SACRA BIBBIA   DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

3. RUT: una straniera antenata di Gesù

Il libro di Rut
Una famiglia emigra nel territorio di Moab
Noemi resta sola con le nuore Orpa e Rut
Noemi decide di tornare a Betlemme
Noemi e Rut, la straniera, arrivano a Betlemme
Rut, la generosa, trova grazia presso Booz, parente del marito di Noemi
Noemi combina il matrimonio di Rut con Booz
Booz riscatta il campo di Noemi e sposa Rut, la straniera generosa
Lo scopo del libro: Rut è bisnonna di Davide (e quindi antenata di Gesù)

 

 

 

 

 

 

TOP   Il libro di Rut

Dopo le grandi figure delle matriarche di Israele, nel racconto biblico compaiono diverse donne, ma non così importanti da attirare l’attenzione ed essere protagoniste di racconti. Troviamo invece una donna che è protagonista assoluta di un libro intero, tanto da dare, con il suo nome, il titolo al libro stesso: questa donna si chiama Rut. A questo libro ed a questa donna dedichiamo l’incontro di questa sera.

Si tratta di un testo di tipo sapienziale, è una bella novella, un racconto gustoso a scopo teologico. Il senso del racconto è svelato dal finale: fino alla fine non si riesce a capire dove voglia andare a parare il narratore che, nell’ultima battuta del libro, scopre le carte. Allora, per rispettare lo stile dell’autore, non anticipo la conclusione per non perdere il senso narrativo del testo ed il motivo per cui l’autore racconta questa storia.

È una storia familiare ambientata in un’epoca arcaica quando governavano i Giudici e, dato che inizia proprio citando l’epoca del loro governo, questo libro è stato inserito fra il libro dei Giudici e il primo libro di Samuele; non è la posizione più appropriata in quanto la serie di libri all’interno della quale si viene a trovare è omogenea: il libro di Giosuè, il libro dei Giudici, il primo e il secondo libro di Samuele, il primo e il secondo libro dei Re e infine il Deuteronomio costituiscono la grande storia deuteronomistica, cioè una realtà unitaria nella quale il libro di Rut non ha a che fare. È stato incuneato fra il libro dei Giudici ed il primo di Samuele in quanto è ambientato nella stessa epoca; in realtà è stato scritto parecchio tempo dopo, in un’epoca successiva all’esilio, nel quinto secolo A.C., il grande secolo della letteratura biblica, il momento della produzione letteraria più aperta che Israele abbia avuto; il nostro autore è un grande saggio ed un abile narratore: quindi, l’opera è recente, ma è ambientata in un’epoca arcaica ed è caratterizzata con immagini, usi e costumi antichi, è cioè volutamente arcaicizzante ed all’autore interessa anche presentare alcuni comportamenti che sono stati poi dimenticati, ma che egli vuole valorizzare.

Nello stesso tempo noi possiamo trovare in questo racconto delle simbologie cristologiche; andiamo quindi per ordine e cominciamo a vedere il racconto che seguiremo dettagliatamente, quasi leggendolo per intero. Vale la pena di ascoltarlo direttamente anche perché è un racconto scritto in modo avvincente ed abbiamo la possibilità di gustare una narrazione biblica che inizia come una favola, come una storia classica.

TOP   Una famiglia emigra nel territorio di Moab

"Al tempo in cui governavano i Giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo di Betlemme di Giuda emigrò nella campagna di Moab, con la moglie e i suoi due figli" (Rt 1, 1).

La storia inizia con una crisi, che è un principio di narrazione molto importante; infatti, se non succede niente che turbi l’ordine, se tutto si è svolto in modo normale, è come se non ci fosse storia e non vale la pena di raccontare, mentre invece si racconta qualcosa se c’è un cambiamento dell’ordine, un turbamento dello schema abituale. Se non fosse capitata la carestia, quella gente sarebbe rimasta nel proprio paese e nessuno avrebbe raccontato niente. Invece c’è stato un problema e un uomo emigra perché dove si trova non ha da mangiare: è una storia consueta che si ripete di quando in quando nelle vicende dell’umanità, come accadde anni fa per molti italiani e come sta accadendo attualmente per tanti cittadini di paesi del terzo mondo che tentano di trasferirsi in Italia o in altro paese d’Europa, perché dove si trovano non riescono a vivere.

Nel nostro caso, un uomo di Betlemme con la moglie e i due figli si trasferisce all’estero; in realtà non molto lontano in quanto passa da una riva all’altra del Mar Morto, dal territorio di Giuda a quello di Moab, in cerca di lavoro per poter vivere.

"Quest’uomo si chiamava Elimelech, la moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion …" (ib. 1, 2a); i nomi dei figli non sono da ricordare e forse sono stati pensati in modo simbolico in quanto suonano strani anche in ebraico: Maclon significa "languore" e Chilion significa "consunzione, dimagrimento", due nomi cioè non gradevoli, probabilmente per indicare due uomini la cui situazione era amara e con prospettive niente affatto confortanti.

Noemi invece significa "mia dolcezza, mio compiacimento" e infatti è un bel nome che anche oggi viene dato a qualche bambina, mentre Elimelech, nome decisamente ebraico, significa "il mio Dio è re". Potrebbero essere stati studiati come nomi anche simbolici: Elimelech e Noemi sono nomi abituali, mentre i due figli, anche per il fatto di non avere un seguito nella storia, vengono chiamati con nomi quasi ridicoli per indicare fino dall’inizio che sono in una brutta situazione.

"… erano efratei di Betlemme di Giuda" (ib. 1, 2b); ricordate che il profeta Michea parla di Betlemme di Efrata, che è un sobborgo di Betlemme dal quale proviene appunto questa famiglia. Siamo all’epoca dei Giudici, quindi siamo nel 1200 A.C. prima che iniziasse la monarchia, cioè in un’epoca molto arcaica.

TOP   Noemi resta sola con le nuore Orpa e Rut

Questo viaggio non portò molto bene alla famiglia. "Giunti nella campagna di Moab, vi si stabilirono. Poi Elimelech, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i due figli. Questi sposarono delle donne di Moab, delle quali una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitavano in quel luogo da circa dieci anni quando anche Maclon e Chilion morirono tutti e due e la donna rimase priva dei suoi figli e del marito" (ib. 1, 2c-5). Questo dimostra che in questa storia le donne sono più forti degli uomini, che muoiono lasciando sole le donne. Noemi quindi rimase sola con le due nuore in un paese straniero, senza nessuno che lavorasse per lei; le donne, in quel tipo di società, erano emarginate e, morendo gli uomini ed essendo straniere, erano alla fame in quanto non avevano diritti di alcun genere. L’unica soluzione per Noemi è quella di tornare a casa, povera com’era partita, forse ancora più povera: era partita con marito e due figli e torna senza nessuno. Per le altre due donne la soluzione sarebbe stata di tornare a casa propria, nelle proprie famiglie e rifarsi una vita: questa sarebbe stata una soluzione logica.

"Allora si alzò con le sue nuore per andarsene dalla campagna di Moab, perché aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane" (ib. 1, 6). Quindi le cose sono cambiate ed arrivano le notizie che a Betlemme c’è nuovamente il grano: nell’antichità e in queste regioni la produzione agricola significava sopravvivenza e, qualora non fosse piovuto a sufficienza per un paio d’anni, le scorte finivano e si faceva la fame. Non essendoci di fatto possibilità di importare, se mancava il grano per un periodo prolungato si finiva in una condizione di disperazione ed occorreva abbandonare il proprio paese per andare altrove a cercare un altro luogo dove si potesse vivere; purtroppo, è una situazione che si verifica ancora oggi in tante parti del mondo.

TOP   Noemi decide di tornare a Betlemme

Riprendiamo il racconto con Noemi che decide di tornare al proprio paese. "Partì dunque con le due nuore da quel luogo e mentre era in cammino per tornare al paese di Giuda, Noemi disse alle due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito»" (ib. 1, 8-9a). È una scena interessante, è la storia di una suocera e due nuore fra le quali si è instaurato un bel rapporto: questa donna evidentemente anziana – intendendo con questo termine un’età fra i quaranta ed i cinquanta anni, secondo lo schema di allora – vuole ritornare e rimanda le giovani nuore a casa loro. È loro riconoscente, dato che hanno trattato bene sia lei sia quelli che sono morti e, essendo ancora giovani, le invita a risposarsi ed augura che il Signore faccia loro trovare un buon marito.

"Essa le baciò, ma quelle piansero ad alta voce e le dissero: «No, noi verremo con te al tuo popolo». Noemi rispose: «Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho io ancora figli in seno che possano diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per avere un marito. Se dicessi: Ne ho speranza, e se anche avessi un marito questa notte e anche partorissi dei figli, vorreste voi aspettare che diventino grandi e vi asterreste per questo dal maritarvi? No, figlie mie; io sono troppo infelice per potervi giovare, perché la mano del Signore si è stesa contro di me» (ib. 1, .9b-13). L’idea arcaica è che quando una donna entra in una famiglia vi rimane, e se resta vedova viene sposata da un altro della stessa famiglia, proprio per garantire la discendenza a colui che è venuto a mancare. Il ragionamento che fa Noemi, considerando il motivo che adduce per invitarle a tornare alle loro case, a noi oggi appare strano e forse lo era anche per l’autore; in questo sta appunto l’elemento arcaicizzante del racconto.

"Allora esse alzarono la voce e piansero di nuovo; Orpa baciò la suocera e partì, ma Rut non si staccò da lei" (ib. 1, 14). Quindi, le due nuore sono entrambe brave, ma una cede all’insistenza e se ne va; i nomi sono significativi: Orpa, in ebraico, deriva dal verbo che significa "girarsi, voltare le spalle", mentre Rut significa "amicizia, attaccamento, affetto", Rut è la donna affezionata e resta, non c’è insistenza che la faccia cedere.

"Allora Noemi le disse: «Ecco, tua cognata è tornata al suo popolo e ai suoi dei; torna indietro anche tu, come tua cognata». Ma Rut rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch'io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te» (ib. 1, 15-17). Notiamo in questo brano due cose importanti: a Moab c’è un’altra religione e le due donne appartenevano alla religione dei moabiti, sono state portate dentro a questa famiglia, ma adesso sono invitate a tornare alla loro realtà, anche religiosa; inoltre, leggendo questo testo, e gli altri, con una sfumatura sempre particolare e teologica - atteggiamento che è bene assimilare a poco a poco, valorizzando le parole -, vediamo come, nella ripetuta insistenza a tornare alla realtà precedente al matrimonio ed all’ingresso nella nuova famiglia, sia adombrata una sorta di tentazione sottintesa all’idea di rifarsi una vita e soprattutto l’idea di abbandonare quel Dio conosciuto mediante gli israeliti. Rut mostra una dedizione totale verso la suocera, ma il pezzo forte delle sue ultime espressioni sta nella decisione, lei che è straniera e pagana, di volere entrare nel popolo di Israele e di essere pronta a lasciare la sua casa, la sua terra, il suo ambiente, la sua cultura, perché ormai si sente unita alla tradizione di Israele. Si tratta di cosa altamente significativa, perché Rut è l’immagine dell’umanità straniera incorporata nel popolo della salvezza. Nella tradizione patristica Rut è chiamata "Ecclesia ex gentibus" - cioè "la Chiesa che viene dagli stranieri" - e nella chiesa di Santa Sabina in Roma, nella parete contro la facciata, ci sono due mosaici: uno raffigura la Chiesa che viene da Israele e l’altro la Chiesa che viene dagli stranieri, rappresentata appunto da Rut.

"Quando Noemi la vide così decisa ad accompagnarla, cessò di insistere. Così fecero il viaggio insieme fino a Betlemme" (ib. 1, 18-19a). Questa immagine semplice e ricca – fare il viaggio insieme – mostra il cammino della vita, un accompagnamento faticoso di ritorno verso l’ignoto, verso casa propria, eppure verso una situazione di povertà, incerta, imprevedibile. Rut è la straniera che accetta di fare il viaggio insieme, fino a Betlemme; questo ha per noi un richiamo particolare, soprattutto considerando che la storia si concluderà con la nascita di un bambino a Betlemme.

TOP   Noemi e Rut, la straniera, arrivano a Betlemme

"Quando giunsero a Betlemme, tutta la città si interessò di loro. Le donne dicevano: «È proprio Noemi!». Essa rispondeva: «Non mi chiamate Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata! Io ero partita piena e il Signore mi fa tornare vuota. Perché chiamarmi Noemi, quando il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?» (ib. 1, 19b-21). Il nome Mara significa infatti "amara", cioè il contrario di Noemi, che è "dolcezza"; l’ultima espressione costituisce un’evidente provocazione per il lettore, perché la storia, alla sua conclusione, vedrà un capovolgimento della situazione, proprio una storia provvidenziale che porterà al ritorno del nome di "dolcezza".

"Così Noemi ritornò con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dalle campagne di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo" (ib. 1, 22). Si noti l’insistenza nel dichiarare che Rut era moabita, quindi straniera; non si tratta di una svista, ma di ripetizioni volute delle quali vedremo il perché. Il periodo indicato per l’arrivo a Betlemme – "quando si cominciava a mietere l’orzo" – indica che siamo intorno alla festa di Pentecoste, cioè tra la fine di maggio ed i primi di giugno; per questo motivo, nella tradizione ebraica, il libro di Rut si legge nelle sinagoghe il giorno di Pentecoste perché è datato in quel periodo dell’anno.

Le scene di questo libro sono quattro e fino a questo punto abbiamo visto la prima, la più lunga, che racconta il viaggio di andata e ritorno. Le altre tre scene sono consecutive: un giorno, una notte ed il giorno dopo.

TOP   Rut, la generosa, trova grazia presso Booz, parente del marito di Noemi

Il capitolo 2 ci porta sui campi di grano, siamo all’inizio dell’estate nella campagna di Betlemme all’epoca della mietitura. Queste due donne sono assolutamente povere, non hanno da mangiare; per poter mangiare l’unica soluzione è andare a spigolare: la spigolatrice è una povera donna che va dietro ai mietitori e raccoglie ciò che è caduto. C’era una regola antica che affermava che ciò che cade ai mietitori appartiene ai poveri; proibiva di mietere il grano fin sul bordo del campo, come pure proibiva di tornare una seconda volta nella vendemmia a raccogliere qualche grappolo che fosse stato dimenticato e che apparteneva ai poveri: la seconda vendemmia, la cosiddetta "racimolatura" apparteneva ai poveri.

Rut si mette allora a fare la spigolatrice.

"Noemi aveva un parente del marito, uomo potente e ricco della famiglia di Elimelech, che si chiamava Booz. Rut, la moabita, disse a Noemi: «Lasciami andare per la campagna a spigolare dietro a qualcuno agli occhi del quale avrò trovato grazia». Le rispose: «Va’, figlia mia». Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori; per caso si trovò nella parte della campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimelech" (ib. 2, 1-3). Notare questo "per caso": sembrerebbe strano – ma non lo è - che, con tutti i campi che c’erano, finisca per andare a spigolare proprio in quello del parente del suocero.

"Ed ecco Booz arrivò da Betlemme e disse ai mietitori: «Il Signore sia con voi!». Gli risposero: «Il Signore ti benedica!». Booz disse al suo servo incaricato di sorvegliare i mietitori: «Di chi è questa giovane?» (ib. 2, 4-5). Booz è un padrone e parla come tale, chiedendo cioè a quale famiglia appartenga la giovane, chi ne è il proprietario.

"Il servo incaricato di sorvegliare i mietitori rispose: «È una giovane moabita, quella che è tornata con Noemi dalla campagna di Moab. Ha detto: Vorrei spigolare e raccogliere dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora; solo in questo momento si è un poco seduta nella casa» (ib. 2, 6-7). Rut viene quindi presentata come una donna che lavora intensamente e si dà da fare.

"E Booz disse a Rut: «Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo; non allontanarti di qui, ma rimani con le mie giovani; tieni d’occhio il campo dove si miete e cammina dietro a loro. Non ho forse ordinato ai miei giovani di non molestarti? Quando avrai sete, va’ a bere dagli orci ciò che i giovani avranno attinto». Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: «Per qual motivo ho trovato grazia ai tuoi occhi, così che tu ti interessi di me che sono una straniera?». Rispose: «Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso un popolo che prima non conoscevi»" (ib. 2, 8-11). Quest’ultima frase fa venire in mente Abramo; è così infatti che dobbiamo stabilire l’approccio con questi testi, ritornandoci sopra, esaminando le frasi e le parole e domandandoci qual è il messaggio che ci viene trasmesso. Quindi, Rut è presentata come un Abramo al femminile: Abramo è un padre di popoli e Rut diventa una madre di popoli e vedremo che si tratta di una madre molto importante. Era imprevedibile cosa sarebbe stata e cosa sarebbe diventata; sarebbe potuta andare per la propria strada e sparire, mentre invece accettò di andarsene e qui comincia l’altra parte: Booz sa riconoscere i segni e sa ragionare da generoso nei confronti della giovane che è stata generosa e disponibile ad abbandonare la propria terra; per questo "ha trovato grazia" presso Booz. È un’espressione simile a quella che usa l’angelo Gabriele nel saluto a Maria: "Hai trovato grazia presso Dio".

"«Il Signore ti ripaghi quanto hai fatto e il tuo salario sia pieno da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti»" (ib. 2, 12). È una splendida espressione questa del Dio d’Israele che ha le ali, quasi come una chioccia. Rut è venuta a rifugiarsi sotto le ali del Dio d’Israele, ali dell’aquila che vola sulla sua nidiata, con le quali il Signore l’ha presa e l’ha portata in alto, a sé, "su ali di aquila", citazione di testi antichi con cui l’autore richiama questa idea. In altre parole, Rut è venuta a mettersi sotto la protezione del Dio d’Israele, quindi si è messa al sicuro ed il Signore colmerà la sua misura.

"Essa gli disse: «Possa io trovare grazia ai tuoi occhi, o mio signore! Poiché tu mi hai consolata ed hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave». Poi, al momento del pasto Booz le disse:«Vieni, mangia il pane e intingi il boccone nell’aceto». Essa si pose a sedere accanto ai mietitori. Booz le pose davanti grano abbrustolito; essa ne mangiò a sazietà e ne mise da parte gli avanzi" (ib. 2, 13-14). Lo scopo di quest’ultimo atto era di portare da mangiare anche alla suocera Noemi.

"Poi si alzò per andare a spigolare e Booz diede quest’ordine ai suoi servi: «Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non le fate affronto; anzi, lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; abbandonatele, perché essa le raccolga, e non sgridatela»" (ib. 2, 15-16). Questa insistenza di Booz circa il comportamento che i mietitori avrebbero dovuo tenere con Rut significa che in genere queste persone che passavano a spigolare, ancorché dovessero essere accolte e lasciate fare, venivano trattate in malo modo, specialmente se si trattava di donne; Booz va addirittura oltre, ordinando ai mietitori di lasciar cadere apposta delle spighe.

"Così essa spigolò nel campo fino alla sera; batté quello che aveva raccolto e ne venne circa una quarantina di chili di orzo. Se lo caricò addosso, entrò in città e sua suocera vide ciò che essa aveva spigolato. Poi Rut tirò fuori quello che era rimasto del cibo e glielo diede. La suocera le chiese: «Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!»" (ib. 2, 17-19a). La notevole quantità raccolta spigolando fa pensare a Noemi che si sia verificata una situazione eccezionale e che Rut sia stata agevolata.

TOP   Noemi combina il matrimonio di Rut con Booz

"Rut riferì alla suocera presso chi aveva lavorato e disse: «L’uomo presso il quale ho lavorato oggi si chiama Booz». Noemi disse alla nuora: «Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!»" (ib. 2, 19b-20a). Noemi era partita con l’idea che il Signore l’avesse amareggiata ed ora comincia a ricredersi e si rende conto che il Signore non ha abbandonato la sua bontà.

"Aggiunse: «Quest’uomo è nostro parente stretto; è di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto»" (ib. 2, 20b). Quando una persona cadeva in povertà, il parente più stretto aveva il dovere di comprarle il terreno per sollevarne la situazione e per evitare che la proprietà finisse ad altri, fuori dalla famiglia; in caso di morte del marito senza figli, aveva l’obbligo di prendere la donna in casa, come moglie, in modo tale da suscitare una discendenza all’uomo che era venuto a mancare; evidentemente, in questa legislazione arcaica, era prevista la poligamia. Booz è quindi un "go’el", che significa "redentore", termine molto importante che noi abbiamo riconosciuto a Gesù. Questa è dunque una storia di "go’el", di redenzione, e Rut rappresenta l’umanità amica che viene redenta, riscattata dalla propria condizione.

"Rut, la moabita, disse: «Mi ha anche detto: Rimani assieme ai miei servi, finché abbiano finito tutta la mia mietitura». Noemi disse a Rur, sua nuora: «È bene, figlia mia, che tu vada con le sue schiave e non ti esponga a sgarberie in un altro campo». Essa rimase dunque con le schiave di Booz, a spigolare, sino alla fine della mietitura dell’orzo e del frumento. Poi abitò con la suocera" (ib. 2, 21-23). A questo punto, terza scena notturna sull’aia, Noemi ragiona e combina il matrimonio: visto che Rut ha trovato grazia presso Booz, si può tentare di andare oltre.

Passiamo ora a leggere il capitolo 3 del libro di Rut.

"Noemi, sua suocera, le disse: «Figlia mia, non devo io cercarti una sistemazione, così che tu sia felice? Ora Booz, con le cui giovani tu sei stata, non è nostro parente? Ecco, questa sera deve ventilare l’orzo sull’aia. Su, dunque, profumati, avvolgiti nel tuo manto e scendi all’aia; ma non ti far riconoscere da lui, prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. Quando andrà a dormire, osserva il luogo dove egli dorme; poi va’, alzagli la coperta dalla parte dei piedi e mettiti lì a giacere; ti dirà lui ciò che dovrai fare». Rut le rispose: «Farò quanto dici». Scese all’aia e fece quanto la suocera le aveva ordinato: Booz mangiò, bevve e aprì il cuore alla gioia; poi andò a dormire accanto al mucchio d’orzo. Allora essa venne pian piano, gli alzò la coperta dalla parte dei piedi e si coricò. Verso mezzanotte quell’uomo si svegliò con un brivido, si guardò attorno ed ecco una donna gli giaceva ai piedi. Le disse: «Chi sei?». Rispose: «Sono Rut, tua serva; stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto»" (ib. 3, 1-9). "Stendere il mantello" su una donna da parte di un uomo equivaleva ad una richiesta di matrimonio.

"Le disse: «Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà è migliore anche del primo, perché non sei andata in cerca di uomini giovani, poveri o ricchi. Ora non temere, figlia mia; io farò quanto tu dici, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna virtuosa»" (ib. 3, 10-12). Il "secondo atto" è quindi migliore ancora del primo – quello di non abbandonare la suocera -; il secondo atto è infatti quello di non abbandonare la famiglia e l’affetto al marito, perché proprio il gesto di andare a cercare il parente prossimo significa garantire la discendenza a colui che è morto, è un atto di generosità verso la tradizione: è una straniera che si è inserita molto bene nella tradizione di Israele, accettandone le regole.

"«Ora io sono tuo parente, ma ce n’è un altro che è parente più stretto di me. Passa qui la notte e domattina, se quegli vorrà sposarti, va bene, ti prenda; ma se non gli piacerà ti prenderò io, per la vita del Signore! Sta’ tranquilla fino al mattino». Rimase coricata ai suoi piedi fino alla mattina. Poi Booz si alzò prima che un uomo possa distinguere un altro, perché diceva: «Nessuno sappia che questa donna è venuta sull’aia» (ib. 3, 12-14). Booz si alza quindi prima dell’alba in modo da non essere riconosciuto, perché, trovandosi in un paese piccolo dove la gente mormora, teme lo scandalo.

"Poi aggiunse: «Apri il mantello che hai addosso e tienilo con le due mani». Essa lo tenne ed egli vi versò dentro sei misure d’orzo e glielo pose sulle spalle. Rut rientrò in città e venne dalla suocera, che le disse: «Com’è andata, figlia mia?. Essa le raccontò quanto quell’uomo aveva fatto per lei. Aggiunse: «Mi ha anche dato sei misure d’orzo, perché mi ha detto: Non devi tornare da tua suocera a mani vuote». Noemi disse: «Sta’ quieta, figlia mia, finché tu sappia come la cosa si concluderà; certo quest’uomo non si darà pace finché non abbia concluso oggi stesso questa faccenda» (ib. 3, 15-18). Va notato che la quantità di sei misure di orzo è veramente notevole, forse esagerata, probabilmente per enfatizzare il gesto.

 

TOP   Booz riscatta il campo di Noemi e sposa Rut, la straniera generosa

Siamo quindi giunti al quarto ed ultimo capitolo del libro di Rut; nel corso del racconto, abbiamo assistito inizialmente all’emigrazione nel paese straniero, poi al ritorno in patria, prima nei campi di Booz poi nella sua tenda e, infine, assistiamo ad un consiglio sulla piazza di Betlemme davanti alla porta

"Intanto Booz venne alla porta della città e vi si sedette. Ed ecco passare colui che aveva il diritto di riscatto e del quale Booz aveva parlato. Booz gli disse: «Tu, quel tale, vieni e siediti qui!». Quello si avvicinò e sedette. Poi Booz scelse dieci uomini fra gli anziani della città e disse loro: «Sedete qui». Quelli sedettero. Allora Booz disse a colui che aveva il diritto di riscatto: «Il campo che apparteneva al nostro fratello Elimelech, lo mette in vendita Noemi, che è tornata dalla campagna di Moab. Ho pensato bene di informartene e dirti: Fanne acquisto alla presenza delle persone qui sedute ed alla presenza degli anziani del mio popolo. Se vuoi acquistarlo con diritto di riscatto, acquistalo, ma se non vuoi acquistarlo, dichiaramelo, che io lo sappia; perché nessuno fuori di te ha il diritto di riscatto e dopo di te vengo io». Quegli rispose: «Io intendo acquistarlo». Allora Booz disse: «Quando acquisterai il campo dalla mano di Noemi, nell’atto stesso tu acquisterai anche Rut, la moabita, moglie del defunto, per assicurare il nome del defunto sulla sua eredità». Colui che aveva il diritto di riscatto rispose: «Io non posso acquistare con il diritto di riscatto, altrimenti danneggerei la mia propria eredità; subentra tu nel mio diritto, perché io non posso valermene»" (ib. 4, 1-6). In questa parte del racconto si nota che "colui che aveva il diritto di riscatto" non viene indicato per nome in quanto, essendosi dimostrato egoista ed attaccato al proprio esclusivo interesse, per di più nel contesto di una storia di persone generose, non merita di essere nominato: finché fiuta l’affare – acquistare il campo in proprietà – è determinato a procedere, ma quando, attraverso la chiarezza e la linearità del discorso di Booz, si rende conto di essere tenuto anche a prendere in moglie Rut per cui l’acquisto apparterrà alla discendenza del defunto Elimelech attraverso la stessa Rut, cambia immediatamente idea e lascia che Booz subentri nel diritto di riscatto.

"Una volta in Israele esisteva questa usanza relativa al diritto del riscatto o della permuta, per convalidare ogni atto: uno si toglieva il sandalo e lo dava all’altro; era questo il modo di attestare in Israele" (ib. 4, 7). Si tratta di un discorso prettamente arcaicizzante, nel senso che il narratore sta dicendo una cosa che i suoi lettori del tempo non sono più in grado di comprendere, trattandosi di abitudine ormai passata in disuso per cui occorre menzionarla: l’atto, cioè, con cui chi rinunciava ad un diritto attestava questa sua decisione con un atto pubblico, togliendosi un sandalo e consegnandolo al subentrante alla presenza di quanti erano sulla piazza.

"Così chi aveva il diritto di riscatto disse a Booz: «Acquista tu il mio diritto di riscatto»; si tolse il sandalo e glielo diede" (ib. 4, 8). Questo brano del racconto ci richiama alla mente l’espressione di Giovanni Battista quando, parlando di Gesù, afferma di non essere degno neppure di sciogliergli il legaccio del sandalo, significando in questo modo che lo "sposo" è Gesù e nessun altro; lui – Giovanni – non ha alcun diritto in tal senso.

"Allora Booz disse agli anziani ed a tutto il popolo: «Voi siete oggi testimoni che io ho acquistato dalle mani di Noemi quanto apparteneva a Elimelech, a Chilion e a Maclon, e che io ho anche preso in moglie Rut, la moabita, già moglie di Maclon, per assicurare il nome del defunto sulla sua eredità e perché il nome del defunto non scompaia tra i suoi fratelli e alla porta della sua città. Voi ne siete oggi testimoni». Tutto il popolo che si trovava alla porta rispose: «Ne siamo testimoni». Gli anziani aggiunsero: «Il Signore renda la donna, che entra nella casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa di Israele. Procurati ricchezze in Efrata, fatti un nome a Betlemme! La tua casa sia come la casa di Perez, che Tamar partorì a Giuda, grazie alla posterità che il Signore ti darà da questa giovane!»" (ib. 4, 9-12). Sono così richiamate le donne antiche, le madri di Israele; e Rut, la straniera, entra in questa storia e nella loro cerchia.

Lo scopo del libro: Rut è bisnonna di Davide (e quindi antenata di Gesù)

"Così Booz prese Rut, che divenne sua moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: essa partorì un figlio. E le donne dicevano a Noemi: «Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare un riscattatore (= un "redentore") perché il nome del defunto si perpetuasse in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia; perché lo ha partorito tua nuora che ti ama e che vale per te più di sette figli». Noemi prese il bambino e se lo pose in grembo e gli fu nutrice. E le vicine dissero: «È nato un figlio a Noemi!». Essa lo chiamò Obed: egli fu il padre di Iesse, padre di Davide" (ib. 4, 13-17).

E siamo così giunti al vero e proprio colpo di scena, che spiega il motivo di questo racconto. Qui si parla infatti degli antenati di Davide: questo bambino nato a Betlemme si chiama Obed, che vuol dire "servo", servo di Dio e padre di Iesse, padre di Davide; Rut è quindi la bisnonna di Davide. La storia che abbiamo oggi preso in esame è importante per quello che sarebbe successo dopo; tutta l’importanza di Davide è legata a Rut, la straniera. Questo libro fu scritto quando, nel quinto secolo A.C., c’era qualcuno che proibiva matrimoni con donne straniere; addirittura, avevano dato l’ordine di rimandare le donne straniere: chi avesse sposato una donna non ebrea avrebbe dovuto ripudiarla e mandarla via; si sosteneva infatti che la tradizione passa attraverso la linea femminile, perché la madre è sempre certa, mentre altrettanto non può dirsi del padre. Di conseguenza, se la donna è ebrea il figlio che nasce è ebreo, anche se il padre è straniero; ma se un ebreo sposa una donna straniera, il figlio che nasce non è considerato ebreo, ancora oggi.

Chi ha scritto questo testo lo ha fatto provocatoriamente, perché ha voluto dire che Davide aveva una bisnonna moabita, straniera; se avessero tenuto conto di questa regola, Davide non sarebbe da considerare ebreo. Inoltre, questa donna, straniera, è una santa donna; siamo quindi di fronte ad un libro che fa l’elogio della donna, e della donna straniera, mostrandola come un esempio di generosità, di dedizione, di fiducia, di fedeltà. Nello stesso tempo, il libro mette in scena il quadro del riscatto operato dal redentore: a Betlemme nasce il redentore, perché una donna è disponibile, perché si è aperta ed è stata generosa, ha fatto il cammino insieme ad un’altra, ha rinunciato alla propria vita ed è stata a sua volta aiutata. Siamo infatti a Betlemme, la casa del grano, la casa del pane e lì c’è il nutrimento: il Signore visita il suo popolo e suscita un redentore, il bambino che nasce è il "servo". È un libro profetico, di una ricchezza eccezionale e questa storia è ripresa da Matteo, nella genealogia. All’inizio del Vangelo, Matteo riassume tutta la storia dell’antico testamento citando le varie genealogie e così, fra gli antenati di Gesù, egli ricorda anche Rut, la moabita: "Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naasson, Naasson generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab (anch’essa una donna straniera, di Gerico quindi cananea), Booz generò Obed da Rut (la moabita), Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide" (Mt 1, 4-6). Di generazione in generazione arriviamo a "… Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo" (Mt 1, 16).

Rut, bisnonna di Davide, è antenata di Gesù; Rut è una santa donna e, essendo straniera, è la dimostrazione che la salvezza è per tutti i popoli. Rut è una figura femminile, positiva, che rappresenta la Chiesa: è la nostra antenata, è una straniera come noi che, pur non appartenendo al popolo di Israele, siamo stati riscattati da colui che è "il generoso".

Il libro di Rut è quindi una bella favola con un forte nucleo teologico.