GABRIELE FERRARI ![]()
RELIGIOSI E
FORMAZIONE
PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta
Edizioni Dehoniane, Bologna 1998
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5 1. LE POSSIBILI ICONE BIBLICHE DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
2. I PRESUPPOSTI DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
3. CHE COSA È LA DIREZIONE SPIRITUALE? 4. CRISI E RIPRESA
DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
5. GLI ATTEGGIAMENTI PROPRI DELLA DIREZIONE SPIRITUALE |
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6 «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15) |
5
La direzione spirituale
Appunti e riflessioni*
Una legge della crescita umana e spirituale afferma che non
si cresce che all'interno di una relazione di fiducia. Questa relazione ha una
sua concretizzazione particolare e importante nella direzione spirituale, un'espressione
«tanto detestabile quanto classica». (1)
La direzione spirituale è una pratica antica che risale ai
primi tempi del monachesimo cristiano. Recentemente essa è entrata in crisi sia
a livello personale che collettivo, ma oggi sta riprendendo valore e stima
presso le persone consacrate e presso i laici.
È particolarmente importante in relazione alle tappe della
vita e della crescita spirituale: è utile infatti poter contare sull'esperienza
e l'amicizia di una persona che aiuti a vedere e a percorrere la strada di Dio,
stando con discrezione al fianco, che ascolti e permetta un confronto e una
verifica più oggettiva, rianimi e ... semplicemente, voglia bene.
1. LE POSSIBILI ICONE BIBLICHE DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
Samuele
Nel tempio Samuele sente la voce di Dio, ma non sa riconoscerla. Dio ha un piano su di lui che egli non riesce a comprendere. Eli lo aiuta a riconoscere Colui che lo chiama e 'gli permette di comunicare il messaggio di Dio.
«Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. [...] Allora il Signore chiamò: "Samuele!" e questi rispose: "Eccomi", poi corse da Eli e gli disse: "Mi hai chiamato, eccomi!". Eli gli rispose: "Non ti ho chiamato, torna a dormire". [...] In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: "Samuele!" per la terza volta [...]. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: "Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta"» (1Sam 3,1-18).
Saulo
Saulo viene chiamato dal Signore, ma ha bisogno di uno che lo introduca alla fede e alla sua missione apostolica: per questo il Signore suscita Anania e gli spiega che Saulo è uno «strumento eletto»per la missione.
«Cadendo a terra [Saulo] udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Rispose: "Chi sei, o Signore?". E la voce: "lo sono Gesù che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare" [...] Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: "Anania!". Rispose: "Eccomi, Signore!". E il Signore a lui: "Su, va' sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso: ecco sta pregando [...]. Va', perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli [...] e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome" [...]. Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: "Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo"» (At 9,1-18).
Gesù
Gesù Cristo, l'Emmanuele resta comunque la migliore icona
del Dio che ci accompagna («Io sarò con te»: Es 3,12; «Ecco, io sono
con voi tutti i giorni»: Mt 28,20): egli chiama i suoi discepoli a seguirlo, a
condividere la sua esistenza. Gesù sta alloro fianco «per vivere con loro
l'avventura della loro fede, far loro misurare ogni giorno i progressi e le
debolezze, far prendere loro coscienza di ciò che Dio opera nella loro vita».
(2)
Gesù non è soltanto l'accompagnatore, ma è lui stesso
oggetto di un costante accompagnamento da parte del Padre («Colui che mi
ha inviato è con me. Egli non mi ha lasciato solo, poiché io faccio sempre
ciò che a lui piace»: Gv 7,28). E quando egli lascia i discepoli dopo averli
accompagnati «sino alla fine» (Gv 13,1), li affida a un altro accompagnatore,
promettendo loro «un altro Paraclito» (Gv 14,16; 15,26) attraverso il quale
egli continuerà la sua opera.
2. I PRESUPPOSTI DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
Per inquadrare adeguatamente il discorso sulla direzione spirituale è necessario delineare alcuni presupposti che funzionano da orizzonti entro i quali essa si svolge.
2.1. LA VITA SPIRITUALE E IL MODO DI CONCEPIRLA
Una prassi di direzione spirituale suppone che la vita
spirituale non sia considerata una speculazione razionale, un'ideologia, una
morale, ma una vita, anzi la vita di Dio in noi; un germe che cresce e
che deve essere coltivato; una relazione con una Persona che si può accostare,
che parla e chiama e alla quale si risponde.
La vita di Dio in noi è una realtà che corrisponde a un
progetto, a un disegno di grazia e a una missione che Dio ha predisposto per
colui che ha avuto la vita. E quindi è un dovere scoprire la
«volontà di Dio» sulla propria vita (cf. Ef 1,4-5; Gv 1,12). Di qui viene la
vera natura della direzione spirituale che è ricerca e discernimento della
volontà di Dio, del «meglio» (cf. Rm 12,2), non dello stretto necessario ecc.
(3)
La volontà di Dio non è anzitutto scegliere questo o
quello, ma scegliere - alla fine di un processo di
discernimento libero dall'egoismo e
dalla paura - la maniera più feconda e più felice di realizzare la vita. Ciò
che Dio si attende, non è scegliere questa o quella via che egli avrebbe
previsto dall'eternità, ma trovare nella fedeltà la propria via. (4)
Chi ricorre alla direzione spirituale lo fa per trovare la
propria collocazione dentro il progetto di Dio, e per individuare quello che è
«buono, gradito a Dio e perfetto» (Rm 12,2) nella sua concreta situazione di
tempo e di luogo.
2.2. LA VOLONTÀ DI DIO: CHE COSA SIGNIFICA E COME SI TROVA
Il cercare la volontà di Dio ha varie accezioni, a
seconda di come
si concepisce il rapporto con Dio e Dio stesso.
Cercare la volontà di Dio vuol dire mettersi alla ricerca nel
dialogo, nel confronto, nell'osservazione dei «segni dei tempi» e nel
discernimento spirituale. Ci sono due estremi da evitare.
a) Anzitutto, c'è chi confonde la volontà di Dio con quello che lui sente, con la sua verità cercata con sincerità e riconosciuta nella propria coscienza. È una posizione abbastanza comune oggi, che non tiene tuttavia conto della necessaria «formazione della coscienza» con il rischio di affermare la propria autonomia assoluta. È la tentazione del soggettivismo religioso e, di conseguenza, la negazione di ogni possibile aiuto da parte della direzione spirituale.
b)
Inoltre, c'è chi si accontenta di fare la volontà di
Dio, ossia di eseguire materialmente, e qualche volta anche passivamente, quello
che trova nella legge. Una volta questo atteggiamento era chiamato legalismo o
fariseismo, oggi lo chiamiamo oggettivismo. Esso nega la natura di Dio,
Essere che rispetta gli esseri, l'unicità della persona e della sua esperienza
e la natura dialogica del cristianesimo e della persona.
Fare la volontà di Dio è credere che Dio è amore che si
dona e si comunica; e se Dio si dona e si comunica nel suo Figlio, è per essere
compreso da ciascuno di noi, per sentire da noi una parola di risposta alla sua
Parola. «Questa parola egli la aspetta da ciascuno di noi. La rivelazione del
suo amore può ben farla nascere in noi: ma tocca a noi pronunciarla, senza che
ci venga dettata». (5) E se è vero che Gesù ha dato un volto umano all'immagine
di Dio, così noi, creati a sua immagine, siamo chiamati a riflettere nella
nostra vita la santità del Padre. Il quale non è un gigantesco prepotente
computer, capace di programmare e tenere in memoria il destino di tutti, e che
noi dovremmo interrogare per conoscere il nostro futuro, ma è l'Amore, che ha
corso il rischio di chiamarci alla vita per offrirci l'alleanza e la comunione.
Fare la volontà di Dio è quindi un atto di amore e non solo
di rassegnazione passiva, comporta il rischio della libertà, perché Dio non
dà leggi o ricette, ma solo criteri, lasciandoci la fatica della ricerca e la
paura di sbagliare.
2.3. IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE:
ORIZZONTE E FINE DELLA
DIREZIONE SPIRITUALE
Proprio perché nella direzione spirituale si suppone che uno cerchi la volontà di Dio, essa è il tempo e il luogo del discernimento spirituale, e il direttore spirituale dovrebbe sapere come questo funziona. La direzione spirituale infatti comporta l'integrazione di due realtà, la Parola e lo Spirito, la ricerca della verità e la sua integrazione nella vita. L'esperienza viene illuminata dalla verità; i princìpi della verità vanno calati nell'esistenza e devono essere vissuti nell'esperienza quotidiana. Normalmente Dio ci chiama non attraverso le esperienze forti e ancora meno straordinarie, anzi il luogo dell'azione dello Spirito di Dio è la ferialità. E il discernimento spirituale è lo strumento per giungere a questa integrazione del divino nel feriale, secondo il principio e la logica dell'incarnazione.
2.4. LA PERSONA COME RELAZIONE, IN CAMMINO VERSO IL REGNO
È un presupposto di ordine antropologico che sta alla
base di ogni possibile rapporto di direzione spirituale. Se la persona fosse
concepita come una realtà chiusa in se stessa, già finita e
completa, non rimarrebbe alcuno spazio alla ricerca. Se si crede invece che la
persona non è ancora giunta a essere quello che deve essere, che anzi,
periodicamente, deve cercare di imboccare il giusto tornante della vita, allora
resta spazio per la direzione spirituale.
Ma c'è anche un altro presupposto di ordine teologico. Se
la Chiesa coincide con il regno di Dio, non resta più spazio per un rapporto di
direzione spirituale, tutto è ormai fatto anche a livello della persona. Se
invece la comunità e i singoli dentro essa - pur coscienti di essere sulla
strada giusta e di essere già nella luce del Regno - sono in continuo esodo
verso il Regno allora è possibile ipotizzare l'esercizio della direzione
spirituale.
3. CHE COSA È LA DIREZIONE SPIRITUALE?
3.1. CHE COSA NON È LA DIREZIONE SPIRITUALE
È conveniente tenere distinta la direzione spirituale dalla
recezione del sacramento della riconciliazione. «Al confessore si confessano i
peccati realmente commessi per averne l'assoluzione. Al padre spirituale, fuori
del contesto sacramentale, si manifestano i desideri e le tendenze ...anche se
non si è commesso alcun peccato». (6) Direzione spirituale e riconciliazione
sacramentale possono coesistere, ma devono essere considerate distinte.
Confonderle ha causato danno alla direzione spirituale inquinandola con forme
sottilmente impositive.
La direzione spirituale inoltre non è un'istruzione diretta
a una persona singola invece che a una comunità. Non si va dal direttore
spirituale per farsi fare una predica che si ascolta passivamente, ma per
cercare insieme la volontà di Dio.
Infine, la direzione spirituale non è psicoterapia. Sarebbe
utile che il direttore spirituale conoscesse abbastanza psicologia per sapere
quando deve indirizzare il suo ascoltatore dallo psicologo e per non cadere in
errori grossolani. Ma la direzione spirituale è molto più che una tecnica per
dipanare la matassa intricata della psiche; è una ricerca di fede e di amore
che non deve essere ridotta alla dimensione terapeutica. La persona non può
essere ridotta alla sola dimensione psichica, annullando quella «pneumatica».
Direzione spirituale e psicoterapia possono e devono coesistere nella cura globale
della persona, ma senza essere confuse, senza subire reciproche
modificazioni e separazioni (contrapposizioni).
3.2. CHE COSA È LA DIREZIONE SPIRITUALE
Ci sono tre definizioni della direzione spirituale.
La prima, di Jean Laplace SJ, insiste in modo prevalente sulla linea della comunicazione della fede (7) e dice che la direzione spirituale è:
«L'aiuto che un uomo dà a un altro perché divenga se stesso nella fede».
Una seconda definizione, di Charles A. Bernard SJ, pone l'accento sull'azione dello Spirito, che deve essere scoperta per mezzo del discernimento spirituale, favorita e accompagnata nella direzione spirituale:
«Parliamo di direzione spirituale quando il credente alla ricerca della pienezza di vita cristiana riceve un aiuto spirituale che lo illumina, lo sostiene e lo guida nel discernere la volontà di Dio per raggiungere la santità». (8)
Infine una terza definizione, di Carlo M. Martini SJ, in modo simile alla seconda insiste sulla educazione alla maturità spirituale:
«La direzione spirituale si propone tre obiettivi: "valorizzare" (= appurare?) il momento del cammino spirituale, conoscere lo stato di preghiera di colui che vogliamo aiutare, e conoscere gli ostacoli principali che si presentano in questo cammino». (9)
Le tre definizioni si completano a vicenda e, con le parole di Maurizio Costa SJ, possono essere sintetizzate nel modo seguente:
«La direzione spirituale è l'aiuto che un uomo attraverso una comunicazione di fede, dà a un altro, perché divenga se stesso in piena verità, cioè in questo concreto ordine di Provvidenza e sotto la guida, l'aiuto e il sostegno del direttore, possa liberamente intraprendere il cammino e l'itinerario della vita spirituale verso la santità, imparando a discernere la volontà di Dio nel concreto quotidiano, attraverso l'esercizio stesso di un discernimento». (10)
3.3. DESCRIZIONE DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
La direzione spirituale è un'esperienza forte di comunicazione della fede, un momento pedagogico personale (da persona a persona e che si rivolge a tutta la persona in un rapporto di reciprocità), spirituale (che si svolge alla luce dello Spirito Santo). Tutta la vita e l'esperienza della persona guidata dallo Spirito vengono poste sotto esame da parte di chi è a sua volta all'ascolto dello Spirito.
Lo scopo della direzione spirituale è molteplice: aiutare la persona a essere se stessa nella verità (illuminazione che viene da Dio); a crescere nella sua vita interiore (psicologica e cristiana), (11) a intraprendere liberamente un cammino verso la santità e a perseverare in esso; a discernere la volontà di Dio nell'ambiguità dei dati della vita quotidiana.
L'ambito della direzione spirituale, messo sotto la lente d'ingrandimento del direttore spirituale, non è costituito prima di tutto da fatti straordinari, ma dai fatti della vita quotidiana, la «ferialità» nella quale interagiscono la Parola e lo Spirito, due realtà che non possono essere separate. In particolare sono ambito della direzione spirituale i desideri, (12) ossia i sentimenti, le inclinazioni che sorgono fuori del nostro controllo nel cuore o nell'immaginazione anche se non portano a commettere alcun peccato.
I pericoli che corre la direzione spirituale sono
molteplici e devono essere tenuti presenti.
Anzitutto l'oggettivismo, che dimentica la vita
concreta e assolutizza la Parola, i princìpi e l'intervento «dall' Alto». La
vita concreta, il particolare e il vissuto hanno subìto in passato una grave
declassazione: tutto quello che era personale - sentimenti e affetti - veniva considerato come elemento
arbitrario, soggettivo (nell'accezione deteriore) e solo quello che veniva
«dall' Alto» era ritenuto oggettivo, quindi positivo e importante.
Ma il pericolo di oggi è il soggettivismo, ossia la
coscienza non formata, che rifiuta la verità oggettiva trascendente. È il
pericolo contro cui il papa ha scritto la Veritatis splendor: la
coscienza non può pretendere di creare i valori. (13)
La direzione spirituale ha come luogo e strumento propri l'incontro interpersonale che si configura nel dialogo spirituale. Essa non è un monologo di nessuno, ma un dialogo tra due persone con tutta la ricchezza racchiusa in questo termine oggi tanto usato! (14)
3.4. LA RELAZIONE COSTITUTIVA DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
I termini usati per descrivere questa realtà non sono senza
importanza anche se non riescono a definire adeguatamente questa relazione.
Tuttavia esaminare i termini aiuta ad avvicinarsi alla piena comprensione della
realtà della direzione spirituale. Di solito si parla di:
- «direzione spirituale», «direttore», «diretto»;
- «paternità (maternità) spirituale», di «padre» e
«figlio spirituale» ;
- «accompagnamento spirituale», «accompagnatore»
e «guida» ;
- «formazione spirituale», «formatore», «consigliere» ecc.
L'aggettivo «spirituale»
Il primo elemento da analizzare è l'aggettivo spirituale che qualifica e distingue la direzione da altre operazioni psicologiche. Esso rievoca il ruolo dello Spirito, il Maestro a cui «direttore» e «diretto» devono essere attenti e docili. Il direttore eviterà di dirigere in modo dogmatico, ma anche di accettare acriticamente quello che l'altro gli dice o chiede. Tutto deve essere ascoltato e detto alla luce dello Spirito, che si trova sia nel «diretto» sia nel «direttore».
Direzione
È questo il termine più comune e ormai classico: esso parla
di cammino, di direzione da seguire.
In negativo
«direzione» insinua l'idea di una certa
passività telecomandata che viene dal direttore (attivo) al suo interlocutore
(passivo) e che può comportare un'obbedienza non sempre umana, una docilità un
po' acritica.
In positivo
va detto che la vita cristiana è
fondamentalmente passiva (grazia) e che noi «subiamo» Dio, che dobbiamo
sviluppare una dimensione contemplativa e attendere e ricevere la grazia, il
dono di Dio. Tuttavia il Dio che «subiamo» è un Dio che ci chiama alla
libertà, all'azione responsabile e libera, all'amore che prende iniziativa ecc.
«Al di fuori della libertà non c'è vera umanità, e la vera libertà è
libertà di amare»: (15) l'amore è amore liberante e la libertà è amore; la vera
liberazione nasce dall'amore e porta all'amore.
«Direzione» implica l'interazione di tre persone: il
diretto, il direttore e lo Spirito Santo, dove il direttore è solo la voce
dello Spirito, il catalizzatore dell'incontro, «l'amico dello Sposo» (Gv
3,29). Il rapporto che si stabilisce è di dipendenza-indipendenza: l'uomo
diventa adulto nella fede quando diventa fanciullo di fronte all'unico
Signore e Maestro.
La «direzione» spirituale non mira a dare sicurezza, se con
questa parola si intende un ancoraggio di tipo autoritario, o una facile
protezione di tipo affettivo che deresponsabilizza; può offrire sicurezza nel
senso che attraverso il discernimento la persona che lo pratica trova la strada
che le conviene. Si può cercare sicurezza attraverso, ma non nella direzione
spirituale.
«Paternità» e «figliolanza spirituale»
È lecito usare questo paradigma familiare senza scadere nel
paternalismo?
In positivo
va segnalato che la paternità significa: a)
una relazione di aiuto segnato dall'amore; b) una relazione diseguale (non
un'amicizia vera e propria); c) una relazione di amore «agapico»
e
di carattere pedagogico. (16)
In negativo
ci sono dei rischi: non c'è esattamente lo
stesso grado di autorità e quindi di obbedienza nel padre naturale e nel padre
spirituale; oggi la figura paterna è in crisi e, per essere
usata in questo
contesto, essa deve essere redenta dalla rivelazione del
rapporto che caratterizza Gesù e il Padre: ma possiamo usare la stessa
accezione? Infine Gesù ci avverte: «Non chiamate nessuno padre perché uno
solo è il Padre vostro» (Mt 23,9): (17) in questo testo la figura del Padre
svolge un ruolo critico e anti-idolatrico. Il padre
spirituale è invitato
a essere piuttosto un fratello maggiore di colui che egli
dirige.
Possiamo forse concludere dicendo che possiamo chiamare la direzione spirituale,
esercizio della paternità spirituale
solo quando diventa sacramento della relazione
verso Dio Padre, vissuta
come fratellanza e aiuto nel cammino verso il Padre. Va ricordato che il padre spirituale non può chiedere l'obbedienza di Fi12,5
(relazione filiale storico-temporale); nella direzione spirituale funziona
piuttosto
il parallelismo con la comunione esistente nella relazione
filiale intra-trinitaria; questa relazione richiede la presenza di una
terza Persona, lo Spirito. Il parallelismo trinitario non è
del tutto
calzante e
non si può applicare senza le necessarie precisazioni, anche
se ha il vantaggio di evidenziare l'interpersonalità, l'intimità, la gratuità
e la
segretezza del rapporto. (18)
«Accompagnamento spirituale»
È un'espressione senz'altro buona, che parla dell'aiuto e
del cammino spirituale fatto insieme con l'accompagnatore, della progressività,
della compagnia, della responsabilità di chi percorre il cammino ecc.
In negativo
ci sarebbe da notare che questo termine è
usato soprattutto nel campo della pastorale vocazionale, mentre non c'è
identità
tra direzione spirituale e accompagnamento vocazionale, inteso come maturazione
e discernimento di una vocazione. È solo una parte del cammino.
«Formazione spirituale»
Vale anche qui quanto detto dell'accompagnamento. L'idea è chiara, ma non esaurisce l'intera realtà della direzione spirituale: la formazione suppone la direzione spirituale, ma non la esaurisce.
«Consigliere spirituale»
Questo termine è valido perché sottende il carattere non ingiuntivo della direzione spirituale e l'invito alla riflessione e il reciproco ascolto nel percorrere il processo di interiorizzazione dei valori della vita cristiana.
Per concludere credo che si possa ben definire la direzione spirituale con le parole di Paolo ai Corinti:
«Non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2Cor 1,24).
3.5. IL COLLOQUIO SPIRITUALE:
LUOGO E STRUMENTO DELLA
DIREZIONE SPIRITUALE
Dobbiamo approfondire la natura del dialogo, un
termine che oggi è di moda e rischia quindi di essere accettato e usato senza
essere ben conosciuto.
Il dialogo non è una «conversazione» (che cerca
soprattutto il rapporto interpersonale e non punta molto alla verità) e neppure
una «discussione» (che cerca la verità anche a scapito della relazione
interpersonale ).
La direzione spirituale non si può ridurre a «fare due
chiacchiere», né a sfogarsi, né a trovare chi sostiene o ascolta; né può
essere una discussione cerebrale senza coinvolgimento personale.
Il direttore deve condurre la conversazione in modo da
restare aperto alla verità in modo rispettoso della persona e, nello stesso
tempo, deve curare la relazione interpersonale senza venir meno alla ricerca
della verità.
Per essere tale, il dialogo dovrebbe seguire le sei
caratteristiche
delineate da Paolo VI:
- il dialogo viene da Dio che ne prende l'iniziativa,
- parte dalla carità del Padre e viene svolto nella carità, -
non si misura sui meriti e sui risultati, è gratuito,
- è offerto in tutta libertà,
- è offerto a tutti perché è «cattolico»,
- è caratterizzato
dalla gradualità e dalla progressività. (19)
Il dialogo richiede contemporaneamente quattro virtù:
- chiarezza
(riferita alla verità, al contenuto del dialogo) - mitezza
- fiducia
- prudenza (riferita all'interlocutore e alla qualità del
rapporto interpersonale ). (20)
3.6. IL CONTENUTO DEL DIALOGO
È difficile elencare i possibili contenuti del dialogo, perché le situazioni personali possono essere molto varie. Potremmo tuttavia cercare di raccogliere i contenuti della direzione spirituale suddividendoli in ambito generale e particolare.
In generale il
dialogo deve anzitutto verificare l'esperienza passata per trovare la
radice dei problemi della persona; i problemi infatti sono solo una «spia» di
qualcosa che è più profondo nella persona (un'incertezza su un ordine può
denotare una difficoltà più profonda di quanto non possa essere l'avversione a
quel dato comando o a quella persona) per raggiungere l'intera vita spirituale.
Inoltre, attraverso il dialogo ci si deve rendere conto del vissuto
presente, dei fatti spirituali, delle tensioni, dei desideri e delle avversioni (affettività spirituale ai suoi tre livelli,
sensibile, psichico, spirituale), delle tensioni di comunità, come quelle
relative a persona e comunità, fedeltà e novità, unità e diversità, teoria
e prassi, valore e storia, carisma e istituzione, libertà e autorità, grazia e
libertà, umiltà e stima di sé ecc.
E tutto questo va realizzato in vista del futuro per
conoscere la volontà di Dio e per compiere le scelte necessarie.
Per esemplificare - senza alcuna pretesa di essere esaustivi
quelle che devono essere le caratteristiche del dialogo in particolare citiamo
qui di seguito i temi che più di frequente fanno parte dei colloqui spirituali.
Essi sono:
- la conoscenza della persona, lo stato psicologico generale
(contento, arido, triste, euforico ecc. e perché?) e della salute fisica; i
problemi relativi all'equilibrio affettivo (simpatie, amicizie, reazioni con
parenti ecc.); le opinioni sui problemi della vita («che ne pensi
di...?»);
- difetti e tendenze interiori, peccati in quanto espressione di questi difetti e tendenze, successi e insuccessi nella vita; -
preghiera, sacramenti ecc. (idee e pratica);
- esercizio delle
virtù cristiane e religiose;
- modo di relazionarsi con Dio, con la Chiesa, con Maria e i santi e con il regno di Dio;
- ascesi personale e mortificazione;
- apostolato e missione.
Per concludere passiamo al colloquio spirituale, contenuto
del quale è tutto quello che riguarda la persona nella sua visione globale e in
relazione alla sua crescita spirituale.
Il colloquio spirituale è caratterizzato dalla gradualità
e dalla progressività. Non basta incontrarsi una volta (questo può
bastare nel caso si parli con un canonista che offre una risposta a un quesito):
la direzione spirituale è un'esperienza spirituale e un'educazione alla
libertà, al discernimento e alla docilità allo Spirito e suppone quindi, una crescita,
delle tappe e un cammino ordinato che non esclude neppure le tensioni, i
conflitti con il direttore e le regressioni, ma che deve essere percorso con
costanza.
All'inizio il colloquio sarà più direttivo, per diventare
poi sempre più discreto e produrrà una fiducia che tenderà a essere sempre
più paritetica, più amicale che filiale.
3.7. DIREZIONE SPIRITUALE E FORMAZIONE PERMANENTE
Da quanto si è detto si nota che la direzione spirituale è
una componente indispensabile per ogni formazione e, dato che ogni formazione
deve essere per sua natura «permanente», la direzione spirituale ne diventa
uno strumento importante e permanente. Importante si rivela soprattutto nei
momenti di «crisi», quando cioè ci si trova davanti a una nuova tappa della
propria vita: è l'accompagnamento necessario per attraversare quei «deserti»
e uscire dalle crisi.
La prova della verità di questo rapporto tra direzione
spirituale e formazione permanente è che, normalmente, quando viene meno la
direzione spirituale, si spegne anche l'impegno per la formazione permanente, e
viceversa.
4. CRISI E RIPRESA DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
Analizziamo ora le difficoltà che la direzione spirituale ha incontrato in questi ultimi decenni non solo per raccontare la storia della direzione spirituale, ma per mostrare anche quegli aspetti che, presi unilateralmente, l'hanno messa e ancora possono metterla in crisi.
4.1. DIFFICOLTÀ TEORICHE
Le difficoltà teoriche, incontrate recentemente dalla prassi
della direzione spirituale e che l'hanno portata alla crisi, derivano dalle
attuali sottolineature della vita umana e culturale, nonché della religiosità
e della teologia contemporanee. Esse sono:
- l'emergere del fenomeno della socializzazione e dello
spirito
comunitario che ha indebolito inevitabilmente l'impegno
personale;
- lo sviluppo
della psicologia in un contesto secolarizzato che
ha fatto passare in secondo piano la dinamica della grazia;
- lo sviluppo della teologia e della prassi conciliare che
hanno
messo in evidenza aspetti ambivalenti quali:
a) il valore della libertà individuale e dell'«essere
adulti», che esclude ogni possibile «infantilismo», ogni dirigismo e
autoritarismo;
b) la dinamicità della vita spirituale (= Spirito) che non
si lascia
determinare o bloccare dalle prescrizioni della legge o dalle
formule;
c) l'impegno storico che sembra preminente rispetto alla
ricerca di una perfezione individuale e spirituale.
4.2. DIFFICOLTÀ PRATICHE
Oggi si sente affermare che «non ci sono direttori
spirituali» capaci e/o disponibili per questo compito.
Un'affermazione che non rende tutta la verità: infatti è
positivo che ci sia molta richiesta; ed è anche positivo il rifiuto se viene
dalla coscienza della difficoltà del compito. Non sarebbe invece sempre
positivo che la direzione spirituale venisse richiesta perché considerata una
possibilità di fuga dalla propria responsabilità nel prendere le decisioni;
oppure quando nella ricerca del direttore spirituale si cercasse in realtà lo
psicologo, il maestro di dottrina, il moralista che scioglie il caso, il
canonista che interpreta la legge e dà la decisione finale bell'e fatta ecc.
Nella crisi della direzione spirituale non è assente la
disaffezione nei suoi confronti da parte di molti sacerdoti, i quali -
ovviamente - non la potranno promuovere presso altri. Dei pochi che accettano di
fare questo servizio spesso si sente dire: «Non ha tempo!». Se ciò è vero (e
spesso lo è), perché non cercare la direzione spirituale presso altre persone
d'esperienza e preparate, che non siano necessariamente dei preti? La direzione
spirituale, infatti, non è un compito riservato ai presbiteri.
4.3. LA RIPRESA DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
Grazie a Dio, oggi vediamo che la direzione spirituale sta
ritrovando la sua attualità e per molti sta diventando uno strumento necessario
sul cammino della fede.
Dopo averla abbandonata nei primi anni della loro vita
spirituale per le ragioni esposte sopra, oggi molti la ricercano; nella nuova
pastorale vocazionale se ne fa uso abbondante; i giovani religiosi, i
seminaristi e gli appartenenti ai movimenti ecclesiali sono di nuovo alla
ricerca di essa. Si è anche sviluppata una specie di direzione spirituale di
gruppo (tipo revisione comunitaria di vita).
Le ragioni che hanno determinato questo ritorno sono
molteplici:
a) la complessità della vita, che spinge certuni a
lasciare la storia e a rifluire nel privato o nell'indifferenza (ateismo pratico
e mondanizzazione), fa sentire - per contrasto - che una direzione spirituale
correttamente impostata riporta nella storia con responsabilità e con spirito
cristiano;
5. GLI ATTEGGIAMENTI PROPRI DELLA DIREZIONE SPIRITUALE
È un'impresa ardua mettersi a elencare gli atteggiamenti propri della direzione spirituale. Possiamo tentare di raccoglierli sotto alcuni titoli, evitando tuttavia di considerarli esaustivi e, ancora meno, di scoraggiare chi si accorgesse di non averli tutti.
5.1. ATTEGGIAMENTI CHE SI RIFERISCONO ALLA RICERCA DELLA VOLONTÀ DI DIO
Maturità spirituale
Prima di tutto bisogna considerare la maturità spirituale
nel direttore (e nel diretto). Essa comporta:
- una vita teologale intensa e curata,
- coscienza della propria identità,
- libertà interiore costantemente approfondita,
- abitudine
alla riflessione,
- capacità di introspezione,
- equilibrio psicologico e unificazione interiore.
Atteggiamento di ricerca
In secondo luogo deve essere riscontrabile un atteggiamento
di
ricerca
nell'interlocutore. Esso comporta:
- desiderio di cercare la volontà di Dio, la verità,
- libertà di iniziativa,
- rispetto del primato di Dio nella storia,
- generosità, pace, magnanimità contro ogni paura ed ecces
siva preoccupazione,
- chiarezza circa
il fine cui si tende,
- chiarezza nella
gerarchia dei valori che servono da criterio, - capacità di mettersi in questione
e coscienza dei limiti del proprio punto di vista contro ogni mito di completezza, -
atteggiamento di pellegrino,
- ricchezza di
desideri, di speranza.
Purificazione del cuore e conversione
Non devono mancare, poi, la purificazione del cuore e un
atteggiamento di conversione da parte dell'interlocutore.
Entrambi comportano:
- distacco dal peccato e dai propri gusti,
- volontà di conversione contro ogni mediocrità e petit
esprit («lasciateci vivere e morire in pace»),
- atteggiamento
di esodo dal paganesimo e dal fariseismo
verso la vita nello Spirito, dalla vita impostata sul «Che
male
c'è?» verso la logica del «Come è meglio fare?»,
- ricerca della semplicità del cuore per uscire dalle false
sicu
rezze dell'avere, del fare e dell'apparire, dal
razionalismo,
dalla superficialità e dall'accidia,
- per giungere al primato della grazia e della gratuità.
Rapporto personale con Gesù Cristo
Fondamentale è il rapporto personale con Gesù Cristo tanto
per
il direttore quanto per il diretto. Esso comporta:
- familiarità con Gesù e primato del rapporto gratuito con
la
sua Persona sopra le virtù e le opere da fare,
- atteggiamento di offerta a Gesù Cristo,
- atteggiamento di contemplazione di Gesù Cristo,
- partecipazione alla sua missione e alla sua croce,
- comunione con Gesù Cristo risorto e vivente nella Chiesa.
«Sensus Ecclesiae»
Da non tralasciare è certo anche il «sensus Ecclesiae», come il Cristo mistico che continua a esistere. Non ha senso infatti accettare Cristo e rifiutare la Chiesa, anche se riconosciuta nella sua imperfezione. Il direttore deve promuovere quest'adesione alla Chiesa.
Senso del positivo e speranza
Ricordiamo poi l'importanza fondamentale del senso del positivo e della speranza: il discernimento infatti cerca il meglio e quindi è sempre più importante far emergere quello che va bene piuttosto che puntare il dito per condannare quello che non va. «Esaminate tutto e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,19-21), senza ingenuità e catastrofismi. Bisogna dunque, dal punto di vista di Dio, saper guardare in modo da discernere ponendosi sulla stessa lunghezza d'onda di Dio e dello Spirito Santo, che è Spirito di amore e di verità.
Far nascere la gioia
Infine, ma non certo di secondaria importanza, è la capacità di far nascere la gioia nella persona (cf. 2Cor 1,24). Come Dio cerca la gioia dell'uomo (cf. Lc 15,7.10), così il direttore spirituale deve cercare di far venire a galla quella gioia che è nascosta nel cuore del suo discepolo. Quando la gioia di Dio è nel cuore del direttore spirituale e si trasmette nel cuore del discepolo, tutto diventa possibile: «Dio infatti ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7) (21)
5.2. ATTEGGIAMENTI CHE SI RIFERISCONO ,AL COLLOQUIO SPIRITUALE
Forse basterebbe dire: capacità di manifestarsi e apertura di coscienza da parte del diretto e capacità di ascolto da parte del direttore. Vediamole in dettaglio.
Apertura di coscienza
Questo atteggiamento suppone che nel «diretto» ci sia la
sincerità e la schiettezza nel manifestarsi; queste nascono dalla fiducia nel
direttore e crescono nella docilità prudente alle sue indicazioni.
Ci sono delle persone che non riescono a riconoscere i propri
sentimenti e a descriverli, oppure si perdono nei dettagli.
Ci sono altri che non sanno cogliere nel loro agire la
presenza del
super-io,
o del gendarme interiore (22) e che devono
essere aiutati.
Infine ci sono di quelli che si sentono «incompresi e che lo
saranno sempre, perché non vogliono essere veramente conosciuti e ancora meno
aiutati» (23)
La capacità di manifestarsi si acquisisce poco a poco con la
pratica e cresce. grazie anche a un ascolto intelligente del
direttore.
Capacità di ascolto
Questo atteggiamento deve caratterizzare il direttore
spirituale e comporta anzitutto l'ascolto fisico ossia fatto con tempo,
senza fretta, senza voler arrivare subito al punto. Non è il caso di
precipitare la soluzione. (24)
L'ascolto deve poi essere disponibile e libero, consistente
cioè nell'ascoltare l'altro senza preconcetti o pregiudizi e deve essere
accompagnato dall'ascolto empatico, ossia dalla capacità di sentirsi
«toccato» dal problema dell'altro (il contrario dell'ascolto distaccato e
impersonale), pacifico (ossia senza meravigliarsi di quello che si sente,
per quanto nuovo e strano) e amorevole (accogliente). Si deve segnalare
il rischio che il direttore proietti le proprie carenze affettive e/o le proprie
insicurezze, imponendo al suo interlocutore nuove leggi, idee, strutture ecc. In
questo modo consolida il super-io peggiorando la situazione del
«diretto» con nuovi sentimenti di colpa e di vergogna. (25) Dovrebbe invece fare
«entrare l'altro nella sua vita concedendogli spazio, tempo, cuore,
intelligenza, attenzione e affetto». (26)
Inoltre l'ascolto deve essere attivo per registrare e
ricordare quello che si sente, e valutativo per saper cogliere il nucleo
di ciò che viene raccontato e distinguerlo dall'interpretazione esagerata o
distorta che ne fa spesso il «diretto».
Ma l'arte del direttore è l'ascolto maieutico, che sa
produrre il clima adatto e porre le domande appropriate per aiutare il
«diretto» a scoprire dentro di sé la volontà di Dio, che si trova già
dentro la persona e che alla fine non dovrebbe essere tanto difficile scoprire,
(27) per articolarla e metterla in esecuzione; questo suppone un clima di
cordialità e di partecipazione che permette all'altro di dire e di comunicare.
«Last but not least»:
lo stesso direttore spirituale
deve avere e
praticare l'ascolto del discepolo in riferimento a Dio
e allo Spirito
presente nel suo interlocutore così come in sé.
5.3. LA FORMAZIONE DEL DIRETTORE SPIRITUALE
L'argomento non è secondario, perché consente di
comprendere
sempre meglio quello che è realistico pretendere e quello
che è invece illusorio attendersi dalla direzione spirituale. La
formazione
suppone una natura almeno un po' predisposta per questo
servizio. I
doni di Dio
sono dati secondo la gratuità di Dio, e
richiedono poi impegno personale per
migliorarli e per trarre dalla propria
vita il meglio possibile. (28)
La formazione del direttore spirituale deve comprendere:
- formazione
umano-antropologica: qualità umane, formazione nelle scienze umane, soprattutto psicologia e pedagogia;
- formazione
teologica, soprattutto biblica;
- formazione
spirituale;
- esperienza umana e pastorale;
- e infine
lavoro ascetico personale sulla propria vita cristiana.
Per questo è fondamentale che il direttore sia una persona
che cura la propria vita spirituale, nella conversione e
nella preghiera, ma anche con la direzione spirituale, l'obbedienza, il
sacramento della riconciliazione, il tutto nella logica ignaziana del «magis».
Importante è anche che il direttore spirituale curi la
propria formazione nello studio e nella riflessione sulla
propria esperienza quotidiana (esame di coscienza e vigilanza) e su quella
altrui (lettura e conoscenza delle esperienze spirituali altrui, soprattutto dei
maestri di spirito).
Infine un grande aiuto viene dall'esperienza apostolica, attiva
nel contatto con coloro che richiedono l'aiuto spirituale nel ministero della
Parola e dei sacramenti, e anche nel contatto con i poveri.
Ma del tutto imprescindibile in un direttore spirituale è l'amore agapico, fatto di accoglienza e di dono di sé, del tutto gratuito, per
coloro che egli segue nella direzione spirituale. Il direttore spirituale deve
diventare come un'icona di Dio e del suo Figlio in mezzo a noi. (29)
5.4. ALCUNI PROBLEMI CONCRETI E SPICCIOLI
Scelta del direttore spirituale
Quando è possibile scegliere il direttore spirituale, si
dovrebbero
ricordare alcune cose.
Anzitutto non esiste un direttore spirituale ideale, ma
bisogna accontentarsi di quello che si trova, (30) senza dover andare in capo al
mondo a cercarlo (c'è chi si sente qualcuno perché per vedere il direttore
spirituale deve andare lontano!).
Inoltre i criteri di scelta potrebbero essere la
scienza, la prudenza e l'esperienza: tra essi, almeno all'inizio, l'esperienza
sembra essere la più necessaria. (31) La prudenza, che aiuta a cogliere il valore
delle circostanze e che sa fare discernimento, è certamente necessaria. E la
scienza serve soprattutto a chi è avanti ormai nella strada. (32)
Concretamente poi, il direttore spirituale dovrebbe. essere
una persona amica (33) [cioè affettivamente matura, non necessariamente
Chi può essere il direttore spirituale?
La risposta esclude positivamente l'identificazione del
direttore spirituale esclusivamente con il prete e/o il religioso, per aprirsi
invece a tutti coloro che sentono di essere portatori del dono dell'ascolto
empatico e della capacità di discernere l'azione dello Spirito di Dio, e
soprattutto di una grande carità apostolica. (35)
Importante sarà che questo compito venga sempre più aperto
alle donne, le quali, per la loro stessa natura, hanno particolare capacità di
ascolto, accoglienza, empatia e intuizione. La direzione spirituale potrebbe
essere per loro un nuovo opportuno cammino nella missione della Chiesa.
Frequenza e durata della direzione spirituale
Questi sono dettagli che non possono essere fissati e che variano da persona a persona. Si potrebbe dire che, almeno all'inizio, si dovrebbero avere degli incontri di direzione spirituale ogni 30-40 giorni. Non si dovrebbe concludere un incontro senza fissare la data del seguente. Quanto alla durata, un'ora è un massimo non superabile per non cadere nella verbosità e nella perdita di tempo. Ciò che conta più di tutto è la costanza e l'impegno personale.
Direzione spirituale per corrispondenza
La posta o il telefono possono essere una maniera di tenere i contatti con un direttore che è lontano. Tuttavia perché una simile direzione spirituale sia efficace sono necessari dei contatti personali diretti (normalmente tre o quattro nel corso dell'anno), che permettano un vero discernimento, il quale è pensabile solo all'interno di un autentico incontro interpersonale.
NOTE
* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento al Trimestre sabbatico dell'USMI del 1993.
[1]
Jean GOUVERNAIRE, «Lettre à un Père Spirituel», in Christus
153(1992), 73. Tra i molti testi sulla direzione spirituale che si possono
trovare in ogni libreria religiosa voglio citare: Maurizio COSTA Sl, Direzione
spirituale e Discernimento, Roma 1993, a cui molto deve il presente
capitolo. Inoltre: Andrea MERCATALI, «Padre Spirituale», in Nuovo
Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, 1116-1133; André LOUF, Au
gré de sa grâce,
Paris 1989, cap. 7: «L'accompagnement
spirituei», 113-149; ID., La grâce peut davantage, Paris 1993; «Guida
Spirituale, Confessione e Terapie», in Credere Oggi 75 (maggio-giugno
1993); «L'accompagnement spirituel», in Christus 153(1992); Yves RAGUlN,
Maitre et Disciple, Paris 1985.
[2] Jacques GUILLET SJ, «Jésus accompagnateur et
accompagne»,
in Christus 153(1992), 266.
[3] Il principio ignaziano del «magis» invita a
desiderare e a scegliere solo ciò che più porta al fine per cui siamo stati
creati (cf. il n. 23/e di Esercizi Spirituali, Paoline, 1988, 60; si
vedano anche i nn. 98.155c.168.179.180.183.185).
[4] Michel RONDET, «Dieu a-t-il sur chacun une volonté particulière?», in Christus 153(1992), 180-181.
[5] RONDET, «Dieu a-t-il sur chacun une volonté particulière?»,
181-182.
[6] LOUF, Au gré de sa grâce, 125.
[7]
Si veda l'opera collettiva: La Direzione spirituale oggi, Milano
1982, 36.41.
[8] Charies A. BERNARD, L'aiuto personale spirituale, Roma
1985, 23.
[9] Card. Carlo Maria MARTINI, «La direzione spirituale nella
vita e nel ministero
del prete», in ID., Sia pace sulle tue mura, EDB,
Bologna 1984, 24.
[10] COSTA, Direzione spirituale e Discernimento, 49. Ci
sono anche altre definizioni-descrizioni non molto dissimili da queste, come ad
es.: la direzione spirituale è una realtà interpersonale nella quale il
direttore aiuta colui che è diretto «a diventare più consapevole della
comunicazione personale che Dio gli fa, a rispondere in modo personale a Dio, e
a vivere le conseguenze di tale relazione» (William Barry e Mary Guy, citati da
Janice Mary K. VINICKY, in Human Development [fallI993], 21). La
direzione spirituale è un aiuto a «crescere nello Spirito, nella vita di fede
(preghiera), speranza (difficoltà, sofferenze, ricerca) e carità (vita
personale nella comunità cristiana)» (George Schemel, citato in Human
Development [fall 1993]).
[11] «La crescita dell'uomo nuovo è sempre legata alla
realtà psicologica di ciascuno e questo in modo difficile da controllare: la guida
spirituale ne deve tener conto. Non riuscirà mai a discernere con chiarezza
ciò che è dato esclusivamente psicologico e ciò che viene solo dallo Spirito»
(LouF, Au
gré de sa grace, 122).
[12] LOUF, Au gré de sa grâce, 126.
[13] Cf. per
esempio Veritatis splendor, n. 35. 14 Cf. infra, paragrafo 3.5.
[
15]
François VARILLON, Gioia di Credere, Gioia di Vivere,
Bologna 1989, 243.
[16] «Secondo il filosofo danese Kierkegaard, il padre
spirituale è più di un amico,
e Dante, parlando di Virgilio, la sua guida spirituale,
confessa che egli è per lui più di un padre. Il vecchio termine celtico "ananchara"
significa padre della mia anima, e la lingua buddista usa l'espressione
"lama", che significa "madre incomparabile"; si po
trebbe ricordare ugualmente il termine greco-ortodosso che
designa il monaco come
"kaloiros", ossia il "bel vecchio",
un'immagine che suggerisce nello stesso tempo sag
gezza e calore» (L oUF, Au gré de sa grâce, 118).
[17] «Quest'ordine corrisponde a una delle condizioni
essenziali di un accompa
gnamento fruttuoso. Nessuno può arrogarsi la paternità. Non
ci si erige a guida spiri
tuale di chiunque. Avviene semmai il contrario. Non è il
padre spirituale che si sceglie
il discepolo, ma questi che scopre, spesso dopo una lunga
ricerca, il padre» (LOUF, Au
gré de sa grâce,
118).
[18] COSTA, Direzione spirituale e Discernimento, 60.
[19] PAOLO VI, Ecclesiam
suam, nn. 42-44.
[20] Ecclesiam suam, n. 47.
[21] Cf. LOUF, Au gré de sa grâce, 149.
[22]
Cf. LOUF, Au gré de sa grace, 129.
[23] RAGUIN, Maftre et Disciple, 30.
[24] «Troppi direttori commettono un grosso sbaglio: di parlare
troppo in fretta sia per dichiarare la loro disapprovazione che per
rassicurare» (LOUF, Au gré de sa grâce, 126).
[25] LOUF, Au gré de sa grace, 130.
[26] COSTA, Direzione spirituale e Discernimento, 85.
[27] Cf. LOUF, Au gré de sa grace, 144.
[28] Tre sono le caratteristiche che vengono richieste nel
direttore spirituale da José Félix V ALDERABBANO ORDEIG
CFM: una persona di
esperienza spirituale, di preparazione specifica adeguata, di discrezione e segretezza
(cf.
la voce «Direccion espiritual», nel Diccionario Teologico de la Vida
Consagrada,
Madrid 1989, 512).
[29]
Cf. LOUF, Au gré de sa grace, 118 e 127. Nel caso
della persona scrupolosa che
è vittima del suo super-ego, secondo questo autore, ha
possibilità di intervento solo un direttore che abbia le credenziali
dell'amore: «Il legame affettivo nella relazione della direzione spirituale tra
accompagnatore e discepolo ha una grande importanza. In realtà solo un vero
amore sarà in grado di mettere in scacco la posizione di forza del super-ego»
(133). .
[30] «Ogni volta [che la cerchiamo], la guida sarà
disponibile - si tratta di una certezza di fede. Se noi siamo pronti, Dio la
farà trovare sul nostro cammino. E il più povero e l'ultimo dei nostri
fratelli o delle nostre sorelle può sorprenderci con la Parola di Dio, a
condizione che noi sappiamo attenderla» (LOUF, Au gré de sa grâce, 124).
[31] «D'altra parte chi cerca un aiuto spirituale non pensa in
primo luogo a un insegnante, o a un catechista, o a un professore di morale e
ancora meno a un incaricato della disciplina o a un dirigente delle grandi
imprese spirituali o apostoliche, ma a chi ha conoscenza diretta ed
esperienziale di questo genere di vita ed è capace di trasmettere la sua
esperienza» (LOUF, Au gré de sa grace, 116).
[32] Si veda, per esempio, l'esperienza di santa Teresa d'Avila
che si avvaleva di teologi.
[33] RAGUIN, Maitre et Disciple, 155-158.
[34] TERESA D'AVILA afferma: «Consiglio a quanti si dedicano
all'orazione, specialmente in principio, di procurare amicizia e conversazione
con persone che praticano il medesimo esercizio» (Vita VII, 20). Questo
accenno all'amicizia con il direttore spirituale è significativo, dato che da
altri si sente anche dire che il rapporto con il direttore spirituale non
dovrebbe essere confuso con quello di una relazione amichevole. Penso che tutto
dipenda dalla natura della relazione della direzione spirituale e dalle attese
delle persone coinvolte, che accentuano variamente il dosaggio dell'aspetto di
accompagnamento e di aiuto, rispetto all'aspetto di insegnamento e di
comunicazione della fede.
[35] Redemptoris missio, n. 89.