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EDITRICE ESPERIENZE |
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INTRODUZIONE - Giuseppe Battelli LORENZO MILANI ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI |
| GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI |
| ANTOLOGIA DI TESTI DI DON LORENZO MILANI |
| Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI |
| Brani ricavati da: LETTERA AI GIUDICI |
| Brani ricavati da: LETTERA A UNA PROFESSORESSA |
| ATTUALIZZAZIONE - Mamilio Guasco |
INTRODUZIONE
Giuseppe Battelli
Università degli studi di Trieste
LORENZO MILANI, ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI
La fisionomia per tanti versi atipica della vicenda di don
Lorenzo Milani (1) continua ancora oggi a proporsi in tutta la sua evidenza nelle
diverse circostanze che lo vedono riemergere come protagonista: ora nelle vesti
di destinatario di richiami ideali da parte di chi lo ha definitivamente
consacrato quale portatore di una sorta di santità laica e moderna, riprendendo
in questo - forse inconsapevolmente - quanto già proposto alla sua morte nel
giugno 1967; (2) ora come oggetto di celebrazioni e letture revisioniste che hanno
visto impegnata di recente anche una autorevole rappresentante delle istituzioni
statali italiane notoriamente orientata verso un cattolicesimo di chiara matrice
integralista. (3) Tale atipicità, d'altronde, aveva già suscitato
durante la stessa vita
di don Milani i giudizi più disparati; ed aveva anche determinato dei
comportamenti inattesi, perlomeno alla luce di quelle chiavi di lettura generalizzanti delle quali spesso ci si serve per distinguere all'interno della Chiesa cattolica i settori favorevoli al rinnovamento da quelli ancorati alla tradizione. Rilevando questo non
mi riferisco dunque alle prevedibili stroncature di
Esperienze pastorali (4) che trovarono udienza su diverse
riviste cattoliche vicine agli ambienti romani e nemmeno al
successivo provvedimento di ritiro dal commercio che
venne sancito dal S. Uffizio, quanto alla responsabilità che
parve avere l'arcivescovo di Firenze E. Dalla Costa nel trasferimento di don Milani nella sperduta parrocchia di
Barbiana (5) e ai giudizi fortemente negativi che il futuro
papa Giovanni XXIII, allora patriarca di Venezia, espresse
sull'autore dello stesso Esperienze pastorali. (6)
Per la presenza di tali fattori ed anche perché la crescente distanza temporale dagli anni che videro svilupparsi
il percorso di don Milani lo rendono sempre meno conosciuto alle ultime generazioni, mi sembra pertanto utile
anteporre alla presentazione dei testi più rappresentativi
del suo impegno pastorale una rapida messa a fuoco delle fasi essenziali della sua vita.
1. LE «TENEBRE DELL'ERRORE»
La prima di esse venne definita dallo stesso Milani come «le
tenebre dell'errore»: un giudizio retrospettivo che risentiva con buona
probabilità del successivo percorso e delle
opzioni religiose e sociali che lo avevano accompagnato. (7) Dal punto di vista cronologico tale fase si estese per
circa un ventennio: dalla nascita, avvenuta a Firenze il 27 maggio 1923, agli
anni 1942-1943; gli anni, cioè, del contatto decisivo con la religione
cristiana, della rapida conversione al cattolicesimo e infine dell'entrata nel
seminario maggiore di Firenze:Perché in ogni caso «tenebre dell'errore»? Da un
punto di vista generale si trattò di un periodo nel quale Lorenzo Milani visse
con qualche disagio ma anche con tutte le connesse opportunità l'appartenenza
alle classi sociali più elevate. La famiglia Milani faceva infatti parte della
medio/alta borghesia fiorentina di inizio Novecento. Ma soprattutto poteva
vantare un solidissimo patrimonio intellettuale e scientifico, tanto da elencare
tra i propri membri dei docenti universitari, degli studiosi di buona fama e in
particolare, nella persona del bisnonno di Lorenzo - il filologo Domenico
Comparetti -, di una figura di riconosciuto prestigio internazionale. (8) I
benefici di tale retroterra culturale si sarebbero riscontrati nel Milani già
sacerdote, quando l'esperienza di S. Donato a Calenzano avrebbe posto le basi
per la sua peculiare risposta ai problemi incontrati dalla proclamazione
dell'Evangelo nel mondo rurale e operaio degli anni Quaranta/ Cinquanta. Quelle
tracce non si manifestarono invece se non confusamente nel giovane Milani e nel
suo percorso formativo; questo registrò anzi - attraverso l'alternanza di esiti
poco più che mediocri e di recuperi mediante il superamento simultaneo
di più anni scolastici - la tendenziale difficoltà ad
adeguarsi a un sistema di studio regolare e soprattutto in linea con i criteri
della formazione intellettuale presenti nella scuola di allora.
Conclusi comunque a 18 anni gli studi superiori egli decise
di non iscriversi all'università. Non conosciamo le ragioni specifiche di quella
decisione; in ogni caso si venne così ad aprire con sorpresa di amici e
familiari una breve ma intensa stagione pittorica caratterizzata dalla
frequentazione a Milano dell'Accademia di Brera e a Firenze dello studio privato
del pittore tedesco Joachim Staude. (9) Questa fase non avrebbe avuto al momento
sbocchi particolari; nondimeno essa contribuì a innescare in modo decisivo i
processi che nel volgere di due anni avrebbero di fatto impresso una svolta
fondamentale alla sua vita. Il collegamento si instaurò tra l'esperienza
pittorica e la conversione religiosa: e non tanto per l'interesse
prevalentemente estetico che Milani manifestò a un dato punto per gli arredi
sacri e le celebrazioni liturgiche, quanto soprattutto per le conclusioni alle
quali pervenne a partire da alcuni criteri artistici suggeriti gli dal pittore
Staude. Sarà proprio quest'ultimo a raccontare a Neera Fallaci un dialogo
particolarmente indicativo da lui avuto su questo argomento con l'ex allievo
all'indomani della sua entrata in seminario:
Lorenzo dimmi un po': come mai questo cambiamento? [...] E' tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l'essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un'unità dove ogni parte dipende dall'altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un'altra strada. (10)
2. DALLA CONVERSIONE RELIGIOSA AL SACERDOZIO CATTOLICO
Questo da un certo punto di vista fu il primo momento di
cesura all'interno di un itinerario che, seppure con l'andamento altalenante
degli anni precedenti, aveva conservato al fondo una complessiva omogeneità. La
fase che venne così ad aprirsi nel 1943 e che sarebbe durata fino al 1954 la
chiamerei la fase delle conversioni.
La prima conversione, anche in ordine di tempo, fu quella
religiosa. In realtà non si trattò di una conversione nel senso di un passaggio
da una religione o da una confessione religiosa a un'altra, quanto piuttosto
dell'avvicinamento apparentemente improvviso al messaggio evangelico e alla
religione cristiana da parte di chi aveva avuto in passato solo alcuni contatti
non decisivi con gli ambienti ecclesiastici o con problematiche religiose ed era
per converso vissuto in una famiglia di consolidata tradizione agnostica e
semmai caratterizzata, attraverso la madre di Lorenzo Milani, Alice Weiss, da un
remoto legame con l'ebraismo. (11) Utilizzando comunque per semplicità il termine conversione va poi detto che essa
resta in sé - al di là degli elementi forniti dal citato dialogo col pittore
Staude o dalla testimonianza di altri, e anche tenendo conto che disponiamo in proposito solo di generici accenni dello stesso
Milani (12) - un evento essenzialmente interiore e quindi
sottratto nei suoi meccanismi di fondo agli strumenti della ricostruzione
storiografica. Tale conversione venne tuttavia seguita in rapida sequenza da altri due fatti che possiamo
invece almeno in parte analizzare: la scelta milaniana di rispondere alla
propria 'tensione' religiosa entrando a far parte della Chiesa cattolica e la
decisione di divenire prete secolare. (13) Della prima circostanza Milani avrebbe
parlato indirettamente varie volte negli anni successivi precisando soprattutto
le ragioni di natura generale per le quali egli, pur in presenza di crescenti
difficoltà di rapporto con la gerarchia ecclesiastica fiorentina, non avrebbe
mai potuto lasciare la Chiesa. Ma una evidente ancorché implicita connessione
con la propria esperienza e con la stagione di passaggio del 1942-1943 la
possiamo invece trovare in una sua conversazione privata del maggio 1965:
Io non lascio la chiesa per nessun prezzo al mondo, perché mi ricordo che cosa era vivere fuori della chiesa, tentando di leggere il Vangelo senza l'appoggio della chiesa, uno che tenta, un disgraziato, uno studentello o pittorello che tenta di trovare la verità del Vangelo. E che gli si dice al Vangelo? Si trova una infinità di parole e tutte le parole possono essere interpretate in mille maniere, non si sa dove battere la testa, e se a un dato punto, immaginate uno studente, una persona che abbia vissuto sempre lontano dalla chiesa, dalla religione, e che abbia una spinta religiosa a voler sentire una parola di Dio, invece che dalla propria ragione... (14)
La Chiesa cattolica aveva dunque rappresentato, secondo
Milani, l'approdo inevitabile per chi desiderava non solo conoscere il contenuto
dell'Evangelo ma essere anche guidato a una sua corretta interpretazione ed
infine per chi voleva vivere l'esperienza religiosa non come «un "genio isolato
e superiore" ma una intelligente rotellina fra le tante della grande macchina di
Dio». (15) Aspetto quest'ultimo che ben chiariva la sua esigenza di far parte di una 'società',
di una 'ditta' come avrebbe varie volte denominato con ironia la Chiesa, e non
di percorrere la strada per lui solitaria e sostanzialmente privata «d'un
pastore protestante». (16) L'ulteriore decisione di diventare sacerdote fu con ogni
probabilità l'unico modo per canalizzare - per dirla con le parole del suo
confessore - quella ricerca di «assoluto», «senza vie di mezzo», da parte di chi
«voleva salvarsi e salvare ad ogni costo». (17) La strada non sarebbe peraltro
stata lineare e priva di difficoltà; lo si può rilevare sin dal periodo
preparatorio trascorso tra il novembre 1943 e il giugno 1947 nel seminario
maggiore di Firenze. (18) Lorenzo Milani infatti per le sue origini, il cammino
giovanile e la stessa incalzante tensione che lo aveva spinto in breve tempo
verso la Chiesa rispondeva assai poco allo stereotipo classico del seminari sta
cattolico, soprattutto italiano, tratteggiato dalla manualistica e dalla
storiografia dedicata ai modelli sacerdotali del Novecento e che in ogni caso ci
si aspettava a quel tempo dai superiori ecclesiastici. (19)
Per quello che concerneva ad esempio la vita di pietà egli
tendeva a una fortissima semplificazione. n'momento centrale e sostanzialmente
unico era rappresentato dalla Messa, (20) mentre altre pratiche - dai ritiri
spirituali, alle conversazioni su argomenti devoti, ecc. - lo vedevano distaccato e l'avrebbero portato successivamente a una drastica
condanna della loro corposa presenza nella formazione seminaristica. (21) Si poteva
forse già intravedere in quegli atteggiamenti la premessa di un'esperienza
religiosa che negli anni della maturità avrebbe portato don Milani ad esprimersi
come segue: «Se non faccio mai discorsi spirituali e elevati è perché non li
penso e non ci credo. La religione per me consiste solo nell'osservare i 10 Comandamenti e confessarsi presto quando non si sono
osservati». (22) Affermazione
certo volutamente estrema ma anche efficacemente rappresentativa di un approccio
alla vita di fede dai contorni velatamente veterotestamentari.
Problemi non minori ci furono in ordine allo studio. E non
solo per i precedenti cui abbiamo fatto riferimento, ma anche perché Milani, più
che ventenne e da tempo lontano dalla mentalità dello studente che prepara
metodicamente le varie prove scolastiche da superare, seguiva un criterio di
lavoro che da un lato rivelava con nettezza quella spiccata tendenza all'analisi
e all'approfondimento che rimarrà poi caratteristica dello stesso discorso
culturale impostato a S. Donato a Calenzano e a Barbiana e dall'altro vedeva
l'intero percorso degli studi da fare in seminario come un tutt'uno di cui
impadronirsi nell'intero arco di tali studi e non da frammentare in funzione
degli esami che andavano superati alla fine di ciascun anno. (23)
Passiamo infine al terzo elemento della vita seminariale, la disciplina, che di fatto si
traduceva nel rispetto
della Regola che ordinava minuziosamente la giornata dei seminaristi: dai rapporti con superiori e compagni,
all'organizzazione oraria, all'igiene personale, ecc. Da questo punto di vista Lorenzo Milani, un giovane che gli
amici degli anni milanesi avrebbero ricordato come estremamente allergico alle
imposizioni, si adeguò con scrupolo alla Regola. Al punto che anche in seguito, da
sacerdote, egli avrebbe guardato all'osservanza di talune norme della vita ecclesiastica e in generale a un ineccepibile rigore come a un principio inderogabile e
qualificante del proprio ministero ed anche un prezzo inevitabile da pagare per chi
volesse essere
portatore di una proposta innovativa: «Conosco dei giovani che si professano miei ammiratori e poi rispondono
male alla mamma, dicono le bugie e non sanno stare senza
sigarette. E' più difficile fare il rivoluzionario che il conformista. Per fare il rivoluzionario bisogna essere lo specchio
d'ogni virtù». (24)
3. L'ESORDIO SACERDOTALE E LE ULTERIORI CONVERSIONI
Nonostante le incompatibilità con l'ambiente sopra
ricordate Lorenzo Milani concluse comunque gli studi in seminario e venne ordinato sacerdote il 13 luglio 1947.
Nell'ottobre successivo iniziò la sua attività pastorale come
cappellano presso la parrocchia di S. Donato a Calenzano,
nelle vicinanze di Prato, rimanendovi fino al dicembre 1954. (25) Poco dopo il
proprio arrivo si rese conto che la realtà locale
risultava notevolmente diversa da quella che in astratto si era preparato ad affrontare
durante la
fase seminaristica. Trovò cioè un ambiente caratterizzato da una
piccola e media impresa, spesso affiancata nel settore tessile da lavoro nero a domicilio. I ceti
sociali prevalenti
erano quello operaio e in parte quello contadino, con una certa
mobilità interna favorita dal desiderio di passare dal lavoro nelle campagne al posto in fabbrica. La popolazione
risultava quasi totalmente battezzata, ma era allo stesso
tempo in larga maggioranza comunista: secondo una
caratteristica contraddizione che avrebbe accompagnata
l'intera attività pastorale di don Milani. Di fronte a tale
situazione, e dopo le prime esperienze e cocenti disillusioni, egli colse l'impossibilità
di esercitare in quel
contesto umano un apostolato di tipo tradizionale. La causa risiedeva nel livello intellettuale eccessivamente basso della
popolazione. Il rimedio venne individuato in uno strumento Che trovava proprio allora un pubblico
riconoscimento a livello nazionale da parte del ministro della P.I. Gonella ma
che sarebbe rimasto a lungo inconsueto nelle mani di un
sacerdote: la Scuola popolare. Quella istituita da Milani a
Calenzano era organizzata in incontri serali di alcune ore,
secondo uno schema abbastanza libero che intrecciava conferenze tenute da relatori
esterni, spesso autorevoli, a
lezioni ordinarie svolte da Milani sugli argomenti e le materie più
disparate. (26) Erano rigorosamente escluse al suo interno discriminazioni di natura religiosa o
politica (27).
Fissati tali criteri l'impostazione avrebbe potuto ritenersi definitiva ed invece è qui
che si innestarono a mio parere quelle che chiamerei per semplicità le altre conversioni di Milani: la conversione sociale e la conversione
culturale, strettamente intrecciate tra loro nell'esperienza pastorale e
didattica compiuta a S. Donato. La scuola di don Milani aveva infatti
individuato obiettivi importanti ma questi risultavano ancora eccessivamente
idealizzati, soprattutto in quel proporsi della Scuola popolare come istituzione
al di sopra delle parti e aperta a ogni componente della società locale. Il suo
cammino progressivo fece urtare il fondatore contro i problemi specifici di
quelli che col tempo restarono i suoi effettivi frequentatori: gli operai e i
contadini. La conseguenza fu che la Scuola venne via via perdendo la sua
iniziale connotazione di strumento interclassista di cultura cui tutti
potevano accedere, schierandosi sempre più nettamente dalla parte delle classi
sociali sub-alterne e compenetrando lo stesso Milani dei loro problemi. (28)
La sua divenne così una sorta di scuola classista, dove
l'aggettivo va colto alla luce del significato che gli assegnerà lo stesso don
Milani:
Da quel che abbiamo detto sul dislivello culturale tra classe e classe discende la necessità di ordinare le nostre scuole parrocchiali con criteri rigidamente classisti. A noi non interessa tanto di colmare l'abisso di ignoranza, quanto l'abisso di differenza [...]. Non si tratta infatti di fare di ogni operaio un ingegnere e d'ogni ingegnere un operaio. Ma solo di far sì che l'essere ingegnere non implichi automaticamente anche l'essere più uomo. (29)
In questa nuova prospettiva don Milani parve intuire con chiarezza la direzione verso la quale si stava muoven
do la Scuola popolare di S. Donato e percepì l'importanza di quel criterio di essenzialità che sarebbe stato alla base della sua successiva vicenda. Essenzializzare, trovare una unità, avrebbe così significato sempre più chiaramente teorizzare e soprattutto applicare la centralità della parola, intesa come mezzo per comunicare il proprio sapere:Io son sicuro - scriverà Milani a un giornale fiorentino poco dopo il proprio allontanamento da San Donato che la differenza tra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola. I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e insteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l'intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude. (30)
La particolarità degli obiettivi cui mirava don Milani e gli stessi mezzi da lui adottati per tentare di raggiungerli accentuarono il contrasto con il clero locale e la Curia fiorentina; un contrasto che - al di là di una questione di metodi, che pure sussisteva - manifestava ormai con evidenza il proprio sostanziale carattere ideologico. Il cappellano di San Donato se ne rese conto sin dal luglio 1952 (31) e colse anche in quella circostanza il collegamento che si sarebbe instaurato tra la morte dell'anziano parroco di san Donato e il proprio allontanamento. Le cose si prolungarono in realtà più del previsto; tanto che don Milani rimase per vario tempo in dubbio su quale sorte gli sarebbe toccata. Ma la morte del proposto a metà settembre 1954 accelerò decisamente l'iter conclusivo. Una lettera scritta alla madre in quei giorni getta luce su come don Milani visse quelle giornate decisive:
Qui la guerra infuria. E' cominciata la sera stessa del [funerale del parroco] con una volgarità fuori dell'ordinario [...]. A me preme che la questione sia impostata nei suoi termini reali e cioè sul giudizio sulla Scuola popolare, politica e ogni altra questione di metodi pastorali o idee. Quando mi fossi assicurato che sia impostata così vorrei semplicemente star zitto e aspettare il giudizio del Cardinale senza sollecitarlo. Se (cosa estremamente difficile) questo giudizio fosse espresso da una nomina non sollecitata allora io potrei seguitare a far quel che ho fatto fino a ora e anche peggio con grande serenità interiore. Una cosa è essere il prete che lavora nel posto dove l'hanno messo e lasciato e una cosa è esser in un posto per avere o conservare il quale si è brigato. (32)
Il passaggio a Barbiana avvenne nel dicembre 1954. E' importante tenerne conto, perché accanto alla svolta del 1942-1943 esso rappresenta il secondo reale momento di cesura nell'itinerario di Lorenzo Milani. Si aprì infatti allora il periodo conclusivo, ancorché cronologicamente lungo, della sua vita.
4. BARBIANA: DALLA SOLITUDINE FORZATA ALLA SCELTA DI UNA PRECISA IDENTITÀ RELIGIOSA, SOCIALE E EDUCATIVA
L'esperienza di Barbiana si dipanò secondo linee che sembravano già implicitamente preannunciate dalla stessa asprezza dell'ambiente naturale, umano e religioso del luogo. Se Calenzano era infatti un paese con alcune migliaia di abitanti distribuiti nei borghi della piana che portava in meno di dieci chilometri a Firenze, Barbiana ne contava solo poche decine dispersi sul monte Giovi. Anche la composizione sociale mutava. Ai contadini e operai di Calenzano si sostituivano i montanari di Barbiana, e al tendere della popolazione calenzanese verso le realtà cittadine di Firenze e Prato corrispondeva tutt'al più una discesa da Barbiana a fondo valle verso il piccolo comune di Vicchio. La parrocchia di S. Donato aveva chiesa, strutture ricreative, continuità di
assistenza religiosa; quella di Barbiana si trascinava da vario tempo in un clima di smobilitazione ed era già stata di fatto destinata alla chiusura.A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c'è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere [...]. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi a venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé. Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo. Il priore ci impone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo a servizio del prossimo [...]. Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun. campo, finché non sapremo comunicare. Perciò qui le lingue sono, come numero di ore, la materia principale. Prima l'italiano perché sennò non si riesce a imparare nemmeno le lingue straniere. Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. (42)
Quando venne preparata la lettera per gli allievi di
Mario Lodi, Barbiana aveva già visto annullata la propria
fisionomia di 'penitenziario ecclesiastico'. La pubblicazione
del volume Esperienze pastorali, avvenuta come si è detto nel maggio 1958, e le reazioni - favorevoli e contrarie - da
esso suscitate avevano innescato un singolare rovesciamento di prospettiva. Mentre ci si sarebbe potuto attendere, e
forse ci si attendeva da quell'isolamento, una sorta di
ammorbidimento ideologico e pastorale dell'ex cappellano di S. Donato, iniziarono invece ad essere pubblicamente
conosciuti i tratti del don Milani portatore di un modello di
prete cattolico ineccepibile dal punto di vista dottrinale e
morale ma anche consapevolmente non conformista, né
scontatamente schierato a favore delle classi sociali che dominavano lo scenario di un'Italia formalmente cattolica,
politicamente a maggioranza democristiana e
socialmente avviata al boom economico di fine anni Cinquanta/inizio
anni Sessanta. Era la prima tappa di un cammino che nel
breve volgere di circa un decennio, dal 1958 della uscita di
Esperienze pastorali al 1967 della morte di don Milani, avrebbe richiamato su
questi e su Barbiana l'attenzione crescente sia di un mondo cattolico in
fermento sia di quegli ambienti laici che scoprivano attraverso quella minuscola
parrocchia del Mugello il sapore diverso e imprevedibilmente attuale e
provocatorio di un cristianesimo vissuto al di fuori dei modelli perbenisti
borghesi; per giungere, infine, a quel fenomeno di vera e propria mitizzazione
che si sarebbe determinato a fine anni Sessanta, quando l'ultimo scritto di don Milani e della scuola di Barbiana, la
famosissima Lettera a una professoressa, sarebbe divenuto nel clima del 1968 uno
degli indiscussi manifesti della contestazione studentesca.
Non si trattò peraltro di un percorso facile, né scontato.
Esso si dipanò infatti sul duplice sfondo del dramma personale di un uomo che
dal 1960 convisse con una malattia che si sarebbe poi rivelata incurabile e
della difficile situazione di un ecclesiastico che vedeva ormai definitivamente
logorati i propri rapporti con la curia fiorentina e in particolare con
l'arcivescovo Florit. In tale situazione i tre aspetti di essenzializzazione /
radicalizzazione che abbiamo rapidamente ripercorso in precedenza sembrarono
convergere negli ultimi anni di vita di don Milani verso un'ulteriore sintesi;
una sintesi conclusiva che tuttavia, a differenza degli altri momenti
considerati - nei quali i fattori esterni, l'ambiente, le persone, le
circostanze, avevano giocato un ruolo senz'altro centrale -, si rivolgeva a se
stesso. Milani pareva cioè operare sulla propria immagine per diventare in sé
una sorta di modello, una figura esemplare su tutti e tre i piani che abbiamo
elencato in precedenza: religioso, sociale, educativo. Anche questo, tuttavia,
sarebbe avvenuto attraverso l'assunzione di una figura/sintesi: la figura del
maestro. Un maestro che nella Lettera a una professoressa avrebbe detto per
bocca dei suoi allievi: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che
non presupponga nel ragazzo null'altro che d'essere uomo». (43)
In Esperienze pastorali don Milani aveva già sottolineato che il maestro non avrebbe dovuto preoccuparsi di «come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola» (44); l'occasione gli si sarebbe presentata nel 1965 quando, a seguito della pubblicazione di un ordine del giorno nel quale alcuni cappellani militari toscani in congedo accusavano di viltà gli obiettori di coscienza, si sarebbe innescata la controversia che avrebbe portato don Milani ad essere processato e condannato per apologia di reato. Non interessa in questa sede seguire i risvolti dell'intera vicenda processuale, peraltro di rilevante importanza per capire !'impegno civile dello stesso don Milani; (45) mi soffermerò piuttosto su un passaggio della lettera da lui inviata ai giudici romani non potendo presenziare di persona al processo per ragioni di salute, e più precisamente sul punto nel quale si descrive l'arrivo a Barbiana della notizia relativa alla presa di posizione dei cappellani militari:
Eravamo come sempre insieme quando un amico ci portò il ritaglio di un giornale. Si presentava come un Comunicato dei cappellani militari in congedo della regione toscana" [...]. Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella mia duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. (46)
E' superfluo sottolineare il valore dell'affermazione conclusiva. Un maestro e un sacerdote risultavano saldati inscindibilmente nello stesso uomo, impegnato a coronare il proprio messaggio non con una sintesi letteraria ma con una lezione di vita. E' questo, io credo, uno dei punti decisivi della parabola milaniana; quello forse in cui egli raggiunse uno dei gradi più elevati di consapevolezza. Probabilmente, una consapevolezza altrettanto viva e profonda è ritrovabile negli ultimissimi giorni di vita, quando dopo un lungo silenzio don Milani avrebbe affermato - secondo la testimonianza di uno dei presenti - «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza, un cammello passa nella cruna di un ago». (47) Qui non credo fosse più solamente il sacerdote o il maestro che parlava, bensì il Lorenzo Milani nato e cresciuto come non cristiano, ricco, intellettualmente dotato. Un Lorenzo Milani che aveva percepito questi suoi connotati come una sorta di peccato originale; un peccato che era divenuto sempre meno sopportabile man mano che la sua vita scorreva a diretto contatto con quella di coloro che erano considerati all'ultimo gradino inferiore della scala sociale. Un peccato che ritenne probabilmente di avere cancellato solo sul letto di morte, quando da rappresentante di una classe sociale privilegiata e discendente di uomini di cultura si trovò povero e circondato quasi solamente da coloro che, ora ormai adulti, erano stati i suoi 'piccoli monaci'.
NOTE
[1] Per una ricostruzione completa dell'itinerario di Lorenzo
Milani cfr. N. Fallaci, Dalla parte dell'ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani,
Milano 1974. Tra le varie riedizioni dell'opera va segnalata soprattutto la
quarta (1977), che contiene un'ampia appendice documentaria e alla quale farò
riferimento in queste pagine. Oltre agli scritti maggiori di Milani, sui quali
ritornerò dettagliatamente in seguito, sono utili per una più approfondita
conoscenza del suo pensiero le seguenti edizioni di carteggi: Lettere di don
Lorenzo Milani priore di Barbiana, a c. di M. Gesualdi, Milano 1970 (utilizzerò
la riedizione del 1975); L. Milani, Alla mamma. Lettere 1943-1967. Edizione
integrale annotata, a c. di G. Battelli, Genova 1990.
[2] E. Enriquez Agnoletti, Morte di un santo, in Il Ponte,
giugno 1967.
[3] Mi riferisco all'intervento di lrene Pivetti al convegno su «La
testimonianza di don Milani oltre il suo tempo» (Calenzano, 28 gennaio 1995).
[4] Si tratta della più voluminosa opera di don Lorenzo
Milani. Venne edita a Firenze nel maggio 1958. Nel dicembre successivo un
provvedimento del S. Uffizio ne impose il ritiro dal commercio.
[5] B. Bocchini Camaiani, Ricostruzione concordataria e
processi di secolarizzazione. L'azione pastorale di Elia Dalla Costa,
Bologna 1983, 347.
[6] «L'autore del libro deve essere un povero pazzerello
scappato dal manicomio» (A. G. Roncalli al vescovo di Bergamo G. Piazzi, 1
ottobre 1958, in A. G. Roncalli, Lettere ai vescovi di Bergamo, Bergamo
1973, 176); «Si tratta evidentemente di un pazzo scappato dal manicomio» (A.
G. Roncalli al sostituto della Segreteria di Stato A. Dell'Acqua, 2 ottobre
1958, in M. Toschi, Don Lorenzo Milani e la sua chiesa. Documenti e
studi, Firenze 1994,49).
[7] L'espressione risulta inserita all'interno di un generale
giudizio negativo sulla propria giovinezza: «Dopo tutto sono un'anima anche io e
non c'è ragione di buttarmi a mare specialmente se si tiene conto della giovane
età, della cattiva educazione, delle tare ereditarie e dei 20 anni passati nelle
tenebre dell'errore» (L. Milani a R. Rossi, 1 dicembre 1954, in G. Bruni,
Lorenzo Milani profeta cristiano. Saggio interpretativo, Firenze 1974, 199). (8)
Su tutto questo Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 13-22.
[9] Ibid., 53, la riproduzione di un quadro dipinto da Milani
durante l'estate 1941.
[10] Ibid., 51-52.
[11] A questo proposito fu eccessivo se non fuorviante
indicare il giovane Milani quale 'israelita', come fece nel 1958 Ermenegildo
Florit - allora coadiutore con diritto di successione dell'arcivescovo di
Firenze Dalla Costa - scrivendo a Roma per attirare l'attenzione sull'autore di
Esperienze pastorali: «A 18 anni da israelita si è fatto cattolico» (E. Florit a
F. Lambruschini, 3 giugno 1958, in Toschi, Don Lorenzo Milani, 101).
[12] Uno dei più significativi risultò il seguente: «Mi son
fatto cristiano e prete solo per spogliarmi d'ogni privilegio» (L. Milani a G.
Meucci, 4 maggio [in realtà giugno] 1951, in Fallaci, Dalla parte dell'ultimo,
543). In altra circostanza don Milani fisserà con precisione al 4 giugno 1943 la
propria scelta cristiana: «Proprio oggi [ho compiuto] 20 anni di vita cristiana»
(L. Milani a E. Brambilla, 4 giugno 1963, ibid., 70).
[13] Si tenga conto che, precedentemente, Milani aveva
scritto al pittore Staude: «Tra poco, mi farò frate» (Fallaci, Dalla parte
dell'ultimo, 51).
[14] Il testo è pubblicato in Toschi, Don Lorenzo Milani, 11.
[15] L. Milani a G. Meucci, 21 giugno 1952, in Fallaci, Dalla
parte dell'ultimo, 546.
[16] «Se Lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne,
tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile
all'opera di un pastore protestante» (L. Milani a E. FIorit, 5 marzo 1964, in
Lettere di don Lorenzo Milani, 181).
[17] Toschi, Don Lorenzo Milani, 12.
[18] Su tale esperienza cfr. L. Martini, Il seminario fiorentino
nella formazione di don Lorenzo Milani, in Don Lorenzo Milani. Atti del convegno
di studi, Firenze 1981, 95-116.
[19] Non a caso ancora nel 1958 E. Florit lo presenterà al S.
Uffizio come un sacerdote «che reca con sé le tracce del mondo a cui ha
appartenuto prima della conversione» (E. Florit a G. Pizzardo, s.d. [ma inizio
ottobre 1958], in Toschi, Don Lorenzo Milani, 125).
[20] «Qui si vive di Messa dal vestito che portiamo a tutti
gli studi che facciamo dal lavoro di sacrestia alle canzoni che cantiamo [...].
E quando s'è vissuto così non mi pare possibile che si possa rinunciare a
celebrarla noi. Sarebbe come uno che ha visto il cielo e gli tocca stare in
terra. Rimarremmo degli uomini falliti per tutta la vita» (L. Milani alla madre,
14 marzo 1944, in Alla mamma. Lettere, 31).
[21] Ne scrisse a un ex-compagno di seminario che lo invitava
ad un incontro con gli amici di un tempo: «Vorrei che non si parlasse di cose
spirituali. Mi farebbero tornare a gola lo sdegno per l'immensa frode del
seminario» (L. Milani a B. Brandani, 9 marzo 1950, in Fallaci, Dalla parte
dell'ultimo, 86).
[22] L. Milani a E. Brambilla, 20 giugno 1961, in Lettere di
don Lorenzo Milani, 138.
[23] «Io non riesco ad abituarmi al pensiero di dover dare
degli esami. E' una cosa ormai così fuori dalla mia mentalità e anche
incompatibile col mio modo di studiare di questi ultimi tre anni, che mi troverò
completamente impreparato» (L. Milani alla madre, 1 maggio 1944, in Alla mamma.
Lettere, 45). «Studio oggi come i primi giorni dell'anno. Perché ho pensato che
l'obbligo che hanno i chierici di studiare riguarda il farsi la scienza
sufficiente entro i quattro anni e non il passare gli esami anno per anno» (L.
Milani alla madre, 8 maggio 1944, ibid., 48).
[24] L. Milani a M. Castello, 17 novembre 1965, in Lettere di
don Lorenzo Milani, 231.
[25] Un'analisi complessiva di tale esperienza in A. Scattigno, Alle origini di "Esperienze pastorali": don Lorenzo Milani
cappellano a San Donato a Calenzano (1947-1954), in Don Lorenzo Milani. Atti
del convegno,117-142.
[26] La ricostruzione più dettagliata è attualmente
rinvenibile nella tesi di dottorato di D. Simeone, L'esperienza pastorale ed
educativa di don Lorenzo Milani. Lo stato attuale della ricerca con
particolare riferimento al periodo di S. Donato 1947-1954, Univo degli studi di
Padova, Dott. di ric. in Pedagogia e pcienze dell'educazione, a.a. 1990-1991, spec.
le pp. 69ss. Notizie sulla Scuola e sul suo funzionamento sono comunque
rinvenibili sia nella lettera di Milani a M. Gozzini del 9 novembre 1953
(Lettere di don Lorenzo Milani, 26), sia soprattutto in Esperienze pastorali
(pp. 223-244).
[27] «Di comune [gli allievi della Scuola] hanno poco [...]
fuorché un bel progresso che han fatto nel cercare di rispettare la
persona dell'avversa rio, di capire che il male e il bene non sono tutti da una
parte» (L. Milani a G. Meucci, 25 giugno 1951, in Lettere di don Lorenzo Milani,
13).
[28] «Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini
cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, son io
che l'ho imparato da loro. lo ho insegnato loro soltanto ad esprimersi mentre
loro mi hanno insegnato a vivere. Son loro che mi hanno avviato a pensare le
cose che sono scritte in questo libro. Sui libri delle scuole io non le avevo
trovate. Le ho imparate mentre le scrivevo e le ho scritte perché loro me le
avevano messe nel cuore» (Esperienze pastorali, 235).
[29] Ibid., 220-221.
[30] L. Milani al direttore del «Giornale del mattino», 28
marzo 1956, in Lettere di don Lorenzo Milani, 56.
[31] «Ieri ho fatto una leticata che forse sarà decisiva. Con
un canonico di Prato che era qui a predicare. Ho l'impressione che la mia
carriera ecclesiastica stia precipitando» (L. Milani alla madre, 14 luglio
1952, in Alla mamma. Lettere, 143).
[32] L. Milani Alla madre, 16 settembre 1954, ibid., 161-162.
[33] Anni dopo parlerà dell'«assurdo esilio in una parrocchia
disabitata» (L. Milani a G. Bianchi, 20 ottobre 1963, in Lettere di
don Lorenzo Milani, 161) e giudicherà l'invio a Barbiana «il confino in
un deserto e praticamente lo spretamento» (dalla minuta di una lettera, forse
mai spedita, a R. Bensi, 9 gennaio 1964, in Alla mamma. Lettere, 406 nota
2).
[34] L. Milani Alla madre, 28 dicembre 1954, ibid., 172.
[35] «Si perde tutti i superiori, quasi tutti i confrate1li» (L. Milani a E. Palombo, 29 aprile 1955, in Lettere di don Lorenzo Milani, 41).
[36] «Essere parroco di 110 anime in una diocesi che ha
decine di grosse parrocchie senza parroco non è molto buon segno e non giova a
ispirar fiducia né in un allievo, né in un penitente, né in un parrocchiano»
(L.
Milani a G. Meucci, 12 dicembre 1956, cit., 65).
[37] «Vengono [a trovarmi] i poveri abbondantemente, son
quelli che mi hanno fatto dimenticare tutti voi e il suicidio» (dalla minuta di
L. Milani a R. Bensi, 9 gennaio 1964, cit., 406 nota 2).
[38] L. Milani a E. Brambilla, 28 settembre 1960, in Lettere
di don Lorenzo Milani, 129.
[39] «E allora mi colpiranno con un provvedimento? Se mi
togliessero Barbiana mi toglierebbero poco. C'è sei anime sole (gli altri
novanta sono contadini). Un'altra parrocchia adatta per me non l'hanno e
del resto non la prenderei. Di cambiamenti me ne è bastato uno. Se non sarò
giudicato capace di fare il parroco di Barbiana vorrà dire che Dio mi
chiama a lasciare l'apostolato e cercare una via di maggior raccoglimento» (L.
Milani a R. Santilli, 10 ottobre 1958, ibid., 82).
[40] Esperienze pastorali, 221.
[41] Si tratta dello scritto forse più famoso di don Milani e
degli allievi della scuola di Barbiana. Venne edito a Firenze nell'aprile 1967.
[42] Lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena, 1
novembre 1963, in Lettere di don Lorenzo Milani, 170.
[43] Lettera a una professoressa, 94.
[44] Pag. 239.
[45] Cfr. a riguardo Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 375ss.
[46] L. Milani, Lettera ai giudici, 18 ottobre 1965, in
L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Firenze
[1978],32-34.
[47] Fallaci, Dalla parte dell'ultimo, 506.