PICCOLI GRANDI LIBRI   Lorenzo Milani
LA PAROLA
AI POVERI

EDITRICE ESPERIENZE

INTRODUZIONE - Giuseppe Battelli
LORENZO MILANI ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI
GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI
ANTOLOGIA DI TESTI DI DON LORENZO MILANI
Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI
Brani ricavati da: LETTERA AI GIUDICI
Brani ricavati da: LETTERA A UNA PROFESSORESSA
ATTUALIZZAZIONE - Mamilio Guasco

INTRODUZIONE
Giuseppe Battelli

Università degli studi di Trieste

LORENZO MILANI, ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI

La fisionomia per tanti versi atipica della vicenda di don Lorenzo Milani (1) continua ancora oggi a proporsi in tutta la sua evidenza nelle diverse circostanze che lo vedono riemergere come protagonista: ora nelle vesti di destinatario di richiami ideali da parte di chi lo ha definitivamente consacrato quale portatore di una sorta di santità laica e moderna, riprendendo in questo - forse inconsapevolmente - quanto già proposto alla sua morte nel giugno 1967; (2) ora come oggetto di celebrazioni e letture revisioniste che hanno visto impegnata di recente anche una autorevole rappresentante delle istituzioni statali italiane notoriamente orientata verso un cattolicesimo di chiara matrice integralista. (3) Tale atipicità, d'altronde, aveva già suscitato durante la stessa vita di don Milani i giudizi più disparati; ed aveva anche determinato dei comportamenti inattesi, perlomeno alla luce di quelle chiavi di lettura generalizzanti delle quali spesso ci si serve per distinguere all'interno della Chiesa cattolica i settori favorevoli al rinnovamento da quelli ancorati alla tradizione. Rilevando questo non mi riferisco dunque alle prevedibili stroncature di Esperienze pastorali (4) che trovarono udienza su diverse riviste cattoliche vicine agli ambienti romani e nemmeno al successivo provvedimento di ritiro dal commercio che venne sancito dal S. Uffizio, quanto alla responsabilità che parve avere l'arcivescovo di Firenze E. Dalla Costa nel trasferimento di don Milani nella sperduta parrocchia di Barbiana (5) e ai giudizi fortemente negativi che il futuro papa Giovanni XXIII, allora patriarca di Venezia, espresse sull'autore dello stesso Esperienze pastorali. (6)
Per la presenza di tali fattori ed anche perché la crescente distanza temporale dagli anni che videro svilupparsi il percorso di don Milani lo rendono sempre meno conosciuto alle ultime generazioni, mi sembra pertanto utile anteporre alla presentazione dei testi più rappresentativi del suo impegno pastorale una rapida messa a fuoco delle fasi essenziali della sua vita.

1. LE «TENEBRE DELL'ERRORE»

La prima di esse venne definita dallo stesso Milani come «le tenebre dell'errore»: un giudizio retrospettivo che risentiva con buona probabilità del successivo percorso e delle opzioni religiose e sociali che lo avevano accompagnato. (7) Dal punto di vista cronologico tale fase si estese per circa un ventennio: dalla nascita, avvenuta a Firenze il 27 maggio 1923, agli anni 1942-1943; gli anni, cioè, del contatto decisivo con la religione cristiana, della rapida conversione al cattolicesimo e infine dell'entrata nel seminario maggiore di Firenze:Perché in ogni caso «tenebre dell'errore»? Da un punto di vista generale si trattò di un periodo nel quale Lorenzo Milani visse con qualche disagio ma anche con tutte le connesse opportunità l'appartenenza alle classi sociali più elevate. La famiglia Milani faceva infatti parte della medio/alta borghesia fiorentina di inizio Novecento. Ma soprattutto poteva vantare un solidissimo patrimonio intellettuale e scientifico, tanto da elencare tra i propri membri dei docenti universitari, degli studiosi di buona fama e in particolare, nella persona del bisnonno di Lorenzo - il filologo Domenico Comparetti -, di una figura di riconosciuto prestigio internazionale. (8) I benefici di tale retroterra culturale si sarebbero riscontrati nel Milani già sacerdote, quando l'esperienza di S. Donato a Calenzano avrebbe posto le basi per la sua peculiare risposta ai problemi incontrati dalla proclamazione dell'Evangelo nel mondo rurale e operaio degli anni Quaranta/ Cinquanta. Quelle tracce non si manifestarono invece se non confusamente nel giovane Milani e nel suo percorso formativo; questo registrò anzi - attraverso l'alternanza di esiti poco più che mediocri e di recuperi mediante il superamento simultaneo di più anni scolastici - la tendenziale difficoltà ad adeguarsi a un sistema di studio regolare e soprattutto in linea con i criteri della formazione intellettuale presenti nella scuola di allora.
Conclusi comunque a 18 anni gli studi superiori egli decise di non iscriversi all'università. Non conosciamo le ragioni specifiche di quella decisione; in ogni caso si venne così ad aprire con sorpresa di amici e familiari una breve ma intensa stagione pittorica caratterizzata dalla frequentazione a Milano dell'Accademia di Brera e a Firenze dello studio privato del pittore tedesco Joachim Staude. (9) Questa fase non avrebbe avuto al momento sbocchi particolari; nondimeno essa contribuì a innescare in modo decisivo i processi che nel volgere di due anni avrebbero di fatto impresso una svolta fondamentale alla sua vita. Il collegamento si instaurò tra l'esperienza pittorica e la conversione religiosa: e non tanto per l'interesse prevalentemente estetico che Milani manifestò a un dato punto per gli arredi sacri e le celebrazioni liturgiche, quanto soprattutto per le conclusioni alle quali pervenne a partire da alcuni criteri artistici suggeriti gli dal pittore Staude. Sarà proprio quest'ultimo a raccontare a Neera Fallaci un dialogo particolarmente indicativo da lui avuto su questo argomento con l'ex allievo all'indomani della sua entrata in seminario:

Lorenzo dimmi un po': come mai questo cambiamento? [...] E' tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l'essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un'unità dove ogni parte dipende dall'altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un'altra strada. (10)

2. DALLA CONVERSIONE RELIGIOSA AL SACERDOZIO CATTOLICO

Questo da un certo punto di vista fu il primo momento di cesura all'interno di un itinerario che, seppure con l'andamento altalenante degli anni precedenti, aveva conservato al fondo una complessiva omogeneità. La fase che venne così ad aprirsi nel 1943 e che sarebbe durata fino al 1954 la chiamerei la fase delle conversioni.
La prima conversione, anche in ordine di tempo, fu quella religiosa. In realtà non si trattò di una conversione nel senso di un passaggio da una religione o da una confessione religiosa a un'altra, quanto piuttosto dell'avvicinamento apparentemente improvviso al messaggio evangelico e alla religione cristiana da parte di chi aveva avuto in passato solo alcuni contatti non decisivi con gli ambienti ecclesiastici o con problematiche religiose ed era per converso vissuto in una famiglia di consolidata tradizione agnostica e semmai caratterizzata, attraverso la madre di Lorenzo Milani, Alice Weiss, da un remoto legame con l'ebraismo. (11) Utilizzando comunque per semplicità il termine conversione va poi detto che essa resta in sé - al di là degli elementi forniti dal citato dialogo col pittore Staude o dalla testimonianza di altri, e anche tenendo conto che disponiamo in proposito solo di generici accenni dello stesso
Milani (12) - un evento essenzialmente interiore e quindi sottratto nei suoi meccanismi di fondo agli strumenti della ricostruzione storiografica. Tale conversione venne tuttavia seguita in rapida sequenza da altri due fatti che possiamo invece almeno in parte analizzare: la scelta milaniana di rispondere alla propria 'tensione' religiosa entrando a far parte della Chiesa cattolica e la decisione di divenire prete secolare. (13) Della prima circostanza Milani avrebbe parlato indirettamente varie volte negli anni successivi precisando soprattutto le ragioni di natura generale per le quali egli, pur in presenza di crescenti difficoltà di rapporto con la gerarchia ecclesiastica fiorentina, non avrebbe mai potuto lasciare la Chiesa. Ma una evidente ancorché implicita connessione con la propria esperienza e con la stagione di passaggio del 1942-1943 la possiamo invece trovare in una sua conversazione privata del maggio 1965:

Io non lascio la chiesa per nessun prezzo al mondo, perché mi ricordo che cosa era vivere fuori della chiesa, tentando di leggere il Vangelo senza l'appoggio della chiesa, uno che tenta, un disgraziato, uno studentello o pittorello che tenta di trovare la verità del Vangelo. E che gli si dice al Vangelo? Si trova una infinità di parole e tutte le parole possono essere interpretate in mille maniere, non si sa dove battere la testa, e se a un dato punto, immaginate uno studente, una persona che abbia vissuto sempre lontano dalla chiesa, dalla religione, e che abbia una spinta religiosa a voler sentire una parola di Dio, invece che dalla propria ragione... (14)

La Chiesa cattolica aveva dunque rappresentato, secondo Milani, l'approdo inevitabile per chi desiderava non solo conoscere il contenuto dell'Evangelo ma essere anche guidato a una sua corretta interpretazione ed infine per chi voleva vivere l'esperienza religiosa non come «un "genio isolato e superiore" ma una intelligente rotellina fra le tante della grande macchina di Dio». (15) Aspetto quest'ultimo che ben chiariva la sua esigenza di far parte di una 'società', di una 'ditta' come avrebbe varie volte denominato con ironia la Chiesa, e non di percorrere la strada per lui solitaria e sostanzialmente privata «d'un pastore protestante». (16) L'ulteriore decisione di diventare sacerdote fu con ogni probabilità l'unico modo per canalizzare - per dirla con le parole del suo confessore - quella ricerca di «assoluto», «senza vie di mezzo», da parte di chi «voleva salvarsi e salvare ad ogni costo». (17) La strada non sarebbe peraltro stata lineare e priva di difficoltà; lo si può rilevare sin dal periodo preparatorio trascorso tra il novembre 1943 e il giugno 1947 nel seminario maggiore di Firenze. (18) Lorenzo Milani infatti per le sue origini, il cammino giovanile e la stessa incalzante tensione che lo aveva spinto in breve tempo verso la Chiesa rispondeva assai poco allo stereotipo classico del seminari sta cattolico, soprattutto italiano, tratteggiato dalla manualistica e dalla storiografia dedicata ai modelli sacerdotali del Novecento e che in ogni caso ci si aspettava a quel tempo dai superiori ecclesiastici. (19)
Per quello che concerneva ad esempio la vita di pietà egli tendeva a una fortissima semplificazione. n'momento centrale e sostanzialmente unico era rappresentato dalla Messa, (20) mentre altre pratiche - dai ritiri spirituali, alle conversazioni su argomenti devoti, ecc. - lo vedevano distaccato e l'avrebbero portato successivamente a una drastica condanna della loro corposa presenza nella formazione seminaristica. (21) Si poteva forse già intravedere in quegli atteggiamenti la premessa di un'esperienza religiosa che negli anni della maturità avrebbe portato don Milani ad esprimersi come segue: «Se non faccio mai discorsi spirituali e elevati è perché non li penso e non ci credo. La religione per me consiste solo nell'osservare i 10 Comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati». (22) Affermazione certo volutamente estrema ma anche efficacemente rappresentativa di un approccio alla vita di fede dai contorni velatamente veterotestamentari.
Problemi non minori ci furono in ordine allo studio. E non solo per i precedenti cui abbiamo fatto riferimento, ma anche perché Milani, più che ventenne e da tempo lontano dalla mentalità dello studente che prepara metodicamente le varie prove scolastiche da superare, seguiva un criterio di lavoro che da un lato rivelava con nettezza quella spiccata tendenza all'analisi e all'approfondimento che rimarrà poi caratteristica dello stesso discorso culturale impostato a S. Donato a Calenzano e a Barbiana e dall'altro vedeva l'intero percorso degli studi da fare in seminario come un tutt'uno di cui impadronirsi nell'intero arco di tali studi e non da frammentare in funzione degli esami che andavano superati alla fine di ciascun anno. (23)
Passiamo infine al terzo elemento della vita seminariale, la disciplina, che di fatto si traduceva nel rispetto della Regola che ordinava minuziosamente la giornata dei seminaristi: dai rapporti con superiori e compagni, all'organizzazione oraria, all'igiene personale, ecc. Da questo punto di vista Lorenzo Milani, un giovane che gli amici degli anni milanesi avrebbero ricordato come estremamente allergico alle imposizioni, si adeguò con scrupolo alla Regola. Al punto che anche in seguito, da sacerdote, egli avrebbe guardato all'osservanza di talune norme della vita ecclesiastica e in generale a un ineccepibile rigore come a un principio inderogabile e qualificante del proprio ministero ed anche un prezzo inevitabile da pagare per chi volesse essere portatore di una proposta innovativa: «Conosco dei giovani che si professano miei ammiratori e poi rispondono male alla mamma, dicono le bugie e non sanno stare senza sigarette. E' più difficile fare il rivoluzionario che il conformista. Per fare il rivoluzionario bisogna essere lo specchio d'ogni virtù». (24)

3. L'ESORDIO SACERDOTALE E LE ULTERIORI CONVERSIONI

Nonostante le incompatibilità con l'ambiente sopra ricordate Lorenzo Milani concluse comunque gli studi in seminario e venne ordinato sacerdote il 13 luglio 1947. Nell'ottobre successivo iniziò la sua attività pastorale come cappellano presso la parrocchia di S. Donato a Calenzano, nelle vicinanze di Prato, rimanendovi fino al dicembre 1954. (25) Poco dopo il proprio arrivo si rese conto che la realtà locale risultava notevolmente diversa da quella che in astratto si era preparato ad affrontare durante la fase seminaristica. Trovò cioè un ambiente caratterizzato da una piccola e media impresa, spesso affiancata nel settore tessile da lavoro nero a domicilio. I ceti sociali prevalenti erano quello operaio e in parte quello contadino, con una certa mobilità interna favorita dal desiderio di passare dal lavoro nelle campagne al posto in fabbrica. La popolazione risultava quasi totalmente battezzata, ma era allo stesso tempo in larga maggioranza comunista: secondo una caratteristica contraddizione che avrebbe accompagnata l'intera attività pastorale di don Milani. Di fronte a tale situazione, e dopo le prime esperienze e cocenti disillusioni, egli colse l'impossibilità di esercitare in quel contesto umano un apostolato di tipo tradizionale. La causa risiedeva nel livello intellettuale eccessivamente basso della popolazione. Il rimedio venne individuato in uno strumento Che trovava proprio allora un pubblico riconoscimento a livello nazionale da parte del ministro della P.I. Gonella ma che sarebbe rimasto a lungo inconsueto nelle mani di un sacerdote: la Scuola popolare. Quella istituita da Milani a Calenzano era organizzata in incontri serali di alcune ore, secondo uno schema abbastanza libero che intrecciava conferenze tenute da relatori esterni, spesso autorevoli, a lezioni ordinarie svolte da Milani sugli argomenti e le materie più disparate. (26) Erano rigorosamente escluse al suo interno discriminazioni di natura religiosa o politica (27).
Fissati tali criteri l'impostazione avrebbe potuto
ritenersi definitiva ed invece è qui che si innestarono a mio parere quelle che chiamerei per semplicità le altre conversioni di Milani: la conversione sociale e la conversione culturale, strettamente intrecciate tra loro nell'esperienza pastorale e didattica compiuta a S. Donato. La scuola di don Milani aveva infatti individuato obiettivi importanti ma questi risultavano ancora eccessivamente idealizzati, soprattutto in quel proporsi della Scuola popolare come istituzione al di sopra delle parti e aperta a ogni componente della società locale. Il suo cammino progressivo fece urtare il fondatore contro i problemi specifici di quelli che col tempo restarono i suoi effettivi frequentatori: gli operai e i contadini. La conseguenza fu che la Scuola venne via via perdendo la sua iniziale connotazione di strumento interclassista di cultura cui tutti potevano accedere, schierandosi sempre più nettamente dalla parte delle classi sociali sub-alterne e compenetrando lo stesso Milani dei loro problemi. (28)
La sua divenne così una sorta di scuola classista, dove l'aggettivo va colto alla luce del significato che gli assegnerà lo stesso don Milani:

Da quel che abbiamo detto sul dislivello culturale tra classe e classe discende la necessità di ordinare le nostre scuole parrocchiali con criteri rigidamente classisti. A noi non interessa tanto di colmare l'abisso di ignoranza, quanto l'abisso di differenza [...]. Non si tratta infatti di fare di ogni operaio un ingegnere e d'ogni ingegnere un operaio. Ma solo di far sì che l'essere ingegnere non implichi automaticamente anche l'essere più uomo. (29)

In questa nuova prospettiva don Milani parve intuire con chiarezza la direzione verso la quale si stava muovendo la Scuola popolare di S. Donato e percepì l'importanza di quel criterio di essenzialità che sarebbe stato alla base della sua successiva vicenda. Essenzializzare, trovare una unità, avrebbe così significato sempre più chiaramente teorizzare e soprattutto applicare la centralità della parola, intesa come mezzo per comunicare il proprio sapere:

Io son sicuro - scriverà Milani a un giornale fiorentino poco dopo il proprio allontanamento da San Donato che la differenza tra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola. I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e insteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l'intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude. (30)

La particolarità degli obiettivi cui mirava don Milani e gli stessi mezzi da lui adottati per tentare di raggiungerli accentuarono il contrasto con il clero locale e la Curia fiorentina; un contrasto che - al di là di una questione di metodi, che pure sussisteva - manifestava ormai con evidenza il proprio sostanziale carattere ideologico. Il cappellano di San Donato se ne rese conto sin dal luglio 1952 (31) e colse anche in quella circostanza il collegamento che si sarebbe instaurato tra la morte dell'anziano parroco di san Donato e il proprio allontanamento. Le cose si prolungarono in realtà più del previsto; tanto che don Milani rimase per vario tempo in dubbio su quale sorte gli sarebbe toccata. Ma la morte del proposto a metà settembre 1954 accelerò decisamente l'iter conclusivo. Una lettera scritta alla madre in quei giorni getta luce su come don Milani visse quelle giornate decisive:

Qui la guerra infuria. E' cominciata la sera stessa del [funerale del parroco] con una volgarità fuori dell'ordinario [...]. A me preme che la questione sia impostata nei suoi termini reali e cioè sul giudizio sulla Scuola popolare, politica e ogni altra questione di metodi pastorali o idee. Quando mi fossi assicurato che sia impostata così vorrei semplicemente star zitto e aspettare il giudizio del Cardinale senza sollecitarlo. Se (cosa estremamente difficile) questo giudizio fosse espresso da una nomina non sollecitata allora io potrei seguitare a far quel che ho fatto fino a ora e anche peggio con grande serenità interiore. Una cosa è essere il prete che lavora nel posto dove l'hanno messo e lasciato e una cosa è esser in un posto per avere o conservare il quale si è brigato. (32)

Il passaggio a Barbiana avvenne nel dicembre 1954. E' importante tenerne conto, perché accanto alla svolta del 1942-1943 esso rappresenta il secondo reale momento di cesura nell'itinerario di Lorenzo Milani. Si aprì infatti allora il periodo conclusivo, ancorché cronologicamente lungo, della sua vita.

4. BARBIANA: DALLA SOLITUDINE FORZATA ALLA SCELTA DI UNA PRECISA IDENTITÀ RELIGIOSA, SOCIALE E EDUCATIVA

L'esperienza di Barbiana si dipanò secondo linee che sembravano già implicitamente preannunciate dalla stessa asprezza dell'ambiente naturale, umano e religioso del luogo. Se Calenzano era infatti un paese con alcune migliaia di abitanti distribuiti nei borghi della piana che portava in meno di dieci chilometri a Firenze, Barbiana ne contava solo poche decine dispersi sul monte Giovi. Anche la composizione sociale mutava. Ai contadini e operai di Calenzano si sostituivano i montanari di Barbiana, e al tendere della popolazione calenzanese verso le realtà cittadine di Firenze e Prato corrispondeva tutt'al più una discesa da Barbiana a fondo valle verso il piccolo comune di Vicchio. La parrocchia di S. Donato aveva chiesa, strutture ricreative, continuità di assistenza religiosa; quella di Barbiana si trascinava da vario tempo in un clima di smobilitazione ed era già stata di fatto destinata alla chiusura.
Don Milani colse tutto questo,(33) ma rifiutò egualmente ogni offerta volta a ottenere in tempi brevi il trasferimento ad una sede parrocchiale meno isolata e punitiva. L'allontanamento da S. Donato l'aveva infatti «lasciato vivo proprio per un miracolo di grazia» e d'altronde, chiarì, «la grandezza d'una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui s'è svolta». (34) Per quanto questo fosse vero resta il fatto che l'essere stato mandato a Barbiana comportò innanzi tutto per don Milani l'isolamento sociale; e non solo rispetto agli ambienti sino ad allora frequentati a titolo personale, ma anche nei confronti di quei contatti con il mondo cattolico e non cattolico fiorentino sui quali si era basata a S. Donato una parte non secondaria dell'attività della Scuola popolare: quella relativa alle conferenze tenute da specialisti dei settori più disparati. Alcuni di questi contatti si sarebbero prolungati ancora fino al 1955-1956, soprattutto in relazione ai pareri chiesti da Milani sulla stesura provvisoria del futuro volume Esperienze pastorali; ma li vedremo poi scomparire pressoché del tutto o sopravvivere sporadicamente, e con accenni di forte indurimento da parte di don Milani, come nel caso del rapporto con l'antico professore di seminario Enrico Bartoletti. Accanto a questo si determinò un crescente isolamento ecclesiale; e non tanto per la collocazione geografica della nuova parrocchia quanto perché la sconfessione del modello pastorale milaniano che si collegò all'allontanamento da S. Donato non poteva che alimentare un isolamento ancora più duro e sostanziale rispetto al clero della diocesi fiorentina e anche di quelle vicine. Si trattava d'altronde di una conseguenza che appariva a don Milani inevitabile per chi aveva scelto di vivere il sacerdozio in un certo modo. (35) Forse per questa ragione negli anni successivi egli avrebbe per lo più taciuto sul proprio dramma personale e avrebbe invece ripetutamente segnalato le conseguenze negative che il silenzio mantenuto nei suoi confronti dalla maggior parte del clero fiorentino poteva comportare per il proprio ministero a Barbiana e soprattutto per i suoi giovani allievi. (36)
Dopo una iniziale fase di profonda sofferenza interiore - è probabilmente a quel periodo che va riferito un successivo accenno di don Milani alla eventualità di togliersi la vita (37) - egli reagì mirando con decisione verso l'obiettivo di radicalizzare e portare alla coerenza massima le scelte fatte in precedenza. Sul piano religioso, ad esempio, la nuova situazione - che non consentiva uno svolgimento ordinario della vita parrocchiale - lo spinse a una sorta di impostazione da comunità monastica: sia per sé che per i giovanissimi allievi raccoltiglisi intorno verso la fine degli anni Cinquanta. Riferendosi ad essi egli parlerà nel 1960 dei propri «eroici piccoli monaci che sopportano senza un lamento e senza pretese 12 ore quotidiane feriali e festive di insopportabile scuola». (38) Andare oltre tale situazione sarebbe stato praticamente impossibile. La stessa Chiesa prevedeva unicamente una vita di preghiera lontano dal mondo. Don Milani ne era consapevole e ne accennò al domenicano Santilli come a un possibile sbocco della propria vita religiosa nel caso che la pubblicazione di Esperienze pastorali avesse fatto scattare un provvedimento disciplinare da parte dell'autorità ecclesiastica. (39)
La radicalizzazione si sarebbe poi estesa agli orientamenti sociali. Se a S. Donato gli ultimi erano gli operai e i contadini del piano, a Barbiana là scelta si sarebbe ulteriormente precisata: «Il classismo della scuola del prete non deve limitarsi al contrasto delle due classi tradizionali.
Entro la classe dei poveri c'è ancor modo di far dell'altro classismo ancora: per esempio innalzare i montanari a scapito dei campagnoli, i campagnoli a scapito dei cittadini, i contadini a scapito degli operai». (40) Nella nuova situazione tuttavia questo discorso teorico sulle classi sociali si sarebbe anche intrecciato strettamente con atteggiamenti pratici, semplici scelte quotidiane: dal condividere la propria
mensa con gli emarginati del luogo, alla decisione di dar vita dal 1957 a una vera e propria convivenza familiare con due giovani orfani, alla cura premurosa rivolta a un bambi
no portato a Barbiana pressoché incapace di parlare per aver sempre vissuto in isolamento e con la sola compagnia del bestiame da accudire in montagna. Al di là della facile retorica, l'impressione è che don Milani stesse ricercando, quasi esasperatamente in ogni situazione, chi era il più emarginato: l'ultimo tra gli ultimi.
Infine un'ulteriore forma di radicalizzazione si ebbe rispetto alla dimensione educativa. La Scuola popolare di S. Donato si svolgeva per 3-4 ore di sera; a Barbiana invece la scuola funzionava per circa 12 ore al giorno e per tutto l'anno, feste comprese. Rispetto all'ordinamento scolastico statale la scuola di S. Donato svolgeva una sorta di funzione integrativa per giovani già usciti anagraficamente dalla fascia di età della scuola dell'obbligo; Barbiana avrebbe costituito invece un modello vero e proprio di scuola alternativa a tempo pieno. La stessa età degli allievi avrebbe subìto una puntualizzazione. A S. Donato frequentavano in massima parte giovani di età compresa tra i 15 e 25 anni, mentre a Barbiana gli interlocutori privilegiati di don Milani sarebbero stati inizialmente compresi nella stessa fascia d'età di S. Donato, per poi scendere attorno agli 11-18 anni ed anche meno. Ancora in ordine allo sviluppo dell'ambito culturale, merita attenzione il fatto che mentre a S. Donato l'obiettivo essenziale era fornire a ciascuno lo strumento della parola 'parlata', pronunciata, a Barbiana si sarebbe registrato il passo avanti dovuto all'affiancarsi del problema dello scrivere. Scrivere, ma non individualmente, come singoli autori, bensì collettivamente: applicando regole valide per chiunque e in ogni circostanza. A tale riguardo, l'esempio di scrittura collettiva offerto da Lettera a una professoressa è di gran lunga il più noto; (41) meno conosciuto è probabilmente quello rappresentato dalla lettera che i ragazzi di Barbiana mandarono a Mario Lodi e ai suoi allievi di Piadena a inizio anni Sessanta. Un passaggio di questo documento offre un interessante spaccato della vita e degli ideali degli allievi di don Milani:

A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c'è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere [...]. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi a venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé. Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo. Il priore ci impone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo a servizio del prossimo [...]. Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun. campo, finché non sapremo comunicare. Perciò qui le lingue sono, come numero di ore, la materia principale. Prima l'italiano perché sennò non si riesce a imparare nemmeno le lingue straniere. Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. (42)

Quando venne preparata la lettera per gli allievi di Mario Lodi, Barbiana aveva già visto annullata la propria fisionomia di 'penitenziario ecclesiastico'. La pubblicazione del volume Esperienze pastorali, avvenuta come si è detto nel maggio 1958, e le reazioni - favorevoli e contrarie - da esso suscitate avevano innescato un singolare rovesciamento di prospettiva. Mentre ci si sarebbe potuto attendere, e forse ci si attendeva da quell'isolamento, una sorta di ammorbidimento ideologico e pastorale dell'ex cappellano di S. Donato, iniziarono invece ad essere pubblicamente conosciuti i tratti del don Milani portatore di un modello di prete cattolico ineccepibile dal punto di vista dottrinale e morale ma anche consapevolmente non conformista, né scontatamente schierato a favore delle classi sociali che dominavano lo scenario di un'Italia formalmente cattolica, politicamente a maggioranza democristiana e socialmente avviata al boom economico di fine anni Cinquanta/inizio anni Sessanta. Era la prima tappa di un cammino che nel breve volgere di circa un decennio, dal 1958 della uscita di Esperienze pastorali al 1967 della morte di don Milani, avrebbe richiamato su questi e su Barbiana l'attenzione crescente sia di un mondo cattolico in fermento sia di quegli ambienti laici che scoprivano attraverso quella minuscola parrocchia del Mugello il sapore diverso e imprevedibilmente attuale e provocatorio di un cristianesimo vissuto al di fuori dei modelli perbenisti borghesi; per giungere, infine, a quel fenomeno di vera e propria mitizzazione che si sarebbe determinato a fine anni Sessanta, quando l'ultimo scritto di don Milani e della scuola di Barbiana, la famosissima Lettera a una professoressa, sarebbe divenuto nel clima del 1968 uno degli indiscussi manifesti della contestazione studentesca.
Non si trattò peraltro di un percorso facile, né scontato. Esso si dipanò infatti sul duplice sfondo del dramma personale di un uomo che dal 1960 convisse con una malattia che si sarebbe poi rivelata incurabile e della difficile situazione di un ecclesiastico che vedeva ormai definitivamente logorati i propri rapporti con la curia fiorentina e in particolare con l'arcivescovo Florit. In tale situazione i tre aspetti di essenzializzazione / radicalizzazione che abbiamo rapidamente ripercorso in precedenza sembrarono convergere negli ultimi anni di vita di don Milani verso un'ulteriore sintesi; una sintesi conclusiva che tuttavia, a differenza degli altri momenti considerati - nei quali i fattori esterni, l'ambiente, le persone, le circostanze, avevano giocato un ruolo senz'altro centrale -, si rivolgeva a se stesso. Milani pareva cioè operare sulla propria immagine per diventare in sé una sorta di modello, una figura esemplare su tutti e tre i piani che abbiamo elencato in precedenza: religioso, sociale, educativo. Anche questo, tuttavia, sarebbe avvenuto attraverso l'assunzione di una figura/sintesi: la figura del maestro. Un maestro che nella Lettera a una professoressa avrebbe detto per bocca dei suoi allievi: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null'altro che d'essere uomo». (43)

In Esperienze pastorali don Milani aveva già sottolineato che il maestro non avrebbe dovuto preoccuparsi di «come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola» (44); l'occasione gli si sarebbe presentata nel 1965 quando, a seguito della pubblicazione di un ordine del giorno nel quale alcuni cappellani militari toscani in congedo accusavano di viltà gli obiettori di coscienza, si sarebbe innescata la controversia che avrebbe portato don Milani ad essere processato e condannato per apologia di reato. Non interessa in questa sede seguire i risvolti dell'intera vicenda processuale, peraltro di rilevante importanza per capire !'impegno civile dello stesso don Milani; (45) mi soffermerò piuttosto su un passaggio della lettera da lui inviata ai giudici romani non potendo presenziare di persona al processo per ragioni di salute, e più precisamente sul punto nel quale si descrive l'arrivo a Barbiana della notizia relativa alla presa di posizione dei cappellani militari:

Eravamo come sempre insieme quando un amico ci portò il ritaglio di un giornale. Si presentava come un Comunicato dei cappellani militari in congedo della regione toscana" [...]. Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella mia duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. (46)

E' superfluo sottolineare il valore dell'affermazione conclusiva. Un maestro e un sacerdote risultavano saldati inscindibilmente nello stesso uomo, impegnato a coronare il proprio messaggio non con una sintesi letteraria ma con una lezione di vita. E' questo, io credo, uno dei punti decisivi della parabola milaniana; quello forse in cui egli raggiunse uno dei gradi più elevati di consapevolezza. Probabilmente, una consapevolezza altrettanto viva e profonda è ritrovabile negli ultimissimi giorni di vita, quando dopo un lungo silenzio don Milani avrebbe affermato - secondo la testimonianza di uno dei presenti - «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza, un cammello passa nella cruna di un ago». (47) Qui non credo fosse più solamente il sacerdote o il maestro che parlava, bensì il Lorenzo Milani nato e cresciuto come non cristiano, ricco, intellettualmente dotato. Un Lorenzo Milani che aveva percepito questi suoi connotati come una sorta di peccato originale; un peccato che era divenuto sempre meno sopportabile man mano che la sua vita scorreva a diretto contatto con quella di coloro che erano considerati all'ultimo gradino inferiore della scala sociale. Un peccato che ritenne probabilmente di avere cancellato solo sul letto di morte, quando da rappresentante di una classe sociale privilegiata e discendente di uomini di cultura si trovò povero e circondato quasi solamente da coloro che, ora ormai adulti, erano stati i suoi 'piccoli monaci'.

 

 

NOTE

[1] Per una ricostruzione completa dell'itinerario di Lorenzo Milani cfr. N. Fallaci, Dalla parte dell'ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano 1974. Tra le varie riedizioni dell'opera va segnalata soprattutto la quarta (1977), che contiene un'ampia appendice documentaria e alla quale farò riferimento in queste pagine. Oltre agli scritti maggiori di Milani, sui quali ritornerò dettagliatamente in seguito, sono utili per una più approfondita conoscenza del suo pensiero le seguenti edizioni di carteggi: Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, a c. di M. Gesualdi, Milano 1970 (utilizzerò la riedizione del 1975); L. Milani, Alla mamma. Lettere 1943-1967. Edizione integrale annotata, a c. di G. Battelli, Genova 1990.
[2] E. Enriquez Agnoletti, Morte di un santo, in Il Ponte, giugno 1967. 
[3] Mi riferisco all'intervento di lrene Pivetti al convegno su «La testimonianza di don Milani oltre il suo tempo» (Calenzano, 28 gennaio 1995).
[4] Si tratta della più voluminosa opera di don Lorenzo Milani. Venne edita a Firenze nel maggio 1958. Nel dicembre successivo un provvedimento del S. Uffizio ne impose il ritiro dal commercio.
[5] B. Bocchini Camaiani, Ricostruzione concordataria e processi di
secolarizzazione. L'azione pastorale di Elia Dalla Costa, Bologna 1983, 347.
[6] «L'autore del libro deve essere un povero pazzerello scappato dal manicomio» (A. G. Roncalli al vescovo di Bergamo G. Piazzi, 1 ottobre 1958, in A. G. Roncalli, Lettere ai vescovi di Bergamo, Bergamo 1973, 176); «Si tratta evidentemente di un pazzo scappato dal manicomio» (A. G. Roncalli al sostituto della Segreteria di Stato A. Dell'Acqua, 2 ottobre 1958, in M. Toschi, Don Lorenzo Milani e la sua chiesa. Documenti e studi, Firenze 1994,49).
[7] L'espressione risulta inserita all'interno di un generale giudizio negativo sulla propria giovinezza: «Dopo tutto sono un'anima anche io e non c'è ragione di buttarmi a mare specialmente se si tiene conto della giovane età, della cattiva educazione, delle tare ereditarie e dei 20 anni passati nelle tenebre dell'errore» (L. Milani a R. Rossi, 1 dicembre 1954, in G. Bruni, Lorenzo Milani profeta cristiano. Saggio interpretativo, Firenze 1974, 199). (8) Su tutto questo Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 13-22.
[9] Ibid., 53, la riproduzione di un quadro dipinto da Milani durante l'estate 1941.
[10] Ibid., 51-52.
[11] A questo proposito fu eccessivo se non fuorviante indicare il giovane Milani quale 'israelita', come fece nel 1958 Ermenegildo Florit - allora coadiutore con diritto di successione dell'arcivescovo di Firenze Dalla Costa - scrivendo a Roma per attirare l'attenzione sull'autore di Esperienze pastorali: «A 18 anni da israelita si è fatto cattolico» (E. Florit a F. Lambruschini, 3 giugno 1958, in Toschi, Don Lorenzo Milani, 101).
[12] Uno dei più significativi risultò il seguente: «Mi son fatto cristiano e prete solo per spogliarmi d'ogni privilegio» (L. Milani a G. Meucci, 4 maggio [in realtà giugno] 1951, in Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 543). In altra circostanza don Milani fisserà con precisione al 4 giugno 1943 la propria scelta cristiana: «Proprio oggi [ho compiuto] 20 anni di vita cristiana» (L. Milani a E. Brambilla, 4 giugno 1963, ibid., 70).
[13] Si tenga conto che, precedentemente, Milani aveva scritto al pittore Staude: «Tra poco, mi farò frate» (Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 51).
[14] Il testo è pubblicato in Toschi, Don Lorenzo Milani, 11.
[15] L. Milani a G. Meucci, 21 giugno 1952, in Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 546.
[16] «Se Lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile all'opera di un pastore protestante» (L. Milani a E. FIorit, 5 marzo 1964, in Lettere di don Lorenzo Milani, 181).
[17] Toschi, Don Lorenzo Milani, 12.
[18] Su tale esperienza cfr. L. Martini, Il seminario fiorentino nella formazione di don Lorenzo Milani, in Don Lorenzo Milani. Atti del convegno di studi, Firenze 1981, 95-116.
[19] Non a caso ancora nel 1958 E. Florit lo presenterà al S. Uffizio come un sacerdote «che reca con sé le tracce del mondo a cui ha appartenuto prima della conversione» (E. Florit a G. Pizzardo, s.d. [ma inizio ottobre 1958], in Toschi, Don Lorenzo Milani, 125).
[20] «Qui si vive di Messa dal vestito che portiamo a tutti gli studi che facciamo dal lavoro di sacrestia alle canzoni che cantiamo [...]. E quando s'è vissuto così non mi pare possibile che si possa rinunciare a celebrarla noi. Sarebbe come uno che ha visto il cielo e gli tocca stare in terra. Rimarremmo degli uomini falliti per tutta la vita» (L. Milani alla madre, 14 marzo 1944, in Alla mamma. Lettere, 31).
[21] Ne scrisse a un ex-compagno di seminario che lo invitava ad un incontro con gli amici di un tempo: «Vorrei che non si parlasse di cose spirituali. Mi farebbero tornare a gola lo sdegno per l'immensa frode del seminario» (L. Milani a B. Brandani, 9 marzo 1950, in Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 86).
[22] L. Milani a E. Brambilla, 20 giugno 1961, in Lettere di don Lorenzo Milani, 138.
[23] «Io non riesco ad abituarmi al pensiero di dover dare degli esami. E' una cosa ormai così fuori dalla mia mentalità e anche incompatibile col mio modo di studiare di questi ultimi tre anni, che mi troverò completamente impreparato» (L. Milani alla madre, 1 maggio 1944, in Alla mamma. Lettere, 45). «Studio oggi come i primi giorni dell'anno. Perché ho pensato che l'obbligo che hanno i chierici di studiare riguarda il farsi la scienza sufficiente entro i quattro anni e non il passare gli esami anno per anno» (L. Milani alla madre, 8 maggio 1944, ibid., 48).
[24] L. Milani a M. Castello, 17 novembre 1965, in Lettere di don Lorenzo Milani, 231.
[25] Un'analisi complessiva di tale esperienza in A. Scattigno, Alle origini di "Esperienze pastorali": don Lorenzo Milani cappellano a San Donato a Calenzano (1947-1954), in Don Lorenzo Milani. Atti del convegno,117-142.
[26] La ricostruzione più dettagliata è attualmente rinvenibile nella tesi di dottorato di D. Simeone, L'esperienza pastorale ed educativa di don Lorenzo Milani. Lo stato attuale della ricerca con particolare riferimento al periodo di S. Donato 1947-1954, Univo degli studi di Padova, Dott. di ric. in Pedagogia e pcienze dell'educazione, a.a. 1990-1991, spec. le pp. 69ss. Notizie sulla Scuola e sul suo funzionamento sono comunque rinvenibili sia nella lettera di Milani a M. Gozzini del 9 novembre 1953 (Lettere di don Lorenzo Milani, 26), sia soprattutto in Esperienze pastorali (pp. 223-244).
[27] «Di comune [gli allievi della Scuola] hanno poco [...] fuorché un bel progresso che han fatto nel cercare di rispettare la persona dell'avversa rio, di capire che il male e il bene non sono tutti da una parte» (L. Milani a G. Meucci, 25 giugno 1951, in Lettere di don Lorenzo Milani, 13). 
[28] «Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, son io che l'ho imparato da loro. lo ho insegnato loro soltanto ad esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere. Son loro che mi hanno avviato a pensare le cose che sono scritte in questo libro. Sui libri delle scuole io non le avevo trovate. Le ho imparate mentre le scrivevo e le ho scritte perché loro me le avevano messe nel cuore» (Esperienze pastorali, 235).
[29] Ibid., 220-221.
[30] L. Milani al direttore del «Giornale del mattino», 28 marzo 1956, in Lettere di don Lorenzo Milani, 56.
[31] «Ieri ho fatto una leticata che forse sarà decisiva. Con un canonico di Prato che era qui a predicare. Ho l'impressione che la mia carriera ecclesiastica stia precipitando» (L. Milani alla madre, 14 luglio 1952, in Alla mamma. Lettere, 143).
[32] L. Milani Alla madre, 16 settembre 1954, ibid., 161-162.
[33] Anni dopo parlerà dell'«assurdo esilio in una parrocchia disabitata» (L. Milani a G. Bianchi, 20 ottobre 1963, in Lettere di don Lorenzo Milani, 161) e giudicherà l'invio a Barbiana «il confino in un deserto e praticamente lo spretamento» (dalla minuta di una lettera, forse mai spedita, a R. Bensi, 9 gennaio 1964, in Alla mamma. Lettere, 406 nota 2).
[34] L. Milani Alla madre, 28 dicembre 1954, ibid., 172.
[35] «Si perde tutti i superiori, quasi tutti i confrate1li» (L. Milani a E. Palombo, 29 aprile 1955, in Lettere di don Lorenzo Milani, 41).
[36] «Essere parroco di 110 anime in una diocesi che ha decine di grosse parrocchie senza parroco non è molto buon segno e non giova a ispirar fiducia né in un allievo, né in un penitente, né in un parrocchiano» (L. Milani a G. Meucci, 12 dicembre 1956, cit., 65).
[37] «Vengono [a trovarmi] i poveri abbondantemente, son quelli che mi hanno fatto dimenticare tutti voi e il suicidio» (dalla minuta di L. Milani a R. Bensi, 9 gennaio 1964, cit., 406 nota 2).
[38] L. Milani a E. Brambilla, 28 settembre 1960, in Lettere di don Lorenzo Milani, 129.
[39] «E allora mi colpiranno con un provvedimento? Se mi togliessero Barbiana mi toglierebbero poco. C'è sei anime sole (gli altri novanta sono contadini). Un'altra parrocchia adatta per me non l'hanno e del resto non la prenderei. Di cambiamenti me ne è bastato uno. Se non sarò giudicato capace di fare il parroco di Barbiana vorrà dire che Dio mi chiama a lasciare l'apostolato e cercare una via di maggior raccoglimento» (L. Milani a R. Santilli, 10 ottobre 1958, ibid., 82).
[40] Esperienze pastorali, 221.
[41] Si tratta dello scritto forse più famoso di don Milani e degli allievi della scuola di Barbiana. Venne edito a Firenze nell'aprile 1967.
[42] Lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena, 1 novembre 1963, in Lettere di don Lorenzo Milani, 170.
[43] Lettera a una professoressa, 94.
[44] Pag. 239.
[45] Cfr. a riguardo Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 375ss.
[46] L. Milani, Lettera ai giudici, 18 ottobre 1965, in L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Firenze [1978],32-34.
[47] Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 506.