SACRA BIBBIA  DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

6. GIUDITTA: debole e disarmata, ma vittoriosa!  

Introduzione al libro di Giuditta 
Racconti che hanno ispirato il libro di Giuditta
Inizio "storico" del racconto 
L’esercito nemico minaccia Gerusalemme – Il consiglio di Achior
Giuditta scende in campo e rimprovera gli israeliti 
La "teologia" di Giuditta 
Giuditta informa che passerà all’azione e sollecita ad avere fiducia 
Giuditta e Oloferne
Giuditta torna a Betulia 
La storia di Giuditta nella tradizione cristiana 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOP  Introduzione al libro di Giuditta

Continuando il percorso sulle figure femminili che danno il titolo ad un libro biblico, esamineremo oggi il libro di Giuditta, un altro testo in cui è protagonista una donna; Giuditta è una donna tutta particolare perché – caso abbastanza eccezionale – è una combattente, un’eroina, una donna di guerra, l’immagine cioè della debolezza che diventa forza.

Nel libro di Rut abbiamo incontrato una donna semplice che fa le cose quotidiane e le fa con dolcezza, con dedizione e con fedeltà, ma nella quotidiana dimensione femminile.

Con Ester siamo andati a corte ed abbiamo partecipato ad una situazione straordinaria di potere, ma Ester rimane dietro le quinte e chiede il favore al re, ha il coraggio di entrare alla presenza dell’imperatore persiano, ma non opera direttamente.

Giuditta è la figura più eroica perché è colei che si espone direttamente ed ha il coraggio di scendere in battaglia.

Il libro di Giuditta è definito deuterocanonico, cioè riconosciuto come ispirato solo dalla tradizione ebraica di lingua greca; è entrato nel canone degli Alessandrini ed è stato accolto dalla tradizione cristiana, ma dal mondo ebraico di lingua ebraica è stato rifiutato perché non scritto in lingua ebraica e difatti è conservato solo il testo greco.

Non si tratta di un’opera storica, occorre dirlo chiaramente e subito: è un testo "novellistico", è una favola, è un racconto artificiosamente inventato. Non ci sono neppure riferimenti geografici precisi e non è nemmeno ambientato in una città realmente esistente: si parla di Betulia, che non esiste ed è una città di fantasia situata su una gola che dà accesso a Gerusalemme; è l’ultima città che difende Gerusalemme, ma non esiste nessuna gola di questo tipo e nessuna città fortezza che dia direttamente l’accesso a Gerusalemme.

Il nostro autore non è uno sciocco che non sappia la storia e la geografia, è invece una persona di notevole cultura che gioca con le informazioni, quindi inventa una città ed una geografia per parlare di una situazione molto reale. Il nome stesso della protagonista ha un valore simbolico: "Giuditta" è il femminile di "Giuda" e quindi corrisponde al termine "giudea" ed è l’immagine femminile e personificata della stessa nazione giudaica; è come se un’eroina italiana fosse presentata con il nome "Italia" o "Italiana", che porta in sé la connotazione nazionale. Betulia è un nome a sua volta coniato con la fusione di due termini: "Betullà", che significa "vergine", e "Yah", che è l’abbreviazione di Yahweh, quindi è "la vergine del Signore"; "vergine, figlia di Sion" è un’immagine degli antichi profeti e quindi il nome della città è simbolicamente "la città sposa del Signore", una città idealizzata che rappresenta ogni città di Israele. Il nemico è un personaggio strano, un generale di nome Oloferne ed è il generale in capo dell’esercito di Nabucodonosor, re degli Assiri; si tratta in realtà di tre dati storicamente non congruenti: Oloferne è un generale persiano, Nabucodonosor è re dei Babilonesi e non ha nulla a che fare con gli Assiri per cui vengono messi insieme tre ambiti nazionali differenti.

Queste incongruenze sono talmente macroscopiche che sono evidentemente volute dall’autore; il libro è volutamente ironico e, dato che si tratta di una novella, non è tenuto a riprodurre un fatto storico, ma, mettendo insieme un generale persiano con un re babilonese ed evocando l’impero degli Assiri, accomuna tutti i nemici storici di Israele.

All’autore però interessano i greci e nomina gli imperi precedenti perché al suo tempo il problema è rappresentato dai greci. Dobbiamo quindi collocare storicamente questo testo: si tratta di un libretto nato come incoraggiamento alla lotta durante la crisi dei Maccabei. Siamo nel secondo secolo a.c., quindi si tratta di uno degli ultimi libri biblici ad essere stato scritto ed è contemporaneo del libro di Daniele e dei libri dei Maccabei; il problema consisteva nel fatto che il re greco, un selèucida, uno degli eredi dell’impero di Alessandro Magno con la mania ellenistica di civilizzare il mondo, cercò di portare la civiltà anche a Gerusalemme. La civiltà per i greci corrispondeva al teatro ed alle palestre e Gerusalemme l’aveva accettata; da un lato c’era una parte della popolazione, un’élite ebraica, che voleva aprirsi alla modernità, mentre dall’altra parte c’era il gruppo conservatore che la rifiutava assolutamente e così era nato lo scontro, dallo scontro la rivoluzione e poi il tentativo violento dei greci di imporre con la forza la loro cultura. Ritenendo gli ebrei dei barbari che avevano delle superstizioni da superare, i greci volevano imporre anche la religione greca; a Gerusalemme alcuni reagirono, non disposti a cedere e facendosi magari ammazzare, prendendo le armi e iniziando una guerra partigiana contro il grande impero greco. Proprio durante i tre anni e mezzo di guerra fra i gruppi partigiani degli integralisti israeliti contro i greci dominatori viene scritto il libro di Giuditta con un intento di consolazione, di incoraggiamento e di messaggio teologico legato appunto alla debolezza che supera la forza. Essendo una storia inventata, l’autore può permettersi di inventare l’immagine di una donna combattente che, disarmata, elimina il grande e prepotente generale nemico.

TOP   Racconti che hanno ispirato il libro di Giuditta

Ci sono degli antenati letterali di questa vicenda.

Una donna, Giaele, è un personaggio arcaico e poco noto del libro dei Giudici, inserito nella storia di Debora, profetessa che ispira, anima e guida una battaglia contro i Cananei. Il generale cananeo Sisara, fuggendo, chiede ospitalità nella tenda di Giaele che finge di accoglierlo, ma quando si è addormentato, convinto di essere al sicuro, Giaele prende il paletto della tenda e glielo pianta nella tempia inchiodandolo per terra. L’esercito che insegue trova così il generale nemico già ucciso per mano di una donna; non hanno quindi avuto l’onore di prendere il nemico, che è stato invece eliminato per mano di una donna disarmata. L’episodio è evocato da Manzoni quando parla della "maschia Giaele che il colpo vibrò", facendo cioè riferimento alla situazione di una donna debole e disarmata che ha vinto il nemico; il Manzoni, allora giovane letterato che aspetta il risorgimento italiano, nutre il sogno di un popolo debole che si ribella al potere asburgico.

Un altro elemento antico che ha ispirato il racconto di Giuditta è l’episodio di Davide e Golia, molto più conosciuto del precedente: il giovane Davide, un pastorello che va al campo a portare le vettovaglie ai fratelli, soldati, sente di questo enorme filisteo, un colosso che ha sfidato gli israeliti e con il quale nessuno ha il coraggio di combattere; il ragazzino, spavaldo, accetta la sfida e con un colpo di fionda abbatte il gigante, poi gli prende la spada e gli taglia la testa.

L’autore del libro di Giuditta è partito da queste due immagini: una donna, Giaele, ha ucciso il generale avversario; il giovane Davide ha tagliato la testa a Golia con la sua stessa spada. Queste sono le due immagini che hanno determinato la storia e il nostro autore crea una storia molto semplice, con un intento fortemente didattico, partendo appunto da questi due episodi.

TOP  Inizio "storico" del racconto

Vediamo ora come si svolge il racconto nel libro di Giuditta, che si dilunga per sedici capitoli nonostante la storia si possa riassumere in molto meno; la prima parte è farraginosa e ridondante, quasi inutile, ma serve per creare l’ambiente del nemico. Si parla appunto di Nabucodonosor che, non essendo stato appoggiato nella sua guerra contro i Medi, giura vendetta contro tutti i popoli occidentali che non l’hanno aiutato e vuole conquistarli tutti; delega così al grande generale Oloferne il compito di procedere in tal senso. Il narratore passa velocemente in rassegna i popoli che vengono conquistati uno alla volta e tutti cedono. L’idea che soggiace a questo imperialismo di conquista è un problema religioso: al capitolo terzo si trova infatti un particolare, dove si dice che tutti i popoli devono adorare solo Nabucodonosor e devono acclamarlo come un dio. Si tratta perciò di un problema religioso, dato che Nabucodonosor pretende di essere un dio. È quindi l’assolutizzazione del potere, è la pretesa del potere umano di mettersi al posto di dio, è la prepotenza dell’uomo che si monta la testa e pensa di essere dotato di poteri supremi; non è semplicemente un problema politico di conquista, ma un problema religioso, di sostituzione di Dio, dove il potere politico invade la sfera religiosa e usurpa il potere di Dio.

TOP  L’esercito nemico minaccia Gerusalemme – Il consiglio di Achior

L’allarme arriva anche in Giudea; ormai l’esercito di Oloferne è praticamente alle porte di Gerusalemme, è vicino cioè alla città di Betulia; ma, col metodo che vuole ritardare la narrazione proprio per fare aumentare l’interesse del lettore, il narratore sospende la campagna militare e ci presenta un personaggio strano, ma molto importante.

Intorno ad Oloferne ci sono molti altri generali, che sono i capi dei vari popoli che collaborano con Nabucodonosor. Capo di Ammon è un generale di nome Achior, personaggio non noto, eppure molto interessante: Achior è l’immagine del proselita, dello straniero aperto alla fede di Israele, è colui che accetta di diventare ebreo ed entra nella tradizione di questo popolo proprio per una convinzione di fede.

Nell’accampamento di Oloferne si tiene un consiglio ed Oloferne chiede informazioni sui Giudei, l’ultimo popolo da conquistare; Achior racconta allora la storia di Israele: il capitolo cinque è infatti una sintesi della storia sacra.

Achior è uno straniero importante il cui nome significa "fratello della luce", è quindi persona aperta all’illuminazione e racconta a Oloferne la storia del popolo di Israele a partire da Abramo, con tutte le vicende che il popolo ha attraversato. Questo racconto è fortemente teologico ed esprime l’idea che Israele ha attraversato momenti difficili solo quando è stato peccatore ed ha tradito la fedeltà al suo Dio. Adesso però è un momento buono – dice Achior a Oloferne – perché Israele attualmente è fedele, osserva la legge e non è idolatra, quindi è estremamente difficile conquistarlo ed è sconsigliabile attaccare battaglia perché Israele ha dalla sua un Dio molto potente; se non è Dio stesso a decidere di punirlo nessuno è in grado di vincerlo. A sentire ciò, gli altri generali ridono in faccia ad Achior, lo insultano e Oloferne si infuria chiedendo con veemenza come possa Achior dire a lui, grande generale di tutto l’esercito assiro, che un popolo insignificante come quello dei Giudei può resistergli: non c’è popolo né dio che possa resistere alla potenza dell’esercito di Oloferne.

A questo punto il prepotente "grande generale" ha modo di mettere in evidenza la propria tracotanza e la superbia di chi si crede onnipotente. Achior viene quindi legato, buttato fuori dell’accampamento e mandato come prigioniero a Betulia, mentre Oloferne, profferite le minacce di sterminio di tutto il popolo di Israele, aggiunge rivolto ad Achior: "«Allora il ferro dei miei soldati e la numerosa schiera dei miei ministri trapasserà i tuoi fianchi e tu cadrai fra i loro cadaveri, quando io tornerò a vederti»" (Gdt 6, 6). Sarà allora dimostrata la potenza incontenibile dell’esercito di Oloferne.

Achior viene raccolto dagli abitanti di Betulia, che lo prendono come ostaggio e lo tengono in città, venendo così a conoscere le intenzioni di Oloferne e sprofondando nel terrore più totale. Si fa strada la convinzione che non sarà possibile resistere e difendersi davanti al numero ed alla potenza dell’esercito nemico e hanno sempre più voglia di arrendersi; il popolo dispera quindi della salvezza. Anche i capi ed il sommo sacerdote non hanno coraggio e si limitano a ritardare la resa: chiedono al popolo di pregare e di fare penitenza ancora per cinque giorni. Metteranno così alla prova il Signore chiedendogli di intervenire, ma se entro cinque giorni non si sarà manifestato non resterà altra soluzione che la resa.

TOP   Giuditta scende in campo e rimprovera gli israeliti

Finalmente, all’ottavo capitolo, entra in scena la protagonista, Giuditta: "In quei giorni venne a conoscenza della situazione Giuditta, figlia di Merari (segue l’elencazione degli ascendenti fino a Israele). Suo marito era stato Manasse, della stessa tribù e famiglia di lei; egli era morto al tempo della mietitura dell’orzo. Mentre stava sorvegliando quelli che legavano i covoni nella campagna, il suo capo fu colpito da insolazione. Dovette mettersi a letto e morì in Betulia sua città e lo seppellirono con i suoi padri nel campo che sta fra Dotain e Balamon. Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele" (ib. 8, 1-6). Notare, in questa elencazione dei giorni non soggetti a digiuno, un modo di presentare delle regole; questi libri hanno infatti sempre anche una finalità didattica e sono un modo con cui il narratore fa catechismo morale.

"Era bella d’aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manasse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni, ed essa era rimasta padrona di tutto. Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché temeva molto Dio" (ib. 8, 7-8). Era quindi una donna irreprensibile, una vedova giovane, molto bella e molto ricca, fuori dal mondo, isolata nel suo lutto e nella sua penitenza.

"Venne dunque a sapere le parole esasperate rivolte dal popolo alle autorità …" (ib. 8, 9a) ed a questo punto si presenta lei personalmente alle autorità e pronuncia un discorso di rimprovero esprimendo il suo sconcerto di fronte alla posizione che avevano assunta, particolarmente per l’intenzione di mettere alla prova il Signore onnipotente: "«Certo, voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non ci capirete niente, né ora né mai. Se non siete capaci di scorgere il fondo del cuore dell’uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri o comprendere i suoi disegni? No, fratelli, non vogliate irritare il Signore nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere da parte dei nostri nemici. E voi non pretendete di impegnare i piani del Signore Dio nostro, perché Dio non è come un uomo che gli si possan fare minacce e pressioni come ad uno degli uomini. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido se a lui piacerà" (ib. 8, 9-17). Poi continua sottolineando esattamente il discorso che aveva fatto Achior, cioè: "se la nostra generazione è fedele non ha niente da temere".

Si comprende quindi che l’autore si rivolge ad un gruppo fedele, non abbiamo di fronte un testo che rimproveri un popolo peccatore, ma un testo indirizzato a un gruppo affiatato di persone impegnate, che agiscono bene; quindi, l’autore vuol dire a quel gruppo di combattenti, pochi deboli e malmessi, ma fedeli, che abbiano coraggio, vadano avanti così; riusciranno nel loro intento, nonostante la loro debolezza e inferiorità, perché proprio in quanto fedeli il Signore non farà mancare loro il suo appoggio.

TOP   La "teologia" di Giuditta

Più avanti Giuditta, sempre parlando alle autorità, svolge un argomento molto interessante circa la prova, con un contenuto ed un linguaggio per cui il capitolo 8 è un piccolo trattato di teologia, esposto da una donna che dimostra di sapere molto di più di tutti gli altri autorevoli personaggi maschili di Gerusalemme e invita a non lamentarsi se le cose vanno male; anzi, dice: "«Oltre tutto ringraziamo il Signore Dio nostro che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare ad Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava i greggi di Labano suo zio materno. Certo, come ha passato al crogiolo costoro non altrimenti che per saggiare il loro cuore, così ora non vuol far vendetta di noi, ma è a fine di correzione che il Signore castiga coloro che gli stanno vicino»" (ib. 8, 25-27). C’è evidentemente una teologia che soggiace a questo testo per cui, con un sistema narrativo, l’autore sta insegnando una sua interpretazione: ringraziamo il Signore che ci mette alla prova, perché questa prova è pedagogica, questa sofferenza ci aiuta a migliorare, è uno strumento per la nostra crescita.

TOP   Giuditta informa che passerà all’azione e sollecita ad avere fiducia

Dopo l’aspetto teorico, Giuditta passa all’aspetto pratico e sollecita a fidarsi di lei, che si assume la responsabilità del combattimento: lei stessa, con la sua sola ancella, uscirà in campo e provvederà alla battaglia. I capi non riescono a capire cosa voglia fare – del resto, non dice nulla circa il suo piano - e lei invita a non chiederle niente ed a lasciarla operare, promettendo che riferirà tutto al suo ritorno; non avendo nessun’altra possibilità, la lasciano quindi andare. Giuditta rivolge una lunga preghiera al Signore rinnovando l’atto di piena fiducia in lui ed esce da Betulia incontro alla sorte.

A questo punto il narratore, con finezza, si diverte, ma nello stesso tempo si diverte Giuditta; il racconto prosegue con un’ironia splendida, da questo momento in poi Giuditta mente, si comporta da grande imbrogliona. "Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele …, si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. Qui si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manasse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista" (ib. 10, 1-4). Fatto questo, parte proprio con l’atteggiamento della seduttrice, ma finge; l’ironia sta nel prendere in giro questi cascamorto di uomini, questi grandi generali che, di fronte alla gonnella, non capiscono più niente e "perdono la testa": effettivamente, viene raccontato come questo prepotente di Oloferne, che si credeva un padreterno, perde la testa per mano di questa donna che l’ha preso per il naso. Secondo l’ottica dell’autore, tutto questo si presenta come un santo imbroglio, una santa ironia: quell’uomo, che si credeva un gigante, ma era nient’altro che un poveretto, fa proprio la fine dello stupido.

TOP   Giuditta e Oloferne

Il narratore prosegue, con notevole maestria, a raccontare la bellezza di Giuditta che scende da Betulia ed arriva all’esercito; tutti i soldati, che vedono arrivare questa donna così ben vestita e con un fascino eccezionale, le chiedono chi sia e dove stia andando. Giuditta, anche in questo caso, si comporta da teologa, dice di sapere che ormai il destino di Betulia è segnato, che un esercito come quello di Oloferne non potrà che conquistarla, che lei non ha alcuna intenzione di morire con quanti vi sono rimasti e che l’unica strada da seguire è passare con l’esercito più potente in modo da entrare e conoscere quella personalità eccezionale che è Oloferne. Gli ufficiali dell’esercito restano colpiti da questa dona così bella e così piena di fascino e la introducono dal grande generale che ne rimane immediatamente conquistato. Giuditta prosegue nella sua sottile azione avvolgendo Oloferne di parole e chiede una serie di privilegi con una maestria tale che riesce nello scopo; ottiene così una tenda solo per lei e l’ancella, mangerà solo i cibi che si è portata dietro e, da buona donna religiosa, potrà uscire la sera per pregare e promette che pregherà anche per Oloferne. Si ferma quindi per tre giorni, ospite dell’esercito, e fa tutto quello che vuole, prendendo tutti per il naso. Ad un certo momento Oloferne pensa che, di fronte al proprio esercito e per la sua dignità, non è opportuno che una donna così bella sia sua ospite senza che egli non ne abbia alcun profitto; chiama allora il proprio attendente Bagoa e lo incarica di invitare a cena Giuditta, pensando di sedurla e senza rendersi conto di essere stato lui il sedotto. Bagoa si presenta, fa la solenne ambasciata e lei, con la falsità più assoluta, afferma di essere disposta a fare tutto ciò che il grande generale Oloferne vorrà; in fondo, gli lascia capire, che è venuta proprio per questo e stava aspettando questo invito. Di fronte a questa proclamata totale disponibilità, Oloferne resta totalmente lusingato e durante la cena beve talmente tanto che finisce ubriaco fradicio per cui, quando dà il segnale per restare solo con Giuditta, è soltanto in grado di dormire. Viene chiuso l’accesso alla tenda e Giuditta, rimasta sola con Oloferne, lo mette a letto e, presa la sua scimitarra, gli taglia la testa e incarica l’ancella di metterla dentro la bisaccia dei viveri; fatto tutto questo, escono entrambe secondo il permesso accordato per andare a pregare, spariscono e ritornano a Betulia. Questa parte del racconto costituisce una scena che ha affascinato musicisti e pittori; sono numerosissime le rappresentazioni di Giuditta – alcune molto famose -, realizzate con un sottile gioco di contrasto mostrando Giuditta giovane e bellissima, mentre l’ancella, in secondo piano, è rappresentata come l’immagine femminile anziana e brutta, e in mezzo la testa di Oloferne.

TOP   Giuditta torna a Betulia

Le due donne ritornano, vincitrici; Achior non può fare altro che riconoscere che aveva ragione e diventa ebreo. Il popolo e le autorità all’interno di Betulia acclamano Giuditta come l’eroina che ha vinto; quando mostra, come trofeo, la testa di Oloferne le dicono: "«Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra (espressione che richiama alla mente una simile nell’Ave Maria) e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici. Davvero il coraggio che ti ha sostenuto non cadrà dal cuore degli uomini, che ricorderanno per sempre la potenza di Dio»" (ib. 13, 18-19).

Dopo che il popolo esce da Betulia e va all’attacco degli assedianti, gli ufficiali dell’esercito nemico si sentono costretti a rivolgersi al generale; benché esitanti, pensando che questi sia nella tenda in dolce compagnia e debba irritarsi se disturbato, devono pur informarlo di quanto sta accadendo, ma il generale ormai … "ha perso la testa". Entrati finalmente gli ufficiali nella tenda e constatato quanto è successo, lo sgomento prende l’esercito nemico che non è più in grado di fare altro che accingersi a fuggire, ma viene raggiunto, battuto e depredato di tutto; la guerra finisce, l’esercito che era ritenuto invincibile è stato annientato, il popolo torna in Betulia e la trionfante Giuditta celebra la propria vittoria nella debolezza senza armi, avendo usato solo la scimitarra del nemico.

Il sommo sacerdote e il consiglio degli anziani degli Israeliti una volta entrati nella casa di Giuditta per renderle omaggio, le dicono: "«Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto di Israele, tu splendido onore della nostra gente»" (ib. 15, 9b). Queste espressioni ci sono familiari perché fanno venire in mente il canto mariano "Tota pulchra es Maria, … Tu laetitia Israël, tu honorificentia populi nostri". Quindi proseguono dicendo: "«Tutto questo hai compiuto con la tua mano, egregie cose hai operato per Israele, di esse Dio si è compiaciuto. Sii sempre benedetta dall’onnipotente Signore». Tutto il popolo soggiunse: «Amen!» (ib. 15, 10).

TOP   La storia di Giuditta nella tradizione cristiana

Questa storia è stata riletta nella tradizione cristiana e applicata proprio a Maria, la benedetta fra tutte le donne, colei che ha compiuto la grande opera della vittoria e ha vinto il nemico, l’immagine della debolezza, della persona inerme, della persona di fede che affronta l’avversario nella fiducia di Dio ringraziando il Signore per la prova; e trova il coraggio e la forza di vincere colui che si credeva onnipotente. Giuditta, la giudea, diventa l’immagine del popolo fedele che si fida di Dio; l’immagine è violenta per il nostro modo di pensare, ma non dimentichiamo che nasce in un momento di guerra partigiana quando c’è il desiderio e la necessità di combattere col nemico.

Noi leggiamo questi testi purificandoli, superando l’immagine della violenza e riconoscendo il messaggio teologico e simbolico che sta dietro questo testo: è appunto l’immagine di un Dio "che depone i potenti dai troni ed esalta gli umili". In Giuditta si rivela quello stile povero e semplice di Dio e per questo è un anticipo della figura di Maria, e Maria è l’autentica Giuditta, è colei che ha condotto il combattimento: insieme con il Cristo ha vinto il potere del male, è la figura della donna eroica, è l’antenata di tutte quelle altre donne che nella loro vita hanno combattuto contro qualcosa di male e che, con la debolezza, con la semplicità e con la loro fiducia inerme hanno trionfato sul male.