PICCOLI GRANDI LIBRI   Lorenzo Milani
LA PAROLA
AI POVERI

EDITRICE ESPERIENZE

INTRODUZIONE - Giuseppe Battelli
LORENZO MILANI ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI
GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI
ANTOLOGIA DI TESTI DI DON LORENZO MILANI
Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI
Brani ricavati da: LETTERA AI GIUDICI
Brani ricavati da: LETTERA A UNA PROFESSORESSA
ATTUALIZZAZIONE - Mamilio Guasco

Antologia da
« ESPERIENZE PASTORALI»
e da altri testi di Don Lorenzo Milani

Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI

I PARTE

Racconto

Quando uscito di seminario fui inviato cappellano a S. Donato la cosa che più mi colpì fu lo spettacolo del vespro.
Quei pochissimi giovani che ci venivano non ne avevano voglia. Guardavano l'orologio. Premeva loro che vespro e catechismo durassero poco. Se ci venivano non era per una spinta interiore, ma solo per qualche motivo esteriore, come per esempio l'abitudine, l'educazione, la volontà dei genitori, il desiderio di incontrare qualche figliola.
Una domenica sera lasciai il vespro al Proposto e scesi al paese. Anche la piazza era deserta.
Al campo sportivo invece c'erano tutti.
Per me fu un colpo. Quella totalità non indicava un episodio
sporadico, ma qualcosa di serio che andava analizzato.
Ma c'era di peggio: pioveva. Il campo era un pantano. Gli
spettatori si accalcavano nel pantano coi vestiti buoni.
In chiesa nessuno vuoi sciuparsi la piega dei calzoni.
Chi glielo faceva fare? Nessuno. Dunque una spinta interiore. Totalità di popolo e con spinta interiore lontano dalla chiesa! Gli interrogativi che un simile spettacolo imponeva a un pretino novello erano sconvolgenti.
Quel giorno presi una risoluzione che mi si è rivelata poi falsa e nella quale cadono purtroppo una quantità di preti.
Ragionai così: il popolo vuole il pallone e per il pallone e affini è disposto anche a farsi martirizzare dal fango e dalla pioggia. Non teme di spendere, né d'ammalare e non attende che lo si chiami a casa. Dunque gli darò anch'io il pallone in modo che invece di venire quaggiù verrà lassù intorno alla chiesa e tutto sarà risolto nel modo migliore.
Comprai dunque il pallone. Ma dopo pochi giorni un'altra constatazione mi ributtò in alto mare: al mio pallone non venivano tutti. Anzi era facile che nascesse un certo antagonismo tra quelli che venivano e gli altri. E gli uni erano figli di una data parte del popolo e gli altri di un'altra. S'accentuava dunque, per opera di quel pallone, il fossato già tanto triste che divideva il popolo in due parti (e il motivo è che mettere su un pallone non sa solo il prete, ma sanno anche i comunisti, invece la scuola che faccio ora loro non la sanno fare e per questo ora i giovani vengono tutti da me e il fossato non esiste più).
Per non dire poi delle occasioni in cui mi toccava affondarlo io questo fossato con le mie stesse mani. Cioè per eliminare qualche corruttore di buoni.
Chiunque tiene associazioni o ricreazioni parrocchiali ogni tanto è costretto a questi tagli chirurgici. E quando ormai il ricreatorio esiste non posso dargli torto. Ma in questo fatto stesso vedo una prova di più che le associazioni e le ricreazioni sono incompatibili con la missione del parroco: padre di tutti e semmai più padre dei corruttori che dei buoni. (Da che ho la scuola non elimino più nessuno perché la scuola è tutta zitta e raccolta qui sotto le mie mani. Quando il corruttore parla io gli rispondo ed è una gioia per me potergli rispondere in presenza a tutti e nel silenzio perché a parole con me non ce la può di certo).
Ma poniamo anche che col gioco io abbia avuto occasione di avvicinare anche qualche lontano e fame un amico. Chi non conosce nelle nostre parrocchie certi tipi di amici fatti esclusivamente nel gioco? Amici, ma fermamente sincretisti e cercatori del massimo godere. Pronti volta a volta a buttarsi da quella delle due parti che piùli faccia divertire.
C'era poi la questione delle età.
Quelli che venivano a giocare erano per lo più ragazzucci di
età insignificanti. Impuberi o appena pubescenti. Assoluta mancanza di interessi, di problemi e di fermezza di carattere. Cattolici, se di genitori cattolici. Comunisti, se di comunisti. Sincretisti, se di sincretisti. Insomma delle nullità.
E non è vero neanche che per mezzo del gioco dei bambini si riesca poi a avvicinare i genitori. Nessun genitore si sente eccessivamente indebitato col prete che gli fa giocare il bambino, perché se non lo fa giocare il prete lo faranno giocare i comunisti e se non lo farà giocare nessuno giocherà da sé e non è guasto nulla.

(Ben diverso è invece il legame che può nascere tra i genitori e il prete che fa scuola ai loro figlioli. E il motivo è chiaro: il gioco non si tesaurizza mentre lo studio sì. Di ciò che il ragazzo ha imparato resterà traccia e frutto per tutta la vita. Ma di ciò che ha giocato non resterà nulla).

E infine l'ultima amarezza.
Perfino quei pochi e insignificanti ragazzi era difficile tenere.
Ogni poco compariva in paese qualche attrazione più grande e
allora la precedente perdeva ogni valore. E allora bisognava buttarsi alla concorrenza: magline loro? magline e scarpe noi. Tesseri no in tasca loro? Tesserino e distintivo noi. Cinema, televisione, biliardo loro?...
Ho voluto solo indicarvi lo sdrucciolo in cui stavo per infilare.
In cui sono infilati tanti miei compagni.
Io per grazia di Dio mi fermai a tempo. Intesi, già al primo gioco sfiorito, dove sarei andato a finire e non fu una virtù, ma un vizio che mi salvò. Fu l'amor proprio.
Io, il sacerdote di Cristo, dovevo stare in concorrenza sullo
stesso piano coi ministri del mondo? Già troppo umiliante.
E poi in più non riuscire neanche in questa concorrenza e pescare sempre qualche pesce di meno! È scontato infatti che lo svago del prete, per quanto sbrigliato, sarà sempre meno divertente che quello sbrigliatissimo del mondo. O per essere più precisi, diciamo che lo svago del prete arriva a sbrigliatezze molto simili a quelle del mondo, ma con 5 anni di ritardo.
Le pellicole che si vedono oggi nei cinema parrocchiali mostrano ciò che 5 anni fa era materia di urgente confessione. E ciò che oggi è vietato ai minori nei cinema del mondo fra 5 anni lo
proiétteranno le suore all'asilo. Chi ha vissuto negli ultimi 20 anni non dirà che non ho motivo di temerlo. Del resto in caso di bisogno si potrebbe fare oggetto di una statistica la prima affermazione.
Ed io dunque m'ero fatto prete per correre verso il male sulla stessa strada e un passo indietro a quel poveri no di Giovanni, capo comunista del paese?
Se io correrò ancora con lui vorrò stargli sempre un passo a
vanti.
Sarà meglio dunque che io non corra con lui.

II PARTE

Metodica

LA RICREAZIONE IN SE

In genere coloro che difendono i ricreatori parrocchiali considerano apodittico che la ricreazione sia in sé stessa necessità fisiologica.
Io penso che questo preconcetto sia nato tra educatori che avevano dinanzi agli occhi studenti e poi supinamente trasferito
sugli operai.
Questo trasferimento non mi pare valido.
Ammettiamo pure che lo studente dopo ore di lavoro intellettuale, abbia bisogno di un po' di esercizio fisico. Ma allora ritorco l'argomento: l'equivalente per un operaio è che dopo ore di
esercizio fisico egli ha bisogno di ricrearsi con un po' di lavoro intellettuale. Di ritornare un po' uomo con lo studio e non di conservarsi con una sterile ricreazione quella bestia che è diventato col lavoro fisico. 
Penso poi che la premessa sia discutibile anche per il caso
dello studente. Se per esempio lo studente in quelle due ore prescritte dal medico vangasse degli appositi orti pubblici otterrebbe lo scopo fisiologico meglio che col pallone e in più ci guadagnerebbe tanto la sua formazione morale e politica. 
Se dunque alla ricreazione per la ricreazione si toglie la dignità di necessità fisiologica non le resta che quella di divertimento. 

Sul divertimento fine a sé stesso la morale parla chiaro: agere
propter solam delectationem peccatum est. La proposizione contraria è stata condannata da Innocenzo XI (DB. 1158). 
E S. Tommaso (1 2 q. 4 a. 2 ad 2) nota che Dio: delectationes apponit propter operationes. 

Ma il prete che si dedica ai ricreatori è spesso costretto a apporre operationes propter delectationes. 
Piccolo peccato?
E voi vi fareste vedere al vostro popolo a indulgere metodicamente e organizzatamente e senza rimorso a un piccolo peccato?
Io preferirei esser visto peccare gravemente, ma subito esser visto anche pentirmene e correre a confessarmi, piuttosto che indifferente a un veniale.
Ma è poi veniale quando diventa regola di vita? Buttar via il tempo. Cercare e organizzare ai giovani il modo di far l'ora di cena, cioè di passare il tempo, cioè di bestemmiare il tempo, dono prezioso di Dio che passa e non torna.
Se una notte qualcuno vi scrivesse sulla porta del ricreatorio: «Luogo per il metodico sperpero d'uno dei più grandi doni di Dio» che gli vorreste fare? Non vi resterebbe altro ripicco che quello di andare la notte dopo a scrivere sulla porta del ricreatorio comunista e delle case di tolleranza: «Luogo dove invece di sperperare uno solo dei doni di Dio se ne sperpera più d'uno». Ma ci sarebbe poca soddisfazione perché la differenza è poca e non è, in conclusione, sostanziale.
Si può infine fare anche un'altra questione: se anche si dovesse concedere che la ricreazione sia per l'uomo una necessità fisiologica, resterebbe ancora da provare che si addica al prete occuparsene.
Se i ragazzi hanno bisogno fisiologico di un'ora di pallone dopo mangiato, se la prendano pure. Ma più lontano possibile dagli occhi del prete. Come fanno di ogni altra loro necessità fisiologica...
Non si può esigere la supervisione su tutti gli aspetti della vita del nostro popolo. Supervisione di tutto solo per darne un giudizio morale, non per assumersi di tutto la responsabilità e la organizzazione. Che il prete sia l'uomo che ha avuto la missione più alta non significa che essa riassuma tutte le altre fino a potersi a tutte sostituire. Dire così non è fede nel sacerdozio, ma superbia volgare. Del sacerdote la fede ci dice solo che è latore dei sacramenti. Solo per quelli è insostituibile. Per tutto il resto in genere un laico può fare come lui, anzi molto meglio di lui.

LA RICREAZIONE IN CONCRETO

Ho fin qui supposto che nelle ricreazioni parrocchiali non vi fosse altro male che la bestemmia del tempo.
Scendendo a un'analisi particolareggiata delle ricreazioni par
rocchiali vicine ci dovremo convincere che c'è anche altro.
Nelle parrocchie confinanti con la nostra i parroci e i comunisti organizzano e gestiscono cinematografi, bar con televisore, sale da gioco di carte, biliardo o simili, sport attivi (cioè in cui si partecipa), sport passivi (cioè in cui si è solo spettatori), gite, teatro (poco), ecc.
Unico punto sul quale i parroci non si sono ancora allineati coi comunisti è il ballo. Per tutto il resto mi sembra che lo schieramento di forze sia ben equilibrato su tutti i fronti.
Non è invece di questo parere don A., uno dei sacerdoti più in vista della diocesi di Prato. In una importante riunione di parroci, presieduta dal Vescovo, egli ha svolto il seguente tema: «Come si può pretendere di tener testa al comunismo finché i comunisti disporranno di campi regolamentari e noi di campi che arrivano al massimo a 70 metri di lunghezza?».

Distinguiamo ora le attività ricreative in quattro categorie:
1. Ricreazioni con malizia propria oltre a quella della sterilità; 
2. Ricreazioni cattive solo perché sterili;
3. Ricreazioni buone solo per la salute fisica;
4. Ricreazioni buone perché istruttive.
Per quest'ultime (recite e pellicole scelte, commentate e discusse, gite istruttive, ecc.) non avrei naturalmente obiezioni da fare. Le catalogherei senz'altro sotto il capitolo scuola e ne sarei entusiasta. Purtroppo però, anche con la miglior buona volontà verso i miei vicini d'ambo i colori, son costretto a constatare che il criterio della istruttività non ha presieduto alle loro scelte in fatto di mete turistiche o di spettacoli. Prova ne sia che, dopo le loro manifestazioni, la domanda di rito è: «Vi siete divertiti?».
A S. Donato oggi una domanda del genere viene considerata poco meno che pornografica.

Ricreazioni con malizia propria 
CINEMATOGRAFO E TELEVISIONE

Adulti, adulti con riserva. Tutti, tutti escluso i giovanissimi.
Buttar fuori di sala i ragazzi (somma pazzia). Non li buttare (altra pazzia, ma preferibile). Ecco i problemi del prete gestore.
E un continuo giocare al margine della moralità. Un affannoso
cercare «quomodo sine peccato ad peccatum liceat accedere».
Ma chi gioca al margine della moralità, se lo fa per suo uso,
anche se non intacca il codice, fa però professione pubblica di poco amore.
Il probabilismo, cioè la ricerca di ogni scappatoia per manda
re assolto un penitente e per fargli coraggio è, in confessione, prassi evangelica e molto sacerdotale. Ma non s'addice certo al sacerdote fuori di confessione come sua regola di vita o come regola del suo agire pubblico quale è per esempio la costruzione o la gestione di un cinema. Del resto l'immoralità di certi spettacoli non è molto più immorale di quel che non lo sia la stupidità di altri classificati per buoni. Ora è noto che il libriccino delle segnalazioni non prende in considerazione la maggiore o minore stupidità di un film. Ma la nostra veste è di maestri e un maestro che insegna per ore ai giovani cose stupide e inutili pecca gravemente. 
E del resto .si poteva fare anche un discorso preconcetto: cinema e televisione dipendono ambedue per loro natura da organizzazioni molto costose. Era fatale dunque che dovessero cadere in mano a dirigenti la cui unica preoccupazione fosse
quella di contentare gli spettatori.
Ma è appunto qui che si distingue il maestro dal commerciante. Dicesi commerciante colui che cerca di contentare i gusti dei
suoi clienti. Dicesi maestro colui che cerca di contraddire e mutare i gusti dei suoi clienti. Lo schierarsi di qua o di là di questa barriera è per il prete decisione ben grave. 
Si obietta che esistono dei film veramente positivi. Non ne du
bito, ma il loro numero è talmente limitato da non permettere l'ammortizzazione delle spese d'una sala che si volesse limitare alla loro proiezione. 
Del resto quando ho desiderato che il mio popolo vedesse un
determinato film positivamente buono (è successo 6 volte in 7 anni) mi è stato cosa facile ottenere dalla Casa del Popolo o dal gestore privato del cine Concordia di programmarlo. Contentissimi loro e io libero dalle spese, grattacapi, perdite di tempo, di sonore che importa la gestione d'una sala propria.

BAR

Su dieci bar che funzionano nelle immediate vicinanze dei nostri confini tre sono gestiti dai parroci, tre dai comunisti, tre da esercenti, uno da un gruppo di anticomunisti con prevalenza Dc.
Abbiamo deciso di dare al lettore, per quanto ci sarà possibile, un quadro completo dell'ambiente in cui vive il nostro popo
lo e in cui è maturata la sua indifferenza religiosa. Non potevamo dunque esimerei dallo scoprire anche questa piaga che è caratteristica dell'epoca e tanto insolita nella storia della Chiesa. 
I tre bar parrocchiali sono stati solennemente inaugurati e benedetti dall'Arcivescovo.
Mi sono procurato l'elenco dei generi che si vendono in uno di questi bar parrocchiali e l'ho sottoposto al giudizio di un medico. Ha risposto per scritto: 
«...distinguo i generi da lei elencati in tre principali categorie:
1. Veleni. 2. Puro vizio di gola. 3. Calorie troppo care.
Fra i veleni sono tutti gli alcoolici e il tabacco. I liquori per
tutti. Gli alcoolici più leggeri limitatamente ai più giovani. Tanto per l'alcool che per il tabacco il pericolo è rappresentato soprattutto dalla facilità di prendere abitudini. Non posso elencare tra i veleni il caffé, ma non lo darei mai ai ragazzi. I ragazzi sono, per natura loro, anche troppo eccitabili e non è il caso di stimolarli.
Sotto la denominazione puro vizio di gola cadono invece tutte
le altre bibite fuorché il latte che sarebbe utilissimo (ma che non vedo elencato) e esclusi anche i succhi di frutta che posso far bene (al loro prezzo però si può acquistare con molto maggior profitto frutta fresca).
Non esiste nessun motivo fisiologico per cui possa occorrere
di levarsi la sete con qualcosa di diverso dall'acqua potabile. 
Puro vizio di gola sono poi i gelati, le caramelle, le gomme,
ecc.
Sotto la denominazione di calorie troppo care possono cadere le briosce, le paste, i biscotti, la cioccolata. Per giustificarle occorre assicurarsi dell'orario in cui vengono consumate (fuori ora fanno più male che bene) e passarle sotto il titolo di merende...».
Sottoponiamo ora le tre categorie distinte dal medico a un giudizio sacerdotale: la prima si condanna da sé. Basti pensare che nei tre bar parrocchiali considerati non vien fatta nessuna discriminazione di età tra i consumatori.
Per questo reato il Codice Penale prevede l'arresto fino a un anno e la sospensione dell'esercizio (art. 689 e 730). Ma nelle attuali circostanze storiche i tutori dell'ordine trovano più saggio non vedere, anche perché nessuno nel popolo ha interesse a una denuncia (dato che i comunisti non son da meno del prete in questo genere di reati).
Si può obiettare che al prete la salute fisica del popolo non interessa direttamente. È giusto. E ciò nel senso che il prete non è obbligato a farsi promotore di crociate contro il vino, il tabacco e i dolciumi. Si potrà però almeno chiedergli di non propagare lui veleni e vizi e soprattutto di non guadagnarci sopra.
Comunque in tutto questo dev'essere almeno interessata la sua figura di educatore: chi beve, fuma, mangia roba dannosa o inutile peccherà a dir poco di gola. La parvità di materia giustificherà i ragazzi, non il loro educatore «tentatore».
La merenda come nutrimento è invece necessaria ai ragazzi che passano un intero pomeriggio dal prete. Non pare però che essa sia la mira dei bar parrocchiali. Prova ne sia che non vi si vende pane, né latte, né frutta, né marmellata, né olio, né carne salata.
Eliminati questi generi perché non si vendono e scartate le «calorie troppo care» per la loro irrazionalità e per i motivi che vedremo al paragrafo seguente (uso del denaro) può restare in palio la cioccolata, ma non senza pane. I ragazzi dei nostri popoli di campagna fino a poco tempo fa erano avvezzati a non mangiare senza pane neanche un'arancia per le feste. Eppure non sono morti di malinconia. I tempi sono cambiati, ma le mamme predicano ancora (sia pure invano) in questo senso.
Non vorrei farmi battere da povere mamme contadine in fatto di austerità di costumi e di insegnamento. La Chiesa coll'imporci il vestito nero intendeva che la sola vista del prete richiamasse alla mente pensieri di sacrificio, di mortificazione delle vogliuzze terrene, di ricerca delle gioie dello spirito e del premio in Paradiso. Non è certo questa l'immagine che ha del prete un ragazzo di S. Pancrazio per esempio, là dove l'unico bar esistente è quello parrocchiale e quindi nella mente l'accostamento di idee più spontaneo è questo: «Prete, eguale gelato sì. Mamma, eguale gelato no».
Su questa immagine la tonaca nera stona. Conviene dunque o adottare tonache variopinte o abolire il bar.

LA RICREAZIONE E IL DENARO

Parlando del bar avremmo dovuto mettere in primo piano il problema dell'uso del denaro. Ma la cosa interessa, oltre al bar, anche una quantità di altre ricreazioni parrocchiali e ne parliamo perciò a parte.
Non è bello educare i ragazzi a spendere senza motivo e per il proprio piacere. È facilissimo abituarli a non spendere affatto, oppure a spendere in opere buone o in acquisti utili.
Possiamo ammettere che qualche educatore particolarmente incapace non riesca a ottenere ciò neanche da bambinucci. Non potremmo però perdonarlo se non avrà almeno predicato in questo senso.
Tanto più grave è lo spendere invano quando i soldi li ha guadagnati il babbo.
Oppure quando un compagno presente non può spendere altrettanto. 

Uno degli aspetti della Scuola Popolare che più le conquistarono la venerazione dei vecchi contadini, specialmente sul principio, fu che i giovani non vi spendevano nulla e che per lei disertavano i luoghi dove avevano fino allora speso tanto. Solo dopo qualche anno questi buoni vecchi si accorsero che questo non era l'unico titolo di merito della nostra scuola.
Si può dunque immaginarsi quale sarebbe il loro concetto di un prete che giustificasse per esempio il bar e i soldi che vi corrono con la necessità di procurarsi i fondi per costruire un cinema (dove i ragazzi spenderanno ancora di più e per cose ancora più futili).
Questa affannosa ricerca di ingenti fondi (comune anche ai
comunisti) non fa poi che avvalorare nelle menti l'assioma pagano e tanto diffuso che senza denaro al mondo non si fa nulla.
La Scuola Popolare, col suo non costar nulla è invece una testimonianza vivente che al mondo i valori più grandi si raggiungono col minimo di mezzi. 

Ci sono infine nei nostri popoli decine e decine di famiglie
che mancano per esempio di casa. Talvolta la casa rappresenta anche valori strettamente morali di cui il parroco ha occasione, per ragioni di ministero di valutare da vicino la tragicità.
Con che sguardo queste famiglie lo vedranno murare qualcosa che non è una casa né una chiesa? Con che sguardo lo vedranno accattare, allattare, lucrare sul bar e sul gioco, chiedere con
tributi agli industriali e al Papa stesso per queste murature?

GIOCO CON INTERESSE

Il giudizio morale e pedagogico su queste cose è così ovvio che è riuscito a farselo perfino un volgarissimo codice penale laico (art. 723). 
Se la posta è di un caffé o di una birra si usa non vederci ombra di male, ma bisognava riflettere che tra giocare un caffé e giocare un milione c'è solo differenza di quantità. E quando un
prete ha permesso che si giochi in sua presenza un caffé non si vede come potrà domani stabilire il limite oltre il quale il gioco diventa peccato veniale e poi mortale.
Gli toccherà fame delle tabelline esposte al pubblico:
Gioco fino a lire 20: nessun peccato;
da lire 21 a lire 100: peccato veniale;
di lire 101 in su: peccato mortale.
È bene richiamare poi quel che dicevamo or ora e cioè che il
ragazzo che non lavora non deve giocare il denaro che al babbo è costato fatica e rischio di vita (in Italia 570.000 infortuni sul lavoro l'anno di cui 4.000 mortali).
La cosa è in sé brutta anche se il babbo ha regalato il denaro
senza condizioni. 
Del resto il gioco a carte, anche senza interesse (anzi in un
certo senso a maggior ragione), è la quintessenza della bestemmia del tempo. Perché a quel tavolo uno si siede proprio per indicare che non ha nulla da fare, nulla che gli prema e che manca talmente di interessi intellettuali di qualsiasi genere da doverseli creare dal nulla (nel gioco) con un artificio totalmente convenzionale.
E non si parli di distensione di nervi perché i volti dei giocatori di carte non danno quest'impressione. E poi a questo scopo funziona meglio una seggiola a sdraio.

AGONISMO

È intrinseco in una quantità di giochi e di sport.
Il
Signore ne ha parlato con immensa tristezza nell'Ultima Cena. Eppure il palio della gara quella sera era di sedere accanto a Lui.
lo non riesco a vedere nell'agonismo altro fascino che la gioia del vincitore di aver umiliato gli altri, oppure quella di stimarsi qualcosa.
Un ottimo prete mio amico mi assicura invece che si può vederci anche valori meno negativi. Scelga il lettore.
Là dove invece non credo si possa trovare attenuanti è nelle
gare in cui si gioca con la vita. Eppure ho saputo che in una parrocchia vicina un parroco ha assistito con tutti i suoi giovani a un incontro di pugilato, trasmesso alla Tv. Ma il peggio è che non se ne pente e che nessuno lo denunzia ai superiori e che, se qualcuno lo denunziasse, i superiori non gli direbbero nulla.

TIFO

Nel tifo per una squadra di calcio o per un corridore, nella frenesia di assistere a queste gare e soprattutto di parlarne, c'è poi a mio giudizio anche un peccato di frode.
Quando si assiste in certi ambienti (nella corriera o in un treno
operaio, in piazza, al bar, ecc.) a certe discussioni scalmanate, interminabili, quotidiane, sempre eguali, su corridori, ecc. e si vede luccicare a molte accaldate mani l'anello matrimoniale, non è possibile non pensare che ognuno dei possessori di quelle mani e di quegli anelli non abbia a casa sua o in officina (e quindi in cuore) molte e molto più gravi preoccupazioni e passioni.
Perché dunque fingono questa passione come se fosse la prima e l'ultima della loro vita?
Perché urlano il nome e le glorie del loro favorito pedalatore con la stessa disperata foga con cui dovrebbero urlare alla moglie: «Non mi tradire», al figlio: «Studia, lavora, sii sano», al datore di lavoro e al governo: «Non mi calpestare»?
Perché l'uomo è fatto così: è soggetto alle sue passioni fino alle illogicità più inaspettate. Sì, infatti, se corressero donne, l'accapigliarsi per loro sarebbe deprecabile, ma compatibile.
Ma che maschi debbano scalmanarsi per maschi con cui non hanno nulla in comune e che non lavorano per loro, questo io non lo intendo, e son sicuro che il motivo non è intrinseco, ma estrinseco. È cioè la paura di restare in un cantuccio, di non essere al pari degli altri, di non essere immersi nella conversazione degli altri, protetti dalla conversazione degli altri, dalla parità con gli altri.
Disperazione di disperati che non hanno altra ricchezza interiore!
Torneremo sull'argomento. Ma qui intanto notiamone il carattere fraudolento. La truffa di fronte al prossimo e di fronte a séstessi. E, lasciando ormai l'esempio dei padri di famiglia (che èpiù evidente), torniamocene agli ambienti parrocchiali dove i giovanotti discutono con altrettanta sguaiata apparente convinzione le stesse cose.
Diamo loro l'attenuante di non avere al dito l'anello matrimoniale, ma sofferenze e ideali albergano per natura anche nel cuore dei giovani (basti ricordare la purezza, o la famiglia da farsi, o i problemi del lavoro) e dunque la frode ci deve essere anche lì.
Non voglio poi qualificare il prete tifoso perché ognuno comprende come la tonaca richiami pensieri più gravi ancora di quelli che non richiami l'anello matrimoniale.

OBIEZIONE DEL MINOR MALE

Si obietta: se nel ricreatorio parrocchiale c'è del male è però minor male. Piuttosto che vedere i nostri figlioli perdersi nei mali maggiori della Casa del Popolo, del ballo, ecc. è meglio procurar loro una ricca scelta di mali minori sotto le ali materne del parroco.
Lasciamo ai moralisti di studiare le possibilità di accordo tra questo discorso e le condizioni richieste da S. Tommaso per le azioni con duplice effetto (2 2 q. 64 a. 7). A mio parere sarà più facile trovarne la giustificazione sul Principe che sulla Somma. Ma non son competente in materia.
Si può poi mettere in dubbio anche l'efficacia del metodo. Non credo che le tenutarie di case di tolleranza siano eccessivamente preoccupate del rigoglioso incremento che hanno avuto in questi ultimi anni i ricreatori parrocchiali. Perché il metodo del minor male potesse seriamente danneggiare i maggior mali, occorrerebbe che potesse trattenere i giovani 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo non fa. Il tempo per i mali maggiori avanza sempre e abbondante. Diciamo dunque che le possibilità di elevare una barriera materiale di fronte ai peccati maggiori sono insignificanti o nulle.
Ma se anche questa possibilità esistesse, l'elevare barriere materiali di fronte al peccato, per quanto nobile attività, è un po' pochina per un sacerdote che n'ha da trascurare tante altre molto più degne e urgenti.
Tanto più che l'economia del Creato non ci dà questa indicazione. Dio con noi non ha fatto quel che fanno i preti dei ricreatori coi loro ragazzi. le circostanze e l'ambiente in cui ci ha posti e gli stessi 5 sensi che ci ha dato, ci dicono che a lui non interessa impedire i peccati. Se voleva che non se ne facesse non ce li avrebbe lasciati così a portata di mano e avrebbe costruito il nostro corpo in un altro modo.
Ma è che lui non guarda ai nostri peccati come a atti oggettivi. lui guarda solo la volontà che li ha guidati. Un fatto cioè interiore. Un dramma che si svolge tutto, solo in quel breve e segreto palcoscenico che è la nostra mente. Ma di quei drammi interiori ne può succedere anche vicino al prete, sotto i suoi occhi, in chiesa, al ricreatorio, nel buio del cine parrocchiale o alla luce del suo campo sportivo. Ma se c'è perfino il pericolo di farlo noi il male ai ragazzi! Tutti noi siamo sempre sotto questo pericolo che è insito nella nostra natura né più né meno che in quella del dirigente della Casa del Popolo. E allora quel giorno sarebbe stato meglio che fossero andati tutti alla Casa del Popolo. Spiego: quando si pretende di offrire mali minori e si accusa gli altri di offrirli maggiori siamo già su un terreno inferiore. Chi
ci dà Grazia da affermare che non scivoleremo anche noi nei mali maggiori? Anche per un motivo altissimo e con mezzi altissimi si può scivolare, ma allora si potrà pretendere a più Grazia e a più Perdono.

Ricreazioni cattive solo perché sterili

Per esempio sport in senso passivo (portare i ragazzi allo stadio, a veder le corse, fari i seguire le manifestazioni sportive alla televisione, leggere la Gazzetta, parlare di queste cose, lasciare che i ragazzi parlino di queste cose ecc.). Biliardo, ping pong ecc. Discorsi futili. Chiasso inconcludente ecc. 
In sé tutto questo cade sotto la condanna generica delle cose
sterili.
Si obietta però che queste cose possono dare al prete
occasione di far del bene.

OCCASIONI DI BENE

Non prendo in considerazione il sistema del do ut des, cioè di ricattare con la ricreazione per riempire chiesa e scuola di dottrina, perché non mi pare educativo.
Piuttosto noto che molti giovani preti sono riusciti, per mezzo
della ricreazione (e a differenza di me) a farsi voler bene da tutti. 
Sul principio la cosa mi turbò molto, ora ci ho ripensato: dove
è scritto che il prete debba farsi voler bene?
A Gesù o non è riuscito o non è importato.
Conosco per esempio un giovane prete che si è reso simpatico
a tutto il suo popolo. Nessuno dice male di lui, anzi quando si fa il suo nome ognuno sorride bonariamente come di una cosa cara e buffa insieme.
Sempre allegro, festoso con tutti, comunisti e democristiani,
poveri e ricchi. È un mio caro amico e gli voglio bene, ma ora mettiamo da parte l'affetto e misuriamo quanto ha pagato tutto questo e quanto gli ha fruttato.
L'ha pagato al prezzo di parlare solo di sport, d'aver sempre la
gazzetta in mano e di evitare con cura ogni discorso impegnativo.
Cosa se ne fa ora di questo largo consenso di simpatie?
Cosa volete che se ne faccia, cosa volete che ne resti? Non ha
sconvolto i sonni o l'appetito a nessuno. lavorerà la Grazia per lui, si diffonderà intorno a lui in un modo misterioso che io non posso misurare. Ma se s'ha da far lavorare la Grazia sola si poteva andare tutti alla Certosa. S'andava più diretti e s'otteneva di più. Siamo o non siamo sacerdoti secolari? E allora bisogna discutere anche sui migliori mezzi umani. C'era un professore di greco molto odiato. Ma i suoi allievi imparavano il greco bene. Non vedo neanche come si possa fare un rapporto fra le due cose quando è così evidente che la funzione del professore di greco è di insegnare il greco e non d'essere amato. E allora perché non dire altrettanto dei professori di fede che noi siamo?
Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che
contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d'odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo.
Nel popolo di quel mio amico (escluso il periodo strettamente
elettorale) si battaglia accanitamente solo per Coppi o per Bartali. Nel mio si battaglia pro o contro un metodo di apostolato, un modo di fare il prete o di affrontare una questione morale o sindacale. 
Quel mio amico secondo me insegna poco e a pochi, io invece avrò seminato zizzania, ma insegno anche a chi mi darebbe fuoco.
Scegliete voi. Non posso consigliarvi di seguire la mia strada,
ma neanche che mettiate la preoccupazione di farsi amare fra quelle che son degne di un sacerdote.
Ma quel mio simpatico amico sostiene, a sua scusa, che non parla solo di sport perché poi viene il momento in cui riesce a
farci scivolare anche lui la parola buona o l'invito ai Sacramenti. Mi permetto di dubitarne. 
Primo perché è ben difficile salire di punto in bianco dalla palude al cielo. Certi miracoli li potrebbero fare i santi (ma non li fanno). A noi conviene seguire la via più normale. Cioè tenere il livello sempre alto e allora è facile ogni tanto fare un'incursione a livello altissimo.
E poi è superbia crescere nella potenza della propria parola.
Con le parole alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la Grazia e sul piano umano ci vuole l'esempio. Ma l'esempio di quel prete, il motivo che accompagna tutta la sua vita e che i suoi giovani hanno potuto vedere giorno per giorno coi loro occhi, non è alto.
Non si può parlare per mesi con passione del Giro d'Italia e poi cogliere un momento di confidenza per dire: «Sai, a me interessa una cosa sola, cioè la salvezza della mia e della tua anima».
Una delle due: o la passione per il Giro era una frode e allora fa schifo come ogni altra frode; o era passione reale e allora è segno di mancanza della fede più elementare nell'unica gerarchia di valori che s'addica a un prete.
Un altro mio amico sacerdote (uomo di fede e di sacrificio esemplari) mi dice di dedicarsi al ricreatorio perché vi trova quotidiana occasione di conoscere i ragazzi e di educarli.
Mi dice che nel gioco il ragazzo rivela il suo carattere e che basta stargli vicino, giocare con lui o anche solo badarlo mentre gioca per avere a ogni piè sospinto l'occasione di insegnarli generosità, lealtà, giustizia ecc. Gli domando se non pensa che tutto questo gli capiterebbe ancor più spesso se tenesse una scuola nel pomeriggio per i piccoli e una dopo cena per i grandi. Godrebbe così anche della gioia di aver buoni e degni di lui non solo il fine, ma anche i mezzi.
Mi risponde che considera la scuola molto migliore del ricreatorio, ma impossibile. Pensa che gli farebbe perdere una quantità di ragazzi.
Mi capitò una volta di conoscere un giovane contadino che viveva vicino a Vicchio a due passi dalle facili ricreazioni di quei preti e dei comunisti. In pieno inverno, a buio, partiva a piedi e faceva un'ora e mezzo di montagna per raggiungere una chiesina sperduta dove c'era... un re, diranno i miei piccoli lettori, no c'era solo un prete che faceva ogni sera un po' di dettato e un problemino ai suoi giovani montanari.
Io so che con la scuola oggi non perdo più nessuno. Ma anche se non credessi questo io non potrei stare intorno al gioco finché sapessi che c'è nel mio popolo anche un ragazzo solo che sarebbe capace di chiedermi qualcosa di più. Piegarsi sulla piaga della ricreazione, studiarla, capirla, averne pietà, comprensione.
Sì, questo è ancora sacerdotale. E di questo potrete dire di me
che non l'ho saputo fare. Ma d'organizzarla noi la piaga!
Questo non sarà sacerdotale mai.

Ricreazioni utili alla salute fisica

Molti sport (s'intende purificati dall'agonismo, dall'interesse, dal gioco sulla vita, dalla spesa eccessiva) e particolarmente quelli basati su funzioni reali (ciclismo, sci, nuoto, canottaggio, caccia, pesca) un po' meno quelli basati su una pura convenzione (calcio, tennis, ecc.) non ricadono sotto la condanna delle ricreazioni sterili perché possono far bene alla salute fisica. Questo in teoria. In pratica invece può darsi che la scusa non regga. Per esempio nel concreto del nostro popolo non regge. Cominciamo col notare che nessun contadino o manovale può avere bisogno di movimento o aria pura. Anche fra i nostri giovani operai quelli che ne mancano sono ben pochi, perché quando appena il tempo lo permette tutti vanno a lavorare in bicicletta (8 più 8 chilometri). La tessitura e filatura non avvengono in genere in ambienti malsani. Piuttosto c'è qualcuno che respira polvere tra gli addetti alla scelta dei cenci o alle sfilacciatrici e in alcuni reparti della Ginori. In complesso si tratta di una minoranza.
Si può dunque dire che lo sport qui a S. Donato ricade per i più tra le ricreazioni non necessarie, cioè sterili, cioè cattive.

PER IL PRETE STESSO

Fin qui abbiamo considerato la ricreazione solo nelle sue possibilità di incidere (in bene o in male) sui parrocchiani. Consideriamo ora la sua influenza anche sul prete stesso.
Non impunemente si passa ore, giornate, anni, a parlare e occuparsi di cose futili e anche solo a tollerarle intorno a sé.
A giocare coi bambini si rimbambinisce. La stupidità e l'inutilità (per noi) dei loro giochi sono esasperanti. Non ci si impara nulla, non se ne cava nulla. Ci si abitua poi a parlare a misura loro perché ci intendano. Cioè a parlare infantilmente. Da parlare infantilmente a pensare infantilmente il passo è breve.
Lo stesso avviene con gli adulti se ci si abbassa ai bassi argomenti che sono loro cari e abituali: sport, televisione, cine americano ecc.
Ci si ritrova alla fine di qualche anno in una paurosa vuotezza di pensiero e di cognizioni.

TRE ESEMPI

Quanti preti si sono fermati a meditare sul problema dell'assunzione al lavoro?
Ben pochi pare. Perché a tutti gli usci si trova qualche prete che va a raccomandare disoccupati. Anzi se poi riesce a farli assumere ne è soddisfatto come se avesse compiuto un'opera buona. Ma quest'opera è cattiva e perfino illegale. C'è gli Uffici di Collocamento che devono decidere chi ha più urgenza e diritto al lavoro.
Legge del 29 aprile 1949 N. 264 art. 7: «Il collocamento è funzione pubblica...». Art 27: «Chiunque esercita la mediazione è punito con la ammenda da lire 500 a lire 20.000. Se vi è lucro con l'arresto...». «I datori di lavoro che non assumono per il tramite degli Uffici di Collocamento con l'ammenda da lire 2.000 a lire 10.000...».
Ma il prete scavalca legge e Uffici e ragione e senza sapere quanti altri disoccupati sono in peggiori condizioni del suo, fa la strada a lui, solo perché se lo vede dinanzi e ruba il lavoro a un altro, solo perché se lo vede dinanzi e ruba il lavoro a un altro, solo perché non gli s'è fatto innanzi.
E quando il prete è dinanzi all'industriale decanta le qualità del raccomandato come se il diritto al lavoro fosse un diritto dei buoni, un diritto che discende dall'educazione che uno ha avuto, dalle idee giuste o sbagliate che s'è fatto, dal carattere buono o cattivo che Dio gli ha dato.
E invece il diritto al lavoro discende direttamente dal fatto di avere uno stomaco da riempire, e lo stomaco non l'hanno fatto più grande i buoni che i cattivi. E questo hanno inteso (almeno in teoria) perfino le leggi civili di questa eretica società liberale e non intende il prete, lui che alla società dovrebbe essere maestro di morale e precursore.
Io do la colpa al ricreatorio perché ho stima dei preti e voglio loro bene. Sbagli così non avrebbero mai fatto se avessero avuto il tempo di pensarci sopra. E chi ha tolto loro il tempo e l'abitudine di pensare se non il gioco?

Altro esempio: il totocalcio.
Si vede dei preti che ci giocano in pubblico.
Ora il totocalcio è un sistema per concentrare la ricchezza.
Mentre il mondo intero freme nell'attesa che sia risolto il problema inverso cioè di distribuirla. Mentre si avvicina una rivoluzione non più tanto lontana se è vero che ha già travolto mezzo mondo. Un mezzo mondo che aveva appunto come noi tardato a distribuire le ricchezze troppo concentrate. Ecco il prete ragazzone, chiassoso, circondato dai suoi giovani, a giocare nel pubblico bar, sotto gli occhi di chiunque passi, le 100 lire che faranno un nuovo milionario.
In Russia questo genere di giochi è bandito. Ci faremo insegnare la morale e la coerenza dai senza Dio?

Terzo esempio.
C'era uno sciopero di solidarietà per i licenziati della Ginori.
Un allievo della Scuola Popolare di S. Donato, per incarico
della Cisl, fece un giro per raccomandare ai preti e ai loro giovani di sostenere lo sciopero. Trovò i giovani di una parrocchia vicina a giocare dal prete. Riuscì a farli smettere 5 minuti e disse quel che aveva da dire.
Il prete (un giovane) ascoltò con attenzione, poi disse che lui lo sciopero di solidarietà non lo capiva. Piuttosto che buttar via tutto quel lavoro e le giornate di 1000 e più lire, era meglio lavorare lo stesso e mandare le 1000 lire ai licenziati.
Discorso stupido. Lo sciopero è un'arma. Non ha nulla a che vedere con la beneficenza. Somiglia piuttosto alla spada dei cavalieri medioevali che veniva consacrata sull'altare in difesa dei deboli e degli oppressi.
Se era cristiana quella spada, lo sarà un po' di più lo sciopero, arma incruenta! La sua istituzione, diffusione e consacrazione legale è gloria del nostro secolo e onora la classe operaia la quale avrebbe potuto scegliersi ben altre armi. È dunque sempre bello anche perché importa un sacrificio per il prossimo (e non solo di denaro, ma specialmente di benivoglienza padronale) e un'affermazione di dignità umana.
Ma se c'è poi uno sciopero che ha il più puro profumo del sacrificio cristiano è lo sciopero di solidarietà.
Ci faremo insegnare la morale dagli onorevoli che stilarono
l'art. 40?
Ecco a che cosa ci siamo ritrovati dopo anni di tensione ricreativa. I giovani della Scuola Popolare non hanno nulla da imparare dai sacerdoti di questi tre esempi. Tutto da insegnar loro. Ma non solo i miei giovani. Ogni operaio che abbia appena aperto gli occhi e specialmente ogni operaio comunista.
Se l'affermazione vi paresse eccessiva la modificherò così: questi giovani, dopo aver saggiato il pensiero di quei preti in fatti del genere, perderanno ogni fiducia in loro e quindi da loro non vorranno imparare più nulla, neanche le cose buone.
Badate come cade ora anche l'ultimo baluardo dei difensori
del ricreatorio.
Dicono: «Bisogna tenere la gente vicina al sacerdote».
Con tutto il rispetto per il Sacramento dell'Ordine penso che sia meglio che gli operai stiano lontani da simili sacerdoti.
Meglio che si corrompano nei ricreatori comunisti e vi conservino magari un'immagine idealizzata del prete che non vedono piuttosto che vedano da vicino la sua incapacità a risalire ai principi, a dire una parola sui problemi che più angustiano la mente dell'operaio cristiano o comunista, peggio ancora il suo non essersi neanche degnato di porci sopra mezz'ora il pensiero.
L'ora è grave, proprio per questi problemi e esige una vita grave e pensosa. E se il mondo corre bendato verso l'abisso baloccandosi con la televisione o col pallone, non facciamolo noi.
Occorre atteggiarsi a profeti per parlare così? Oppure basta
scorrere la storia degli ultimi 40 anni?
L'ora della resa dei conti è già venuta per mezza Europa e mezzo mondo. E non è forse presente anche qui con questa progressiva defezione dei poveri dalla Chiesa?
Ma poi se anche non si volesse vegliare all'erta di fronte ai grandi avvenimenti storici che ci si prospettano dinanzi, bisognerebbe farlo egualmente di fronte a ciò che può avere in cuore un singolo individuo che viene a cercarci. L'esperienza ci dice che 9 volte su 10 si tratta di un infelice: o chiama per un moribondo, o chiede pane, o chiede raccomandazioni, o chiede un consiglio, o chiede conforto, o chiede di confessarsi, o chiede la
fede che ha perso, o la risposta a qualche interrogativo grave e spesso senza soluzione.
Proviamoci a metterci nei panni di quell'infelice che ha lasciato il borgo ed è salito alla chiesa in cerca di qualcosa che il borgo non gli ha potuto dare. In cerca di un uomo diverso dagli altri, un uomo che valuta con un metro con cui nessuno valuta. Che stima ciò che disprezzano gli altri e disprezza ciò che ognuno stima. L'uomo di Dio. Qualcosa di «entitative» diverso dall'uomo del mondo.
O provate ora a trovare sulla soglia della canonica (o addirittura della chiesa) i cartelloni del cine parrocchiale. Lì accanto le fotografie della squadra di calcio. Più in là un cartello con scritto: Bar.
Sentite levarsi dalle stanze quel clamore fatuo, urtante, irreligiosissimo, che domina tutti i bar, le Case del Popolo ecc. del mondo. Clamore fatto di risate smodate, di litigi agonistici, di palline sbattute qua e là con palette di legno o con lunghi bastoni.
Là in mezzo l'uomo che cercavamo si riconosce solo dal vestito nero, non certo dall'atteggiamento, perché è chiaro che egli non condanna tutto quel baccano. Anzi l'ha organizzato e lo
mantiene a sue spese.
Dio voglia ora che il Priore sappia cogliere a volo negli occhi
del nuovo venuto il motivo che l'ha portato.
Dio voglia che non glielo chieda in presenza agli altri.
Dio voglia che lasci tutto in tronco e lo conduca in una stanza
appartata e adatta. Ma in pochissime parrocchie c'è una stanza così e questo è un fatto grave e indicativo. Anche questo andrebbe fatto oggetto di una statistica. E se ne risultasse che la maggioranza dei preti costruttori dei ricreatori non ha sentito la necessità di assicurarsi l'esistenza, l'indipendenza, il facile accesso, il silenzio, l'isolamento acustico e il decoro d'una stanzetta per ricevere gli uomini e confessarli, allora il mio assunto contro i ricreatori è già dimostrato abbondantemente. Se farete Scuola Popolare la stanzetta per confessare ve la dovrete procurare dopo pochi mesi. E dopo pochi anni di scuola, sarà più il tempo che dovrete passare là che in classe.
Ma torniamo al nostro prete. Dio voglia dunque che si siano avverate le prime quattro condizioni. Ma anche in quel caso, è quel prete degno oppure diciamo pronto, adatto, intonato in
quel momento, uscito caldo caldo da quell'ambiente, per ricevere così, su due piedi una tragica confidenza, una tragica richiesta d'aiuto spirituale o materiale, un tragico interrogativo morale o politico, un ritorno di figliol prodigo?
«Se dovessi tornare a confessarmi da lui - mi diceva un mio giovane che s'era trovato a un fatto del genere - starei a' patti di non far più peccati».
Ma voi invece direte che anche quel prete era all'altezza di qualsiasi evenienza perché si stava in un modo o in un altro sacrificando. Ma allora perché ha lasciato tutto in tronco?
Forse che non gli è apparsa tutt'a un tratto viva dinanzi agli occhi la stonatura di quel contrasto di valori troppo dissimili?
C'è un prete di ricreatorio che non abbia inteso questa cosa in qualche attimo della sua vita? C'è qualche ricreatorio che non abbia dovuto sospendere almeno una sera la sua attività per rispetto a un lutto vicino? Dunque il prete può vivere abitualmente in un luogo dove la maestà della morte stona? Le infelicità degli infelici non durano forse anche oltre quella mezz'ora in cui gli infelici vengono a turbare la nostra pace?
Non si può essere parroci e non averle sempre presenti e non voler vivere ogni attimo, anche quando gli infelici non ci vedono, alla presenza e all'altezza della loro infelicità e della nostra paternità.
Per non calcar troppo la mano abbiamo fin qui studiato solo
l'influenza negativa che la ricreazione può avere sul prete.
Cioè la vuotezza interiore che gli lascia.
Ma non avremmo forse potuto andare anche più in là e domandarci se non sia possibile che lasci anche un'impronta posi
tiva di male?
Ci riferiamo soprattutto al cine, alla radio e alla televisione.
Il prete non è d'acciaio.
E ci fermiamo a questa affermazione generica. Perché non abbiamo voglia di metter gli occhi sul peggio.
Diciamo dunque solo che un cine, una radio, un televisore in casa a un prete è una finestra sul mondo, un fortilizio avanzato del mondo impiantato in pieno santuario.
Aprirgli la porta significa accettare il tono della società in cui
viviamo, rinunciare a dar noi il tono al mondo.
Tono di cui abbiamo notato la vuotezza.
Di cui potremmo notare la forza di standardizzazione, cioè la
capacità di render tutti gli uomini somiglianti, impersonali, stampati.
Di cui potremmo infine notare anche peggio:
Per esempio la propaganda antioperaia che nel cine, radio, televisione traspare sempre presente. Sia che la provochi involontariamente la nascita e la vita privilegiata degli autori, attori, dirigenti; sia che la provochi maliziosamente una lungimirante strategia padronale.
Ma poi c'è tant'altro male d'altri generi, male che ognuno vede, ma che pochi afferrano. Perché il veleno dei mezzi moderni è nel correre incalzante. Lo spettatore è sempre guidato per mano a velocità vertiginosa, senza che abbia mai il tempo di prender respiro.
S'abitua a intendere fulmineamente e si disabitua a riflettere. È così che avviene che, dopo un certo periodo di tempo, si mitridatizzi ai veleni perfino il prete.
Quindici anni fa i parroci stavano sulle spine all'avvicinarsi
del bacio e s'affannavano a sfuocare l'immagine o a coprire l'obbiettivo. Cose lontane ormai! Quando per le strade vedevano un cartellone un po' procace guardavano dall'altra parte. Oggi mi sarebbe bastato dar mille lire a un fotografo per aver qui nel mio libro una fotografia crudele dove si vedano quelli stessi cartelloni sulla porta di una chiesa.
In molte sale parrocchiali si proiettano film proibiti dal c. c. c. Ricevo l'informazione da un autorevole e competentissimo ecclesiastico che mi dice di esser pronto a documentaria.
Del resto la cosa vien segnalata in Curia volta volta dall'Associazione Industriali Cinema e dalla Prefettura (non per motivi di moralità, si capisce, ma di concorrenza). E se ne sente parlare
per riflesso in una quantità di richiami dei vescovi che ricordano ai parroci gestori che non si può per motivi di lucro o di pareggio proiettare immoralità e che, in tal caso, vai meglio chiuder la sala.
Ma come! Siam giunti a dover dire queste cose? Tra poco il Bollettino Diocesano ci avvertirà che è bene osservare i 10 Comandamenti!
A tanto si può esser giunti solo per lenta assuefazione.
E pensare che si tratta di film proibiti dal c. c. c., mentre avremmo voluto criticare anche l'uso di quelli approvati dal c.c.c.: «...film indicati come moralmente irreprensibili ma in cui gli uomini vivono e muoiono come se non esistesse né Dio, né Redenzione, né Chiesa» (Pio XII).
Era infatti da prevedersi che gli stessi giudici del c.c.c. dovessero logorarsi coll'uso, Non era possibile che, dopo aver revisionato migliaia di film, essi conservassero ancora sveglia e sensibile la stessa coscienza morale che avevano il giorno in cui uscirono angolosi e taglienti dai loro studi biblici e teologici.
E la R.A.I.?
La R.A.I. ha un codice di parole sudice che non permette d'usare.
Il male vi appare sempre sotto forma di allusione ed è infinitamente più disgregatore proprio per questo suo esprimersi con parole fini.
Domina nelle commedie e negli scherzi un'immoralità sottile
mascherata sotto l'orpello di un pudore formale.
Meglio sarebbe che non vi fosse censura né per lei né per il cinema e che qualche spudorata schiettezza facesse sobbalzare i preti dai loro pacifici seggioloni e li costringesse a vendere in serata proiettore, radio e televisore.
Ma cine, radio e televisione portano con sé anche un altro male: il loro prezzo.
Il discorso vale naturalmente anche per tanti altri comodi (motore ecc.) coi quali magari si fa le cose più presto e meglio, ma che pure hanno il potere di «classificare» il prete nella classe di quelli che hanno anche il superfluo e di togliergli così in radice la possibilità di parlare di cose sociali e politiche (di povertà evangelica poi!).
Prima di metterseli in casa bisognava contare accuratamente quante famiglie del nostro popolo hanno o potrebbero avere in casa oggetti di quel valore. E se ci risultasse che una gran maggioranza delle famiglie vive senza, oppure se risultasse che c'è anche una sola famiglia che vive senza, non basterebbe questo fatto per rinunciare al «maggior bene» che questi mezzi ci darebbero modo di fare e contentarsi del maggior bene vero: quello di poter parlare sempre dalla cattedra ineccepibile della povertà?
E infine c'è il male intrinseco più profondo di tutti. Cine e te
levisione (così come sono ora) si propongono lo svago come fine supremo. Esistono solo quasi in funzione del divertimento di milioni d'uomini che vogliono perder tempo, vogliono distrarsi. Milioni d'uomini che non sentono su di sé la chiamata imperiosa a usarlo bene questo breve tempo d'esame che Dio ci ha dato.
In questo senso cine, radio e televisione sono istrumenti di ateismo attivo. Qualcosa di estremamente lontano dal nostro mondo di lottatori per la Vita Eterna.
Macchinette elettriche antipensiero e distraenti in casa a un prete che pochi anni prima, in seminario, frugava serio e onesto i trattati d'ascetica in cerca del segreto dei Santi per non distrarsi!

L'EFFICACIA

L'ultimo argomento mi ripugna un po' perché non è di ordine logico. Non gli do dunque valore di prova, ma solo di indizio. Per passarlo sotto silenzio è un po' troppo vistoso.
L'efficacia.
I ricreatori parrocchiali sono cresciuti ogni anno in Italia per numero, per attrazioni, per partecipanti. Ma il comunismo, che pure sta tanto a cuore a quei preti, non è diminuito di un voto. Anzi ha acquistato voti da per tutto (ma non a S. Donato dove la ricreazione è proibita).
Cito questo dato politico non perché sia importante, ma solo perché è l'unico che possediamo in cifre.
Ma il buffo è che, volendo, si può dire altrettanto anche ai comunisti perché i loro progressi elettorali son ben poca cosa in confronto alla facilità del compito che avevano dinanzi. Far l'opposizione in un'Italia di infelici, di senza tetto, di disoccupati, con un governo così compromesso, non dovrebbe esser molto difficile. Ma quando si perde il tempo in balocchi cioè spendendo i milioni e ogni attenzione sulle Case del Popolo allora succede che si raggiunge a mala pena il 22% dei voti. E non vengano a dire che i poveri hanno avuto paura dell'Inferno. Per tutti e 10 i Comandamenti che i preti predicano da due millenni non pare che il popolo italiano mostri molta paura dell'Inferno.
Da ambo le parti l'accecamento è stato tale che abbiamo assistito a lotte senza esclusione di colpi per assicurarsi la gestione
delle ex case del fascio. Quando in molti Comuni (compreso il nostro) il governo le requisì per toglierle ai comunisti molti preti gioirono. In molti casi si affrettarono a costruire un cine grande, prima che i comunisti potessero riprendersi dal colpo subìto e costruirne un altro. Il primo che fosse arrivato ad aprirlo avrebbe avuto il vantaggio del monopolio sulla ricreazione perché la prefettura non concede l'autorizzazione a nuove sale dove ce n'è un'altra sufficiente.
Nessuno s'è fermato un momento a domandarsi se avrebbe a
vuto più onore e più voti l'oppresso o l'oppressore.
E nessuno s'è domandato se il far rabbia agli avversari sia veramente una vittoria, se sia il miglior modo per commuoverli, per
farli ripensare alle loro cose, per avvicinarli al nostro pensiero.

ABBIATE PIETÀ DI VOI

E infine un ultimo argomento riservato ai giovani preti e ai seminaristi.
Abbiate pietà anche di voi stessi.
Chissà quanti ne conoscete di questi giovani preti insoddisfatti, irrequieti, tormentati.
Ma sfido io! Come volete che si soddisfi un adulto colto e intelligente a dover passare la vita tra i balocchi dei ragazzi, in guerricciola coi comunisti, a discutere di calcio con giovinastri da poco, e il tutto tra preoccupazioni economiche per mandare avanti un enorme edificio di cui stringi stringi non riuscirà a afferrare che un pugno di mosche.
Non c'è da meravigliarsi se poi gli vien voglia per esempio di pigliar moglie, di farsi una famiglia tutta sua, da tirarsi su come vuoi lui, qualcosa di concreto, di stabile, con degli affetti che non cadono al primo colpo di vento.
Lo so che non ci siamo fatti preti per trovare soddisfazioni terrene: «Dominus pars hereditatis meae et calicis mei...» abbiamo detto nel giorno della tonsura. E il sacrificio è bello, ma Dio preferisce misericordia anche con noi stessi e prudenza e non è prudenza addossarsi un sacrificio così esasperato quando si può farne a meno.

IL RIMEDIO CHE PROPONGO

Dopo quel che ho detto, non mi pare difficile dimostrare che un parroco che facesse dell'istruzione dei poveri la sua principale preoccupazione e attività non farebbe nulla di estraneo alla sua specifica missione (mi sia consentita l'eresia, ormai che è consacrata quella un po' più grave del prete che ha la sua principale attività nel ricreatorio).
Come padre non può permettere che i suoi figlioli vivano a livelli umani così differenti e che la gran maggioranza viva anzi a un livello umano così inferiore al suo e addirittura non umano.
Come evangelizzatore non può restare indifferente di fronte al muro che l'ignoranza civile pone tra la sua predicazione e i poveri.
Abbiamo visto che la rovina dei nostri ragazzi non è nei difetti della scuola, ma a casa. Inutile dunque cercare soluzioni legislative. Ogni miglioramento della scuola non farebbe che favorire chi anche attualmente riesce a seguire la scuola. Accentuerebbe dunque ancora di più il dislivello.
La Chiesa per poter far studiare i figlioli dei poveri e farne dei preti ha dovuto prendere l'estremo provvedimento: toglierli alle loro mamme e trapiantarli in un ambiente di alta disciplina e cultura. Non possiamo portare in collegio tutto il nostro popolo non ci resta dunque che portare un po' di regime da collegio in paese e nelle famiglie. Monopolizzare cioè i pomeriggi e le vacanze dei ragazzi, i dopo cena, le domeniche e le ferie degli operai, gli inverni dei contadini.
Ai primi, che già vanno a scuola, non occorre far ripetizione.
Basta teneri i lontano dal gioco e sotto quel regime di rigida disciplina e di risparmio del tempo che abbiamo visto mancare nelle famiglie.
Per gli altri la Scuola Popolare.
Bisogna che la nostra canonica non abbia più assolutamente
nulla in comune con la Casa del Popolo. Quasi tutto in comune con un monastero benedettino.
Quando si pensi che un'affermazione così ovvia farà sorridere molti lettori che la qualificheranno di paradossale si ha una immagine del secolo in cui viviamo.

Classismo

Da quel che abbiamo detto sul dislivello culturale tra classe e classe discende la necessità di ordinare le nostre scuole parrocchiali con i criteri rigidamente classisti.
A noi non interessa tanto di colmare l'abisso di ignoranza, quanto l'abisso di differenza. Se aprissimo le nostre scuole, conferenze, biblioteche anche ai borghesi verrebbe dunque a cadere lo scopo stesso del nostro lavoro. Si accettano forse i ricchi alle nostre distribuzioni gratuite di minestra? Il classismo in questo senso non è dunque una novità per la Chiesa.
All'apparenza questa azione classista del prete acuirà il muro di diffidenza e l'odio di classe. Ma nella sostanza e per le generazioni future tutt'altro. Se un giorno con la nostra scuola classista riusciremo a colmare il dislivello avremo tolto all'odio di classe gran parte della sua ragion d'essere.
Sono poi fermamente convinto che quest'ideale di colmare il
dislivello culturale tra classe e classe non rappresenta un'utopia.
La prova è questa: oggi un avvocato o un ingegnere godono di un livello culturale e quindi umano dal quale il povero è totalmente tagliato fuori e umiliato.
Ma tra loro due si parlano da pari a pari quantunque l'avvocato non sappia una parola di ingegneria e viceversa. La parità umana è dunque ben compossibile con un totale dislivello in cultura professionale ed è data dal patrimonio comune di cultura generale.
In questa cultura generale il fattore determinante è a nostro avviso la padronanza della lingua e del lessico.
Ora si può presumere che un operaio adulto non abbia buttato via la sua vita, abbia tenuto gli occhi ben aperti sul mondo e quindi sappia quello che vuole quanto l'avvocato o l'ingegnere suoi coetanei e forse meglio.
Se lo troveremo in condizioni di estrema inferiorità rispetto a quei due non sarà dunque per mancanza di idee e di cognizioni, quanto per l'incapacità di esprimersi e di intendere l'espressione del pensiero altrui.
In altre parole per carenza linguistica e lessicale.
A una parità culturale così intesa si può ben portare i poveri senza che per questo si avveri la catastrofe prevista nell'infame
apologo di Menenio Agrippa. Non si tratta infatti di fare di ogni operaio un ingegnere e d'ogni ingegnere un operaio. Ma solo di far sì che l'essere ingegnere non implichi automaticamente anche l'essere più uomo.
Ma il classismo della scuola del prete non deve limitarsi al contrasto delle due classi tradizionali.
Entro la classe dei poveri c'è ancora modo di far dell'altro classismo ancora: per esempio innalzare i montanari a scapito dei campagnoli, i campagnoli a scapito dei cittadini, i contadini a scapito degli operai. E di nuovo in ognuna di queste sottoclassi innalzare i meno dotati intellettualmente a scapito dei «geni».
Un'anziana nobildonna fiorentina, che venne a sapere che a S. Donato i ragazzi avevano studiato a lungo l'Apologia di Socrate e che ne erano rimasti enormemente compresi, domandava: «Ma come? dei giovani contadini possono intendere l'Apologia?».
Quando lo raccontai ai ragazzi scoppiarono in una risata cordiale: «Come? una marchesa può intendere l'Apologia?».
Un'ispettrice scolastica che aveva potuto constatare e ammirare il modo e i frutti della nostra scuola, mi fece poi in disparte con convinta serietà questa domanda: «Ma lei non teme di farne poi degli spostati?».
È una donna d'alto valore. Tra quelli che ho conosciuto in quella carica era l'unica persona di valore. E pure la sua educazione le impediva come una cappa d'ovatta di accorgersi che gli «spostati» non son quelli che scodella la scuola, ma quelli che scodella questo mondo spostato davvero che manda a votare cittadini sovrani che non intendono un giornale e che per l'81 % ignorano quali partiti siano al governo.
Queste due donne sono rappresentanti di una società che ha fatto sempre della cultura un privilegio di casta e che solo ora va allargando le proprie anguste prospettive fino a proporre di farne in futuro un privilegio da estendere anche a elementi di classi inferiori, ma personalmente dotati.
Aumentare cioè il numero degli effettivi della casta privilegiata, conservandole però intatti il carattere di casta e i privilegi.
Non è tanto filantropia che ha suggerito questo progetto, quanto una necessità materiale del progresso tecnico (dunque, dicono, necessità vitale di mercato e in ultima analisi necessità
del bene comune e quindi anche dei poveri). Io invece appoggio questo mio maligno processo all'intenzione sul fatto seguente: il progetto che sento ventilare è quello di un grandioso sistema di borse di studio ai più dotati.
Nessuno che abbia a cuore il progresso tecnico potrà obiettarvi qualcosa: il progresso tecnico esige specialisti e esige che
sian dotati perché il denaro pubblico sia speso nel modo più efficace.
Ecco la parola che infirma per noi cristiani tutto il progetto e
ne mostra l'intento terreno e irreligioso. 
Si cerca l'efficacia prima che la giustizia. Il progresso della scienza e il benessere di tutti prima di aver assicurato a ogni singolo la dignità d'uomo.
E domani, quando avranno strappato dalla classe dei poveri alcune decine di migliaia di individui scelti tra i migliori e li avranno trapiantati nell'orto chiuso del privilegio per arricchirlo ancora di nuovi fiori, impoverendo ulteriormente con quest'atto stesso la classe dei tagliati fuori, cioè scavando ancora più fondo e più largo il fossato del dislivello culturale, quel giorno diranno che la D.C. ha fatto un'opera d'alto significato sociale.
Ma noi preti non possiamo ragionare così (e neanche lo dovrebbe fare un partito che si fregia del nome di cristiano).
Queste son cose da lasciarsi fare ai nazisti, ai sovietici, agli americani, a tutti quelli che vivono per l'efficacia e che nell'efficacia dei loro atti pongono l'unica ragione di vita.
Non noi che abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e di mostrargli d'aver capito che ogni anima èun universo di dignità infinita.
«Borse di studio ai deficienti e un branco di pecore da badare ai più dotati!» ecco uno slogan che sarebbe degno di un partito cristiano e mostrerebbe che tra i cristiani e il mondo c'è poche parentele.
Ma se un partito che tenesse per statuto il «Magnificat» è irrealizzabile, resta al prete la possibilità di far lui scuola con questo classismo ferreo. Un «classismo» da far paura al più ortodosso dei comunisti.
Questo è appunto ciò che abbiamo tentato di fare nella scuola di S. Donato.

LA SCUOLA POPOLARE DI S. DONATO

L'obiezione che ci vien fatta più spesso è la seguente: «Tutto bene, gli argomenti reggono, la ricreazione è un errore, la scuola è l'ideale, ma hai fatto i conti senza l'oste. I giovani non ci verranno, la gioventù d'oggi ha ben altro per il capo».
A pag. 60 abbiamo già risposto all'obiezione. Aggiungiamo in appoggio qualche dato sui risultati della Scuola Popolare di S. Donato.
Siano però ben chiari fin d'ora i termini della questione: i risultati che ora documenteremo non sono né grandi né piccini. Non rappresentano né un miracolo né un fiasco.
Si contentano di essere giusti quanto occorre per infrangere dei pregiudizi e proporre un problema.

Notizie

La Scuola Popolare serale fu iniziata dal cappellano nel 1947 come scuola privata. Solo più tardi vi collaborò per 5 mesi l'anno anche un maestro statale. 
I dati che seguono son tratti esclusivamente dai registri di classe tenuti da questi maestri. Si riferiscono dunque solo ai 5 mesi in cui la scuola era statale.
Negli ultimi anni però la scuola era praticamente ininterrotta. Di queste presenze del sabato, della domenica, del giorno e dell'estate non abbiamo tenuto registro.
Il venerdì era riservato ogni settimana a una conferenza di un estraneo alla scuola. Vi si avvicendarono le più svariate persone e i più svariati argomenti: scienziati, letterati, artisti, sindacalisti, tecnici, uomini di parte, stranieri.
Ma oltre che le più difficili è evidente che queste sono anche le età più interessanti.
Abbiamo notato che consideriamo vano il lavoro educativo sui ragazzi sotto i 14 anni fuori o in contrasto coll'ambiente familiare. Da quell'età in su il lavoro di un educatore estraneo alla famiglia ha ogni giorno di più possibilità di incidere.
Non ci spaventa poi la riflessione dopo i 22 anni perché è certo provocata dal fidanzamento (oltre che dal fatto che la scuola
ha solo 6 anni di vita). Se il giovane fidanzato lascia la scuola (o si riduce a venire solo per le conferenze del venerdì) lascia però in genere anche le riunioni di partito e simili. Pensa alla fidanzata e alla famiglia e si cristallizza più o meno per tutta la vita nella impostazione ideologica che aveva ai 20 anni.

Conclusione

In conclusione la scuola ha raggiunto le età più difficili e più interessanti.
Ha già raggiunto la gran maggioranza dei giovani e ciascuno
di essi per diversi anni. A partire dalla classe 1935-36 (e in futuro quindi per tutte le classi successive) ha già raggiunto il traguardo del 100%. 
Ha raggiunto i lontani non meno che i vicini.
Il suo costo di impianto e d'esercizio è stato il seguente:
1 barattolo di vernice nera per trasformare in lavagna delle
vecchie assi di legno L. 100 
1 bustina con la quale si fa un fiasco d'inchiostro L. 30 

Il gesso ce l'ha portato di regalo un allievo che lavora in un
magazzino. 
Quaderni e penne se li sono portati i ragazzi da sé ed è stata
la loro unica spesa. 
I parroci e i comunisti che impiantano e gestiscono ricreatori parlano solo di numeri a 6 o 7 e anche 8 cifre (tali che per procurarsele son costretti spesso a acrobazie e importunità che assorbono gran parte della loro tensione mentale e forse anche del loro ascendente).
I nostri sono dunque risultati maggiori con mezzi minori.
È dunque ormai dimostrata con largo margine la nostra tesi che la gioventù d'oggi sa correre al sacrificio con altrettanta facilità che al divertimento.
O meglio: preferisce sacrificarsi per un qualsiasi scopo nobile
che divertirsi sterilmente. 
O meglio ancora: preferisce divertirsi nel sacrificio fruttuoso
che annoiarsi nel divertimento sfrenato e sterile. 

Sono debitore

Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. 
Quello che loro credevano di stare imparando da me, san io
che l'ho imparato da  loro. 
Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere.
San loro che mi hanno avviato a pensare le cose che sono scritte in questo libro. Sui libri delle scuole io non le avevo trovate. Le ho imparate mentre le scrivevo e le ho scritte perché loro me le avevano messe nel cuore.
San loro che han fatto di me quel prete dal quale vanno volentieri a scuola, del quale si fidano più che dei loro capi politici per il quale fanno qualsiasi sacrificio, dal quale si confessano a ogni peccato senza aspettare che sia festa.
Io non ero così e perciò non potrò mai dimenticare quel che ho avuto da loro.
Eppure, con tutto questo, loro mi sono grati come se li avessi
generati.
Quando mi occorre qualcosa in prestito o di regalo o quando voglio che un operaio faccia delle giornate per me, io non dico per piacere né grazie.
Quando voglio dir male della Casa del Popolo lo dico.
E i comunisti non mi s'allontanano per questo, anzi sono costretti a darmi ragione, perché io non ho un ricreatorio che svirilizza i poveri come l'hanno loro, ho una scuola che fa il bene dei poveri e loro non l'hanno.
Quando voglio offendere o umiliare un giovane che dice una mezza parola che non mi piace, lo offendo e lo umilio come se fosse mio di casa. E domani tornerà egualmente, anche se mi vorrà male, perché ormai ha bisogno di me e della mia scuola come della casa e del pane.
Essi riempiono la mia vita tanto che se non ci avesse mandato
Dio temerei per la salvezza della mia anima.
Ho dei compagni che d'estate si pigliano un po' di ferie sulle Dolomiti, altri che chiedono al Vescovo di trasferirli in una parrocchia più importante o in città.
Io li capisco, poverini, come devono soffrire. Hanno nel popolo un mucchio di amici e di compagni di gioco, ma che restano tutti figlioli del loro babbo e della loro mamma. Con loro hanno solo giocato, non se li sono costruiti con le loro mani dall'interno, dal più profondo, come si fa quando s'è fatto scuola.
Non scuola a dei ragazzini, ma a dei grandi nell'ora in cui formano il loro pensiero.
Altri miei compagni hanno il cuore tutto proteso verso i poveri, ma soffrono pene indicibili perché tra i poveri e loro c'è un muro di distanza, d'incomprensione e anche d'odio.
L'ho provato anch'io quando ancora non avevo la scuola, ma ora mentre vi scrivo li ho tutti qui da me, zitti, concentrati sui loro quaderni come figlioli nella cucina di casa loro la sera.
Quando ero in seminario venivano dei preti a far conferenze.
Ci parlavano delle difficoltà di avvicinare gli operai e i contadini. Proponevano gli uni di andarli a cercare nei campi e nelle officine, magari travestiti. Altri proponevano le attività sportive e le associazioni. Altri parlavano dei cappellani di fabbrica.
Mi vien da sorridere a pensarci.
Ci si dava tanto pena per delle cose da nulla.
Perché dovrei fare tanta fatica a andare a cercarli se san loro
che vengono a cercare me?
Quando ho bisogno di dir qualcosa agli operai e ai contadini del mio popolo non ho che da aprir bocca. Alzano il capo dai loro quaderni e mi ascoltano.
Non saranno capi famiglia ancora, ma fa lo stesso perché i loro babbi li venerano ora che li han visti istruirsi, condurre una vita severa, farsi strada nel mondo. Parlare a loro non è come mettere un altoparlante sul campanile, è piuttosto come averci un filo di comunicazione diretta col centro del cuore dei loro babbi e delle loro mamme.
Ma non solo mi ascoltano, mi intendono anche e mi credono.
Mi intendono per forza perché tutto il loro bagaglio di cognizioni, di vocaboli, di immagini, di associazioni di idee, di tecnica dialettica, glie l'ho costruito io, con le mie mani, sera per sera, lungo anni.
Una parola nel vuoto o destinata a creare un malinteso non la
butto mai.
Primo, perché essi ora san ricchi di queste cose che qui ho e
lencato.
Secondo, perché le hanno in comune con me.
Terzo, perché conosco con precisione i limiti dei loro mezzi e mi ci tengo dentro.

Ma che mi ascoltino, mi intendano e mi credano non è ancora tutto se i loro interessi restassero quelli abituali.
Ma non restano perché la scuola, qualunque scuola, eleva gli interessi. Risveglia dal fondo dell'anima quella naturale sete di sapere che è spesso seppellita negli infelici e che è la premessa più necessaria per il loro ritorno alla fede.
È tanto difficile che uno cerchi Dio se non ha sete di conoscere. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete o passione umana, portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto.
Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che noi fa
vibrare.
Ed ecco toccato il tasto più dolente: vibrare noi per cose alte.
Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che
quel che si ha. Ma quando si ha, il dare vien da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello da uomo, cioè a dir poco un livello di Parola e non di gioco. E non parola qualsiasi di conversazione banale, di quella che non impegna nulla di chi la dice e non serve a nulla in chi l'ascolta. Non parola come riempitivo di tempo, ma Parola scuola, parola che arricchisce.
Quando si ha idee chiare e un progetto preciso di costruire uomini capaci di affrontare vittoriosamente la lotta sociale, allora ha questa dignità perfino la parola che spiega un po' di aritmetica. Allora la scuola è, a differenza del gioco e anche nelle materie più umili, ininterrotto comunicare pensiero. Allora accade che nel giro di 3 ore e 3 ore per sera e 100 sere per anno, ci si trova ad aver tanto comunicato e ricevuto che non c'è più misteri né di qua né di là. Il prete che fa scuola popolare sa tutto quel che ha in cuore il suo popolo e il popolo cui il prete fa scuola popolare sa tutto quel che ha in cuore il suo prete. Nudi e veri, l'uno dinanzi agli occhi dell'altro.
E se in cuore al prete c'era cose alte avrà dato cose alte e se c'erano mediocri le avrà date mediocri. E se c'era fede avrà dato fede.
In sette anni di scuola popolare non ho mai giudicato che ci fosse bisogno di farci anche dottrina. E neanche mi son preoccupato di far discorsi particolarmente pii o edificanti. Ho badato solo a non dir stupidaggini, a non lasciarle dire e a non perder tempo.
Poi ho badato a edificare me stesso, a essere io come avrei voluto che diventassero loro. A aver io un pensiero impregnato di religione.
Quando ci si affanna a cercare apposta l'occasione di infilar la fede nei discorsi, si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece modo di vivere e di pensare.
Ma quando questa occasione non si cerca, purché si faccia scuola e scuola severa, si presenterà da sé, sarà anzi sempre presente e nei modi più impensati e meno coscienti. Lungo l'anno i giovani ci vedranno agire, reagire, pensare, rispondere in mille occasioni diverse, sempre eguali a noi stessi, sempre e senza sforzo presenti alla nostra visione della vita.
La superiorità pratica di questo modo di far dottrina su quello metodico è dimostrata fra l'altro dal fiasco del catechismo.
E in quanto alla Grazia, che è insostituibile premessa alla fede, non c'è nessun motivo di credere che il Signore voglia riservarne di più per i giovani irrazionalmente e inefficacemente catechizzati che non per i miei. Se ci ha vestito da preti secolari vien fatto di credere che abbia voluto affidare alla nostra mente umana il compito di cercare la via umanamente più efficace di spianar la strada alla Grazia. Perché dunque ce la dovrebbe poi negare e abbondante?

Il segreto della scuola

Il pievano di una cittadina qui vicina (12.000 anime) ha comprato i dischi di inglese della BBC. Forse aveva sentito dire del successo che dischi simili avevano avuto a S. Donato. Poi ha diffuso un manifestino di invito a imparar l'inglese gratis.
La prima sera si presentarono 4 giovani (erano studenti, erano
cattolici). La seconda sera 3. Dopo una settimana: deserto.
Il pievano ora dice che è inutile e che ha sperimentalmente di
mostrato che l'istruzione non attrae la svagatissima gioventù d'oggi.
Io invece dico che se li avevo io quei dischi in quel grosso popolo, la prima sera avrei avuto 100 giovani e dopo un mese 200. E tutti operai e d'ogni colore politico.
Non si può aspettarsi che riescano le cose in cui non si crede con tutta l'anima.
Accanto alla stanzuccia messa a disposizione per l'inglese, il pievano ne aveva un'altra enorme per il televisore e un po' più in là un cine e un po' più in là un campo sportivo costato 11.000.000.
Quei dischi invece costano 30.000 lire.
Ci vuoi poco a capire che quel prete non è tutto preso dall'idea che propone. E se non ne è preso lui, come può pretendere che ne sian presi dei poveri figlioli?
Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio a averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi ì programmi, le materie, la tecnica didattica.
Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola.
Bisogna essere... Non si può spiegare in due parole come bisogna essere, ma finite di leggere tutto questo libro e poi forse capirete come bisogna essere per far scuola popolare.
Bisogna aver le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dell'ansia di elevare il povero a un livello superiore. Non dico a un livello pari a quello dell'attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più tutto.
E allora vedrete che gli operai verranno, che lasceranno in asso tutte le ricreazioni del mondo, che s'arrenderanno nelle mani del loro prete per lasciarsi costruire da lui.
Da un prete così son disposti a accettare di tutto: divisioni a tre cifre, verbi, dettato, storia, politica, teologia, scenate, malumore. Tutte le materie son buone e tutti i modi di proporle son buoni.
E lo stesso discorso valga anche per l'indirizzo religioso da proporre a quei giovani operai che dopo pochi mesi o anni di scuola una sera vi si butteranno in ginocchio ai piedi perché si
saranno accorti che le vostre mani consacrate hanno il potere di cancellare tutta una brutta vita passata e di indirizzare a un'altra tutta diversa.
Quel giorno sarebbe pazzia proporre loro l'accettazione di una impostazione sociale e politica che sentissero arretrata e di cui si dovessero vergognare nell'ambiente in cui sono cresciuti e vivono.
Per impostazioni così non si faranno ammazzare, ma il peggio è che con impostazioni sociali così non si faranno ammazzare neanche per la loro fede perché le circostanze hanno posto oggi i problemi sociali anche al centro della fede.
E qui non c'entra il rispetto umano. Il rispetto umano va combattuto solo quando sono in gioco i principi della fede, non quando c'è in gioco solo opinabili applicazioni dei principi e discutibilissime realizzazioni terrene dei cattolici.
E il problema sociale non si può accantonare accogliendo un neofita in una pia sala da gioco perché si dimentichi del suo passato.
Bisogna saper fare un'onesta gerarchia di valori: se ha lasciato per esempio il comunismo attivo (o nel partito o nel sindacato) e ora viene a giocare a carte dal prete o a ricevervi sollecitazioni carnali al suo cine, s'è degradato non s'è innalzato.
Il comunismo porta in sé i fondamentali errori ideologici che tutti sappiamo, ma porta, come ogni altra cosa, anche un fondo di verità e di generosità per esempio la preoccupazione del prossimo, l'amore per l'oppresso ecc.
E dedicarsi al prossimo, sia pure nell'errore, è sempre più cristiano che buttar via la vita e badare a divertir sé stessi, sia pure sotto le ali del prete.
Gli offriremo dunque il sindacato libero oppure bianco.
Ma probabilmente il sindacato libero, e tanto più quello bianco, gli parrà ora troppo timido nel bene.
Come può un giovane volgersi a una nuova organizzazione che sia più timida, più umanamente prudente, meno ardente di fede, di quella che ha lasciato?
Ma se ci soffrono perfino i seminaristi!
I seminari sono disertati perché i giovani si vergognano ad andare in giro vestiti da prete e questo oggi che il partito cattolico ha la maggioranza assoluta dei voti in Italia. E i seminari erano
invece pieni quando tutto il mondo della cultura era contro il prete.
E dalle associazioni cattoliche non è ancora uscito un santo di
quelli che rivoltolano un secolo.
Non c'è da farsene meraviglia.
Per esemplari si propongono le biografie di certi buoni giovani
che andavano in montagna a sciare per trovare Dio. 
Che trattavano le loro persone di servizio con tanta umiltà.
E all'Università pigliavano sempre la lode.
E non mettevano mai piede in un cine (escluso quello parrocchiale s'intende).
E non davano mai noia a nessuno e tutti dicevano bene di loro. E il loro funerale fu un trionfo e tutti piansero e nessuno tirò
un sospiro di sollievo.
Non si può pretendere che scoppino fuori i doni più profondi dell'anima operaia per poste così meschine e così estranee alla pagina di storia che si sta voltando in questi anni.
A giudicare dai vecchi contadini d'oggi si direbbe che in passato non si vibrasse di dolore e di fede pensando alle proprie bestemmie. E pare che questi giovani d'oggi non vibrino di dolore e di fede che pensando alle loro impurità (e contentiamoci, perché quando erano giovani quei vecchi ne facevano quanto questi d'ora, ma probabilmente in confessione preferivano il sacrilegio).
Ma non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all'ingiustizia sociale. A qualcosa cioè che sia al centro del momento storico che attraversiamo, al di fuori dell'angustia dell'io, al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda.
Ho degli amici preti che hanno tratto come me dei santi figlioli anche dalla classe operaia.
Ma non vi pare che in genere essi li abbiano trovati tutti tra i giovani più pacifici e più timidi e che molti di loro si siano santificati al prezzo di sfuggire ai problemi della loro officina? Alcuni col tacere remissivo, altri col buttare ogni cosa argutamente in ridere, altri col condurre una vita isolata e sofferente.
A me questo non è avvenuto.
Ne ho attratti intanto più numerosi e poi i santi figlioli me li
son visti sbocciare anche tra i giovani dalla personalità più prepotente e dominatrice.
Eppure io non splendo di santità. E neanche sono un prete simpatico. Ho anzi tutto quello che occorre per allontanare la gente. Anche nel fare scuola sono pignolo, intollerante, spietato. Non ho retto i giovani con doni speciali di attrazione.
Sono stato solo furbo.
Ho saputo toccare il tasto che ha fatto scattare i loro più intimi
doni.
Io ricchezze non ne avevo. Erano loro che ne traboccavano e
nessuno lo sapeva.
Ho toccato il loro amor proprio, la loro naturale generosità, l'ansia sociale che è nell'aria del nostro secolo e quindi nel fondo del loro cuore, l'istinto di ribellione all'uomo, di affermazione della sua dignità di servo di Dio e di nessun altro.
Non era mica vero che i nostri giovani si divertissero quando
si facevano martirizzare dal fango intorno al campo sportivo.
Era tutta un'immensa frode.
Possibile che un popolo intero si interessasse così, tutto, alla
medesima cosa? Non esistevano dunque almeno differenze di carattere e di gusti?
È che i più erano lì solo per non restare isolati. Il terrore di chi non
ha istruzione è quello e per quello rinuncia anche alla sua personalità.
Vedete che non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e di pensare.
I preti dei ricreatori e i comunisti delle Case del Popolo non hanno stima della gioventù operaia e così pur di non perdersela non han saputo far meglio che accarezzare le sue passioni.
Hanno raccolto quel che han seminato: giovani schiavi delle
proprie passioni e inutili a sé stessi e a loro.
Io invece che li stimavo sopra ogni cosa e che vedevo splendere su di loro e sulla loro classe, come tale, una vocazione storica di classe guida, che proviene direttamente da Dio e che a Dio li ricondurrà, ho disprezzato le loro passioni, ho cercato e rispolverato solo quei doni che dovevano esserci e che c'erano. Li ho armati dell'arma della parola e del pensiero, li ho avviati incontro ai cosiddetti «pericoli» dell'officina più capaci di tutti, più preparati di tutti, secondi a nessuno per parola, per coerenza, per ardire sindacale sociale e politico, per combattività.
Non han dovuto vincere complessi d'inferiorità di fronte ai comunisti, perché non son mai stati inferiori in nulla a nessuno.
Nessuno li ha potuti spregiare perché non conoscevano i divi dello schermo né quelli del pedale, perché erano loro i primi a spregiare, dall'alto in basso della loro combattività sindacale, che s'interessa di queste cose.

Non hanno avuto paura di restare isolati, non si son dovuti far puntellare da un'organizzazione per non cascare, perché il loro isolamento era popolato di idee chiare, della gioia di vivere e di combattere, di non dover correre sempre affannosamente nella scia di avanguardie non cristiane, ma di precedere sempre il secolo, di trascinarselo dietro come un garzoncello intimidito.

Alcuni esempi:
Nei manifesti elettorali sia i comunisti che i cattolici non han
promesso che benessere. Come se fosse già dimostrato che la gioventù è corrotta fino al punto da non muoversi che in vista del proprio benessere.
Garibaldi, che prometteva stenti, ne attirava più di voi che promettete l'automobile e gli elettrodomestici. Oppure diciamo: ne attirava meno lui, ma lui li attirava fino a portarli al macello, ma i vostri se non li servite e riverite vi scappano da tutte le parti.
Avete supposto a priòri che i giovani sono pecore e che si sarebbero buttati dalla parte più numerosa e vincente. Ed ecco i vostri manifesti elettorali che esaltano le vittorie e le maggioranze raggiunte. Ecco le adunanze oceaniche, le feste, le processioni, i cortei oceanici.
Io ho supposto a priòri che i giovani sono generosi e si fanno ammazzare più volentieri per il debole che per il forte, per il soccombente che per il trionfatore.
Io ci avevo dato e voi no.
Mi fate pensare a certi selvaggi che trovarono un pianoforte e lo usarono per piantarci i gerani. Questi giovani stupendi Dio li ha fatti tutti martiri in potenza e voi li offendete. Ce li ha mandati perché li sacrificassimo al suo servizio e voi vi sacrificate per servir loro.
Avete notato che i ragazzi divorano fumetti malsani. Li stimate così poco che non avete pensato a altro che a stampare altri fumetti altrettanto malsani, ma cattolici.
Avete visto il mondo impazzire dietro il cine e la televisione e conditi di procacità. Siete corsi a cristianizzare questi due mezzi
di corruzione e le stesse procacità. Tra poco cristianizzerete anche le sale da ballo. Ho sentito dire che all'estero il progresso è già giunto a questo bel traguardo.
Non avevate dunque null'altro da offrir loro?
Nel patrimonio del nostro Credo non c'era ricchezze proprie
sufficienti a trascinare la gioventù senza neanche curarsi dell'esistenza del mondo e delle sue passioni?
Noi, i possessori dell'Acqua che disseta per l'Eternità, a vender gazzose nel bar parrocchiale, solo perché il mondo usa dissetarsi con quelle!
Che parte abbiamo noi col mondo?
E che timore di essere battuti da un mondo che cozza
140.000 volte ogni giorno contro il mistero della morte senza poterci dir sopra neanche mezza parola.
Timore di lui noi che abbiamo parole di Vita Eterna?
Ma allora non è solo che non avete avuto stima dei poveri.
È forse che non avete avuto stima neanche del Credo.

LETTERA APERTA A UN PREDICATORE

Caro Padre,
c'è usanza che il predicatore sia accolto in parrocchia con onore.
Siede perfino nel confessionale del parroco.
E il parroco quel giorno tenta di non confessare. Anzi guarda dall'altra parte per non mettere a disagio quei poveretti che han sempre bisogno di un confessore estraneo.
Lui li conosce bene anche senza guardare; son le solite tre categorie: 1. Scrupolosi, 2. Sacrileghi, 3. Quelli che han leticato con lui.
Lui tutto questo lo sa. Anzi è precisamente per questo che ha invitato il prete di fuori. Perché gli curi questi tre malati e li riporti a lui.
In conclusione, Padre, le dirò senza complimenti che, nonostante l'accoglienza d'onore, in pratica noi parroci se vi invitiamo è per servirci. E se ci pensa converrà che è giusto che sia così.
Pei campagnoli il confessore se non è il parroco non è nessuno. Lui li ha ascoltati piccini la prima volta, da lui sono tornati e
torneranno nelle ore liete e gravi della loro vita, lui ha da confessarli nell'ora della loro morte.
Lei passa e se ne va, il parroco resta. Murato lì.
È come il padre di famiglia né più né meno.
Fare per un giorno il babbo dei figlioli degli altri è qualcosa di
molto delicato, Padre.
Vorrei che i predicatori ci venissero tremanti di rispetto per
lui.
Non per la scienza o per la santità che non ha, ma per rispetto
al quarto Comandamento.
Invece, Padre, vedo che c'è divergenza tra il suo modo e il
mio modo di confessare. M'han detto che una sposa è stata vista uscire dal suo confessionale e rientrare nel mio...
D'un'altra è venuto il marito a leticare...
Ho saputo poi da lei stesso che lei nega l'assoluzione a certi
consuetudinari e recidivi.
Noi questo non si fa. Lei stesso ammetterà che una divergenza
così mette scompiglio nelle anime.
Le chiedo dunque per piacere di adattarsi a confessare come
me e al mio servizio. 
Io come lei non posso e non voglio confessare per le ragioni
che le esporrò.
La prima ragione che ho è nella scuola che ho avuto in Seminario.
Il nostro libro di testo è di un gesuita belga.
Lo mostrai anche a lei e le feci leggere il capitolo sui consuetudinari e recidivi.
In margine poi le feci notare un appunto che avevo fatto durante la lezione: «Grande questione inutile: si assolve chi è disposto e non si assolve chi non lo è, siano o no consuetudinari o recidivi».
Son le parole del nostro professore e le ha prese, credo, da S.
Alfonso.
Quando il professore le disse si sentì per la classe come un
gran sospiro di sollievo.
Forse qualcuno dei chierici pensava a sé e al confessore buono che da anni lo mandava innanzi facendogli coraggio!
Uno chiese: «Professore, ci dia un'idea più concreta. Lei per e
sempio, in cinquant'anni di ministero, quante ne avrà negate?».
Il venerando professore sorrise, alla domanda ingenua. Poi disse misurando le parole: «Io ho guardato sempre di disporre il penitente all'assoluzione».
Fu un urlo di trionfo. Ognuno di noi sentì nella larga risposta
un soffio d'aria di Nazareth.
Questa dunque è la scuola che abbiamo avuta noi preti secolari di questa diocesi. Se lei la trova lassa, non se la rifaccia col nostro popolo che non ci ha colpa.
Il professore citato è il Padre Bellandi confessore del Cardinale
e insegnante di teologia morale nel Seminario Fiorentino.
Vada dunque a parlarne con lui e con l'Arcivescovo che gli affida i suoi chierici e noi staremo agli ordini.
Ho detto staremo agli ordini del superiore.
Sì, ma intendiamoci, ci staremo in modo umano.
Sa come disse il buon vecchio pievano di Signa quando andò
in udienza dal Papa?
«Santità, la mi faccia un crocione, perché laggiù a Signa ho
fatto da Vescovo e da Papa».
Tutti noi poveri preti di campagna potremmo dir lo stesso.
E il Papa a noi non ce ne tien rancore perché sa che non siamo una scuola o una dottrina, siamo solo delle creaturine umane che umanamente vivono e decidono alla giornata come detta il cuore e il buon senso.
Vede, Padre, la mia scienza è poca; la mia esperienza poi non
si estende al di là di queste 275 case.
Lei invece ha studiato, viaggiato e confessato tanto.
Ma anch'io ho un dono che lei non ha: quando siedo in confessionale posso anche chiuder gli occhi. Le voci che mi sfilano
accanto, per me, non son mai voci e basta.
Sono persone.
Lei sente che si presenta «una sposa».
Io invece so che è «la Maria».
Della Maria so tante cose, Padre. Un volume non mi basterebbe per dirle tutte.
Di lei conosco casa, famiglia, vicini, vocabolario, testa. Conosco il bottegaio da cui si serve.
Conosco come è disposta la sua cucina: l'acquaio, il fornello.
Conosco il suo Giordano meglio di lei che è mamma.
E poi di lui, di nuovo, conosco i compagni ad uno ad uno, conosco bene la vertenza della sua fabbrica...
Lei, Padre, lo Sbrani non lo conosce perché purtroppo i giornali cattolici queste cose non hanno ancora imparato a dirle.
Io sono anni che ogni giorno ne so qualcosa. Viene Giordano
a raccontarle qui da me fremendo d'umiliazione:
«Ai cancelli c'è di guardia la Celere».
E lui è partito per la Svizzera dicendo: «Padron son io». Quando Giordano mi confessa che ha odiato lo Sbrani, son tanto preso dalle sue cose, che bisogna che ci badi, se no mi scappa detto: «Anch'io!».
Così dunque avviene che quella voce impersonale, sulla quale
lei applica i testi e i decreti, per me è carne della mia carne.
Ciò che quell'anima chiede io chiedo, ciò che la tenta, me
tenta più di lei.
Ecco, Padre, perché noi parroci confessiamo quasi tutti in una
maniera che lei riprova.
Se tagliassimo netto come fa lei, taglieremmo su di noi stessi. Ma mi spiegherò meglio con un esempio concreto.
Legga, la prego, la lettera di Giordano che qui le accludo:

Caro Padre,
don Lorenzo m'ha detto che avete leticato per via di me. M'ha detto che io la perdoni perché a star sempre in convento,
oppure a confessar gente che non si conosce, non si fa esperienza.
Io la perdono perché ormai son vicino alla Chiesa e ho capito che gli sbagli voialtri preti spesso non li fate per interesse, ma solo perché non sapete i nostri fatti del lavoro.
Però, come dice don Lorenzo, è un po' anche colpa nostra.
Bisognava che vi fossimo stati sempre intorno e riempirvi il capo dalla mattina alla sera della nostra vita.
Allora il cuore ve l'avremmo girato tutto per noi, perché anche voi non l'avete mica di sasso, e a tirar per i signori come avete fatto non ci avete mica interesse.
Lontan dagli occhi lontan dal cuore, diceva la mia nonna.
E difatti sotto gli occhi avete avuto «l'Avvenire» che è degli industriali e in chiesa tutti bottegai, impiegati e possidenti che v'han detto che non si va tutti in Lambretta.
Insomma ora io le racconterò la mia vita perché don Lorenzo
me l'ha chiesto per piacere.
Deve sapere dunque che io son nato comunista.
Al mio paese nel '46 i comunisti hanno avuto il 70% dei voti. Nella mia officina su 40 ce n'è uno solo che non sia della
C.G.I.L.
La mia mamma a Messa va, ma il voto ai preti non glie l'ha dato neanche lei. 

Il babbo poi non se ne parla, perché anche lui è di nascita. La
si figuri che il suo babbo morì che non volle neanche il prete.
Il mio babbo dice: «I miei figlioli se vogliono andare in chiesa hanno a fare la loro volontà, quando poi avranno diciott'anni e la penseranno come me, smetteranno».
Io dunque, dopo passato a Comunione, seguitai poco a andare in chiesa. A quindici anni non ci andavo più per nulla.
La domenica mattina a caccia col babbo, la sera alla Casa del Popolo con gli amici.
Ora, una sera, incontrai don Lorenzo e mi disse: «Per difendersi gli operai da tutti, anche dai preti, ci vuole istruzione».
lo gli risposi che mi garbava anche a me, perché in officina c'è uno che ha fatto l'avviamento e ci cheta tutti; e così si fissò che andavo a scuola dopo cena.
Anzi si andò diversi e don Lorenzo senza tanti complimenti ci disse: «Ragazzi io vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l'istruzione e che vi dirò sempre la verità d'ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta, sia che le faccia disonore».
Io dissi dentro di me: «Si starà a vedere. Ma se entra di politica si vien via».
Passarono diversi mesi e di politica non era mai entrato. 
Un giorno c'entrò un ragazzo democristiano, noi gli si rispose e nacque un putiferio. Allora don Lorenzo montò sul tavolo e disse: «Parlate uno alla volta e io v'aiuto a dirla bene».
E noi si ci stette. E si rimase, perché dava contro al governo e
contro ai democristiani e contro a noi.
E noi gli si disse: «E allora chi ha ragione?». E lui disse: «Bischeri! La verità non ha parte. Non c'è mica il monopolio come le sigarette!».
E i democristiani rimasero male più di noi.
Insomma io ci feci amicizia, perché lui faceva le parti giuste ed era contro tutti e spregiava i giornali dei preti e l'Unità allo stesso modo e ci insegnava a pensare con la nostra testa.
Al mio partito non erano come lui. Ma neanche in quegli altri partiti del resto.
Io restavo di quell'idea, e in officina ero l'incaricato delle quote, perché mi pareva il partito dei poveri e poi anche perché al mio babbo gli ho sempre voluto bene, e mi pareva che un figliolo non deve dar contro al partito del suo babbo.
Don Lorenzo dice che al babbo bisogna dargli retta anche se bestemmia. 

Del partito dunque mi pareva di far bene e non pensavo davvero che c'entrasse con la religione.
Invece, c'era un'altra cosa che sapevo di far male e erano le porcherie. E una sera, dopo scuola, che ero rimasto solo e don Lorenzo mi aveva accompagnato verso casa, io mi decisi e gli dissi: «Che mi confessa?». E lui mi disse: «Buttati in ginocchio». E così mi confessai nel viottolone, di notte, e mi venne da piangere, perché io ci avevo avuto sempre dispiacere a fare quelle cose, perché da ragazzo m'era rimasto tanto impresso alla Via Crucis che siamo noi che lo facciamo frustare.
E dopo stetti diversi mesi senza fame e poi ci ricascai e stetti di nuovo quasi un anno che non mi riusciva vincermi, ma io mi confessavo tutte le volte.
E in quel tempo ricominciai anche a venire a Messa e facevo sempre la Comunione e qualche volta mi son confessato anche due volte in un giorno eppure don Lorenzo del partito non me lo ha mai chiesto.
Ora, Padre, il resto glielo dirò don Lorenzo perché a me non m'importa del segreto di confessione e gli ho dato il permesso di dire quel che vuole, a me m'importa solo di aiutare voialtri predicatori a capire le cose, perché quando andate nei popoli confessiate con amore come fanno i nostri preti.

Tanti saluti affettuosi dal suo
Giordano

I fatti li ha sentiti da lui, Padre. Ora si provi solo a mettersi nei miei panni.
Se la immagina lei l'emozione che fu per me quella domanda
a bruciapelo sotto le stelle?
Non che non l'aspettassi, ma così presto no.
Me lo vidi di fronte, povero caro, in ginocchioni, singhiozzante. Sapevo tante altre cose di lui, ma non le chiesi. Accettai quel che mi offriva: un dolore grande, spontaneo, ma di una cosa sola, di quella! Non potevo quella sera chiedergli altro.
Il ragazzo, fiero, la tessera non l'avrebbe strappata. Non perché la preferisse alla Grazia! Ma solo perché nel suo cervello,
allora, questo non rientrava nel reparto peccati.
E le volte seguenti?
Padre! Non lasciava che il sole tramontasse sopra un peccato.
Era assetato di Grazia, aveva orrore del peccato. A quei giorni, se ne trovava così pochi, penitenti così, quaggiù in campagna! Che dovevo fare? Io l'assolvevo commosso di quello che il ragazzo veniva a chiedere di essere assolto.
Facevo male? L'obbligo di essere maestro in confessione? Padre! E se io giudicavo che maestro gli ero egualmente e più efficacemente per altra via (cioè la scuola)?
Se le dicessi di più, che assistevo giorno per giorno al suo progressivo staccarsi dal partito? Sì, frequentava ancora. In officina aveva anche una giovanile carica sindacale. I compagni lo credevano un puro. Ma qualcosa nel fondo del suo cuore s'era già infranto. Gli idoli di ieri prendevano più umane proporzioni.
Il pericolo prossimo del frequentare e delle letture? Lo scandalo per gli altri?
Padre, nella parabola della vedova il Signore ci ha insegnato a non guardare il punto di arrivo, ma quello di partenza. Anch'io miravo a cento come lei, ma godevo del cinquanta che lui mi dava pensando allo zero di ieri. Assistevo a quel lento, ma profondo, venire e sorridevo dentro di me senza dirgliene nulla. Aspettavo che il frutto maturasse e cadesse da sé.
Passarono due anni e Giordano non s'era ancora accorto d'essere un altro. Ma un giorno, in officina, i compagni insultarono la scuola del suo prete come scuola di parte. Giordano senza neanche pensarci si trovò a difenderla a spada tratta: «Voialtri non potete neanche immaginare qualcosa di onesto come quella scuola».
In quel voialtri c'era già un distacco profondo, Padre. Giordano non si sentiva più «di loro».
Ma questo atteggiamento lungi dall'esser cosciente era nascosto perfino a lui, seppellito sotto la valanga dei ricordi, dell'educazione, della venerazione per il babbo, dell'ambiente d'officina e di paese, dell'orrore per l'ingiustizia, per un governo che si dice cristiano e non la toglie. Nell'anima le cose maturano talvolta impercettibilmente, come il grano nel campo di quell'uomo che dormiva.
Due, tre giorni, a lei che vuole applicare il decreto del S. Uffizio, paiono troppi. L'ordine è chiaro: «Non si possono assolve re».
Noi Parroci invece si ragiona di anni.
Questa dunque era la situazione il giorno che capitò a predicare un domenicano. Non era rozzo. Tutt'altro. Era uomo di studio e di preghiera. Per l'appunto quel giorno dovetti correre da un malato. Giordano mi cercava. Non mi trovò. Vide il buon padre che io gli avevo lodato... Del resto, ormai era cristiano abbastanza da cercare la Grazia senza guardare in viso il Sacerdote. Entrò in confessionale...
La sera lo rividi. Bastò uno sguardo. Poi mi chiamò in disparte: «Il padre m'ha chiesto del partito. Io gli ho detto di sì. Lui dice che non mi può assolvere se non strappo la tessera; e allora?».
Quanto soffrii quella sera per quella mano maldestra che aveva devastato il mio lavoro paziente e delicato!
Era quattro anni ormai che lo tiravo su con la delicatezza con
cui sono protetti i bambini nel corpo della mamma.
Ecco, sì, fu proprio come accelerare un parto.
Talvolta è un delitto, Padre. Talvolta può essere necessario, ma
lasci che lo decida il medico curante, non venga lei da fuori, maldestro incauto, a buio nel vivaio degli altri, a trapiantare le piantine che non ha piantato e non conosce e forse può spezzare.
Sa che feci io quella sera? Fui costretto a dire una parola che
non avrei dovuto dovergli dire, perché forse non è esatta.
Gli ridetti la pace, non gli chiesi quell'atto esterno su un cartoncino rosso. Gli dissi che la Chiesa nel Decreto si riferiva alla tessera quella interiore:
«... quella che pian piano mi pare che tu abbia cominciato a
strappare da te senza che neanche te l'abbia chiesto»; e non osavo alzar gli occhi nei suoi, perché io e lui siamo ormai come fratelli e ci vogliamo un bene immenso, ma un discorso così brutale l'uno nei segreti dell'altro non si era fatto mai e vorrei non aver dovuto farlo neanche quel giorno.
Durante la predica me lo ritrovai accanto. Le parole eccitate del predicatore tagliavano nel vuoto furiosamente. Io pensavo a lui e a nessun altro. Volevo bisbigliargli: «Prega per lui». Poi non lo dissi temendo di insegnargli troppa superbia.
Vedevo che soffriva: quel tono di polemica accesa l'aveva già
sentito troppe volte, alla cellula.
Ero sicuro che pensava a loro e al Signore, che offriva a Lui per loro il suo patire, che diceva: «Signore fa che nessuno di loro senta la predica, fa che nessuno la racconti loro...».
Lui, che non era più di loro, li amava ancora tanto e li capiva
e li capirà, spero, sempre di più.
In questo era già tanto più alto di lei, Padre.
Sì, Padre, mi scusi se ho detto così. Sì, lo so, anche lei li ama.
Ma è un'altra cosa, mi creda.
Lei dal pulpito tuonava: «... quei messeri!».
Quei messeri per lei parevano mostri con le zanne. 
Per lui quei messeri erano il sorriso patito e tanto caro del babbo, erano i musi neri dei compagni di officina, erano le loro parole di eguaglianza, casa per tutti, lavoro per tutti, cose belle e buone mischiate a tanto male, ma sempre belle e buone.
E lei dal pulpito seguitava a buttarmelo fuori di chiesa a peciate! Mi sentii vicino a lui in fondo e estraneo a lei.
Mi pareva di esser buttato fuori anch'io dalla chiesa e ci soffrivo perché avevo la certezza che di due fosse più giusto ci stesse lui, che lei e me, nella chiesa di Cristo falegname.

Poi lei partì.
Giordano sopravvisse al colpo. Ma ne porta ancora la cicatrice.
Passò un anno intero temendo che la Chiesa non fosse come gli avevo detto io. Gli riecheggiava in cuore tutto quello che aveva letto e sentito contro di lei. Gli venne il terrore ch'io fossi un prete onesto, isolato, messo al margine di una Chiesa dura, lontana dai poveri.
Mi chiedeva se l'avevo ingannato, se la Chiesa... Oh Padre, quanto ho patito per via di lei!
Ora, vede, son passati due anni da quella sera. Lui stesso mi
ha riparlato dell'argomento. La tessera non l'ha strappata.
Il gesto lascia il tempo che trova. Ma quest'anno non l'ha più presa. Per lui ormai è vuota d'ogni valore. Nel partito stesso lo
guardano male. l'hanno accusato d'essere la spia del prete.
Non era vero.
Mai un nome, mai una parola. Mai gli ho chiesto qualcosa (chi viene? che vi insegnano?).
Mai m'ha detto qualcosa.
Per lui è un sacrario ancora. Il sacrario della fede del babbo,
cui vuoi bene. 
Il sacrario della fede passata; del mondo in cui è cresciuto, dell'officina in cui soffre e dove lo calpestano lo Sbrani e le
«forze dell'ordine».
Ora tocca a lei. Mi risponda.
Ho sbagliato in tutto questo?
Mi sono ribellato agli ordini della Chiesa?
Il mio Giordano non l'ho forse portato là dove la Chiesa
e lei volevate portarlo?
Ho registrato solo un ritardo di sei anni. Son troppi?
Nella vita d'un uomo? Nella storia del mondo?
Il voto?
E a lei Padre preme più che siano cristiani gli eletti o gli
elettori?
Di vincere, o di convincere?
E lei del resto che avrebbe fatto?
L'avrebbe allontanato per sempre.
Glie lo dico con un po' di superbia, ma ne sono certo.
Il cuore di un uomo è qualcosa che i libri non sanno leggere né catalogare. Un'anima non si muta con una parola. Per toccare qualcosa di profondo spesso occorrono non anni,
ma generazioni.
Padre, mi sento in questo come se fossi tanto più vecchio di lei.
Tanto più vicino al lento modo di fare della Chiesa, la nostra
vecchia Madre dai capelli bianchi.

Tanti saluti affettuosi dal suo
Lorenzo