PICCOLI GRANDI LIBRI   GABRIELE FERRARI   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
RELIGIOSI E FORMAZIONE PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta

 Edizioni Dehoniane, Bologna 1998

1 «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12)

2 La contemplazione: un cammino verso Dio e verso se stessi; un prolungato amoroso sguardo alla realtà

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L'amicizia delle persone consacrate: è possibile? come si esprime?

1. INTRODUZIONE E QUADRO DI RIFERIMENTO DELL' ARGOMENTO
1.1. Celibato e celibato consacrato
1.2. La formazione al celibato e alla sessualità

2. CELIBATO, INTIMITÀ, AMICIZIA
2.1. Il rischio del celibato
2.2. Due cammini per raggiungere l'intimità interper sonale
2.3. Risposta a due obiezioni abbastanza comuni

3. L'AMICIZIA «SPECIALE» NELLA VITA CELIBATARIA

4. ALCUNI SUGGERIMENTI PRATICI

4 Il ministero pastorale: aiuto per la crescita personale o fonte di disfunzioni?

5 La direzione spirituale

6 «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15)

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L'amicizia delle persone consacrate:
è possibile? come si esprime?

Riflessioni e prospettive*

L'amicizia delle persone consacrate a Dio nel celibato è un tema sul quale si trova poca letteratura, (1) a causa della novità e della delicatezza dell'argomento. Ma è un tema che è necessario trattare soprattutto a un certo punto della vita.
Il celibato è certamente un cammino di crescita in se stesso e in riferimento alla vita cristiana e consacrata. Nelle transizioni dell'età di mezzo la sessualità nella sua dimensione di «affettività» - ossia «la capacità di amare e di essere amati che costituisce una dimensione fondamentale della persona e che per questo è qualcosa di irrinunciabile» (2) - è chiamata in causa a vari titoli. O perché quest'importante dimensione non è stata ancora sufficientemente integrata nell'esistenza del religioso/a e, data la sua irrinunciabilità, attende di essere riconosciuta e introdotta; o ancora, più semplicemente, perché a questo punto della vita il bisogno di intimità (3) nell'amicizia, dopo aver perduto la forte carica emotiva dell'inizio dell'età adulta (20-30, anni), si fa sentire in modo nuovo, ma non meno esigente.
Le esperienze in questo campo possono essere state le più varie, dall'assenza di ogni amicizia fino a un coinvolgimento notevole, da un'amicizia che aiuta a un'amicizia che blocca; così che i sentimenti e le attese che si sono accumulati nel cuore possono essere molti e diversi.
Vorrei ricordare subito che l'amicizia è un discorso magnifico, ma delicato: è tutta questione d'amore e l'amore viaggia su misure che continuamente ci superano. Bisogna esserne consapevoli e sapere che cosa vogliamo. Più si ama e più ci si accorge di essere incapaci di amare. Ci sono esperienze grandi nella nostra piccola storia, volti concreti che hanno attraversato la nostra storia, ciascuno con nome e cognome. È tanto l'amore investito, ancora più quello ricevuto, ma in modo sempre crescente si sente il bisogno di imparare ad amare.
Non abbiamo ancora dato tutto e non abbiamo ancora conosciuto il nostro tutto. Continuiamo a ricevere e ciò che possiamo condividere è la minima parte. Se poi guardiamo il Signore, vediamo che il suo investimento con noi aumenta a dismisura. Egli, sì, ci dona tutto senza limiti. Anche noi potremo dare tutto, siamo consacrati a lui, siamo suoi e lui può disporre di noi a suo piacimento. Egli conosce gli altri e li ama davvero e troverà il modo di darci a loro al momento opportuno, con la sua fantasia nel modo e nei tempi che solo lui conosce. Tutto questo ci affascina. Ed è in questo quadro di educazione all'amore che siamo invitati a vedere e vivere anche i rapporti di amicizia.
Una seconda cosa vorrei ricordare previamente: anche se non tutti percorrono lo stesso cammino per arrivare all'intimità nell'amicizia, (4) la posta in gioco è molto importante, perché ne va della felicità e della capacità apostolica della persona consacrata: «il problema esiste e, lasciata la sfera astratta dei princìpi per il terreno concreto della realtà, s'impone di necessità l'affrontarlo in modo onesto, pronti a ricrederci su molte cose date fino a oggi per certe in
base alla semplice ripetizione acritica di affermazioni dettate, più che altro, da preoccupazioni di ordine pratico». (5) È quanto ci proponiamo di fare in questa sede.
Dichiariamo subito che scopo di questo capitolo non è affrontare una trattazione completa dal punto di vista storico, antropologico e teologico dell'amicizia dei religiosi. (6) E neppure possiamo trattare in questa sede il tema e la prassi della fraternità nella vita comune.? Qui
ci limiteremo ad alcune considerazioni di carattere psicologico-spirituale sull'amicizia propria delle persone consacrate nel celibato e sulle sue espressioni esterne.

1. INTRODUZIONE E QUADRO DI RIFERIMENTO DELL'ARGOMENTO

Un discorso sull'amicizia deve partire da una corretta visione del celibato consacrato mentre quest'ultimo deve prendere le mosse da una corretta visione della sessualità, intesa come strumento di identificazione e di comunicazione proprio della persona, uno strumento che Gesù Cristo stesso «ha usato per intrecciare rapporti amichevoli, per esprimere la sua affettività profonda e delicata, per testimoniare la sua intimità d'amore con il Padre». (8)

1.1. CELIBATO E CELIBATO CONSACRATO

Il celibato, ossia la scelta personale di non sposarsi, non comporta necessariamente una connotazione religiosa. Si può scegliere di non sposarsi per altre ragioni. Per esempio ci si può non sposare per non perdere la propria autonomia oppure per restare liberi di esercitare una professione totalizzante come la ricerca scientifica, l'insegnamento, l'attività politica e simili. Ma quando si tratta di celibato consacrato a Dio, deve intervenire una ragione specificamente religiosa.
Il celibato consacrato è la scelta caratteristica che definisce la vita religiosa come un pubblico stato di vita nella Chiesa, che implica un impegno di perseveranza fino alla morte come, del resto, dichiara di volere anche chi si consacra nell'altro stato pubblico di vita cristiana, il matrimonio.
L'astinenza sessuale, ossia l'astenersi dal matrimonio e dalle relazioni genitali, è la particolare forma visibile ed esterna della castità per coloro che professano il celibato consacrato.
Ma esistono altri aspetti e dimensioni interne, altrettanto valide e significative, per scegliere il celibato consacrato. (9)

a) Il celibato viene scelto per una motivazione religiosa che ha relazione in modo prioritario con la persona di Cristo e con il ministero apostolico («per il regno dei cieli», Mt 19,12). Non può essere scelto solo come porta d'accesso a una vita di ministero (es. ordine sacro), deve essere scelto liberamente come qualcosa che dà significato alla persona e per ragioni religiose.

b) Il celibato è scelto come un cammino adeguato per la crescita affettiva e per lo sviluppo personale di chi lo sceglie. Esso «sviluppa l'autentica maturità della persona e la rende capace di rispettare e promuovere il "significato sponsale" del corpo». (10) Il celibato è il modo di determinare come vogliamo vivere la sessualità, ossia la capacità di relazione e la possibilità di autotrascendersi nell'amore. La nostra felicità, salute e santità dipendono in modo cruciale da come riusciamo a impostare le nostre relazioni umane che sono il cammino per realizzarsi e per dare la vita agli altri (maturità).
La repressione e la paura della sessualità, la confusione sulla propria identità sessuale, il bisogno di sicurezza, il desiderio di vivere in una comunità del medesimo sesso non sono ragioni sufficienti (anche se possono esserci e interagire con quella autentica) per assumere il celibato consacrato.

c) Il celibato consacrato viene scelto come un impegno ecclesiale e profezia di liberazione che comporta lavorare per sanare e trasformare in Cristo il mondo nella sua dimensione interpersonale. (11) La nostra società che soffre eccessi di violenza, edonismo, erotismo, pornografia, violenza sessuale, trova nel celibato un cammino di liberazione umana oggi urgente e significativa.

d) Il celibato consacrato - senza vantare alcun esclusivismo, perché sposati e celibi vivono lo stesso mistero - testimonia l'inviolabile interiorità e la completezza di ogni persona davanti a Dio, l'assoluta priorità e sufficienza di Dio nella vita cristiana, le totalizzanti richieste del regno di Dio e la realtà della risurrezione che albeggia già qui e ora all'orizzonte di ogni persona.

e) Il celibato consacrato è infine una maniera di vivere quell'ineliminabile solitudine che persiste al di là di ogni intimità e che inerisce in ogni esistenza umana e cristiana. Per tutti questo «esser-soli»può diventare una solitudine fruttuosa o un mortale sterile isolamento. Come il matrimonio non produce automaticamente l'intimità né la garantisce, così neppure il celibato. Quest'ultimo tuttavia proclama la speranza che l'altra sponda dell'«esser-solo» dell'uomo non è il nulla, ma l'unione con Dio. «Una vita celibe consacrata pienamente riuscita è un sacramento della solitudine umana transustanziata, trasformata dall'amore di Dio nel pane-di-vita della solidarietà umana». (12)

1.2. LA FORMAZIONE AL CELIBATO E ALLA SESSUALlTÀ

Come si è detto sopra, (13) emerge che il sesso non e un bisogno assoluto per tutte le persone normali, anzi è possibile astenersene per un periodo e anche per sempre senza compromettere la propria personalità. (14)
Sesso e sessualità sono infatti due realtà distinte ed è proprio della persona umana poter scegliere come integrare la sessualità nell'esperienza umana di solitudine e di relazione. (15) .
Il nodo del problema sta nel perché sì o perché no della scelta,
nel come della scelta e nel risultato che ne viene per sé e per gli altri.
Questo avviene attraverso un'educazione a una matura integrazione della sessualità e dell'affettività che ne è l'espressione, (16) che tenga conto di alcuni princìpi.

a) Il primo punto di ogni educazione all'affettività deve tenere presente che, come ricorda Voillaume, (17) «Dio vuole che ci amiamo, è un ordine ed è illimitato». Il celibato comporta la necessaria combinazione dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo: «Dio si serve delle nostre relazioni umane per raggiungerci; noi lo sperimentiamo nell'amare e nell'essere amati dagli altri ed egli ci rivela se stesso nella presenza di coloro che sono intorno a noi». (18)

b) Coloro che si preparano al celibato consacrato devono essere realisticamente preparati alla castità, cioè all'astinenza sessuale. Essa si impara attraverso tentativi e sbagli, attraverso l'umile ammissione della difficoltà e la consapevolezza che in questa materia tutti sbagliano. Come si ammette senza eccessiva vergogna che sbagliamo nella pigrizia, nell'ira, nell'intemperanza, perché non ammettere che anche in questo campo andiamo. avanti in modo discontinuo e con alti e bassi? «Se una persona è convinta, coscientemente o meno, che un buon religioso non cade mai nel campo della castità, questa irrealistica immagine di sé rende impossibile un uso creativo delle proprie mancanze». (19) Visto che neppure nella vita spirituale si può ipotizzare un cammino di continui successi, solo chi sa imparare dai propri sbagli, senza cadere vittima della vergogna, (20) può crescere e svilupparsi.

c) Il religioso va formato ad «accettare e riconoscere serenamente le proprie pulsioni sessuali». (2I) Se ogni moto sessuale produce uno shock e viene immediatamente rifiutato, represso o sentito come una colpa, sarà praticamente impossibile per un giovane religioso in formazione - ma anche per un adulto ormai formato - imparare a trattare la propria sessualità.

d) La formazione deve aiutare a vivere in un mondo «bisessuato» e non monosessuato come succedeva alla vita religiosa in passato. Ogni atteggiamento di paura, arroganza, superiorità/inferiorità, austerità eccessiva e freddezza è fuori tempo e luogo e, in più, controproducente.

e) Chi si consacra nel celibato deve sviluppare delle ragioni adeguate per l'astinenza sessuale e, nello stesso tempo, dei cammini alternativi, positivi e psicologicamente sani, che conducano verso la maturità nella sfera delle relazioni umane. Si tratta di prendere la strada di un'autentica sublimazione. (22) «La maturità umana e quella affettiva in particolare esigono una formazione limpida e forte a una libertà che si configura come obbedienza convinta e cordiale alla "verità" del proprio essere, al "significato" del proprio esistere, ossia al "dono sincero di sé", quale via e fondamentale contenuto dell'autentica realizzazione di sé». (23)
Norme arbitrarie, moralismo repressivo e antisessuale, tradizioni e pressione sociale, paura delle conseguenze... tutto questo non dà ragioni adeguate per un'astinenza sessuale che deve durare tutta la vita, anche se può risultare efficace nel tenere sotto controllo il comportamento esteriore.

f) «Intimamente congiunta con la formazione alla libertà responsabile è l'educazione della coscienza morale» che dispone la persona ad «ascoltare la voce di Dio che le parla nel cuore e ad aderire con amore e fermezza alla sua volontà». (24)

2. CELIBATO, INTIMITÀ, AMICIZIA

Per quanto l'astinenza sessuale possa essere pesante, ciò che più costa al religioso/a è il sacrificio dell'intimità, della capacità cioè di condividere la propria vita in modo privilegiato con un'altra persona. (25) Infatti. «l'uomo - scrive papa Giovanni Paolo II - non può vivere senza amore: egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (26) Secondo Erik Erikson ci sono tre compiti cruciali nello sviluppo della personalità adulta: 
1) raggiungere la propria identità e auto coscienza; 2) raggiungere l'intimità come autotrascendenza di sé, apertura a un'altra persona senza perdere tuttavia la propria identità; 3) combinare e sfruttare il primo e il secondo compito nella generatività, assumendosi così le proprie responsabilità nei confronti della generazione seguente. (27) Ovviamente non si tratta solo della generatività fisica, ma anche, e specificamente nel nostro caso, della paternità/maternità spirituale, che cioè si prende cura di dare e formare la vita piena della futura generazione.

2.1. IL RISCHIO DEL CELIBATO

Il contesto normale in cui la maggioranza degli adulti fa esperienza dell'intimità e cresce in essa, è il matrimonio. Questo non significa che tutti gli sposati raggiungano automaticamente l'intimità, né che tutti i celibi debbano passare per una relazione di amicizia intima per essere se stessi. (28)
Il celibato, soprattutto se scelto per tutta la vita, è quindi una scelta da fare con grande oculatezza: esso comporta dei gravi rischi, in quanto fa abbandonare il normale contesto dello sviluppo personale per entrare in una condizione che richiede un impegno personale notevole. Se la scelta del celibato non si accompagna con una preparazione accurata, fatta di adeguata maturazione e di docilità allo Spirito e di uno stile di vita corrispondente, essa porta con sé il rischio (certo) di non sviluppare mai e di non raggiungere quindi mai la capacità di un'autentica intimità.

Il primo preoccupante dato di fatto è che molti religiosi/e non sono veramente cresciuti e non crescono nella sfera affettiva. È un fatto sotto gli occhi di tutti. Basta ricordare le caricature dei religiosi e più ancora delle religiose nella letteratura e nei film: persone immature, attente soprattutto alle sciocchezze, leggere, superdipendenti, ossequiose e servili, autoritarie, ipocondriache, lunatiche, piùo meno apertamente dipendenti dall'alcool, dal lavoro, da altre evasioni come il sesso, la droga, la televisione, oppure perfezioniste, legaliste ecc. (29)
Ancora una volta: non sono solo i religiosi/e a soffrire di queste sfasature. Ma il risultato forse più tragico di questa mancata integrazione affettiva accade nel campo della vita religiosa e della vita spirituale: «La capacità di amare con il cuore Dio e il prossimo, che alla fin fine è l'unica motivazione pienamente adeguata per scegliere il celibato, si fonda nella capacità di entrare in intimità con gli altri». (30)
Tutto questo potrebbe sembrare ovvio, ma non è proprio così: in realtà «si può pensare che se uno non riesce a vivere rapporti affettivi eterocentrici nei confronti delle persone, non sarà in grado di nutrire un vero amore verso Dio». (31) E la prima Lettera di Giovanni ci assicura che «se uno dicesse: "Io amo Dio" e odiasse il suo fratello è un mentitore...» (4,19-20).

Un secondo crudo dato di fatto è che uno non arriva da solo all'intimità. È vero che per essere capaci di identificazione e di intimità è necessaria una certa dose di solitudine. È altrettanto noto che, per una grande parte, l'auto-identificazione di una persona proviene da ciò che essa significa per gli altri, soprattutto quelli che più contano per lei: genitori, parenti, amici. È normale che non si raggiunga la propria identità prima di aver sviluppato delle vere amicizie.
Ora, è facile da provare che non possiamo essere intimi degli al
tri in generale! (32) «Quelli che insistono che i celibi devono essere intimi con tutti, ma con nessuno in particolare, non hanno compreso la natura della intimità umana. È impossibile essere intimi in maniera universale senza aver prima fatto esperienza dell'intimità di un'amicizia con una persona. Per i religiosi tuttavia le relazioni con le singole persone devono essere approfondite in modo tale che permettano loro di rapportarsi in maniera più autentica con tutti coloro che incontrano». (33)
Solo chi ha percorso o cerca di percorrere il cammino della maturazione affettiva è in grado di amare, di donarsi, di incontrare e di accogliere le persone, di essere attento e disponibile verso tutti. Ci possono però essere dei «blocchi» che impediscono tale comunicazione. Ora, l'esperienza insegna che «l'aiuto più efficace per sbloccare la situazione e rimettere in moto la vita interiore con la disposizione a donarsi, è dato dalla presenza viva e affettuosa di qualcuno che sappia comunicare con gesti sensibili un affetto sincero e sereno». (34) In questa «presenza di amici» sta il dono e la sfida per coloro che hanno rinunciato al cammino normale di quell'intimità umana che arriva alla piena espressione simbolica nella comunione sessuale genitale.

Per concludere, un invito al realismo: se il celibato deve essere vissuto nella sua integralità, richiede il cammino normale della maturazione affettiva umana. (35) Chi non lo percorre, non diventa pienamente uomo/donna e, cosa ancora più importante, perde la possibilità di arrivare a una piena esperienza dell'amore di Dio e di sviluppare le sue potenzialità ministeriali. Non ci si può quindi accontentare di passare attraverso la vita evitando ogni relazione sessuale. La sfida del celibato consiste invece nel trovare una strada autenticamente celibataria per diventare capaci di amare in modo maturo.
È una sfida, dichiarata a volte impossibile, (36) anche se non mancano tra i santi e i comuni mortali delle prove che essa è possibile. Del resto oggi da molti viene riconosciuto che «non si deve affermare in modo generale che ogni amore è una derivazione o una deviazione dell'istinto sessuale». (37)

2.2. DUE CAMMINI PER RAGGIUNGERE L'INTIMITÀ INTERPERSONALE

Due cammini importanti e anzi decisivi nella ricerca dell'intimità celibataria sono la contemplazione e l'amicizia umana. (38)

La contemplazione, o preghiera contemplativa, è l'esperienza della presenza e dell'azione di Dio nel profondo del nostro essere che coinvolge affettivamente e trasforma psicologicamente la persona. La contemplazione non viene - per definizione - dall'attività della persona, ma è il fiorire di una vita di illuminata fedeltà alla preghiera.
Una vita religiosa che non comporti almeno alcuni momenti, per quanto rari e brevi, di unione con Dio sentita in modo personale,
manca del più importante elemento per affrontare costruttivamente l'assenza di un compagno di vita, qual è lo sposo/a.
È difficile che delle relazioni di amicizia, profonde e coinvolgenti, possano essere integrate in un impegno celibatario, senza che esista un'unione già sperimentata e consolidata con Colui al quale quella persona ha consegnato per sempre la sua vita: mancherebbe il contesto per una possibile integrazione. In concreto quindi il primo elemento per combinare in maniera positiva celibato e intimità, ossia per una profonda amicizia, sta nella formazione a una vita di autentica preghiera.
Un religioso/a che arrivando ai quaranta o ai cinquant'anni scopre che la sua vita di preghiera si è fatta noiosa, insignificante, anche se portata avanti come un dovere da assolvere senza coinvolgimento psicologico, spesso dovrà anche ammettere che la solitudine (essere solo) ha finito per amareggiare la sua vita fino a farla essere cronicamente depressa, senza energia e senza motivazioni valide; oppure dovrà riconoscere che la spinta sessuale è ormai incontrollabile.
L'intimità con Dio, non l'esatta, fedele e quasi puntigliosa «prestazione» di doveri e di pratiche, ma l'esperienza dell'unione con Colui che noi «conosciamo» [non «pensiamo» o «crediamo», ma «conosciamo» nel senso forte del termine (39)], che ci ama teneramente e individualmente, e in una maniera che ci realizza psicologicamente, anche se in modo del tutto incomunicabile, è essenziale per la vita consacrata nel celibato.

Il secondo cammino nella ricerca celibataria dell'intimità interpersonale dei religiosi è appunto l'amicizia umana. L'amicizia umana, pur essendo «il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile», (40) è necessaria a tutti. E se il primo amico per chi è sposato/a è il compagno/a di vita, per chi ha scelto il celibato legando si al Dio invisibile gli amici sono di estrema importanza. L'amicizia potrebbe essere chiamata la strada verso l'intimità celibataria propria del celibatario/a, una specie di sacramento dell'amore celibatario.
L'amicizia è una relazione caratterizzata dall'uguaglianza, dalla reciprocità, dalla libera e generosa condivisione di tutti i doni umani e divini, dalla gratuità, dalla facilità di comunicazione e di autorivelazione, dal sostegno mutuo e dalla reciproca affermazione, dalla gioia di stare insieme e dal potenziamento dell'energia che viene dallo stare insieme e lavorare insieme.
«La legge della carità ci fa obbligo di accogliere nel seno dell'amore non solo gli amici, ma anche i nemici. Noi però chiamiamo amici solo quelli cui non temiamo di affidare il nostro cuore con tutto quello che ha dentro, e cosi fanno anche loro, stringendosi a noi in un legame che ha la sua legge e la sua sicurezza nella fiducia reciproca». (41)
Tutti, celibi e non, abbiamo bisogno di un certo numero (chi molti, chi pochi, chi uno) di amici/e, dentro e fuori della comunità, perché l'amico aiuta a uscire dall'isolamento che il celibato - come anche il matrimonio - possono produrre.
L'amico/a è la persona con cui uno/a 'può essere se stesso, senza ruoli, senza maschere, senza dover fare qualche cosa per essere se stesso. Il celibe non può attendersi dall'amico quello che gli darebbe uno sposo o una sposa; ma sa che, ovunque sia, l'amico è con lui, malgrado le distanze; non si sente solo.
Il celibe sa che non può pretendere di essere il numero uno per l'amico, che deve restare e lasciare l'altro libero, ma proprio questa consapevolezza l'aiuta a integrare a poco a poco questo amore umano nell'amore di Cristo, così che la solitudine del celibato non diventi amarezza.

2.3. RISPOSTA A DUE OBIEZIONI ABBASTANZA COMUNI

A questo punto dobbiamo rispondere a una prima obiezione che sorge spontanea e che solleva un problema abbastanza delicato: è possibile per una persona che si è consacrata a Dio avere un amico o un'amica senza sottrarre a Dio nulla di ciò che gli ha promesso?
Questo dilemma potrebbe trovare una soluzione costruttiva imboccando una delle seguenti strade: o riuscire ad abbandonarsi con
piena fiducia a Dio solo come Colui che risponde a ogni aspirazione e a ogni bisogno della natura; oppure camminare verso questo abbandono servendosi di un'amicizia sana e chiaramente mirata a elevare il religioso/a verso i valori spirituali e verso la donazione totale a Dio.
«Nessuno mette in dubbio che la persona consacrata, seguendo una speciale ispirazione di Dio, possa giungere a instaurare un rapporto privilegiato con lui, vissuto come unico "Tu", ma è indubbio che questa via richiede una fede profonda e una capacità di sublimare le esigenze umane [...] [Nella maggioranza dei casi] non si riscontra il livello di maturità richiesto per operare una sublimazione autentica. [...] Ecco perché risulta rischioso tentare di raggiungere direttamente l'amore di Dio senza percorrere la via normale del processo di maturazione affettiva che, specialmente in questa prospettiva, esige un lungo e impegnativo lavoro ascetico di purificazione». (42)
Scrive Joseph Ratzinger: «Un amore che vuol essere solo sovrannaturale perde la sua forza, mentre d'altra parte la chiusura dell'amore nel finito, la sua profanizzazione e separazione dalla dinamica verso l'eterno, falsifica anche l'amore terreno che secondo la sua essenza è sete d'infinita pienezza». (43)
L'importante è che Dio sia al cuore delle relazioni e della persona: allora attorno a lui si disporranno ordinatamente tutte le amicizie e le persone senza pregiudicare l'ordine della carità. In questo modo l'amicizia non riserverà delle amare sorprese, ma potrà anzi diventare luogo di rivelazione di Dio e del suo mistero trinitario di amore.

La seconda obiezione, che è piuttosto un pregiudizio spesso passato sotto silenzio, sta alla base di molti giudizi negativi sull'amicizia. È «la convinzione, oggi imperante, che ogni vera e profonda amicizia abbia in realtà un sottofondo omosessuale». (44) Credo che si debba sottoscrivere la riabilitazione dell'amicizia fatta da C.S. Lewis che cosi conclude: «Chi non riesce a concepire l'amicizia come un affetto reale, ma la considera soltanto un travestimento, o una rielaborazione dell'eros, fa nascere in noi il sospetto che non abbia mai avuto un amico. Noi, invece, sappiamo bene che si può provare, sì, attrazione e amicizia per una stessa persona, ma sappiamo anche che, in un certo senso, niente è più lontano dall'amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore, gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. Gli innamorati stanno quasi tutto il tempo faccia a faccia, assorti nella contemplazione l'uno dell'altro; gli amici, fianco a fianco, assorti in qualche interesse comune». (45)

E allora possiamo concludere riaffermando il bisogno che la persona consacrata ha di avere degli amici. Scrive Tullo Goffi: «Se il consacrato ha il dovere di mostrarsi in povertà affettiva, ha pure bisogno dell'amicizia per equilibrarsi umanamente. "Bisogna dire che un sacerdote senza amici è generalmente un prete in pericolo" (mons. Ancel)». (46)

3. L'AMICIZIA «SPECIALE» NELLA VITA CELIBATARIA

Oggi, a causa della crescente importanza data all'amicizia nella vita, e in quella religiosa in particolare, e della caduta delle barriere delle comunità verso il mondo esterno, possono nascere quelle che potremmo chiamare amicizie «speciali», data la connotazione irrimediabilmente deteriore legata all'aggettivo particolare.
Per i più giovani questo di solito finisce nel classico innamoramento, con tutto quanto questo comporta di urgenza, desideri, gioie e ambiguità, impegno e lotta per uscirne. Per i religiosi più maturi invece non è sempre così. Spesso gli amici «speciali» (altre volte chiamati «spirituali», «amici del cuore» e simili) sono delle persone che, lavorando insieme, hanno scoperto degli interessi comuni (47) e che,
quasi senza accorgersene, hanno fatto un cammino che li ha ravvicinati e, poco a poco, si sono trovati legati da un'inattesa amicizia. Lavoro insieme, aiuto offerto o ricevuto, comuni interessi... le ragioni che fanno nascere un'amicizia possono essere molte e svariate.
La libera, frequente, reciproca e profonda rivelazione di sé che spesso caratterizza l'inizio dell'amicizia può portare a sentimenti d'affetto molto profondi e può anche comportare il vivo desiderio di arrivare all'espressione piena dell'intimità nell'unione fisica. Sono sentimenti del tutto «normali» da tenere sotto controllo e da comporre con l'impegno del celibato per il regno dei cieli.
Ma possiamo anche pacificamente affermare che queste amicizie, vissute nel santo timore di Dio e con quelle giuste precauzioni che saranno dettagliate più avanti, possono essere fonte di arricchimento personale e apostolico, di migliore conoscenza di sé e anche di pacificazione personale.
Come comportarsi allora per rendere fruttuosa l'amicizia speciale? Diamo qui di seguito suggerimenti pratici per un celibe maturo che si trovi a gestire non una relazione avviata o consolidata in modo irresponsabile, ma un'amicizia «speciale» con un'altra persona dello stesso o diverso sesso e che vuole ora integrarla nella vita celibataria.

a) Non lasciarsi prendere dalla paura davanti all'insorgere di una relazione di questo tipo. Essa può essere fruttuosamente integrata nell'impegno celibatario fino ad arricchirlo con nuova gioia ed energia. Sarebbe sciocco e rischioso, oltre che patetico, mettersi «a caccia di amici», (48) ma sarebbe altrettanto autodistruttivo sfuggire pieni di timore le amicizie che si presentano: sono un dono e una sfida.

b) Bisogna prepararsi alla sfida prima che essa arrivi. Si deve imparare come essere sessuati e celibi in modo consapevole e comunicativo; c'è un modo di gestire, vestirsi, parlare, divertirsi, che è caldo e autentico e, nello stesso tempo, non-seducente. Del resto questo stile, che è segno di maturità, si impone anche alle persone sposate.

c) Bisogna anche imparare gli atteggiamenti interiori che aiutano a maneggiare in modo maturo una possibile amicizia. Non si può muoversi nella vita pretendendo di restare aperti «a tutto quello che può succedere» nella sfera affettiva. Il celibe consacrato non è un single che deve/può ancora decidere. Non è da suggerire freddezza, rigidità, pruderie o sospetto, ma la interiorizzazione cosciente delle proprie scelte per essere meno vulnerabili all'amore «a prima vista».

d) Di grande aiuto è cominciare dalla fine, ossia prendere insieme la decisione previa di non arrivare per nessuna ragione alla relazione genitale. Una tale decisione è un impegno all'autenticità, a prendere con tutta serietà il linguaggio della sessualità, senza trasformare il sesso in un giocattolo, in un'irresponsabile soddisfazione reciproca.

e) Questo però non risolve tutti i problemi, perché i due amici devono trovare dei modi di esprimere la loro amicizia che, non mettano in moto un processo psico-fisico che non può essere bloccato se non a prezzo di violente frustrazioni. Dovranno cercare di preferenza le espressioni non-fisiche dell'amicizia, anche se non sembra che se ne possa fare del tutto a meno. Gesù non le ha evitate e la moderna psicologia ricorda che le persone di tutte le età hanno bisogno di essere toccate da altri esseri umani; hanno bisogno sia di comunicare spiritualmente con qualcuno, ma anche di sentirne il sostegno e la forza fisica. (49)
In altre parole: si deve imparare a esprimere il proprio affetto in maniere che non eccitino sessualmente l'altra parte o entrambi. Tutti siamo differenti e quindi si dovrà parlarne con l'amico/a in tutta libertà, evitando «ogni atteggiamento difensivo e allarmistico», (50) per informarsi su questa materia.

f) Non vi può essere un'autentica durevole amicizia che non sia stata purificata dalla sofferenza: «È a prezzo di sollecitazioni, di purificazioni sempre più pressanti che Dio ci farà un cuore abbastanza dilatato e puro per amare, appassionatamente e nella castità, ogni uomo e i nostri amici in nome di Gesù». (51)

4. ALCUNI SUGGERIMENTI PRATICI

Per concludere ecco alcuni avvertimenti di carattere generale per fare dell'amicizia un'esperienza autenticamente fruttuosa.

1) Considerare prioritario l'impegno proprio e dell'altra parte, di perseverare nella propria consacrazione nel celibato. (52) Parlarne spesso insieme per sostenersi e confermarsi reciprocamente nella propria scelta di vita non può che aiutare a vivere coerentemente. Forse va anche ricordato che un'amicizia tra consacrati deve essere considerata con attenzione realistica. In realtà quando un consacrato sente nascere un'amicizia con una persona non consacrata, si attivano spontaneamente in lui una serie di difese, mentre la presunzione di non essere in pericolo, potrebbe costituire per lui il pericolo più serio.

2) Considerare prioritario il ministero o l'ufficio che ci è stato affidato, rispetto all'amicizia. L'amicizia deve essere considerata - perché così è - come una realtà «seconda» rispetto alla missione affidata al consacrato. Non può quindi portare nessuno dei due amici a trascurare il proprio lavoro o il proprio compito, anteponendogli l'amicizia e le sue esigenze: per esempio, non si possono spostare le ferie per poter passare qualche giorno assieme, cambiare un turno di lavoro per incontrarsi con l'amico/a.

3) Tenere l'amicizia alla luce del sole e mantenerla «aperta» (53) informando gli altri su quello che si fa («andiamo a una cena», «siamo stati là» ecc.), perché la segretezza e l'esc1usività aumentano la dimensione erotica della relazione.

4) Avere qualcuno, un direttore spirituale o un amico/a che, possibilmente, non sia amico anche dell'altra parte, con cui parlare liberamente dello sviluppo dell'amicizia. Parlarne con altri, infatti, riduce l'eventuale pressione erotica; dà la necessaria distanza per giudicare la qualità dell'amicizia e quella prospettiva che aiuta a superare la confusione e l'eccessivo coinvolgimento.

5) Vigilare sui segni di esclusività e possessività nella relazione. La gelosia, il sospetto, le maniere inquisitorie rivelano mancanza di libertà interiore e di rispetto dell'altro/a. Un cammino semplice ed efficace per porre rimedio a questo pericolo consiste nel moltiplicare le amicizie: «Il migliore rimedio contro i pericoli che un'amicizia può presentare è averne molte». (54)

6) Accettare le rinunzie che sono richieste dal particolare momento o luogo in cui ci si trova può essere un'autentica forma di ascesi cristiana che rinforza l'amicizia e ricorda la particolare natura dell'intimità celibataria. Ma va ricordato che una tale ascesi suppone - oltre alla prudenza, alla rinuncia a tutto quello che può compromettere amicizia, alla vigilanza, alla stima e al rispetto nelle relazioni interpersonali con uomini e donne (55) - la capacità di imporsi altre forme di ascesi, come per esempio una certa disciplina nel bere e nel mangiare, nel dormire e nel lavoro ecc.

7) Sviluppare e preferire positivamente le maniere non-fisiche di esprimere l'intimità: la conversazione, la corrispondenza epistolare, la condivisione degli interessi estetici, intellettuali o ministeriali e altre forme di comunicazione.

8) Imparare dai propri tentativi e dai propri errori (56) quali sono i gesti adeguati per esprimere e approfondire il proprio amore e i modi per ridurre la tensione sessuale prima che esploda. È sapienza riconoscere i propri errori e prendere le necessarie misure per non ripeterli.
Forse uno dei fattori più importanti per sviluppare un'autentica umiltà, quell'autocoscienza liberante su cui si fonda ogni progresso spirituale, è l'esperienza della propria reale umanità corporea che, in una genuina relazione umana, non può essere intellettualizzata o spiritualizzata, ma deve essere trasformata, lentamente e a prezzo di sofferenza, nell'immagine di Gesù che era pienamente uomo.
In ogni caso va ricordato che non possiamo vivere «senza un immenso amore in cuore». (57)

9) Tenere presente l'importanza della comunità per la crescita dell'amicizia. Essa dovrebbe essere il luogo normale dove le amicizie si sviluppano e crescono e dove confluiscono i benefici che esse producono nei suoi membri. E quando nascono fuori della comunità, quest'ultima dovrebbe essere accogliente, attenta e disponibile per favorire e sostenere le singole amicizie evitando di chiudersi nel silenzio che le ignora o nella mormorazione dietro le spalle o nell'ostracismo che le emargina.
Un ruolo del tutto particolare compete al responsabile della comunità nel favorire nella comunità atteggiamenti di apertura e tolleranza che favoriscano la nascita e la crescita di sane amicizie. Questo per sé supporrebbe che il superiore abbia sviluppato la sua personale capacità di intimità e di dialogo. (58)

10) Un insostituibile aiuto nell'educazione alla «vera» amicizia viene dalla contemplazione del Figlio di Dio fatto uomo e delle amicizie che egli ha coltivato nella sua esistenza terrena. (59)

«Se il Figlio di Dio imparò l'obbedienza attraverso le cose che soffrì, possiamo essere  sicuri che imparò l'intimità attraverso la gente che egli amava». (60) Il Vangelo ci assicura che Gesù aveva degli amici intimi come il Battista, Giovanni, Pietro, Maria Maddalena, Marta, Maria e Lazzaro di Betania, il Discepolo prediletto, e altri.
Egli amava ed era amato; toccava gli altri e ne era toccato, aveva delle relazioni che non erano del tutto pubbliche e non sfuggiva ai
sospetti maliziosi degli osservatori gelosi. Gesù non ci offre certamente l'esempio di un celibato freddo e rigido. Non si è protetto dal diventare intimo amico di uomini e donne per mezzo di un vestito particolare, di titoli, di uno stile di vita, comportamento o atteggiamenti particolari.
La vita di Gesù non ci chiama a chiuderei dentro la sicurezza"di un'infanzia affettiva perpetuata nel tempo. Ci sfida invece ad amare
profondamente, e rispondere a questa sfida comporta il rischio di fare degli errori, di soffrire, di restare delusi di noi e degli altri, di incorrere anche in reali tragedie (basta ricordare la vicenda di Giuda). Non rispondere a questa sfida è scegliere di non vivere. Ma una vita non vissuta non offre a nessuno alcun invito del Vangelo. 
Sia la nostra capacità di vivere la consacrazione a Dio ed entrare in intimità con Colui cui abbiamo consegnato la nostra vita che la nostra capacità apostolica di offrire una vita evangelica e l'amore
agli altri dipendono dallo sviluppo del nostro potenziale affettivo. Il testamento di Gesù ai suoi discepoli include il suo ultimo dono di sé: «Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici» (Gv 15,15), come pure il suo comandamento: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12) (61) e infine la forza missionaria dell'amicizia: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). 

 

 

NOTE

* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento al Semestre sabbatico dell'USMI e per il Trimestre sabbatico dei Missionari Saveriani del settembre 1991, poi ritoccato più volte. Ultima revisione: agosto 1996.

[1] Il contenuto di questo capitolo si ispira al capitolo 11 del libro di Sandra M. SCHNEIDERS IHM, New Wineskins, New York 1986, intitolato «Friendship in the Life of Consecrated Celibates» (207-235). Tra le possibili letture su questo tema ho trovato interessanti e illuminanti le seguenti: Wilkie Au SJ, By Way of the Heart, New York 1989, cap. 6, 141-167; Clive Staples LEWIS, I Quattro Amori: Affetto, Amicizia, Eros, Carità, Teadue, Milano 1993; Antonio MOSER OFM, Integracion Afectiva y Compromiso Social en América Latina, CLAR, Bogota 1988; E. GENTILI, «Amore e Consacrazione», in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Cinisello Balsamo (7)1987, 44-55; Tullo GOFFI, «Amicizia», in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979,1-19; René VOILLAUME, Come Loro, Roma 41961, cap. 5: «L'amore casto», 330-356; ID., «L'amicizia tra fratelli», in Sulle strade del mondo, Brescia 1960, 75-95; due numeri di Credere Oggi: il n. 48, dedicato a Corporeità e Sessualità, particolarmente l'art. di Francesco COMPAGNONI, «La sessualità nel matrimonio e nella vita consacrata», 68-78; e il n. 78, dedicato a Educazione all'amore, particolarmente l'art. di Serio DE GUIDI, «L'amicizia nello sviluppo della personalità», 85-100; Carmen L. CALTAGIRONE, L'amicizia come sacramento, Cinisello Balsamo 1991; Bruno GIORDANI, La donna nella vita religiosa, Milano 1993, 213-380; Sean D. SAMMON FMS, An Undivided Heart, Alba House, New Y ork 1993; Lucio Maria PINKUS, «Vivere "insieme", non "accanto"», in Consacrazione e Servizio 9(1994), 18-28.
Questi sono alcuni testi che più chiaramente affrontano il problema. Tra i recenti documenti del magistero pontificio, oltre a Sacerdotalis coelibatus (1968) di PAOLO VI e a Familiaris consortio (1981) di GIOVANNI PAOLO II, merita una menzione particolare il n. 44 dell'esortazione apostolica post-sinodale di GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, 25 marzo 1992: tratta della maturazione affettiva, dell'amore e dell'amicizia nella formazione e nella vita dei presbiteri. Interessante è anche l'Epistolario tra Pierre Teilhard de Chardin e Lucilla Swan, edito a cura di Thomas KING SJ e Mary WOOD GILBERT, Georgetown University, 1994.
[2] Severino-Maria ALONSO CFM, Virginidad, Sexualidad, Amor en la Vida Religiosa, Madrid 1983, 125.
[3] «Intimità» nell'ambito psicologico significa condividere l'affettività: «La capacità di condividere in modo privilegiato con un'altra persona pensieri e fantasie»(Willy PASINI, Intimità, Milano 1992,79). Essa «non va confusa con la promiscuità e i cosiddetti "rapporti intimi" spesso non hanno nulla a che vedere con l'intimità» (95). In realtà si può affermare che «l'intimità è un atteggiamento, mentre il sesso è un'azione» (HAND-FEHR, Spiritual Wholeness for Clergy, The Alban Institute, New York 1993, 38).
[4] Si vedano in GENTILI, Amore e Consacrazione, 44-45, le due posizioni che sono così definite: «Gli uni insistono talmente sul fatto che il consacrato attinge da Dio completamento e pienezza che ritengono sospetta ogni "integrazione affettiva" [...]. Gli altri, pur riconoscendo la necessità della prudenza, non vedono in un rapporto di carattere soggettivo che sia costruttivo e guidato dallo Spirito, nessuna infedeltà al l'opzione di fondo per Cristo». È interessante vedere la tesi presentata da GOFFI («Amicizia», 16), che, pur restando più sulla prima posizione, cerca di mediare le due attraverso la categoria del «carisma ecclesiale apostolico».
[5] GENTILI, Amore e Consacrazione, 48.
[6] Si veda per es. l'articolo «Amistad» di Teofilo VINAS nel Diccionario Teologico
de la Vida Consagrada, Madrid 1989, 24ss.
[7] Si veda in proposito l'ultimo documento della CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, La vita fraterna in comunità. Città del Vaticano 2 febbraio 1994.
[8] T. GOFFI, «Sessualità», in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, 1443. 
[9] Il celibato è più un «sì» che un «no», dice il teologo brasiliano A. MOSER commentando il cambio di sensibilità che si è prodotto nella trattazione della verginità nel corso dell'evoluzione post-conciliare. «Si tratta di un "sì" che si rivolge verso molte direzioni: sì alla vita, sì alla fecondità, sì all'amicizia, sì alla sessualità, sì all'amore. Solo che questo "sì" è sempre illuminato da una vita di fede e da una scelta cosciente» (Integracion Afectiva, 32). VOILLAUME afferma l'importanza di trovare un giusto concetto del celibato «poiché il grado di verità di questo concetto non sarà senza influsso sulla natura della vostra castità» (Come Loro, 335).
[10] Pastores dabo vobis, n. 44 § 3, che cita Familiaris consortio, n. 37.
[11] «La vita religiosa inserita permette di meglio cogliere qual è il compito dei religiosi/e sia come persone che come agenti di evangelizzazione. Essi sono chiamati a diventare simboli di fecondità, "padri" e "madri" di un nuovo tipo di uomo e donna in una nuova società» (MOSER, Integracion Afectiva, 58).
[12] SCHNEIDERS, New Wineskins, 212.
[13] Cf. supra, paragrafo 1.1, punto d.
[14] Lumen gentium n. 46: EV 1/412, Perfectae caritatis n. 12: EV 1/738 
[15] Quando un religioso/a tende a idealizzare e razionalizzare l'urgenza della
spinta sessuale, dovrebbe ricordare che anche le persone sposate sono spesso costrette, per svariati motivi, a controllare in modo non-repressivo la spinta sessuale e ad astenersi dalle relazioni sessuali; e che tutti, sposati e non, devono imparare a convivere con una certa misura di frustrazione dei normali desideri sessuali.
[16] «L'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva della persona risultano del tutto necessarie per chi è chiamato al celibato», dice papa GIOVANNI PAOLO Il in Pastores dabo vobis, n. 44 § 4.
[17] VOILLAUME, Come Loro, 335.
[18] CALTAGIRONE, L'amicizia come sacramento, 14. 
[19] SCHNEIDERS, New Wineskins, 214.
[20] In un articolo sulla colpa e la vergogna un prete anonimo ed Eric GRIFFIN-SHELLEY («Recovering from a Sex Addiction», in Human Development [winter 1991], 12-17), entrano nella dinamica della colpa e della vergogna e mostrano che «la vergogna è un sentimento difficile da accettare e da affrontare [...] che la vergogna (cioè i sentimenti relativi al nostro essere) disturba più ed è più difficile da accettare [...]. La vergogna azzera la persona e ne nega il valore [...]. La vergogna crea dipendenza. La sproporzione della reazione della vergogna tende a esagerare la vergogna e allora ci si vergogna di una tale reazione esagerata» (12-14).
[21] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 310; si vedano anche 322-325.
[22] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 329ss. «La sublimazione può essere definita "lo spostamento inconscio delle cariche pulsionali su oggetti e su fini diversi da quelli loro propri". L'oggetto proprio verso cui si orienta la sessualità matura è costituito da una persona adulta di sesso diverso». Si deve ricordare che esiste una falsa sublimazione che altro non è che una larvata rimozione e che esprime un nascosto rifiuto della sessualità, con forme di erotizzazione dell'amore verso Dio (ricerca di emozioni religiose appaganti, «golosità spirituale», rifiuto infantile dello stato di adulto (donna, sposa, sposo, responsabilità ecc.), e che porta a preferire la protezione e la sicurezza di una comunità religiosa ecc. Su queste forme di pseudo-sublimazione, cf. ID., La donna nella vita religiosa, 332-333.
[23] Pastores dabo vobis, n. 44 § 6. 24 Pastores dabo vobis, n. 44 § 7. 25 Cf. SAMMON, An Undivided Heart, 111-112. «Intorno ai quaranta o cinquant'anni molti preti, religiosi/e e single affrontano la stessa provocatoria domanda dei
loro colleghi sposati: chi sono i miei veri amici? Ma proprio a causa di questa domanda, un certo numero di religiosi/e e preti si rifiutano di accettare un cambio di ministero che metterebbe in crisi quell'insieme di sostegni d'amicizia che hanno costruito con tanta cura là dove essi si trovano [...] e avvertiti che i loro coetanei sposati
sono spesso costretti a spostarsi da uno stato all'altro per ragioni di lavoro, affermano che essi prendono con sé la sposa e la famiglia [...]' Anche se è possibile mantenere una relazione a distanza, tuttavia molti preti e religiosi/e hanno paura di perdere gli amici e l'ambiente familiare. Sono anche preoccupati di dover ricominciare da capo in un nuovo posto fra gente sconosciuta [H']' Gli ecclesiastici oggi devono affrontare questo compito esigente di mantenere delle relazioni d'amicizia pur restando aperti agli spostamenti e alle richieste della loro missione» (112).
[ 26] GIOVANNI PAOLO II, lettera enciclica Redemptor hominis, n. 10: EV 6/1194. 
[ 27] SCHNEIDERS, New Wineskins, 218.
[ 28] «Il voler sostenere la necessità di certe amicizie per l'accesso alla piena matu rità umana, sta contro l'insindacabile libertà di quel Dio che è ben capace di operare da solo, con dono di grazia, ciò che in altre circostanze opera, con altrettanta libertà, per mezzo di una creatura umana [H']. La difficile e oscura questione dell'amicizia che è anche amore, è in fin dei conti una questione di ricerca della volontà di Dio» (GENTILI, Amore e Consacrazione, 48).
[ 29] «La sessualità non è solamente un elemento costitutivo, ma anche interpretativo della persona umana. In un modo o in un altro sia la sua integrazione come la non-integrazione tendono ad apparire in molte maniere. È certo che dobbiamo andar cauti nell'attribuire tutte le manifestazioni negative a eventuali fissazioni d'ordine sessuale [...] ma non si può neppure scartare, senza troppe esitazioni, questa possibi lità che è anche più che possibilità» (MOSER, Integracion Afectiva, 70-71).
[ 30] SCHNEIDERS, New Wineskins, 220.
[ 31] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 298. «Il religioso/a che non ha mai
fatto esperienza dell'amore, che non ha mai amato e non è mai stato amato con un affetto umano reale, caldo, sessualmente vivo e vivificante da parte di un essere umano reale, concreto e individuale, può parlare senza fine delle bellezze e delle gioie dell'amore divino, ma non sarà molto convincente per chi ha conosciuto le agonie e le estasi del vero amore» (SCHNEIDERS, New Wineskins, 220).
[32] «Per via dei limiti che ci sono imposti dalla condizione umana sulla terra, è im possibile provare e manifestare dei sentimenti di amicizia per un gran numero dei no stri fratelli, e, a più forte ragione, per tutti gli uomini che incontriamo sulla nostra strada» (René VOILLAUME, Sulle strade del mondo, Brescia 1960, 77).
[33] Au, By Way of the Heart, 165.
[ 34] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 262.
[ 35] «I rapporti di amicizia eterosessuale, più o meno profondi esigono prima di tutto una conveniente maturazione umana, per ciò stesso un atteggiamento di oblatività, capacità di dialogo e di inserimento nella vita comunitaria. Ma più di tutto esi gono una grande maturità cristiana e religiosa. Tutto il discorso sulla maturità po trebbe farsi nella luce del discernimento sicuro tra la voce amica del Risuscitato e la voce ingannevole della "carne" e delle potenze tenebrose dell'inferno (Ef 6,12). Il
consacrato è propriamente maturo quando ha capito esistenzialmente che il suo "es sere" è un "essere-insieme-con": non con l'uno o l'altro, ma con Cristo che lo ha "preso" (Fil 3,12) [...]. È indispensabile che l'amor di Dio, che ha chiamato e segregato per il Vangelo un uomo, lo prenda, lo penetri fino in fondo, lo possieda dopo averlo svuotato di ogni ricerca egoista. Allora e soltanto allora egli sarà capace di amare altri» (GENTILI, Amore e Consacrazione, 51).
[ 36] GENTILI, Amore e Consacrazione, 45-46.
[ 37] GENTILI, Amore e Consacrazione, 51, che cita Pax Pagès, H.S. Sullivan, Alan
Fromm, G. Cruchon, A. Terruwe. E continua: «AI di fuori di ogni sottinteso esiste un amore profondo di tipo affettuoso, che si esprime in termini di interesse sincero, di conoscenza, di intimità e di responsabilità, inesprimibile nelle consuete parole umane, se non forse nell'alta poesia. Il fatto che da questo possa nascere anche un desiderio di unione fisica non informa una simile realtà: motivi superiori ne potranno esigere la rinuncia, e tale rinuncia sarà compiuta in modo sereno da persone mature che, in seno alloro stesso amore, troveranno la forza per imporsela, nel pieno rispetto dell'essere amato».
[ 38] Scrive papa GIOVANNI PAOLO II: «In vista dell'impegno celibatario la maturità affettiva deve saper includere, all'interno di rapporti umani di serena amicizia e di profonda fraternità, un grande amore, vivo e personale, nei riguardi di Gesù Cristo» (Pastores dabo vobis, n. 44 § 4).
[ 39] Si tratta di una conoscenza (conoscere viene da con-nascere) che «si caratterizza come intimità, amore, penetrazione, comunione personale vitale e dinamica, che si radica nell'hic et nunc del cristiano, nella sua storia, nella sua vita e nella sua carne. È la conoscenza che affonda le sue radici semantiche nell'ebraico vada (che significa conoscere fino all'intimità sessuale), è la conoscenza (da at) che significa anche amore, fedeltà (hesed): "Amore (hesed) voglio, non sacrifici, conoscenza (da at) di Dio, non olocausti" (Os 6,6)» (E. BIANCHI, «Evangelizzazione come proposta spirituale», in FRANCHINI e CATIANI, Nuova Evangelizzazione, Bologna 1990, 64; cf. anche B. MARCONCINI, «Fede IV [gnosi/conoscenza]», in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Cinisello Balsamo 1988, 546-547).
[ 40] LEWIS, I Quattro Amori, 60.
[ 41] AELREDO DI RIEVAULX, L'amicizia spirituale, Edizioni Figlie di San Paolo, Milano-Torino 1996, 118.
[ 42] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 299-300, che cita L. RINSER-E. GENTILI, L'amore nel celibato, Torino 1969, 39, e conclude: «Di norma un amore autentico verso Dio può essere vissuto da chi ha raggiunto nell'amore umano un grado di maturità corrispondente alla sua età e alla capacità di amare. Questo rilievo illustra il valore che nel presente lavoro viene dato all'amicizia tra persone consacrate» (GIORDANI, La donna nella vita consacrata, 300).
[ 43] Joseph RA1ZINGER, Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Milano
1989, 71.
[ 44] LEWIS, I Quattro Amori, 61.
[ 45] LEWIS, I Quattro Amori, 62. 
[ 46] GOFFI, «Amicizia», 15.
[ 47] «In questo tipo di affetto [di amicizia] - come disse Emerson - "Mi vuoi bene?" significa: "Vedi la stessa verità?" o, per lo meno, hai a cuore la stessa verità? Chi concorda con noi sul fatto che una certa questione, dagli altri considerata secondaria, è invece della massima importanza, potrà essere nostro amico. Non è necessario, invece, che egli sia d'accordo sulla risposta da dare al problema» (LEWIS, I Quattro Amori, 66). È la stessa idea espressa da Antoine de Saint-Exupéry: «Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione».
[ 48] «Ecco perché quei patetici personaggi sempre a "caccia di amici" non riescono mai a trovarne. Si può arrivare ad avere degli amici soltanto a patto che si desideri qualcos'altro, oltre gli amici» (LEWIS, I Quattro Amori, 66).
[ 49] Jean GALOT SJ, toccando questo argomento afferma che s'impone oggi un atteggiamento più positivo di fronte al corpo e alla sessualità, fondato sul mistero della risurrezione: il clima vero del consacrato non è affatto la penitenza ma la temperanza: quasi un anticipo della vita trasfigurata dei cieli. Il modello a cui guardare: Cristo che non ha affatto respinto le testimonianze di affezione sensibile in circostanze che il Vangelo ricorda. «La castità consacrata esclude l'affezione sensibile di un tipo ben determinato, quello che conduce al matrimonio; ma essa non esclude altre forme di affezione sensibile. Se essa è vissuta come un più grande amore, potrà accordarsi con certe manifestazioni di affetto da cui si avrà cura di scartare ogni equivoco» (in «Les Conseils évangéliques et l'engagement dans le Royaume», in Forma Gregis 2[1969], 132-133 citato da GENTILI, «Amore e Consacrazione», 50).
[ 50] GIORDANI, La donna nella vita religiosa, 350. L'allarmismo finirebbe per «esasperare la fantasia» e rincarare la dose di erotismo normalmente insito in queste reazioni.
[51] VOILLAUME, Come Loro, 356.
[52] «L'amicizia ideale, che realizza una vera fusione di due anime nel medesimo
desiderio di amare Dio e di aiutarsi reciprocamente nel cammino che vi conduce, può nascere veramente solo in cuori interamente posseduti dall'amore di Gesù» (VOILLAUME, Come Loro, 354). Ne è un esempio l'esperienza di Pierre TEILHARD DE CHARDIN nella sua relazione di amicizia con Lucille SWAN che egli ha saputo mantenere sempre nel rispetto della sua consacrazione (si veda il loro epistolario citato supra, nota 1).
[53] «La vita di coppia degli sposati non può essere il modello per i religiosi e per il clero. Per noi il modello devono essere le amicizie intenzionali ("intentional friendship") per mezzo delle quali i due stabiliscono un legame aperto, lasciando ogni atteggiamento possessivo. [...] Una tale amicizia rimane sempre aperta agli altri; non è esclusiva, è anzi inclusiva» (Anna POLCINO, citata da Av, By Way oJ the Heart, 165). Tullo GOFFI afferma che l'amicizia dei consacrati è «disponibilità all'accoglienza dei fedeli senza rinchiudersi nel possesso esclusivo di qualcuno» («Amicizia», 17).
[54] Jean LECLERCQ OSB, in Monastica (gennaio-febbraio 1992), citato in Testimoni 9(1992). E anche VOILLAUME afferma: «Non so se avrete molti o pochi amici: lasciate che la Provvidenza vi diriga; però io credo, comunque, che la vostra vocazione di testimoni dell'Amore fraterno nel mondo vi inviti ad avere più amici possibile»
(Come Loro, 355).
[55] Pastores dabo vobis, n. 44 § 5.
[ 56] «A ogni tentazione [...] imparate a rimettere tutto in questione di fronte a Dio, e sappiate che Gesù vi domanda semplicemente di scegliere di nuovo lui come unico oggetto del vostro amore» (VOILLAUME, Come Loro, 353).
[ 57] VOILLAUME, Come Loro, 353.
[ 58] Loughlan SOFIELD, «A Crisis far Midlife Priests», in Human Development (summer 1992), 31.
[ 59] Pastores dabo vobis, n. 44 § 5. Il mistero dell'incarnazione, come è espresso nel Vangelo secondo Giovanni, si articola e si esprime nelle molte amicizie che Gesù ha avuto: «il Verbo viene ricevuto fra noi nell'intimità misteriosa dell'amicizia» (Carlo Maria MARTINI, Il Vangelo secondo Giovanni, Borla, Roma 1984, 30).
[ 60] Il Vangelo di Giovanni afferma esplicitamente che Gesù aveva degli amici: il Battista (3,29); i discepoli (1,35ss); Marta, Maria e Lazzaro (11,3.36); il discepolo che Gesù amava (13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20); Maria di Magdala (20,11-18) e Pietro (21,15ss).
[ 61] SCHNEIDERS, New Wineskins, 234-235.