrare religioso, ma non c’è un’adesione autentica a Dio.

La contrapposizione viene presentata fra la beatitudine di chi desidera la giustizia e i "guai" di chi invece, con i suoi raggiri legalistici, fa quadrare tutto. È un giochetto che abbiamo fatto chissà quante volte: pensate un po’ all’ipocrisia che sta dietro al discorso, tanto per fare l’esempio infimo che mi viene in mente, del digiuno eucaristico: se è passata un’ora o se sono solo cinquantacinque minuti, se si può o non si può …. Ma stai facendo penitenza? Vuoi fare penitenza? È un atto di amore o che cos’altro stai facendo? Moltiplicate questo caso facendo tanti altri esempi, dove si gioca sul fatto "si può", "non si può", semplicemente per che cosa? Per tenere in piedi una struttura: non c’è il desiderio della giustizia –noi diremmo della santità – ma semplicemente quello di mantenere una situazione che sembra di giustizia.

"Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumíno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!" (Mt 23, 23÷24). Gesù ha delle belle immagini, è efficace: mostra la persona religiosa, impegnata a filtrare il moscerino, mentre ingoia il cammello. A Gesù evidentemente piaceva ricorrere all’esempio del cammello – lo fa passare attraverso la cruna di un ago, lo fa ingoiare – crea delle immagini che restano fisse nella memoria. Una persona religiosa, impegnata, paga la decima al tempio – il dieci per cento – e quindi paga la decima anche della menta, dell’anèto e del cumíno, sono spezie. Quanto spendi in un anno per comprare il cumíno? Tienine conto e il dieci per cento di questa spesa lo devolvi in beneficenza. È un’altra battuta che Gesù fa di fronte a persone scrupolose, che stanno attente a delle piccolezze perché quelle rientrano nel quadro religioso, e poi? Poi, ingoiano il cammello. Invece, è la misericordia che bisognava fare, senza trascurare quelle altre cose. Quindi, la decima sulla menta si può pagare certamente, ma prima bisogna aver praticato la misericordia. Pensate voi a degli esempi, le applicazioni alle nostre situazioni, laddove una persona può essere religiosa in piccole cose, attenta e minuziosa, e poi violare palesemente la misericordia: filtra il moscerino e ingoia il cammello. Poveretto!

"Beati i puri di cuore, - dicevamo le persone limpide, schiette - perché vedranno Dio" – "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e di intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!" (Mt 23, 25÷26). La contrapposizione è indicata fra il puro di cuore e l’"impuro", cioè colui che ha il cuore doppio - gli indiani d’America direbbero "lingua biforcuta" - cuore doppio, non sincero. Infatti, il concetto di "ipocrita" dice proprio questo, è un termine greco che vuol dire "attore", colui che recita, cioè che fa una parte, ma che non è la sua: quando è sul palco fa il re, veste da re, parla come se fosse un re, ma non lo è. Sta recitando una parte, poi scende e nella vita è un’altra cosa. Quante volte abbiamo sentito dire e forse anche abbiamo detto: "Sì, d’accordo, nel Vangelo c’è scritto, però poi la vita è un’altra cosa". E il Vangelo allora che cos’è? Il palco dove andiamo a recitare la parte? Ci sono dei momenti in cui siamo cristiani, ci mettiamo la maschera e lì siamo persone devote. Pensate quante barzellette ci sono su questo argomento, come quella del poveruomo che sente il prete dire che "siamo tutti fratelli", per cui va a chiedergli un piatto di minestra e si sente rispondere: "Calma, fratelli in Cristo, sì; non nella minestra!". Non c’è dubbio che vi è una netta distinzione.

Abbiamo visto benissimo queste cose, magari ridendoci sopra, e le vediamo facilmente negli altri, ma siamo anche noi implicati, questa maschera religiosa l’abbiamo. Gesù dice: "Povero te! Togliti questa maschera, riconosci di essere povero, Dio è dalla tua parte, non lo devi conquistare, non devi fargli vedere lucciole per lanterne!". Noi abbiamo l’impressione di comprare Dio facendogli vedere qualche cosa, dandogli un po’ l’impressione che siamo religiosi, che alcune cose le facciamo in modo tale che lui si convince e di conseguenza …. Toglitela quella maschera, Dio è dalla tua parte prima che tu lo conquisti, non devi "ingraziartelo": la grazia te la dà gratuitamente, non te la meriti, ma te la regala ugualmente, e allora riconosci quello che sei! Beato te, se lo riconosci! Povero te, se ti ostini!

"Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" – "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e di iniquità" (Mt 23, 27÷28). Operatori di pace sono coloro che creano rapporti fraterni, figli di Dio sono coloro che partecipano alla vita di Dio. L’opposto è l’essere dei sepolcri, magari belli e decorati, ma sepolcri. Guardate che questa è un’altra frase durissima: pensare un po’ alla nostra ipocrisia nelle processioni con tutti gli addobbi, pensate a tutte le manifestazioni fortemente ipocrite legate al culto dei morti, dove l’interesse è per quelli che vedono. È il contrasto fra l’atteggiamento autentico di chi crea una relazione di vita rispetto a chi è pieno di marcio, che bisogna nascondere e che quindi si copre con un apparato.

"Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" – "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: Se fossimo vissuti ali tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri! Serpenti, razza di vipere, come potete scampare dalla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione" (Mt 23, 29÷36). È un discorso tremendo, anche perché subito dopo, al capitolo 24, Gesù annuncia la distruzione di Gerusalemme e la fine del tempio. Siamo nell’anno 30 e quaranta anni dopo, nel 70, si realizza davvero, quel tempio e quella città furono rasi al suolo: si tratta di un’autentica previsione di Gesù, con un atteggiamento di dolore nei confronti di una situazione.

Gesù così buono, umile e mite di cuore, dice anche "serpenti, razza di vipere!". Cerchiamo di lasciare entrare dentro questa parola di Gesù non semplicemente come dolcezza, come complimento: Gesù non ci dice solo "dai, va bene come sei, non fa niente, ti voglio bene comunque", ti dice anche "razza di vipera": proprio perché ti vuole bene ti rimprovera, e mostra come l’annuncio della beatitudine, della grazia di Dio, del Dio onnipotente che è dalla tua parte, richiede a te di toglierti la maschera, di smetterla di recitare la parte della persona religiosa e di diventare realmente credente. È il passaggio da una struttura religiosa, di apparato, ad un cuore autenticamente fedele, ad un cuore credente, ad un’adesione personale: la beatitudine è in questa apertura del cuore che accoglie davvero il Vangelo, la disgrazia sta nel voler recitare ipocritamente la parte dei religiosi senza che il cuore aderisca davvero. Allora, le beatitudini funzionano se l’annuncio del Vangelo è accolto sul serio.