PICCOLI GRANDI LIBRI   GABRIELE FERRARI   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
RELIGIOSI E FORMAZIONE PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta

 Edizioni Dehoniane, Bologna 1998

1 «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12)


La contemplazione: 
un cammino verso Dio e verso se stessi; un prolungato amoroso sguardo alla realtà

1. LA PREGHIERA NELL'ETÀ DI MEZZO
2. DIFFICOLTÀ SUL CAMMINO DELLA PREGHIERA 
3. LA PREGHIERA SEGUE LA DINAMICA DELL'AMICIZIA
4. UNA STRADA VERSO LA CONTEMPLAZIONE
4.1. I quattro elementi della contemplazione 
4.2. Alcuni suggerimenti per sviluppare l'atteggiamento contemplativo e disporsi alla preghiera del cuore .

3 L'amicizia delle persone consacrate: è possibile? come si esprime? 

4 Il ministero pastorale: aiuto per la crescita personale o fonte di disfunzioni? 

5 La direzione spirituale

6 «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15)

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La contemplazione: 
un cammino verso Dio e verso se stessi;
un prolungato amoroso sguardo alla realtà

Riflessioni sul come affrontare questa sfida della «mezza età» per imparare di nuovo a pregare per impostare la vita in modo contemplativo*

Tra le dimensioni caratteristiche delle stagioni della mezza età abbiamo notato il bisogno dell'intimità con gli altri, un cammino che prepara e implica anche una rinnovata visione della preghiera, la quale altro non è se non un intimo rapporto di amicizia con Dio, secondo la definizione di Teresa d'Avila. (1)
La contemplazione non è di per sé un compito specifico di questo periodo, dato che la preghiera non è tipica di alcuna stagione in particolare, anzi, dovrebbe caratterizzare tutta l'esistenza umana. Ma, come ogni stagione ha le sue caratteristiche, anche la preghiera segue i mutamenti della esistenza e ad essi si adatta. Dopo la preghiera volitiva e «giovane» (attiva) della prima età adulta, viene quella «ponderata» (passiva) dell'età di mezzo. L'età di mezzo è una stagione segnata dalla «crisi», che non si supera se non attraverso un rinnovamento dell'interiorità (Pierre de Locht) e quindi dell'orazione.
Scopo di questo capitolo non è solo fare un appello per la preghiera o un'apologia della preghiera, ma mostrare che dalla corretta impostazione di una vita di preghiera tutta la nostra vita viene rimodellata e rimessa sui cammini dell'età di mezzo per ritrovare la dimensione contemplativa dell'esistenza, che è condizione e frutto dello spirito di orazione. (2)

1. LA PREGHIERA NELL'ETÀ DI MEZZO

Che cosa caratterizza la preghiera della età di mezzo? Non è semplice rispondere a questa domanda, perché ogni persona a questo punto sta già percorrendo - con maggiore o minor successo - il suo cammino ed è impensabile fare delle analisi e offrire delle ricette valide per tutti. Eppure è necessario e, in una certa misura, decisivo trovare una risposta e farsi un progetto che sia conseguente.
A questo punto della vita si attenua la preoccupazione di fare qualcosa che è tipica della prima età adulta. Questo vale anche per l'orazione, che è un cammino che porta a Dio. Stando alla presenza di Dio l'orazione permette al nostro cuore di trovare la pace. «Tutto l'essere di chi prega può fissarsi sull' Altro, aprirsi a Dio che è Amico
e Amore permettendo a Dio di attirare a sé chi prega». (3) Nel corso della «mezza età» la preghiera da dovere tende a diventare bisogno del cuore.
Da quanto abbiamo raccolto nella nostra indagine, abbiamo visto che la «mezza età» è una stagione di deserto, in cui la strategia vincente è quella di arrendersi; è un tempo di solitudine interiore in cui si sente il bisogno di un Altro; una stagione in cui siamo invitati a trovare la composizione delle tensioni passate dentro una nuova prospettiva esistenziale fatta di tolleranza e compassione, di
perdono e amore per tutti; un periodo che ci porta ad accettare la realtà con i suoi limiti, e a guardare con misericordia la condizione umana.
Queste affermazioni fanno già intuire molte delle caratteristiche della preghiera in questo tempo. Non si tratta soltanto di trovare la combinazione della preghiera e dell'azione, (4) ma di trovare uno stile di vita coerente con la preghiera di presenza davanti a Dio e di contemplazione che «trasfiguri» in modo contemplativo la vita e le conferisca una mistica «dagli occhi aperti», ossia la capacità di leggere ovunque e sempre la presenza amorosa di Dio.

a) Tempo di deserto: la preghiera non è facile, è la preghiera della «notte», quando Dio vuole farci fare un passo avanti e per questo ci toglie le prime consolazioni; quando le circostanze della vita portano a sentire piuttosto la durezza del cammino; quando, come Elia, diciamo: «Prendimi, Signore, non sono migliore dei miei padri» (1Re 19,4); ma anche quando, ancora come Elia, veniamo aiutati dalla Provvidenza di Dio, senza che possiamo renderci conto da dove viene concretamente il suo aiuto; quando vorremmo vedere il volto di Dio e solo ci è concesso di «uscire e stare alla presenza del Signore» (1Re 19,11), di sentirne il passaggio come un «silenzio sottile» (1Re 19,12), come la brezza pomeridiana.

b) Tempo di deserto e quindi .tempo di liberazione e di ritorno a Dio, di rinnovamento dell'alleanza sponsale con Dio (Os 2,4-25). Lo Spirito ci porta, come ha fatto con Gesù, nel deserto «per essere tentati dal diavolo» (Mt 4,1), perché, rifiutando gli idoli del mondo, ci consegniamo fiduciosamente a Dio e alla sua Parola. L'abbandono in Dio nel ricordo del cammino percorso con lui (cf. Dt 8,2.18; 9,7 ecc.) e la lode, che è azione di grazia e professione di fiducia (5) sono gli atteggiamenti che JHWH attende dal suo popolo. Questo è tempo «di una più profonda intimità, in cui si sviluppa l'amore, lo si approfondisce e lo si condivide». (6) Il popolo invece non si fida e vorrebbe guidare «a vista» il proprio cammino verso la terra promessa, dove neppure Mosè riuscirà a entrare, malgrado abbia potuto vederla dal monte Nebo.

c) Tempo di deserto, nel quale altro non resta da fare che fidarci, «credere» in Colui che ne conosce i sentieri, sui quali rischieremmo di perderci se egli non ci seguisse con la sua azione provvidente. La sua Parola che ci guida nel deserto è la manna (Dt 8,3), è l'acqua viva che sgorga dalla roccia (Dt 8,15; Nm 20,8), è l'alleanza che Dio non disdice più. «Fa' silenzio e ascolta, Israele!» (Dt 27,9): il nostro Dio è un Dio che parla e che afferma costantemente la sua «alterità». (7) Noi possiamo vedere che il suo Amore ci guida (Dt 7,8.9.13). Così la nostra sarà la preghiera del pellegrino che non «mormora» più, che crede e segue fiducioso Dio.

d) Tempo di accettazione e riconciliazione delle contraddizioni, tempo quindi della compassione per i limiti delle persone, tempo di misericordia, di tolleranza, grazie proprio alla visione più ampia e comprensiva della complessità della storia umana che caratterizza questa stagione. L'orazione si fa contemplazione della realtà, non per chiudere gli occhi sul male, ma per ritrovare quei sette mila che non hanno piegato le ginocchia davanti ai Baal (1Re 19,18), per scoprire i germi di bene che sono seminati dallo Spirito ovunque, anche nelle situazioni meno propizie. Tempo di compassione e di speranza. Preghiera di solidarietà con i più «lontani», con i peccatori e con tutti quelli che «fanno fatica» come quella di Abramo (Gen 18,23) o di Mosè (Es 32,11-14.31-32).

e) Tempo di ricupero della propria identità, di inizio di una nuova fase nella vita: preghiera quindi di riconoscente contemplazione del disegno di Dio nella nostra vita, di quella «grazia» che ci basta e che è speranza per il futuro (2Cor 12,9) per andare avanti pur nella coscienza delle nostre fragilità, di quella gratuità che ci fa superare la cupidigia e l'aggressività presenti in noi.

In conclusione possiamo dire che la nostra preghiera si svilupperà in sintonia con il cammino di crescita della «mezza età» nella misura in cui sarà preghiera di abbandono fiducioso in Colui che ci ama, un lungo amoroso sguardo che dalla realtà risalirà fino alla Realtà invisibile, nella misura in cui tenderà a diventare in modo permanente una sosta silenziosa per ascoltare, per ammirare e ringraziare, per riconoscere Dio presente nella nostra storia. Dopo la lotta nel cuore della notte sulla sponda del fiume Iabbok, Giacobbe, il furbo imbroglione, diventa Israele, il mistico cercatore dell'intimità con Dio, che ne vuol conoscere il nome, colui che «ha visto Dio faccia a faccia senza morire» (Gen 32,30-31).
A questo punto della vita se non ritroviamo la preghiera semplice del cuore, se continuiamo invece a forzare il passo, rischiamo di stancarci della preghiera con tutte le ovvie conseguenze per la nostra vita. Secondo san Giovanni della Croce il segno che siamo chiamati a questa preghiera è il bisogno di una preghiera semplice e tranquilla fatta di «contemplazione oscura». (8) È quella che i mistici chiamano la «preghiera di quiete» o la «preghiera del cuore». (9)

2. DIFFICOLTÀ SUL CAMMINO DELLA PREGHIERA

È curioso notare che, forse, mai come oggi si parla tanto di contemplazione, di preghiera del cuore, di preghiera profonda; mai come oggi la gente sente il fascino e il bisogno della meditazione e del silenzio; e questo in mezzo a una società segnata dal chiasso degli stadi e delle discoteche. Così, per contrasto e per un bisogno ben comprensibile di silenzio, molti vanno in cerca di chi sveli loro i segreti delle grandi religioni orientali, che sembrano più rispondenti al bisogno di interiorità, e di chi li introduca alle tecniche della meditazione. (10)
Sul versante dei religiosi notiamo che spesso tra loro il discorso sulla preghiera e sulla contemplazione viene coperto con un silenzio di pudore o volutamente messo da parte, per paura di cadere in forme spiritualistiche disincarnate oppure per il timore di non tenere il passo sul cammino dell'orazione. E, quando se ne parla, tutti temono il rischio di creare attese tanto false quanto irraggiungibili che rischiano di scoraggiare coloro che non si credono in grado di raggiungere i livelli proposti o immaginati. Nel corso della prima età adulta (30-45 anni) il troppo lavoro lascia poco spazio per sé e per Dio e porta spesso a una specie di eclissi del senso della preghiera e alla convinzione di non farcela a progredire verso la contemplazione.
Questo è l'effetto della particolare situazione della prima età adulta, ma anche di un'idea sbagliata della contemplazione. Per molti parlare di contemplazione fa scattare degli stereo tipi mentali che evocano i monaci chiusi nei loro conventi oppure delle persone fuori dalla storia che, come nuovi esichiasti, attendono di essere introdotti nella contemplazione attraverso la quiete assoluta e il distacco da ogni impegno temporale, in un misto di quietismo e di accidia spirituale. Si tratta - chiaramente - di schemi riduttivi e ingiusti.
Molti non credono che «la contemplazione non è solamente una forma di preghiera, ma la radice di tutta l'attitudine teologale, l'essere orante» (11) e che essa è un dono che Dio concede a chi con «costanza e regolarità» percorre il cammino della sequela e della ricerca di lui, come dice l'autore dei Racconti del Pellegrino russo.
La preghiera contemplativa è un dono che certamente Dio vuole fare, qualcosa che per questo deve essere accessibile, di cui tutti hanno bisogno per ricostruire la loro personalità. E ciò deve essere ancora più vero oggi, quando tutto tende a distrarre e frammentare le persone, impedendo loro di essere coscienti di quello che stanno facendo («Quando mangi un'arancia, mangia un'arancia», insegnava un maestro Zen), rendendo le incapaci di sentirsi amate e di amare, in una parola, di vivere in pienezza. (12)
Non è poi tanto raro il caso che certi abbandonino il cammino della preghiera perché stanchi, perché passano per la cosiddetta aridità. Sono esperienze familiari per chi arriva alla mezza età, normali, perché è di per sé normale non sentire la presenza di Dio!
Altre volte la voglia di pregare si spegne per mancanza di fiducia in essa (dopo tanti anni di tentativi non se ne vedono i frutti) o per mancanza di costanza (ci si fa prendere da altre cose e non si persevera nel cammino).
Altre volte infine l'aridità su cui si arena la preghiera è solo dovuta al fatto che la persona ha ormai esaurito le potenzialità di una forma di preghiera e non si rende conto che è ora di passare a un'altra, alla preghiera silenziosa, alla pura presenza davanti al mistero di Dio, in una parola: alla preghiera del cuore. (13)
Certo, la contemplazione soffre oggi del contrasto con la visione «mondana» dell'attività, considerata come la migliore espressione dell'essere umano e il criterio-base del suo valore. E questa difficoltà sembra essere - paradossalmente - rinforzata dalla Chiesa che, mai come in questi ultimi tempi, ha offerto dei pressanti inviti all'azione, per. costruire un mondo nuovo fondato non più sulle strutture del peccato, ma su quelle della grazia. (14) Non è casuale la denuncia di neo-pelagianesimo risuonata recentemente nella nostra Chiesa.
Per concludere: nel corso della «mezza età», malgrado le difficoltà esterne e interne, si deve imparare di nuovo a pregare, cercando un metodo di preghiera adatto che permetta di stare davanti a Dio. Ne suggeriamo uno legato alla dinamica dell'amicizia/intimità (§ 3) e un cammino semplice di contemplazione (§ 4).

3. LA PREGHIERA SEGUE LA DINAMICA DELL'AMICIZIA

Per comprendere la natura della preghiera è utile accostarla all'amicizia e interpretarla alla luce della dinamica di quest'ultima.
Scrive H. Urs von Balthasar che la preghiera «è qualcosa di più di un atto esteriore fatto per dovere, un atto per mezzo del quale diciamo a Dio cose che egli già sa, un atto di presenza quotidiana davanti a un Sovrano che attende, mattina e sera, un atto di sottomissione da parte dei suoi sudditi. La preghiera è un incontro tra Dio e l'anima [...] che può essere considerato una conversazione [con-versari significa stare insieme]. La preghiera è un dialogo, non è un monologo recitato alla presenza di Dio». (15)
E A. Pigna aggiunge: «Come gli apostoli hanno imparato a pregare contemplando Gesù che pregava e ascoltando le parole con cui insegnava a farlo (Lc 11,1), così anche la nostra preghiera comincia con la contemplazione di Gesù e con l'ascolto delle sue parole. Per poter pregare come Gesù è necessario penetrare nel suo cuore ed entrare in sintonia con lui. [...] La preghiera cristiana, in quanto coinvolgimento nel rapporto di amore che il Figlio stabilisce con noi, acquista una dimensione essenziale fraterna e sponsale. [...] Al rapporto filiale con il Padre va aggiunto il rapporto amicale, sponsale e fraterno con Gesù». (16)
Tutti abbiamo fatto esperienza che, all'inizio, l'orazione può essere sentita come un dovere che, poco alla volta, con il crescere dell'amore può diventare un piacevole dovere. Se è autentica, essa tende a diventare un bisogno del cuore che fa passare gratuitamente del tempo insieme con l'amico, come l' «amico dello sposo che è presente e ascolta ed esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29). La preghiera è il bisogno di «stare seduti ai piedi di Gesù in ascolto» (Lc 10,39) come Maria di Betania. Certamente, finché la preghiera è sentita come un dovere, non sarà difficile né raro che la si lasci, per riprenderla magari a causa di sentimenti di colpa o, ancora, perché «si deve». La preghiera richiede ovviamente anche disciplina, perseveranza e fede, ma deve essere considerata soprattutto come un dono. (17)
Scrive il cardo Basil Hume che questo dono viene solo da Dio: «Lui solo e nessun altro lo può far accadere. Ma non accadrà se uno non rimane là fedelmente, cercando di elevare la sua mente e il suo cuore a Dio. Quante volte arriva questo nella vita? Forse una volta ogni quarant'anni. Che posso dedurre da questo? Uno dei più importanti princìpi della vita spirituale: io sono lì non per trame dei benefici per me stesso, ma per esserci, per dare e per essere presente davanti a Dio». (18)
«Dieu est inutile», dice con espressione abbastanza cruda, ma vera, p. Varillon (19) per far comprendere che si deve pregare in modo gratuito. Stare alla presenza di Dio è il vero senso della preghiera del cuore: «Preghiera del cuore è mettersi con semplicità davanti a Dio in un profondo silenzio interiore lasciando da parte parole, pensieri, immaginazione, aprendo a lui l'intimo più profondo del nostro essere e sforzandoci solo di amare». (20)
Come l'amicizia inizia con delle conversazioni che si riferiscono a interessi comuni, per passare in un secondo tempo alla condivisione dei sentimenti e della vita interiore e giungere in un terzo stadio alla gioia di passare del tempo insieme godendo nel silenzio la bellezza e l'amore che i due sentono l'uno per l'altro, così la preghiera, (21) iniziata in un primo periodo della vita per dovere personale o comunitario con la preghiera vocale, diventa successivamente meditazione e preghiera affettiva (colloquio), per giungere poi alla preghiera della contemplazione, dello stare insieme nel silenzio e nella gioia della compagnia, dove è lo Spirito soprattutto quello che prega. (22) Lettura, meditazione, orazione (colloquio) e contemplazione sono i momenti essenziali della lectio divina che non sono che «momenti diversi di questo nostro penetrare nel mistero dell'amore che Dio ci porta e con il quale ci avvolge». (23)
Attraverso le prove dell'aridità e della notte Dio purifica la nostra preghiera e la nostra vita. È una esperienza comune dell'età di mezzo che si riferisce alla preghiera e, più in generale, alla vita. Ma di solito ci vuole molto tempo per comprendere che l'intimità a cui ci chiama, fatta più di silenzio e di ascolto, più di passività («lasciar perdere», «lasciarsi fare») e meno di attività, ha poco - seppure ha qualcosa - da spartire con le nostre possibilità e virtù, mentre invece ha molto da vedere con Dio e con il suo incondizionato amore per noi.
L'ideale dell'orazione del cuore può sembrare troppo alto, tenuto conto della nostra miseria. Ma «alla fine la preghiera si riassume in questo: sentirsi oggetto dell'amore di Dio e lasciarsene permeare, sapersi figli di Dio e abbandonarsi alla gioia di questa esperienza rispondendo, come Gesù e nel suo Spirito, con fiducia e tenerezza senza limiti: "Abbà, Padre!". Sì, la S. Madre [Teresa d'Avila] aveva visto giusto: "La preghiera non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare,,». (24)
Neppure il nostro peccato può bloccare il cammino verso questo rapporto che è «il più alto avvenimento trinitario della vita di un cristiano». (25) Esso ci rende solo più coscienti del bisogno che abbiamo di Dio e ci riporta subito a lui. Quello che conta è di essere ben fondati nell'umiltà. Il peggio che ci può accadere, secondo Teresa d'Avila, è di abbandonare la preghiera quando esperimentiamo le nostre debolezze. (26) Anche Paolo aveva la sua «spina nella carne» e, non avendoci detto di che si trattava, ci autorizza a pensare che sia quello che anche noi esperimenti amo come croce, dura e nascosta, della nostra esistenza. Come Paolo possiamo vantarci della nostra debolezza «perché quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10). «I mistici non ci dicono di peccare, ma ci dicono che nella nostra debolezza dobbiamo volgerci a Cristo e soprattutto perseverare con fedeltà nella preghiera "perdendo tempo" con il Maestro. Egli sicuramente ci guarirà come e quando vorrà. Dio vuole che raggiungiamo la piena unione con lui e che così scopriamo a poco a poco la pienezza e la completezza della nostra esistenza. E questo sarà possibile solo se non verremo meno alla fedeltà alla preghiera». (27)

4. UNA STRADA VERSO LA CONTEMPLAZIONE

Abbiamo visto che la preghiera contemplativa non è qualcosa di straordinario, ma il punto di arrivo della preghiera cristiana. La preghiera è lo specchio della vita del singolo (e della comunità): «lex orandi lex credendi (vivendi)». Questo vale anche per la contemplazione. Essa è la radice di ogni preghiera e della vita teologale. La preghiera contemplativa diventa un modo per accostare Dio e la realtà, e produce uno stile contemplativo che ricerca Dio non solo nell'orazione, ma in tutta la nostra vita, diventandone un atteggiamento costante, un «lungo amoroso sguardo alla realtà», secondo la felice definizione del carmelitano W. McNamara. (28) Dalla contemplazione nasce una nuova maniera di vivere segnata dalla gratuità, dalla libertà, dalla oblatività, dalla fiduda, che sono - oltre tutto - i segni della maturità umana e spirituale. (29)
Tale atteggiamento contemplativo penetra tutta la vita e tende a coinvolgere tutta la persona. Dobbiamo purtroppo riconoscere che noi viviamo molto nella nostra testa e poco nel cuore. La nostra formazione scolastica non ci ha allenato alla contemplazione, intesa come «amorosa consapevolezza dell'essere», ma a fare dell'astrazione razionale. (30) Ora, ciò di cui c'è bisogno nell'orazione è proprio «un corazon caliente y nada mas» (Garcia Lorca).
Va forse ricordato che questa dimensione e questo stile contemplativi sono essenziali per tutti noi, sia per chi ha scelto la vita attiva al servizio del mondo come anche per coloro che hanno scelto di stare davanti al Dio invisibile in favore del mondo? (31)

4.1. I QUATTRO ELEMENTI DELLA CONTEMPLAZIONE

Esaminiamo ora i quattro elementi della descrizione di contemplazione: realtà, sguardo, prolungato, amoroso.

Realtà

«Dare un prolungato amoroso sguardo alla realtà, a qualcosa è un atto naturale di contemplazione, di amorosa ammirazione». (32) La realtà da contemplare comprende tutto senza distinzioni e dicotomie, da Dio - che è la Realtà con la «r» maiuscola, così reale che sfugge al controllo dei nostri occhi - fino alla più elementare realtà del mondo creato che è quotidianamente sotto i nostri occhi.
Questa continuità nella realtà è un concetto basilare per comprendere la natura della contemplazione. Tutto partecipa della Realtà e quindi tutto è oggetto di contemplazione: «reale» è quindi una persona che conosco, «reale» è la compagnia della persona amata, «reale» è il povero che soffre ingiustizia e il ricco che non riesce a vederlo, «reale» è il ghiaccio, la neve, il fuoco e la tempesta, il sole, la luna, un tramonto in montagna, un roseto in fiore, l'armonia del Concerto per violino e orchestra n. 61 di Beethoven oppure del Bolero di Ravel... e «realtà» è finalmente e soprattutto il Signore risorto, che pervade con «la potenza della sua risurrezione» tutto il creato. Paradossalmente l'unica realtà esclusa dal campo della contemplazione è l'astrazione. Noi non contempliamo gli astratti universali, ma i concreti singolari.
Se queste realtà sono collegate tra loro, solo se siamo capaci di contemplare «le opere da lui compiute», possiamo presumere di accostarci seppure «per speculum et in aenigmate» (1Cor 13,12) alla contemplazione delle «sue perfezioni invisibili» (Rm 1,20).

Sguardo

Sguardo non significa analisi, discussione, descrizione o definizione. Non significa fare il giro attorno al castello, ma entrarci; significa entrare in comunione con la realtà guardata, contemplata. La Realtà non può essere studiata solo intellettualmente, si deve intuire (= vedere dal di dentro) nella comunione che con essa stabiliamo.
«Guardare» l'acqua di un ruscello non significa in primo luogo conoscerne la formula chimica, ma sentire l'acqua, permettendo le di passare tra le dita della mano e sulla pelle, portandola alle labbra per togliere l'arsura dell'estate; in una parola, permetterle di farsi sentire. Così non è mettendomi a «teologizzare» sulla qualità e le condizioni del valore salvifico della croce che contemplo il Crocifisso, come non è misurando l'altezza, il peso, il colore o il Q.I. di una persona che me ne innamoro, ma lasciando incrociare gli sguardi, lasciando vibrare il cuore...
«Contemplare» - come del resto il «conoscere» nell'accezione semitica del termine - vuol dire «amare», innamorarsi della cosa contemplata. (33) Non per nulla Bernard Lonergan SJ afferma che la fede, l'esperienza religiosa e quindi la preghiera sono «being in love» ossia essere innamorati di Dio. (34)
In questo «sguardo» deve entrare tutta la mia persona, corpo e spirito, non solo il cervello, ma anche i sensi insieme con i sentimenti come la gioia, l'ansia, la paura e la rabbia, il dolore e la tenerezza, così che quando rispondo alla realtà che contemplo, percepisco tutto il mio essere, pienamente cosciente di sé e aperto alla contemplazione del mondo esterno. In questo guardare è in gioco la globalità dell'esperienza e l'interconnessione della realtà, un principio che si coglie in modo del tutto particolare nell'esperienza della mezza età.

Prolungato

Lo sguardo deve essere prolungato, non in termini esclusivamente di orologio, ma in termini di non frettolosità. Contemplare deve essere come un riposare nella Realtà, evitando ogni inerzia o languore, anzi in una condivisione viva e vibrante, che non si lasci guidare troppo dal kronos, ma nella coscienza di vivere un momento di grazia, un kairos. Nel corso dell'ultimo incontro prima della separazione dalla persona amata non si guarda l'orologio, e il tempo corre sempre... troppo veloce!

Amoroso

Questo è l'aspetto o la dimensione decisiva della descrizione della contemplazione. Contemplare non è curiosità, non è studio, non è freddo esame della realtà, non è frutto di un computer che conta e classifica. Contemplare è essere innamorati («being in love»)! Lo diceva già Teresa d'Avila: «L'orazione non è che un fatto d'amore ed è inesatto pensare che non si abbia orazione che quando si disponga di tempo e di solitudine», (35) perché la dinamica dell'orazione non sta nel molto pensare, ma nel molto amare. (36)
La contemplazione non si sofferma - ovviamente - soltanto sulle delizie; comprende anche il male personale e sociale, il peccato e la guerra, la povertà e il razzismo, la malattia e la morte; reale è l'aborto, l' «apartheid» e i missili, i malati di mente e gli affamati. In questi casi la contemplazione si fa compassione e, sull'esempio di Cristo, (37) il buon Samaritano della storia (Lc 10,29-37), diventa amore solidale, forza di cambiamento.
Da questo tipo di contemplazione della realtà viene la comunione con il Dio santo e, in lui, con la creazione di Dio, con il popolo di Dio, secondo la celebre affermazione di Ireneo (Il sec.): «La gloria di Dio è l'uomo vivente e la vita dell'uomo è la visione di Dio». (38) L'interconnessione della realtà porta a una contemplazione che non esclude nessun aspetto della vita e trova ovunque quella presenza di Dio che crea e salva, davanti alla quale sgorga riconoscente la preghiera del cuore.
Di questo atteggiamento contemplativo hanno bisogno oggi la prassi pastorale della Chiesa, la nuova evangelizzazione, la missione e la liberazione, come ampiamente documentato - per esempio
nei Documenti di Puebla. Senza di esso non è immaginabile un'azione pastorale che sia feconda. «Contemplare è guardare attentamente alla realtà e cominciare a vederla come essa è». (39) Tocca a ciascuno di noi «mettere insieme le due realtà, quella interiore e quella esteriore, facendo la connessione tra quello che sta accadendo nel mondo e quello che sta accadendo dentro il nostro cuore». (40)
La contemplazione permette di rimanere in Dio e nel suo amore e, nello stesso tempo, di portare molto frutto, di godere la gioia piena e l'amore di Dio e del prossimo di cui parla il Vangelo di Giovanni al capitolo 15. Una contemplazione piena di compassione è il primo passo per entrare in sintonia con il mondo al quale gli evangelizzatori sono inviati. «La dimensione contemplativa, se centrata su Dio, ti porterà alla passione di fare qualcosa per alleviare la sofferenza del mondo». (41)
Nella tradizione induista propria di Gandhi troviamo espresso lo stesso concetto: «L'antica tensione tra l'azione e la contemplazione è risolta nel fare della contemplazione il cuore dell'azione: Colui che intuisce che la via della rinuncia [il nucleo della satyagraha, la forza della verità, che nasce dalla contemplazione] e dell'azione sono una sola cosa, costui vede la verità». (42)
E nella tradizione cristiana lo stesso concetto è espresso nell'impegno del regno di Dio: «La rivoluzione è il Regno concepito nella contemplazione e dato alla luce nella lotta», (43) secondo la parola del Vangelo: «Fissate il vostro cuore anzitutto nel Regno [del Padre] e nella sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in sovrappiù. Perciò non preoccupatevi del domani: esso prenderà cura di se stesso». (44)

4.2. ALCUNI SUGGERIMENTI PER SVILUPPARE L'ATTEGGIAMENTO
           CONTEMPLATIVO E DISPORSI ALLA PREGHIERA DEL CUORE

1) È necessaria una certa esperienza di «deserto». Esso lo puoi trovare o allestire ovunque perché non è un luogo fisico incompatibile con la «città», ma una modalità interiore che ti dispone alla contemplazione di Dio liberandoti da tante cose inutili. Per chi si trova nella età di mezzo il deserto esige coraggio per entrarvi e perseveranza per resistere; è un'esperienza che dev'essere assunta in maniera intenzionale nel silenzio che è «l'atmosfera spirituale indispensabile per percepire la presenza di Dio e per lasciarsene conquistare». (45) Dal punto di vista della vita spirituale «vivere nel deserto» ti aiuta a essere libero, vigile, recettivo, raccolto; è il luogo della povertà e della speranza.

2) Cammina in compagnia degli altri pellegrini del deserto. Mai come ora è necessaria la compagnia degli altri. Condividi con essi il tuo cammino, le tue paure, ma anche le tue speranze, l'ascolto, l'amore e la compassione che sgorgano dalla tua orazione. Soprattutto non pretendere di camminare senza guida esperta. Non pretenderla perfetta: rischieresti di non trovarla mai, ma acconténtati di quelle persone che Dio ti mette sulla strada; accettane le sollecitazioni: sono inviti a crescere e ad auto-trascenderti. Apprezza chi ha il coraggio di ammonirti e cogli ogni buon esempio attorno a te.

3) Sviluppa anche il senso della festa, della lode e della gratuità. Noi veniamo al mondo pieni di meraviglia ma, andando avanti, perdiamo progressivamente il senso della novità e della unicità delle cose e, soprattutto, della riconoscenza. Dobbiamo risvegliare il «fanciullino» che, nel primo periodo della nostra vita adulta, si è addormentato dentro di noi, stanco del nostro modo troppo razionale e aggressivo di reagire. Ritrova il gusto di fare le cose per se stesse rinunciando al guadagno che ne potresti ricavare. Non aver paura di perdere tempo nella contemplazione delle cose belle. Non sottoporre tutto al microscopio né programmare ogni cosa con il computer. Lascia lavorare l'immaginazione, la speranza e la fede. «Credere che tutto possa essere spiegato, che la realtà sia un semplice affare che solo chiede di essere organizzato per essere dominato» è, secondo Rabbi Heschel, la trappola in cui cadono gli uomini del nostro tempo, per i quali «tutti gli enigmi possono essere sciolti e ogni meraviglia sarebbe solo l'effetto della novità sull'ignoranza». (46)

4) Non voler possedere l'oggetto della tua gioia o del tuo piacere, sia umano che divino, e ancora meno non desiderare di trarre profitto dalla contemplazione: cerca di ammirare nel silenzio e con rispetto. Un uccellino non è più lo stesso quando è trattenuto nelle nostre mani. Gli uccelli sono uccelli solo quando sono in un bosco e si librano sulle loro ali. La parola del Vangelo «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9,24), rivolta ai discepoli di Cristo, è, all'interno di questa logica, chiara e riecheggia in modo sorprendente in una sentenza di Ignazio Silone: «In ogni tempo e in qualunque società l'atto supremo dell'anima è quello di darsi, di perdersi per trovarsi». «Si ha solo quello che si dona» dice Cristina a don Paolo in Vino e Pane. (47) Questo è il vero senso dell'amore verginale, uno dei frutti, oltre che una necessaria premessa, della preghiera.

5) Abìtuati a mettere tutta l'attenzione in quello che stai facendo, secondo il detto latino «Age quod agis». Non fare due cose nello stesso tempo, ma dà tutta la tua attenzione e la sua importanza a quello che stai facendo. Il passato, del resto, è ormai passato e il futuro non ti appartiene. Questo non significa non organizzarsi; significa solo vivere nel presente. Non lasciarti travolgere dall'attivismo che è come una droga che ti impedisce di fissarti sul presente.

6) Fatti amico dei contemplativi, di coloro che hanno passato la loro vita nella contemplazione, leggili con costante fedeltà: la loro compagnia ha molto da insegnarti. Vedi che siano però degli autentici contemplativi, persone in carne e ossa, non neurotici o schizofrenici, vittime delle dicotomie esistenziali, incapaci di essere in sintonia con il tutto dell'universo. Penso a persone bibliche come Abramo, Mosè e Maria di Nazaret che bisbigliano il loro «sì» a Dio nel silenzio; ai martiri del passato e del presente, come Ignazio d'Antiochia, Thomas Moore, Martin Luther King, Dietrich Bonhoffer e Oscar A. Romero; leggi gli scritti autobiografici dei mistici come Agostino, Francesco d'Assisi, Teresa d'Avila, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux ed Edith Stein; leggi gli scritti e la vita dei grandi della carità come Madre Teresa di Calcutta e Jean Vanier, ma anche dei non-cristiani come Lao Tzu, Confucio, Gandhi e Abraham Joshua Heschel; fatti discepolo dei pensa tori contemporanei come Antonio Rosmini, Teilhard de Chardin, Jacques Maritain e Karl Rahner, Henry De Lubac, Hans Urs von Balthasar ecc. Comunicando con persone come queste, ti sarà più facile stare alla presenza di Dio.
Entra in sin toni a con la grande tradizione mistica cristiana orientale e occidentale, quella di Gregorio di Nissa, Antonio il Grande, Pacomio, Meister Eckhart, Hildegarde, Ruysbroeck e Giuliana di Norwich, Caterina da Siena, Angela da Foligno e Serafino di Sarov; ascolta Ignazio di Loyola che guardava le stelle del cielo e andava in estasi o Teresa d'Avila che si incantava davanti a una rosa: tutti loro, anche gli eremiti autentici, erano convinti di dover prendersi cura degli altri, ma tutti erano altrettanto convinti che l'impegno per gli altri sarebbe stato sterile senza una radice di orazione. Quanto più un albero si estende in altezza e larghezza, tanto più laborioso è il suo radicarsi, tanto più lunghe, estese e forti devono essere le sue radici. Se manca una relazione personale con Dio, se si esaurisce lo sguardo prolungato e amoroso sul mondo e su Dio, l'attività diventa presto un pericoloso attivismo o un fallimento, quando non una droga alienante.

7) Soprattutto esercitati ad accogliere e ad amare tutti con amore generoso senza porre mai condizioni: è la maniera migliore per metterti sulla lunghezza d'onda di Dio che è Amore senza condizioni. È la condizione numero uno della preghiera contemplativa, ma, nello stesso tempo, ne è anche il frutto più sicuro, quello che garantisce il superamento dello spiritualismo disincarnato. Dice Teresa d'A vila: «Più vi vedrete innanzi nell'amore del prossimo, più lo sarete anche nell'amore di Dio». (48)

Quest'atteggiamento contemplativo ricostruisce la persona e la prepara per quella sapienza del cuore che le permette di arrivare alla maturità e alla vecchiaia in condizioni ottimali. Questo è anche ciò che il mondo si attende da noi: non tanto un insegnamento su Dio, ma la testimonianza di persone che lo cercano e lo amano «con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza» (Mc 12,30). Infatti «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni». (49) La contemplazione non è un lusso di una classe superiore di cristiani: è un bisogno del cuore per ciascuno di noi: sentirei amati e capaci di amare Dio e il prossimo; ed è insieme una condizione per accrescere e approfondire la fecondità apostolica.

 

 

NOTE

* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento al Semestre sabbatico dell'USMI nazionale e per il Trimestre sabbatico dei Missionari Saveriani, nel settembre 1991, poi ritoccato più volte. Ultima revisione: agosto 1996.

[1] «L'orazione mentale, secondo me, non è altro che un intimo rapporto di amicizia, in cui ci si intrattiene di frequente da solo a solo con Colui che sappiamo ci ama»(santa TERESA D'AvILA, Vita, 8,5).
[2] Il contenuto di questo capitolo si ispira a un articolo di Walter J. BURGHARDT SJ, apparso in Church (winter 1989), 14-18, con il titolo: «Contemplation, A Long Loving Look at the Reality», ma anche ad altri testi quali: Wilkie Au SJ, By the Way of the Heart, New York 1989, capitolo 4, 85-113; William JOHNSTON SJ, Being in Love, San Francisco 1988; Vincent DWYER, Lift Your Sails, New York 1987, 140-173; Andrea GASPARINO, La Preghiera del Cuore, Leumann 1990; Jean LAFRANCE, La preghiera del Cuore, Civitella San Paolo (Roma); ID., Prega il Padre tuo nel segreto, Milano 1983 (5a rist.); René VOILLAUME, «Il cammino della preghiera», in Sulle strade del mondo, Brescia 1960, 122-176; Romano GUARDlNI, «La preghiera», in Lettere di Autoformazione, Brescia 1994,61-84; Giovanni MOIOLl, «Preghiera», in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Cinisello Balsamo 1987, 799-805; Bernhard HARING, «Preghiera»; in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, 1260-1271; Charles A. BERNARD, «Contemplazione», in Nuovo Dizionario di Spiritualità, 262-277; Eileen T. MCGOVERN, «Prayer at Midlife», in Human Development (winter 1992), 44-47; Calogero PERI, La preghiera cristiana (Itinerari formativi), Bologna 1995; Arnaldo PIGNA OCD, «La Preghiera cristiana: incontro con il Padre e con l'Amico», in Rivista di Vita Spirituale 2(1996), 148-168.
[3] MCGoVERN, «Prayer at Midlife», 46.
[4] «Senza il peso e la fatica della giornata la preghiera non è preghiera, e senza la preghiera il lavoro non è lavoro», dice Dietrich Bonhoeffer, in La Vita Comune citato da Testimoni 3(1992), 22.
[5] François V ARILLON, Vivre le Christianisme, Paris 1992, 53-54. 
[6] McGOVERN, «Prayer at Midlife», 46.
[7] Cf. M. RONDET-C. VIARD, La crescita spirituale, tappe, criteri di verifica, strumenti, Bologna 1988, 45.
[8] McGOVERN, «Prayer at Midlife», 46.
[9] Negli Stati Uniti d'America la preghiera del cuore è chiamata anche centering prayer, cf. GASPARINO, La Preghiera del Cuore, 100.
[10] Il documento della Santa Sede, intitolato Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana, e pubblicato dalla CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE il 15 ottobre 1989, ha suscitato i commenti più disparati e, quanto meno, ha evidenziato il fatto che la nostra generazione è attenta a un'interiorità che, soltanto qualche tempo fa, non era così sentita o, almeno, passava più inosservata rispetto alla prassi sociale e politica dei cristiani.
[11] Federico RUlZ, San Giovanni della Croce, Mistico e Maestro, Bologna 1989, 212.
[12] «La preghiera contemplativa - quella che ci prepara a riposare semplicemente in Dio che abita in noi - è una strada per rimodellare noi stessi. Essa mette fuori corso il falso programma che ci obbliga a vivere correndo e ci invita a raggiungere un luogo di quiete, pronti a metterei in ascolto e a fare esperienza non del nostro falso io, ma della nostra verità. La pratica della meditazione cristiana, una delle forme della preghiera contemplativa, è un cammino verso questo luogo di quiete. Una "mantra", una "parola sacra" ci può aiutare a uscire dal blocco costruito dalla nostra mente preoccupata e iperattiva e dalla nostra immaginazione. La preghiera contemplativa è un'immagine della realtà definitiva della vita, la scoperta che il nostro essere è nell'Essere di Dio» (Eileen P. O'HEA CSJ, «Detachment in Our Psychological Age», in Review for Religious [july-august 1992], 543).
[13] SAN GIOVANNI DELLA CROCE nella Salita del Monte Carmelo dà alcune indicazioni chiare circa il tempo in cui passare dalla preghiera vocale alla preghiera contemplativa: «Il primo segno è che ella [l'anima] si accorge di non poter più meditare e di scorrere con l'immaginazione, né provare gusto in questo esercizio come per il passato [...]. Il secondo si ha quando l'anima si accorge di non aver più alcun desiderio di applicare l'immaginazione e il senso a nessun altro oggetto particolare, esteriore o in teriore [...]. Il terzo, e più certo, è se l'anima trova soddisfazione a starsene sola con attenzione amorosa in Dio, senza considerazione particolare, e in pace interiore, quiete e riposo senza atto né esercizio delle sue potenze - intelletto, memoria e volontà per lo meno senza quello discorsivo che consiste nel passare da una cosa all'altra»(II, 13, 2-4).
[14] Gli ultimi appelli ufficiali all'azione in ordine di tempo sono stati: Sollicitudo rei socialis, l'enciclica di Giovanni Paolo II sullo sviluppo sociale del mondo nel ventesimo anniversario di Populorum progressio (se ne vedano per es. i nn. 41-49); e di recente l'enciclica sulla dottrina sociale cristiana Centesimus annus nel centenario della Rerum novarum (1991) tutta incentrata sulla difesa dell'uomo.
[15] H. Urs VON BALTHASAR, Prayer, New York 1961, 11. 
[16] PIGNA, La preghiera cristiana..., 158.
[17] «Collaborazione ascetica e ricettività mistica sono l'una e l'altra attitudini necessarie di fronte alla comunicazione di Dio. Il predominio dell'uno o dell'altra risponde alle differenti maniere che Dio ha di comunicarsi [...]. La persona spirituale deve imparare a vivere al tempo stesso la docilità e la programmazione disciplinata, la passività e lo sforzo con determinazione e pazienza. Non vi sono periodi di esclusivismo» (RUIZ, San Giovanni della Croce..., 109).
[18] Basil HUME OSB, Light in the World, Middlegreen, Slough 1991, 122.
[19] François VARILLON, Vivre le Christianisme, Paris 1992, 5l.
[20] GASPARINO, La Preghiera del Cuore, 35, che precisa ulteriormente la sua definizione: «Preghiera del cuore è permettere allo Spirito Santo presente in noi di amare
Dio in noi, con noi e attraverso noi» (37).
[21] LAFRANCE, Prega il Padre tuo nel segreto, 145.
[22] TERESA D'A VILA nel Libro della Vita (XI,7) mostra il cammino della preghiera
con l'immagine del giardino e dell'acqua per innaffiare i fiori: ci sono tre maniere, la prima, quella di attingere l'acqua al pozzo e versarla in giardino (un'operazione che dà la soddisfazione di sentirsi protagonista del beneficio che ne viene), oppure quella di far arrivare l'acqua attraverso una condotta (c'è ancora del lavoro, ma il più del lavoro è fatto dall'acquedotto): il compito dell'anima è il fiume dove l'acqua tracima e si prende cura da sola dei fiori (lo Spirito prende in mano la preghiera e l'anima solo deve ricevere: questa è la preghiera contemplativa). Poi ci sarebbe una quarta maniera, la pioggia: Dio stesso fa tutto, è l'unione con Dio. Così succede che Dio quando vede che i fiori cominciano a crescere bene e noi rischiamo di essere «intrappolati» dalla loro bellezza e impediti di cercare il meglio, fa seccare il pozzo, ci toglie cioè la gioia della nostra attività e ci invita così a stare fermi alla sua presenza attendendo che lo Spirito stesso operi dentro, innaffiando e facendo crescere i suoi fiori. È duro accettare questo processo, perché abbiamo la sensazione di non poter fare nulla e di non avere più il controllo della situazione. Invece il Signore ci vuole insegnare a «lasciar andare», a «lasciar perdere» le nostre piccole attività, a lasciar seccare i «nostri» fiori, quelli che abbiamo coltivato, perché egli vuole farei vedere i «suoi» fiori.
[23] PIGNA, La preghiera cristiana, 156. 
[24] PIGNA, La preghiera cristiana, 156. 
[25] PIGNA, La preghiera cristiana, 155. 
[26] «Chi ha cominciato a fare orazione non la tralasci, malgrado i peccati in cui gli
avvenga di cadere. Con l'orazione potrà risollevarsi, ma senza di essa sarà più difficile» (santa TERESA D'AVILA, Vita VIII, 5; cf. anche XV, 3).
[27] DWYER, Lift Your Sails, 155-156.
[28] William McNAMARA OCD, citato da W.I. BURGHARDT, «Contemplation», 15.
[29] Alessandro MANENTI, Vivere Insieme, Bologna 1991, 91-94.
[30] Cf. Richard ROHR, «Out of a Prayerful Heart», in Praying 44 (september-october 1991), 24.
[31] «Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossal mente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'invisibile (cf. Eb 11,27)» , ha scritto PAOLO VI in Evangelii nun
tiandi, n. 76. E il CONCILIO VATICANO II ha aggiunto: «È necessario che i membri di qualsiasi istituto, avendo di mira sopra ogni cosa e unicamente Dio, congiungano tra loro la contemplazione, con cui siano in grado di aderire a Dio con la mente e con il cuore, e l'ardore apostolico, con cui si sforzino di collaborare all'opera della redenzione e dilatare il regno di Dio» (Perfectae caritatis, n. 5).
[32] William McNAMARA OCD, citato da BURGHARDT, «Contemplation», 15.
[33] «Questa conoscenza, non dato puramente speculativo e teorico, ma unita all'amore "è un riflesso dell'iniziativa divina di 'conoscere' l'uomo, ossia di chiamarlo alla salvezza" (R. Bultmann). [...] La fede si apre a una sempre più profonda intelligenza, a una più stretta unione alla persona conosciuta, a un più grande amore per essa; la "conoscenza" è legata (almeno nella sfera terrestre) alla fede ed è protetta in tal modo da ogni fraintendimento mistico o gnostico (R. Schnackenburg)» (B. MARCONCINI, «Fede», in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Cinisello Balsamo 1988, 546-547).
[34] Cf. Bernard J.F. LONERGAN SI, Method in Theology, New York 1972, 105. Si veda anche Jean LAFRANCE, Quando pregate dite: "Padre...», Milano 1992, 77: «Si può dire che la contemplazione è la fede portata al punto d'incandescenza in cui permette di vivere la vita di tutti i giorni "come se si vedesse l'invisibile" (Eb 11,27). Un contemplativo è colui che crede che Dio è il Vivente che lo vede e il cui sguardo infiamma il mondo intero».
[35] Santa TERESA D'AVILA, Vita, VII, 12.
[36] Cf. W. JOHNSTON, Being in Love, 47. Santa TERESA D'AvILA nel Castello interiore alla «Quarta mansione» (cap. 1,7) afferma: «Per inoltrarsi in questo cammino e salire alle mansioni a cui tendiamo [l'intimità con Dio], l'essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le vostre preferenze devono essere soltanto in quelle cose che più eccitano all'amore» (in Opere, ed. it. Roma 1985, 805).
[37] Cf. Mc 6,34 e 8,2. Gesù «vede», «si commuove», «sente compassione» per la folla. Sono verbi che richiamano quelli usati nel racconto dell'intervento di Dio all'inizio del libro dell'Esodo (3,7ss): «osservare», «udire», «conoscere».
[38] IRENEO DI LIONE, Adv. Haer. libro IV, 20, 5-7.
[39] James W. DOUGLASS, Resistance and Contemplation, 5I.
[40] Cf. ROHR, «Out of a Prayerful Heart», 23.
[41] ROHR, «Out of a Prayerful Heart», 24.
[42] DOUGLASS, Resistance and Contemplation, 92.
[43] DOUGLASS, Resistance and Contemplation, 108.
[44] Mt 6,33-34, nella traduzione di DOUGLASS, Resistance and Contemplation, 102.
[ 45] GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica Pastores dabo vobis, 1992, n. 47. 
[46]
Between God and Man: An Interpretation of ludaism from the Writings of Abraham l. Heschel, New York 1959, 40.
[47] Ignazio SILONE, Vino e Pane, Mondadori, Milano 1989, 372. «La base dell'essere è la generosità. L'ultima fonte di tutto l'essere, il sostegno e la fonte è la definitiva e ultima Generosità. Ogni essere viene avanti e luccica, fa luce e risplende perché la realtà basilare dell'Universo è la generosità dell'essere. Per questo il fondo dell'essere è vuoto: tutto è stato donato all'universo, ogni esistenza è stata versata fuori, ogni essere si è diffuso perché la Generosità suprema non trattiene nulla» (Brian SWIMME, The Universe is a Green Dragon, A Cosmic Creation Story, Santa Fe [NM] 1984, 146).
[48] Santa TERESA D'AVILA, Vita, 111, 8. E afferma ancora: «Quando ci si unisce così intimamente alla stessa Misericordia, alla cui luce si riconosce il proprio nulla e si vede quanto si sia stati perdonati, non posso credere che non si sappia perdonare. Poiché le grazie di cui ci si vede inondati appaiono come dei pegni dell'amore di Dio, si è felicissimi di avere almeno qualche cosa per testimoniare l'amore che si ha per lui» (ID., Cammino di Perfezione, 36,12). La santa ha anche un'altra nota molto interessante e utile circa l'accettazione del prossimo: "Una tentazione che si presenta a chi comincia a pregare consiste nell'inquietarsi per i difetti e i peccati che si vedono negli altri... Procuriamo di vedere nel nostro prossimo nient'altro che le virtù e le opere buone e di coprire i difetti con la considerazione dei nostri peccati. Questo conduce a poco a poco a una grande virtù: considerare gli altri migliori di noi» (ID., Vita, XIII, 10). 
[49] PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 41.