PICCOLI GRANDI LIBRI   Lorenzo Milani
LA PAROLA
AI POVERI

EDITRICE ESPERIENZE

INTRODUZIONE - Giuseppe Battelli
LORENZO MILANI ELEMENTI BIOGRAFICI ESSENZIALI
GLI SCRITTI MAGGIORI E LE IDEE PASTORALI DI DON LORENZO MILANI
ANTOLOGIA DI TESTI DI DON LORENZO MILANI
Brani ricavati da: ESPERIENZE PASTORALI
Brani ricavati da: LETTERA AI GIUDICI
Brani ricavati da: LETTERA A UNA PROFESSORESSA
ATTUALIZZAZIONE - Mamilio Guasco

ATTUALIZZAZIONE
 di Maurilio Guasco

Don Milani era e resta un personaggio scomodo: discusso, emarginato, spesso maltrattato in vita, poi riabilitato a titolo postumo, dopo che aveva subito una condanna da un tribunale pure da morto; anche per i suoi detrattori di un tempo egli rimane un segno di contraddizione. «Nella mia memoria, ha detto un giorno un amico, don Lorenzo rappresenta un morto irrequieto, che non lascia vivere in pace. Me lo porto dietro così, come un aculeo, un dubbio grave della coscienza: sono questi, dopotutto, i morti che non muoiono mai».
Personaggio scomodo e persino scostante, interamente consacrato alla sua missione, protagonista di un' esperienza di insegnamento in qualche modo unica e che provocò tanti dibattiti soprattutto dopo la ben nota Lettera a una pro
fessoressa, potrebbe oggi ridiventare segno di contraddizione anche per quanti hanno smesso la loro opposizione, se si riprendesse a leggere seriamente il libro che venne allora ritirato dalla circolazione, Esperienze pastorali, uno dei pochi libri di sociologia pastorale che abbini la serietà del ricercatore con la passione del pastore.
Un libro superato, un libro pieno di lacune: ne era consapevole anche l'autore, ben lieto di constatare che era stato sorpassato a sinistra da un papa; ma un libro che costringeva a uscire da certi metodi pastorali, che invitava a fare i conti con la realtà, anche quando era spiacevole, che introduceva un metodo di lavoro in una scienza, la pratica pastorale, abituata a guardare la realtà alla luce di grandi principi affermati e mai messi in causa, e che veniva invitata a ridiventare se stessa, cioè una pratica, non una teoria.
Don Milani rappresenta un po' lo specchio che rimanda
la nostra immagine al naturale, senza deformazioni; rappresenta in qualche modo l'autobiografia di un periodo, con le sue costanti provocazioni alla società civile e a quella religiosa.

Esperienze pastorali fu uno choc pesantissimo: le cose venivano chiamate con il loro nome, inquietavano: e venne ritirato dal commercio. Poi venne la lettera ai cappellani militari, quella ai giudici con la messa in causa dell' obbedienza come virtù. Era il ritorno al radicalismo evangelico, alla protesta di Pietro davanti al Sinedrio: bisogna ubbidire a Dio prima che agli uomini. Ma era, per quei giorni, la premessa di due grandi dibattiti che avrebbero segnato gli anni successivi e che sono ancora apertissimi: la liceità o meno della obiezione di coscienza, e la fragilità dell'uso storico della dottrina della guerra giusta. I militari e i loro cappellani reagirono con l'unico mezzo di cui si dispone quando non si hanno idee ed argomenti da contrapporre: l'insulto e la denuncia. Per molti, quelle pagine dovevano rappresentare la più straordinaria lezione di storia che mai avessero ascoltato.
Poi venne la lettera alla professoressa, ambiguamente presentata come il manifesto del dissenso, in realtà una lezione di umanità e di amore alla scuola come pochi insegnanti hanno saputo scrivere. Vi era incarnata tutta la sua teoria di insegnante e di pastore: il problema fondamentale per un insegnante non è che cosa si deve fare per fare scuola, ma come bisogna essere per poter far scuola. Dove sembra di leggere il motivo dominante di un testo recente della Conferenza episcopale italiana, che ricorda che il primo annuncio del Vangelo consiste nella testimonianza.
Don Milani stava morendo di leucemia, quando uscì quella lettera; e dopo la sua morte furono pubblicate le lettere agli amici, le lettere alla mamma. Fu pubblicato anche il suo catechismo, che nel sottotitolo ricordava che era stato redatto «secondo uno schema storico». Troppo facile oggi dire che sembra la scoperta dell' acqua calda, che pare del tutto logico che il racconto della storia della salvezza venga fatto secondo uno schema storico. Ma quel catechismo veniva pensato quando erano in circolazione modelli del tutto diversi, dove la storia non aveva alcuna parte e la rivelazione veniva presentata riassunta in formule mnemoniche considerate valide in ogni tempo e in ogni cultura.
Dopo i suoi libri, sono arrivati i libri su di lui, i convegni,
un archivio che raccoglie i suoi scritti, le più o meno larvate riabilitazioni, altre stroncature. Anche Esperienze pastorali è tornato in circolazione, dopo che era stato superato a sinistra da un papa, Giovanni XXIII: un papa che non aveva capito don Milani, che forse non aveva letto i suoi scritti, ma solo le dure critiche che erano venute da «Civiltà Cattolica» .
Un uomo isolato, secondo alcuni, un uomo in anticipo sui tempi: ma non commettiamo l'errore di isolarlo nuovamente. Egli ha del sacerdozio una concezione fortemente tradizionale: il prete è visto come figura sacra, che si santifica attraverso una severa ascesi personale. Don Milani contribuirà a mandare in crisi quell'immagine; ma rimanendo, nonostante le apparenze, all'interno di quella linea tradizionale. La sua attenzione a certi fermenti di rinnovamento, a esperienze radicalmente nuove come quella dei preti operai non deve trarre in inganno: don Milani può condividere l'ansia apostolica di quei preti, la scelta dei poveri, la testimonianza portata fino all' estremo; ma non ne condivide certe scelte di vita, non condivide alcuni loro atteggiamenti. Per i preti operai, il movimento operaio è portatore di grandi speranze di rinnovamento, il loro lavoro deve avere come scopo finale l'evangelizzazione, ma il loro inserimento nella classe operaia è anche una scelta di classe. Per don Milani tutto è funzionale a un unico scopo: dare i sacramenti e mandare le persone in Paradiso. Don Milani crede fortemente al bisogno di riscatto del povero, non
approva la lotta di classe, ma vuole ridare la parola a chi non ce l'ha. Egli sa che la più grande. povertà è l'ignoranza, che la ricchezza e il potere nella società contemporanea non dipendono soltanto da ciò che si ha, ma da ciò che si sa.
Insegnante e pastore vengono poi a coincidere: l'insegnante deve preoccuparsi soprattutto di ciò che è; lo stesso vale per il sacerdozio. E a questo livello che si colloca l'analogia con i preti operai. A una definizione che privilegia ciò che il prete fa, riducendolo spesso al suo ruolo cultuale, i preti operai contrapponevano una definizione fondata sull' essere. Credo si possa dire lo stesso di don Milani; che
si sente prima di tutto «pastore», nella sua qualità di prete e di insegnante, due ruoli fra i quali non esiste soluzione di continuità. La sua scuola popolare era prima di tutto un' attività pastorale, non tanto per quanto vi si insegnava, ma per il modo di essere di chi la faceva.
Tradizionale la sua dottrina sul sacerdozio e molto semplice la sua ecclesiologia: la virtù principe nella Chiesa è l'ubbidienza. Quel prete che appare come il teorico dell'obiezione di coscienza, che scrive che l'ubbidienza non è più una virtù, si rivela poi incredibilmente ubbidiente. Le sue lettere alle autorità ecclesiastiche, così sofferte e così sincere, rivelano un amore straordinario alla Chiesa, che don Milani vuole diversa, migliore in tutti i suoi membri. La sua ostinazione a chiedere al vescovo, anche nelle lettere più dure e critiche, un segno che faccia capire a tutti che egli fa parte della Chiesa, sono il segno inequivocabile della sua ostinata volontà di rimanere nella comunità visibile dei credenti.
Lo avrebbe riconosciuto un giorno il card. Piovanelli, arcivescovo della diocesi di don Milani, che nel discorso tenuto a Barbiana in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del priore, avrebbe dato quel segno che don Milani aveva tanto atteso: «Don Milani non è solo un ricordo, diceva il cardinale: spietatamente sincero, assolutamente povero, intelligentemente innamorato dello studio, non tirò a dritto dinanzi alla gente, non rimase in superficie dinanzi ai problemi, ma si coinvolse completamente, vi mise testa, carne e sangue». Egli però aveva protestato perché troppo spesso tra i credenti, e soprattutto i poveri, e le autorità ecclesiastiche, vi era una distanza incolmabile, «un muro di fogli e di incenso». Proprio per questo il cardo Piovanelli concludeva il suo discorso dicendo: «Oggi, caro don Lorenzo, ti ascoltiamo senza che ci sia, a dividerci, un muro di fogli e di incenso».
Che cosa rimane oggi del suo metodo di insegnamento, delle sue provocazioni, di quegli scritti che a molti appaiono datati? Un'espressione, quest'ultima, che lo storico usa con significati molto più positivi di quanto non si pensi. Dire che uno scritto è datato, significa prima di tutto dire
che deve essere collocato nel suo contesto, confrontato con gli scritti coevi, analizzato alla luce dei dibattiti che ha sollevato quando è stato pubblicato. In questa prospettiva, don Milani appare come uno dei più lucidi analisti del suo tempo, capace di provocare discussioni e dibattiti su problemi essenziali. Ma molte delle sue provocazioni rimangono attualissime: i dati relativi alla scolarizzazione continuano a parlarci di una scuola che discrimina, di percentuali molto alte di giovani che non arrivano al termine degli studi, o che neppure concludono la scuola dell' obbligo. L'obiezione di coscienza rimane uno dei problemi aperti: comunque, anche grazie a don Milani, condannato dopo la morte per le sue prese di posizione in proposito, nel 1972 ha ricevuto una prima ratifica del Parlamento. La scelta preferenziale per i poveri, fatta in modo tanto radicale da don Milani, è diventata tema dominante della Chiesa conciliare e post-conciliare. La sua etica del dovere, dell'impegno e della responsabilità personale, ridiventa un appello a una generazione che sembra avere dimenticato il senso fondamentale della politica, in omaggio a una cultura della delega e del disimpegno, e rende attualissima quella definizione che don Milani riassumeva con l'espressione inglese «I care», o con l'altra espressione: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». Che cosa di più impopolare, ma anche che cosa di più impellente, del tornare a parlare il linguaggio del dovere e dell'impegno?
Don Milani rimane ancora oggi un segno di contraddizione: e proprio per questo gli dobbiamo tutti qualcosa.