don Claudio Doglio
LE BEATITUDINI
LE BEATITUDINI, I DONI DELLO SPIRITO SANTO E LE VIRTÚ DEL
CRISTIANO
LA FELICITÀ È UN DONO CHE DIO CI FA ED È REALIZZAZIONE
DELLE NOSTRE POTENZIALITÀ
Introduzione
Dopo aver esaminato le beatitudini secondo il testo di Matteo, al capitolo 5, ed aver poi ampliato questo esame con l’altra faccia della medaglia, cioè in Matteo al capitolo 23, la grande carrellata dei "guai", l’opposto delle beatitudini, questa sera facciamo un’altra ricerca, cioè usciamo fuori dall’ambito biblico e prendiamo in considerazione una serie di realtà che nella tradizione teologica sono state connesse con le beatitudini.
Si tratta dei doni dello Spirito Santo e delle virtù teologali e cardinali.
Premetto innanzitutto che si tratta di uno schema catechistico, cioè di un’elaborazione fatta da pensatori, teologi, catechisti della tradizione medioevale, che avevano una grande passione per l’organizzazione e la schematizzazione ed hanno trovato dei rapporti fra queste varie realtà. Spesso questi rapporti sono un po’ forzati, queste correlazioni non sono così scontate ed evidenti, tuttavia la costruzione si presenta ordinata ed armoniosa ed è per noi un’occasione di dare un’occhiata di approfondimento anche a queste realtà spirituali che, in genere, non vengono prese in considerazione o non sono presentate nella catechesi.
I doni dello Spirito Santo
Iniziamo dai doni dello Spirito Santo. Sono stati elencati, nella forma tradizionale catechistica, come i "sette doni dello Spirito" e sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, pietà, scienza e timor di Dio. Questi "doni" derivano da un testo di Isaia nel quale il profeta intende dire tutt’altro, sta parlando infatti del futuro Messia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici." - l’albero è stato tagliato, ma c’è un pollone che spunta dalle radici, un nuovo virgulto, è l’immagine dell’albero nuovo che sostituisce quello vecchio - "Su di lui si poserà lo Spirito del Signore" - il vento benefico di Dio, una ventata di sapienza - "Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà" (Is 11, 1÷2) e lo ricolmerà il santo timor di Dio.
C’è la ripetizione della parola "Spirito" con alcune qualità tipiche dei sapienti. Era abitudine, nel linguaggio orientale antico, accumulare questi elementi per definire in base ad una serie di sinonimi: lo Spirito di Dio è caratterizzato da queste qualità, che sono sette, e la tradizione antica e medioevale ha estratto questi termini e li ha studiati come "doni dello Spirito Santo".
Sono così entrati nella schematizzazione catechistica come i "sette doni dello Spirito Santo", cioè delle realtà create dallo Spirito, degli atteggiamenti, dei modi di essere, delle attitudini, che sono presenti nella nostra persona in quanto regali che lo Spirito ci porta.
Le virtù del cristiano
Le virtù invece sono divise in due gruppi, la somma è sempre sette, ma si parla di quattro "cardinali" e di tre "teologali".
Le quattro cardinali derivano dalla tradizione filosofica greca. Il nome è preso dai cardini: come per una porta, il cardine è l’elemento che tiene in piedi e su cui la porta si muove, ruota. Sono le virtù su cui appoggia una personalità umana matura, cioè sono gli elementi che caratterizzano la persona da un punto di vista naturale, umano, e sono presentate abitualmente con i termini: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
A queste quattro qualità umane se ne aggiungono tre "divine", che si chiamano "virtù teologali" proprio perché sono potenzialità date da Dio, che non sono proprie della natura umana: fede, speranza e carità. Queste qualità costituiscono delle potenzialità: il termine "virtù" dice infatti una potenza, una virtualità, cioè una realtà che diviene, che può divenire, sono delle potenze che si realizzano. San Tommaso definisce la virtù come una buona abitudine, il contrario del vizio che è una cattiva abitudine. Quindi l’elemento "abitudine" non è in sé negativo, dipende solo dal fatto che si tratti di un’abitudine buona o cattiva: se l’abitudine è buona, è una virtù, nel senso che la tua persona sviluppa queste potenzialità, si realizza.
Mettendo insieme i sette doni dello Spirito e le sette virtù, i teologi medievali hanno creato un complesso armonico. Le beatitudini abbiamo visto che sono otto, ma come ricordate l’ottava è un coronamento di tutte le altre sette, perché, parlando dei perseguitati a causa della giustizia, evidenzia la difficoltà di rapporto con il mondo che una scelta autenticamente evangelica comporta: dunque, sono sette le beatitudini che vengono prese in considerazione.
Nel caso dei doni dello Spirito l’ordine è inverso rispetto a quello enunciato da Isaia, cioè alla prima beatitudine corrisponde l’ultimo dono, il timor di Dio, all’ultima beatitudine, quella dei pacifici, corrisponde il primo dei doni, la sapienza.
Invece, per le virtù non sono riusciti a trovare un ordine così schematico. Solo per la carità, che è considerata la regina delle virtù, viene lasciato l’ultimo posto. Ricordate che avevamo detto che la settima beatitudine è il culmine, il vertice di tutto il cammino? È un’idea già intuita dalla tradizione antica e medievale, tant’è vero che alla beatitudine degli operatori di pace viene connessa la virtù teologale della carità e il dono della sapienza, quindi alla fine troviamo il vertice.
Non intendo tanto sforzare le similitudini, quanto cogliere l’occasione per parlare in modo un po’ più approfondito dei doni e delle virtù, cercando di collegarli, per quel che è possibile, alle beatitudini.
La corrispondenza fra le beatitudini, i doni dello Spirito Santo e le virtù del cristiano
Alla prima beatitudine "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" corrispondono il dono del timor di Dio e la virtù della speranza.
Il timor di Dio non è affatto la paura di Dio: nel linguaggio biblico il "timore", in modo particolare il "timor di Dio", è il rispetto, la considerazione, forse ancora meglio la stima.
Il timor di Dio implica la valorizzazione di Dio: se ci può essere una sfumatura di paura, potrebbe essere quella di "perdere Dio". È l’atteggiamento di chi dà peso al Signore, di chi lo considera importante, di chi lo prende in considerazione e riconosce di dipendere da lui: il timor di Dio è sinonimo di povertà in spirito. L’atteggiamento del povero in spirito che riconosce di valere poco implica la valorizzazione di Dio: è l’atteggiamento di chi sa che tutto quello che ha l’ha ricevuto, e non se ne vanta come se fosse proprio. "Ma chi si vanta, si vanti nel Signore" – dice l’apostolo – e questo atteggiamento di vantarsi nel Signore corrisponde al timor di Dio: è la considerazione che viene data alla volontà, al progetto salvifico di Dio, per cui non faccio di testa mia, non sono autonomo, non sono indipendente, ma riconosco di dipendere.
L’atteggiamento del povero in spirito è l’atteggiamento dell’anawim che dice al Signore: "Io sono tuo, salvami!". In questo sta il timor di Dio: è il contrario della presunzione autosufficiente. Allora comprendete facilmente che, a fianco di questo dono dello Spirito che suscita in noi il rispetto per Dio, si sviluppa la virtù teologale della speranza.
In italiano la parola "speranza" suona come un’ipotetica attesa: quando si dice "speriamo" si intende "forse sì, forse no". In realtà, il concetto teologico di "speranza" si definisce come "attesa certa", non ipotetica: esiste una certezza – una certezza morale basata sulla fede – da cui deriva un desiderio, un’attesa, quindi "speranza" è sinonimo di desiderio. Ma in che senso la speranza è una virtù teologale, cioè una virtù data da Dio? Proprio perché è un’attesa certa basata sull’impegno di Dio: "Mio Dio, spero dalla tua bontà infinita, per le tue promesse e i meriti di Gesù Cristo, la vita eterna" (dall’"Atto di fede"). Attendo con tutte le forze quello che tu hai promesso, non quello che mi immagino io, desidero quello che tu hai promesso, che ti sei impegnato a dare, e io lo desidero: l’attesa è sinonimo di povertà, il sazio e il ricco non aspettano, perché hanno già tutto; l’attesa caratterizzata dal desiderio è l’atteggiamento tipico del povero in spirito, di colui che ha il timor di Dio e che attende dal Signore la realizzazione delle sue promesse.
Alla seconda beatitudine "Beati gli afflitti, perché saranno consolati" corrispondono il dono della scienza e la virtù della temperanza.
Il termine "scienza" noi lo usiamo con tanti significati, ma soprattutto serve per indicare una conoscenza umana di tipo tecnico, scientifico appunto. Quando parliamo della scienza intendiamo un mondo intero di ricerche, di approfondimenti, di conoscenze sperimentali, documentate, che permettono di controllare e dominare il nostro mondo reale; invece nel linguaggio teologico la scienza è la capacità di conoscere il mondo riconoscendo il Creatore.
Il dono dello Spirito Santo chiamato "scienza" è quella capacità che ci permette di vedere la presenza di Dio nelle realtà create e, con una terminologia nostra, potremmo dire "nella natura e nella storia": lo Spirito Santo ci dona la scienza in quanto ci rende capaci di percepire la presenza di Dio nel nostro mondo. Andate in montagna a fare una bella passeggiata e siete contenti di ammirare un paesaggio splendido, una valle alpina con le montagne, le nevi, gli alberi, il laghetto; guardate quelle bellezze: il dono della scienza vi permette di contemplare il Creatore ancora più bello del creato. Mentre siete contenti di vedere la creazione bella, siete portati a lodare e ad amare di più colui che è all’origine di quella bellezza.
Il dono della scienza è l’atteggiamento che porta lo studioso di fisica o di biologia o di anatomia a vedere nelle meraviglie che conosce, che sta studiando, la meraviglia di colui che ha creato le cellule e gli atomi. E così via, nello studio della psicologia, nello studio della storia, nello studio delle lingue, della filologia, nello studio di tutte le realtà che fanno parte della vicenda umana, la scienza è quella capacità di andare oltre.
Anche gli afflitti di cui parla la beatitudine non sono delle persone tristi, anzi, sono delle persone che sanno correre il rischio di rimetterci o sono disposte ad affrontare anche la sofferenza perché vogliono relazioni autentiche, sanno andare oltre le apparenze, hanno la capacità di arrivare a cogliere l’essenziale, l’autentico, che è la relazione con Dio, oltre alla difficoltà temporanea.
E in questo, diventa di enorme aiuto la virtù cardinale della temperanza. È un termine che noi non adoperiamo più nel linguaggio familiare, è rimasto soltanto come termine tecnico. Potremmo tentare di sostituirlo con altre terminologie, come "moderazione" o "equilibrio". Non si tratta di riportare la morale cristiana al giusto mezzo, non si tratta della mediocrità: si tratta dell’equilibrato uso delle realtà terrene. Il contrario della temperanza è la mancanza di misura, la smoderatezza, l’eccesso.
Allora, la temperanza è quella virtù dell’intelligenza umana che influenza la volontà, per cui posso fare uso di tutte le cose che ho intorno a me senza lasciarmi asservire.
Il denaro, ad esempio, è una realtà neutra, né buona né cattiva: il valore del denaro dipende dall’uso, quindi non sta nel denaro, ma nella persona che lo usa. Sappiamo bene che il denaro, da strumento servile, può diventare padrone possessivo, si può diventare vittime del denaro, perché c’è una bramosia, un desiderio prepotente di possedere, di avere di più, e più ne hai meno ne spendi: a quel punto il denaro diventa un tiranno che ti rovina la vita. Questo è segno che non sei temperante, che non sei moderato: non c’è quell’equilibrio naturale nella tua vita che ti fa riconoscere l’utilità del denaro per vivere, spendendo in modo equilibrato, moderato, saggio.
Lo stesso vale per tutto: per il cibo, la temperanza è l’uso equilibrato del cibo. E così via.
Allora, la temperanza è una virtù dell’intelligenza umana, è una virtù che è comune ad un uomo saggio, ad un uomo maturo: fa parte della natura umana. Mentre la speranza è un dono divino, perché non è il semplice desiderio bensì è l’attesa di qualche cosa di oltre, di sovrumano, la temperanza fa parte di una saggezza umana, di un equilibrio che è indice di maturità, di persona che non ha gli eccessi dell’avarizia o dell’avidità.
Alla terza beatitudine "Beati i miti, perché erediteranno la terra" corrispondono il dono della pietà e la virtù della giustizia.
Anche il termine "pietà" non viene normalmente usato in senso teologico. Se lo usiamo, in genere ha una sfumatura negativa: dire che una cosa "fa pietà" significa squalificarla. Invece nel concetto teologico, che è strettamente legato al latino "pietas", si intende una relazione amorosa, di legame, di dedizione, di impegno: è il legame con la famiglia, con i genitori, il legame con i figli; ha una caratterizzazione fortemente familiare. Il dono dello Spirito Santo chiamato "pietà" è allora quella relazione familiare con Dio, è quell’atteggiamento di figliolanza, è innanzitutto la pietas verso il Padre, inteso come buona relazione, fiducia, affidamento: riprende l’idea del timor di Dio. Inoltre la pietas verso il Padre comporta la pietas verso i fratelli, per cui diventa capacità di buona relazione fraterna ed è quindi connessa alla beatitudine della mitezza, di coloro "che non lottano per conquistare la terra", ma "la ricevono in eredità", perché figli. La caratteristica della mitezza si sposa bene con il dono della pietà, che è strettamente collegata alla virtù della giustizia: anche qui siamo nuovamente in ambito umano, dove "giustizia" è, secondo la definizione greca, dare a ciascuno il suo. Siamo vicini al concetto di temperanza, di equilibrio, che è sinonimo di giustizia, proprio nel senso di dare il giusto posto, di dare a ciascuno il suo, quello che gli viene in base al ruolo che gli compete, riconoscendo ciò che è dovuto. Allora c’è il superamento del combattimento, della lotta: la mitezza è giustizia, proprio in un rapporto di equità.
Alla quarta beatitudine "Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" corrispondono il dono della fortezza e la virtù della fortezza: in questo caso coincidono perfettamente.
Anche questa è una parola desueta, in quanto per noi "fortezza" significa una costruzione di tipo militare, mentre per indicare questo dono e questa virtù noi useremmo il termine "forza".
È interessante che in questo caso il dono dello Spirito e la virtù umana abbiano lo stesso nome: è un punto d’incontro, è il punto centrale di questa schematizzazione, dove il dono che discende dall’alto si incontra con una qualità che sale dal basso. Ed è l’atteggiamento della forza, potremmo anche dire della costanza, della perseveranza, dell’impegno, della coerenza: sono parole più nostre, che comprendiamo meglio.
Potremmo dire che la forza si caratterizza in due dimensioni, una passiva ed una attiva: c’è la forza di resistenza e c’è la forza di propulsione. Una persona dimostra forza nel momento in cui resiste agli attacchi: nel nostro linguaggio è forte colui che non cede al male. D’altra parte c’è anche l’aspetto positivo, attivo: è forte colui che si impegna a favore del bene, non solo colui che si difende dai nemici, ma anche colui che sa attaccare, che sa sconfiggere il male, quindi "forte" è colui che si impegna per vincere il male o per propagare il bene.
È un dono dello Spirito, quindi è una grazia che arricchisce l’anima, è una qualità dell’intelligenza e della volontà, è una caratteristica della persona umana l’essere forte e deciso. Che cosa c’entra con gli affamati e gli assetati della giustizia? Abbiamo detto che dietro questa beatitudine c’è il desiderio forte della realizzazione del progetto di Dio, e la fortezza, come virtù o come dono, è proprio legata al progetto di Dio: non è la forza di imporre la propria volontà, ma è la forza per realizzare ciò che Dio vuole. Allora, colui che desidera davvero che si compia il progetto di Dio è coerente e deciso, rifiuta ciò che è contrario e si impegna per realizzare questa giustizia: abbiamo detto la volontà di Dio, il progetto salvifico del Signore.
Alla quinta beatitudine "Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia" corrispondono il dono del consiglio e la virtù della prudenza.
Anche il termine "consiglio" è fuori del nostro linguaggio e sarebbe quasi ora di cambiare questi termini, e se non li cambiamo per lo meno li spieghiamo. Non è sufficiente ripeterli perché, come vedete, non sono di immediata comprensione.
Il "consiglio" è la capacità di comunicare agli altri una esperienza di fede, non è semplicemente il suggerimento, il consiglio inteso come proposta o come indicazione per fare qualche cosa. È proprio il dono di una qualità, di una capacità; in latino consilium dice il progetto, il piano. Il dono del consiglio è la capacità comunicativa, ciò che nel nostro linguaggio si indica con il termine "comunicazione", capacità di trasmissione; è l’atteggiamento per cui, grazie al dono dello Spirito, io riesco a trasmettere a voi quello che ho pensato, quello che ho letto, quello che ho sentito, quello che ho gustato.
Non è semplicemente una capacità didattica di comunicazione, diventa una capacità di comunicazione spirituale: è il dono che caratterizza i formatori, gli educatori, è un dono che caratterizza la trasmissione della fede da genitori a figli.
Perché è collegato con la misericordia? Proprio perché l’atteggiamento di misericordia, come ricordate, è caratterizzato dalla percezione che l’altro ha bisogno, dalla compassione che mi produce questa esperienza e dall’impegno ad aiutarlo. La misericordia diventa vera quando si traduce in un impegno concreto di aiuto, e il "consiglio" è questo.
Dice l’evangelista che Gesù si commosse di fronte alle folle "perché erano come pecore senza pastore e allora si mise a insegnare loro molte cose". È interessante. Di fronte alla commozione per il popolo sbandato, Gesù si mette a insegnare: sta vivendo il dono del "consiglio", cioè sta comunicando a loro una consolazione. Sta facendo opera di misericordia: non dimenticate che, oltre a quelle corporali, esistono anche le opere di misericordia spirituali. Tutte queste sono delle esemplificazioni del dono del "consiglio": non si tratta solo di "consigliare i dubbiosi", ma anche di "insegnare agli ignoranti".
La virtù della prudenza è un’altra virtù umana, cioè fa parte dell’intelligenza e della volontà create: è la capacità di valutare il reale, è la saggezza di chi ha i piedi per terra e non la testa fra le nuvole.
In forma scolastica si può dire che la prudenza è la capacità di scegliere il mezzo giusto per raggiungere il fine buono.
È la capacità di scegliere il mezzo: se devo andare in Inghilterra, la bicicletta non è il mezzo ideale. La prudenza è dunque quella virtù per cui faccio delle scelte intelligenti, scelgo cioè quei passaggi minimi, quei primi passi, che servono per raggiungere l’obiettivo a cui tendo. Ho un obiettivo, ho una volontà, ho un ideale: la prudenza mi insegna come raggiungere il grande ideale. Questa capacità di fare i passi giusti, uno dopo l’altro, per arrivare all’obiettivo ideale è un atteggiamento di misericordia. La misericordia è strettamente connessa con la prudenza, quindi la misericordia non è scervellata, irrazionale, non è l’atteggiamento patetico, istintivo, ma misericordia è prudenza, è saggezza, è scelta autentica di ciò che vale lasciando perdere ciò che non vale: è la scelta dei mezzi.
Alla sesta beatitudine "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" corrispondono il dono dell’intelletto e la virtù della fede.
"Intelletto" è sinonimo di intelligenza. Ci può essere utile l’etimologia latina "intus legere", leggere dentro. Il dono dell’intelletto è quella capacità, regalata dallo Spirito, di leggere dentro e può avere diverse applicazioni. Può essere introspezione, cioè capacità di conoscere la propria persona, la propria coscienza, la propria storia, magari di conoscere anche l’altro.
È applicata anche alla Scrittura, alla rivelazione: intelletto è la capacità di leggere la Bibbia, di leggere dentro, di leggere tra le righe, di leggere il Vangelo e di gustarlo, di saperne ricavare un nutrimento di vita. L’intelligenza spirituale è un dono dello Spirito ed è legata alla purezza di cuore proprio per la capacità visiva: è la luminosità, è la limpidezza, è la qualità di chi vede, di chi ha gli occhi limpidi e può vedere dentro, può veder lontano, può vedere a fondo. Il puro di cuore, la persona limpida, ha la capacità di vedere, di vedere Dio, ha il dono dell’intelletto e la virtù teologale della fede.
Qui torniamo alle virtù teologali come dono di Dio: quindi, fede non come semplice fiducia umana, ma come affidamento a Dio, come atteggiamento di risposta al dono di grazia.
Fede non è adesione intellettuale a delle verità astratte, ma è adesione di tutta la persona alla persona divina, alle persone divine, fede è adesione personale. Noi tante volte confondiamo la fede con l’accettazione di formule teoriche, teologiche, in cui si crede oppure non si crede. In realtà noi crediamo in Dio, crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, come moto a luogo, come obiettivo, cioè affidiamo la nostra vita a loro, ci mettiamo nelle loro mani.
La fede è l’atteggiamento di chi vede oltre – intelletto - ma non è un fatto cerebrale bensì un fatto totale della persona, come capacità di vedere Dio, cioè di riconoscerlo, di incontrarlo e di affidarsi totalmente a lui.
Alla settima e ultima beatitudine "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" corrispondono il primo dono, quello della sapienza, e la prima virtù, quella della carità.
La sapienza è strettamente legata al verbo latino "sàpere", alla parola "sapore". Sapienza è il gusto, sapienza è l’atteggiamento saporito di chi gusta Dio. Sapienza è carità, non è cultura: è amore, è innamoramento, è legame forte dell’intelligenza, della volontà e dell’affetto.
Si adopera "carità" piuttosto che "amore" per dire che non è un atteggiamento naturale, umano, ma è teologale, cioè è creato da Dio, è regalato da Dio, ha Dio come origine e ha Dio come fine. È l’amore di Dio. Dio ama me, io amo Dio. È questa relazione che non nasce dalle mie forze, ma mi è stata regalata: l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori.
L’amore comporta gusto, quindi sapore, partecipazione, affiatamento: la sapienza è dono dello Spirito, per cui una persona sapiente gusta Dio perché ne è innamorata, perché ama veramente Dio. Per questo è in grado di essere operatore di pace, cioè di creare l’ambiente della sapienza e della carità, per questo è figlio di Dio, veramente figlio perché gusta la bellezza della dipendenza da Dio, perché ha provato e sperimentato l’amore del Padre.
E allora, con questa carrellata di terminologie e di sfaccettature, abbiamo visto quello che avevamo già intravisto: nelle beatitudini si rivela una profonda relazione dell’umanità con Dio. È la manifestazione del volto buono del Padre di cui noi ci riteniamo figli, ci riconosciamo figli, come dipendenti – amorosamente dipendenti – come persone chiamate ad imitarlo. Allora, ripensiamo e rigustiamo questa bellezza dell’essere figli per riprodurre in noi i connotati del Padre, per essere simili al Padre, perfetti come il Padre nostro che è nei cieli, cioè misericordiosi come lui.