SPIRITUALITÀ MISSIONARIA

EVANGELII NUNTIANDI

VII. 
LO SPIRITO DELL’EVANGELIZZAZIONE

74. Non vorremmo terminare questo colloquio con i nostri fratelli e figli amatissimi, senza un pressante appello riguardante le attitudini interiori che devono animare gli operatori dell’evangelizzazione. Nel nome del Signore Gesù Cristo, e nel nome degli apostoli Pietro e Paolo, noi esortiamo tutti coloro che, grazie ai carismi dello Spirito santo e al mandato della chiesa, sono veri evangelizzatori, ad essere degni di questa vocazione, ad esercitarla senza le reticenze del dubbio e della paura, a non trascurare le condizioni che renderanno tale evangelizzazione non soltanto possibile ma anche attiva e fruttuosa. Ecco le condizioni fondamentali che, fra molte altre, noi desideriamo mettere in rilievo.

Al soffio dello Spirito santo

75. L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito santo. Su Gesù di Nazaret, lo Spirito discende nel momento del battesimo, quando la voce del Padre - " Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"- manifesta in modo sensibile la sua elezione e la sua missione. "Condotto dallo Spirito" egli vive nel deserto la lotta decisiva e la prova suprema prima di iniziare tale missione. "Con la potenza dello Spirito" egli ritorna in Galilea, e a Nazaret dà inizio alla sua predicazione, applicando a se stesso il brano di Isaia: " Lo Spirito del Signore è sopra di me ". " Oggi - egli proclama - si è adempiuta questa Scrittura ". Ai discepoli, quando è sul punto di inviarli, dice alitando su di loro: " Ricevete lo Spirito santo ". Di fatto, soltanto dopo la discesa dello Spirito santo, nel giorno della pentecoste, gli apostoli partono verso tutte le direzioni del mondo per cominciare la grande opera di evangelizzazione della chiesa, e Pietro spiega l’evento come idealizzazione della profezia di Gioele: " Io effonderò il mio Spirito ". Pietro è ricolmato di Spirito santo per parlare al popolo su Gesù, Figlio di Dio. Paolo, a sua volta, è riempito di Spirito santo prima di dedicarsi al suo ministero apostolico, come pure lo è Stefano quando è scelto per esercitare la diaconia, e più tardi per la testimonianza del martirio. Lo stesso Spirito che fa parlare Pietro, Paolo o i dodici apostoli, ispirando loro le parole da dire, discende anche sopra coloro che ascoltano la parola di Dio.

Colma del conforto dello Spirito santo, la chiesa cresce. Lo Spirito è l’anima di questa chiesa. È lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero. E lui che, oggi come agli inizi della chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l’animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la buona novella e il regno annunziato. Le tecniche dell’evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l’azione discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell’evangelizzatore, non opera nulla senza di lui. Senza di lui la dialettica più convincente è impotente sullo Spirito degli uomini. Senza di lui, i più elaborati schemi a base sociologica, o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore.

Noi stiamo vivendo nella chiesa un momento privilegiato dello Spirito. Si cerca da per tutto di conoscerlo meglio, quale è rivelato dalle sacre scritture. Si è felici di porsi sotto la sua mozione. Ci si raccoglie attorno a lui e ci si vuol lasciar guidare da lui. Ebbene, se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in tutta la vita della chiesa, egli agisce soprattutto nella missione evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell’evangelizzazione avvenne il mattino di pentecoste, sotto il soffio dello Spirito. Si può dire che lo Spirito santo è l’agente principale dell’evangelizzazione: è lui che spinge ad annunziare il vangelo e che nell’intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola della salvezza. Ma si può parimenti dire che egli è il termine dell’evangelizzazione: egli solo suscita la nuova creazione, l’umanità nuova a cui l’evangelizzazione deve mirare, con quella unità nella varietà che l’evangelizzazione tende a provocare nella comunità cristiana. Per mezzo di lui il vangelo penetra nel cuore del mondo, perché egli guida al discernimento dei segni dei tempi - segni di Dio - che l’evangelizzazione discopre e mette in valore nella storia.

Il sinodo dei vescovi del 1974, che ha molto insistito sul ruolo dello Spirito santo nell’evangelizzazione, ha espresso anche il voto che pastori e teologi - e noi aggiungeremo anche i fedeli, segnati dal sigillo dello Spirito per mezzo del battesimo - studino meglio la natura e il modo di agire dello Spirito santo nell’odierna evangelizzazione. Facciamo nostro questo voto, mentre esortiamo in pari tempo gli evangelizzatori - chiunque essi siano - a pregare incessantemente lo Spirito santo con fede e fervore, e a lasciarsi prudentemente guidare da lui quale ispiratore decisivo dei loro programmi, delle loro iniziative, della loro attività evangelizzatrice.

Testimoni autentici

76. Consideriamo ora la persona stessa degli evangelizzatori. Si ripete spesso, oggi, che il nostro secolo ha sete di autenticità. Soprattutto a proposito dei giovani, si afferma che hanno orrore del fittizio, del falso, e ricercano sopra ogni cosa la verità e la trasparenza. Questi segni dei tempi dovrebbero trovarci all’erta. Tacitamente o con alte grida, ma sempre con forza, ci domandano: Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete? La testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione. Per questo motivo, eccoci responsabili, fino ad un certo punto, della riuscita del vangelo che proclamiamo. "Che ne è della chiesa a dieci anni dalla fine del concilio?", ci domandavamo all’inizio di questa meditazione. È veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo? Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l’assoluto di Dio? È più ardente nella contemplazione e nell’adorazione, e in pari tempo più zelante nell’azione missionaria, caritativa, di liberazione? È sempre più impegnata nello sforzo di ricercare il ristabilimento della piena unità dei cristiani, che rende più efficace la testimonianza comune "affinché il mondo creda"? Siamo tutti responsabili delle risposte che si potrebbero dare a questi interrogativi.

Noi esortiamo dunque i nostri fratelli nell’episcopato, posti dallo Spirito santo a governare la chiesa. Esortiamo i sacerdoti e i diaconi, collaboratori dei vescovi nel radunare il popolo di Dio e nell’animazione spirituale delle comunità locali. Esortiamo i religiosi, testimoni d’una chiesa chiamata alla santità, e quindi partecipi essi stessi di una vita che esprime le beatitudini evangeliche. Esortiamo i laici: famiglie cristiane, giovani e adulti, quanti esercitano un mestiere, i dirigenti, senza dimenticare i poveri spesso ricchi di fede e di speranza, tutti i laici consapevoli del loro ruolo di evangelizzazione al servizio della chiesa o in mezzo alla società e al mondo. Lo diciamo a tutti: bisogna che il nostro zelo per l’evangelizzazione scaturisca da una vera santità di vita, e che la predicazione, alimentata dalla preghiera e soprattutto dall’amore all’eucaristia, a sua volta - come ci ricorda il concilio Vaticano II - faccia crescere in santità colui che predica. Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile. Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda.

Artefici di unità

77. La forza dell’evangelizzazione risulterà molto diminuita se coloro che annunziano il vangelo sono divisi tra di loro da tante specie di rottura. Non starebbe forse qui uno dei grandi malesseri dell’evangelizzazione oggi? Infatti, se il vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra cristiani in balìa delle loro diverse teorie sul Cristo e sulla chiesa, ed anche a causa delle loro diverse concezioni sulla società e le istituzioni umane, come potrebbero coloro a cui è rivolta la nostra predicazione non sentirsene turbati, disorientati, se non addirittura scandalizzati? Il testamento spirituale del Signore ci dice che l’unità tra i suoi seguaci non è soltanto la prova che noi siamo suoi, ma anche che egli è l’inviato del Padre, criterio di credibilità dei cristiani e del Cristo medesimo. In quanto evangelizzatori, noi dobbiamo offrire ai fedeli di Cristo l’immagine non di uomini divisi e separati da litigi che non edificano affatto, ma di persone mature nella fede, capaci di ritrovarsi insieme al di sopra delle tensioni concrete, grazie alla ricerca comune, sincera e disinteressata della verità.

Sì, la sorte dell’evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità data dalla chiesa. È questo un motivo di responsabilità ma anche di conforto.

A questo punto vogliamo sottolineare il segno dell’unità tra tutti i cristiani come via e strumento di evangelizzazione. La divisione dei cristiani è un grave stato di fatto che perviene ad intaccare la stessa opera di Cristo. Il concilio Vaticano II afferma con lucidità e fermezza che essa " è di grave pregiudizio alla santa causa della predicazione del vangelo a tutti gli uomini e impedisce a molti di abbracciare la fede ". Per questo, nell’indire l’anno santo abbiamo creduto necessario ricordare a tutti i fedeli del mondo cattolico che " la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio, nostro Padre, dipende dal ristabilimento della comunione di coloro che già hanno riconosciuto ed accolto nella fede Gesù Cristo come il Signore della misericordia che libera gli uomini e li unisce nello Spirito di amore e di verità ". È con grande speranza che noi guardiamo agli sforzi che si fanno nel mondo cristiano per tale ristabilimento della piena unità voluta da Cristo. S. Paolo ce ne assicura: " la speranza non delude ". Mentre lavoriamo ancora per ottenere dal Signore la piena unità, vogliamo intensificata la preghiera. Inoltre facciamo nostro il voto dei padri della terza assemblea generale del sinodo dei vescovi, che si collabori con maggiore impegno con i fratelli cristiani, basandoci sul fondamento del battesimo e sul patrimonio di fede che ci è comune, per rendere sin d’ora, nella stessa opera di evangelizzazione, una più larga testimonianza comune a Cristo di fronte al mondo. Ci spinge a ciò il comando di Cristo, lo richiede il dovere di predicare e di rendere testimonianza al vangelo.

Servitori della verità

78. Il vangelo che ci è stato affidato è anche parola di verità Una verità che rende liberi e che sola può donare la pace del cuore: questo cercano gli uomini quando annunziamo loro la buona novella. Verità su Dio, verità sull’uomo e sul suo destino misterioso, verità sul mondo. Verità difficile che ricerchiamo nella parola di Dio ma di cui non siamo, lo ripetiamo, né padroni né arbitri, ma i depositari, gli araldi, i servitori. Da ogni evangelizzatore ci si attende che abbia il culto della verità, tanto più che la verità da lui approfondita e comunicata è la verità rivelata e quindi - più d’ogni altra - parte della verità primordiale, che è Dio stesso. Il predicatore del vangelo sarà dunque colui che, anche a prezzo della rinuncia personale e della sofferenza, ricerca sempre la verità che deve trasmettere agli altri Egli non tradisce né dissimula mai la verità per piacere agli uomini, per stupire o sbalordire, né per originalità o desiderio di mettersi in mostra. Egli non rifiuta la verità; non offusca la verità rivelata per pigrizia nel ricercarla, per comodità o per paura. Non trascura di studiarla; la serve generosamente senza asservirla.

In quanto pastori del popolo fedele, il nostro servizio pastorale ci sprona a custodire, difendere e comunicare la verità senza badare a sacrifici. Numerosi eminenti e santi pastori ci hanno lasciato l’esempio di questo amore - in molti casi eroico - della verità. Il Dio di verità attende che noi ne siamo i difensori vigilanti e i predicatori devoti. Quanti siete dottori, teologi, esegeti, studiosi di storia: l’opera di evangelizzazione ha bisogno del vostro indefesso lavoro di ricerca, nonché della vostra attenzione e delicatezza nella trasmissione della verità a cui i vostri studi vi avvicinano, ma che è sempre più grande del cuore dell’uomo, perché è la verità stessa di Dio. Genitori e maestri, il vostro compito - che i molteplici conflitti attuali non rendono certo facile - consiste nell’aiutare i vostri alunni nella scoperta della verità, compresa la verità religiosa e spirituale.

Animati dall’amore

79. L’opera dell’evangelizzazione suppone nell’evangelizzatore un amore fraterno sempre crescente verso coloro che egli evangelizza. L’apostolo Paolo, modello di ogni evangelizzatore, scriveva ai tessalonicesi queste parole, che sono un programma per tutti noi: Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Quale è questa affezione? Ben più di quella di un pedagogo, essa è quella di un padre; e ancor più: quella di una madre. Il Signore attende da ciascun predicatore del vangelo e da ogni costruttore della chiesa tale affezione. Un segno d’amore sarà la cura di donare la verità e di introdurre nell’unità. Un segno d’amore sarà parimenti dedicarsi senza riserve, né sotterfugi, all’annuncio di Gesù Cristo.

Aggiungiamo qualche altro segno di questo amore. Il primo è il rispetto della situazione religiosa e spirituale delle persone che vengono evangelizzate. Rispetto del loro ritmo, che non si ha diritto di forzare oltre misura. Rispetto della loro coscienza e delle loro convinzioni, senza alcuna durezza. Un altro segno è l’attenzione a non ferire l’altro, soprattutto se egli è debole nella fede, con affermazioni che possono essere chiare per gli iniziati, ma diventare per i fedeli fonte di turbamento e di scandalo, come una ferita nell’anima. Un segno d’amore sarà anche lo sforzo di trasmettere ai cristiani, non dubbi e incertezze nati da una erudizione male assimilata, ma alcune certezze solide, perché ancorate nella parola di Dio. I fedeli hanno bisogno di queste certezze per la loro vita cristiana, ne hanno diritto in quanto sono figli di Dio che, tra le sue braccia, s’abbandonano interamente alle esigenze dell’amore.

Col fervore dei santi

80. Il nostro appello si ispira qui al fervore dei più grandi predicatori ed evangelizzatori, la cui vita fu dedicata all’apostolato e tra essi ci piace particolarmente mettere in rilievo quelli che noi, in questo anno santo, abbiamo proposto alla venerazione dei fedeli. Essi hanno saputo superare tanti ostacoli alla evangelizzazione. Tra tali ostacoli, che sono anche dei nostri tempi, noi ci limiteremo a segnalare la mancanza di fervore, tanto più grave perché nasce dal di dentro; essa si manifesta nella stanchezza, nella delusione, nell’accomodamento, nel disinteresse, e soprattutto nella mancanza di gioia e di speranza. Noi, pertanto, esortiamo tutti quelli che hanno, a qualche titolo e a qualche livello, il compito dell’evangelizzazione ad alimentare il fervore dello spirito.

Questo fervore esige prima di tutto che sappiamo sottrarci agli alibi che possono sviare dall’evangelizzazione. I più insidiosi sono certamente quelli per i quali si pretende di trovare appoggio nel tale o tal altro insegnamento del concilio. Avviene così che si sente dire troppo spesso, sotto diverse forme: imporre una verità, sia pure quella del vangelo, imporre una via, sia pure quella della salvezza, non può essere che una violenza alla libertà religiosa, Del resto, aggiungono, perché annunziare il vangelo dal momento che tutti sono salvati dalla rettitudine del cuore? Se, d’altra parte, il mondo e la storia sono pieni dei " germi del Verbo ", non è una illusione pretendere di portare il vangelo là dove esso già si trova nei semi, che il Signore stesso vi ha sparsi?

Chiunque si prenda cura di approfondire, nei documenti conciliari, le domande che questi alibi vi attingono troppo superficialmente, troverà tutt’altra visione della realtà. Sarebbe certo un errore imporre qualcosa alla coscienza del nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza in Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà - senza " spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti " - lungi dall’essere un attentato alla libertà religiosa, è un omaggio a questa libertà, alla quale è offerta la scelta di una via, che gli stessi non credenti stimano nobile ed esaltante. È dunque un crimine contro la libertà altrui proclamare nella gioia una buona novella che si è appresa per misericordia del Signore? E perché solo la menzogna e l’errore, la degradazione e la pornografia avrebbero il diritto di essere proposti e spesso, purtroppo, imposti dalla propaganda distruttiva dei mass media, dalla tolleranza delle leggi, dalla timidezza dei buoni e dalla temerità dei cattivi?

Questo modo rispettoso di proporre il Cristo e il suo regno, più che un diritto, è un dovere dell’evangelizzatore. Ed è parimenti un diritto degli uomini suoi fratelli di ricevere da lui l’annuncio della buona novella della salvezza. Questa salvezza Dio la può compiere in chi egli vuole attraverso vie straordinarie che solo lui conosce. Peraltro se il Figlio è venuto, ciò è stato precisamente per rivelarci, mediante la sua parola e la sua vita, i sentieri ordinari della salvezza. E ci ha ordinato di trasmettere agli altri questa rivelazione con la sua stessa autorità. Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna - ciò che s. Paolo chiamava "arrossire del vangelo"- o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo? Perché questo sarebbe allora tradire la chiamata di Dio che, per bocca dei ministri del vangelo, vuole far germinare la semente; dipenderà da noi che questa diventi un albero e produca tutto il suo frutto.

Conserviamo dunque il fervore dello spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi - come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per gli altri apostoli, per una moltitudine di straordinari evangelizzatori lungo il corso della storia della chiesa - uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il regno sia annunziato e la chiesa sia impiantata nel cuore del mondo.

REDEMPTORIS MISSIO