Edizioni Dehoniane, Bologna 1998
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1. PREMESSA
2. LA VITA COME CRESCITA 3. LA STRUTTURA
DELLE SINGOLE TAPPE
4. LE LEGGI DELLA CRESCITA
5. LA «CRISI» DELL'ETÀ DI MEZZO: DESCRIZIONE, SINTOMI E
POSSIBILI SOLUZIONI 6. LA VIA PER USCIRE
E LA STRATEGIA PER VINCERE QUESTA «TENTAZIONE» |
Prefazione
La lettera che segue, pubblicata come articolo dalla rivista
Testimoni nella rubrica «Problemi di vita religiosa» (n. 19 del 1992, p.
9), dice perfettamente come è nato il volume che presentiamo: «Dopo
venticinque anni di attività intensa e gratificante, di apertura e di interesse
verso il mondo esterno nell'attività pastorale e missionaria e nella direzione di
un istituto giovane e un po' turbolento nella sua creatività, dopo aver
raggiunto punti di notevole soddisfazione personale, è venuto il momento di
fermarmi» .
Da un anno sabbatico, dedicato a se stesso, nasce per
l'autore un ministero nuovo: aiutare gli altri a leggere i meccanismi interiori
del proprio crescere, del proprio maturare, del cambiamento interiore, del
bilancio e della stanchezza, della delusione e della sfiducia. Ne scaturisce
una collaborazione alla rivista Testimoni, richiesta dal direttore p.
Luigi Guccini; nonché un ciclo di conferenze e l'impegno a essere guida per
sessioni formative.
Da queste conferenze è nato il presente volume. Che esprime
dunque la verità della vita e la concretezza con cui le biografie dei religiosi
danno volto ai problemi.
Caro direttore,
ho letto con vivo interesse l'articolo che hai scritto sulla formazione permanente (Testimoni 16/1992, p. 7). Da sempre è stata per me un punto fisso, ma dopo l'anno sabbatico che ho trascorso a Berkeley, la formazione permanente è diventata un impegno che ho preso con me stesso prima di tutto, ma anche con e per gli altri religiosi: sento che devo fare quello che posso perché questa convinzione entri finalmente nei nostri ambienti.
1 IL PROBLEMA È VIVISSIMO
Fu per me una vera sorpresa notare quanti religiosi e
religiose italiani si presero la briga di scrivermi a Berkeley dopo i due
articoli pubblicati su Testimoni a proposito del cammino che stavo
facendo nel corso dell'anno sabbatico; non era il loro un facile colpo di
telefono né un breve biglietto lasciato sul tavolo, ma una lettera scritta e
spedita... in capo al mondo. L'intenzione era di manifestarmi la loro simpatia e
sintonia sulle idee e sulle proposte che avevo offerte. Rientrato poi in Italia
nel 1990 ho avuto molti inviti a parlare sulla formazione permanente e in particolare sull'anno
sabbatico (fino a una settimana fa) e ho potuto rendermi conto che in tutti gli
ambienti questo tema è molto sentito, con molta acutezza e partecipazione. Anzi
ho visto spuntare come funghi dopo la pioggia una serie di richieste che
evidentemente erano lì pronte sotto il primo strato della coscienza e che
attendevano solo un momento propizio per apparire. Nello stesso tempo tuttavia
ho potuto anche vedere che queste esigenze sono tanto sentite quanto lasciate
cadere appena le difficoltà di realizzazione si presentano.
In questi due anni ho avuto la grazia di incontrare molti
religiosi e religiose, parlare loro di queste prospettive della formazione
permanente e raccogliere le loro confidenze e le loro speranze su questo campo.
Questo genere di esperienze sono state per me molto forti in tutti i sensi. Ho
potuto vedere e toccare con mano il desiderio e il bisogno di formazione
permanente che sentono molti fratelli e sorelle e le carenze oggettive notevoli
che si riscontrano a livello dei singoli istituti.
Dopo il concilio tutti gli istituti hanno sentito il bisogno
di promuovere delle iniziative di formazione permanente e le hanno chiamate
«anno di perfezionamento», «anno di aggiornamento» e simili. Alla buona volontà
spesso non hanno corrisposto le condizioni per realizzare in maniera concreta ed
efficace un programma preciso; allora certi istituti hanno ripiegato su
iniziative congiunte intercongregazionali. In alcuni casi si è poi magari
arrivati alla saturazione e all'insoddisfazione per i programmi pensati.
2. IL MOMENTO OPPORTUNO
Non è stato difficile toccare con mano e da vicino i problemi
che le persone portano con sé particolarmente in certi momenti della vita.
Dovendo spiegarle ad altri, mi sono reso conto con più chiarezza degli
interrogativi e paure che periodicamente si mettono in moto nella vita delle
persone consacrate. A un certo punto, spesso senza preannuncio, accade qualcosa
che sembra interrompere e bloccare il flusso normale della vita. Una nuova
destinazione magari non desiderata o accettata, una malattia improvvisa, la
morte di qualche persona cara, un fatto inatteso che ti lascia impressionato e
mette in crisi la tua vita, un'amicizia, un momento di debolezza o un richiamo
di conversione... e il corso della vita subisce una brusca sterzata o una pausa
con una difficile ripresa, che ti costringe a rivedere tutto.
Questo è il momento in cui la Provvidenza di Dio chiama a
rendersi conto che si deve fare un passo avanti, che occorre superarsi e «crescere».
Non è una richiesta da poco. E uno comincia a porsi domande strane e inconsuete
sul senso della vita, della consacrazione e della missione; sente che qualcosa deve cambiare, sente che sta
nascendo qualche cosa di nuovo. È un momento di doloroso travaglio che
inizia; se accettato, può saldarsi in una crescita, mentre, se rifiutato, può
diventare una pericolosa regressione.
Questi sono i momenti in cui deve intervenire un'offerta di
formazione permanente speciale. Penso che in altri tempi l'offerta può
anche mancare, ma sarebbe un guaio se a questo punto mancasse. Non bastano
più le pratiche comuni, quello cioè che normalmente si riceve o si usa (un corso
di esercizi, un corso di rinnovamento). A questo punto dovrebbe essere offerta
una pausa più lunga, certamente... non una settimana. Ci vogliono tempo, stimoli
e persone che aiutino a ricevere gli stimoli e ad analizzare le reazioni e le
decisioni. Quello che si vede è che spesso a questo punto invece viene proposto
o richiesto semplicemente un cambiamento, un atto di buona volontà, un passo
deciso, un atto di obbedienza, un corso di teologia o di pastorale o di...
ancora un «fare» che impedisce un maturare.
3. QUALCUNO CHE ACCOMPAGNI
L'articolo di p. Guccini ha fatto sorgere nel mio cuore
alcune riflessioni che voglio condividere con i lettori di Testimoni.
Anzitutto si deve finalmente comprendere e far comprendere che la formazione permanente non può essere ridotta ad andare a scuola
e ancora meno può essere monopolizzata dalla scuola, da una serie di corsi
accademici, ma deve essere caratterizzata dal confronto della propria
esperienza, dalla vita vissuta confrontata con gli altri e con i principi del
Vangelo.
In definitiva ciò che fa la
differenza tra un periodo di
aggiornamento scolastico e un
periodo di formazione permanente è la presenza di una persona con cui ci si
confronta in modo periodico e sistematico sulla propria vita, sulla propria
esperienza di Dio e sulle prospettive del futuro, una persona che aiuta a
conoscersi e a vedere dove Dio vuole condurci in questa fase della vita. Eppure
persiste tra noi preti e religiosi una certa allergia al direttore spirituale!
Il corso scolastico, opportunamente scelto, ha una sua
collocazione e serve a riempire il tempo in modo utile. Ma se
l'aspetto accademico prende il sopravvento sul tempo del silenzio e della
conoscenza di sé, impedisce di prendere in mano seriamente i veri
problemi. È un dato di fatto che noi religiosi (soprattutto uomini) siamo anche
troppo determinati dalla razionalità, viviamo «nella nostra testa»; e, mentre
dovremmo cercare di uscire finalmente dalle nostre «razionalizzazioni», vi
cadiamo invece in modo sempre più profondo e pesante. Quello di cui c'è più
bisogno è l'ascolto di sé davanti a Dio, l'ascolto del proprio cuore, dei propri
sentimenti. C'è bisogno di silenzio e di solitudine, ma anche della compagnia
attenta e affettuosa di qualcuno che ci accompagni.
La seconda riflessione che mi è venuta alla mente è che questo
processo di formazione permanente deve essere globale, deve cioè
coinvolgere tutta la persona con la sua storia umana, cristiana, religiosa, missionaria, cioè con tutte le sue dimensioni. Senza
privilegiarne e senza trascurarne nessuna. Un anno (un semestre) sabbatico non
deve trasformarsi in un anno di specializzazione, non deve essere orientato solo
al «fare» della persona, ma al suo «essere». Cose ovvie.
La formazione permanente deve prendere tutta la persona, ma
anche tutto il suo mondo «religioso», anche il carisma dell'istituto, gli
obiettivi della sua attività attuale nella comunità locale in cui lavora. Tutto
infatti va «in crisi» e tutto deve essere ripensato e ricollocato nella nuova
giusta prospettiva. Si direbbe che tutto deve essere rivisto, si dovrebbe quasi,
volta per volta, rimettere in discussione tutto, pur sapendo che alla fine,
magari esternamente, tutto rientrerà nella norma e dentro gli argini.
In terzo luogo credo che si dovrebbero offrire dei corsi
differenziati o, meglio, personalizzati: nessuna persona è uguale alle
altre, anche se esiste una terra comune sulla quale tutti possiamo intenderci.
Ognuno ha il suo cammino personale. E qui sta anche la vera difficoltà che
spesso viene dimenticata, la ragione per cui alla fine a questi corsi non
approdano di solito quelli che veramente ne avrebbero bisogno. È la resistenza
al cambiamento, una specie di «ostilità preconcetta contro il cambiamento»,
come giustamente la definisce l'articolo di Guccini.
Ho notato che frequentemente davanti ai propri problemi
personali, che pure si sentono come una spina nella carne, uno tende a fuggire
in un superlavoro che glieli fa dimenticare e rimandare a data da definire,
oppure - altrettanto spesso - fuggendo nello studio, che allora funziona da
droga che rimuove per un certo tempo il problema.
4. FUGGIRE NON SERVE
Ho nella mia memoria il caso di un missionario che - pur con difficoltà - aveva individuato il suo
problema: l'incapacità di relazionarsi con gli altri perché malato di «razzismo»
e altre forme di difesa, Invece di affrontare se stesso, dimenticando ogni
consiglio che aveva ricevuto, al rientro dalla missione s'iscrive all'università
e finisce per confermarsi... nelle sue idee. La sua formazione permanente non
gli chiedeva di aggiungere un diploma alla sua collezione, ma di affrontare se
stesso e i suoi complessi di inferiorità e persecuzione.
Che dire allora dei corsi universitari, delle occasioni e
delle richieste di specializzazione? Sono necessari, ma non rispondono al
bisogno. Servono a migliorare il fare, il ministero, ma non a migliorare
l'essere, la qualità e il ritmo della vita. Si deve fare attenzione a
fissare bene l'obiettivo che vogliamo, e ancora più a non aver paura di
riconoscere che nella vita dobbiamo ogni tanto rivedere il cammino per
raddrizzarlo e chiarire a noi stessi i nostri punti oscuri.
Come già detto sopra, ho l'impressione che noi che già
viviamo molto nella testa, e che proprio per questo a un certo punto
della vita ci troviamo in una posizione molto delicata, dovremmo stare attenti
alla facile scorciatoia dell' «andare a scuola», ma avere il coraggio di restare
nel silenzio e nella solitudine per riuscire a guardarci in faccia e lasciarci
mettere in questione dalla Parola.
G.F.
1
«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla
sapienza del cuore» (Salmo 90,12)
Appunti sulla crescita umana e spirituale nel corso dell'età adulta*
1. PREMESSA
1.1. LE TAPPE DELLA VITA:
MOMENTI DI SCELTA E DI MATURAZIONE/CRESCITA (1)
Per noi che viviamo nel tempo, gli avvenimenti della storia sono il luogo dove possiamo cogliere qualcosa del mistero di Dio e dei suoi progetti su di noi. E infatti, mentre si sviluppa e cresce la nostra esistenza, noi troviamo in essa dei fatti e delle situazioni che hanno un particolare significato per noi e per la conoscenza di noi stessi. Sono quei passaggi impegnativi, e per questo difficili, che comune
mente si chiamano crisi e che, meglio, dovremmo chiamare sfide, perché sono avvenimenti e/o stati d'animo che ci fanno riflettere; sono appelli a guardare avanti, a superarsi e a crescere nella propria interiorità; sono momenti che ci portano a maturare. Essi ci avvertono che siamo a un tornante del cammino umano o spirituale e ci stimolano a prendere una decisione. L'importante è riconoscerli secondo il detto della saggezza greca: «kairòn gnothi». (2) Questi tempi particolari sono degli autentici kairoi, momenti importanti e fecondi: essi ci dicono chi siamo, dove andiamo, come dobbiamo rispondere.Prendiamo ad esempio la storia di Nicodemo (Gv 2,23-3,15).
-
Nicodemo è rimasto colpito dalla predicazione del Signore;
In questa sede ci proponiamo di rispondere a una serie di domande: quando incontriamo questi momenti particolari? come li ri
conosciamo? come li superiamo? c'è qualche costante e quindi qualche suggerimento che si può dare per percorrere fruttuosamente queste tappe della nostra vita?1.2. Lo SCHEMA E LO SCOPO DELLA NOSTRA RIFLESSIONE
Questi passaggi impegnativi della nostra vita non devono essere considerati elementi negativi, ma positivi; non dei fatti strani, ma parte del processo della crescita umana. Il nostro discorso prenderà le mosse dalla vita intesa come crescita e parleremo della situazione di chi accetta e di chi si rifiuta di crescere. (3) Vedremo poi la struttura e i tempi delle tappe della crescita, (4) e le leggi che guidano la crescita nella vita umana e spirituale. (5) Vedremo poi in dettaglio la crisi dell'età di mezzo e cercheremo di coglierne i sintomi,6 e di individuare la strategia per uscire positivamente da questi passaggi obbligati. (7)
Le finalità che ci poniamo in questo capitolo sono le
seguenti: - impostare correttamente la nostra vita in
questa fase della nostra mezza età, alla luce dei provvidenziali richiami del
tempo che passa;
- riconoscere ed
esaminare questi cammini per assumerli e viverli
con libertà autentica: in realtà non siamo liberi quando facciamo quello
che vogliamo, ma quando vogliamo quello che facciamo;
- ristrutturare la nostra vita per mezzo della gratuità
dell'amore preveniente di Dio (grazia) e organizzarla in
modo che sia - come deve essere -
un'epifania dell'amore di Dio e per incamminarla
fruttuosamente verso la terza età: invecchiare bene è un impegno da
tenere presente fin dalla età adulta!
Concludendo: rifletteremo su alcuni temi della vita
spirituale alla luce della psicologia, e ciò potrebbe portare qualcuno a credere
che questo argomento non abbia una diretta connessione con la missione
ecclesiale. Ma non è così: la nostra crescita nella libertà e nella carità è
legata e orientata alla missione: noi vogliamo essere strumenti liberi e
adeguati per la missione.
2. LA VITA COME CRESCITA
La crescita e le necessarie crisi che l'accompagnano sono
realtà iscritte nella natura umana dal Creatore: «Crescete e moltiplicatevi...»
(Gen 1,28). È una legge alla quale ha voluto sottostare anche Gesù Cristo che è
cresciuto «in sapienza, età e grazia» (Lc 2,52).
Crescere è la prima vocazione dell'uomo, il suo compito
permanente: «Il giorno della mia morte, avrò finalmente finito di nascere», dice
Beniamino Franklin. (8) Noi diventiamo a poco a poco quello che vogliamo essere. È
la strada tracciata all'uomo dal progetto creatore di Dio: «A quanti l'hanno
accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Tutto ciò che cresce e dà frutto, anche se attraverso la
croce, dà gloria a Dio; mentre tutto quello che blocca la crescita è peccato,
rifiuto di Dio.
Siccome la crescita non è semplicemente un fenomeno di
ingrandimento (l'uomo adulto non è un bambino ingrandito o gonfiato!), ma
una trasformazione, un processo doloroso che comporta quindi sforzo e
rischio, cambiamento e, in un certo senso, morte, (9) essa non è un dato scontato.
Non tutti accettano la legge pasquale del cambiamento e della
trasformazione, la potatura della vigna (Gv 15) che arriva fino alla
morte del chicco di grano per rinascere moltiplicato nella spiga (Gv 12,23-25).
La storia della salvezza è piena di esempi: da Israele che
non vuole camminare nel deserto e mormora (Es 16) a Nicodemo che non vuole
rinascere (Gv 3); da Pietro che, dopo aver creduto, cede alla paura (Mt 14,22)
al giovane ricco che non osa avventurarsi con Gesù e se ne va triste, perché
rifiuta la crescita, il rischio, il cammino (Lc 18,19).
Chi non accetta la fatica di crescere rimane
nell'illusione di mantenere la quiete presente, oppure lascia che la storia
vada avanti e lui rimane indietro («non progredi regredi est»)
rifugiandosi in forme di nevrosi segnate dall'egocentrismo, dalla fuga
dalle responsabilità, dalla ricerca infantile di facili gratificazioni,
dal farsi coccolare o dal volere attirare l'attenzione (gli «eterni» stanchi e/o
ammalati), oppure cade in forme di legalismo (10) o cerca riparo nel
sogno o nell'aggressività per compensare la crescita mancata, oppure
cade nel pessimismo e, molto spesso, nella
San Gregorio Nisseno definisce la crescita spirituale come una transizione «da un inizio a un altro inizio fino all'inizio senza fine della vita eterna». (11) Sul piano della vita spirituale coloro che non accettano la fatica della crescita e del ricominciare (la «seconda chiamata» di Voillaume), si bloccano e si condannano alla tristezza e alla mediocrità (cf. Ap 2,4-5; 3,15-16). Essi si precludono la possibilità di giungere allo «stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).
2.1. LE TAPPE CHE SCANDISCONO LA CRESCITA UMANA E SPIRITUALE
Conosciamo tutti la sequenza delle tappe della crescita umana.
Esse sono:
- nascita e infanzia (da 0 a 12 anni)
- adolescenza (da 13 a 20 anni)
- prima età adulta (da 20 a 40/45 anni)
- seconda età adulta o età di mezzo (da 40/45 a 65 anni), in cui
2.2. LE TAPPE DELLA CRESCITA SPIRITUALE
Ci sono vari modi di descrivere le fasi della vita spirituale: oltre alle immagini proprie dei maestri, come i «gradi» di umiltà (sant'Ignazio di Loyola), le «dimore» spirituali (santa Teresa d'Avila), le tappe nella «salita» del monte della perfezione, purificazione («notte») dei sensi, dello spirito, unione (san Giovanni della Croce), la tradizione spirituale ha elaborato la descrizione classica del cammino degli incipienti-proficienti-perfetti, la via della purificazione-illuminazione-unione. Sono comunque tappe che si susseguono cronologicamente, ma che non si escludono e anzi si integrano.
3. LA STRUTTURA DELLE SINGOLE TAPPE
Non è facile descrivere in modo preciso la struttura delle
tappe di crescita della vita. Esse variano da persona a persona e da tempo a
tempo. Tuttavia possiamo notare che, schematicamente, ogni tappa della vita è
messa in moto da un avvenimento o da una situazione interiore che introduce
in un periodo di turbamento, nel corso del quale si arriva a una nuova
scelta o a una nuova definizione di sé, che riavviano il corso della
vita in modo nuovo rispetto al punto di partenza.
Secondo p. Charles A. Bernard SJ, ogni tappa è caratterizzata
dalla presenza di due tempi: «uno è un tempo di preparazione in cui il
vivente cresce insensibilmente, l'altro un tempo di emergenza, quando la
maturazione precedente produce una mutazione profonda che segna una nuova tappa
della crescita». (14)
Qualora non si produca la nuova scelta, il cammino della
persona subisce una battuta d'arresto e spesso una involuzione.
3.1. CIÒ CHE METTE IN MOTO LA «TRANSIZIONE»
È di solito un avvenimento inatteso, traumatico o una
situazione nuova che viene a interrompere il cammino: una malattia, una morte,
un cambiamento inatteso o non voluto di attività, il distacco da una persona
cara, la coscienza del tempo che passa, la scoperta di una verità importante, il
venir meno dello slancio iniziale. (15)
3.2. IL CAMMINO NEL DESERTO
È questa la crisi propriamente detta. Con termine
tecnico la si definisce fase sub-liminale ossia «il superamento di una
certa soglia che spontaneamente porremmo al nostro cammino spirituale e che
invece [siamo costretti] a oltrepassare: la soglia della nostra intelligenza e
della pretesa di capire sempre tutto, di avere il controllo della situazione e
di muoverci solo quando sappiamo dove mettere il piede». (19)
La parola crisi nel contesto della formazione deve
quindi essere rettamente intesa, dato che nel linguaggio corrente essa ha
normalmente la connotazione negativa di un momento di ripensamento destinato a
una conclusione sfavorevole. Crisi in greco significa: scelta, giudizio,
esito, soluzione; in latino: decisione, piega decisiva; in italiano è usata di
solito con una connotazione negativa, anche se nel
3.3. Lo SBOCCO DELLA CRISI E LA RIPRESA DEL CAMMINO
Posto davanti al bivio, alla necessità di scegliere se
procedere verso una nuova fedeltà e nuovi orizzonti oppure se restare dove si è,
senza correre rischi, chi accetta di essere messo in crisi e di fare un passo
avanti rinasce (cf. Gv 3,3.5) e inizia una nuova vita. La crisi si
conclude quando si prende la decisione. (21)
Solo chi accetta questo passaggio difficile (per es. la
malattia, una destinazione inattesa e/o non desiderata, la morte di una persona
ecc.) e vi entra con decisione e con fede, matura, cresce e cammina verso
l'io ideale, verso la realizzazione del progetto di Dio su di lui.
È la fase ristrutturante, (22) nel corso della quale
emerge il vero «io» contro quello falso, idealizzato, di facciata, che ci
siamo costruiti per affrontare le traversie della vita.
Si comprende che questo è il momento della verità e della
libertà secondo la frase di Gesù: «Conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi» (Gv 8,32).
4. LE LEGGI DELLA CRESCITA
La crescita della persona è un fatto individuale e talmente personalizzato che non è possibile fissare delle leggi. Eppure ci sono alcune costanti che possono essere considerate le leggi della crescita umana e spirituale.
4.1. SI CRESCE DENTRO UNA RELAZIONE DI FIDUCIA-INTIMITÀ-GRATUITÀ
Per crescere è necessaria una relazione di fiducia e di
gratuità con delle persone e con un ambiente. Non si cresce da soli. È
questa un'affermazione vera e impegnativa che ci chiede di aprirci e di avere
delle relazioni autentiche con gli altri (amicizie), con se stessi (accettazione
di sé), con Dio (orazione e contemplazione).
Come ogni relazione che sia autentica, l'apertura all'altro
deve tendere alla oblatività e alla fiducia, superando lo stadio
della possessività e dell'aggressività. È un cammino di amore
che deve continuare tutta la vita, che accetta anche il distacco, l'assenza
e la morte, che supera lo stato fusionale e narcisista.
«È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7), dice Gesù ai
suoi, annunciando loro l'inizio di una nuova relazione che lo
renderà ancora presente, ma in modo diverso. Invece noi spesso reagiamo come
Pietro che voleva restare sul monte a contemplare Gesù trasfigurato, ma «non
sapeva quello che diceva» (Lc 9,23).
4.2. SI CRESCE DENTRO LA PROPRIA STORIA E NEL TEMPO
La nostra generazione è caratterizzata dal volere «tutto,
subito e qui». È un segno di immaturità, dato che tutti siamo coscienti che i
cambiamenti personali richiedono tempo e non è possibile crescere se non si
accetta il fattore tempo/durata. Questo comporta una continuità di
passato, presente e futuro, vissuto rispettivamente nella memoria,
nell'accoglienza e nella speranza.
Il passato va rivissuto nella memoria riconoscente
che percorre la storia delle meraviglie di Dio, ma anche delle nostre
miserie:
«Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto, [...] perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi»
(Sal 78,3-4.7).Il passato è la matrice del presente che non deve essere
rifiutato né idealizzato, ma ricordato con realismo carico di gratitudine.
Un esercizio psicologicamente utile e un'occasione di
riconciliazione e crescita spirituale consistono nello scrivere la storia della
propria vita rileggendola e sottolineando in essa - in azione di grazie - soprattutto
il bene che si è ricevuto, senza nascondersi il male, ma inserendolo nella trama
generale della vita stessa. Così possiamo rivedere «la nostra vita come storia e
la fede come memoria» (Cencini). (23)
Il presente va accolto nella fede. La
possibilità stessa della crescita s~a nella capacità dell'individuo di
affrontare la realtà al di là dei sogni. Devo accettare me stesso, il mio
ambiente, la Chiesa di oggi con questi suoi pastori, la comunità in cui
oggi mi trovo, il lavoro che oggi mi è affidato: in una parola, il
tempo in cui sto vivendo. Mia realtà sono anche i miei limiti fisici,
intellettuali, morali. Se lo Spirito Santo mi permette di guardare avanti nella
speranza pasquale, lo fa solo a partire dalla dura realtà della passione e della
croce.
«Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno finché dura quest"'oggi", perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato»(Eb 3,12-13).
Vivere l'oggi non è sempre spontaneo né facile, ma i laudatores temporis acti fanno fatica a crescere.
Il futuro va atteso nella speranza che è attesa
e vigilanza operosa (Lc 12,35-48). Bisogna attendere il meglio che deve ancora
apparire.
«Ciò che noi siamo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2).
Ma, per
4.3. SI CRESCE PASSANDO DALLA VOLONTÀ DI CONVERSIONE
ALL'ACCETTAZIONE DELLA PROPRIA POVERTÀ
È l'esplicitazione dell'ultima affermazione sulla speranza.
La crescita umana e spirituale rimane sempre sottesa tra il
desiderio della santità e l'accettazione e offerta della propria povertà.
Entrambi sono due ispirazioni che vengono dallo Spirito.
Tutto comincia con la prima chiamata e la conversione. La
vita poi si incarica di aprirci gli occhi e fa cadere le illusioni mimetiche («voglio
essere santo come...») per farci toccare con mano la nostra povertà.
Il rischio è di cedere alla vergogna o alla rassegnazione
passiva: visto che non ce la faccio, mi accontento di quello che sono e rinuncio
alla follia della croce. C'è il rischio che la morte delle illusioni
faccia perdere anche la coscienza della chiamata.
Questa dolorosa purificazione costituisce invece la
seconda chiamata (24)
o seconda conversione, e ci porta ad accettare «una santità non più desiderata nella ricerca della nostra perfezione, ma vissuta
nell'offerta della nostra povertà». (25)
Non ci si deve rammaricare della propria povertà, ma bisogna
accettare che Dio ci ami incondizionatamente, ossia così come siamo, non
perché o se siamo buoni e bravi; bisogna accettare di essere poveri e lasciarci lavare i piedi da Dio-con-il-grembiule. Tutto
questo fa parte del processo di crescita, così come ammettere che non
sono arrivato a essere quello che avrei voluto essere, che la mia formazione non
ha fatto centro, che ho perduto delle occasioni, che i miei peccati mi hanno
portato lontano dal progetto che credevo essere mio ecc.: in una parola, si deve
accettare la povertà senza perdere la speranza.
Malgrado tutto, Dio resta fedele alla sua chiamata e io sono
sollecitato a rispondere con nuova generosità, con rinnovata
speranza. È l'esperienza di Paolo e della sua «spina nella carne» che
egli insistentemente chiede gli sia tolta: «Ti basta la mia grazia; la
mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». E allora l'apostolo riprende fiato e continua come in un inno: «Mi
vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze... perché quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).
È a questo punto che inizia una nuova tappa della crescita spirituale, «una relazione totale [con Dio] da persona a
persona». (26)
«L'avventura (ad ventura), l'accettazione di ciò che
viene - persone o circostanze - è una dimensione fondamentale dell'esistenza».
(27) Insieme al verbo accettare, il verbo
arrendersi nell'abbandono confidente è altrettanto importante per la crescita: «Nella
conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono
confidente sta la vostra forza», dice Isaia (30,15) al re Ezechia
che si affanna a cercare le alleanze terrene contro l'Egitto (703-702
a.c.). La perfezione e la salvezza non saranno mai frutto della nostra
iniziativa, ma della grazia preveniente e immeritata di Dio
che è costituita da «ciò che egli dona come Creatore, che è la natura, e [ da]
ciò che dona come Autore della grazia, che è il soprannaturale», come
dice sant'Ignazio. (28) Questo della grazia è un dogma tanto centrale
della nostra fede, quanto difficile da mettere in pratica per chi è
stato formato a una spiritualità volontaristica e spesso incline a un pelagianesimo pratico.
La coscienza della nostra povertà è provvidenziale per farci
vivere in quella verità e umiltà autentica che
producono in noi quella libertà interiore che ci fa guardare senza vergogna i
nostri limiti attendendoci solo da Dio la salvezza e ci dispone a fare
volenterosamente quello che egli ci chiede di fare.
È a questo punto che accade la seconda conversione
della persona «con la quale la persona si sottomette totalmente
all'azione di Dio e si propone di seguire sempre la mozione divina per
giungere alla pienezza della vita spirituale». (29)
4.4. SI CRESCE ANCHE PER GLI ALTRI
Forse, più che di una legge, qui si tratta di una
constatazione (o deduzione) che non sempre si impone in modo immediato. È
tuttavia certo che la mia crescita e maturazione hanno un'influenza sugli
altri e sulle relazioni interpersonali. L'individualismo, la concorrenza,
l'anonimato permesso o coltivato, il legalismo e la poca stima di sé a livello
individuale, alimentano atteggiamenti simmetrici nella comunità.
Anche la comunità vive le sue crisi che non sono
necessariamente negative: sono i conflitti comunitari generazionali, metodologici,
temperamentali, relativi alla missione o al lavoro. Si tratta di momenti
dolorosi che fanno soffrire la comunità, ma che nello stesso tempo le permettono
di superarsi, di maturare e di crescere.
Questo ci consente di vedere l'importanza di identificare e
vivere umanamente e cristianamente i conflitti per superarli e
scioglierli.
E così pure viene chiaramente in luce l'importanza di
alimentare delle buone relazioni interpersonali nella comunità.
5. LA «CRISI» DELL'ETÀ DI MEZZO:
DESCRIZIONE, SINTOMI E
POSSIBILI SOLUZIONI
«Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una
selva oscura...»: non è solo l'esperienza di Dante: tutti a un certo punto della
vita, dopo averne percorso un buon tratto, ci troviamo a passare per una
selva oscura, ci ritroviamo a un impegnativo tornante della vita, mentre ci
rendiamo conto che qualcosa sta cambiando. (30) Per effetto di qualcuno di quei
fattori già spiegati (31) entriamo nel deserto, siamo posti davanti a un bivio che
ci costringe a prendere una decisione. (32)
Uno si rende conto che ormai ha percorso più della metà della
vita attiva e quindi deve guardare in faccia la realtà: sta arrivando al pieno
dell'età matura e deve cercare di fare quello che è possibile prima che il tempo si esaurisca: siamo infatti ormai sulla
dirittura d'arrivo della terza età.
I sentimenti più normali a questo punto della vita sono lo
smarrimento, il vuoto, la scontentezza, la depressione e,
soprattutto, la paura.
5.1. UN MOMENTO DI BILANCIO E DI INVENTARIO DELLA PROPRIA VITA
A questo punto ci si sente ormai avanti nel cammino della
vita e viene quindi spontaneo (forse per la prima volta) di
chiedersi: «Che cosa ho fatto finora?»; «Che cosa intendo fare?»; «Come
intendo vivere il resto della mia vita?».
Non è raro né strano sentire degli interrogativi angosciosi
che riguardano la scelta fondamentale della vita: «Non mi sarò per
caso sbagliato?». Non ci si deve impressionare, ma ascoltare
attentamente e cercare la risposta più adeguata.
5.2. LA CONSAPEVOLEZZA DEI PROPRI LIMITI FISICI, PSICOLOGICI E SPIRITUALI
Dopo anni di impegno per fare del proprio meglio, è
giocoforza ammettere i propri limiti fisici, le insufficienze
psicologiche e i peccati. Il volontarismo e il perfezionismo si sono dimostrati
insufficienti quando non distruttivi.
Il corpo comincia a sentire la fatica, a riconoscere i primi
acciacchi, a desiderare un po' di pace. La sessualità -
specialmente tra i/le religiosi/e a causa del tipo di formazione - può arrivare al
suo culmine proprio attorno ai quarant'anni creando un'ulteriore fonte di stress e di imprevedibili sconquassi. Ci si trova senza
risorse e allora c'è il rischio (più per gli uomini che per le donne) di fare
fronte all'emergenza tanto bene che male con dei mezzi che, invece di
liberare, creano dipendenza come una droga, per esempio il lavorare per
gli altri per dimenticare, l'attivismo, l'alcool, il sesso ecc.
5.3. LA SOLITUDINE E IL BISOGNO DI INTIMITÀ
In questo momento della vita diventa forte il bisogno di
avere qualcuno con cui parlare di sé, che tolga dalla solitudine.
Se intorno ai 30-40 anni si sente il bisogno di avere qualcuno/a, verso
i 50 la paura è quella di finire per essere uno dei tanti, perduti nella folla.
L'essere soli è un'esperienza frequente dell'età di
mezzo. E sorge così la domanda: «C'è qualcuno che pensa a me?»; «Ci sarà
qualcuno che piangerà per la mia morte?». Causa di profonda sofferenza è
sentirsi ed essere valutati solo in riferimento ai risultati e non alla nostra
intrinseca amabilità.
Questi sentimenti di solitudine, insieme con la coscienza dei
limiti e del passare del tempo, possono portare alla depressione oppure aprire
la persona a nuove relazioni con sé, con Dio e con gli altri.
5.4. IL BISOGNO DI PIENEZZA E COMPLETAMENTO DELLA PROPRIA PERSONALITÀ
Il bisogno di intimità evidenzia e permette di realizzare
quel bisogno di completezza che sta iscritto nella nostra struttura personale (che
non si realizza esclusivamente nel matrimonio) e di cui parla C. G. Jung.
Nella persona esistono due poli, da Jung indicati come anima (componente
femminile dell'uomo) e animus (componente maschile della donna). (33)
Dopo avere sviluppato il primo polo nella prima parte della
vita, l'età di mezzo è il tempo opportuno per procedere a questa necessaria
integrazione che amplia così la frontiera dell'io e arricchisce e completa la
personalità.
C'è un altro bisogno di pienezza e maturità che si fa sentire
urgente a questo punto della vita ed è quello della paternità/maternità.
Chi è sposato a questo punto vede i figli che si sposano o se ne vanno di casa e
si sente inutile e gli pare che non gli resti che morire; chi ha scelto il
celibato e sente il bisogno di avere qualcosa cui offrire il proprio lavoro e le
proprie energie, a questo punto della vita può sentire la solitudine,
l'inutilità del suo impegno, il vuoto...
La persona che sente il bisogno di maturare e vedere i frutti
del suo lavoro, se non si chiude in se stessa e nella sua solitudine sterile, è
sfidata a cercare nuove maniere per esprimere questa apertura e ne viene
arricchita interiormente.
5.5. LA DIFFICOLTÀ DI ACCETTARE LA STORIA IN CUI SIAMO INSERITI
Una fonte di tensione e di sofferenza viene anche dalla constatazione di trovarci dentro una storia che ci precede (la nostra storia
personale) e non riusciamo a dominare (quella che è fatta dagli altri) e la cui trama è già delineata. «Ho forse generato io questo popolo?», si chiede sconsolato Mosè nel deserto (Nm 11,11-12). Dice Elia: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri» (1Re 19,4).5.6. LA SENSAZIONE DI ESSERE STATI INGIUSTAMENTE DEFRAUDATI
Un sentimento che contribuisce a rendere pesante questo momento della vita è la rabbia che nasce dal ricordo delle opportunità(diplomi, carriera ecc.) che abbiamo perduto; dei «giochi di potere»di cui siamo stati vittime; di una certa obbedienza del passato che ci ha mortificati; degli imbrogli di cui abbiamo dovuto pagare le spese, imbrogli orditi da persone concrete, magari investite di autorità. Tutto ciò - al di là delle «buone» intenzioni di chi ha preso le decisioni - fa soffrire e riempie di rabbia.
5.7. LA MEMORIA DEL PASSATO
ASSALE CON SENSI DI COLPA, DI
FALLIMENTO, DI RABBIA
Dall'esame degli anni passati possono nascere sentimenti di
colpa per fatti del passato, oppure sentimenti di fallimento per
le occasioni perdute, oppure di rabbia.
Avviene non di rado che si nutrano sentimenti di avversione
nei confronti dei superiori e perfino dei genitori; che persone, che sono sempre
state gentili e obbedienti, improvvisamente diventino aggressive e dicano
dei rotondi «no» che nessuno si aspetterebbe; che persone abituate a servire in
servizi generici improvvisamente rivendichino qualcosa di coerente con lo
specifico della loro vocazione.
Non vanno inoltre dimenticati i sentimenti tipici di alcune
categorie di persone: la rabbia delle donne che si sentono persone di seconda
serie, dei fratelli che non possono avere autorità nelle comunità, di altri
religiosi che non hanno potuto mai dire una parola dopo
5.8. IL TEMPO CHE VA INESORABILMENTE VERSO LA FINE
Dopo i 40-50 anni si comincia a impressionarsi per ogni
malattia; in ogni disturbo fisico si sente l'avvicinarsi della morte,
preannunciata da quella dei propri genitori, di amici, di conoscenti. È questo
il momento in cui si comincia a puntare l'attenzione sull'età di chi muore, un
dettaglio che prima passava quasi inosservato; ora la celebrazione dei
compleanni non è più una festa come nella giovinezza... L'inevitabile processo
di invecchiamento è spesso temuto e risentito come un'inconfessata sofferenza.
Il rischio è di curarla o, meglio, anestetizzarla con evasioni o regressioni
pericolose: attivismo, alcool, ozio (passare giornate intere davanti alla tv),
rigidità e forme di aggressività.
Sarebbe invece più saggio ascoltare quello che la morte ci
vuole dire: un invito alla verità, alla responsabilità, al realismo. Allora il
tempo che passa cessa di essere il kronos che mangia i suoi figli, per
diventare kairos, uno spazio per la «grazia e la verità».
6. LA VIA PER USCIRE E LA STRATEGIA PER VINCERE QUESTA «TENTAZIONE»
Quello che si sta vivendo nella stagione della età di mezzo
fa ricordare la tentazione (peirasmos)
di Gesù (Mt 4,1-11; Gv 12,27),
quell'esperienza spirituale nella quale egli è posto davanti alla necessità di
scegliere tra due modi diversi di attuare la sua missione. Come lui, anche noi
nella fede che si abbandona a Dio e nell'ascolto della Parola possiamo trovare
la forza della fedeltà.
Paolo infatti ci assicura che «nessuna tentazione vi ha
finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate
tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via
d'uscita e la forza di superarla» (lCor 10,13). La prima cosa da affermare è che per quanto possano essere serie le crisi da
passare, tutta via esiste per tutti la possibilità di uscirne e di uscirne
migliorati.
I sintomi della crisi di cui abbiamo parlato sono - a ben
vedere - ambigui: possono rinviare a fatti negativi, ma possono essere anche degli indicatori positivi che offrono la chiave di
soluzione della crisi e il verso giusto per uscirne. La strada è
triplice: arrendersi nella fede, riconciliarsi nel perdono dato e ricevuto,
integrare tutta la propria storia nella propria vita in una sintesi o
spiritualità che sia globale o, come oggi si dice,
olistica.
6.1. ARRENDERSI NELLA FEDE
«Conosco Colui in cui ho creduto e sono convinto che egli è
capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno» (2Tm
1,12). Già abbiamo detto che i verbi «accettare» e «arrendersi» sono
di cruciale importanza in questa fase della vita. Nella prima
parte della vita tutto viene tenuto sotto controllo (o almeno così si
crede...), ma poi, a poco a poco, ci si rende conto che la storia è più
forte di noi, che Dio ha piani diversi dai nostri, che noi stessi non siamo
quello che pretenderemmo di essere.
La prima e fondamentale realtà da accettare con tutta la
libertà possibile è proprio la stessa crisi della età di mezzo,
insieme con lo smarrimento e la sofferenza che essa produce. L'accetteremo
solo se riusciremo a vedervi un kair6s, un'occasione provvidenziale che
Dio ci offre per crescere e maturare nella nostra esistenza. Egli infatti che è il padrone della vigna, vuole il. bene della vite: «Ogni
tralcio che in me non porta frutto lo toglie, e ogni tralcio che
porta frutto lo pota, perché porti più frutto» (Gv 15,2). Chi rifiuta la
potatura, rifiuta una grazia e si condanna a produrre poco frutto, a
vivere a un livello più basso delle sue possibilità, come abbiamo già detto.
(34)
Insieme con la crisi, dobbiamo anche accettare tutto quello
che essa comporta durante questo cammino nel deserto: la percezione della nostra povertà, dei limiti e delle nostre inadeguatezze e
miserie.
Povertà radicale
Cresce chi fa esperienza della propria povertà radicale
e della immeritata bontà di Dio. È quindi giocoforza accettare i limiti
personali ormai riconosciuti e affidarsi a Qualcuno che è illimitato e che ci offre quella sicurezza che da soli non troviamo. Ma è
possibile fare un salto verso l'Illimitato, verso Dio? Accettare i propri limiti
senza illudersi e senza aver paura?
È solo la grazia preveniente di Dio che ce lo consente: «Tutto
posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). Si tratta quindi di fidarsi della
gratuità di Dio.
È accettando i propri limiti che noi li possiamo superare; è
riconoscendo la nostra radicale impotenza che diventiamo forti, ed è accettando
di dipendere che diventiamo liberi.
Questa è la strategia della grazia, fondamentale nella
vita di Paolo. Essa va dall'accettazione del limite alla libertà interiore: Dio
«non solo ci libera (Gai 5,1) ma ci dà la forza di usare pienamente questa
libertà: "Se voi credete, sarete veramente liberi" (Gv 8,31-32). Un ideale di
perfezione? Molto più, la fiducia data alla Parola dell' Altro, una fede che si
dona e si impegna senza condizioni. Non si tratta più di sottoporsi alla lente
d'ingrandimento per cogliere ogni minimo difetto, quanto piuttosto di lasciarci
attirare da Colui che ha detto: "Attirerò tutti a me"» (Gv 12,32). (35)
Nessuno è in grado di colmare i nostri limiti e di darci un
sostegno durevole. Solo Dio nella sua gratuità ci accetta come siamo e non
guarda alla nostra bontà o valore per offrirci il suo aiuto. Egli è la «grazia-che-salva»,
«Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap
1,5).
Essere accettati. accettarsi - accettare
È questo il cammino della crescita e della serenità personale.
Accettati da Dio, ci accettiamo e riusciamo ad accettare gli altri. Ma
c'èqualcosa che per noi è inaccettabile: i limiti oggettivi della
malattia e soprattutto il peccato. La difficoltà dell'accettazione viene dal
fatto che i limiti esistenziali ci rimandano a un'immagine di noi stessi
inaccettabile.
A questo punto è di fondamentale e prioritaria
importanza per noi stessi fare l'esperienza di essere accettati, proprio
mentre sentiamo in noi qualche aspetto inaccettabile. (36) In realtà non conosciamo veramente la gratuità di Dio e il suo vero amore, se
non quando facciamo esperienza del suo perdono e della sua misericordia.
Siamo così abilitati ad accettarci, a volerei bene:(37)
è la condizione basilare per curare i nostri mali e affrontare le regressioni
che incontriamo nella nostra vita, alle quali, diversamente, non
sapremmo mai dare un nome e un rimedio.
Accettati da Dio e da noi stessi, siamo in grado di accettare
gli altri. Solo quando ci sentiamo amati possiamo amare e accogliere
gli altri: «Noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo» (1Gv
4,10).
Lasciarsi fare
«Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi
dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un
altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Con
il trascorrere del tempo e grazie all'esperienza si passa progressivamente
dal fare al lasciarsi fare, da una vita attiva
e sotto controllo a una vita passiva e ricevuta da Altri. È stata l'esperienza di
Pietro e anche del Battista (Gv 3,30).
Se uno vive coerentemente la sua fede, arriverà un giorno in
cui si renderà conto che vive in modo aggressivo la sua vita, che
nel suo volontarismo sta facendo troppi
sforzi per tenere
sotto controllo
tutto e tutti, che inconsciamente fa violenza a sé e
agli altri e, infine,
che Dio non è più il Signore che regna nella sua vita.
Accettare di lasciarsi fare non è tirare i remi in
barca, ma disporre le vele perché siano gonfiate dallo Spirito di Dio «che
soffia
dove vuole». È questa la fonte dell'equilibrio interiore,
anche se può
essere difficile accettare che il timone della nostra barca
sia in mano
di altri. Certamente questo è tutto meno che quello che si
chiama la
realizzazione di sé. Ma «è bene aspettare nel silenzio la
salvezza del Signore» (Lam 3,26).
6.2. RICONCILIARSI NEL PERDONO E NELLA RIPARAZIONE
Va detto e ripetuto - a scanso di pericolosi equivoci - che quando diciamo accettare non intendiamo affatto «accomodarci» nei nostri limiti e difetti. È solo il primo passo; bisogna camminare avanti, superarsi, autotrascendersi, giungere a quell'io ideale che è l'uomo nuovo risorto con Cristo.
«Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Vi supplichiamo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,17-18.20).
C'è una riconciliazione da fare all'interno di noi stessi con noi stessi e con gli altri, e c'è una riparazione che non si deve dimenticare, perché è parte del perdono dato e ricevuto.
Nulla deve essere buttato
Se l'età di mezzo è un tempo di «straordinaria vulnerabilità
e malleabilità» (Erickson) in cui, anche se con sofferenza, è possibile
rimodellarsi e ricostruire i rapporti, questo è il tempo giusto (kairos)
per accogliere se stessi e gli altri, per perdonare e perdonarsi gli sbagli
fatti e subìti, i peccati, i torti e i fallimenti. Nulla deve essere buttato
via, neppure i peccati: tutto è parte della nuova creazione, in cui anche il
male trova un suo posto per la composizione della nostra storia, come in un
quadro che è fatto di tinte chiare e solari, di chiaroscuri e di tinte
decisamente oscure. Non per nulla la Chiesa nella notte di Pasqua canta: «O
felix culpa». Tutto è grazia.
A partire dal senso di colpa e dai torti ricevuti, dalla
rabbia e dal risentimento, ma anche dalla coscienza del perdono ricevuto, è
possibile rendersi conto del bene che viene dal perdono e, quindi, diventare
compassionevoli e magnanimi.
Affrontare le dicotomie della vita
Una fonte di molte tensioni e conflitti interiori sono le
dicotomie. Esse sono un dato culturale della nostra civiltà occidentale che
caratterizza la nostra vita e che, secondo la visione
tradizionale, da Platone in poi sono state iscritte nella nostra esistenza umana
e cristiana come delle contrapposizioni invece che delle
complementarità: a partire dalla dicotomia teologica (Dio e il mondo),
cosmologica (l'ordine e il caos, la luce e le tenebre, il cielo e la terra),
filosofica (spirito e corpo), psicologica (spiritualità e sessualità),
spirituale (spirito e carne), fino a quella antropologica (uomo e donna),
sociale (classe dominante e proletariato), pastorale (clero e laicato,
evangelizzazione e liberazione ecc.), storica (escatologia e storia) ecc.
A questo punto dell'esistenza uno ha già potuto rendersi
conto
che la vita non è divisibile in compartimenti stagni e che
anche gli aspetti più contrastanti come il bene e il male sono destinati per
questo tempo a coesistere come il grano e la zizzania nella parabola (Mt
13,24-30). Anzi: le diversità non sono dei mali, ma delle potenzialità; non si
devono contrapporre ma comporre; possono diventare momenti di forza, di «sinergia».
La persona che ha estremo bisogno di raccogliere se stessa attorno all'unità
delle cose essenziali, trova qui un cammino da percorrere.
Non si tratta di escludere nulla, ma di includere,
integrare e far collaborare. È quindi questa l'ora di fare sintesi
nella vita e di superare i dualismi contrapposti, lasciandosi guidare dal
vecchio, anche se non sempre utilizzato principio della teologia scolastica:
«la grazia assume e porta a perfezione la natura».
Un atteggiamento contemplativo
Per raggiungere questa nuova sintesi all'interno dell'esistenza e acquisire un nuovo stile di vita è necessario andare più adagio, fare una cosa alla volta, secondo il detto latino: «age quod agis»; assumere un ritmo meno frenetico e più contemplativo nella vita di. tutti i giorni. Un atteggiamento contemplativo consente di sviluppare il senso della gratuità che permette di cercare il bello e il buono per se stessi, e non per quello che essi offrono di vantaggio immediato. Solo così si eviterà una maniera di vivere aggressiva e si raggiungerà quella contemplazione della vita, della storia, della creazione che permette al cuore di respirare. Del resto, a chi è arrivato a 40-50 anni la vita dovrebbe avere insegnato che non può forzare più di tanto; che alla fine ne esce vincitore non chi ha fatto molto, ma chi ha vissuto; che non vale tanto il fare o l'avere, ma l'essere. È importante assumere questo ritmo pacifico fino da questa età: è un atteggiamento fondamentale per accettare la decelerazione forzata della terza età.
Un nuovo ministero
Parte di questa riconciliazione con gli altri è la capacità di dare ascolto agli altri e accompagnarli nel loro cammino. La strada ormai la si conosce... Anche se la sensazione della fatica aumenta e uno potrebbe convincersi di avere delle ragioni più che valide per ritirarsi e stare in pace, un nuovo ministero, importante e terapeutico, ci viene affidato: accogliere - dar tempo - ascoltare - condividere. Noi stessi abbiamo sofferto per non essere stati ascoltati; portiamo in noi le ferite di una mancata comunicazione: per questo siamo abilitati a dare attenzione e comunione agli altri.
Guardare alla morte con serenità
Riconciliati con noi stessi e con gli altri, possiamo a questo punto guardare in faccia e con serenità anche la morte e ogni sofferenza che della morte è come un inizio. (38) A questo punto sappiamo che la morte è una compagna scomoda della nostra vita, che è con noi dal giorno della nostra stessa nascita, una realtà che ci chiama alla responsabilità e alla serietà, ma che deve essere considerata nella sua verità: è un momento di crescita e un nuovo inizio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). La sofferenza e la morte non sono la fine, ma solo un passaggio necessario, doloroso ma fecondo. Esso non va sfuggito, ma vissuto con coerenza, lucidità e coraggio. È la porta della Vita.
6.3. INTEGRARE TUTTO IN UNA NUOVA SPIRITUALITÀ
CHE INTRODUCA
ALLA TERZA ETÀ: LA SAPIENZA DEL CUORE
«Ai tuoi occhi, Signore, mille anni sono come il giorno di
ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. Insegnaci a contare i
nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90,4.12). Chi arriva a
questo punto si rende conto che la vita è stata davvero un soffio sia per la
celerità del suo passare, sia per la fragilità che l'ha caratterizzata.
La parola del Qoèlet: «Ciò che è stato sarà e ciò che si è
fatto si rifarà: non c'è niente di nuovo sotto il sole» (1,9) ci ricorda che abbiamo
bisogno di una nuova sapienza per non cadere nella disperazione a nel cinismo" ma per individuare «le vie del
cuore» (Qa 11,9).
Questa le troverà chi accetta i passaggi difficili della mezza età e li
vive positivamente. E grazie alle vie del cuore entrerà nella terza età
can gioia e speranza.
Tutti ci rendiamo, canta che è impartante invecchiare bene. (39) Sarà passibile per chi arriva alla terza età
dopo aver fatta la
sintesi del meglio, delle sue esperienze, della contemplazione, della fede
fiducia, della compassione, dell'amicizia, dell'accettazione di sé e
dell'altra, della consapevolezza della propria radicale povertà (2Cor 12,9-10)
che diventa la più grande ricchezza e la forza di sintesi nella propria vita.
Questa fase della vita ci fa passare «da una stagione di forza, rapidità, resistenza e produttività a una
stagione in cui altre
qualità
possano, maturare: saggezza, ponderatezza, magnanimità, compassione non sentimentale, larghezza di
vedute». (40)
Per elaborare in modo dettagliata questa spiritualità,
raccogliamo i suggerimenti attorno a tre poli: l'atteggiamento, contemplativo, le
relazioni umane, un cuore di povero.
Un atteggiamento contemplativo che qualifica la vita
È la base di una nuova maniera di vivere che comporta la capacità di vedere al di là delle cose. Essa suppone un radicale mutamento, del nostro, rapporto con le cose e le persone: passare dal possesso alla contemplazione, all'ascolto, alla gratuità.
a) Dare spazio alla contemplazione silenziosa. A questa punto della vita è necessario trovare un modo nuovo, personalizzato, di pregare che diventerà non tanto l'esecuzione perfetta e puntuale di un dovere, ma il bisogno del cuore di restare pacatamente alla presenza di Dia. «Fa' silenzio, e ascolta, Israele» (Dt 27,9). Nel silenzio, passiamo, ascoltare l'Altro e la sua Parola di vita eterna (cf. Gv 6,68) che è «lampada per i passi [dell'uomo] e luce sul sua cammino» (Sal 119,105). La contemplazione non è isolamento, ma solitudine «liberamente scelta come modo di vita equilibrata e serena». (41) La Parola da contemplare non è solo quella consegnata al sacro canone delle Scritture, ma anche la bellezza della creazione e ogni avvenimento, (dabar) che nel sua accadere parta in sé un messaggio, di Dio per l'uomo. Nel silenzio, della contemplazione possiamo, offrire ascolto agli altri, alle loro attese e alle loro invocazioni silenziose. Possiamo, sentire i richiami della storia che «attende con impazienza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria della libertà dei figli di Dio» (Rm 8,21).
b) La capacità di stupirsi e di godere. Dice il Salmo: «Aprimi gli occhi per vedere le meraviglie della tua legge» (119,18). L'atteggiamento, contemplativo, che è il contrario dell'atteggiamento, aggressivo e possessivo, ci permette di gustare la bellezza della natura e di cogliere l'aspetto buono e positivo delle persone e di tutte le situazioni, anche quelle più ambigue e complesse.
c) Un nuovo coraggio per l'azione. L'atteggiamento, contemplativo non ci consente di stare con le mani in mano, davanti a un mondo che attende e cerca la salvezza, anche senza conoscerne il vero autore. Contemplando il manda can la sguardo, commosso di Gesù (Mc 1,41;; 6,34; 8,2) e con il coraggio che viene dalla compassione, intraprendiamo, nuove iniziative per i nostri fratelli. È ancora il tempo, dell'audacia, una nuova audacia che si fonda sull'esperienza e sul cuore.
d) Fedeli e gioiosi nell'attesa. L'atteggiamento, contemplativa diventa la gioiosa attesa del raccolto, la vigilanza attiva che ci fa aspettare non nell'ansia, ma nella fiducia operosa, l'arriva della Sposa e la gioia delle nozze. Così la vita scorre seconda l'indicazione dell'apostolo: «Lieti nella speranza e farti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).
e) E si arriva così a una nuova spiritualità integrata e globale che comprende tutte le dimensioni della vita, che produce «l'uomo saggia» (42) e che, secondo Walter Burghardt SJ, comporta una «relazione d'amare con il Dio vivente, ma all'interna di una comunità»; la ricerca di una vita alla presenza di Dio, ma dentro la storia; una preghiera prevalentemente contemplativa, ma che sia a un tempo frutto di conoscenze intellettuali, di cuore e di voce, un grido che sale a Dio, a «un Dio che mi tocca e che io sento»; una spiritualità eucaristica centrata sul mistero e su una costante azione di grazie che accompagni però fuori della chiesa verso il mondo e prolunghi «l'esperienza della comunione con gli altri "in un solo corpo"»; una spiritualità che inglobi tutti gli aspetti della vita e che «trovi infine nella croce la sua autentificazione, dato che una spiritualità che non sia intimamente inchiodata sul Calvario è un'illusione cristiana». (43)
Curare la qualità delle relazioni umane
Il secondo polo della nuova spiritualità fa riferimento alle relazioni umane, che sono molto importanti a questo punto della vita. Ma va ricordato che questo è il tempo per curare più la qualità che la quantità delle relazioni umane: non qualsiasi relazione umana è buona e costruttiva.
a) Questa è la stagione per legare delle autentiche amicizie fatte di amore oblativo, gratuito, che fa crescere la persona. L'amicizia, che in anni giovanili poteva essere temuta, e non sempre senza ragione, è benefica e, se è vera, toglie la persona dall'amarezza della solitudine, come pure dall'anonimato della folla o dall'eccessiva attività per confermarla nei suoi impegni di vita e, in certi casi (per es. i religiosi) metterla a disposizione di chi è povero d'affetto. «L'amicizia vera, dice p. Bruno Giordani, promuove lo sviluppo affettivo in direzione eterocentrica e quindi verso la maturità e la pienezza di vita». (44) Essa si rivela come la strada della crescita «nell'agape che è contemporaneamente dono di Dio e conquista dell'uomo, che non solo non esclude l'eros e la filia, ma scaturisce dall'armonizzazione con questi modi di amare». (45)
b) Coloro che hanno accettato positivamente di entrare nel travaglio di questa tappa possono ritrovare un nuovo gusto per la comunità, possono cominciare a spendere tempo ed energie per contribuire alla costruzione e al buon andamento della propria comunità, anche perché sentono il bisogno di un chez soi, dove trovarsi tra amici, dove sviluppare quel bisogno di intimità che è proprio di questa fase della vita. Nello stesso tempo sentono anche il bisogno di una comunità dove si vive quella comunione che fa «uscire da un mondo chiuso e fatto di apparenze convenzionali per aprirsi alla verità e ai veri valori della vita». (46)
c) Accettare gli altri senza porre condizioni, come
ciascuno viene accolto da Dio: con magnanimità e compassione. L'esperienza fatta
dei propri limiti, del perdono avuto, della comune storia aiuta a diventare più
generosi nell'accettare gli altri.
Questa è la stagione della magnanimità, in cui si ama
senza condizioni, con un amore che salva e un perdono che guarisce. Ed è anche
la stagione della compassione, quindi dell'empatia, della solidarietà,
dell'ascolto cordiale delle sofferenze altrui. «Vide una grande folla, sentì
compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14). Lo sguardo pieno di
compassione di Gesù gli fa vedere quello che nessun altro vede e lo porta a
prendersi attivamente cura di chi ha bisogno.
d) In questo atteggiamento di comunione, condivisione e di compassione sta la possibilità di farsi compagno di viaggio (come Gesù con i discepoli di Emmaus: Lc 24,15) per accompagnare gli altri sulla strada della vita e diventare per loro quello specchio che permette di conoscersi e offrire loro quella saggezza che la vita a poco a poco ha insegnato.
Nasce così una nuova saggezza: quella del povero amato e del peccatore perdonato
a) Chi nel corso della mezza età è riuscito ad assumere tutta
la sua realtà e i suoi limiti, chi si è messo in pace con se stesso e con gli
altri, riceve il dono dell'autentica povertà di spirito che gli fa
sentire che tutto sta nelle mani di Dio e che, in fin dei conti; l'uomo vale
nella misura in cui è amato da Dio e da lui perdonato. Questa è la radice della saggezza, «la scienza dei semplici», come la
chiama il filosofo Nicola Abbagnano, (47) quella di coloro che hanno raggiunto
l'essenziale nella vita. Di qui viene una pacatezza, che diventa tolleranza per
chi sbaglia, mitezza e accoglienza per tutti. La coscienza della propria povertà
rende liberi per vedere la storia in modo realistico, ma spinge anche
all'impegno per la giustizia e alimenta una grande speranza per il futuro,
quella di costruire la pace. Questo è il cammino evangelico delle beatitudini.
Si rivela molto saggio e vero il proverbio irlandese che
dice: «Ogni santo ha il suo passato e ogni peccatore il suo futuro».
b) Lungo questa tappa, come nota acutamente il cardo Carlo
Maria Martini, (48) si impara «a contare i propri giorni e si giunge alla sapienza
del cuore (Sal 90,12), la consapevolezza amorosa e riconoscente della vita come
dono, della vita così come è adesso, mentre scaturisce dal Padre, come
misericordia e pazienza [...]. Questa contemplazione è l'inizio di ogni
autentica religiosità e ne è il continuo nutrimento. Senza di essa tutta la
costruzione religiosa rischia di essere artificiale».
Questo cammino è illuminato dall'esperienza di Dio il cui
sguardo ci fa vivere: «Dio vede, ossia volge la sua faccia verso l'uomo e con
ciò stesso dà all'uomo il suo proprio volto. lo sono me stesso proprio perché
egli mi vede. L'anima vive dello sguardo d'amore che Dio rivolge su di lei». (49)
Le persone approfondiscono la loro esperienza religiosa di
Dio, dalla quale dipende l'impostazione e la qualità della vita; crescono nella
capacità di visione sapienziale; superano quell'aridità del cuore
che - sempre secondo il cardinale Martini - è il contrario della conoscenza
cordiale di Dio e che comporta «un certo accecamento pratico di cui forse non
ci accorgiamo, ma che avvelena tutta la vita
rendendola amara, scettica, faticosa, pesante da portare, pur
se qua e là ci sono avvenimenti buoni, belli, favorevoli».
Non è raro vedere appunto - alla luce del suo contrario -
come la sapienza del cuore non sia sempre raggiunta. Tutti conosciamo
quelle persone, anche anziane, con cui tutti sarebbero disposti a passare una
vita e - per converso - quelle persone che sono inevitabilmente destinate a far
fuggire chiunque le avvicini.
Per non dire che l'aridità di cuore può diventare una forma
di ateismo pratico che, secondo il cardo Martini, «può essere presente e
contiguo con esercizi di pratiche religiose».
c) Grazie all'ascolto del loro cuoreso queste persone
riescono a «contare i loro giorni» e a valutare i dati della vita in modo più
profondo e più vero; davanti al male non si disperano, ma trovano il coraggio
per cambiare quello che si può cambiare e la serenità per accettare quello che
non si può cambiare; restano incantati e stupiti come bambini davanti alle
bellezze della creazione e della storia; rendono grazie e lodano, ridono e
piangono condividendo i loro sentimenti con gli altri (Rm 12,9-21),
E si rendono conto che questa stagione di mezzo dai colori
già sfumati è tuttavia come il primo autunno, quando si annunciano i primi
frutti maturi; una stagione che è bella e interessante, forse la più ricca della
vita, una stagione che ha il suo fascino, come la gioventù.
d) Ma, soprattutto, si sentono dei poveri felici e fortunati
che hanno affidato le loro sorti alle mani amorose di Dio «che vede l'affanno e
il dolore, che tutto guarda e prende nelle sue mani» (Sal 9-10,35); alla cura di
un Pastore che li conosce personalmente e che è pronto a offrire per loro la sua
vita (Gv 10,11.14).
Sono pieni di fiducia e possono dire con Paolo: «Chi ci
separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la
persecuzione...? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di
colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37).
Questa è la fonte della sapienza e la ragione della pace.
NOTE
* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento al Trimestre sabbatico dei Missionari Saveriani e dell'USMI nel settembre 1991; rivisto nel marzo 1994 per le Missionarie di Maria e nuovamente rielaborato nell'agosto 1995.
[1]
Non ho trovato molti libri in italiano che trattano questo
argomento. Tuttavia si può fare riferimento a: Michel RONDET SJ e Claude VIARD
SJ, La crescita spirituale, tappe, criteri di verifica, strumenti,
Bologna 1988; Romano GUARDINI, Le età della vita, Milano 1992; ID.,
Accettarsi, Brescia 1991; ID., Lettere di Autoformazione, Brescia
1994; Pierre DE LOCHT, «Difficile maturité», in La Vie Spirituelle (mai-juin
1993), 363-371; Amedeo CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, Bologna 1987,
69-138; Charles A. BERNARD, Teologia Spirituale, Cinisello Balsamo 1989,
473-491; Walter J. BURGHARDT SJ, Seasons that Laugh and Weep, Musings on the
Human Journey, New York 1983; Jean-François CATALAN SJ, Expérience
Spirituelle et Psychologie, Paris 1991; Luigi DI CANDIDO, «Crisi», in
Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, 336-353; René VOILLAUME,
Sulle strade del mondo, Brescia 1960, 3-22; Giuseppe SOVERNIGO, Vivere la
carità. Maturazione relazionale e vita spirituale, Bologna 1992; Bruno
GIORDANI, La donna nella vita religiosa, Milano 1993; Giovanni SALONIA,
Kairos, Bologna
1994; Mary BATCHELoR, 40 anni e più, Paoline, Milano
1995.
[2] Cf. G. DELLlNG, «kairos», in Grande Lessico del Nuovo
Testamento, III, 1364ss.
[3] Si veda infra, paragrafo 2.
[ 4] Si veda infra,
paragrafo 3.
[ 5] Si veda infra, paragrafo 4.
[ 6] Si veda infra,
paragrafo 5.
[ 7] Si veda infra, paragrafo 6.
[8] Citato da DE LOCHT, «Difficile maturité», 368.
[9] Cf. François VARILLON, Vivre le Christianisme, Paris
1992, 278-284.
[10] «Non resta allora che l'immobilismo rigido, l'impossibilità
di cambiare, la paura del rischio. Si potrebbero evocare qui certe forme d'integrismo. Uno resta fedele, sì, ma fedele a un'immagine e, quindi, rifiuta
la vita che cresce verso il futuro.
Una tale maniera di immaginare la perfezione conduce
facilmente al legalismo e al fariseismo. Osservare la legge alla lettera: ecco
l'ideale di quelli che il Vangelo chiama i farisei» (CATALAN, Expérience
Spirituelle et Psychologie, 120).
[11] Citato da BERNARD, Teologia spirituale, 474.
[12] Cf. Progetto Formativo dei Frati Minori Cappuccini
italiani, Bologna 1993, 28-30. È forse il primo progetto formativo che tratta ex
professo questi problemi dell'età adulta di mezzo e della tarda età adulta (sezioni
II e III della parte seconda: «La Formazione permanente»).
[13] GUARDINI, Le età della vita, 82.
[14] BERNARD, Teologia spirituale, 474.
[15] Pierre TEILHARD DE CHARDIN parla di «passività», cioè di
momento di stallo o
di apparente perdita che noi stessi incontriamo nell'esistenza:
sconfitte, fallimenti,
malattie, debolezze, età avanzata ecc. Sono tutti limiti
necessari al nostro pieno sviluppo umano, non meno di quanto lo sono le forze attive
(cf.
Ambiente Divino II,3, citato da Paola MOSCHETTI, «Capacità di attesa», in
Testimoni 15[1994], 9).
[16] «In tempo di desolazione non si facciano mai mutamenti,
ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano il
giorno precedente a tale desolazione o nella decisione che si aveva nella
precedente consolazione» (sant'IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi Spirituali,
edizione a cura di Pietro SCHIA VONE SJ, Cinisello Balsamo 1988: «La regola
sulle emozioni dell'anima», n. 318, 227).
[17] DE LOCHT, «Difficile maturité», 368.
[18] Cf. CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, 69-79.
[19] CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, 81; per tutta la
descrizione di questa fase si vedano anche 81-90.
[20] Cf. DI CANDIDO, «Crisi», 336. Nel Progetto Formativo
dei CAPPUCCINI la crisi è così descritta: «Se la maturità consiste nel
sentirsi "a casa propria" con se stessi, con i fratelli e con l'ambiente, ciò
esige un itinerario di continua conversione e di crescita che comporta sempre il
travaglio profondo del "perdere per ritrovare", del "morire per risorgere".
Specialmente in determinate situazioni esistenziali tutto ciò produce
smarrimento e sofferenza che noi siamo chiamati a vivere con francescana
serenità. Anche le situazioni di "stasi" vanno vissute con la pazienza dell'uomo
evangelico che sa attendere, vigilante e fiducioso, il maturare dei frutti.
Accogliamo ogni crisi della vita come occasione positiva di interiore crescita»
(19).
[21] SALONIA, Kairos, 60.
[22] CENClNI, Amerai il Signore Dio tuo, 91-138.
[23] È parte della tradizione cristiana il genere
autobiografico (per es. Agostino, Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila, Teresa di
Lisieux, Giovanni XXIII). La rilettura della propria storia è diventata un
prezioso strumento di crescita spirituale non solo per chi l'ha scritta, ma più
ancora per i futuri lettori. Dopo l'iniziale esitazione tutti hanno testimoniato
di averne tratto un vero profitto spirituale. Il passato ha suscitato in loro un
profondo senso di azione di grazie, anche quello che poteva essere segnato dal
dolore della colpa, come, ad es., le Confessioni di AGOSTINO.
[24] VOILLAUME, Sulle strade del mondo, 7-13.
[25] RONDET e VIARD, La crescita spirituale, 26.
[26] BERNARD, Teologia spirituale, 477.
[27] DE LOCHT, «Difficile maturité», 369.
[28] SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Costituzioni X, 3, citato da BERNARD, Teologia spirituale, 475.
[29] BERNARD, Teologia spirituale, 480.
[30]
Romano GUARDINI in Le età della vita parla delle
crisi del limite e del distacco
(67-73 e 73-79).
[31] Si veda supra, paragrafo 3.1.
[32] «L'età adulta di mezzo vede il compiersi di vari progetti
fraterni, ecclesiali,
professionali e assiste con serenità all'alternanza di
soddisfazioni e frustrazioni particolarmente nel periodo di transizione alla
tarda età adulta» (Progetto formativo, 29).
[33] Cf. GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 16.
[34] Si veda supra, paragrafo 2.
[35] CATALAN, Expérience Spirituelle et Psychologie,
123-124.
[36] «Lo sapete che significa essere investiti dalla grazia? Noi
non possiamo tra
sformare la nostra vita se non permettendole di essere
trasformata dalla grazia. Questo può avvenire o non avvenire. È certo che esso
non accadrà fintanto che cerchiamo di costringere la grazia a venire da noi e
neppure finché nel nostro autocompiacimento pensiamo di non averne bisogno. La
grazia viene invece quando ci troviamo in una grande sofferenza e inquietudine. Ci investe quando, anno
dopo anno, una perfezione a lungo sognata tarda ad apparire; quando vecchie
passioni regnano ostinatamente in noi per molto tempo; quando la disperazione
distrugge ogni gioia e coraggio. A volte proprio in quel momento un raggio di
luce irrompe nelle nostre tenebre e sembra di udire una voce che dice: "Tu sei accolto, sei
accettato!", da parte di uno più grande di te, il cui nome ti è sconosciuto. Non chiedermene
il nome, lo scoprirai magari più avanti. Ora non far nulla, lo farai semmai più
avanti. Non cercare nulla, non fare nulla, non fissarti in null'altro, ora. Accetta in tutta
semplicità il fatto di essere stato accolto, accettato. Quando questo ci capitasse, avremmo
fatto l'esperienza della grazia» (Paul TILLlCH, "You Are Accepted», in The Shaking
of the Foundations, New York 1948, capitolo 19).
[37] Joseph RATZINGER, Guardare Cristo, Milano 1989,
77-79.
[38] «Se e come questa [crisi della mezza età] verrà superata,
dipende dal modo in cui si accetta la prospettiva della morte e si segue
l'indicazione contenuta nella caducità e nella labilità delle cose» (GUARDINI,
Le età della vita, 76).
[39]
Nicola ABBAGNANO dà alcuni suggerimenti per uscire dalla
tristezza e per usare bene il tempo al momento della mezza età e della
vecchiaia: dare affetto e cura
all'altro; coltivare le amicizie; passare del tempo assieme
agli altri; coltivare interessi
culturali e artistici; pregare (La
saggezza della vita, Milano
1994, 100-102).
[40] BURGHARDT, Seasons that Laugh and Weep..., 71.
[41] ABBAGNANO, La saggezza della vita, 109.
[42]
GUARD1Nl, Le età della vita, 77-81.
[43] BURGHARDT, Seasons that Laugh and Weep..., 87-94.
[44] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 244.
[45] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 245, che
continua dicendo: «Per questo il processo evolutivo dell'affettività si può considerare
come un cammino che inizia con un amore goloso, captativo, egocentrico per
orientarsi verso un amore tenerezza, un amore eterocentrico. Questo cammino di
liberazione non è facile. Esso è punteggiato di progressi seguiti da pause o da regressioni,
da successi e da insuccessi, da slanci, da entusiasmi e da blocchi».
[46] ABBAGNANO, La saggezza della vita, 94.
[47]
«Sono proprio i limiti che la vita umana incontra da ogni
parte, l'incertezza e
la difficoltà del destino, le cose che rendono possibile la
saggezza e la esigono per essere affrontate con successo» (ABBAGNANO,
La saggezza della vita,
43). E GUARDINI
(in Le Età della vita, 77-79) parla dell'«uomo saggio»
come di colui che ha superato
bene la crisi del distacco, la labilità delle cose, la paura
della morte, «colui che è conscio della fine e l'accetta» (77); cresce in lui la
pacatezza e la capacità di superare l'angoscia e la fretta di vivere; cerca l'eterno, che non è ciò
che continua quantitativamente; e l'eterno viene accettato nella caducità accettata
(78-79).
[48] Carlo M. MARTINI, Il predicatore allo specchio, Milano
1986, 18-19.
[49] Romano GUARDINI citato da Jean LAFRANCE in Prega il Padre
tuo nel segreto, Milano 1983,20.
[50] Un libro che aiuta a riflettere sulla crescita interiore
della persona e sullo sviluppo di una adeguata spiritualità è: Va' dove ti
porta il cuore di Susanna TAMARO, Milano 1994. Il suo successo editoriale (16
edizioni in pochi mesi) mostra come esso abbia saputo interpretare il sentire
della nostra generazione.