SACRA BIBBIA  DONNE BIBLICHE
FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO


7. LA SPOSA NEL CANTICO: la donna ideale  

Introduzione 
Il Cantico dei Cantici: difficoltà interpretative 
L’immagine femminile nel Cantico dei Cantici: la relazione del popolo con Dio 
La composizione del testo del Cantico dei Cantici 
Il Cantico dei Cantici: desiderio d’amore 
La bellezza della creatura di Dio e le difficoltà della vita 
Utilizzi impropri di brani del Cantico dei Cantici 
Il desiderio dell’incontro d’amore 
L’incontro desiderato e rimandato: Israele, la Chiesa, l’umanità 
L’amore è di Dio e si può accogliere 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOP  Introduzione

L’argomento di questa sera è molto diverso da quelli precedenti; non si tratta di un libro con protagonista una donna in modo particolare, ma di un libro di alta poesia.

Parliamo del "Cantico dei Cantici" dove i protagonisti sono "lui" e "lei": è un testo di poesia amorosa che presenta il dialogo uomo/donna, con la presenza anche del coro. Si tratta di un testo di poesia particolarmente difficile perché viene da un ambiente culturale diverso dal nostro, è una poesia differente da quella a cui siamo abituati nella letteratura occidentale, è infatti una poesia orientale con il gusto tipico dell’oriente, il gusto delle descrizioni, delle immagini, dei particolari, dell’insistenza nell’accumulo dei particolari.

Il testo è soprattutto difficile per l’interpretazione del senso.

TOP   Il Cantico dei Cantici: difficoltà interpretative

Il titolo è "Cantico dei Cantici" ed esprime un modo di fare il superlativo che si usa in ebraico, un po’ come "Santo dei Santi" - che è come dire "il Santissimo" –; significa "il Canto più bello che c’è" ed è attribuito a Salomone, che non è l’autore effettivo, ma l’ispiratore del genere letterario. A Salomone sono attribuiti i testi sapienziali della Bibbia e probabilmente il Cantico dei Cantici contiene delle poesie d’amore composte anche alla corte di Salomone nel decimo secolo a.c., ma contiene dei testi posteriori e, soprattutto, il lavoro redazionale di chi ha messo insieme l’opera è post-esilico.

Ci troviamo quindi di fronte ad un’antologia di poesie d’amore compilata da un grande autore – un sapiente letterato – che vive a Gerusalemme dopo l’esilio, indicativamente intorno al 450 a.c., cioè cinquecento anni dopo Salomone. In quest’epoca – il quinto secolo, secolo d’oro della letteratura biblica – vengono fatti molti lavori di compilazione, cioè alcuni materiali differenti, come canti e canzoni d’amore di diverse epoche, vengono raccolti in un unico testo. È senza dubbio difficile comprendere con quale ordine e con quale criterio siano state fatte queste raccolte e la difficoltà di interpretazione di cui ho detto all’inizio comprende anche questi aspetti: è molto difficile capire il senso generale del Cantico perché sembra piuttosto una serie disorganica di quadretti d’amore; dobbiamo riconoscere che non siamo ancora riusciti a trovare il bandolo della matassa, non siamo ancora riusciti a trovare un filo logico.

L’altra questione seria è il senso, circa il quale sono state espresse due interpretazioni principali che sembrano in contrasto fra loro: l’interpretazione letterale e quella allegorica.

L’interpretazione letterale intende il Cantico semplicemente come una serie di poesie d’amore, come ne esistono in tutte le letterature, canzoni dell’amato per l’amata e viceversa; in questo senso il testo valorizza l’amore umano, significato plausibile, buono e valido. La grande maggioranza degli autori moderni pensa che questo sia il senso da dare al testo, un senso letterale di esaltazione dell’amore umano: il canto della bellezza dell’amore sponsale.

L’interpretazione letterale è quindi quella dei moderni.

L’altra linea di interpretazione, quella allegorica, intende il senso del canto in modo mistico, per cui il significato che l’autore vorrebbe trasmettere è quello della relazione d’amore fra l’umanità e Dio; il duetto "lui/lei", con tutte le immagini, è da intendersi in senso simbolico: parla un linguaggio realistico, ma allude all’esperienza religiosa e spirituale per indicare la vicenda che unisce l’umanità a Dio.

Quest’ultima è l’interpretazione predominante nell’antichità, nella tradizione ebraica come pure nella tradizione patristica cristiana antica che ha letto il Cantico in questo modo, con rarissime eccezioni. Nel grande periodo medievale fino all’epoca moderna il Cantico è stato letto in questa chiave simbolico/allegorica.

Io personalmente preferisco l’interpretazione allegorica, ma ritengo che si possa fare una mediazione. Gli autori moderni che sostengono l’interpretazione letterale dicono che l’immagine dell’amore sponsale viene valorizzata in quanto tale e non c’è bisogno di ricorrere ad artifici allegorici per trovare un valore al testo: parlare dell’amore fra l’uomo e la donna è argomento più che valido, per cui non occorre spiritualizzarlo; qualcuno dice anzi che il testo del Cantico serve proprio per presentare in buona luce l’esperienza matrimoniale e, molte volte, il testo del Cantico è usato nella preparazione dei fidanzati e diventa un testo biblico favorevole per parlare della nuzialità umana. Ora, l’interpretazione allegorica non va contro questa idea, nel senso che interpretando in modo simbolico il testo del Cantico non si disprezza l’amore umano e non si toglie un fondamento ed un valore all’esperienza sponsale, tutt’altro; se l’autore ha scelto l’immagine dell’amore umano per parlare dell’esperienza religiosa vuol dire che stima molto l’amore umano, altrimenti non l’avrebbe utilizzato, non avrebbe scelto la metafora della sponsalità se non la ritenesse valida, buona, positiva. Quindi c’è perfettamente la valorizzazione dell’amore umano, anche nella lettura simbolica e allegorica, e non si tratta di una forzatura del testo per poterlo rendere accettabile. Sono invece convinto che il doppio senso sia l’intento dell’autore perché, in senso realistico, è inimmaginabile per un autore antico presentare la donna in modo così disinvolto, è inimmaginabile per un giudeo del quinto secolo a Gerusalemme parlare della relazione uomo/donna nel modo in cui ne parla il Cantico. Mi spiegherò con un esempio nel quale parlerò non di "sposa", bensì di "donna", perché non si parla di matrimonio, ma di desiderio di matrimonio e non c’è mai l’incontro consumato; il libro del Cantico celebra il desiderio dell’incontro, la ricerca e la perdita, perché c’è una lontananza, un’assenza, è il desiderio della presenza, non una realtà di fatto. Ora, nel Cantico, la donna esce di notte alla ricerca dell’amato e gira la città per cercare il diletto del cuore; non è pensabile che in una città orientale, di cultura così ristretta come era Gerusalemme, una donna abbia una libertà tale da uscire da sola di notte a cercare l’amato, per cui, se è realistico, può trattarsi solo di una prostituta. Non dobbiamo proiettare nel Cantico la nostra condizione di oggi; basta, del resto, mettersi nei panni della società italiana di appena pochi decenni fa per immaginare per una ragazza una libertà molto inferiore a quella di oggi, oppure anche pensare alla libertà nei paesi arabi dove la situazione della donna è decisamente controllata.

TOP   L’immagine femminile nel Cantico dei Cantici: la relazione del popolo con Dio

Il testo è poetico quindi non realistico e presenta una scena di fantasia, mostra una ricerca e un rincorrersi dei due adoperando un linguaggio che sta sopra la realtà, e parla della donna come l’immagine del popolo; nella tradizione di Israele tutti i commenti sono in questa direzione: la donna del Cantico è il popolo di Israele. E non si tratta di una novità dell’autore di questo testo, bensì di una tradizione profetica; a partire da Osea, poi Isaia, Geremia, Ezechiele, hanno adoperato volentieri l’immagine femminile per parlare della relazione del popolo con Dio: il popolo è come una donna e questa immagine può essere utilizzata in senso buono come in senso cattivo, è la sposa del Signore e può essere una sposa infedele, ma in ogni caso è la donna in relazione con il Signore: Dio ama il suo popolo come un marito la propria moglie e fra il Signore ed il suo popolo ci sono delle difficoltà come talvolta capita fra marito e moglie. I profeti hanno esplicitamente adoperato queste immagini per parlare di teologia e per presentare la situazione del popolo nei confronti di Dio.

È chiaro che questa linea è stata poi adattata all’interpretazione cristiana: quando i Padri della Chiesa parlano della relazione dell’anima con Cristo forzano il testo, però la linea è quella, si arriva cioè ad una relazione personalizzata: non tanto il popolo o la Chiesa quanto addirittura la singola persona, si gioca sempre sul femminile: "la persona", ovvero "l’anima" in relazione con lo sposo, il Cristo. Non è raro che il Cristo sia presentato come "lo sposo": in diversi passi evangelici si fa riferimento alla sponsalità del Cristo, come pure nell’Apocalisse dove si parla della Chiesa come la sposa dell’agnello e si ritiene che tutte queste immagini siano derivate dal Cantico dei Cantici.

Quindi io, senza esitazione, accetto e difendo l’interpretazione simbolica e allegorica, ritenendo che abbia un grande valore per parlare della relazione umana di amore, che vada benissimo per i corsi dei fidanzati, che possa essere utilizzata nel senso umano dell’amore coniugale, ma che parta da questa immagine per parlare di un’altra relazione.

TOP   La composizione del testo del Cantico dei Cantici

La composizione del testo dà origine ad una specie di oratorio dove intervengono personaggi diversi: lui, lei, il coro, gli amici di lui, le amiche di Lei, il re Salomone; è una specie di opera lirica, ma la trama non riusciamo a ricostruirla.

Sicuramente il testo è fatto con canti popolari, o anche di alto livello, di poesia cortese – cioè legata alla corte – che l’autore ha messo insieme con un altro significato; c’è quindi un gioco letterario molto fine.

Probabilmente una spiegazione che aiuti a comprendere il testo del Cantico è il paragone con l’oratorio "Messia" di Haendel rappresentato per la prima volta a Dublino nel 1741; questo testo forse non è molto conosciuto in quanto è piuttosto difficile, ma certamente ne è più noto il brano "Alleluia!". Questo oratorio è un’antologia di versetti biblici presi dall’Antico e dal Nuovo Testamento e messi insieme per presentare la vita di Gesù, ma non si tratta dei versetti del Vangelo bensì dell’Antico Testamento o delle Lettere di San Paolo, composti a frammenti. Se non avessimo la Bibbia e non conoscessimo le citazioni leggeremmo un testo in inglese e lo scambieremmo per un libretto di un’opera; eppure l’autore ha rimesso insieme questo libretto e noi sappiamo che ha "spigolato" nella Bibbia diversi versetti. Quando comincia a dire "Consolate il mio popolo, verrà colui che purifica i figli di Levi" seguito dal grande coro che esclama "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio", subito dopo le zampogne fanno capire all’uditorio che è la descrizione del Natale. Tutto questo non è stato fatto con i testi evangelici e l’ascoltatore che conosce la storia di Gesù sente i vari pezzi dell’oratorio e segue la vita di Gesù; anche l’Alleluia è il commento alla resurrezione, ma con i versetti presi dall’Apocalisse: "Egli regna e il suo regno dura per sempre".

In conclusione, si possono prendere dei testi e metterli insieme per far venire fuori un altro testo con un altro significato; questo è ciò che ha fatto l’autore del Cantico, che ha collezionato poesie d’amore profane, le ha adattate a un suo intento ed ha costruito un libretto di oratorio musicale, per cui l’esecuzione del Cantico dei Cantici è un canto che riproduce la storia della relazione di Israele con il suo Dio, la storia della salvezza.

TOP   Il Cantico dei Cantici: desiderio d’amore

La tematica cardine è la vicenda dell’esilio: al centro del Cantico c’è il desiderio – elemento importante nell’amore -, non la consumazione, ma l’attesa; è il canto del desiderio d’amore, è la ricerca dell’amato, la nostalgia dell’incontro, e infatti comincia proprio così: "Mi baci con i baci della sua bocca!" (Ct 1,2). In italiano l’espressione è equivoca, non si capisce e sembra che stia parlando ad una persona: "(Tu) mi baci"; però dopo dice: "con i baci della sua bocca!", per cui non si capisce il senso. Infatti il verbo iniziale non è alla seconda persona, ma è congiuntivo della terza, per dire: "Oh se egli mi baciasse con i baci della sua bocca!"; non è l’affermazione di un fatto, ma è il desiderio.

Qui troviamo tutto l’impianto del Cantico, nel senso che è la sposa che parla; questo si capisce molto bene perché in ebraico il verbo è coniugato in modo differente fra il maschile ed il femminile – cosa strana per noi -, ma l’ebraico, come l’arabo, ha forme diverse fra la terza persona maschile e la terza persona femminile; come pure fra la seconda persona maschile e la seconda persona femminile, mentre è unica la prima persona per un totale così di cinque forme verbali per il singolare, anziché tre come nella nostra lingua. Ne consegue che nel testo ebraico si capisce benissimo se la frase è detta da un uomo o da una donna dato che il verbo è coniugato in modo differente, per cui si possono facilmente distinguere i brani pronunciati da lui da quelli pronunciati da lei; ed è la sposa che apre il canto, è la voce femminile che inaugura il Cantico dei Cantici, ma lo inaugura con il desiderio: "Oh se egli mi baciasse!". La tradizione ebraica spiega questo versetto iniziale come il ricordo del Sinai: il bacio di Dio è la rivelazione, è la parola che Dio ha effuso; l’incontro avvenuto sul Sinai è il momento dell’alleanza, il momento nuziale: il bacio della bocca di Dio è la rivelazione nella quale Dio ha parlato, si è fatto conoscere ed è la sposa – il popolo – che desidera che il Signore ancora parli: "Se non mi parli, Signore, io sono come uno che scende nella fossa".

Il desiderio del bacio di Dio è il desiderio dell’incontro affettuoso, profondo, coinvolgente: è l’incontro della rivelazione, è l’immagine di esperienza amorosa umana valorizzata e proiettata su una dimensione divina. Spiegando la cosa in questo modo non si sottovalutano i baci umani per cui si debba come conseguenza simbolizzare il testo; il senso è che il valore simbolico nell’atto umano richiama la bellezza di una relazione con Dio.

"Le tue tenerezze sono più dolci del vino" e così avanti; abbiamo una serie di immagini in cui la sposa desidera l’incontro d’amore: è il desiderio dell’umanità dell’incontro con Dio, è il desiderio di Israele di una relazione più profonda con il suo Signore.

TOP   La bellezza della creatura di Dio e le difficoltà della vita

"Bruna sono, ma bella, o figlie di Gerusalemme … Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole" (Ct 1,5-6a). I gusti dell’antichità erano molto diversi rispetto a quelli di oggi: la bellezza femminile era data dal candore e la donna era tanto più bella quanto più era bianca, la pelle scura e abbronzata era un segno che per gli antichi sapeva di contadino, cioè di grezzo, per cui la donna abbronzata era considerata brutta. D’altra parte, le donne degli antichi si ungevano i capelli perché la bellezza del capello era nell’unto, mentre oggi c’è l’incubo del capello grasso. Tutto questo rientrava nei gusti.

Domandiamoci invece cosa significhi l’espressione appena citata: in un senso letterale ci troviamo di fronte a delle situazioni difficili da spiegare e avremmo semplicemente delle battute di tipo agreste, ma anche una spiegazione simbolica e spirituale non è facilissima.

Nella tradizione medievale il Cantico subì una lettura mariologica, cioè relativa alla Madonna, e l’Ufficio proprio della Vergine, prima del Concilio, era tutto tratto dal Cantico dei Cantici; la prima antifona dei vespri della Madonna era: "Nigra sum sed formosa, filiae Jerusalem". Le immagini della Madonna dalla pelle nera presenti in molti santuari italiani, come pitture o statue, sono probabilmente state fatte riferendosi a questo versetto del Cantico, proprio perché è stato applicato a Maria.

Allora, il colore abbronzato della pelle dice una condizione umana anche di sofferenza, di dolore o addirittura di peccato che, nel senso del Cantico è possibile perché è la donna, è Israele, che sta parlando e sta mettendo insieme due condizioni: nera ma bella. Se viene applicato a Maria non è possibile intenderla come peccatrice ma bella. La bellezza è la grazia, sofferente, e l’essere scuro di volto non è questione di bruttezza o di peccato, ma è questione di tristezza e di sofferenza; lo sguardo, il volto scuro è sinonimo di problema, di preoccupazione, di angoscia, cioè di condivisione di un’esperienza difficile e tuttavia bella, trasformata dalla grazia. Ci sono questi due aspetti nella realtà del popolo, nella natura umana: la bellezza creata da Dio e la difficoltà di una vita.

TOP   Utilizzi impropri di brani del Cantico dei Cantici

"I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne" (ib. 1,6b). Il Cantico dei Cantici è stato usato come una miniera di citazioni; una parte di quest’ultimo versetto in latino suona "Posuerunt me custodem" e sotto molte immagini mariane, soprattutto nei santuari e nelle edicole, c’era questa frase che significa "Mi hanno messo come custode". Sembra che sia Maria a dirlo, però proseguendo nella lettura del versetto troviamo "la mia vigna, la mia, non l’ho custodita" (ib. 1,6c), cioè "mi hanno messo a fare la guardia, ma io la guardia non l’ho fatta"; allora constatiamo che nelle citazioni sulle immagini c’è solo la prima parte del versetto e non la seconda perché non è consona con la persona della Madonna. Erano usi impropri e forzature della Bibbia, nel senso che si prendeva solo un pezzetto per far dire quello che si voleva; tutto questo non è corretto e infatti non è ciò che sto proponendo.

TOP   Il desiderio dell’incontro d’amore

Prendiamo ora in considerazione un altro brano molto bello nella sua liricità, al capitolo 2, dove è sempre la donna che parla: "Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate. Ora parla il mio diletto (ma è lei che pronuncia le parole di lui) e mi dice: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni. O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro»" (ib. 2,8-14). Non c’è l’incontro dei due, c’è il desiderio dell’incontro; lei infatti è in casa dietro le inferriate e, nel desiderio, lo vede arrivare da lontano e lo sente parlare per invitarla a farsi sentire, a farsi vedere e ad uscire. Occorre poi osservare che "l’inverno che è passato" non è una semplice indicazione di stagione, bensì l’immagine di un amore primaverile che viene arricchito di una simbologia teologica. L’inverno è l’esilio, è il dramma della deportazione, era la rottura dei rapporti quando c’era stato il peccato, il ripudio, per cui Israele aveva perso tutto, era come se la storia d’amore con Dio fosse finita; quindi è stato un momento tempestoso, un inverno di angoscia e di freddo, di alluvione. Ma ormai il tempo brutto è finito ed è tornata la primavera e finalmente, adesso, è il tempo del canto.

TOP   L’incontro desiderato e rimandato: Israele, la Chiesa, l’umanità

"Sul mio giaciglio, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. «Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore». L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: «Avete visto l’amato del mio cuore?». Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore. Lo strinsi fortemente e non lo lascerò finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice" (ib. 3,1-4). Qui c’è la storia di Israele, la ricerca di Dio e il fallimento; addirittura in un altro pezzo, molto simile, si parla delle guardie che la colpiscono, la donna esce di notte a cercare l’amato e le guardie la colpiscono con violenza e solo dopo riesce a trovare l’amato. È la storia della presenza/assenza di Dio, è la ricerca continua della persona, del popolo, della Chiesa; un Dio cercato, presente e non trovato, e quando improvvisamente si trova c’è il desiderio di stringerlo e di tenerlo, eppure non resta lì; la Maddalena, alla tomba nel giorno di Pasqua, cerca l’amato del suo cuore e difatti la prima lettura, nella festa di Santa Maria Maddalena, è proprio questa pagina del Cantico dei Cantici: è lei che cerca l’amato del cuore e vorrebbe stringerlo, ma il Cristo le dice "Non mi trattenere!". È l’immagine della persona innamorata di Cristo, il Cantico presenta la donna come l’umanità innamorata di Dio, alla ricerca del Signore, con il desiderio grandioso del Signore.

"Io dormo, ma il mio cuore veglia ("Sono sempre sveglia, anche se dormo" – dice la donna). Un rumore! È il mio diletto che bussa: «Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne». «Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora? Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli?» (ib. 5,1-3). Appare strano, dal momento che la donna aspetta ardentemente l’amato, che quando questi arriva e bussa lei trova le scuse per non riceverlo!

"Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta. Mi sono alzata per aprire al mio diletto e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto allora al mio diletto, ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso. Io venni meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non m’ha risposto. Mi han trovato le guardie che perlustrano la città; mi han percosso, mi hanno ferito, mi han tolto il mantello le guardie delle mura.

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio diletto, che cosa gli racconterete? Che sono malata d’amore!" (ib. 5,4-8). L’incontro è stato rimandato: il diletto è alla porta e bussa e, se tu gli apri, potrai stare con lui, ma capita molte volte che quando lui bussa tu non apri e ritardi ad aprire giusto il tempo che lui impiega per andarsene; e quando apri, non c’è più e allora lo rimpiangi, lo cerchi e non lo trovi. È la storia della nostra esperienza religiosa e forse non c’è un filo logico perché è una storia che si ripete continuamente, non c’è un prima e un poi consequenziale.

TOP   L’amore è di Dio e si può solo accogliere

"Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è l’affetto: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!" (ib. 8,6). Questa è l’unica volta in cui compare il nome di Dio: le fiamme dell’amore sono fiamme del Signore; qualcuno afferma che si tratta di un accrescitivo, nel senso che si parla di "fiamme del Signore" per dire che sono molto grandi, mentre invece è proprio un modo per indicare l’allusione religiosa: le fiamme d’amore sono le fiamme del Signore. Dicendo "forte come la morte è l’amore" il Cantico afferma che la potenza dell’amore supera la morte, l’amore è l’unica possibilità di vincere la morte.

"Le grandi acque (immagine caotica del male, del caos primordiale) non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore (dice la donna del Cantico, la donna sapiente, la donna innamorata) non ne avrebbe che dispregio" (ib. 8,7). L’amore non si può comprare: la grazia, l’amore di Dio, l’amicizia con lui non si può comprare con niente, si può solo accogliere gratuitamente.

La donna del Cantico celebra la bellezza della gratuità, il desiderio dell’incontro, la nostalgia della relazione, il desiderio del bacio di Dio, l’essere con lui e l’essere per lui in una relazione gratuita di amore sincero e generoso. Questa figura femminile, di donna innamorata, è un’immagine splendida che nella Bibbia elogia e valorizza la figura femminile come immagine stessa dell’amore in una prospettiva di grande valore religioso e teologico.