PICCOLI GRANDI LIBRI   Lorenzo Milani
LA PAROLA
AI POVERI

EDITRICE ESPERIENZE

INTRODUZIONE - Giuseppe Battelli
LORENZO MILANI ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI
GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI
ANTOLOGIA DI TESTI DI DON LORENZO MILANI
Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI
Brani ricavati da: LETTERA AI GIUDICI
Brani ricavati da: LETTERA A UNA PROFESSORESSA
ATTUALIZZAZIONE - Mamilio Guasco

II PARTE

GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI

Come si è già rilevato Don Milani iniziò il proprio ministero pastorale in una stagione storica che aveva caratteristiche particolari dal punto di vista sociale e ideologico. Fu lo stesso Milani a rilevarlo: «L'ora è grave [...] ed esige una vita grave e pensosa»; «Non si può pretendere che scoppino fuori i doni più profondi dell'anima operaia per poste così meschine e così estranee alla pagina di storia che si sta voltando in questi anni»; «Ho toccato [...] l'ansia sociale che è nell'aria del nostro secolo». (48) Tale situazione di profilo generale riguardava anche l'Italia e in quella specifica congiuntura l'intervento della Chiesa si orientò in larghissima parte verso la conquista di un ruolo guida nel paese: sia attraverso il controllo degli strumenti istituzionali offerti dalla nuova situazione repubblicana sia mediante la lotta a tutto campo contro il comunismo e il laicismo. Pio XII aveva già espressamente richiamato a questo impegno sin dal radio messaggio natalizio della fine 1942 e le elezioni politiche del 18 aprile 1948 avrebbero costituito il primo sostanziale banco di prova. Gli obiettivi sopra indicati si tradussero poi in una precisa linea pastorale imperniata sulla mobilitazione delle masse attorno alle pubbliche manifestazioni del sacro, su una difesa rigorosa della dottrina e della religiosità più tradizionali, su un periodico coinvolgimento delle associazioni del laicato cattolico nelle battaglie elettorali a sostegno della Democrazia cristiana ed infine su una forte spinta organizzativa a favore della costruzione di strutture ricreative parrocchiali - comprendenti cinema, bar, campi da calcio, ecc. - atte a trattenere o ad attirare le nuove generazioni all'ombra del campanile e a porsi in evidente concorrenza con le Case del popolo.
Anche don Milani applicò inizialmente alcuni di questi criteri. (49) Ma poi in breve tempo, seppure attraverso oscillazioni e scarti, la sua linea pastorale registrò una significativa evoluzione verso convinzioni che sarebbero rimaste basilari in tutto il suo successivo percorso: la centralità della lotta sociale; la necessità per il clero cattolico di non ignorare la stessa e di schierarsi dalla parte del più debole dei contendenti; le implicazioni che tutto questo non poteva non avere per la stessa trasmissione del messaggio religioso. Tracce evidenti di tale prospettiva erano già riscontrabili nei primi scritti da lui dati alle stampe dopo un paio d'anni di ministero a S. Donato a Calenzano. (50) In essi, oltre a sottolineare la drammatica precarietà della vita degli operai e la loro difficoltà a ottenere e conservare il lavoro e una casa, si metteva in luce con particolare forza il fatto che agli occhi della classe lavoratrice la Chiesa e più propriamente la gerarchia ecclesiastica venivano ritenute corresponsabili di tale situazione in quanto sostenitrici del governo democristiano e della classe padronale. Occorreva dunque che il sacerdote cattolico si scrollasse di dosso tale fama e si presentasse, come avrebbe chiarito don Milani anni dopo, nei panni di «un prete povero, giusto, onesto, distaccato dal denaro e dalla potenza, dalla Confida, dal Governo, capace di dir pane al pane senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto, senza politica, così come sapevano fare i profeti o Giovanni il Battista». (51) Figura, quest'ultima, molto cara a don Milani,
che in una lezione del proprio catechismo dedicata appunto al Battista sembrò quasi instaurare un parallelismo tra le scelte di Giovanni e il proprio percorso. (52) Nel periodo di permanenza a San Donato la concretizzazione di tutto questo passò attraverso la sperimentazione di strade diverse a seconda delle situazioni e degli interlocutori, ma si trattò in ogni caso di strade che si riferivano ancora pur con significativi aggiustamenti a modelli ed esperienze già presenti nella pastorale del tempo. Chiamato ad esempio dalle proprie mansioni ordinarie di cappellano a curare l'insegnamento catechistico don Milani si impegnò con forza perché il metodo tradizionale di apprendimento mnemonico di formule ordinate sulla base delle varie parti del deposito dottrinale cattolico venisse sostituito da quello che lo stesso Milani chiamerà schema cronologico: vale a dire una narrazione della storia sacra ordinata secondo l'effettiva successione temporale degli eventi. L'obiettivo milaniano era giungere, dopo alcuni anni di sperimentazione da parte del clero della zona, alla pubblicazione di un nuovo testo di catechismo così impostato:

Lo vorremmo consistente in una Storia Sacra scientificamente fondata, illustrata con carte geografiche e fotografie e con la dottrina sintetizzata in fondo ai capitoli da poche essenziali formule mnemoniche. Non ci importerà che ogni capitolo abbia le sue formule né che queste formule siano disposte secondo un ordine logico, ma ci importerà solo che esse non giungano mai prima che sia stato ben stabilito il loro substrato storico. Solo così fondate sulla roccia abbiamo fiducia che potranno reggere l'urto col mondo d'oggi e di domani. (53)

Si trattava dunque di un rovesciamento del metodo, con un passaggio dal criterio deduttivo a quello induttivo non risultava inedito nella coeva produzione catechistica di altri paesi europei ma certo inconsueto in quella italiana. Un'altra peculiarità, forse anche più significativa della precedente, era poi rappresentata dal fatto che don Milani inserendo il racconto evangelico nel contesto storico, sociale e religioso della Palestina dei tempi di Gesù disegnava in realtà uno scenario fortemente caratterizzato dalla presenza protagonista dei poveri. Chi era infatti il popolo che attendeva la proclamazione della Buona Novella? «Poveri pescatori, poveri contadini, poveri pastori» rispondeva don Milani. Nazaret era «un bel paesino di povera gente». Maria era «una figliola povera e buona». «Che anima bella doveva avere quel povero operaio», annotava don Milani nel tratteggiare la fisionomia di Gesù che incontra Giovanni sulle rive del Giordano; e quando Giovanni indica in Gesù l'agnello di Dio la gente cerca invano una figura maestosa, autorevole, vestita di ricchi abiti: «Non c'era che un povero giovane come tanti altri. Lo si vedeva bene dai vestiti e dalle mani che non era che un operaio». (54) Il catechismo di don Milani intendeva dunque proporre soprattutto un Evangelo dei poveri: ritagliato cioè, in certo qual modo, a loro misura e ruotante attorno alla figura di un Gesù povero e operaio: in ogni caso fortemente umanizzato. (55)
Lo slancio sincero del neofita ma anche la capacità dialettica, il gusto del paradosso e l'innato anticonformismo di un giovane don Milani inteso a gettare ad ogni costo un ponte tra la proclamazione dell'Evangelo e le classi sociali più indigenti non impedisce peraltro di cogliere l'ambivalenza delle iniziative di quel periodo. Elementi indubbiamente innovativi convivevano infatti con una concezione tradizionale del rapporto chiesa / società, (56) mentre la stessa impostazione dei problemi pastorali restava in linea sul piano generale con prospettive sostanzialmente consuete come il primato della catechesi e della vita sacramentale, riecheggianti addirittura il modello pastorale tridentino - e confermava una prioritaria se non esclusiva preoccupazione religiosa rispetto ad ogni altra forma di impegno: ora di ordine sociale, ora di altra natura. Non a caso questi furono gli anni della lettera al giovane comunista Pipetta, nella quale si ribadiva che l'unico messaggio degno di un sacerdote - pur disposto ad abbattere con gli sfrattati la cancellata delle ville dei ricchi - restava quello religioso delle Beatitudini; della precisazione che l'ingiustizia sociale non era grave perché danneggiava i poveri ma perché offendeva Dio e ritardava la venuta del suo Regno; della parziale presa di distanza dalla figura del prete-operaio descritta nel romanzo Les saints vont en enfer di G. Cesbron perché vi si teorizzava la rinuncia a una propria vita sacramentale. (57)
Molta parte di quella stagione dell'impegno pastorale milaniano sarebbe stata consegnata alle pagine di Esperienze pastorali: con il suo intreccio apparentemente confuso di tabelle e grafici modellati sull'esempio della coeva sociologia religiosa francese e di materiali documentari attinti alla memoria personale di don Milani o alle testimonianze raccolte a S. Donato e in parte a Barbiana; ma soprattutto con le sue riflessioni di ampio respiro che proponevano attraverso lo stile sferzante e talvolta provocatorio della scrittura milaniana i nodi essenziali della sua proposta. Tre di queste riflessioni verranno riportate nelle pagine successive del presente lavoro: la prima incentrata sul rifiuto delle varie formule ricreative adottate nella pastorale cattolica degli anni Cinquanta, la seconda sulla validità della Scuola popolare come strumento essenziale per riavvicinare al messaggio religioso le popolazioni operaie e contadine, la terza sulla necessità di una applicazione indulgente del decreto del 1949 relativo alla scomunica dei militanti comunisti, verranno riportate nelle pagine seguenti di questa pubblicazione. La loro lettura potrà poi essere utilmente integrata  con la «Lettera a don Piero», anch'essa inserita in Esperienze pastorali ma originaria mente redatta da don Milani tra il 1953 e il 1954 nel pieno della polemica sui preti-operai e con l'intento da parte sua di «riproporre la questione in termini più pertinenti». (58) Al di là tuttavia degli aspetti interni, della specifica ricchezza e dell'attualità talvolta impressionante di numerose pagine del libro, ciò che merita attenzione è una duplice caratteristica complessiva che avrebbe marcato una differenza sostanziale tra Esperienze pastorali e i successivi scritti maggiori di don Milani. La prima riguardava il suo presentarsi come una proposta rivolta principalmente agli ambienti ecclesiali: anzi, per riprendere le parole del suo stesso autore, il suo essere «un modesto libro di tecnica pastorale riservato esclusivamente ai sacerdoti». (59)
L'affermazione era certo semplificante, ma restava altrettanto vero che don Milani con quel volume aveva inteso parlare soprattutto alla Chiesa e a partire dalle concrete condizioni nelle quali si svolgeva talvolta il ministero sacerdotale. (60) La seconda caratteristica si esprimeva invece nel fatto che al momento della sua pubblicazione nel 1958 il volume era ormai in larga misura invecchiato rispetto al coevo percorso milaniano. Come già infatti era in parte accaduto per il progetto non portato a termine del catechismo storico, così Esperienze pastorali più che fissare le convinzioni del suo autore a fine anni Cinquanta offriva piuttosto una sorta di sguardo retrospettivo su di una stagione e un modo di affrontare i problemi pastorali del secondo dopoguerra che in realtà già da qualche tempo don Milani considerava superati. (61)
La svolta, collegabile al trasferimento a Barbiana, comportò perlomeno a livello degli scritti pubblici l'abbandono
degli argomenti che riguardavano espressamente la Chiesa e il clero. Un'eccezione può essere considerata l'articolo Un muro di foglio e di incenso, redatto nel 1959 ed incentrato sulla opportunità di esercitare una critica costruttiva all'interno della Chiesa e specialmente nei confronti dei superiori ecclesiastici.62 Ma in generale i progetti successivi di don Milani - tra i quali la stesura rimasta incompiuta di un Galateo nel quale stigmatizzare lo scimmiottamento dei comportamenti borghesi da parte dei poveri - e gli scritti maggiori della parte conclusiva della sua vita non si sarebbero più mossi nell' ambito della riforma interna della Chiesa e in ispecie dei metodi pastorali, né sarebbero stati pubblicati da don Milani nella sola veste di sacerdote cattolico. L'obiettivo e il messaggio esemplare ad esso collegato erano ormai infatti di profilo universale: preparare, partendo dalle nuove generazioni, un uomo profondamente solidale con la causa dei più poveri e allo stesso tempo dotato degli strumenti culturali necessari per ricoprire con efficacia il proprio ruolo nella storia. Era un discorso formalmente laico, ma solo in apparenza. Per don Milani infatti quell'obiettivo, il mezzo atto a perseguirlo - cioè la scuola fatta in un dato modo - e il discorso di fede erano implicitamente ma anche inscindibilmente legati:

Se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell'obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non una parola di più dell'eguaglianza e l'eguaglianza in questo momento dev'essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio [...]. Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. E' una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. "Quello che avete fatto a questi piccoli ecc." E' inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio [...]. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene. (63)

Barbiana incarnava dunque questo ideale. La sua linfa vitale, però, non scaturiva tanto da un'idea, da un'intuizione, e ancor meno da una sorta di organico sistema pastorale; quanto piuttosto - come si è già rilevato - dalla personale esemplarità della figura del prete / maestro e dal rapporto difficilmente ripetibile che don Milani aveva saputo stabilire con il proprio popolo di parrocchiani/allievi. Che questo fosse il vero problema egli lo aveva già lasciato intendere anni prima, quando aveva puntualizzato che sbagliavano domanda coloro che gli chiedevano notizie sul metodo e i contenuti del suo insegnamento: non ci si sarebbe dovuti infatti preoccupare di «come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola». (64) Ora la situazione di Barbiana, rendendo pressoché superfluo ogni altro impegno ministeriale oltre alla celebrazione domenicale della Messa, aveva involontariamente favorito lo svilupparsi particolarissimo di questa dimensione. Nacquero così al suo interno gli ultimi due scritti maggiori di don Milani, quelli che ben più di Esperienze pastorali avrebbero consegnato la sua vicenda alla storia civile oltre che religiosa dell'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta: Lettera ai giudici e Lettera a una professoressa.
Abbiamo già letto in precedenza il racconto delle circostanze che spinsero don Milani a rispondere alla dichiara
zione dei cappellani militari contro gli obiettori di coscienza e, dopo l'apertura del processo a suo carico, a redigere la Lettera ai giudici in forma di autodifesa. Come si ricorderà, il priore di Barbiana vi precisava di essersi sentito obbligato a prendere posizione nella veste sia di maestro che di sacerdote, e tale duplice configurazione - come si può vedere dalle ampie parti del documento riportate nelle pagine seguenti di questo lavoro - accompagnava l'intera trama della lettera. Emergeva così non solo che l'intento del suo autore era quello di ricondurre l'intera questione e quindi anche il giudizio cui era sottoposto ai corretti termini originari, ma anche che la convinzione del maestro e degli allievi della scuola di Barbiana di poter obiettare contro le leggi ingiuste si fondava su fonti che spaziavano oltre i confini di una specifica confessione religiosa o tradizione nazionale o sistema ideologico particolare, per proporre un messaggio universale che attingeva sia alla vita di Gesù che all'Apologia di Socrate e all'autobiografia di Gandhi. (65)
Anche per questo nella chiusura della lettera don Milani
poteva del tutto coerentemente lanciare un auspicio che riguardava, in una sorta di inedita 'Internazionale', i suoi «colleghi preti e maestri d'ogni religione e d'ogni scuola» e sigillare l'intero documento con la considerazione: «Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l'umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l'umanità ci salveremo almeno l'anima». (66)
Quest'ultima affermazione era emblematica di come al
fondo tutto continuasse a confluire per don Milani in un ultimo fine religioso verso il quale - mi sembra si possa dedurre - dovevano comunque convergere i preti e i maestri di ogni religione e di ogni scuola. Ma l'intero tenore del documento non lasciava dubbi sul fatto che per lo stesso priore di Barbiana il cammino che portava a Dio le classi sociali più indigenti non passava più necessariamente attraverso gli strumenti per quanto aggiornati della pastorale cattolica. Lo confermava tra l'altro il silenzio quasi completo con il quale negli scritti pubblici e privati di don Milani passò tra il 1962 e il 1965 lo svolgimento del concilio Vaticano n. L'evoluzione rispetto agli anni iniziali di S. Donato - sullo sfondo dei quali si erano potuti intravedere i riferimenti ora espliciti ora impliciti a Mazzolari, Dossetti, La Pira, ai preti-operai, ecc. - era dunque vistosa. Gli stessi poveri che si erano di volta in volta raccolti attorno a don Milani avevano d'altronde visto crescere d'intensità nel loro 'maestro', forse in rapporto all'aggravarsi delle sue condizioni fisiche, l'ansia di accelerare la loro emancipazione culturale e il loro ingresso nella storia; sino alla stessa Lettera ai giudici però tutto questo era rimasto all'interno del microcosmo nel quale aveva agito don Milani: la Scuola popolare di S. Donato prima; la parrocchia/ scuola di Barbiana poi. Altra cosa infatti era la fama che era cresciuta attorno alle iniziative personali di don Milani ed altra l'autonoma capacità dei suoi allievi di mettere in pratica al di fuori del proprio ambiente quanto era stato loro insegnato.
L'occasione si presentò invece nel giugno 1966, quando a seguito della bocciatura di due ragazzi di Barbiana che avevano sostenuto un esame come privatisti presso una scuola pubblica don Milani iniziò con alcuni propri allievi la stesura di Lettera a una professoressa. Da un certo punto di vista tale decisione si collocava in piena continuità con diverse circostanze precedenti nelle quali don Milani aveva affrontato con uno scritto pubblico più o meno impegnativo per ampiezza e organicità un problema sociale da lui ritenuto grave e incalzante: sia per denunciarne l'esistenza, sia per richiamare la necessità di schierarsi a favore dei più deboli. Gli esempi erano numerosi: dalla ricerca di un lavoro e dal rapporto padroni/ giovani operai affrontato in Franco perdonaci tutti e nella Lettera a don Piero alla realtà degli sfratti delle famiglie indigenti
denunciata in Per loro non c'era posto; dalla difesa degli obiettori di coscienza contro il giudizio di viltà che don Milani aveva perseguito nella Lettera ai cappellani militari alla questione della resistenza alle leggi ingiuste messa a fuoco nella Lettera ai giudici. Nessuna novità dunque dal punto di vista dei criteri e delle forme di intervento solitamente adottate da don Milani. Nel caso tuttavia della Lettera a una professoressa la situazione presentava caratteristiche particolari. Il problema da affrontare toccava infatti espressamente il cammino culturale dei ragazzi di Barbiana, vale a dire la realtà e il traguardo che negli ultimi anni aveva assorbito pressoché interamente la vita di don Milani. Anche per questo la stesura della lettera, sviluppatasi tra l'estate 1966 e la primavera 1967, rappresentò con sempre maggiore evidenza la sua battaglia finale e la sintesi della sua parabola religiosa e pastorale:

Caro Giorgio, stiamo correggendo le bozze della Lettera a una professoressa [...]. La destinataria è all'apparenza una professoressa, ma il libro è inteso per i genitori dei ragazzi bocciati e vuol essere un invito a organizzarsi [...]. Ma devi far qualcosa per me. Prima di tutto perché è vero quello che ti dico cioè che il lavoro è tutto dei ragazzi salvo la mia regia (ma regia da povero vecchio moribondo). Poi perché non voglio morire signore cioè autore di libro, ma con la gioia che qualcuno ha capito che per scrivere non occorre né genio né personalità perché ci sono regole oggettive che valgono per tutti e per sempre e l'opera è tanto più arte quanto più le segue e s'avvicina al vero. Così la classe operaia saprà scrivere meglio di quella borghese. E' per questo che io ho speso la mia vita. (67)

Ancora una volta dunque era la causa dei poveri, degli ultimi, a motivare l'iniziativa milaniana: e in questo caso ciò si era tradotto nello schierarsi dalla parte delle famiglie di quei giovani di umili origini che tentavano il proprio riscatto attraverso la scuola. In tal senso, e con specifico riferimento ai contenuti della lettera - che in parte verranno proposti nelle pagine seguenti di questo lavoro -, il discorso si concentrava da un lato sulla denuncia di un sistema scolastico che per contenuti, didattica e criteri di valutazione favoriva una ulteriore sperequazione a danno dei figli della classe sociale più debole; da un altro lato su una serie di proposte la più eclatante delle quali sarebbe risultata l'invito a non bocciare durante il percorso della scuola dell'obbligo. Ma a quel contenuto è riconducibile solo una parte del significato complessivo del documento. Ad esso infatti don Milani aveva inteso assegnare il compito di coronare pubblicamente il proprio ambizioso e spesso frainteso progetto pastorale: portare i figli della classe operaia - secondo un'accezione che ormai nell'ultimo don Milani appariva assai più universale e dilatata che non negli anni delle sottili distinzioni classiste di San Donato o della prima fase barbianese - a padroneggiare la lingua, prima parlata e ora anche scritta, per divenire così i veri protagonisti della storia.
Lettera a una professoressa, firmato non da don
Milani bensì dalla «Scuola di Barbiana», voleva dunque essere la testimonianza che quel progetto era realizzabile e che, nel suo prevedere che non si parlasse quasi mai espressamente di questioni religiose, era oltretutto profondamente intriso di fede. Certo, di quella fede radicata, intrinseca, non imposta né platealmente esibita, che a metà anni Cinquanta aveva fatto scrivere a don Milani la Lettera dall'oltretomba riservata e segretissima ai missionari cinesi, il testo forse più paradossale e ad un tempo più espressivo del suo vero sentire:

Cari e venerati fratelli,
voi certo non vi saprete capacitare come prima di
cadere noi non abbiamo messa la scure alla radice dell'ingiustizia sociale. E' stato l'amore dell"'ordine" che ci ha accecato. Sulla soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima nostra debole scusa supplicandovi di credere nella nostra inverosimile buona fede. (Ma se non avete come noi provato a succhiare col latte errori secolari non ci potrete capire). Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. E nel dormiveglia abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare. Vedete dunque che c'è mancata la piena avvertenza e la deliberata volontà. Quando ci siamo svegliati era troppo tardi. I poveri erano già partiti senza di noi. Invano avremmo bussato alla porta della sala del convito. Insegnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del lontano 2000 non parlate loro dunque del nostro martirio. Dite loro solo che siamo morti e che ne ringrazino Dio. Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato. Essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio. Saprà il Cristo rimediare alla nostra inettitudine. E' lui che ha posto nel cuore dei poveri la sete della giustizia. Lui dunque dovranno ben ritrovare insieme con lei quando avranno distrutto i suoi templi, sbugiardati i suoi assonnati sacerdoti. A voi missionari cinesi figlioli dei martiri il nostro augurio affettuoso.

Un povero sacerdote bianco 
della fine del II millennio.68

NOTE

[48] Esperienze pastorali, 151 e 241-242.
[49] Lo ammetterà lui stesso: «Ragionai così: il popolo vuole il pallone [...]. Dunque gli darò anch'io il pallone in modo che invece di venire quaggiù [al campo del paese] verrà lassù intorno alla chiesa» (ibid., 132).
[50] Si trattava degli articoli Franco, perdonaci tutti e Per loro non c'era posto pubblicati nei numeri 15 novembre 1949 e 15 dicembre 1950 della rivista di don Mazzolari «Adesso».
[51] L. Milani a G. Carcano, 3 settembre 1958, in Lettere di don Milani, 76. Il riferimento milaniano alla «Confida» riguardava la Confindustria.
[52] «A casa sua gli pareva di star troppo bene e allora appena grandicello la lasciò e andò a vivere solo nel deserto» (Il catechismo di don Lorenzo Milani. Documenti e lezioni di catechismo secondo uno schema storico, Firenze 1983, 157).
[53] Il testo sopra riportato rappresenta la parte conclusiva di un articolo scritto da don Milani nel giugno 1950, ma poi non pubblicato. Lo si può trovare edito ora ibid., 39-50; a pago 50 il passo citato. I corsivi sono di don Milani.
[54] Il catechismo di don Lorenzo Milani, 146, 149, 159, 162.
[55] «Quando Giuseppe morì Gesù era ormai grande abbastanza da saper campare col suo lavoro la Mamma e se stesso. Non faceva miracoli, nella sua vita non c'era nulla di straordinario. Lavorava per i contadini, faceva carri e aratri. Aveva i calli alle mani, la faccia bruciata dal sole perché lavorava molto all'aperto» (ibid., 155).
[56] G. Miccoli, Don Lorenzo Milani nella chiesa del suo tempo, in ldem, Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto chiesa-società nell'età contemporanea, Casale Monferrato 1985, 428-454, spec. 433ss.
[57] l primi due testi si possono vedere in Lettere di don Lorenzo Milani, 12-13 e 21; il terzo in Alla mamma. Lettere, 141.
[58] Esperienze pastorali, 441. Il testo della lettera alle pagg. 443-471.
[59] L. Milani a E. Brambilla, 20 giugno 1961, in Lettere di don
Lorenzo Milani, 138.
[60] In tal senso era indubbiamente fondata anche la precisazione di
non aver voluto fare «un trattato di teologia pastorale con valore di legge per tutte le latitudini e circostanze» (L. Milani a G. D'Avack, 9 novembre 1958, ibid., 92).
[61] «La mia vera ricetta e il mio vero modo di affrontare i problemi dell'apostolato sono invece su un piano totalmente estraneo alle cose che nel libro si dicono» (L. Milani a V. Zani, 19 dicembre 1955, ibid., 51).
[62] Il testo, dopo essere stato rifiutato dal settimanale cattolico fiorentino «Politica», venne pubblicato postumo in ibid., 110-122.
[63] L. Milani a N. Neri, 7 gennaio 1966, ibid., 237-238. 
[64] Esperienze pastorali, 239.
[65] Lettera ai giudici, 38. 
[66] Ibid., 62.
[67] L. Milani a G. Pecorini, 7 aprile 1967, in Lettere di don Lorenzo Milani,273-274.
[68] La lettera venne edita quale chiusura della parte narrativa di Esperienze pastorali (pag. 437).