SACRA BIBBIA  don Claudio Doglio
LE BEATITUDINI

Gesù fa conoscere il Padre. Questa è la buona notizia: "la felicità è possibile"

"Beati i poveri in spirito" Dio Signore onnipotente è dalla nostra parte

"Beati gli afflitti" Il Signore Dio è la nostra consolazione

"Beati i miti " Dio Padre ci lascia in eredità la terra intera

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia" Il Signore Dio ci nutre e ci soddisfa

"Beati i misericordiosi" Dio è Padre buono che ci accoglie con tenerezza

"Beati i puri di cuore" L’invisibile Dio si mostra ai suoi amici

"Beati gli operatori di pace" Il Signore Dio ci accoglie nella sua stessa famiglia

"Beati i perseguitati per causa della giustizia" Dio stesso è la nostra ricompensa ed è grande

L’altra faccia delle beatitudini I tremendi "guai" nel cap. 23 di Matteo

Anche l’Antico Testamento conosce beatitudini "Beato chi trova in Dio la sua forza!"

Le altre beatitudini del Nuovo Testamento "Beati quelli che, senza aver visto, crederanno"

LE SETTE BEATITUDINI DELL’APOCALISSE
"BEATO CHI CUSTODISCE QUESTE PAROLE PROFETICHE"

Le beatitudini , i doni dello Spirito Santo e le virtù del cristiano 
La felicità è un dono che Dio ci fa ed è realizzazione delle nostre potenzialità

 

LE SETTE BEATITUDINI DELL’APOCALISSE
"BEATO CHI CUSTODISCE QUESTE PAROLE PROFETICHE"

 

Introduzione

Concludiamo il nostro corso sulle beatitudini meditando sulle sette formule di macarismo presenti nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse.

Diventa allora un’occasione per rispolverare questo libro, strano, difficile e ... anche interessante proprio perché strano e difficile.

La parola Apocalisse sapete che significa "rivelazione". Non traducendola, è diventata una parola tecnica, sembra sinonimo di catastrofe e di distruzione, ma in realtà non contiene nulla di questo.

Inizia dicendo: "Rivelazione di Gesù Cristo"; quindi l’oggetto del libro è Gesù Cristo.

Giovanni ha ricevuto una particolare illuminazione per rivelare chi è Gesù Cristo e, dato che conoscevamo Gesù dai Vangeli, in che senso l’Apocalisse aggiunge qualcosa, che cosa "rivela" di Gesù Cristo? Rivela il senso profondo della sua missione e la sua relazione con la storia dell’umanità.

L’Apocalisse non è la previsione della fine del mondo; talvolta è stata interpretata così, ma questa interpretazione è scorretta.

Non è una previsione del futuro, nel senso che non contiene l’annuncio delle cose che capiteranno, dal tempo di Giovanni fino a noi e … poi dopo di noi.

Non è un annuncio catastrofico, cioè non prevede la fine del mondo, non dice né quando né come. L’Apocalisse parla della fine di un mondo, per usare un gioco di parole: è la fine del mondo del male, del mondo corrotto, del mondo segnato dal peccato.

L’Apocalisse di Gesù Cristo, rivelazione di Gesù Cristo, dice che il Cristo è all’opera, adesso, nella storia dell’umanità per distruggere il male che c’è.

Quest’opera è nata nella comunità di Efeso verso la fine del primo secolo ed è strettamente legata alla comunità cristiana che viveva in quella grande città cosmopolita, città ricca, colta, potente, anche religiosa.

In Efeso il gruppo cristiano è una minoranza; è un gruppo emarginato che rischia di essere soffocato da tante altre forze. Giovanni si accorge che la comunità cristiana vive immersa in una mentalità contraria al Vangelo, che danneggia il Vangelo.

Non passiamo in rassegna le varie difficoltà del tempo, le elenco semplicemente.

È il mondo imperiale romano che sta imponendo una mentalità politica dove l’imperatore è considerato dio, quindi la stessa struttura imperiale viene divinizzata.

Il problema è dato dalla cultura ellenistica, dall’intellettualismo orgoglioso di alcune correnti forti in quell’ambiente efesino, compreso il mondo magico: Efeso era una delle capitali della magia nel mondo antico, patria dell’esoterismo, delle ricerche strane, era l’ambiente sincretistico religioso favorito dal grande tempio di Artemide – l’Artemide efesina, dea della natura – che raccoglie intorno a sé tutte le forze cosmiche, per cui tutto va bene purché intervenga come una forza di aiuto e di appoggio. Quindi il Cristo è stato accolto facilmente nell’ambiente efesino perché più ne vengono e meglio è; non è stato accolto come l’unico, ma come una forza in più: se Gesù Cristo serve a qualcosa, bene, gli efesini sono pronti ad accoglierlo ma non lo mettono nella posizione dell’unico, bensì fra i tanti.

Poi ci sono problemi con il mondo giudaico, che è molto forte in quella città e ormai, dopo il 70, c’è scontro aperto fra Chiesa e Sinagoga; e la Sinagoga è molto più potente, molto più strutturata e quindi dà filo da torcere alla giovane comunità cristiana: molti vengono emarginati e allontanati, si trovano tagliati fuori perché erano ebrei ma, divenuti cristiani, vengono espulsi dall’ambiente sinagogale e quindi entrano in crisi.

Le difficoltà sono anche all’interno della Chiesa perché ci sono delle correnti, che potremmo definire di "lassisti", che prevedono pacificamente un rapporto con la mentalità corrente e ritengono che si possa accettare questa convivenza: sono, in fondo, un po’ sincretisti, partono dall’idea che si può accettare quel mondo religioso pagano per non creare difficoltà.

Giovanni è invece guida di un gruppo che potremmo dire intransigente, non fanatico né fondamentalista, ma, piuttosto, serio, impegnato e deciso.

Giovanni guida un gruppo forte che ha intenzione di non fondersi con la mentalità corrente, ma di mantenere una propria distinzione: Giovanni ritiene che sia necessario questo confronto deciso, e magari anche polemico con il mondo circostante, perché la Chiesa, come struttura di persone che hanno accolto il Cristo, deve essere nel mondo un fermento, una trasformazione, una spinta di novità: non può soggiacere alla mentalità corrente.

Quindi, intento dell’autore è proprio quello di incoraggiare la sua gente a questa testimonianza forte, decisa, che può diventare pericolosa; non esistono ancora vere e proprie persecuzioni, non ci sono editti di proscrizione e di condanna per i cristiani, però le difficoltà ci sono e sono a livello informale, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro. Faccio un esempio: la struttura economica, commerciale di una città ellenista è basata su delle corporazioni, dei gruppi di categoria - più o meno come esistevano nel Medio Evo - e tutte queste corporazioni commerciali sono legate ad un tempio ed a culti religiosi ellenistici, per cui la corporazione dei macellai, o la corporazione dei falegnami, o dei muratori, o dei commercianti in genere, è legata ad un tempio e non è una corporazione laica – noi oggi abbiamo difficoltà a capire questo, proprio perché viviamo in una società laica – bensì esiste fra gli appartenenti un legame fortissimo come una sorta di consorzio di tipo religioso, una specie di confraternita, per cui, nell’ambito del mestiere, c’è un legame di tipo religioso che comporta la partecipazione alle funzioni. Un incontro di una categoria di lavoratori avviene in un tempio con annesso banchetto sacro: è il problema, già trovato in San Paolo, degli "idolotiti", cioè delle carni immolate agli idoli. Sono cose per noi lontane, quindi facciamo una certa fatica per capirle, però, una volta se ne coglie il senso, ci accorgiamo che sono di attualità perché, cambiata la forma, la sostanza si riproduce ancora oggi.

Un cristiano che fa il falegname deve, per lavorare, essere affiliato a questa corporazione dei falegnami e deve partecipare alle varie attività, quindi anche alle funzioni religiose perché la struttura è pensata in chiave religiosa. Quando fanno il banchetto sacro deve partecipare e mangiare con gli altri, ma può o non può? Partecipare al sacrificio nel tempio mangiando le carni che sono state immolate sull’altare di Zeus è un fatto lecito o immorale? Qualcuno dice che, data la situazione, bisogna farlo per forza perché altrimenti non si riesce a lavorare, a commerciare ed a restare nel giro; poi, continuando su questa linea, si dice che in fondo si tratta di carne e quindi non è proprio il caso di fare tanto i sofisticati: è quella che ho chiamato la corrente dei lassisti. Giovanni è decisamente contrario, quindi ritiene che un impegno cristiano comporti anche un riflesso sociale, per cui la tua fede in Gesù Cristo ti porta anche a valutare in modo differente quella partecipazione; come conseguenza, tu rendi testimonianza al Vangelo ed alla tua fede anche rifiutando certe attività.

Un tale comportamento coerente può portare ad essere tagliati fuori, ad essere esclusi dalla corporazione e quindi al rischio di avere un danno economico: questo è un problema concreto che era di attualità nella comunità cristiana di Efeso, mentre oggi possiamo pensare ad altre situazioni.

L’Apocalisse non nasce con la testa fra le nuvole parlando di cose strane, ma parla proprio di situazioni concrete della vita sociale ed economica di una comunità cristiana che è minoranza e che non può disperdersi ed adattarsi alla situazione, ma che secondo Giovanni deve avere il coraggio di testimoniare con forza la propria adesione al Vangelo, costi quello che costi.

L’Apocalisse è un invito alla testimonianza, addirittura qualcuno dice che è un’esortazione al martirio, non perché esistano persecuzioni contro i cristiani, ma perché un’autentica testimonianza cristiana può portare ad un’emarginazione sociale, a dei danni economici, ad un linciaggio psicologico, può costare!

L’Apocalisse è rivelazione di Gesù Cristo perché rivela il ruolo potente che ha Gesù Cristo in questa struttura; nel mondo corrotto segnato dal male, dominato da certe situazioni negative, ieri come oggi, l’Apocalisse dice che il ruolo determinante lo detiene Gesù Cristo, è lui che ha in mano le redini, il timone della barca è gestito da lui, è lui che regge le sorti della storia. Il male soccombe di fronte a lui, bisogna avere il coraggio di credergli e di essere fedeli concretamente, anche se può costare in termini economici, in termini di prestigio, addirittura se può costare la vita. Questo, in sostanza, è il messaggio dell’Apocalisse, quindi un discorso di attualità, di incoraggiamento, non una previsione per appassionati di giochi cabalistici sul futuro, ma, con un linguaggio strano, difficile, ma comprensibile per le persone a cui era rivolto, Giovanni esprime questo incoraggiamento alla testimonianza e lungo i capitoli di questa grande visione, in mezzo alle immagini fantasmagoriche che si susseguono, vengono inserite sette beatitudini, che noi estrapoliamo e consideriamo proprio come degli elementi importanti di teologia, che ci permettono di capire il pensiero dell’autore e completano il panorama sulle beatitudini che abbiamo fatto.

A questo punto abbiamo esaminato proprio tutte le beatitudini dell’Antico e del Nuovo Testamento.

 

La prima beatitudine: "Beato chi legge e coloro che ascoltano e mettono in pratica"

La prima beatitudine si trova all’inizio del libro: "Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino" (Ap 1, 3).

Di fronte alla parola "profezia" si potrebbe obiettare che allora si tratta di una previsione; non è così, perché questa parola è erroneamente intesa come previsione, mentre il "profeta" è colui che parla a nome di un altro - "profeta di Dio" è colui che parla a nome di Dio -, quindi, "profezia" è una testimonianza a nome di un altro.

L’Apocalisse si chiama profezia in quanto è l’espressione della fede di Giovanni che parla a nome di Dio, si fa portavoce di Dio: a nome di Gesù Cristo forma, guida, incoraggia la comunità, quindi il libro diventa una profezia, cioè uno strumento che aiuta a capire la realtà. Il profeta è l’uomo saggio che capisce le cose prima che avvengano - in questo senso quindi è orientato al futuro -, sa interpretare la realtà, coglie i segni dei tempi, capisce qual è il senso degli eventi e li esprime, per cui si può dire che sa anticipare quello che capiterà proprio perché coglie la direzione verso cui stanno andando i fatti.

Dunque "Beato chi legge" e "Beato chi ascolta" il libro dell’Apocalisse. Vedete come all’inizio l’autore pone la beatitudine di chi è disposto ad accettare ed a leggere pubblicamente nella comunità, nonché a leggere privatamente ad ascoltare e a meditare, quello che è scritto; ma beato chi conserva le parole, chi le custodisce, non soltanto le legge e le ascolta, ma le tiene dentro e ne fa tesoro.

Io tradurrei "Il tempo è vicino", in modo tale da renderne più chiaro il significato, in questo senso: "L’occasione buona è a portata di mano", che non significa che la fine del mondo è vicina, è stato interpretato così, ma erroneamente. Il kayros è l’occasione buona, il momento favorevole: "Questo è il momento! È possibile cogliere l’occasione buona, adesso. Beato chi fa tesoro di quello che ha ascoltato".

È un discorso che allora può valere per tutta la Bibbia, per tutta la profezia: "Beato chi impara a leggere la Scrittura, beato chi la gusta, beato chi la conserva nel cuore".

 

La seconda beatitudine: "Beati i morti che muoiono nel Signore"

Passando al capitolo 14 dell’Apocalisse leggiamo: "Poi udii una voce che diceva: «Scrivi: Beati fin da questo momento i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono»" (Ap 14, 13).

Questa è una beatitudini che riguarda coloro che sono morti. È una beatitudine strana che, in qualche modo, si avvicina al mondo ellenistico e si allontana invece dal mondo semitico.

Nella tradizione greca esistono delle espressioni sapienziali, ma essenzialmente pessimistiche, per cui il massimo dei beni è non essere mai nato; siccome ciò non è più possibile, nella scala dei valori segue quello di morire il più presto possibile.

Raccontano, in un antico mito, di una sacerdotessa di Era che fu trasportata al tempio dai suoi due figli, grandi e grossi; alla fine, per riconoscenza, chiese alla dea che concedesse ai suoi due figli il più grande dei doni e così morirono tutti e due sul colpo.

Fa parte appunto di questo filone sapienziale negativo e pessimista del mondo greco, perché "Beati i morti" sembra che si avvicini a questa mentalità. D’altra parte, il mondo semitico biblico non è per niente d’accordo: "Non i morti ti lodano, né quanti scendono nella tomba, ma il vivente ti rende grazie"; per il mondo biblico i morti sono dei poveri disgraziati.

Questa beatitudine non si avvicina né al pessimismo greco né al pessimismo ebraico, ma è una novità. Intanto non dice semplicemente "i morti", ma aggiunge "che muoiono nel Signore" ed aggiunge ancora un particolare cronologico "fin da adesso".

È un’apertura notevole sulla situazione ultraterrena che non abbiamo trovato in altri testi. In tutte le beatitudini che abbiamo considerato finora, questa è l’unica che ha un’apertura oltre la vita terrena e parla di una felicità di coloro che muoiono nel Signore, unitamente a lui; ed è una felicità che comincia già da adesso, non è in prospettiva futura, per la fine del mondo.

È lo Spirito che lo dice, è il profeta che, nella liturgia della comunità, interviene e porta la parola dello Spirito e garantisce la possibilità del riposo: "Riposeranno dalle loro fatiche". Proprio a questa espressione si lega l’idea del riposo eterno che noi chiediamo: "eterno" nel senso di pieno, perfettamente realizzato, un riposo autentico, una "ri-creazione", una nuova creazione come riposo che dà possibilità di vita nuova.

"Le loro opere li seguono". Ci domandiamo perché Giovanni proclama questa beatitudine? Perché sta parlando a della gente che rischia anche la morte ed allora prospetta proprio la beatitudine dell’eroe, del martire, di colui che rischia di perdere la vita per la fedeltà al Vangelo.

 

La terza beatitudine: "Beato chi è vigilante"

Al capitolo 16 troviamo un’altra beatitudine. È il Cristo che parla, improvvisamente, la sua voce è mediata da un profeta, si tratta ancora di uno che nella comunità porta la parola di Gesù: "Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne" (Ap 16, 15).

Noi riconosciamo dietro a questa espressione un’immagine parabolica dei Vangeli, "come uno che fa la guardia e non sa quando viene il ladro" - il ladro in genere non avvisa e uno può essere colto di sorpresa -; il Signore non ha paura neanche a fare di questi paragoni provocatori, si paragona ad un ladro.

"Beato chi è sveglio" non significa semplicemente chi non si addormenta, ma "sveglio", nel nostro linguaggio come in quello antico, è un po’ il contrario di "tonto", cioè della persona "addormentata" che non si rende conto delle cose, che non ha la percezione della realtà. Beato chi è sveglio per cogliere il senso di quel che capita, per rendersi conto che la situazione ha delle sue esigenze.

"Beato chi è sveglio e conserva i propri vestiti". Questo è un riferimento sacramentale; fino dall’antichità il battezzato viene vestito con la veste bianca, segno della nuova dignità, della natura nuova che è stata concessa al battezzato. Perdere il vestito, nell’antichità, è qualcosa di vergognoso perché il vestito è la dignità, è la caratteristica della persona. Noi siamo abituati a dire che "l’abito non fa il monaco", ma un antico non la pensa affatto così, ritiene che l’abito sia indispensabile, l’abito è il segno della dignità, si amano molto le divise e le caratteristiche che distinguono e che facciano vedere subito, esternamente, ciò che uno è.

Difatti anche San Paolo adopera volentieri l’immagine "Vi siete rivestiti di Cristo"; per noi il vestito è qualcosa di accidentale che si può mettere come si può cambiare, quindi "rivestirsi di Cristo" a noi non dice più di tanto, mentre per l’antico "vestire di Cristo" significa assumere un abito, una mentalità , un modo di essere che diventa permanente, essenziale.

Quindi, "Beato chi è sveglio e conserva i propri vestiti" va interpretato in questo senso sacramentale, si intende colui che conserva quella fedeltà all’identità battesimale, è il Cristo il "vestito" altrimenti va in giro nudo. Il riferimento è alla storia iniziale dell’Adamo nudo dopo il peccato, che si vergogna di essere nudo mentre prima non si vergognava. La nudità di Adamo è il segno della povertà dell’uomo, della privazione, del suo peccato, del suo limite: perdendo il Cristo resta nudo, resta solo con il suo limite, perde la qualità della sua vita.

Vedete che sotto c’è sempre quella problematica che abbiamo cercato di chiarire all’inizio: "Beato chi è sveglio e conserva il vestito" vuol dire che il rischio è di addormentarsi e di adattarsi, di andare dietro alla corrente e di perdere quella caratteristica cristiana.

 

La quarta beatitudine: "Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!"

"Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!». Poi soggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio»" (Ap 19, 9).

Questa beatitudine la conosciamo bene perché, anche se un po’ cambiata, è entrata nella liturgia eucaristica. Prima della comunione, il celebrante, alzando le specie eucaristiche, dice qualcosa del genere: "Beati gli invitati alla cena del Signore!".

Si adoperano "cena" e "Signore" quindi necessariamente si pensa all’Eucaristia, come se si dicesse: "Beati quelli che riceveranno la comunione!"; questa è un’interpretazione spontanea e immediata. Si tratta però di un adattamento, ma non è questo il senso corretto, non significa: "Beati quelli che adesso, qui, si accosteranno e riceveranno l’Eucaristia!".

È un discorso escatologico, è un orientamento futuro, tant’è vero che nel testo dell’Apocalisse si parla del banchetto di nozze dell’Agnello, che è il banchetto escatologico quando l’Agnello celebrerà le nozze con l’umanità rinnovata.

Allora equivale a dire: "Beato chi parteciperà al pranzo finale in paradiso!". Inserito nel contesto della celebrazione eucaristica diventa un monito, non è un invito ad andare tutti a far la comunione. È un monito nel senso che si ricorda che in questo momento si riceve la comunione come un anticipazione del banchetto, ma beato chi parteciperà al banchetto definitivo.

Questa è un’anticipazione sacramentale, vera, ma temporanea e imperfetta; la beatitudine è orientata oltre, e allora l’invitato non è detto che partecipi. Quindi, "Beato l’invitato, purché accetti. Il banchetto di nozze dell’Agnello si sta preparando. Voi siete invitati. Beati voi, se parteciperete!".

Anche qui leggete in sottofondo un discorso evangelico: ci sono delle parabole, delle immagini che Gesù ha adoperato. San Giovanni, predicando questi testi evangelici, poi ha rielaborato il discorso ed ha costruito queste forme di beatitudine.

 

La quinta beatitudine: "Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione"

"Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni" (Ap, 20, 6).

Compaiono due diciture originali: "prima risurrezione" e "seconda morte".

Prendiamo in considerazione la seconda di queste diciture: si parla di "seconda morte", che quindi richiama una prima morte, quella che noi chiamiamo abitualmente con questo termine, cioè la fine dell’esistenza terrena. Però ce n’è una seconda, pericolosa, che è quella della rovina eterna, questa è la "seconda morte".

D’altra parte si parla di due risurrezioni, perché dire "prima risurrezione" postula che ce ne sia una seconda, e la prima risurrezione è qualcosa di terreno, parallelo alla prima morte, cioè è l’esperienza sacramentale della vita nuova; San Paolo lo dice chiaramente: "Siamo morti e risorti con Cristo". La prima risurrezione indica la condizione di coloro che vivono in comunione con il Cristo da risorti; allora, beati coloro che sono vivi insieme al Cristo, che godono dei benefici della risurrezione di Cristo, proprio perché, appoggiandosi a lui, non saranno danneggiati dalla seconda morte. La prima sì, la prima li colpirà, ma è la seconda quella pericolosa.

Vedete che il discorso verte sempre su queste formule di beatitudini? Giovanni ha di mira l’incoraggiamento dei suoi cristiani, un po’ fiacchi, un po’ demoralizzati. Sono formule che cercano di entusiasmare, di suscitare coraggio, di dare una spinta.

 

La sesta e la settima beatitudine: "Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro" e "Beati coloro che lavano le loro vesti"

È di nuovo Gesù che lancia questi flash attraverso il suo profeta nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse. "Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro" (Ap 22, 7) – l’idea è già stata detta e viene ripresa nel finale - e "Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte della città" (Ap 22, 14). La città è la Gerusalemme celeste, l’albero della vita è l’immagine della pienezza di vita con il Signore. "Lavare le proprie vesti" diventa allora un altro riferimento sacramentale, al battesimo e – noi diremmo - anche alla penitenza, come battesimo delle lacrime, come battesimo faticoso, come ripresa dell’adesione autentica al Cristo e quindi "Beati coloro che, avendo ricevuto la veste nuova di Cristo, la tengono pulita e la lavano abitualmente per potere entrare alle nozze". Ricordate la parabola evangelica? Gli invitati alle nozze senza il vestito vengono buttati fuori, si può entrare, ma non si ha la garanzia di rimanere: quell’abito nuovo, lavato, è un’immagine simbolica per indicare le opere, lo stile di vita, l’atteggiamento personale, la condotta concreta di vita.

Allora vedete come nell’Apocalisse si intrecciano strettamente riferimenti sacramentali, sociali ed escatologici: attraverso la vita dei sacramenti il cristiano riceve la forza per vivere nella società in coerenza con la fede, ed è proprio questo il modo che gli apre la strada per la pienezza di vita oltre la morte; avendo fisso lo sguardo su questa situazione ulteriore, ha il coraggio di vivere bene questa realtà con la forza dei sacramenti.

Vedete che è un messaggio più che attuale; nonostante il linguaggio difficile e la stranezza delle immagini, l’Apocalisse è estremamente attuale.

 

Un sorriso per concludere

Concludiamo allora con un’ultima serie di beatitudini che ho trovato in un foglietto, dove si tenta di riassumere in senso spiritoso alcuni principi di saggezza cristiana.

Sono denominate "Beatitudini per il nostro tempo", un modo per attualizzare quello che abbiamo detto:

Beati quelli che sanno ridere di se stessi: non finiranno mai di divertirsi.

Beati quelli che sanno distinguere un ciottolo da una montagna: eviteranno tanti fastidi.

Beati quelli che sanno ascoltare e tacere: impareranno molte cose nuove.

Beati quelli che sono attenti alle richieste degli altri: saranno dispensatori di gioia.

Beati sarete voi se saprete guardare con attenzione le cose piccole e serenamente quelle importanti: andrete lontano nella vita.

Beati voi se saprete apprezzare un sorriso e dimenticare uno sgarbo: il vostro cammino sarà sempre pieno di sole.

Beati voi se saprete interpretare con benevolenza gli atteggiamenti degli altri anche contro le apparenze: sarete giudicati ingenui, ma questo è il prezzo dell’amore.

Beati quelli che pensano prima di agire e che pregano prima di pensare: eviteranno tante stupidaggini.

Beati soprattutto voi che sapete riconoscere il Signore in tutti coloro che incontrate: avete trovato la vera luce e la vera pace.

 

Aggiungetene ancora voi, ne abbiamo sentite tante ma la sostanza è sempre quella: la beatitudine è l’incontro concreto con il Signore nella nostra vita.