PICCOLI GRANDI LIBRI   GABRIELE FERRARI   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
RELIGIOSI E FORMAZIONE PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta

 Edizioni Dehoniane, Bologna 1998

1 «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12)

2 La contemplazione: un cammino verso Dio e verso se stessi;
un prolungato amoroso sguardo alla realtà

3 L'amicizia delle persone consacrate: è possibile? come si esprime?

4
Il ministero pastorale: aiuto per la crescita personale o fonte di disfunzioni?

1. PREMESSA
1.1. Alcuni dati di fatto
1.2. La persona prima delle strutture

2. I CONDIZIONAMENTI STRUTTURALI
2.1. Un progetto troppo grande e irrealizzabile
2.2. Il ministero aggrava i problemi personali non risolti .

3. I CONDIZIONAMENTI PERSONALI

4. I CONDIZIONAMENTI «IDEOLOGICI»
4.1. Il clericalismo o dogmatismo deresponsabiliz
zante
4.2. Il conformismo «conservatore» che esclude ogni dissenso
4.3. L'autoritarismo come ricorso e sicurezza

5. COME AFFRONTARE CERTI ASPETTI CONFLITTIVI DEL MINISTERO
5.1. Riconoscere e affrontare positivamente i con
flitti
5.2. Un conflitto tanto «normale» quanto difficile: il rapporto uomo-donna nel ministero

6. ALCUNE INDICAZIONI PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL MINISTERO .
6.1. Ritrovare la propria vera autonomia
6.2. Modificare lo stile di vita e la quantità degli impegni
6.3. Ricuperare la dimensione «contemplativa»
6.4. Fare attenzione allo stile «eroico» assunto nel ministero
6.5. Perseverare nella pazienza

5 La direzione spirituale

6 «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15)

4
Il ministero pastorale:
aiuto per la crescita personale
o fonte di disfunzioni?

Riflessioni su problemi 
di aggiustamento psicologico-spirituale 
alle situazioni pastorali attuali*

1. PREMESSA

Secondo un'affermazione che nessuno di noi si sente più di mettere in discussione, un prete, un religioso/a, un operatore pastorale o sociale delle strutture ecclesiastiche, in una parola un ministro, vive e cresce dentro il suo ministero. Lo ha affermato il concilio (1) e lo ha ribadito la recente esortazione apostolica Pastores dabo vobis (2) per il presbitero.
Eppure... non è sempre così e vorrei affermare, per l'esperienza personale e per esperienze altrui che ho potuto accompagnare, che è più frequente di quanto non si creda il fatto che il ministero non fa
vorisce, anzi qualche volta compromette, la crescita della persona nella libertà.
È ovvio che qui non intendo parlare del «ministero» cristiano fatto di profezia, koinonia e diakonia. Sono aspetti essenziali dati per conosciuti e scontati. Nel presente contesto invece vorrei affrontare alcuni aspetti problematici del ministero, della sua attuazione individuale e comunitaria, che sono sfide e rischi del ministero stesso e che attendono quindi una particolare attenzione. (3)
Non si deve cadere nel cinismo catastrofico e neppure in ingenue forme fideistiche: Dio lavora anche al di là e malgrado le nostre inconsistenze (4) e le strutture imperfette, e tuttavia si deve avere il coraggio di guardare in faccia il problema dell'inadeguatezza delle strutture per non aggravare le eventuali inconsistenze personali.
In realtà abbastanza spesso le parrocchie, gli ospedali, le scuole, le diocesi, le comunità religiose sono strutture segnate da forme di efficienza che arrivano fino all'efficientismo, dall'autoritarismo, dalla burocrazia e dall'impersonalità anonima; sono strutture «disfunzionali» che ripercuotono i loro difetti nelle persone che vi lavorano dentro.
Altrettanto spesso le persone che entrano nel ministero vi portano i loro problemi personali irrisolti che si rivelano macroscopicamente e vengono a galla proprio grazie (... si fa per dire) al ministero.
Quello che qui vorrei fare, sarebbe di fermarmi a trattare qualche aspetto del ministero nel contesto del rinnovamento personale, alla ricerca di un migliore servizio pastorale che superi il livello puramente organizzativo-manageriale, per raggiungere quello di un
servizio «spirituale» e che permetta all'operatore pastorale di «crescere» come persona nel corso del suo servizio.

A scanso di equivoci, vorrei a questo punto ribadire un'idea già di per sé formulata: per ragioni pedagogiche vengono qui messi in luce soprattutto gli innegabili aspetti problematici e rischiosi del ministero. Questo nOn significa affatto che il ministero, affrontato in modo adeguato, non offra grazie e chances di santificazione, come dimostra l'esempio di tanti santi. Ogni interpretazione unilateralmente negativa è del tutto fuori luogo. Gli aspetti positivi e negativi si mescolano nel ministero, come del resto in ogni esperienza umana, e se qui si enfatizzano i secondi è per aiutare a riconoscere una realtà che spesso nOn si vuoi vedere, perché mette in crisi chi l'affronta senza affrontare nello stesso tempo i propri problemi precedenti al ministero e senza curare insieme la propria crescita e maturazione personale.

1.1. ALCUNI DATI DI FATTO

Un problema che abbiamo tutti sotto gli occhi è il super-lavoro («Non ho più tempo per me stesso») cui molti sono sottomessi; un altro ha riferimento alla preparazione insufficiente («Non siamo stati preparati per queste cose»); e ancora un'esagerata identificazione con il proprio servizio da parte di sacerdoti, religiosi/e e operatori pastorali e sociali nelle strutture ecclesiastiche, che genera forme di rigidità mentale, di conservatorismo e di autoritarismo.
È facile notare che parecchi operatori pastorali dopo qualche tempo si ritrovano stanchi, insoddisfatti, stressati, oppure, a volte, addirittura drogati di lavoro pastorale che essi hanno pur affrontato con buona volontà e sincera dedizione.
È possibile per il ministro perdere la chiara percezione degli atteggiamenti adeguati per il ministero quando si incontrano persone che resistono pur nella buona volontà, o altre che rifiutano la proposta evangelica dopo averla cercata, o altre ancora che sono nell'indifferenza. Ci sono anche diverse situazioni che mettono alla prova l'equilibrio del ministro: quando l'interesse sincero per una persona si trasforma in affetto, quando egli stesso si sente oggetto di un affetto non cercato, quando i problemi altrui diventano eccessivi e overwhelming. Non si devono poi dimenticare le crisi tipiche dell'età di mezzo con il loro carico di solitudine, rabbia, senso di colpa e fallimento ecc.
Tutto questo riporta al ministro l'acuta consapevolezza dell'impegno di conoscere se stesso senza reticenze e rimozioni «per accedere alla propria interiorità, soprattutto a quelle zone non risolte del vissuto interiore, per elaborarle e accoglierle e per strapparle a quella sfera del "non detto" che rischia di rendere difficili o addirittura deformate le nostre relazioni, giungendo a conoscere tutto ciò che dentro di noi è spesso fonte di ansia e angoscia». (5)
Un altro dato di fatto è che i ministri si trovano a fare della pastorale divaricati tra un modello manageriale che di fatto privilegiano, e un modello spirituale, al quale sentono di dover tendere senza riuscire sempre ad arrivarci.
Non sono casi sporadici, anzi si direbbe che siano destinati a diventare più frequenti: al diminuire delle vocazioni, al crescere delle attese e in assenza di progetti d'insieme, corrisponde un aumento degli impegni e quindi dello stress in coloro che operano in queste strutture.
Tutti comprendiamo che queste «disfunzioni» non sono il problema, ma solo il sintomo di qualcosa che deve essere affrontato. E allora ci si deve chiedere: «Perché si producono questi fenomeni?». «C'è modo di reagire e prevenire o almeno contenere i danni di un sistema che sembra non essere più umano?». «E questi fatti non possono essere un ulteriore appello e un'occasione per la crescita personale e comunitaria?». «Si può sanare il sistema per impedire che vi si rovinino coloro che vi operano?».
A queste domande vorremmo provare a dare qualche risposta in questa sede.

1.2. LA PERSONA PRIMA DELLE STRUTTURE

Una cosa va detta subito, anche se non è molto ben accetta, benché sia scientificamente provata: (6) la struttura, la comunità non fanno cambiare le persone, anche se possono favorire e stimolare oppure rendere difficile la crescita personale. Ciò che causa la crescita e la maturazione delle persone è la capacità personale, intra-psichica, di internalizzare i valori, cioè «la decisione libera e personale di modellare tutti i propri comportamenti in base ai valori e non in base alle richieste sociali, alle paure o ai premi». (7)
È poi un dato di fatto, clinicamente (8) dimostrabile, che eventuali problemi personali irrisolti dell'operatore ecclesiastico (legati all'educazione familiare o seguente) interagiscono con le richieste del ministero che già tende a essere «disfunzionale» per conto suo, fino ad avere delle conseguenze sulla salute e l'efficienza dell'operatore stesso. Se il ministero è un progetto d'amore, (9) ma se questo non provoca e non trova un corrispondente amore, autentico e libero, esso non può costruire, ma solo compromettere la crescita della persona.
Un'ulteriore fonte di problemi personali per il ministro viene dalla mancanza di una spiritualità comunitaria, e cioè dall'incapacità di trasmettere i valori della comunione e di collegarli con il vissuto concreto del ministero, che, per natura sua, dovrebbe essere un fatto «comunitario» .
Il ragionare su queste cose può aiutare tutti noi, quando ci troviamo a operare nel ministero, a essere coscienti dei rischi che corriamo e a proteggerci per continuare la nostra crescita psicologica e spirituale e a raggiungere uno stile di servizio più spirituale e non s'olo organizzativo o manageriale. Identificare gli aspetti non sani delle strutture di ministero può anche aiutare a trasformarle in realtà più «funzionali» promuovendo il bene sia dei ministri che della gente che essi servono.
Vedremo successivamente i condizionamenti (o le emergenze) strutturali, personali (l'assenza di certe qualità innate e/o acquisite) e ideologici che hanno influenza negativa nel ministero e insieme qualche chiave di soluzione.

2. I CONDIZIONAMENTI STRUTTURALI

Una prima constatazione ci dice che un'organizzazione non funzionale che crea dipendenza ha quasi sempre alla sua origine un progetto eccessivo della sua missione. (10) Non è raro imbattersi in programmi pastorali di una parrocchia, scuola, comunità religiosa, ospedale, diocesi, tali che nessun mortale potrebbe realizzare, sia da un punto di vista finanziario che umano, programmi che creano attese e richieste che non possono essere portate a termine. Ciononostante si tenta di realizzarli ugualmente e vengono tenuti in piedi a spese di coloro che ci lavorano dentro.
Le persone, che sono dentro questo tipo di strutture e che hanno dei problemi personali irrisolti, di solito si sentono responsabili in modo più acuto di altri per il raggiungimento di questi programmi e cercano di realizzarli a tutti i costi, pagando con un accumulo di stress e di impegno forzato.

2.1. UN PROGETTO TROPPO GRANDE E IRREALIZZABILE

Tre sembrano essere i fattori che entrano in gioco e dilatano sempre più i programmi pastorali: i crescenti bisogni pastorali e umani, il supporto spirituale e, infine, il cosiddetto rinnegamento di sé, ossia la dimenticanza di sé e dei propri bisogni personali.

I crescenti bisogni pastorali e umani della società

Non c'è bisogno di dimostrarlo: una parrocchia vuole arrivare a tutti, e più allarga le sue frontiere e più crescono gli ambienti in cui dovrebbe offrire servizi specializzati e puntuali. Una scuola, ad esempio, non si può accontentare di offrire solo lezioni impeccabili, ma deve fare della pastorale giovanile per i vari settori e ambienti, e in ogni ambiente secondo le età; un ospedale, che voglia essere serio, non si accontenterà di curare i malati, ma vorrà mettere in piedi, appena possibile, un programma di prevenzione, di «Primary Health Care» ecc.
Le intenzioni sono nobili, ma le soluzioni possibili sono sempre poche. È già una fonte di stress il voler arrivare a tutti. Se aggiungiamo a essa il calo drammatico delle vocazioni che rende sempre più pesante il cumulo di impegni alle poche forze rimaste, possiamo avere la misura della serietà del problema.

La giustificazione spiritualistica del sistema attuale

C'è tutto un sistema teologico e spirituale, fatto di convinzioni e slogan (11) che spinge all'impegno pastorale senza tenere conto in modo equilibrato delle esigenze personali dei ministri: l'esigenza di creare e mantenere delle relazioni umane, di avere del tempo libero per sé, di una vita regolata dal punto di vista alimentare, fisico, psicologico, della necessità di una certa solitudine, la possibilità di avere tempo per la preghiera, lo studio, la ricreazione ecc.
Un'eccessiva e unilaterale concentrazione sui compiti di ministero, sul «fare» del ministro, porta quest'ultimo a trascurare il suo «essere», e lo sviluppo personale non potrà che soffrirne. Un servizio che vuole arrivare dappertutto a spese del bene personale del ministro, finisce per non essere più neppure efficace.
Spesso si deve anche ammettere che la stessa organizzazione ecclesiastica ha assunto i parametri dell'impresa: efficienza, successo, statistiche ecc. E tutto questo forza ulteriormente i limiti degli operatori.

Il «rinnegamento-di-sé» in contrasto con la crescita personale

La crescita umana dei singoli è in relazione con le istanze della valorizzazione di sé. Quelli che rimangono intrappolati dentro un sistema che domanda troppo alla persona, sono spesso quei preti e quei religiosi/e che non hanno dato importanza allo sviluppo e al bene della propria persona.
Quelli che tendono a lavorare sotto la spinta del narcisismo, dell'impulso inconscio verso il lavoro o del perfezionismo come risultati di problemi personali non risolti, legati spesso alla famiglia d'origine, mettono di solito molta enfasi sul valore «evangelico» (che tale è, ma che deve essere ben inteso) (12) del rinnegamento di sé come opposto alla loro crescita personale.
È comune allora andare alla ricerca di ragioni religiose per giustificare l'impossibilità di fermarsi: «Ci riposeremo in cielo», dice una frase edificante che si attribuisce ai santi. E così si trovano preti o religiose che accettano di lavorare dieci-dodici ore al giorno, che come vacanze annuali fanno gli esercizi spirituali e che non sanno più gustare alcuna gioia della vita. Tutto questo perché non sanno più fermarsi e/o perché vittime di un perfezionismo distruttivo.
Queste persone sono inevitabilmente dipendenti dalla stima e dal giudizio altrui. È chiaro che la loro stima-di-sé va su e giù a seconda delle opinioni altrui come una barca sulle onde... (13)

La strada per salvarsi

La strada per salvarsi, in questa inondazione di impegni, sta nel saper scegliere, nel fare delle scelte consapevoli, non «compulsive», fatte alla luce del criterio del Regno e nella capacità di dire di no quando si sono raggiunti i limiti personali.
Bisogna fare una chiara distinzione fra il «lavoro-extra» che è occasionale e il «super-lavoro» che è frutto di spinta inconscia. In questo secondo caso, per la persona che agisce in modo impulsivo il lavorare diventa un bisogno automatico e incontrollabile, una «droga». La persona non sa più dare attenzione a se stessa e non sa realisticamente misurare le proprie possibilità.
È necessario quindi acquistare un senso chiaro delle proprie possibilità e dei propri limiti, in una parola del proprio io reale. Purtroppo molti preti e religiosi/e che, a causa delle loro tendenze personali e della loro formazione, vivono soprattutto a livello della loro testa e sono alienati dai loro sentimenti, non sono più capaci di essere in contatto con il loro barometro interno che li avverte che i limiti fisici ed emozionali sono stati già superati.
Riconoscere i propri limiti viene spesso confuso con un'evasione dalle proprie responsabilità, quasi uno sfuggire alla volontà di Dio, oppure un non essere onesto con Dio.
Una volta che uno rimane intrappolato nelle inesauribili richieste di una missione eccessivamente esigente, non può che essere impedito di affrontare direttamente i suoi problemi personali oppure, semmai, di affrontarli solo attraverso il ministero.
Un'ultima nota pratica: quando un direttore spirituale o un superiore si vede davanti un caso di superlavoro nel ministero oppure di qualche forma di altra compensazione (alcool, sesso ecc.), dovrebbero chiedersi e chiedere: «Quali problemi cerca di evitare questo amico/a?». «Che specie di ragioni spirituali lo/a guidano?». «Quali aspetti non sani del sistema - che coincidono con i suoi propri problemi - lo attirano verso il ministero e verso il superlavoro?».

2.2. IL MINISTERO AGGRAVA I PROBLEMI PERSONALI NON RISOLTI

Non è raro che queste forme di superlavoro siano prodotte da problemi irrisolti che vengono da molto lontano. (14) In realtà quanto più uno è stato abituato a ritardare l'emergere dei propri bisogni o a sopprimerli per andare incontro a quelli degli altri, tanto più può essere «a rischio» quando si trova in una struttura che gli richiede di accettare un programma che gli pone delle richieste esagerate.
L'esempio più chiaro è quello di un operatore pastorale che ha avuto nella famiglia d'origine il ruolo di «tutore» e di «salvatore», che cioè doveva salvare o redimere a tutti i costi i propri cari. Quando da adulto uno è chiamato effettivamente a prendersi cura degli altri, questo non deve trasformarlo in tutore e salvatore degli altri fino a togliere loro la responsabilità di affrontare le difficoltà e il travaglio della loro crescita personale.
Il «bravo ragazzo» che fa tutto per gli altri, oppure la «brava donnina» che ha assunto molto presto in casa sua delle responsabilità materne, una volta adulti non potranno essere equilibrati, perché sentiranno sempre in sé l'urgenza di dimostrare le ragioni più pure e altruistiche dando la preferenza agli altri a scapito di se stessi.
Un tale atteggiamento blocca l'operatore costringendolo a fare tutto e di tutto per gli altri e - secondo brutto effetto - deresponsabilizzando i collaboratori. Sono questi quei preti, religiosi/e che devono fare tutto, perché non si fidano di nessuno, non «possono» correre il rischio che le cose non siano fatte bene...
In definitiva queste attese finiscono per fare pressione sul prete o sul religioso/a costringendolo a essere sempre altruista e disinteressato. Ma c'è altruismo e altruismo. E alla lunga queste persone finiscono per ritenere una forma di egoismo ogni cura di se stessi. (15)
Presi da questa preoccupazione per gli altri molti finiscono per dimenticarsi ed eliminare da se stessi una buona parte del proprio io autentico, per conformarsi a questo ruolo idealizzato, che, a sua volta, diventa poi fonte di comportamenti impulsivi e non autentici.
E, in questo processo di scissione, la persona considera certi pensieri, sentimenti, comportamenti come inaccettabili e li esclude dalla coscienza. Ma poi tali sentimenti e comportamenti (di solito di carattere sessuale e aggressivo) riemergono sotto il peso dello stress e trovano delle espressioni impulsive che non si riescono a dominare, se non a furia di pericolose imposizioni.

3. I CONDIZIONAMENTI PERSONALI

È abbastanza frequente sentire dei preti, religiosi/e e altri operatori pastorali lamentarsi di non essere all'altezza del proprio ministero. Che il ministero sia molto esigente, lo si capisce. Che sia difficile essere preparati anche. Che fare quindi?
Esaminando alcuni paradigmi del ministero, (16) cercheremo di vedere in positivo alcuni atteggiamenti e requisiti per il ministero non sempre innati, e che possono essere acquisiti.

1) Il ministro all'interno del popolo di Dio si deve considerare come un pellegrino in mezzo agli altri. Egli deve sapere dove sta andando la carovana e, nello stesso tempo, deve essere capace di leggere il tracciato del suo viaggio, interpretare i segni; deve essere uno che sa stare con la carovana. È una persona di dialogo e di comunione, uno che sa stare in mezzo agli altri senza pretendere qualifiche, titoli o particolari riconoscimenti. Il ministro deve essere una persona capace di comunicazione e di solidarietà.

2) Il ministro è anche un servo, uno che ha la funzione (non lo «status») (17) di chi serve la comunità. È una persona che sta in comunità, che è al servizio della comunità, che cammina con la comunità, affinché questa sia realmente tale; uno capace di far interagire e cooperare i membri della comunità; uno che sa come affrontare i problemi della comunità (conflitti e confronti comunitari). Il ministro conosce, crede e applica le tecniche della comunione e dell'interazione comunitarie, non presume delle proprie capacità, ma si prepara a questo compito di armonizzazione comunitaria.

3) Il ministro è anche un profeta, una persona che vede quello che gli altri non riescono ancora a scorgere, che sa leggere nella storia e ne vede le linee di forza e di tendenza. Il profeta ha immaginazione pastorale, capacità di progettazione pastorale per il futuro, ma anche capacità di scegliere realisticamente tra le molte possibili alternative intraviste.

4) Il ministro è infine un pastore. Oggi questo compito non si può limitare all'ambito del proprio gregge, ma è chiamato a essere pastore di pastori, ossia formatore e guida di coloro che sono preposti alle singole comunità. Questo richiede la capacità di essere un costruttore di comunione, animatore di pastorale d'insieme, promotore di sintesi all'interno della multiforme presenza pastorale di oggi.

È ovvio che non si possono realizzare tutti questi paradigmi. Oggi il ministro sembra chiamato soprattutto a coniugare l'essere profeta con l'essere pastore. Non che le altre caratteristiche siano secondarie, ma queste due sembrano le più attuali e urgenti: essere capaci di fantasia pastorale, di sintesi e di costruzione di comunione. Per la situazione di oggi un ministro dovrebbe avere particolare sensibilità per il rinnovamento, proiettato verso il futuro, non chiuso ne gli schemi del passato.

4. I CONDIZIONAMENTI «IDEOLOGICI» (18)

C'è un'altra serie di disfunzioni nel ministero abbastanza frequenti, che provocano nel prete e nel religioso/a dei problemi seri. Questi hanno origine in una esagerata identificazione del ministro con il ministero stesso. È normale e sano, per sé, che egli vi trovi l'alimento per la sua vita spirituale e la sua vera identità e che quindi - in una certa misura - si identifichi con quello che fa.
Tuttavia, se uno si identifica troppo con il proprio ministero, potrebbe crearsi una pericolosa dipendenza. Ancora una volta le vittime «designate» di questo pericolo sembrano essere coloro che non sanno dare ascolto a se stessi e alle proprie esigenze personali. E i risultati non riguardano solo l'operatore, ma anche la gente.
Tale identificazione - che è una strategia di difesa - si configura come:
1) un rigido clericalismo;
2) un conformismo conservatore dello «status quo»;
3) un atteggiamento di controllo e autoritarismo cercato e praticato.

4.1. IL CLERICALISMO o DOGMATISMO DERESPONSABILIZZANTE

Si tratta di un rigido meccanismo di sicurezza, di una identità di comodo sempre pronta per coprire ogni problema che nasce a livello di crescita personale. È il caso di quelle persone che hanno sempre una risposta pronta e sicura per tutto.
Esse chiudono ogni possibilità di ricerca interiore, dando delle indicazioni, precise ma prefabbricate, su quello che è permesso e
quello che è proibito. I conflitti personali vengono tutti risolti come per intervento magico. In fondo è la sicurezza quella che viene cercata. È il contrario della libertà dei figli di Dio.
Il risultato di questa strategia è che la gente ha sempre meno fiducia in sé e nei propri ministri e viene bloccata ogni possibile «crescita» delle persone. Eppure è abbastanza facile notare che queste persone «dogmatiche», che hanno sposato ciecamente la causa della loro missione bloccando ogni ulteriore ricerca, pur non avendo ancora risolto i propri problemi, trovano un notevole seguito da parte di coloro che vogliono sfuggire alla fatica della libera ricerca e della decisione presa in libertà.
In questo senso è un fatto che «il chierico rigido attrae gli adulti che non hanno affrontato il loro processo di crescita personale, proprio perché egli offre una strategia pronta per evitare di dover cercare le risposte concrete alle difficili questioni che in definitiva devono essere affrontate nel processo dello sviluppo personale». (19)

4.2. IL CONFORMISMO «CONSERVATORE» CHE ESCLUDE OGNI DISSENSO

È altrettanto frequente che persone insicure e con altri problemi irrisolti cerchino la propria sicurezza nel ruolo che rivestono identificandosi talmente con il sistema, da risentire di ogni pur minimo cambiamento, di ogni giusta variazione nel sistema e di ogni dissenso come di una minaccia rivolta a se stessi. E diventano così paladini feroci dello «status quo». L'autocoscienza e la stima di sé si mescolano con il ruolo, sicché, quando il ministro sente che la sua sicurezza viene messa in pericolo, cerca di elaborare delle strategie difensive fatte di potere e di dominazione. Questo processo di auto difesa finisce per sostituire l'impegno per la crescita personale, che non può essere sempre un cammino semplice e lineare, ma che comporta la combinazione di dicotomie e apparenti contraddizioni. È il contrario del pluralismo pastorale.
Il potere e il controllo sull'altro, soprattutto in tempi di transizione e di cambiamento, possono diventare una strategia importante del ministero. Questi atteggiamenti sono per gran parte inconsci, e hanno lo scopo di eliminare i sensi di vulnerabilità, quando il dissenso è sentito come disapprovazione.

4.3. L'AUTORITARISMO COME RICORSO E SICUREZZA

Un sistema religioso che presenta delle disfunzioni porta - per sua natura - a trasferire il processo della decisione a coloro che hanno più potere.
In
un sistema religioso non libero e chiuso è frequente confondere la direzione, il consiglio e l'animazione, con l'autoritarismo. Cercare e accogliere il consiglio altrui è saggio e utile. Sottomettersi invece all'autoritarismo significa ricercare un'infanzia artificialmente prolungata in cui un «esperto» usurpa l'altrui responsabilità di sviluppare il carattere e la coscienza.
Ciò che si cerca è una figura d'autorità che funga da protezione e da anestesia contro le ansie, ogni volta che un cambiamento nel sistema mette in agitazione problemi mai affrontati e mai conclusi.
Il cammino che porta alla maturazione della coscienza attraverso l'internalizzazione dei valori è un processo laborioso, che va avanti giorno dopo giorno ed esige la capacità e la fatica personale di valutare, discernere e decidere.
Questo atteggiamento è quindi esattamente il contrario del discernimento pastorale. Quando gli individui arrivano a trasferire la responsabilità propria a una persona autorevole o a una dottrina sicura, per evitare l'ansia e la fatica che la crescita personale comporta, significa che essi non sono maturi, ma anche che le strutture non permettono la libertà.
Il cambiamento viene evitato introducendo il ruolo rigido di una
dottrina o cercando di avere delle persone ancora più «clericalizzate» e quindi rigide. Il ricorso all'autoritarismo produce un momentaneo senso di sicurezza, ma distorce e blocca di solito la crescita personale degli individui. È facile verificare oggi queste dinamiche nella Chiesa e nelle congregazioni religiose.
L'ostilità verso i cambiamenti si esprime nel ridicolizzare i tentativi promossi dalla parte più flessibile della comunità, oppure nell'indebito ricorso a norme non scritte («Non si fa così»; «Non si è mai fatto così»; «Questo non è coerente con le Costituzioni»...). Sono affermazioni che rivelano un approccio moralistico, frutto della sensazione - inconscia - che si sono violate le barriere della sicurezza.
Gli psicologi direbbero che quando delle obiezioni morali vengono espresse con toni altamente morali, potrebbe essere segno di una inconscia resistenza generata da sentimenti di vulnerabilità. Per chi vive questo bisogno di sicurezza, i cambiamenti sono spesso sentiti ed espressi in chiave morale, quando invece dovrebbero essere considerati a livello psicologico.

5. COME AFFRONTARE CERTI ASPETTI CONFLITTIVI DEL MINISTERO

Uno dei momenti più critici e difficili nel ministero è quando emerge un conflitto, ossia una divergenza di vedute nell'ambito del ministero (metodi, contenuto o valori fondanti). È importante, anche se difficile, riuscire a individuare i conflitti, i loro meccanismi, nascosti e pericolosi, e le loro eventuali chiavi di soluzione.

5.1. RICONOSCERE E AFFRONTARE POSITIVAMENTE I CONFLITTI

Dato che i conflitti in tutte le organizzazioni sono inevitabili e in qualche caso anche utili/o se ciascuno non si assume la propria responsabilità nella gestione dei conflitti, finisce per contribuire alloro consolidamento. Parecchi adottano la strategia della fuga dal conflitto. In generale i religiosi provengono da famiglie o da una formazione per le quali il conflitto era comunque un male da evitare a ogni costo. (21)
Cercare di risolvere un conflitto può diventare un tabù; molti religiosi si sforzano per anni di sopprimere le rabbie provocate in loro dai conflitti individuali o comunitari o pastorali. Qualche volta la rabbia scoppia e viene, senza volerlo, a confermare la convinzione che essa è pericolosa, rinforzando cosi l'innata resistenza ad affrontare direttamente i conflitti. La norma di non parlarne è una strategia, ma una strategia pericolosa che innesca un circolo vizioso.
Si fa ogni giorno più chiaro che molti preti e religiosi/e vengono portati, loro malgrado, a entrare in situazioni sempre più complesse, che producono ed evidenziano delle situazioni conflittive: ed è visibile che, se essi possono contare, da una parte, su una preparazione teologica abbastanza sofisticata, ma possiedono, dall'altra parte, un'altrettanto sicura preparazione psicologica e pedagogica per una seria gestione dei conflitti, trovandosi essi stessi a dover affrontare tali situazioni, cercano delle norme di condotta all'interno della loro esperienza personale, con il risultato di confondere ulteriormente i problemi personali e i problemi altrui.
Per assicurare il bene dei singoli e delle comunità e per contribuire alla soluzione delle situazioni conflittive presenti nelle strutture ministeriali, dovrebbe essere ormai prioritaria una formazione che abiliti queste persone a conoscere se stesse e a impratichirsi nelle tecniche per affrontare i conflitti. (22)

Una notevole fonte di conflitti si trova a livello di una comunicazione insufficiente o del tutto mancante. La maniera di gestire in modo positivo tali conflitti è quella di parlarne direttamente evitando la scappatoia della triangolazione o dello scritto che blocca la comunicazione, e fuggendo da ogni forma di pettegolezzo e di inutile segretezza che altro non fa che consolidare un potere non costruttivo nella comunità.

5.2. UN CONFLITTO TANTO «NORMALE» QUANTO DIFFICILE: 
      IL RAPPORTO UOMO-DONNA NEL MINISTERO

Sempre più il ministero mette gli operatori in condizioni di sperimentare questo nuovo possibile conflitto. In questa nuova situazione ognuno ai loro ha una sua specifica sensibilità e maniera comunicativa ed è portatore di stereotipi culturali maschili e femminili, i quali, a loro volta, influenzano il processo della comunicazione. Solo se si comprendono queste differenze oggettive, per ciò che esse sono in realtà, queste perdono il loro potenziale offensivo: e in tal modo si compie «un grande passo verso l'apertura di linee di comunicazione». (23)
Non è possibile entrare qui in molti dettagli, ma, a mo' d'esempio, guardiamo alla maniera femminile e maschile di affrontare i problemi. In generale le donne tendono a dare attenzione al lato emotivo di un problema, mentre gli uomini sono più inclini ad analizzare la situazione in modo razionale. Le prime quando sono ferite nei propri sentimenti cercano qualcuno che sia solidale con loro e offra un sostegno, non cercano prima di tutto uno che cerchi e trovi una soluzione al problema. Gli uomini invece si fissano immediatamente nella ricerca delle possibili soluzioni e delle indicazioni utili per un comportamento che sia coerente e non avvertono il desiderio della donna di condividere i propri sentimenti.
Un altro aspetto delle relazioni uomo-donna è caratterizzato dalla diversa concezione che ciascuno ha della conversazione. La conversazione, per la donna, è occasione di rivelazione di sé, condivisione delle proprie esperienze, dei sentimenti e delle speranze e, dunque, ella non attende dall'uomo anzitutto scelte immediate, chiarimenti, interpretazioni o ipotesi di intervento, ma comunicazione personale, profonda e intima, in cui l'uomo le faccia dono del suo intimo: se ciò avviene, essa si sente capita e amata e riceve forza per andare avanti nella sua fatica quotidiana, altrimenti si blocca nella freddezza e nella convinzione frustrante di essere una-tra-le-tante. Invece per l'uomo la conversazione è comunicazione, prima di tutto, di fatti che contano, un momento di lavoro, prima di essere simbolo d'affetto o di amicizia.
È facile notare che le attese e lo stile sulle due sponde sono differenti. E finché non si accettano le differenze, ci si trova necessariamente sul terreno del conflitto, quando invece è necessario coniugare le energie: «Uomini e donne potrebbero trarre beneficio dall'apprendere gli stili dell'altro. Molte donne potrebbero imparare dall'uomo ad accettare conflitti e differenze, senza interpretarli come una minaccia all'intimità, e molti uomini potrebbero imparare dalle donne ad accettare l'interdipendenza senza considerarla una minaccia alla loro libertà. Offrire comprensione e offrire di fare qualcosa possono essere sistemi diversi per raggiungere lo stesso obiettivo: l'impegno con gli altri. Se le donne sono felici di apprendere che non devono sempre ascoltare, ma che hanno la possibilitàdi comunicare, gli uomini possono essere felici rendendosi conto che non devono sempre possedere delle informazioni interessanti e delle soluzioni geniali per impressionare una donna o intrattenerla». (24) Partendo dal rispetto reciproco e dalla capacità di «guardare» una persona e vederla come essa è, tutti possono «guardarsi senza sfidarsi, avvicinarsi senza temersi, aiutarsi senza compromettersi». (25) Tutti possono servire Dio e il prossimo con tutte le loro forze!
Non è possibile dare qui soluzioni pratiche o spicciole. Ma, partendo dalla natura della Chiesa (comunione) e del ministero (comunicazione), si può/deve concludere che è solo nell'ascolto reciproco, nel dialogo sincero e cordiale, nella gratuità semplice e gioiosa e nella misericordia che si possono affrontare i conflitti.
Davanti all'impossibilità di trovare una strada di sintonia e di sintesi, deve restare ancora vero il mistero della carità e della compagnia e la fiducia nello Spirito del Signore che ci farà comprendere la verità in modo profondo: «Quanti dunque siamo perfetti dobbiamo avere questi sentimenti [Paolo sta parlando della fede nel Cristo, via della salvezza]. Se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto dal punto in cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea» (Fil 3,15-16).

6. ALCUNE INDICAZIONI PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL MINISTERO

Giunti alla conclusione della nostra riflessione, possiamo dare una risposta alla domanda contenuta nel titolo: «Il ministero pastorale è un aiuto per la crescita personale del ministro o una fonte di disfunzioni?».
La risposta può sembrare scontata: il ministero, e quindi l'impegno per gli altri, è una partecipazione a quel servizio regale che il Figlio di Dio ha inaugurato, e, nello stesso tempo, è un cammino di identificazione con quell'uomo nuovo e perfetto che è Gesù di Nazaret. Perché tutto questo si realizzi devono tuttavia essere tenuti presenti alcuni princìpi (o condizioni), necessari per uno sviluppo armonico della persona.
Gesù ci ha invitati a rinascere e a diventare come bambini (Mt 18,3). Questa parola ha vari significati e molti sono i livelli di conversione. Senza dubbio dobbiamo uscire dalle nostre inconsistenze per ricuperare la spontaneità del bambino nel quadro di una rinnovata libertà interiore.

6.1. RITROVARE LA PROPRIA VERA AUTONOMIA

Il ministro deve ritrovare la gratuità, libertà, oblatività e fiducia che sono segni della maturità personale: solo così sarà in grado di offrire quella «pienezza umana» che è fatta di accettazione e di stima di sé, insieme con le capacità di donarsi e di accogliere, in presenza delle quali gli altri si sentono invitati a condividere, a fidarsi, a camminare, a crescere... (26)
Attraverso la direzione spirituale e - quando fosse necessario anche attraverso l'aiuto psicologico, il ministro può ritrovare la propria attrezzatura di guida interiore ricollocandola dentro di sé, senza demandarla a nessun «guru», carismatico, e senza consegnarla a un ipotetico perfetto sistema di spiritualità.
Si deve rimanere aperti al consiglio e al parere degli altri, ma, alla fine, la decisione ciascuno la deve trovare ed elaborare dentro di sé. Così, quando i bisogni autentici riemergono, si può cominciare ad affrontarli direttamente invece che attraverso ruoli idealizzati o irrealistici progetti, tipici di un sistema che ha i suoi fondamenti fuori della persona.

6.2. MODIFICARE LO STILE DI VITA E LA QUANTITÀ DEGLI IMPEGNI

In tal modo si deve giungere a ritrovare i propri ritmi autentici. Gli impegni possono venire ridotti a mano a mano che lo stile di vita ridiventa più ordinario e più umano. Un ministro non chiuderà gli occhi sui bisogni pastorali vasti e crescenti, ma si renderà conto, nello stesso tempo, che non può salvare il mondo intero, perché le sue forze sono quelle che sono.
Realisticamente accetterà di fare quello che può, salvando il senso della propria identità e appartenenza e ricordando che per agire in modo efficace deve tenere presenti contemporaneamente il bene della gente e la sua buona condizione psicofisica e spirituale.
Non è irreale il rischio di identificarsi tanto con il proprio ministero e con le sue urgenze da perdere di vista la visione d'insieme della missione cristiana. In realtà il miglior modello di ministero e il più efficace servizio che possiamo offrire è l'esempio di una vita ben vissuta e ben equilibrata: «Quale vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,26).

6.3. RICUPERARE LA DIMENSIONE «CONTEMPLATIVA»

Tale dimensione - grazie a uno spirito di orazione e di apertura a Dio - rinnova la qualità dell'azione e permette di guardarsi dentro, di sentirsi in sin toni a con gli altri, soprattutto con coloro che soffrono le stesse inadeguatezze e le stesse inconsistenze. Questo comporta anche un rinnovato modo di considerare il tempo e il lavoro che tiene lontani da ogni schiavitù e dipendenza.
Il prendersi del tempo libero, il concedersi dei momenti di solitudine per rientrare in contatto con il proprio mondo interiore e ritrovare il proprio io davanti a Dio, non è un lusso che un prete o una religiosa non si deve permettere, non è rubare tempo alla missione, ma continuare l'impegno della formazione permanente, le cui esigenze sono iscritte nella natura stessa della vocazione e, soprattutto, della missione. Nel nostro tempo e nel ministero, segnati come sono dal super-lavoro, questa esigenza è garanzia di fecondità e condizione per continuare a crescere.

6.4. FARE ATTENZIONE ALLO STILE «EROICO» ASSUNTO NEL MINISTERO

Coloro che hanno adottato questo stile nella loro vita di servizio dovrebbero esaminarlo: se si rendono conto che esso viene da disfunzioni della famiglia d'origine, forse si renderanno conto che stanno spiritualizzando troppo le loro contraddizioni, invece di affrontarle e cercare di superarle.
In
realtà avviene che noi soffochiamo i nostri problemi emozionali nell'impegno del ministero; aiutiamo un gruppo che si occupa del proprio sviluppo spirituale e magari non diamo poi tempo a noi stessi per coltivare una buona amicizia di cui abbiamo bisogno per il nostro equilibrio; ci occupiamo in modo costante degli altri e quasi mai di noi stessi. Così, vulnerabili all'attrazione di una missione idealizzata, ci leviamo in volo, ignorando i nostri problemi che, inevitabilmente, trasmettiamo agli altri, come involontari conduttori delle nostre sofferenze.

6.5. PERSEVERARE NELLA PAZIENZA

Dobbiamo realisticamente ammettere (ed è stata la tesi di questo capitolo) che il ministero cristiano non è sempre quel meccanismo perfettamente oliato e funzionante che consente all'operatore di produrre il massimo dei frutti possibili e che, nello stesso tempo, favorisce nel modo migliore lo sviluppo della persona. Spesso uno è chiamato a lavorare in opere che non funzionano, a vivere in comunità che permettono di esprimere solo una piccola parte di quello che uno saprebbe fare e dare.
In
questi casi - dopo aver fatto il possibile per migliorare la situazione e dovendovi pur restare - rimane sempre attuale l'impegno ad ascoltare, a superare lo stress e la croce per alimentare e sostenere la speranza in sé e negli altri. Molti operatori pastorali saranno chiamati a vivere al di sotto delle loro possibilità pastorali. (27) Ma, grazie alla loro perseveranza, altri domani troveranno la speranza e lo spazio per crescere e maturare e per organizzare un ministero che sia più adatto alla persona che lo deve svolgere.
In
realtà, «una comunità cristiana diventa una comunità di salvezza non perché le ferite siano curate e le sofferenze alleviate, ma perché le une e le altre diventano un passaggio e un'occasione per una nuova visione. La confessione fatta l'uno all'altro diventa occasione per un reciproco approfondimento della speranza e la condivisione delle debolezze un ricordo comune della forza che sta per venire». (28)

 

 

 

 

NOTE

* Questo testo è stato pensato ed elaborato nel quadro del corso sabbatico per i Missionari Saveriani svoltosi a Tavemerio (CO) nell'agosto 1992.

[1] CONCILIO VATICANO II, decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis, nn. 12-14, che parla della possibilità di raggiungere la «perfezione» (EV 1/1282: «mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di tutto il popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla perfezione di colui del quale è rappresentante e l'umana debolezza della carne viene sanata dalla santità di lui»), dell'intima unione e reciproca influenza che si stabilisce tra esercizio del ministero e vita spirituale del presbitero (EV 1/1284) e dell'unità e della armonia che si raggiunge nella vita dei presbiteri attraverso «l'esercizio pastorale della carità» (EV 1/1291).
[2] «La missione non è un elemento esteriore e giustapposto alla consacrazione, ma ne costituisce la destinazione intrinseca e viva» (Pastores dabo vobis, esortazione apostolica post-sinodale di papa GIOVANNI PAOLO II, 25 marzo 1992, n. 24 § 1). «Nell'esercizio del ministero è profondamente coinvolta la persona libera e cosciente, libera e responsabile del sacerdote» (Pastores dabo vobis, n. 25 § 3).
[3] Questo capitolo deve molta della sua ispirazione e del suo contenuto a un articolo di Thomas W. FRAZIER, Ph. D., «Dysfunctions in Ministry», in Human Development 13 (spring 1992) 1,8-14. Cf. anche L. SOFIELD, «A crisis for Midlife Priests», in Human Development 13 (summer 1992) 1,30-33; Carlo Maria MARTINI, Camminare sulla seta. La comunicazione nel ministero pastorale, Milano 1991; Franco BROVELLI, Camminare nella Luce. Dialogo sulla vita del prete oggi, Milano 1993.
[4] «Un individuo è consistente quando è motivato nel suo agire, sia a livello conscio che inconscio, da bisogni che sono in accordo con i valori; è invece inconsistente quando è motivato da bisogni (inconsci) che non sono in accordo con i valori» (A. CENCINI e A. MANENTI, Psicologia e Formazione, Bologna 1990, 124). Le inconsistenze trattate qui sono quelle normali, non le psicopatologiche (allucinazioni, deliri, fobie...), cioè quelle normali difficoltà dell'uomo normale a vivere secondo i valori professati.
[5] BROVELLI, Camminare nella Luce, 19: questo libretto è la sintesi di un corso di formazione per giovani preti che stanno iniziando il ministero. Esso cerca di valutare le situazioni e difficoltà pastorali tipiche del clero diocesano e offre una serie non esaustiva di diagnosi e di terapie che si rivelano aderenti alla realtà.
[6] A. MANENTI (Vivere insieme. Aspetti psicologici, Bologna 1991, 32), riferisce i risultati della psicologia evolutiva, della filosofia tomista, della filosofia simbolica, della sociologia e della psicologia del profondo e conclude: «Non illudiamoci, non è il gruppo che fa crescere o regredire [...]. Se la comunità non causa la crescita, può però favorirla, stimolarla" (33).
[7] MANENTI, Vivere insieme, 32.
[8] FRAZIER, «Dysfunctions in Ministry», 8.
[9] Il ministero è testimonianza «dell'amore di Gesù Cristo per il sacerdote [...]. È l'amore libero e preveniente di Gesù stesso a originare la sua richiesta all'apostolo e l'affidamento a lui delle "sue" pecore. Così ogni gesto ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare sempre più nell'amore e nel servizio a Gesù Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, un 'amore che si configura sempre come risposta a quello preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo» (Pastores dabo vobis, n. 25 § 5).
[10] Cf. FRAZIER, «Dysfunctions in Ministry», 8, che cita Ann Wilson SCHAEF e Diane FASSEL, The Addictive Organization, Harper and Row, San Francisco (California) 1988.
[11] Per esempio il titolo del libro del vescovo Fulton SHEEN, Il prete è un uomo mangiato, pubblicato in Italia nel corso dei primi anni sessanta, esemplifica bene questo tipo di slogan.
[12] Il senso vero di «rinnegare se stessi» è quello di decentrarsi, liberarsi da se stessi e dai propri interessi, di non considerarsi al centro dell'universo, ma di riconoscere che al centro c'è un Altro. «Gli psicologi come Jean Piaget affermano che il bambino, per accedere a un modo adulto di essere intelligente, deve prendere in considerazione il punto di vista degli altri, uscire da se stesso, cessare di vedere tutto dal suo proprio punto di vista, di considerarsi come il centro del mondo: deve "decentrarsi". Avviene così anche dell'uomo adulto davanti a Dio: deve accettare di lasciarsi in qualche modo disorientare, per poter poco a poco aprirsi a un Desiderio che non è il suo e fare, non la sua volontà, ma la volontà di Dio» (I.-F. CATALAN, Expérience Spirituelle et Psychologie, Desclée de Brouwer, Paris 1991, 69). Questo ci dà anche lo spessore della parola «rinnegare se stessi»: «Siamo lontani da un rinnegamento per paura di vivere. Siamo lontani da certe castità che non sono che paura della realtà sessuale, da quelle umiltà che non sono che paura di affermarsi, da quei rifiuti di impegnarsi che sono solo paura del rischio, da quelle obbedienze che sono solo delle demissioni di responsabilità [...]. Rinunciare alla vita? O non piuttosto lasciarsi prendere dalla chiamata della vita, dalle forze vitali all'opera in noi e nel mondo, chiamate e forze che ci strappano senza posa a noi stessi per lanciarci in avanti?» (CATALAN, Expérience Spirituelle et Psychologie, 136-137).
[13] «Se è il ruolo a dare identità al soggetto, questi si sentirà "condannato" ad avere in ogni caso successo o, quanto meno, una riuscita. È una delle peggiori condanne che un uomo si possa autoinfliggere [...]' E questione di sopravvivenza dell'io come entità positiva. [Ma in questo modo] egli ha venduto la sua anima e la sua pace a questi molti giudici» (A. CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, Bologna 1987, 16-17).
[14] Cf. FRAZIER, «Dysfunctions in Ministry», 9, che a sua volta cita SCHAEF e FASSEL, The Addictive Organization.
[15] Non è affatto semplice convincersi che «amare se stessi» è la condizione per poter amare gli altri (cf. CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, 131). Eppure l'accettazione di se stessi, senza fughe in avanti, senza narcisismi, senza perfezionismi volontaristici è la strada per cominciare il rinnegamento di sé, la sequela, l'amore di Dio e del prossimo. Si veda anche Giuseppe SOVERNIGO, Vivere la Carità, Bologna 1992, 141 e 143: «C'è una difesa, una stima, un amore e un servizio della propria persona che non solo sono giustificati. Sono estratti dalla psicologia e dalla morale: "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (Mc 12,31). C'è "un sano amore di sé" da cui non si può prescindere».
[16] Mi rifaccio a un interessante articolo di James J. McENROE, «Paradigmes for Ministry: Old Images, New Meanings», in Review for Religious (may 1991), 323ss.
[17] Cf. Karl RAHNER, Servants of the Lord, Palm Publishers, Montreal 1968, 6.
[18] Non sono convinto che questo aggettivo qualifichi in modo appropriato la realtà che mi appresto a descrivere, ma non sono riuscito a trovarne uno più adeguato.
[19] FRAZIER, «Dysfunctions in Ministry», 11.
[20] MANENTI, Vivere insieme, 37-64.
[21] Ci sono conflitti di varia natura: sui valori fondanti, sull'attuazione dei valori,
conflitti interni alla comunità e conflitti con l'esterno. Non tutti hanno la stessa carica di pericolosità per la coesione del gruppo. Se quelli sull'attuazione dei valori sono al limite benefici, molto seri sono quelli sui valori, e ancora più seri quelli che combinano in sé conflitti «interni»: quando viene meno la carità la coesione s'indebolisce (cf. MANENTI, Vivere insieme, 38-41).
[22] Non è possibile qui entrare in tali dettagli. Per esempio sarebbe interessante vedere come gestire i conflitti sui criteri pastorali, sulla valutazione pastorale senza cadere nelle contrapposizioni personali. Suggeriamo di vedere qualche opera sull'argomento, per es. il già citato libro di MANENTI, Vivere insieme, 53-64. Molto interessanti e utili sono le osservazioni e i suggerimenti che l'autore dà sulla maniera di discutere, di affrontare e ascoltare gli altri.
[23] Aldo BASSO, «Guardarsi senza sfidarsi», in Testimoni (15 gennaio 1994), 11. È
un articolo interessante che mette in evidenza la differenza nello stile della comunicazione, nelle attese e nei sentimenti dell'uomo e della donna.
[24] BASSO, «Guardarsi senza sfidarsi», 11. 
[25] BASSO, «Guardarsi senza sfidarsi», 11.
[26] Cf. Robert J. WICKS, Seeking Perspective, Weaving Spirituality & Psychology in Search of Clarity, Paulist Press, New York 1991, 26-27.
[27] «Molti operatori pastorali sono chiamati a scrivere questa visione ridotta all'interno della propria immagine di guida spirituale» (Matthias NEUMAN OSB, «Pastoral Leadership Beyond the Managerial», in Review For Religious [july-august 1992], 593).
[28] Henry J.M. NOUWEN, The Waunded Healer, Image Books Doubleday, New York 1990, 94.