PICCOLI GRANDI LIBRI   GABRIELE FERRARI   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
RELIGIOSI E FORMAZIONE PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta

 Edizioni Dehoniane, Bologna 1998


«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» 
(Salmo 90,12)

1. PREMESSA
1.1. Le tappe della vita: momenti di scelta e di matura
zione / crescita 
1.2. Lo schema e lo scopo della nostra riflessione

2. LA VITA COME CRESCITA
2.1. Le tappe che scandiscono la crescita umana e spi
rituale
2.2. Le tappe della crescita spirituale 

3. LA STRUTTURA DELLE SINGOLE TAPPE 
3.1. Ciò che mette in moto la «transizione» 
3.2. Il cammino nel deserto 
3.3. Lo sbocco della crisi e la ripresa del cammino

4. LE LEGGI DELLA CRESCITA 
4.1. Si cresce dentro una relazione di fiducia-intimità-
gratuità 
4.2. Si cresce dentro la propria storia e nel tempo
4.3. Si cresce passando dalla volontà di conversione
all'accettazione della propria povertà
4.4. Si cresce anche per gli altri

5. LA «CRISI» DELL'ETÀ DI MEZZO: DESCRIZIONE, SINTOMI E POSSIBILI SOLUZIONI
5.1. Un momento di bilancio e di inventario della propria vita
5.2. La consapevolezza dei propri limiti fisici, psicolo
gici, spirituali 
5.3. La solitudine e il bisogno di intimità
5.4. Il bisogno di pienezza e completamento della pro
pria personalità;
5.5. La difficoltà di accettare la storia in cui siamo inseriti 
5.6. La sensazione di essere stati ingiustamente defraudati 
5.7. La memoria del passato assale con sensi di colpa,
di fallimento, di rabbia
5.8. Il tempo che va inesorabilmente verso la fine

6. LA VIA PER USCIRE E LA STRATEGIA PER VINCERE QUESTA «TENTAZIONE»
6.1. Arrendersi nella fede
6.2. Riconciliarsi nel perdono e nella riparazione 
6.3. Integrare tutto in una nuova spiritualità che introduca alla terza età: la sapienza del cuore

2 La contemplazione: un cammino verso Dio e verso se stessi; un prolungato amoroso sguardo alla realtà

3 L'amicizia delle persone consacrate: è possibile? come si esprime? 

4 Il ministero pastorale: aiuto per la crescita personale o fonte di disfunzioni? 

5 La direzione spirituale

6 «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15)

Prefazione

La lettera che segue, pubblicata come articolo dalla rivista Testimoni nella rubrica «Problemi di vita religiosa» (n. 19 del 1992, p. 9), dice perfettamente come è nato il volume che presentiamo: «Dopo venticinque anni di attività intensa e gratificante, di apertura e di interesse verso il mondo esterno nell'attività pastorale e missionaria e nella direzione di un istituto giovane e un po' turbolento nella sua creatività, dopo aver raggiunto punti di notevole soddisfazione personale, è venuto il momento di fermarmi» .
Da un anno sabbatico, dedicato a se stesso, nasce per l'autore un ministero nuovo: aiutare gli altri a leggere i meccanismi interiori del proprio crescere, del proprio maturare, del cambiamento interiore, del bilancio e della stanchezza, della delusione e della sfiducia. Ne scaturisce una collaborazione alla rivista Testimoni, richiesta dal direttore p. Luigi Guccini; nonché un ciclo di conferenze e l'impegno a essere guida per sessioni formative.
Da queste conferenze è nato il presente volume. Che esprime dunque la verità della vita e la concretezza con cui le biografie dei religiosi danno volto ai problemi.

Caro direttore,

ho letto con vivo interesse l'articolo che hai scritto sulla formazione permanente (Testimoni 16/1992, p. 7). Da sempre è stata per me un punto fisso, ma dopo l'anno sabbatico che ho trascorso a Berkeley, la formazione permanente è diventata un impegno che ho preso con me stesso prima di tutto, ma anche con e per gli altri religiosi: sento che devo fare quello che posso perché questa convinzione entri finalmente nei nostri ambienti.

1 IL PROBLEMA È VIVISSIMO

Fu per me una vera sorpresa notare quanti religiosi e religiose italiani si presero la briga di scrivermi a Berkeley dopo i due articoli pubblicati su Testimoni a proposito del cammino che stavo facendo nel corso dell'anno sabbatico; non era il loro un facile colpo di telefono né un breve biglietto lasciato sul tavolo, ma una lettera scritta e spedita... in capo al mondo. L'intenzione era di manifestarmi la loro simpatia e sintonia sulle idee e sulle proposte che avevo offerte. Rientrato poi in Italia nel 1990 ho avuto molti inviti a parlare sulla formazione permanente e in particolare sull'anno sabbatico (fino a una settimana fa) e ho potuto rendermi conto che in tutti gli ambienti questo tema è molto sentito, con molta acutezza e partecipazione. Anzi ho visto spuntare come funghi dopo la pioggia una serie di richieste che evidentemente erano lì pronte sotto il primo strato della coscienza e che attendevano solo un momento propizio per apparire. Nello stesso tempo tuttavia ho potuto anche vedere che queste esigenze sono tanto sentite quanto lasciate cadere appena le difficoltà di realizzazione si presentano.
In questi due anni ho avuto la grazia di incontrare molti religiosi e religiose, parlare loro di queste prospettive della formazione permanente e raccogliere le loro confidenze e le loro speranze su questo campo. Questo genere di esperienze sono state per me molto forti in tutti i sensi. Ho potuto vedere e toccare con mano il desiderio e il bisogno di formazione permanente che sentono molti fratelli e sorelle e le carenze oggettive notevoli che si riscontrano a livello dei singoli istituti.
Dopo il concilio tutti gli istituti hanno sentito il bisogno di promuovere delle iniziative di formazione permanente e le hanno chiamate «anno di perfezionamento», «anno di aggiornamento» e simili. Alla buona volontà spesso non hanno corrisposto le condizioni per realizzare in maniera concreta ed efficace un programma preciso; allora certi istituti hanno ripiegato su iniziative congiunte intercongregazionali. In alcuni casi si è poi magari arrivati alla saturazione e all'insoddisfazione per i programmi pensati.

2. IL MOMENTO OPPORTUNO

Non è stato difficile toccare con mano e da vicino i problemi che le persone portano con sé particolarmente in certi momenti della vita. Dovendo spiegarle ad altri, mi sono reso conto con più chiarezza degli interrogativi e paure che periodicamente si mettono in moto nella vita delle persone consacrate. A un certo punto, spesso senza preannuncio, accade qualcosa che sembra interrompere e bloccare il flusso normale della vita. Una nuova destinazione magari non desiderata o accettata, una malattia improvvisa, la morte di qualche persona cara, un fatto inatteso che ti lascia impressionato e mette in crisi la tua vita, un'amicizia, un momento di debolezza o un richiamo di conversione... e il corso della vita subisce una brusca sterzata o una pausa con una difficile ripresa, che ti costringe a rivedere tutto.
Questo è il momento in cui la Provvidenza di Dio chiama a rendersi conto che si deve fare un passo avanti, che occorre superarsi e «crescere». Non è una richiesta da poco. E uno comincia a porsi domande strane e inconsuete sul senso della vita, della consacrazione e della missione; sente che qualcosa deve cambiare, sente che sta nascendo qualche cosa di nuovo. È un momento di doloroso travaglio che inizia; se accettato, può saldarsi in una crescita, mentre, se rifiutato, può diventare una pericolosa regressione.
Questi sono i momenti in cui deve intervenire un'offerta di formazione permanente speciale. Penso che in altri tempi l'offerta può anche mancare, ma sarebbe un guaio se a questo punto mancasse. Non bastano più le pratiche comuni, quello cioè che normalmente si riceve o si usa (un corso di esercizi, un corso di rinnovamento). A questo punto dovrebbe essere offerta una pausa più lunga, certamente... non una settimana. Ci vogliono tempo, stimoli e persone che aiutino a ricevere gli stimoli e ad analizzare le reazioni e le decisioni. Quello che si vede è che spesso a questo punto invece viene proposto o richiesto semplicemente un cambiamento, un atto di buona volontà, un passo deciso, un atto di obbedienza, un corso di teologia o di pastorale o di... ancora un «fare» che impedisce un maturare.

3. QUALCUNO CHE ACCOMPAGNI

L'articolo di p. Guccini ha fatto sorgere nel mio cuore alcune riflessioni che voglio condividere con i lettori di Testimoni. Anzitutto si deve finalmente comprendere e far comprendere che la formazione permanente non può essere ridotta ad andare a scuola e ancora meno può essere monopolizzata dalla scuola, da una serie di corsi accademici, ma deve essere caratterizzata dal confronto della propria esperienza, dalla vita vissuta confrontata con gli altri e con i principi del Vangelo.
In definitiva ciò che fa la differenza tra un periodo di aggiornamento scolastico e un periodo di formazione permanente è la presenza di una persona con cui ci si confronta in modo periodico e sistematico sulla propria vita, sulla propria esperienza di Dio e sulle prospettive del futuro, una persona che aiuta a conoscersi e a vedere dove Dio vuole condurci in questa fase della vita. Eppure persiste tra noi preti e religiosi una certa allergia al direttore spirituale!
Il corso scolastico, opportunamente scelto, ha una sua collocazione e serve a riempire il tempo in modo utile. Ma se l'aspetto accademico prende il sopravvento sul tempo del silenzio e della conoscenza di sé, impedisce di prendere in mano seriamente i veri problemi. È un dato di fatto che noi religiosi (soprattutto uomini) siamo anche troppo determinati dalla razionalità, viviamo «nella nostra testa»; e, mentre dovremmo cercare di uscire finalmente dalle nostre «razionalizzazioni», vi cadiamo invece in modo sempre più profondo e pesante. Quello di cui c'è più bisogno è l'ascolto di sé davanti a Dio, l'ascolto del proprio cuore, dei propri sentimenti. C'è bisogno di silenzio e di solitudine, ma anche della compagnia attenta e affettuosa di qualcuno che ci accompagni.
La seconda riflessione che mi è venuta alla mente è che questo processo di formazione permanente deve essere globale, deve cioè coinvolgere tutta la persona con la sua storia umana, cristiana, religiosa, missionaria, cioè con tutte le sue dimensioni. Senza privilegiarne e senza trascurarne nessuna. Un anno (un semestre) sabbatico non deve trasformarsi in un anno di specializzazione, non deve essere orientato solo al «fare» della persona, ma al suo «essere». Cose ovvie.
La formazione permanente deve prendere tutta la persona, ma anche tutto il suo mondo «religioso», anche il carisma dell'istituto, gli obiettivi della sua attività attuale nella comunità locale in cui lavora. Tutto infatti va «in crisi» e tutto deve essere ripensato e ricollocato nella nuova giusta prospettiva. Si direbbe che tutto deve essere rivisto, si dovrebbe quasi, volta per volta, rimettere in discussione tutto, pur sapendo che alla fine, magari esternamente, tutto rientrerà nella norma e dentro gli argini.
In terzo luogo credo che si dovrebbero offrire dei corsi differenziati o, meglio, personalizzati: nessuna persona è uguale alle altre, anche se esiste una terra comune sulla quale tutti possiamo intenderci. Ognuno ha il suo cammino personale. E qui sta anche la vera difficoltà che spesso viene dimenticata, la ragione per cui alla fine a questi corsi non approdano di solito quelli che veramente ne avrebbero bisogno. È la resistenza al cambiamento, una specie di «ostilità preconcetta contro il cambiamento», come giustamente la definisce l'articolo di Guccini.
Ho notato che frequentemente davanti ai propri problemi personali, che pure si sentono come una spina nella carne, uno tende a fuggire in un superlavoro che glieli fa dimenticare e rimandare a data da definire, oppure - altrettanto spesso - fuggendo nello studio, che allora funziona da droga che rimuove per un certo tempo il problema.

4. FUGGIRE NON SERVE

Ho nella mia memoria il caso di un missionario che - pur con difficoltà - aveva individuato il suo problema: l'incapacità di relazionarsi con gli altri perché malato di «razzismo» e altre forme di difesa, Invece di affrontare se stesso, dimenticando ogni consiglio che aveva ricevuto, al rientro dalla missione s'iscrive all'università e finisce per confermarsi... nelle sue idee. La sua formazione permanente non gli chiedeva di aggiungere un diploma alla sua collezione, ma di affrontare se stesso e i suoi complessi di inferiorità e persecuzione.
Che dire allora dei corsi universitari, delle occasioni e delle richieste di specializzazione? Sono necessari, ma non rispondono al bisogno. Servono a migliorare il fare, il ministero, ma non a migliorare l'essere, la qualità e il ritmo della vita. Si deve fare attenzione a fissare bene l'obiettivo che vogliamo, e ancora più a non aver paura di riconoscere che nella vita dobbiamo ogni tanto rivedere il cammino per raddrizzarlo e chiarire a noi stessi i nostri punti oscuri.
Come già detto sopra, ho l'impressione che noi che già viviamo molto nella testa, e che proprio per questo a un certo punto della vita ci troviamo in una posizione molto delicata, dovremmo stare attenti alla facile scorciatoia dell' «andare a scuola», ma avere il coraggio di restare nel silenzio e nella solitudine per riuscire a guardarci in faccia e lasciarci mettere in questione dalla Parola.

G.F.

1
«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12)

Appunti sulla crescita umana e spirituale nel corso dell'età adulta*

1. PREMESSA

1.1. LE TAPPE DELLA VITA: 
MOMENTI DI SCELTA E DI MATURAZIONE/CRESCITA (1)

Per noi che viviamo nel tempo, gli avvenimenti della storia sono il luogo dove possiamo cogliere qualcosa del mistero di Dio e dei suoi progetti su di noi. E infatti, mentre si sviluppa e cresce la nostra esistenza, noi troviamo in essa dei fatti e delle situazioni che hanno un particolare significato per noi e per la conoscenza di noi stessi. Sono quei passaggi impegnativi, e per questo difficili, che comunemente si chiamano crisi e che, meglio, dovremmo chiamare sfide, perché sono avvenimenti e/o stati d'animo che ci fanno riflettere; sono appelli a guardare avanti, a superarsi e a crescere nella propria interiorità; sono momenti che ci portano a maturare. Essi ci avvertono che siamo a un tornante del cammino umano o spirituale e ci stimolano a prendere una decisione. L'importante è riconoscerli secondo il detto della saggezza greca: «kairòn gnothi». (2) Questi tempi particolari sono degli autentici kairoi, momenti importanti e fecondi: essi ci dicono chi siamo, dove andiamo, come dobbiamo rispondere.
Non sono dei fatti tipici ed esclusivi dell'esperienza umana; riguardano anche la vita spirituale e l'esperienza religiosa, come provano la Bibbia e gli scritti dei mistici di ogni religione. Pensiamo ad esempio ad Abramo (Gen 12,22), Giacobbe (Gen 28,16), Giuseppe (Gen 37-46), Mosè (Es 2,15ss), Geremia (15,10ss; 20,7ss), Elia (1Re 19,1-8), Maria (Lc 1,34-38; Gv 2,4-5), Pietro (Mt 16,22-23; Gv 21,15-19), Paolo (At 9,3-9; 2Cor 12,7-10) e, soprattutto, Gesù nelle sue tentazioni (Mt 4,1ss; 26,36-39).

Prendiamo ad esempio la storia di Nicodemo (Gv 2,23-3,15). 
- Nicodemo è rimasto colpito dalla predicazione del Signore;
sente che deve fare qualche cosa; si reca da Gesù non per lasciarsi cambiare, ma per farsi confermare nelle sue sicurezze (la Legge come fonte di vita).
- Invece Gesù lo sfida a cambiare, a «rinascere» nel mistero dell'incarnazione e della pasqua («il Figlio dell'uomo innalzato» che dà la vita a chi aderisce a lui).
- Nicodemo fa fatica a credere e a lasciare le sue sicurezze per accettare nuove proposte: è vecchio, crede di aver già fatto tutto il cammino necessario; non crede possibile, non vuole lasciare le certezze per il rischio della fede.
- Ma la sua salvezza sta proprio nel fare quel passo avanti che Gesù gli chiede e, alla fine, vediamo che egli il passo probabilmente l'ha fatto: riconosce infatti in Gesù il Re di Israele e compera per lui una misura regale di profumi: «cento libbre di mirra e aloe» (Gv 19,39).

In questa sede ci proponiamo di rispondere a una serie di domande: quando incontriamo questi momenti particolari? come li riconosciamo? come li superiamo? c'è qualche costante e quindi qualche suggerimento che si può dare per percorrere fruttuosamente queste tappe della nostra vita?

1.2. Lo SCHEMA E LO SCOPO DELLA NOSTRA RIFLESSIONE

Questi passaggi impegnativi della nostra vita non devono essere considerati elementi negativi, ma positivi; non dei fatti strani, ma parte del processo della crescita umana. Il nostro discorso prenderà le mosse dalla vita intesa come crescita e parleremo della situazione di chi accetta e di chi si rifiuta di crescere. (3) Vedremo poi la struttura e i tempi delle tappe della crescita, (4) e le leggi che guidano la crescita nella vita umana e spirituale. (5) Vedremo poi in dettaglio la crisi dell'età di mezzo e cercheremo di coglierne i sintomi,6 e di individuare la strategia per uscire positivamente da questi passaggi obbligati. (7)

Le finalità che ci poniamo in questo capitolo sono le seguenti: - impostare correttamente la nostra vita in questa fase della nostra mezza età, alla luce dei provvidenziali richiami del tempo che passa;
- riconoscere ed esaminare questi cammini per assumerli e viverli con libertà autentica: in realtà non siamo liberi quando facciamo quello che vogliamo, ma quando vogliamo quello che facciamo;
- ristrutturare la nostra vita per mezzo della gratuità dell'amore preveniente di Dio (grazia) e organizzarla in modo che sia - come deve essere - un'epifania dell'amore di Dio e per incamminarla fruttuosamente verso la terza età: invecchiare bene è un impegno da tenere presente fin dalla età adulta!
Concludendo: rifletteremo su alcuni temi della vita spirituale alla luce della psicologia, e ciò potrebbe portare qualcuno a credere che questo argomento non abbia una diretta connessione con la missione ecclesiale. Ma non è così: la nostra crescita nella libertà e nella carità è legata e orientata alla missione: noi vogliamo essere strumenti liberi e adeguati per la missione.

2. LA VITA COME CRESCITA

La crescita e le necessarie crisi che l'accompagnano sono realtà iscritte nella natura umana dal Creatore: «Crescete e moltiplicatevi...» (Gen 1,28). È una legge alla quale ha voluto sottostare anche Gesù Cristo che è cresciuto «in sapienza, età e grazia» (Lc 2,52).
Crescere è la prima vocazione dell'uomo, il suo compito permanente: «Il giorno della mia morte, avrò finalmente finito di nascere», dice Beniamino Franklin. (8) Noi diventiamo a poco a poco quello che vogliamo essere. È la strada tracciata all'uomo dal progetto creatore di Dio: «A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Tutto ciò che cresce e dà frutto, anche se attraverso la croce, dà gloria a Dio; mentre tutto quello che blocca la crescita è peccato, rifiuto di Dio.
Siccome la crescita non è semplicemente un fenomeno di ingrandimento (l'uomo adulto non è un bambino ingrandito o gonfiato!), ma una trasformazione, un processo doloroso che comporta quindi sforzo e rischio, cambiamento e, in un certo senso, morte, (9) essa non è un dato scontato. Non tutti accettano la legge pasquale del cambiamento e della trasformazione, la potatura della vigna (Gv 15) che arriva fino alla morte del chicco di grano per rinascere moltiplicato nella spiga (Gv 12,23-25).
La storia della salvezza è piena di esempi: da Israele che non vuole camminare nel deserto e mormora (Es 16) a Nicodemo che non vuole rinascere (Gv 3); da Pietro che, dopo aver creduto, cede alla paura (Mt 14,22) al giovane ricco che non osa avventurarsi con Gesù e se ne va triste, perché rifiuta la crescita, il rischio, il cammino (Lc 18,19).
Chi non accetta la fatica di crescere rimane nell'illusione di mantenere la quiete presente, oppure lascia che la storia vada avanti e lui rimane indietro («non progredi regredi est») rifugiandosi in forme di nevrosi segnate dall'egocentrismo, dalla fuga dalle responsabilità, dalla ricerca infantile di facili gratificazioni, dal farsi coccolare o dal volere attirare l'attenzione (gli «eterni» stanchi e/o ammalati), oppure cade in forme di legalismo (10) o cerca riparo nel sogno o nell'aggressività per compensare la crescita mancata, oppure cade nel pessimismo e, molto spesso, nella
depressione.

San Gregorio Nisseno definisce la crescita spirituale come una transizione «da un inizio a un altro inizio fino all'inizio senza fine della vita eterna». (11) Sul piano della vita spirituale coloro che non accettano la fatica della crescita e del ricominciare (la «seconda chiamata» di Voillaume), si bloccano e si condannano alla tristezza e alla mediocrità (cf. Ap 2,4-5; 3,15-16). Essi si precludono la possibilità di giungere allo «stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).

2.1. LE TAPPE CHE SCANDISCONO LA CRESCITA UMANA E SPIRITUALE

Conosciamo tutti la sequenza delle tappe della crescita umana.
Esse sono:
- nascita e infanzia (da 0 a 12 anni)
- adolescenza (da 13 a 20 anni)
- prima età adulta (da 20 a 40/45 anni)
- seconda età adulta o età di mezzo (da 40/45 a 65 anni), in cui
si distinguono gli anni quaranta e gli anni cinquanta (12)
- terza età (dai 65 anni in poi) che porta verso la conclusione della vita.
Secondo Romano Guardini le fasi della vita si articolano attraverso delle crisi che sono dei traumi: la vita nel grembo finisce nella nascita, l'infanzia nella pubertà, la giovinezza nell'impatto con il mondo, l'età adulta nella crisi dei limiti, la maturità nella crisi del distacco e della fine, la vecchiaia nella morte. (13)
Le crisi della nascita e dell'adolescenza sono note a tutti e non ce ne occuperemo. In questa sede analizzeremo invece la tappa della mezza età come un tempo di passaggio (transizione) e di crescita dentro la vita spirituale della persona.

2.2. LE TAPPE DELLA CRESCITA SPIRITUALE

Ci sono vari modi di descrivere le fasi della vita spirituale: oltre alle immagini proprie dei maestri, come i «gradi» di umiltà (sant'Ignazio di Loyola), le «dimore» spirituali (santa Teresa d'Avila), le tappe nella «salita» del monte della perfezione, purificazione («notte») dei sensi, dello spirito, unione (san Giovanni della Croce), la tradizione spirituale ha elaborato la descrizione classica del cammino degli incipienti-proficienti-perfetti, la via della purificazione-illuminazione-unione. Sono comunque tappe che si susseguono cronologicamente, ma che non si escludono e anzi si integrano.

3. LA STRUTTURA DELLE SINGOLE TAPPE

Non è facile descrivere in modo preciso la struttura delle tappe di crescita della vita. Esse variano da persona a persona e da tempo a tempo. Tuttavia possiamo notare che, schematicamente, ogni tappa della vita è messa in moto da un avvenimento o da una situazione interiore che introduce in un periodo di turbamento, nel corso del quale si arriva a una nuova scelta o a una nuova definizione di sé, che riavviano il corso della vita in modo nuovo rispetto al punto di partenza.
Secondo p. Charles A. Bernard SJ, ogni tappa è caratterizzata dalla presenza di due tempi: «uno è un tempo di preparazione in cui il vivente cresce insensibilmente, l'altro un tempo di emergenza, quando la maturazione precedente produce una mutazione profonda che segna una nuova tappa della crescita». (14)
Qualora non si produca la nuova scelta, il cammino della persona subisce una battuta d'arresto e spesso una involuzione.

3.1. CIÒ CHE METTE IN MOTO LA «TRANSIZIONE»

È di solito un avvenimento inatteso, traumatico o una situazione nuova che viene a interrompere il cammino: una malattia, una morte, un cambiamento inatteso o non voluto di attività, il distacco da una persona cara, la coscienza del tempo che passa, la scoperta di una verità importante, il venir meno dello slancio iniziale. (15)
Tutto ciò produce shock, sconcerto, accompagnato da sentimenti di paura o di rabbia, di rifiuto o fuga, che normalmente si vivono sotto forma di stanchezza o depressione, di dubbio e incertezza persistenti, accompagnati dalla pericolosa tentazione di lasciar perdere tutto.
Sarebbe fatale prendere una decisione in un simile stato d'animo. (16) Esso non è segno di una realtà negativa per sé, ma l'invito a fare un passo avanti, a cercare un nuovo aggiustamento interiore. È un'ora di grazia (kairos), anche se essa mette in moto un periodo di sofferenza e di purificazione dolorosa, una notte oscura, un cammino nel deserto. Quest'ora «non la si supera in modo valido che attraverso un rinnovamento dell'interiorità. (17)
È - per usare una espressione tecnica - la fase destrutturante che demolisce in qualche modo ciò che siamo, al fine di poter elaborare la nuova identità». (18)

3.2. IL CAMMINO NEL DESERTO

È questa la crisi propriamente detta. Con termine tecnico la si definisce fase sub-liminale ossia «il superamento di una certa soglia che spontaneamente porremmo al nostro cammino spirituale e che invece [siamo costretti] a oltrepassare: la soglia della nostra intelligenza e della pretesa di capire sempre tutto, di avere il controllo della situazione e di muoverci solo quando sappiamo dove mettere il piede». (19)
La parola crisi nel contesto della formazione deve quindi essere rettamente intesa, dato che nel linguaggio corrente essa ha normalmente la connotazione negativa di un momento di ripensamento destinato a una conclusione sfavorevole. Crisi in greco significa: scelta, giudizio, esito, soluzione; in latino: decisione, piega decisiva; in italiano è usata di solito con una connotazione negativa, anche se nel
gergo medico, per esempio, è un termine positivo e significa la scomparsa delle manifestazioni morbose. (20)
Nel nostro contesto crisi significa un momento di passaggio segnato da un momento di difficoltà, di smarrimento e di sofferenza, nel quale emergono interrogativi, bisogni, urgenze inattesi che portano a una nuova scelta e che - alla fine - fanno emergere quasi una nuova identità.
Essa è simile a un bivio, davanti al quale uno deve scegliere ancora una volta quello che intende essere. È quindi un periodo di prova (peirasmos nell'accezione sinottica di tentazione), di ricerca, di discernimento e quindi di sofferenza, ma anche di crescita, di novità: un momento di speranza pasquale.
Esso richiede gli atteggiamenti propri di chi cammina nel deserto: la costanza nel cammino, il silenzio per l'ascolto, l'aiuto di una guida per essere orientato, la libertà interiore e - la sua matrice la povertà per sperare e disporsi a ricevere l'aiuto.

3.3. Lo SBOCCO DELLA CRISI E LA RIPRESA DEL CAMMINO

Posto davanti al bivio, alla necessità di scegliere se procedere verso una nuova fedeltà e nuovi orizzonti oppure se restare dove si è, senza correre rischi, chi accetta di essere messo in crisi e di fare un passo avanti rinasce (cf. Gv 3,3.5) e inizia una nuova vita. La crisi si conclude quando si prende la decisione. (21)
Solo chi accetta questo passaggio difficile (per es. la malattia, una destinazione inattesa e/o non desiderata, la morte di una persona ecc.) e vi entra con decisione e con fede, matura, cresce e cammina verso l'io ideale, verso la realizzazione del progetto di Dio su di lui.
È la fase ristrutturante, (22) nel corso della quale emerge il vero «io» contro quello falso, idealizzato, di facciata, che ci siamo costruiti per affrontare le traversie della vita.
Si comprende che questo è il momento della verità e della libertà secondo la frase di Gesù: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

4. LE LEGGI DELLA CRESCITA

La crescita della persona è un fatto individuale e talmente personalizzato che non è possibile fissare delle leggi. Eppure ci sono alcune costanti che possono essere considerate le leggi della crescita umana e spirituale.

4.1. SI CRESCE DENTRO UNA RELAZIONE DI FIDUCIA-INTIMITÀ-GRATUITÀ

Per crescere è necessaria una relazione di fiducia e di gratuità con delle persone e con un ambiente. Non si cresce da soli. È questa un'affermazione vera e impegnativa che ci chiede di aprirci e di avere delle relazioni autentiche con gli altri (amicizie), con se stessi (accettazione di sé), con Dio (orazione e contemplazione).
Come ogni relazione che sia autentica, l'apertura all'altro deve tendere alla oblatività e alla fiducia, superando lo stadio della possessività e dell'aggressività. È un cammino di amore che deve continuare tutta la vita, che accetta anche il distacco, l'assenza e la morte, che supera lo stato fusionale e narcisista.
«È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7), dice Gesù ai suoi, annunciando loro l'inizio di una nuova relazione che lo renderà ancora presente, ma in modo diverso. Invece noi spesso reagiamo come Pietro che voleva restare sul monte a contemplare Gesù trasfigurato, ma «non sapeva quello che diceva» (Lc 9,23).

4.2. SI CRESCE DENTRO LA PROPRIA STORIA E NEL TEMPO

La nostra generazione è caratterizzata dal volere «tutto, subito e qui». È un segno di immaturità, dato che tutti siamo coscienti che i cambiamenti personali richiedono tempo e non è possibile crescere se non si accetta il fattore tempo/durata. Questo comporta una continuità di passato, presente e futuro, vissuto rispettivamente nella memoria, nell'accoglienza e nella speranza.
Il passato va rivissuto nella memoria riconoscente che percorre la storia delle meraviglie di Dio, ma anche delle nostre miserie:

«Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto, [...] perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi» (Sal 78,3-4.7).

Il passato è la matrice del presente che non deve essere rifiutato né idealizzato, ma ricordato con realismo carico di gratitudine.
Un esercizio psicologicamente utile e un'occasione di riconciliazione e crescita spirituale consistono nello scrivere la storia della propria vita rileggendola e sottolineando in essa - in azione di grazie - soprattutto il bene che si è ricevuto, senza nascondersi il male, ma inserendolo nella trama generale della vita stessa. Così possiamo rivedere «la nostra vita come storia e la fede come memoria» (Cencini). (23)
Il presente va accolto nella fede. La possibilità stessa della crescita s~a nella capacità dell'individuo di affrontare la realtà al di là dei sogni. Devo accettare me stesso, il mio ambiente, la Chiesa di oggi con questi suoi pastori, la comunità in cui oggi mi trovo, il lavoro che oggi mi è affidato: in una parola, il tempo in cui sto vivendo. Mia realtà sono anche i miei limiti fisici, intellettuali, morali. Se lo Spirito Santo mi permette di guardare avanti nella speranza pasquale, lo fa solo a partire dalla dura realtà della passione e della croce.

«Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno finché dura quest"'oggi", perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato»(Eb 3,12-13).

Vivere l'oggi non è sempre spontaneo né facile, ma i laudatores temporis acti fanno fatica a crescere.

Il futuro va atteso nella speranza che è attesa e vigilanza operosa (Lc 12,35-48). Bisogna attendere il meglio che deve ancora apparire.
«Ciò che noi siamo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). Ma, per
dire «sì» al dono che ci verrà fatto, è necessario disporci a fare un passo avanti, abbandonandosi nella fede e nella fiducia alla speranza. La legge è quella pasquale: «Chi vuole salvare la propria vita la perderà» (Mt 16,25). In realtà: «nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,24).

4.3. SI CRESCE PASSANDO DALLA VOLONTÀ DI CONVERSIONE 
      ALL'ACCETTAZIONE DELLA PROPRIA POVERTÀ

È l'esplicitazione dell'ultima affermazione sulla speranza. La crescita umana e spirituale rimane sempre sottesa tra il desiderio della santità e l'accettazione e offerta della propria povertà. Entrambi sono due ispirazioni che vengono dallo Spirito.
Tutto comincia con la prima chiamata e la conversione. La vita poi si incarica di aprirci gli occhi e fa cadere le illusioni mimetiche («voglio essere santo come...») per farci toccare con mano la nostra povertà.
Il rischio è di cedere alla vergogna o alla rassegnazione passiva: visto che non ce la faccio, mi accontento di quello che sono e rinuncio alla follia della croce. C'è il rischio che la morte delle illusioni faccia perdere anche la coscienza della chiamata.

Questa dolorosa purificazione costituisce invece la seconda chiamata (24) o seconda conversione, e ci porta ad accettare «una santità non più desiderata nella ricerca della nostra perfezione, ma vissuta nell'offerta della nostra povertà». (25)
Non ci si deve rammaricare della propria povertà, ma bisogna accettare che Dio ci ami incondizionatamente, ossia così come siamo, non perché o se siamo buoni e bravi; bisogna accettare di essere poveri e lasciarci lavare i piedi da Dio-con-il-grembiule. Tutto questo fa parte del processo di crescita, così come ammettere che non sono arrivato a essere quello che avrei voluto essere, che la mia formazione non ha fatto centro, che ho perduto delle occasioni, che i miei peccati mi hanno portato lontano dal progetto che credevo essere mio ecc.: in una parola, si deve accettare la povertà senza perdere la speranza.
Malgrado tutto, Dio resta fedele alla sua chiamata e io sono sollecitato a rispondere con nuova generosità, con rinnovata speranza. È l'esperienza di Paolo e della sua «spina nella carne» che egli insistentemente chiede gli sia tolta: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». E allora l'apostolo riprende fiato e continua come in un inno: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze... perché quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).
È a questo punto che inizia una nuova tappa della crescita spirituale, «una relazione totale [con Dio] da persona a persona». (26)

«L'avventura (ad ventura), l'accettazione di ciò che viene - persone o circostanze - è una dimensione fondamentale dell'esistenza». (27) Insieme al verbo accettare, il verbo arrendersi nell'abbandono confidente è altrettanto importante per la crescita: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza», dice Isaia (30,15) al re Ezechia che si affanna a cercare le alleanze terrene contro l'Egitto (703-702 a.c.). La perfezione e la salvezza non saranno mai frutto della nostra iniziativa, ma della grazia preveniente e immeritata di Dio che è costituita da «ciò che egli dona come Creatore, che è la natura, e [ da] ciò che dona come Autore della grazia, che è il soprannaturale», come dice sant'Ignazio. (28) Questo della grazia è un dogma tanto centrale della nostra fede, quanto difficile da mettere in pratica per chi è stato formato a una spiritualità volontaristica e spesso incline a un pelagianesimo pratico.
La coscienza della nostra povertà è provvidenziale per farci vivere in quella verità e umiltà autentica che producono in noi quella libertà interiore che ci fa guardare senza vergogna i nostri limiti attendendoci solo da Dio la salvezza e ci dispone a fare volenterosamente quello che egli ci chiede di fare.
È a questo punto che accade la seconda conversione della persona «con la quale la persona si sottomette totalmente all'azione di Dio e si propone di seguire sempre la mozione divina per giungere alla pienezza della vita spirituale». (29)

4.4. SI CRESCE ANCHE PER GLI ALTRI

Forse, più che di una legge, qui si tratta di una constatazione (o deduzione) che non sempre si impone in modo immediato. È tuttavia certo che la mia crescita e maturazione hanno un'influenza sugli altri e sulle relazioni interpersonali. L'individualismo, la concorrenza, l'anonimato permesso o coltivato, il legalismo e la poca stima di sé a livello individuale, alimentano atteggiamenti simmetrici nella comunità.
Anche la comunità vive le sue crisi che non sono necessariamente negative: sono i conflitti comunitari generazionali, metodologici, temperamentali, relativi alla missione o al lavoro. Si tratta di momenti dolorosi che fanno soffrire la comunità, ma che nello stesso tempo le permettono di superarsi, di maturare e di crescere.
Questo ci consente di vedere l'importanza di identificare e vivere umanamente e cristianamente i conflitti per superarli e scioglierli.
E così pure viene chiaramente in luce l'importanza di alimentare delle buone relazioni interpersonali nella comunità.

5. LA «CRISI» DELL'ETÀ DI MEZZO: 
    DESCRIZIONE, SINTOMI E POSSIBILI SOLUZIONI

«Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura...»: non è solo l'esperienza di Dante: tutti a un certo punto della vita, dopo averne percorso un buon tratto, ci troviamo a passare per una selva oscura, ci ritroviamo a un impegnativo tornante della vita, mentre ci rendiamo conto che qualcosa sta cambiando. (30) Per effetto di qualcuno di quei fattori già spiegati (31) entriamo nel deserto, siamo posti davanti a un bivio che ci costringe a prendere una decisione. (32)
Uno si rende conto che ormai ha percorso più della metà della vita attiva e quindi deve guardare in faccia la realtà: sta arrivando al pieno dell'età matura e deve cercare di fare quello che è possibile prima che il tempo si esaurisca: siamo infatti ormai sulla dirittura
d'arrivo della terza età.
I sentimenti più normali a questo punto della vita sono lo smarrimento, il vuoto, la scontentezza, la depressione e, soprattutto, la paura.

5.1. UN MOMENTO DI BILANCIO E DI INVENTARIO DELLA PROPRIA VITA

A questo punto ci si sente ormai avanti nel cammino della vita e viene quindi spontaneo (forse per la prima volta) di chiedersi: «Che cosa ho fatto finora?»; «Che cosa intendo fare?»; «Come intendo vivere il resto della mia vita?».
Non è raro né strano sentire degli interrogativi angosciosi che riguardano la scelta fondamentale della vita: «Non mi sarò per caso sbagliato?». Non ci si deve impressionare, ma ascoltare attentamente e cercare la risposta più adeguata.

5.2. LA CONSAPEVOLEZZA DEI PROPRI LIMITI FISICI, PSICOLOGICI E SPIRITUALI

Dopo anni di impegno per fare del proprio meglio, è giocoforza ammettere i propri limiti fisici, le insufficienze psicologiche e i peccati. Il volontarismo e il perfezionismo si sono dimostrati insufficienti quando non distruttivi.
Il corpo comincia a sentire la fatica, a riconoscere i primi acciacchi, a desiderare un po' di pace. La sessualità - specialmente tra i/le religiosi/e a causa del tipo di formazione - può arrivare al suo culmine proprio attorno ai quarant'anni creando un'ulteriore fonte di stress e di imprevedibili sconquassi. Ci si trova senza risorse e allora c'è il rischio (più per gli uomini che per le donne) di fare fronte all'emergenza tanto bene che male con dei mezzi che, invece di liberare, creano dipendenza come una droga, per esempio il lavorare per gli altri per dimenticare, l'attivismo, l'alcool, il sesso ecc.

5.3. LA SOLITUDINE E IL BISOGNO DI INTIMITÀ

In questo momento della vita diventa forte il bisogno di avere qualcuno con cui parlare di sé, che tolga dalla solitudine. Se intorno ai 30-40 anni si sente il bisogno di avere qualcuno/a, verso i 50 la paura è quella di finire per essere uno dei tanti, perduti nella folla. L'essere soli è un'esperienza frequente dell'età di mezzo. E sorge così la domanda: «C'è qualcuno che pensa a me?»; «Ci sarà qualcuno che piangerà per la mia morte?». Causa di profonda sofferenza è sentirsi ed essere valutati solo in riferimento ai risultati e non alla nostra intrinseca amabilità.
Questi sentimenti di solitudine, insieme con la coscienza dei limiti e del passare del tempo, possono portare alla depressione oppure aprire la persona a nuove relazioni con sé, con Dio e con gli altri.

5.4. IL BISOGNO DI PIENEZZA E COMPLETAMENTO DELLA PROPRIA PERSONALITÀ

Il bisogno di intimità evidenzia e permette di realizzare quel bisogno di completezza che sta iscritto nella nostra struttura personale (che non si realizza esclusivamente nel matrimonio) e di cui parla C. G. Jung. Nella persona esistono due poli, da Jung indicati come anima (componente femminile dell'uomo) e animus (componente maschile della donna). (33)
Dopo avere sviluppato il primo polo nella prima parte della vita, l'età di mezzo è il tempo opportuno per procedere a questa necessaria integrazione che amplia così la frontiera dell'io e arricchisce e completa la personalità.
C'è un altro bisogno di pienezza e maturità che si fa sentire urgente a questo punto della vita ed è quello della paternità/maternità. Chi è sposato a questo punto vede i figli che si sposano o se ne vanno di casa e si sente inutile e gli pare che non gli resti che morire; chi ha scelto il celibato e sente il bisogno di avere qualcosa cui offrire il proprio lavoro e le proprie energie, a questo punto della vita può sentire la solitudine, l'inutilità del suo impegno, il vuoto...
La persona che sente il bisogno di maturare e vedere i frutti del suo lavoro, se non si chiude in se stessa e nella sua solitudine sterile, è sfidata a cercare nuove maniere per esprimere questa apertura e ne viene arricchita interiormente.

5.5. LA DIFFICOLTÀ DI ACCETTARE LA STORIA IN CUI SIAMO INSERITI

Una fonte di tensione e di sofferenza viene anche dalla constatazione di trovarci dentro una storia che ci precede (la nostra storia personale) e non riusciamo a dominare (quella che è fatta dagli altri) e la cui trama è già delineata. «Ho forse generato io questo popolo?», si chiede sconsolato Mosè nel deserto (Nm 11,11-12). Dice Elia: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri» (1Re 19,4).
Lo scoraggiamento che nasce dal ministero (non solo presbiterale), la stanchezza per un lavoro che non dà frutto, il logorio prodotto da relazioni non significative o da ruoli pesanti... tutto questo porta la persona alla tentazione di chiudersi in se stessa e a evadere dall'impegno storico, oppure - al contrario - a immergersi in esso in modo acritico e ugualmente pericoloso.
Queste reazioni possono però anche aprire a un nuovo modo, meno aggressivo, di affrontare la vita.

5.6. LA SENSAZIONE DI ESSERE STATI INGIUSTAMENTE DEFRAUDATI

Un sentimento che contribuisce a rendere pesante questo momento della vita è la rabbia che nasce dal ricordo delle opportunità(diplomi, carriera ecc.) che abbiamo perduto; dei «giochi di potere»di cui siamo stati vittime; di una certa obbedienza del passato che ci ha mortificati; degli imbrogli di cui abbiamo dovuto pagare le spese, imbrogli orditi da persone concrete, magari investite di autorità. Tutto ciò - al di là delle «buone» intenzioni di chi ha preso le decisioni - fa soffrire e riempie di rabbia.

5.7. LA MEMORIA DEL PASSATO 
      ASSALE CON SENSI DI COLPA, DI FALLIMENTO, DI RABBIA

Dall'esame degli anni passati possono nascere sentimenti di colpa per fatti del passato, oppure sentimenti di fallimento per le occasioni perdute, oppure di rabbia.
Avviene non di rado che si nutrano sentimenti di avversione nei confronti dei superiori e perfino dei genitori; che persone, che sono sempre state gentili e obbedienti, improvvisamente diventino aggressive e dicano dei rotondi «no» che nessuno si aspetterebbe; che persone abituate a servire in servizi generici improvvisamente rivendichino qualcosa di coerente con lo specifico della loro vocazione.
Non vanno inoltre dimenticati i sentimenti tipici di alcune categorie di persone: la rabbia delle donne che si sentono persone di seconda serie, dei fratelli che non possono avere autorità nelle comunità, di altri religiosi che non hanno potuto mai dire una parola dopo
quella dei superiori e che oggi vedono i giovani ascoltati e riveriti da tutti. 
È molto importante cogliere il senso di questa rabbia inespressa, darle voce e aiutare a liberarsene in modo costruttivo. In realtà, dato che di solito le persone religiose sono state formate a sottovalutare i propri sentimenti, riesce loro difficile spiegarsi ed esprimere questi sentimenti negativi; così si chiudono nel silenzio al margine della comunità. Sono quelle persone che poi sbrigativamente qualifichiamo come «sedute».

5.8. IL TEMPO CHE VA INESORABILMENTE VERSO LA FINE

Dopo i 40-50 anni si comincia a impressionarsi per ogni malattia; in ogni disturbo fisico si sente l'avvicinarsi della morte, preannunciata da quella dei propri genitori, di amici, di conoscenti. È questo il momento in cui si comincia a puntare l'attenzione sull'età di chi muore, un dettaglio che prima passava quasi inosservato; ora la celebrazione dei compleanni non è più una festa come nella giovinezza... L'inevitabile processo di invecchiamento è spesso temuto e risentito come un'inconfessata sofferenza. Il rischio è di curarla o, meglio, anestetizzarla con evasioni o regressioni pericolose: attivismo, alcool, ozio (passare giornate intere davanti alla tv), rigidità e forme di aggressività.
Sarebbe invece più saggio ascoltare quello che la morte ci vuole dire: un invito alla verità, alla responsabilità, al realismo. Allora il tempo che passa cessa di essere il kronos che mangia i suoi figli, per diventare kairos, uno spazio per la «grazia e la verità».

6. LA VIA PER USCIRE E LA STRATEGIA PER VINCERE QUESTA «TENTAZIONE»

Quello che si sta vivendo nella stagione della età di mezzo fa ricordare la tentazione (peirasmos) di Gesù (Mt 4,1-11; Gv 12,27), quell'esperienza spirituale nella quale egli è posto davanti alla necessità di scegliere tra due modi diversi di attuare la sua missione. Come lui, anche noi nella fede che si abbandona a Dio e nell'ascolto della Parola possiamo trovare la forza della fedeltà.
Paolo infatti ci assicura che «nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza di superarla» (lCor 10,13). La prima cosa da affer
mare è che per quanto possano essere serie le crisi da passare, tutta via esiste per tutti la possibilità di uscirne e di uscirne migliorati. 
I sintomi della crisi di cui abbiamo parlato sono - a ben vedere - ambigui: possono rinviare a fatti negativi, ma possono essere anche degli indicatori positivi che offrono la chiave di soluzione della crisi e il verso giusto per uscirne. La strada è triplice: arrendersi nella fede, riconciliarsi nel perdono dato e ricevuto, integrare tutta la propria storia nella propria vita in una sintesi o spiritualità che sia globale o, come oggi si dice,
olistica. 

6.1. ARRENDERSI NELLA FEDE

«Conosco Colui in cui ho creduto e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno» (2Tm 1,12). Già abbiamo detto che i verbi «accettare» e «arrendersi» sono di cruciale importanza in questa fase della vita. Nella prima parte della vita tutto viene tenuto sotto controllo (o almeno così si crede...), ma poi, a poco a poco, ci si rende conto che la storia è più forte di noi, che Dio ha piani diversi dai nostri, che noi stessi non siamo quello che pretenderemmo di essere. 
La prima e fondamentale realtà da accettare con tutta la libertà possibile è proprio la stessa crisi della età di mezzo, insieme con lo smarrimento e la sofferenza che essa produce. L'accetteremo solo se riusciremo a vedervi un kair6s, un'occasione provvidenziale che Dio ci offre per crescere e maturare nella nostra esistenza. Egli infatti che è il padrone della vigna, vuole il. bene della vite: «Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto» (Gv 15,2). Chi rifiuta la potatura, rifiuta una grazia e si condanna a produrre poco frutto, a vivere a un livello più basso delle sue possibilità, come abbiamo già detto. (34)
Insieme con la crisi, dobbiamo anche accettare tutto quello che essa comporta durante questo cammino nel deserto: la percezione della nostra povertà, dei limiti e delle nostre inadeguatezze e miserie.

Povertà radicale

Cresce chi fa esperienza della propria povertà radicale e della immeritata bontà di Dio. È quindi giocoforza accettare i limiti personali ormai riconosciuti e affidarsi a Qualcuno che è illimitato e che ci offre quella sicurezza che da soli non troviamo. Ma è possibile fare un salto verso l'Illimitato, verso Dio? Accettare i propri limiti senza illudersi e senza aver paura?
È solo la grazia preveniente di Dio che ce lo consente: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). Si tratta quindi di fidarsi della gratuità di Dio.
È accettando i propri limiti che noi li possiamo superare; è riconoscendo la nostra radicale impotenza che diventiamo forti, ed è accettando di dipendere che diventiamo liberi.
Questa è la strategia della grazia, fondamentale nella vita di Paolo. Essa va dall'accettazione del limite alla libertà interiore: Dio «non solo ci libera (Gai 5,1) ma ci dà la forza di usare pienamente questa libertà: "Se voi credete, sarete veramente liberi" (Gv 8,31-32). Un ideale di perfezione? Molto più, la fiducia data alla Parola dell' Altro, una fede che si dona e si impegna senza condizioni. Non si tratta più di sottoporsi alla lente d'ingrandimento per cogliere ogni minimo difetto, quanto piuttosto di lasciarci attirare da Colui che ha detto: "Attirerò tutti a me"» (Gv 12,32). (35)
Nessuno è in grado di colmare i nostri limiti e di darci un sostegno durevole. Solo Dio nella sua gratuità ci accetta come siamo e non guarda alla nostra bontà o valore per offrirci il suo aiuto. Egli è la «grazia-che-salva», «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap 1,5).

Essere accettati. accettarsi - accettare

È questo il cammino della crescita e della serenità personale. Accettati da Dio, ci accettiamo e riusciamo ad accettare gli altri. Ma c'èqualcosa che per noi è inaccettabile: i limiti oggettivi della malattia e soprattutto il peccato. La difficoltà dell'accettazione viene dal fatto che i limiti esistenziali ci rimandano a un'immagine di noi stessi inaccettabile.
A questo punto è di fondamentale e prioritaria importanza per noi stessi fare l'esperienza di essere accettati, proprio mentre sentiamo in noi qualche aspetto inaccettabile. (36) In realtà non conosciamo veramente la gratuità di Dio e il suo vero amore, se non quando facciamo esperienza del suo perdono e della sua misericordia.
Siamo così abilitati ad accettarci, a volerei bene:(37) è la condizione basilare per curare i nostri mali e affrontare le regressioni che incontriamo nella nostra vita, alle quali, diversamente, non sapremmo mai dare un nome e un rimedio.
Accettati da Dio e da noi stessi, siamo in grado di accettare gli altri. Solo quando ci sentiamo amati possiamo amare e accogliere gli altri: «Noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo» (1Gv 4,10).

Lasciarsi fare

«Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Con il trascorrere del tempo e grazie all'esperienza si passa  progressivamente dal fare al lasciarsi fare, da una vita attiva e sotto controllo a una vita passiva e ricevuta da Altri. È stata l'esperienza di  Pietro e anche del Battista (Gv 3,30). 
Se uno vive coerentemente la sua fede, arriverà un giorno in cui si renderà conto che vive in modo aggressivo la sua vita, che nel suo
volontarismo sta facendo troppi sforzi per tenere sotto controllo tutto e tutti, che inconsciamente fa violenza a sé e agli altri e, infine, che Dio non è più il Signore che regna nella sua vita. 
Accettare di lasciarsi fare non è tirare i remi in barca, ma di
sporre le vele perché siano gonfiate dallo Spirito di Dio «che soffia dove vuole». È questa la fonte dell'equilibrio interiore, anche se può essere difficile accettare che il timone della nostra barca sia in mano di altri. Certamente questo è tutto meno che quello che si chiama la realizzazione di sé. Ma «è bene aspettare nel silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,26).

6.2. RICONCILIARSI NEL PERDONO E NELLA RIPARAZIONE

Va detto e ripetuto - a scanso di pericolosi equivoci - che quando diciamo accettare non intendiamo affatto «accomodarci» nei nostri limiti e difetti. È solo il primo passo; bisogna camminare avanti, superarsi, autotrascendersi, giungere a quell'io ideale che è l'uomo nuovo risorto con Cristo.

«Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Vi supplichiamo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,17-18.20).

C'è una riconciliazione da fare all'interno di noi stessi con noi stessi e con gli altri, e c'è una riparazione che non si deve dimenticare, perché è parte del perdono dato e ricevuto.

Nulla deve essere buttato

Se l'età di mezzo è un tempo di «straordinaria vulnerabilità e malleabilità» (Erickson) in cui, anche se con sofferenza, è possibile rimodellarsi e ricostruire i rapporti, questo è il tempo giusto (kairos) per accogliere se stessi e gli altri, per perdonare e perdonarsi gli sbagli fatti e subìti, i peccati, i torti e i fallimenti. Nulla deve essere buttato via, neppure i peccati: tutto è parte della nuova creazione, in cui anche il male trova un suo posto per la composizione della nostra storia, come in un quadro che è fatto di tinte chiare e solari, di chiaroscuri e di tinte decisamente oscure. Non per nulla la Chiesa nella notte di Pasqua canta: «O felix culpa». Tutto è grazia.
A partire dal senso di colpa e dai torti ricevuti, dalla rabbia e dal risentimento, ma anche dalla coscienza del perdono ricevuto, è possibile rendersi conto del bene che viene dal perdono e, quindi, diventare compassionevoli e magnanimi.

Affrontare le dicotomie della vita

Una fonte di molte tensioni e conflitti interiori sono le dicotomie. Esse sono un dato culturale della nostra civiltà occidentale che caratterizza la nostra vita e che, secondo la visione tradizionale, da Platone in poi sono state iscritte nella nostra esistenza umana e cristiana come delle contrapposizioni invece che delle complementarità: a partire dalla dicotomia teologica (Dio e il mondo), cosmologica (l'ordine e il caos, la luce e le tenebre, il cielo e la terra), filosofica (spirito e corpo), psicologica (spiritualità e sessualità), spirituale (spirito e carne), fino a quella antropologica (uomo e donna), sociale (classe dominante e proletariato), pastorale (clero e laicato, evangelizzazione e liberazione ecc.), storica (escatologia e storia) ecc.
A questo punto dell'esistenza uno ha già potuto rendersi conto
che la vita non è divisibile in compartimenti stagni e che anche gli aspetti più contrastanti come il bene e il male sono destinati per questo tempo a coesistere come il grano e la zizzania nella parabola (Mt 13,24-30). Anzi: le diversità non sono dei mali, ma delle potenzialità; non si devono contrapporre ma comporre; possono diventare momenti di forza, di «sinergia». La persona che ha estremo bisogno di raccogliere se stessa attorno all'unità delle cose essenziali, trova qui un cammino da percorrere.
Non si tratta di escludere nulla, ma di includere, integrare e far collaborare. È quindi questa l'ora di fare sintesi nella vita e di superare i dualismi contrapposti, lasciandosi guidare dal vecchio, anche se non sempre utilizzato principio della teologia scolastica:
«la grazia assume e porta a perfezione la natura».

Un atteggiamento contemplativo

Per raggiungere questa nuova sintesi all'interno dell'esistenza e acquisire un nuovo stile di vita è necessario andare più adagio, fare una cosa alla volta, secondo il detto latino: «age quod agis»; assumere un ritmo meno frenetico e più contemplativo nella vita di. tutti i giorni. Un atteggiamento contemplativo consente di sviluppare il senso della gratuità che permette di cercare il bello e il buono per se stessi, e non per quello che essi offrono di vantaggio immediato. Solo così si eviterà una maniera di vivere aggressiva e si raggiungerà quella contemplazione della vita, della storia, della creazione che permette al cuore di respirare. Del resto, a chi è arrivato a 40-50 anni la vita dovrebbe avere insegnato che non può forzare più di tanto; che alla fine ne esce vincitore non chi ha fatto molto, ma chi ha vissuto; che non vale tanto il fare o l'avere, ma l'essere. È importante assumere questo ritmo pacifico fino da questa età: è un atteggiamento fondamentale per accettare la decelerazione forzata della terza età.

Un nuovo ministero

Parte di questa riconciliazione con gli altri è la capacità di dare ascolto agli altri e accompagnarli nel loro cammino. La strada ormai la si conosce... Anche se la sensazione della fatica aumenta e uno potrebbe convincersi di avere delle ragioni più che valide per ritirarsi e stare in pace, un nuovo ministero, importante e terapeutico, ci viene affidato: accogliere - dar tempo - ascoltare - condividere. Noi stessi abbiamo sofferto per non essere stati ascoltati; portiamo in noi le ferite di una mancata comunicazione: per questo siamo abilitati a dare attenzione e comunione agli altri.

Guardare alla morte con serenità

Riconciliati con noi stessi e con gli altri, possiamo a questo punto guardare in faccia e con serenità anche la morte e ogni sofferenza che della morte è come un inizio. (38) A questo punto sappiamo che la morte è una compagna scomoda della nostra vita, che è con noi dal giorno della nostra stessa nascita, una realtà che ci chiama alla responsabilità e alla serietà, ma che deve essere considerata nella sua verità: è un momento di crescita e un nuovo inizio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). La sofferenza e la morte non sono la fine, ma solo un passaggio necessario, doloroso ma fecondo. Esso non va sfuggito, ma vissuto con coerenza, lucidità e coraggio. È la porta della Vita.

6.3. INTEGRARE TUTTO IN UNA NUOVA SPIRITUALITÀ 
      CHE INTRODUCA ALLA TERZA ETÀ: LA SAPIENZA DEL CUORE

«Ai tuoi occhi, Signore, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90,4.12). Chi arriva a questo punto si rende conto che la vita è stata davvero un soffio sia per la celerità del suo passare, sia per la fragilità che l'ha caratterizzata.
La parola del Qoèlet: «Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà: non c'è niente di nuovo sotto il sole» (1,9) ci ricorda che abbiamo bisogno di una nuova sapienza per non cadere nella disperazione a nel cinismo" ma per individuare «le vie del cuore» (Qa 11,9). Questa le troverà chi accetta i passaggi difficili della mezza età e li vive positivamente. E grazie alle vie del cuore entrerà nella terza età can gioia e speranza.
Tutti ci rendiamo, canta che è impartante invecchiare bene. (39) Sarà passibile per chi arriva alla terza età dopo aver fatta la sintesi del meglio, delle sue esperienze, della contemplazione, della fede fiducia, della compassione, dell'amicizia, dell'accettazione di sé e dell'altra, della consapevolezza della propria radicale povertà (2Cor 12,9-10) che diventa la più grande ricchezza e la forza di sintesi nella propria vita.
Questa fase della vita ci fa passare «da una stagione di forza, rapidità, resistenza e produttività a una stagione in cui altre qualità
possano, maturare: saggezza, ponderatezza, magnanimità, compassione non sentimentale, larghezza di vedute». (40)
Per elaborare in modo dettagliata questa spiritualità, raccogliamo i suggerimenti attorno a tre poli: l'atteggiamento, contemplativo, le relazioni umane, un cuore di povero.

Un atteggiamento contemplativo che qualifica la vita

È la base di una nuova maniera di vivere che comporta la capacità di vedere al di là delle cose. Essa suppone un radicale mutamento, del nostro, rapporto con le cose e le persone: passare dal possesso alla contemplazione, all'ascolto, alla gratuità.

a) Dare spazio alla contemplazione silenziosa. A questa punto della vita è necessario trovare un modo nuovo, personalizzato, di pregare che diventerà non tanto l'esecuzione perfetta e puntuale di un dovere, ma il bisogno del cuore di restare pacatamente alla presenza di Dia. «Fa' silenzio, e ascolta, Israele» (Dt 27,9). Nel silenzio, passiamo, ascoltare l'Altro e la sua Parola di vita eterna (cf. Gv 6,68) che è «lampada per i passi [dell'uomo] e luce sul sua cammino» (Sal 119,105). La contemplazione non è isolamento, ma solitudine «liberamente scelta come modo di vita equilibrata e serena». (41) La Parola da contemplare non è solo quella consegnata al sacro canone delle Scritture, ma anche la bellezza della creazione e ogni avvenimento, (dabar) che nel sua accadere parta in sé un messaggio, di Dio per l'uomo. Nel silenzio, della contemplazione possiamo, offrire ascolto agli altri, alle loro attese e alle loro invocazioni silenziose. Possiamo, sentire i richiami della storia che «attende con impazienza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria della libertà dei figli di Dio» (Rm 8,21).

b) La capacità di stupirsi e di godere. Dice il Salmo: «Aprimi gli occhi per vedere le meraviglie della tua legge» (119,18). L'atteggiamento, contemplativo, che è il contrario dell'atteggiamento, aggressivo e possessivo, ci permette di gustare la bellezza della natura e di cogliere l'aspetto buono e positivo delle persone e di tutte le situazioni, anche quelle più ambigue e complesse.

c) Un nuovo coraggio per l'azione. L'atteggiamento, contemplativo non ci consente di stare con le mani in mano, davanti a un mondo che attende e cerca la salvezza, anche senza conoscerne il vero autore. Contemplando il manda can la sguardo, commosso di Gesù (Mc 1,41;; 6,34; 8,2) e con il coraggio che viene dalla compassione, intraprendiamo, nuove iniziative per i nostri fratelli. È ancora il tempo, dell'audacia, una nuova audacia che si fonda sull'esperienza e sul cuore.

d) Fedeli e gioiosi nell'attesa. L'atteggiamento, contemplativa diventa la gioiosa attesa del raccolto, la vigilanza attiva che ci fa aspettare non nell'ansia, ma nella fiducia operosa, l'arriva della Sposa e la gioia delle nozze. Così la vita scorre seconda l'indicazione dell'apostolo: «Lieti nella speranza e farti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).

e) E si arriva così a una nuova spiritualità integrata e globale che comprende tutte le dimensioni della vita, che produce «l'uomo saggia» (42) e che, secondo Walter Burghardt SJ, comporta una «relazione d'amare con il Dio vivente, ma all'interna di una comunità»; la ricerca di una vita alla presenza di Dio, ma dentro la storia; una preghiera prevalentemente contemplativa, ma che sia a un tempo frutto di conoscenze intellettuali, di cuore e di voce, un grido che sale a Dio, a «un Dio che mi tocca e che io sento»; una spiritualità eucaristica centrata sul mistero e su una costante azione di grazie che accompagni però fuori della chiesa verso il mondo e prolunghi «l'esperienza della comunione con gli altri "in un solo corpo"»; una spiritualità che inglobi tutti gli aspetti della vita e che «trovi infine nella croce la sua autentificazione, dato che una spiritualità che non sia intimamente inchiodata sul Calvario è un'illusione cristiana». (43)

Curare la qualità delle relazioni umane

Il secondo polo della nuova spiritualità fa riferimento alle relazioni umane, che sono molto importanti a questo punto della vita. Ma va ricordato che questo è il tempo per curare più la qualità che la quantità delle relazioni umane: non qualsiasi relazione umana è buona e costruttiva.

a) Questa è la stagione per legare delle autentiche amicizie fatte di amore oblativo, gratuito, che fa crescere la persona. L'amicizia, che in anni giovanili poteva essere temuta, e non sempre senza ragione, è benefica e, se è vera, toglie la persona dall'amarezza della solitudine, come pure dall'anonimato della folla o dall'eccessiva attività per confermarla nei suoi impegni di vita e, in certi casi (per es. i religiosi) metterla a disposizione di chi è povero d'affetto. «L'amicizia vera, dice p. Bruno Giordani, promuove lo sviluppo affettivo in direzione eterocentrica e quindi verso la maturità e la pienezza di vita». (44) Essa si rivela come la strada della crescita «nell'agape che è contemporaneamente dono di Dio e conquista dell'uomo, che non solo non esclude l'eros e la filia, ma scaturisce dall'armonizzazione con questi modi di amare». (45)

b) Coloro che hanno accettato positivamente di entrare nel travaglio di questa tappa possono ritrovare un nuovo gusto per la comunità, possono cominciare a spendere tempo ed energie per contribuire alla costruzione e al buon andamento della propria comunità, anche perché sentono il bisogno di un chez soi, dove trovarsi tra amici, dove sviluppare quel bisogno di intimità che è proprio di questa fase della vita. Nello stesso tempo sentono anche il bisogno di una comunità dove si vive quella comunione che fa «uscire da un mondo chiuso e fatto di apparenze convenzionali per aprirsi alla verità e ai veri valori della vita». (46)

c) Accettare gli altri senza porre condizioni, come ciascuno viene accolto da Dio: con magnanimità e compassione. L'esperienza fatta dei propri limiti, del perdono avuto, della comune storia aiuta a diventare più generosi nell'accettare gli altri.
Questa è la stagione della magnanimità, in cui si ama senza condizioni, con un amore che salva e un perdono che guarisce. Ed è anche la stagione della compassione, quindi dell'empatia, della solidarietà, dell'ascolto cordiale delle sofferenze altrui. «Vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14). Lo sguardo pieno di compassione di Gesù gli fa vedere quello che nessun altro vede e lo porta a prendersi attivamente cura di chi ha bisogno.

d) In questo atteggiamento di comunione, condivisione e di compassione sta la possibilità di farsi compagno di viaggio (come Gesù con i discepoli di Emmaus: Lc 24,15) per accompagnare gli altri sulla strada della vita e diventare per loro quello specchio che permette di conoscersi e offrire loro quella saggezza che la vita a poco a poco ha insegnato.

Nasce così una nuova saggezza: quella del povero amato e del peccatore perdonato

a) Chi nel corso della mezza età è riuscito ad assumere tutta la sua realtà e i suoi limiti, chi si è messo in pace con se stesso e con gli altri, riceve il dono dell'autentica povertà di spirito che gli fa sentire che tutto sta nelle mani di Dio e che, in fin dei conti; l'uomo vale nella misura in cui è amato da Dio e da lui perdonato. Questa è la radice della saggezza, «la scienza dei semplici», come la chiama il filosofo Nicola Abbagnano, (47) quella di coloro che hanno raggiunto l'essenziale nella vita. Di qui viene una pacatezza, che diventa tolleranza per chi sbaglia, mitezza e accoglienza per tutti. La coscienza della propria povertà rende liberi per vedere la storia in modo realistico, ma spinge anche all'impegno per la giustizia e alimenta una grande speranza per il futuro, quella di costruire la pace. Questo è il cammino evangelico delle beatitudini.
Si rivela molto saggio e vero il proverbio irlandese che dice: «Ogni santo ha il suo passato e ogni peccatore il suo futuro».

b) Lungo questa tappa, come nota acutamente il cardo Carlo Maria Martini, (48) si impara «a contare i propri giorni e si giunge alla sapienza del cuore (Sal 90,12), la consapevolezza amorosa e riconoscente della vita come dono, della vita così come è adesso, mentre scaturisce dal Padre, come misericordia e pazienza [...]. Questa contemplazione è l'inizio di ogni autentica religiosità e ne è il continuo nutrimento. Senza di essa tutta la costruzione religiosa rischia di essere artificiale».
Questo cammino è illuminato dall'esperienza di Dio il cui sguardo ci fa vivere: «Dio vede, ossia volge la sua faccia verso l'uomo e con ciò stesso dà all'uomo il suo proprio volto. lo sono me stesso proprio perché egli mi vede. L'anima vive dello sguardo d'amore che Dio rivolge su di lei». (49)
Le persone approfondiscono la loro esperienza religiosa di Dio, dalla quale dipende l'impostazione e la qualità della vita; crescono nella capacità di visione sapienziale; superano quell'aridità del cuore che - sempre secondo il cardinale Martini - è il contrario della conoscenza cordiale di Dio e che comporta «un certo accecamento pratico di cui forse non ci accorgiamo, ma che avvelena tutta la vita rendendola amara, scettica, faticosa, pesante da portare, pur se qua e là ci sono avvenimenti buoni, belli, favorevoli».
Non è raro vedere appunto - alla luce del suo contrario - come la sapienza del cuore non sia sempre raggiunta. Tutti conosciamo quelle persone, anche anziane, con cui tutti sarebbero disposti a passare una vita e - per converso - quelle persone che sono inevitabilmente destinate a far fuggire chiunque le avvicini.
Per non dire che l'aridità di cuore può diventare una forma di ateismo pratico che, secondo il cardo Martini, «può essere presente e contiguo con esercizi di pratiche religiose».

c) Grazie all'ascolto del loro cuoreso queste persone riescono a «contare i loro giorni» e a valutare i dati della vita in modo più profondo e più vero; davanti al male non si disperano, ma trovano il coraggio per cambiare quello che si può cambiare e la serenità per accettare quello che non si può cambiare; restano incantati e stupiti come bambini davanti alle bellezze della creazione e della storia; rendono grazie e lodano, ridono e piangono condividendo i loro sentimenti con gli altri (Rm 12,9-21),
E si rendono conto che questa stagione di mezzo dai colori già sfumati è tuttavia come il primo autunno, quando si annunciano i primi frutti maturi; una stagione che è bella e interessante, forse la più ricca della vita, una stagione che ha il suo fascino, come la gioventù.

d) Ma, soprattutto, si sentono dei poveri felici e fortunati che hanno affidato le loro sorti alle mani amorose di Dio «che vede l'affanno e il dolore, che tutto guarda e prende nelle sue mani» (Sal 9-10,35); alla cura di un Pastore che li conosce personalmente e che è pronto a offrire per loro la sua vita (Gv 10,11.14).
Sono pieni di fiducia e possono dire con Paolo: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione...? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37).
Questa è la fonte della sapienza e la ragione della pace.

 

NOTE

* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento al Trimestre sabbatico dei Missionari Saveriani e dell'USMI nel settembre 1991; rivisto nel marzo 1994 per le Missionarie di Maria e nuovamente rielaborato nell'agosto 1995.

[1] Non ho trovato molti libri in italiano che trattano questo argomento. Tuttavia si può fare riferimento a: Michel RONDET SJ e Claude VIARD SJ, La crescita spirituale, tappe, criteri di verifica, strumenti, Bologna 1988; Romano GUARDINI, Le età della vita, Milano 1992; ID., Accettarsi, Brescia 1991; ID., Lettere di Autoformazione, Brescia 1994; Pierre DE LOCHT, «Difficile maturité», in La Vie Spirituelle (mai-juin 1993), 363-371; Amedeo CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, Bologna 1987, 69-138; Charles A. BERNARD, Teologia Spirituale, Cinisello Balsamo 1989, 473-491; Walter J. BURGHARDT SJ, Seasons that Laugh and Weep, Musings on the Human Journey, New York 1983; Jean-François CATALAN SJ, Expérience Spirituelle et Psychologie, Paris 1991; Luigi DI CANDIDO, «Crisi», in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, 336-353; René VOILLAUME, Sulle strade del mondo, Brescia 1960, 3-22; Giuseppe SOVERNIGO, Vivere la carità. Maturazione relazionale e vita spirituale, Bologna 1992; Bruno GIORDANI, La donna nella vita religiosa, Milano 1993; Giovanni SALONIA, Kairos, Bologna 1994; Mary BATCHELoR, 40 anni e più, Paoline, Milano 1995.
[2] Cf. G. DELLlNG, «kairos», in Grande Lessico del Nuovo Testamento, III, 1364ss.
[3] Si veda infra, paragrafo 2. 
[ 4] Si veda infra, paragrafo 3. 
[ 5] Si veda infra, paragrafo 4. 
[ 6] Si veda infra, paragrafo 5. 
[ 7] Si veda infra, paragrafo 6.
[8] Citato da DE LOCHT, «Difficile maturité», 368.
[9] Cf. François VARILLON, Vivre le Christianisme, Paris 1992, 278-284.
[10] «Non resta allora che l'immobilismo rigido, l'impossibilità di cambiare, la paura del rischio. Si potrebbero evocare qui certe forme d'integrismo. Uno resta fedele, sì, ma fedele a un'immagine e, quindi, rifiuta la vita che cresce verso il futuro.
Una tale maniera di immaginare la perfezione conduce facilmente al legalismo e al fariseismo. Osservare la legge alla lettera: ecco l'ideale di quelli che il Vangelo chiama i farisei» (CATALAN, Expérience Spirituelle et Psychologie, 120).
[11] Citato da BERNARD, Teologia spirituale, 474.
[12] Cf. Progetto Formativo dei Frati Minori Cappuccini italiani, Bologna 1993, 28-30. È forse il primo progetto formativo che tratta ex professo questi problemi dell'età adulta di mezzo e della tarda età adulta (sezioni II e III della parte seconda: «La Formazione permanente»).
[13] GUARDINI, Le età della vita, 82.
[14] BERNARD, Teologia spirituale, 474.
[15] Pierre TEILHARD DE CHARDIN parla di «passività», cioè di momento di stallo o di apparente perdita che noi stessi incontriamo nell'esistenza: sconfitte, fallimenti, malattie, debolezze, età avanzata ecc. Sono tutti limiti necessari al nostro pieno sviluppo umano, non meno di quanto lo sono le forze attive (cf. Ambiente Divino II,3, citato da Paola MOSCHETTI, «Capacità di attesa», in Testimoni 15[1994], 9).
[16] «In tempo di desolazione non si facciano mai mutamenti, ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano il giorno precedente a tale desolazione o nella decisione che si aveva nella precedente consolazione» (sant'IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi Spirituali, edizione a cura di Pietro SCHIA VONE SJ, Cinisello Balsamo 1988: «La regola sulle emozioni dell'anima», n. 318, 227).
[17] DE LOCHT, «Difficile maturité», 368.
[18] Cf. CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, 69-79.
[19] CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, 81; per tutta la descrizione di questa fase si vedano anche 81-90.
[20] Cf. DI CANDIDO, «Crisi», 336. Nel Progetto Formativo dei CAPPUCCINI la crisi è così descritta: «Se la maturità consiste nel sentirsi "a casa propria" con se stessi, con i fratelli e con l'ambiente, ciò esige un itinerario di continua conversione e di crescita che comporta sempre il travaglio profondo del "perdere per ritrovare", del "morire per risorgere". Specialmente in determinate situazioni esistenziali tutto ciò produce smarrimento e sofferenza che noi siamo chiamati a vivere con francescana serenità. Anche le situazioni di "stasi" vanno vissute con la pazienza dell'uomo evangelico che sa attendere, vigilante e fiducioso, il maturare dei frutti. Accogliamo ogni crisi della vita come occasione positiva di interiore crescita» (19).
[21] SALONIA, Kairos, 60.
[22] CENClNI, Amerai il Signore Dio tuo, 91-138.
[23] È parte della tradizione cristiana il genere autobiografico (per es. Agostino, Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila, Teresa di Lisieux, Giovanni XXIII). La rilettura della propria storia è diventata un prezioso strumento di crescita spirituale non solo per chi l'ha scritta, ma più ancora per i futuri lettori. Dopo l'iniziale esitazione tutti hanno testimoniato di averne tratto un vero profitto spirituale. Il passato ha suscitato in loro un profondo senso di azione di grazie, anche quello che poteva essere segnato dal dolore della colpa, come, ad es., le Confessioni di AGOSTINO.
[24] VOILLAUME, Sulle strade del mondo, 7-13.
[25] RONDET e VIARD, La crescita spirituale, 26.
[26] BERNARD, Teologia spirituale, 477.
[27] DE LOCHT, «Difficile maturité», 369.
[28] SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Costituzioni X, 3, citato da BERNARD, Teologia spirituale, 475.
[29] BERNARD, Teologia spirituale, 480.
[30] Romano GUARDINI in Le età della vita parla delle crisi del limite e del distacco (67-73 e 73-79).
[31] Si veda supra, paragrafo 3.1.
[32] «L'età adulta di mezzo vede il compiersi di vari progetti fraterni, ecclesiali, professionali e assiste con serenità all'alternanza di soddisfazioni e frustrazioni particolarmente nel periodo di transizione alla tarda età adulta» (Progetto formativo, 29).
[33] Cf. GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 16.
[34] Si veda supra, paragrafo 2.
[35] CATALAN, Expérience Spirituelle et Psychologie, 123-124.
[36] «Lo sapete che significa essere investiti dalla grazia? Noi non possiamo tra sformare la nostra vita se non permettendole di essere trasformata dalla grazia. Questo può avvenire o non avvenire. È certo che esso non accadrà fintanto che cerchiamo di costringere la grazia a venire da noi e neppure finché nel nostro autocompiacimento pensiamo di non averne bisogno. La grazia viene invece quando ci troviamo in una grande sofferenza e inquietudine. Ci investe quando, anno dopo anno, una perfezione a lungo sognata tarda ad apparire; quando vecchie passioni regnano ostinatamente in noi per molto tempo; quando la disperazione distrugge ogni gioia e coraggio. A volte proprio in quel momento un raggio di luce irrompe nelle nostre tenebre e sembra di udire una voce che dice: "Tu sei accolto, sei accettato!", da parte di uno più grande di te, il cui nome ti è sconosciuto. Non chiedermene il nome, lo scoprirai magari più avanti. Ora non far nulla, lo farai semmai più avanti. Non cercare nulla, non fare nulla, non fissarti in null'altro, ora. Accetta in tutta semplicità il fatto di essere stato accolto, accettato. Quando questo ci capitasse, avremmo fatto l'esperienza della grazia» (Paul TILLlCH, "You Are Accepted», in The Shaking of the Foundations, New York 1948, capitolo 19).
[37] Joseph RATZINGER, Guardare Cristo, Milano 1989, 77-79.
[38] «Se e come questa [crisi della mezza età] verrà superata, dipende dal modo in cui si accetta la prospettiva della morte e si segue l'indicazione contenuta nella caducità e nella labilità delle cose» (GUARDINI, Le età della vita, 76).
[39] Nicola ABBAGNANO dà alcuni suggerimenti per uscire dalla tristezza e per usare bene il tempo al momento della mezza età e della vecchiaia: dare affetto e cura all'altro; coltivare le amicizie; passare del tempo assieme agli altri; coltivare interessi culturali e artistici; pregare (La saggezza della vita, Milano 1994, 100-102).
[40] BURGHARDT, Seasons that Laugh and Weep..., 71.
[41] ABBAGNANO, La saggezza della vita, 109. 
[42] GUARD1Nl, Le età della vita, 77-81.
[43] BURGHARDT, Seasons that Laugh and Weep..., 87-94. 
[44] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 244.
[45] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 245, che continua dicendo: «Per questo il processo evolutivo dell'affettività si può considerare come un cammino che inizia con un amore goloso, captativo, egocentrico per orientarsi verso un amore tenerezza, un amore eterocentrico. Questo cammino di liberazione non è facile. Esso è punteggiato di progressi seguiti da pause o da regressioni, da successi e da insuccessi, da slanci, da entusiasmi e da blocchi».
[46] ABBAGNANO, La saggezza della vita, 94.
[47] «Sono proprio i limiti che la vita umana incontra da ogni parte, l'incertezza e la difficoltà del destino, le cose che rendono possibile la saggezza e la esigono per essere affrontate con successo» (ABBAGNANO, La saggezza della vita, 43). E GUARDINI (in Le Età della vita, 77-79) parla dell'«uomo saggio» come di colui che ha superato bene la crisi del distacco, la labilità delle cose, la paura della morte, «colui che è conscio della fine e l'accetta» (77); cresce in lui la pacatezza e la capacità di superare l'angoscia e la fretta di vivere; cerca l'eterno, che non è ciò che continua quantitativamente; e l'eterno viene accettato nella caducità accettata (78-79).
[48] Carlo M. MARTINI, Il predicatore allo specchio, Milano 1986, 18-19.
[49] Romano GUARDINI citato da Jean LAFRANCE in Prega il Padre tuo nel segreto, Milano 1983,20.
[50] Un libro che aiuta a riflettere sulla crescita interiore della persona e sullo sviluppo di una adeguata spiritualità è: Va' dove ti porta il cuore di Susanna TAMARO, Milano 1994. Il suo successo editoriale (16 edizioni in pochi mesi) mostra come esso abbia saputo interpretare il sentire della nostra generazione.