PICCOLI GRANDI LIBRI   GABRIELE FERRARI   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
RELIGIOSI E FORMAZIONE PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta

 Edizioni Dehoniane, Bologna 1998

1 «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12)

2 La contemplazione: un cammino verso Dio e verso se stessi; un prolungato amoroso sguardo alla realtà

3 L'amicizia delle persone consacrate: è possibile? come si esprime?

4 Il ministero pastorale: aiuto per la crescita personale o fonte di disfunzioni?

5 La direzione spirituale

6
«Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi...» (Salmo 92,15)

1. IL DILEMMA E LA SFIDA DELLA TERZA ETÀ: INTEGRITÀ O DISPERAZIONE?

2. IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO
2.1. Tre modi di invecchiare
2.2. L'invecchiamento psicologico-spirituale e i suoi
sintomi
2.3. Strategie per superare gli aspetti negativi dell'in
vecchiamento

3. IL CAMMINO PSICOLOGICO PER RAGGIUNGERE LA SAGGEZZA
3.1. Cercare e promuovere la duttilità emotiva
3.2. Cercare e promuovere la duttilità mentale
3.3. Cercare e promuovere nuovi rapporti personali
3.4. Valorizzare la saggezza più che le forze fisiche
3.5. La sintesi della terza età: attenzione, compassione e saggezza

4. UNA SPIRITUALITÀ DELLA TERZA ETÀ
4.1. «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno
vegeti e rigogliosi...» (Sal 92,15)
4.2. «Cristo Gesù spogliò se stesso assumendo la con
dizione di servo...» (Fil 2,7)
4.3. «Egli deve crescere, io diminuire...» (Gv 3,30)
4.4. «Per me vivere è Cristo e il morire è un guada
gno...» (Fil1,21)
4.5. «Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore...» (2Cor 3,18)

5. ALCUNE CONCLUSIONI CHE CI RIPORTANO ALLA FORMAZIONE PERMANENTE
5.1. Formazione umana
5.2. Formazione intellettuale
5.3. Formazione spirituale

6. CONCLUSIONE

6
«Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno vegeti e rigogliosi...»

(Salmo 92,15)

Appunti e suggerimenti
per vivere in modo costruttivo la terza età e per elaborare una spiritualità adeguata*

Nello sviluppo della persona la tappa dell'invecchiamento e della terza età è l'ultima. Oggi essa si presenta più precoce e più lunga che nel passato. L'età media delle persone infatti si è alzata e in Italia si è attestata attorno ai settantotto anni per gli uomini e a oltre gli ottanta per le donne. Più che mai quindi c'è oggi il dovere di invecchiare bene e vivere in modo significativo questa fase della vita. Con Romano Guardini vogliamo chiederei in questo capitolo: (1)

«se la vecchiaia sia proprio soltanto la conclusione della vita, dopo la quale non viene più nulla, oppure se la vecchiaia abbia un senso proprio, e se non abbia, forse, persino un senso buono e profondo». (2)

1. IL DILEMMA E LA SFIDA DELLA TERZA ETÀ: INTEGRITÀ O DISPERAZIONE?

Non è bene, e non corrisponde a verità, considerare la terza età come un tempo di perdita o di progressivo decadimento. Questo periodo della vita anzi lancia una sfida alla nostra capacità di crescita. Se la terza età non è un periodo di sviluppo, si corre il rischio di trascorrerla nella depressione e/o nella disperazione, sentendosi finiti, dimenticati, insignificanti, incompresi e alla fine inutili.
Secondo Erick Erickson, che ha studiato in modo approfondito
la psicologia evolutiva della persona, la «principale antitesi e l'ultima sfida dell'età senile», è il dilemma «integrità vs. disperazione». (3) In altre parole chi invecchia è chiamato all'integrità, ossia a completare lo sviluppo della propria personalità in modo coerente con il suo passato e integrandolo nell'esperienza della terza età. Se questa operazione riesce, egli acquisisce la saggezza, ossia una conoscenza esperienziale della realtà e della vita. Questo è il dono caratteristico dell'anziano, il meglio di sé che può lasciare come eredità agli altri. Se invece questa operazione non riesce, egli finisce per vivere faticosamente la propria vecchiaia, rischiando di cadere nella disperazione.
Diciamo subito che è del tutto normale sentire la paura d'invecchiare: questa paura viene alimentata dalla nostra società e consolidata dalla pubblicità che privilegia il giovane e il bello. Così vediamo
molti anziani che si chiudono su di sé e finiscono per mettere sotto il moggio la lampada della saggezza acquisita nel corso della vita.
Altrettanto normale e necessario è fare il lutto, cioè sentire e accettare in modo cosciente e libero le molte perdite che caratterizzano questa tappa della vita: la fine della vita attiva, della giovinezza
e della prestanza fisica e l'inizio della fase inferma; la conclusione di molte relazioni interpersonali compromesse dalla morte di familiari e colleghi; la fine della fase produttiva (del lavoro) con il pensionamento e la conseguente perdita della propria autonomia sociale. Sono queste alcune delle perdite che devono essere assunte coscientemente e liberamente accettate dall'anziano.
Oggi siamo consapevoli, più che in passato, della necessità di cre
scere durante e verso la terza età, e non solo di caderci dentro. Bisogna dunque prepararsi. L'invecchiamento comporta dei problemi biologici e fisiologici, psicologici e spirituali che producono delle crisi esistenziali. L'anziano, arrivando a questa età, sente sorgere in sé delle domande ineludibili: «Chi sono io?». «Che senso ha la mia vita?». «Come ho passato gli anni che ho vissuto?». «Come posso vivere bene i prossimi anni?».
Come ogni crisi esistenziale, anche questa non si può superare in modo valido, se non attraverso un rinnovamento dell'interiorità. Questo vale per tutti, perché a nessuno è stato dato il permesso di vivere la vecchiaia in tono minore, quasi fosse la licenza di essere mediocri. Ma i religiosi hanno altre ragioni di tipo spirituale e ascetico per vivere con generosità ed entusiasmo l'ultima tappa della vita, che completa il cammino spirituale della loro consacrazione e li introduce alla visione di Dio nella comunione eterna con lui:

«L'età avanzata pone problemi nuovi, che vanno preventivamente affrontati con un oculato programma di sostegno spirituale. [La terza età nel contesto della vita consacrata offre all'anziano] l'opportunità di lasciarsi plasmare dall'esperienza pasquale, configurandosi a Cristo crocifisso che si abbandona nelle mani di Dio fino a rendergli lo spirito... in un atto supremo d'amore e di consegna di Sé». (4)

2. IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO

2.1. TRE MODI DI INVECCHIARE

Per iniziare la descrizione del processo di invecchiamento possiamo notare che esistono varie maniere di invecchiare che variano per il loro risultato finale.
C'è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la norma. (5)
C'è un secondo modo, il più comune, di invecchiare, che consiste nel subire l'invecchiamento. Molti anziani non riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall'handicap o dalla diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza. Sono traumatizzati dall'arrivo della pensione e sentono come una minaccia terribile l'idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai trovato il tempo per se stessi, per riflettere, per riposare in pace. Ora sono obbligati a passare dal lavoro turbinoso all'inattività forzata e non riescono ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione. I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l'inattività è combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a piccole cose che funzionano da droga o da evasione, diventano duri, acidi, ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.
C'è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta - se
possibile - di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non vogliono credere all'invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il loro decadere truccandosi, vestendosi e vivendo come fossero ancora giovani. Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non si direbbe che Lei ha ottant'anni! Come li porta bene! Non li dimostra proprio!». Ci credono e per un po' sono su di giri, ma quando poi rimettono i piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più dolorose e profonde. Sono persone che - senza volerlo - si coprono di ridicolo. Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende di ignorare o rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.

2.2. L'INVECCHIAMENTO PSICOLOGICO-SPIRITUALE E I SUOI SINTOMI

Diamo per conosciute le riduzioni e limitazioni che avvengono sul piano biologico nel corso del processo di invecchiamento. Esse da sole richiedono una serie di attenzioni che costituiscono già un'esigente forma di ascesi. Ma la terza età (che inizia intorno ai 60-65 anni) è caratterizzata pure da un processo d'invecchiamento a livello psicologico e spirituale che può concludersi bene o meno bene a seconda dei casi.
Una vecchiaia felice è segnata dai valori della serenità e dell'accettazione di sé e degli altri, dell'interiorità e della pace, della tenerezza e della compassione e, infine, della saggezza. Quando questi valori non riescono ad affermarsi, troviamo invece il prevalere di altri sentimenti che è bene conoscere e analizzare.
Il primo di essi è la depressione senile: conclusa la fase attiva, l'anziano tende a sentirsi inutile, diventa quindi apatico, con la conseguenza di perdere la propria autostima e di lasciarsi andare a qualsiasi espressione senza più controllarsi e senza sentirsi responsabile delle sue azioni e reazioni.
La solitudine poi accompagna spesso l'anziano: non la solitudine costitutiva dell'uomo, per cui noi ci troviamo da soli davanti alle nostre decisioni più importanti, ma quella che isola la persona e la fa sentire sola e abbandonata da coloro che le dovrebbero invece voler bene. Questo isolamento viene dalla mancanza di attività, dal trovarsi soli per lunghe ore della giornata, dall'essere spesso in compagnia esclusivamente di altri anziani. Allora nel cuore dell'anziano fa capolino una domanda seria e pericolosa per le sue conseguenze: «Servo ancora a qualcosa, a qualcuno?» oppure: «C'è ancora qualcuno cui io interesso?».
La paura e la sensazione di non essere più padroni di sé sono un terzo sintomo che viene consolidato dalla solitudine e dal silenzio. Paura della malattia, dell'abbandono, della dipendenza e, soprattutto, della morte. Spesso la paura genera l'aggressività nei confronti di chi sta attorno, frutto di impotenza, umiliazione e bassa stima di sé. Altre volte, spinto inconsciamente dalla paura e dall'aggressività, l'anziano diventa improvvisamente capriccioso e testardo: ma a guardar bene si tratta di un modo di far notare la propria presenza e la volontà di essere se stesso.
La rabbia e il rancore, accumulati nel corso della vita e finora assorbiti grazie alla normalità della vita, possono infine venire a galla nella terza età. La rabbia si può riferire alle occasioni perdute, a sbagli e a fallimenti, a peccati e torti subiti nel corso della vita; può essere rivolta a sé, alla propria storia, ai propri vicini, a Dio stesso. Ènecessario sforzarsi di verbalizzarla e di esprimerla in qualche modo, cercando il contesto migliore, perché altrimenti essa si trasforma in un processo distruttivo che peggiora la condizione dell'anziano e
non gli consente di liberarsi e trovare quella pace che è necessaria per invecchiare bene negli ultimi anni.

2.3. STRATEGIE PER SUPERARE GLI ASPETTI NEGATIVI DELL'INVECCHIAMENTO

Per reagire agli aspetti negativi dell'invecchiamento che abbiamo appena descritto, l'anziano deve cercare di darsi delle nuove motivazioni valide per la propria esistenza. Si tratta di un cammino che dovrebbe essere stato avviato già nelle fasi precedenti della vita, ma che, comunque, deve essere sviluppato al sopraggiungere della terza età. Va detto che spesso non è possibile attendersi molto, ma qualche passo è auspicabile e, quanto meno, l'anziano dovrebbe rag giungere una certa consapevolezza delle strategie necessarie.
Vediamo quali possono essere tali strategie.
a) Mettere le radici della propria esistenza in valori duraturi e non effimeri (successo negli affari, carriera, bellezza ecc.), cioè non legati solo al «fare», «avere», «potere» e «godere», ma all'essere della persona, perché solo questo permane quando il resto viene meno.
b) Trovare, pur dentro i propri limiti oggettivi e soggettivi, un ruolo o un impegno significativo per sé e, possibilmente, utile agli altri. In caso contrario l'anziano perde ogni ragione per la propria esistenza; si chiude sempre più su di sé e si isola. Pur tenendo conto dei propri bisogni, egli deve cercare di togliersi dal centro per rivolgersi agli altri mettendo al loro servizio la maturità e la saggezza in cui può crescere fino alla fine.
c) Mantenere per quanto possibile la propria autosufficienza, ossia la capacità di autoregolarsi, di essere autonomo nelle decisioni, di organizzare il proprio tempo libero. L'anziano non dovrà farsi servire che quando è strettamente necessario, .né cercare chi lo sostituisce in tutto, neppure per motivi di migliore organizzazione, pulizia e ordine. Sarà necessario cercare per l'anziano l'ambiente adatto a lui e alla sua situazione, un ambiente che lo stimoli costantemente e non gli permetta di cadere nell'insensibilità e nell'apatia.
d) Accettare l'idea della morte come qualcosa che è sempre presente nella vita, fin dal giorno della nascita. L'anziano non deve permettere che la morte gli arrivi addosso, ma deve saperla vivere in prima persona non come un nemico, ma come qualcosa che fa parte della sua vita. Solo così i giorni che gli restano da vivere possono essere vissuti nell'umiltà, nella tenerezza e nella gratitudine, anziché nella paura, nella rabbia, nell'aggressività e quasi come una condanna.
e) Elaborare una spiritualità, ossia un cammino di valori, atteggiamenti e soprattutto motivazioni spirituali per percorrere la terza età. Ma su questo ritorneremo più avanti, perché è un aspetto qualificante del processo di invecchiamento, specialmente nel caso di persone consacrate a Dio.

3. IL CAMMINO PSICOLOGICO PER RAGGIUNGERE LA SAGGEZZA

Per invecchiare bene bisogna attivare e coltivare una serie di atteggiamenti di tipo psicologico. Seguiamo quelli suggeriti nel 1956 da uno psicologo americano, Robert  Peck, (6) che sembrano rispondere adeguatamente alle sfide poste dalla crescita e dallo sviluppo dell'io anziano:
1) Cercare la duttilità emotiva evitando l'impoverimento emotivo.
2) Promuovere la duttilità mentale evitando la rigidità mentale.
3) Rinnovare le relazioni superando la sola dimensione sessuale.
4) Valorizzare la saggezza invece di valorizzare la forza fisica.
5) Giungere alla saggezza, all'attenzione, alla compassione.

3.1. CERCARE E PROMUOVERE LA DUTTILITÀ EMOTIVA

Il primo atteggiamento da acquisire è la duttilità emotiva, la capacità di mantenersi flessibili nelle proprie emozioni per accettare i necessari distacchi nel corso dell'età media e della terza età, senza venire ogni volta schiacciati e in un certo modo frantumati dagli avvenimenti. L'età adulta infatti è segnata dai verbi lasciare e abbandonare. Perciò bisogna abituarsi ad abbandonare certi legami affettivi forti propri dell'età adulta e dell'età di mezzo (legami affettivi profondi che non possono più essere mantenuti, impegni personali assunti e onorati fino ad ora in modo molto esigente) che non sono più sopportabili e prepararsi a stabilire nuovi legami più sciolti, meno esigenti.
Non si tratta certamente di cancellare dal proprio cuore gli affetti, ma di togliere loro quella carica emotiva che potrebbe essere
troppo pesante ed esigente. Neppure si tratta di allentare gli impegni della propria vita, ma di viverli più pacificamente e con maggior serenità.
Se l'anziano non acquisisce questa duttilità, corre il rischio di irrigidirsi e di diventare conseguentemente molto fragile, di crollare psicologicamente ogni volta che gli viene sottratto un oggetto del suo amore, siano essi un parente, una persona cara o il lavoro, oppure ogni volta che c'è qualcosa di nuovo nella vita.
In positivo, l'anziano deve sviluppare nuovi legami, una nuova maniera di interessarsi agli altri e alloro bene, senza assumersi impegni troppo rigidi, ma in modo costruttivo e vario. Il bisogno di continuare a essere una persona attenta e sensibile è uno dei punti centrali elaborati da Erick e Joan Erikson nel loro libro Vital Involvement in Old Age [Coinvolgimento vitale nel corso della vecchiaia]. Essi sottolineano il bisogno dell'anziano di sviluppare una «seconda generatività» (grand-generativity, in relazione con la parola inglese grand-parents, «i nonni»), a una «seconda paternità/maternità», ossia una nuova forma di attenzione che sostituisce l'impegno della paternità/maternità fisica. Da anziani si diventa un «genitore che invecchia» per figli ormai adulti, un nonno/a, il baby-sitter dei nipotini, un vecchio amico fidato, il compagno di conversazione (quando si è capaci di ascolto...), oppure il consigliere di chi sta vicino.
Per quanto diversi dai ruoli sociali e dagli impegni interpersonali precedenti, questi nuovi ruoli permettono di stabilire altre relazioni che impediscono di diventare zitelle o scapoloni acidi e incalliti, vittime dell'egoismo e dell'impoverimento emozionale. Questa è la finalità della duttilità emotiva: mantenere un cuore di carne che batte e che si lascia emozionare ancora, anche se non viene più travolto dai sentimenti.

3.2. CERCARE E PROMUOVERE LA DUTTILITÀ MENTALE

Il secondo atteggiamento che l'anziano si deve proporre di acquisire è la duttilità mentale, un nuovo modo di usare e offrire le proprie conoscenze e l'esperienza accumulata nel corso della vita precedente mantenendo nello stesso tempo su di esse una prospettiva distaccata. Questa distanza voluta e coltivata porta alla flessibilità mentale, ad accettare il diverso, a lasciar cadere le idee e le sensibilità personali, a non assolutizzare i propri desideri, il proprio punto di vista, i sogni e le speranze, le paure e le ansie, liberandosi da un modo di pensare prefabbricato che, alla fine, impedisce di accettare e ascoltare gli altri.
L'anziano, per vivere sereno e non cadere nelle trappole della vecchiaia, dovrebbe cercare di non attaccarsi testardamente alle proprie idee e alla propria visione delle cose. Gli gioverà molto ricordare che ciascuno (e soprattutto chi è più giovane di lui) ama fare la propria esperienza prima di credere o cercare quella altrui; che le idee mutano nel tempo e che nella vita il vero e il falso, il bello e il brutto, il bene e il male non si trovano distinti in modo così chiaro da escludere del tutto il suo contrario. La realtà non si divide in bianco o nero, chiaramente distinti, ma presenta piuttosto delle ampie zone di grigio che lasciano sconcertato chi vuole tutto chiarire sulla base di una rigida logica matematica e cartesiana. Questo sconcerto è sentito soprattutto da chi è stato formato dai suoi studi teologici all'affermazione dogmatica dei princìpi.
Nelle loro ricerche, i coniugi Erikson hanno constatato che le persone anziane, richieste di confrontare il loro nuovo io e il loro modo di fare con quello di quando erano giovani, l'hanno descritto
come più tollerante, più paziente, più aperto, più comprensivo, più compassionevole, e meno critico. Hanno affermato di non essere più eccessivamente impressionati dagli avvenimenti, di essere ora capaci di vedere entrambi i versanti di un problema, di sentirsi coinvolti per problemi che in passato avevano ignorato, e di avere punti di vista diversi dal passato.
Questa è la duttilità mentale che dobbiamo cercare. Essa è una
delle componenti della sapienza dell'anziano invecchiato bene, che sa mettere a servizio degli altri la propria esperienza. Ovviamente non tutti gli anziani raggiungono una tale duttilità, anzi certi mostrano una notevole tendenza al dogmatismo e all'unilateralità, che urta e irrita coloro che li avvicinano o che devono convivere con loro. Ma questo è appunto il rischio che corre chi non invecchia bene.

3.3. CERCARE E PROMUOVERE NUOVI RAPPORTI PERSONALI

Il terzo atteggiamento che caratterizza un cammino di invecchiamento regolare e fruttuoso consiste nella capacità di riequilibrare le tensioni e le dinamiche della energia sociale/sessuale in modo da poter continuare a godere i piaceri dell'intimità interpersonale di cui tutti, in armonia con i diversi stati di vita, hanno bisogno.
Con ciò non s'intende dire che invecchiando l'anziano diventi
asessuale o veda cancellate le proprie pulsioni sessuali. Egli continua a sentire il bisogno dell'amicizia e dell'intimità interpersonale, continua a sentire il piacere sensuale e la tendenza all'attività sessuale, e fa bene a mantenere un livello di attività sessuale compatibile con i desideri personali e gli impegni assunti.
Come è necessario che un anziano sposato si renda conto che la qualità sessuale di una relazione di intimità prolungata subisce dei cambiamenti con l'età, così chi si è impegnato nel celibatario per il regno di Dio deve ricordarsi che il cammino di crescita del suo celibato continua anche arrivando alla terza età. I frutti allora saranno proporzionali all'impegno posto nella prima parte della propria vita. E possono portare a un'inattesa intimità con le persone e con Dio.
L'obiettivo della terza età non sarà quindi di cercare a tutti i costi una vita sessuale come quella della età di mezzo, e ancora meno come quella della prima età adulta, ma di elaborare e potenziare altre forze psico-sociali di comunicazione e comunione compatibili con la nuova situazione, per compensare i cambiamenti prodotti dall'età. Per certi anziani abbandonarsi all'onda dei ricordi li aiuta a ritrovare una nuova tenerezza. Per altri, l'intimità coniugale è sostituita da un crescente livello d'intimità con i figli adulti o altri membri della famiglia. Altri ancora, alla ricerca di nuove forme di reciprocità, riescono a sviluppare una rete di amicizie attraverso le quali si preoccupano per il bene di un'altra persona, alla quale si avvicinano con fiducia e sincera attenzione. Per tutti sarà un tipo di relazione interpersonale segnata dalla tenerezza, dall'accoglienza e dalla compagnia (da «cum-panis», il compagno di pellegrinaggio) gratuita.

3.4. VALORIZZARE LA SAGGEZZA PIÙ CHE LE FORZE FISICHE

Nel processo di invecchiamento il quarto atteggiamento da acquisire consiste nel fare spazio all'interiorità e nel dare preferenza all'uso delle forze interiori (in latino virtutes) del cuore (tenerezza e saggezza) piuttosto che all'uso della forza fisica.? L'anziano è progressivamente costretto (ma lo deve accettare volonterosamente) ad attenuare e ridurre i propri ideali (i sogni) relativi al lavoro e ai risultati, fino a sapersene astenere. Se non lo fa e resiste caparbiamente alla propria sorte, ne ricava solo frustrazione e vergogna: gli è infatti impossibile continuare a mantenere gli standard di quando era più giovane.
L'anziano va pertanto incoraggiato ad abbandonare tentazioni e atteggiamenti giovanilistici e fuori tempo per sviluppare nuovi ideali, standard e obiettivi possibili e in armonia con la nuova situazione. Bisogna aiutarlo a mirare ad altri obiettivi: diventare per esempio consigliere di una persona più giovane invece di voler essere ancora responsabile di tutto; accettare volentieri un ruolo subordinato invece di pretendere di essere sempre in primo piano, davanti agli altri. Non è facile accontentarsi di fare il secondo specialmente per chi è stato in posizione di autorità. Ma se l'anziano accetta questi ruoli secondari, permette agli altri di emergere e di affermarsi. È un atto di amore verso gli altri.
In tal modo si raggiunge una delle conclusioni formulate da Erikson: l'anziano permette agli altri di curarsi di se stessi e lo fa come un atto di sollecitudine e di amore. Questo è il tempo in cui l'anziano può offrire accoglienza e guida ai più giovani (per i religiosi è il tempo di fare il padre spirituale), a condizione di aver sviluppato il senso dell'accoglienza e della paternità di cui abbiamo parlato a proposito della flessibilità emotiva. Mentre invecchia, l'anziano, grazie ai sentimenti di compassione e di solidarietà, può allargare il proprio mondo interiore, e raggiungere una più ampia capacità spirituale, nella quale può far crescere la saggezza che ha accumulato.

3.5. LA SINTESI DELLA TERZA ETÀ: ATTENZIONE, COMPASSIONE E SAGGEZZA

Nella proposta di Peck ci sono altri atteggiamenti che devono essere tenuti presenti: essi mirano a superare l'eccessiva preoccupazione per se stessi, per giungere all'attenzione, alla compassione e alla saggezza che dovrebbero caratterizzare l'anziano che invecchia bene.

Anzitutto l'anziano deve superare l'importanza che la nostra cultura attribuisce al corpo e all'apparenza giovanile per valorizzare invece ['interiorità, quegli elementi essenziali che fanno di lui una persona di carattere e di bellezza interiore.
Per questo dovrà fare uno sforzo cosciente non per negare, ma per andare oltre i problemi legati al decadimento delle forze fisiche, alla perdita di bellezza del corpo. Dovrà invece interessarsi di ciò che gli sta attorno, del mondo e delle persone che vivono oltre i limiti della propria sofferenza fisica.
Questo atteggiamento impegna l'anziano a prendersi cura del proprio corpo nel modo giusto, senza pretendere miracoli o cure impossibili, riconoscendo e accettando con prontezza l'inevitabilità della morte fisica e di quello che viene dopo.

In secondo luogo l'anziano dovrebbe cercare di allargare i propri confini, i quali, a causa dell'esperienza passata, spesso coincidono solo con il lavoro. Se lasciare il proprio lavoro e staccarsi da uno «status» per raggiungere il quale ha lavorato duramente per tutta una vita, può essere causa di sofferenza, l'anziano deve ricordare che ha ora davanti a sé altri compiti e ambiti possibili.
Egli può trovare una diversa (e forse più ampia) realizzazione di sé come consigliere dei più giovani, oppure come nonno/a dei più giovani, o assumendo servizi di volontariato nel campo della cultura, del servizio civile, della politica, della religione o del sociale. La terza età può essere infine la stagione opportuna per sviluppare aspetti della propria personalità non sviluppati nel corso degli anni attivi: ci sono anziani che scoprono la propria vena pittorica, poetica, artistica, letteraria, collezionistica ecc. In realtà il numero delle possibilità è limitato solo dalla volontà di mettersi alla ricerca di alternative e dalla volontà di crescere.

L'ultima sfida proposta da Peck, il superamento dell'io, è la più impegnativa, ma, nello stesso tempo, anche la più stimolante. Essa invita l'anziano a considerare e accettare la realtà della morte, come la perdita del proprio io individuale e separato. Ciò richiede di passare per una vera «notte oscura» andando al di là della preoccupazione narcisistica per la propria sopravvivenza. Così egli accetta la morte con quella serenità che nasce dalla certezza che, grazie ai figli, alle amicizie, all'aiuto e ai consigli che ha dato, si è costruito un ambito e uno spazio di vita più vasto di quanto potrebbe comprendere qualsiasi io personale.

Questa triplice sfida è stata ripresa e ampliata nell'opera di Erik e Joan Erikson, che continuarono la loro ricerca quando avevano già oltrepassato la soglia degli ottant'anni. Secondo loro il processo di formazione e di crescita dell'identità continua anche nell'ultima fase della vita ed è segnato dai valori dell'attenzione e della saggezza rivolte non solo al proprio prossimo, ma anche ad altri fino a estendersi all'universo.
Fino all'ultimo giorno della sua vita la persona è chiamata ad allargare l'ambito della propria seconda paternità, lasciando emergere
quella che oggi si chiama la «personalità ecologica» (ecological self-hood). Questa, allargando e approfondendo gli interessi della persona, le consente di superare la separatezza e la frammentazione. (8) In realtà una delle questioni centrali del nostro tempo è proprio come superare il nostro «io» personale andando al di là della propria cultura, religione e specie, per raggiungere gli orizzonti sempre più vasti del cosmo.
Se l'anziano accetta di arrivare alla vecchiaia e di considerarla una tappa in cui può crescere fino a trascendere il proprio «io», può estendere il suo essere molto al di là dell' «io» individuale fino a includere l'intera famiglia umana. La quale altro non è che una piccola parte di quella «rete ecologica» collegata con le altre parti dell'universo di cui noi siamo pure responsabili.
È quindi benefico e giusto dare un'attenzione speciale allo sviluppo della seconda generatività e della trascendenza dell' «io», ossia alle sfide della vt;cchiaia. Esse pongono anche il fondamento psicologico per una spiritualità dell'attenzione (care), della compassione e della saggezza. Di questi valori tipici della vecchiaia il nostro mondo ha disperatamente bisogno in questo tempo.

4. UNA SPIRITUALITÀ DELLA TERZA ETÀ

Giunti a questo punto, ci proponiamo di individuare una spiritualità, ossia una serie di valori e di atteggiamenti umani e cristiani che vengono dalla sacra Scrittura, necessari per vivere costruttivamente la terza età. (9)

4.1. «NELLA VECCHIAIA DARANNO ANCORA FRUTTI, 
       SARANNO VEGETI E RIGOGLIOSI...» (SAL 92,15)

Per quanto il processo d'invecchiamento e l'anziano non siano dei temi centrali nella Scrittura, è tuttavia possibile trovare nella Bibbia alcuni elementi per costruire una spiritualità della terza età. (10)

Antico Testamento

L'Antico Testamento presenta la terza età come tempo di fecondità e di attiva partecipazione al progetto divino (Gen 21,5). Una lunga vecchiaia è il segno della fedeltà di Dio alle sue promesse: «Poi Abramo spirò e morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni e fu riunito ai suoi antenati» (Gen 25,8). Così anche Isacco (Gen 35,29) e Giuseppe che morì all'età di cento dieci anni (Gen 50,26). È nel corso della vecchiaia che Dio si rivela. Mosè riceve la rivelazione del Nome di Dio e la missione di liberare il suo popolo quando è già vecchio: di lui è detto che era intimo di Dio con il quale parlava come con un amico (Es 33,11). E nel Nuovo Testamento Simeone e Anna ricevono il dono di vedere e riconoscere il Salvatore (Lc 2,25-26.36-38). Si riafferma il principio che Dio, per realizzare i suoi piani di salvezza, si serve non delle persone forti e prestigiose, ma degli anawin, di quel popolo umile e povero che lo cerca con fiducia (Sof 2,2; 1Cor 1,26-31).
I libri sapienziali dell'Antico Testamento ci offrono un quadro realistico e inquietante della vecchiaia presentata come il tempo dei «giorni tristi... gli anni in cui dovrai dire: "Non ci provo alcun gusto"» (Qo 12,1-8). Ma più spesso ci offrono il ritratto dell'anziano invecchiato bene, segnato cioè dalla saggezza e dal timore del Signore (Sir 25,3-6). Nel secondo libro dei Maccabei è stata consegnata la vicenda indimenticabile del martirio dello"scriba Eleazaro, «uomo già avanti negli anni» (2Mac 6,18-31) che rifiuta le ingiuste imposizioni di Antioco IV e anche le pietose finzioni dei suoi concittadini che vorrebbero salvarlo dalle torture del tiranno e muore offrendo una memorabile testimonianza di fede e coraggio.
La saggezza dell'anziano è il cammino preferenziale per comprendere il mistero della sofferenza. Giobbe, al massimo del suo splendore e ormai anziano, viene messo alla prova ed entra così nella fase delle diminuzioni, se ne lamenta con Dio, si vanta dei suoi meriti, ma Dio lo riporta alla saggezza e Giobbe, alla fine, saggiamente si rimette alla sapienza provvidente di Dio.
Nel libro dei Salmi troviamo alcune preghiere proprie dell'anziano:
- nel Salmo 37[36], in cui la riflessione sulla retribuzione del giusto e la scandalosa fortuna dell'empio si fa preghiera in colui che è «stato fanciullo e ora è vecchio» e può affermare di non aver mai visto il giusto abbandonato da Dio (v. 25);
- il Salmo 71[70] esprime la supplica fiduciosa dell'anziano che si affida a Dio «rupe di difesa, baluardo inaccessibile, rifugio e fortezza», invocato «quando declinano le forze», oggetto della lode dell'anziano (vv. 3.9.17-18);
- il Salmo 92[91] è un inno di ringraziamento in cui l'anziano contempla stupito l'opera di Dio e canta la certezza piena di ottimismo e speranza di «continuare a dar frutti» e di «essere vegeto e rigoglioso», fino alla fine della vecchiaia (vv. 13-16).
Tutto il libro dei Salmi è adatto alla preghiera nella terza età, ma questi tre salmi specificamente posti sulle labbra di un anziano ci ricordano che egli ha un suo cammino preferenziale di preghiera fatto di memoria riconoscente, di fiducia e abbandono in Dio e, soprattutto, di lode riconoscente e ammirata per il suo amore gratuito.

Nuovo Testamento

Ancora nel Nuovo Testamento, e in particolare nel Vangelo di Luca, ritroviamo un tema già incontrato nell' Antico Testamento: Dio sceglie degli anziani per essere testimoni degli albori dell'incarnazione e della redenzione:
- Zaccaria ed Elisabetta sono scelti per essere i genitori del
Precursore del Signore quando ormai sono vecchi;
- Simeone e Anna, entrambi in età avanzata, ricevono la rivelazione della venuta del Salvatore (Lc 2,25-26.36-38).
E, come nell' Antico Testamento gli anziani sono delle colonne della verità e della giustizia, così nel Nuovo Testamento è ancora agli anziani (presbyteroi) che la Chiesa fa ricorso per la sua stabilità (cf. 1Tm 4,14; 5,17; 5,19; Tt 1,5).
Gesù, maestro di sapienza, insegna all'anziano come trattare le paure che sono tipiche della terza età: la paura del futuro che, insieme con il pericolo della cupidigia, si cura solo con l'abbandono fiducioso alla Provvidenza (Lc 12,12-21.22-31; Mt 6,25-34).
E Paolo offre delle preziose prospettive sul valore della sofferenza e della morte:
- presenta la vita cristiana come condivisione della sofferenza
e della morte di Cristo (Rm 6,4; Col 1,5; 4,10; Fil 3,10);
- insegna a completare la passione del Messia (Col 1,24);
- considera l'umana debolezza come epifania della potenza di
Dio (2Cor 12,9);
- parla della vita nuova che comincia con il battesimo (Rm 6,1-11) prolungandosi in un'esistenza condivisa con il Signore nella vita e nella morte (Rm 14,7-9; Fil 1,21.23; 2Cor 5,1-10).
In conclusione la parola di Dio ci mostra che la terza età è un tempo per crescere spiritualmente a condizione che guardiamo alla vita nella sua pienezza, senza escluderne la sofferenza e la morte. Consapevoli dei nostri limiti, della nostra povertà e debolezza, ci abbandoniamo come Gesù «nelle mani del Padre», che è Colui che non ci lascia cadere nelle tenebre degli inferi, ma che ci conosce e ci considera preziosi (Is 43,4).

4.2. «CRISTO GESÙ SPOGLIÒ SE STESSO 
       ASSUMENDO LA CONDIZIONE DI SERVO...» (FIL 2,7)

Dopo aver conferito a Pietro il mandato pastorale, Gesù gli annuncia che, quando sarà vecchio, sarà condotto a una morte violenta per il suo Nome: «In verità in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Gesù traccia così il cammino di crescita di Pietro: egli passerà dal tempo della decisione in prima persona alla stagione in cui dovrà cedere l'iniziativa e «lasciarsi fare».
Anche l'anziano deve lasciar andare tante cose e deve lasciarsi fare dagli altri. Arrendersi - accettare - lasciar perdere - abbandonare - distaccarsi sono i verbi che l'anziano deve imparare a declinare nel corso della vecchiaia. Sono i verbi della kenosis cristiana, il cammino di spoliazione che caratterizza l'incarnazione del Figlio di Dio, il Signore Gesù Cristo che «pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini»(Fil 2,6-7).
La vecchiaia non è un cammino facile né piacevole, ma impegnativo. Infatti è un momento particolarmente kenotico in cui le perdite si moltiplicano e si coniugano con umiliazioni di vario genere (sociali, fisiche, psichiche, intellettuali e morali), fino al punto massimo che è la morte, la quale è come «un oceano [in cui] vengono a confluire tutti i nostri bruschi e graduali indebolimenti». (11) Ciononostante la vecchiaia è una parte del disegno provvidenziale di Dio che porta ad assumere la sua volontà per giungere alla gloria, a essere esaltati come Gesù.
La nostra esistenza dalla nascita alla morte è un cammino pasquale, nel quale siamo chiamati a superare noi stessi in un incessante esodo verso la terra promessa della nostra vera pienezza. Il punto d'arrivo e la motivazione di questo cammino pasquale è l'amore (agape): «Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo, Cristo» (Ef 4,15). La kenosis non è un fine in se stessa, ma un cammino di rinnovamento fino a giungere allo stato di uomo perfetto, «nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Tale maturità umano-cristiana consiste nella conoscenza di Dio e del suo Cristo (Gv 17,3), nella comunione amorosa cioè con Colui che è il volto visibile e umano di Dio: «La gloria di Dio è l'uomo vivente, ma la vita dell'uomo è la visione di Dio» (sant'Ireneo di Lione).
Nella conoscenza amorosa di Dio l'anziano viene via via spogliato di tutto, ma giunge a una progressiva identificazione con Gesù crocifisso, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). In questo modo però egli parteciperà alla tenerezza, alla bontà, alla compassione di Gesù alle virtù che sono tipiche dell'anziano invecchiato bene.

4.3. «EGLI DEVE CRESCERE, IO DIMINUIRE...» (Gv 3,30)

Questo cammino pasquale di kenosis, fatto di progressiva riduzione dell'attività, di handicap fisici, di crescente solitudine, di paura e di rabbie soffocate, ci ripugna profondamente. Esso ci fa accostare al mistero della sofferenza, il più arduo della nostra esistenza, che nessuno riesce a comprendere e accettare, se non nella fede e nella contemplazione del mistero di Dio. La nostra mente rimane bloccata davanti alla sofferenza e si chiede come è possibile che Dio accetti il male, soprattutto quando esso non sembra produrre alcun bene.
P. Pierre Teilhard de Chardin SJ ha cercato di dare una risposta. Egli spiega che Dio riesce a cambiare il male in bene secondo tre modalità. (12) La prima funziona, come nel caso di Giobbe, quando «la sconfitta da noi subita avvierà la nostra attività verso oggetti o ambienti più favorevoli, sempre impostati però sul piano della riuscita umana da noi ricercata». La seconda modalità funziona quando «la stessa perdita che ci affligge ci costringerà a cercare in un campo meno materiale... [in questo caso] vediamo l'uomo uscire migliorato, temprato, rinnovato da una prova o da una caduta che sembrava doverlo diminuire o addirittura abbattere per sempre»: è la storia di tanti santi e «in genere di tutte le persone notevoli per la loro intelligenza o la loro bontà».
La terza maniera di agire della Provvidenza riguarda i casi più difficili (e sono «precisamente i più comuni», commenta Teilhard de Chardin) in cui «la nostra saggezza rimane totalmente sconcertata». Ci sono certe diminuzioni che non riusciamo ad accettare: non presentano infatti alcun vantaggio, anzi in esse la persona «scompare o rimane dolorosamente minorata». Ecco allora la domanda che, con noi, egli si pone: «Come possono queste riduzioni, che sono la Morte in ciò che essa ha di più prettamente mortale, diventare un bene per noi?».
Questo terzo modo che è «il più efficace e più santificante» usato dalla Provvidenza è proprio quello che agisce nella vecchiaia e sarà importante entrare in questa strana dinamica di crescita che si propone di portarci all'unione con Dio. Attraverso queste diminuzioni Dio ci prepara a essere le pietre vive per la Gerusalemme celeste, per entrare nella nostra vera condizione, nella «tanto desiderata unione con lui». L'agente più efficace di questa progressiva trasformazione sarà la Morte.
La fede cristiana davanti alla croce non consente di chiamare subito in campo la «rassegnazione cristiana [che] è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno degli elementi più pericolosi dell"'oppio religioso"» insieme con il disprezzo della Terra. (13) Ma se, dopo aver lottato contro la sofferenza, essa resta ancora reale, al cristiano resta un altro cammino redentivo: quello di unirsi alla sofferenza di Gesù e di «completare nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Così la sofferenza dell'anziano diventa forza di redenzione per il mondo e, «se egli accoglie con fede, pur senza cessare di combatterla, quella forza nemica che lo abbatte e lo dissolve, essa può diventare per lui un principio amorevole di rinnovamento [...]. Abbandonando la zona dei successi e delle sconfitte umane, il cristiano accede, con uno sforzo di fiducia nel Più Grande di lui, alla regione delle trasformazioni e degli accrescimenti soprasensibili». (14)
Solo quando il Figlio di Dio nella contemplazione ci mostra il suo vero volto di Servo sofferente e glorificato, possiamo credere che la nostra sofferenza esce dall'assurdo per assumere un significato redentivo: l'amore di Dio si serve anche del male - che egli per altro non vuole - per produrre il bene per noi e un valore redentivo. Conclude allora P. Teilhard de Chardin: «"Diligentibus Deum omnia convertuntur in bonum". Ecco il fatto che supera ogni spiegazione e ogni discussione». (15)
Se nella vecchiaia arriviamo a unirci al Crocifisso, noi formiamo il suo corpo e partecipiamo alla capacità redentiva e benefica della sua croce. Non solo riceviamo dal Crocifisso una partecipazione alla sua tenerezza, compassione e attenzione, ma veniamo associati alla sua opera di redenzione. Lungi dal sentirci inutili, forse mai come nella terza età possiamo sentirci ed essere strumenti efficaci per la missione della Chiesa e per la vitalità missionaria dell'istituto cui apparteniamo.

4.4. «PER ME VIVERE È CRISTO E IL MORIRE È UN GUADAGNO...» (FIL 1,21)

È ovvio che pochi sentano come Paolo il desiderio di «essere sciolti dal corpo per essere con Cristo» (Fil1,24). Molti invece rifiutano l'idea della morte, si arrabbiano, cercano di fuggirla e finiscono nella depressione. È suggestivo leggere in Teilhald de Chardin che la morte è la strada attraverso cui Dio ci porta all'unione con lui, e che la sofferenza è lo strumento con cui Dio «pratica il varco necessario» per poter entrare e «crearsi un vuoto che diventerà il suo posto». (16)
Ma resta il fatto che non è spontaneo «risuonare» con le chiare e ottimistiche argomentazioni di Teilhard! Noi sentiamo invece che la morte distrugge ogni volta un'esperienza unica e irripetibile; una persona che pensava, sentiva, creava e amava se ne va verso un destino mai sperimentato. Questa è la notte oscura contro la quale anche Gesù ha cercato di reagire nell'agonia del Getsemani.
L'anziano, avvicinandosi alla morte, deve affrontare questa oscurità. Per questo deve alimentare la sua fede nella risurrezione, ma ancora più la sua unione con il Signore risorto. A lui rivolge la sua professione di fede: «Aspetto la risurrezione dei morti», ripe
tendo a se stesso con la parola dell'apostolo che «se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...] e voi siete ancora nei vostri peccati [...] e noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,14.17.19).
Grazie alla fede nella risurrezione di Gesù Cristo, noi siamo capaci di fare quel salto nel buio che è l'atto di fede. Grazie ad esso «superiamo la morte, scoprendovi Dio. E il Divino si troverà, per il fatto stesso, insediato nel cuore del nostro essere, nell'ultimo recesso che pareva potergli sfuggire». (17) E se la nostra fede è debole, possiamo sempre pregare: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24).
Ci consola e ci rallegra la promessa di Gesù: «Io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19), perché egli, quando verrà l'ora della nostra morte, ci farà sopravvivere per mezzo del suo Spirito che già vive in noi, per una vita nuova e piena: «Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno» (Gv 11,26). La sua promessa è legata al mistero pasquale della sua morte e risurrezione consegnato alla Chiesa nel sacramento dell'eucaristia. Diventa perciò importante nel corso della terza età celebrare e vivere il mistero eucaristico: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54).
Al momento della nostra morte, in un modo per ora incomprensibile e inspiegabile, entreremo in una nuova relazione di amore e comunione con noi stessi, con gli altri e con Dio; una relazione che non ha simili su questa terra, che sazierà ogni nostro desiderio di gioia e di felicità, di pienezza e di comunione. Saremo liberati da ogni schiavitù, dal peccato, dalla morte, dalla legge e dal nostro io e finalmente giungeremo a considerare la morte un guadagno (cf. Fil 1,21).

4.5. «RIFLETTENDO COME IN UNO SPECCHIO LA GLORIA DEL SIGNORE...» 
      (2COR 3,18)

Come si arriva all'identificazione con Cristo, a quella fede forte che ci fa portare la croce e ci conduce alla comunione amorosa con Dio e a quella tenerezza, compassione e attenzione per gli altri che caratterizzano l'anziano che è invecchiato bene? Il cammino è quello della contemplazione. (18)
La contemplazione è «sguardo di fede fissato su Gesù [...] ascolto della Parola di Dio e silenzioso amore» che tende alla comunione d'amore con Dio. (19) Essa è un dono di Dio che risponde alla nostra fedeltà nella ricerca di lui. Esiste un cammino che dispone a ricevere il dono della contemplazione. Esso consiste nell'abituarsi a guardare con «un lungo amoroso sguardo sulla realtà» (William McNamara OCD).
La preghiera segue la dinamica della nostra crescita personale e dell'amicizia. Parte dalla preghiera vocale, passa per la preghiera discorsiva, arriva a quella affettiva, per approdare alla preghiera propria della terza età, e cioè la preghiera contemplativa, che viene chiamata anche preghiera del cuore. Essa è come una sosta silenziosa ai piedi del Maestro, nella quale ci esponiamo semplicemente ai raggi del Sole divino, e ci riposiamo nel seno del Padre unendo ci alla preghiera dello Spirito che in noi grida: «Abbà, Padre» (Rm 8,15).
La contemplazione è uno stile e una qualità della vita prima che un'attività. Essa introduce nella nostra esistenza una dimensione contemplativa che produce (e, in una certa misura, suppone) un cambiamento profondo del nostro rapporto con la realtà. Ci fa passare dal possesso alla contemplazione e all'ascolto, da un approccio aggressivo alla gratuità nei confronti della realtà. Cambia la qualità della vita e ci dà la possibilità di vivere il presente e nel presente. Produce in noi la capacità di stupirci e di godere delle creature di Dio. Soprattutto ci fa raggiungere una sempre più profonda interiorità portandoci sulla soglia del nostro cuore, là dove vive lo Spirito del Padre e del Figlio e dove noi possiamo essere ammessi alla sua orazione. La preghiera infatti consiste nello stare in ascolto silenzioso davanti al Signore («Fa' silenzio e ascolta, Israele», Dt 27,9). Infine la dimensione contemplativa ci porta a un nuovo impegno per l'azione, caratteristico della terza età, frutto della compassione contemplativa (cf. Mc 6,34: «Gesù vide ed ebbe compassione») e ci aiuta a perseverare nell'attesa vigilante del ritorno del Signore.
La preghiera del cuore sembra essere la preghiera più consona alla situazione dell'anziano. Ricordiamo il vecchietto di Ars che descriveva la sua preghiera come un incontro silenzioso con Dio: «lo lo guardo ed egli mi guarda». (20) Nella contemplazione l'anziano incontra il Dio fedele e scopre di essere prezioso ai suoi occhi: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? io non ti dimenticherò mai: ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49,15-16). Così egli riesce a vincere la solitudine e la paura della morte.
Non dobbiamo lasciarci intimorire dalla parola contemplazione. Essa non è riservata ai santi canonizzati, ma è un obiettivo accessibile a ogni cristiano. Purtroppo non è favorita dal\a odierna cultura dell'efficienza e della distrazione e, nel caso dell'anziano, si può scontrare con la preoccupazione per sé e i propri limiti fisici e morali. Neppure è facilitata dalla formazione scolastica ricevuta in passato che preparava alla contemplazione delle idee, che sono gli astratti universali, quando invece la contemplazione fa riferimento al particolare concreto: un fiore, una musica, un sapore, una persona ecc., cioè a realtà ben concrete e presenti, attraverso le quali possiamo avere un indizio o un segno della «Realtà», di Dio.
Progredire nella preghiera contemplativa non è sempre facile, ma dobbiamo ricordare ciò che santa Teresa d'Avila ha insegnato: la preghiera «non è altro [...] che un intimo rapporto di amicizia per cui ci si intrattiene di frequente, da solo a solo, con Colui che sappiamo ci ama». (21) E nell'orazione «l'essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare». (22)

5. ALCUNE CONCLUSIONI CHE CI RIPORTANO ALLA FORMAZIONE PERMANENTE

Un postulato della geragogia (= pedagogia dell'anziano) è che alla vecchiaia ci si prepara prima di arrivarci, ancora da giovani.
«Nella vecchiaia - dice "un proverbio africano - ci si riscalda
con la legna che si è raccolta durante la giovinezza».
Forse molte di queste riflessioni e dei suggerimenti dovrebbero essere offerti nel tempo della prima formazione. Rifletterci ora insieme nel corso della terza età intende confermarci nelle convinzioni e renderci migliori testimoni presso i più giovani.

5.1. FORMAZIONE UMANA

«La prima e decisiva cosa da dire riguarda il fondamento della saggezza: invecchia nella giusta maniera chi accetta interiormente di diventare vecchio». (23)
Chi, al momento dell'invecchiamento, non riesce ad accettare la propria condizione e si ribella all'idea di diventare vecchio e di dover morire, forse non è mai stato avvertito nella sua giovinezza di quello che sarebbe successo alla fine, addirittura forse non è mai stato preparato nella sua stessa formazione umana a riconoscere e accogliere i propri limiti, a sentire che non tutto è possibile, che non ha senso coltivare dei complessi di onnipotenza.
Forse in gioventù non è stato educato a vivere secondo il principio: «Age quod agis», che ci porta a procedere a un'andatura misurata secondo le possibilità, a spendere del tempo gratuitamente, a contemplare la bellezza senza volerla possedere, a voler bene a sé e agli altri.
Forse ha sempre vissuto con l'acceleratore schiacciato per quella tendenza ad aggredire le cose che, in fondo, è volontà di potenza e possesso che pretende di sottomettere tutto a sé.
Gli atteggiamenti che portano l'anziano ad accettare e aver fiducia, a credere in sé e negli altri sono iscritti nel carattere della persona, ma possono essere frutto anche di una formazione iniziale e, sicuramente, di una formazione permanente che faccia leva sulla gratuità e sulla dimensione contemplativa dell'esistenza, grazie alle quali la persona continua a crescere.

5.2. FORMAZIONE INTELLETTUALE

L'anziano dovrebbe avere ed eventualmente sviluppare la curiosità intellettuale, insieme con una continua cura della propria preparazione professionale. Chi arriva alla vecchiaia senza avere l'abitudine alla lettura e allo studio e senza interessi culturali, farà molta fatica a far passare il tempo e a riempire le lunghe giornate della terza età. Finirà per parcheggiarsi - come una macchina d'epoca che si usa solo in certe occasioni - davanti al televisore, in atteggiamento passivo e rassegnato, con il rischio di assorbire tutto senza alcun senso critico e senza creatività. Non sapendo come far passare il tempo, si annoierà a morte, oppure si attaccherà a piccole cose, rischiando di lasciarsi andare a evasioni che, se saranno innocenti, non potranno tuttavia non essere alienanti.
Se, come è sperabile, l'anziano è richiesto di essere consigliere o guida spirituale, sentirà il dovere di tenersi aggiornato. La lettura di qualche libro di teologia biblica, dogmatica o morale, di qualche buon romanzo, di qualche buona rivista di aggiornamento potrà non solo renderlo umanamente vivo e all'altezza dei suoi impegni professionali, ma anche tenere viva ed esercitata la sua mente in un momento in cui fermarsi potrebbe significare non solo perdere irrimediabilmente i neuroni necessari per il buon funzionamento del cervello, ma anche spegnere la lampada della saggezza e dell'esperienza.

5.3. FORMAZIONE SPIRITUALE

Affinché un anziano nel corso della vecchiaia possa percorrere un cammino di contemplazione, deve evidentemente essere abituato alla preghiera e al gusto della lettura della parola di Dio fin dalla sua giovinezza. C'è da sperare che chi non è stato formato alla preghiera o ne ha perduto l'abitudine, trovi qualcuno che lo aiuti a comprendere che solo nella fede, speranza e carità può continuare a crescere e ad affrontare le croci della terza età. In questo periodo il tempo per la preghiera non manca. Spesso invece è carente il metodo e la costanza.
Potrà essere difficile per l'anziano sfuggire al rischio della mediocrità, se durante le tappe precedenti della vita non avrà coltivato la sua vita spirituale con la meditazione, la direzione spirituale e la ricezione fedele dei sacramenti, la riflessione e un'ascesi equilibrata. C'è sempre da sperare che «il ritiro progressivo dall'azione, in tal uni casi la malattia e la forzata inattività, costituiscano un'esperienza che può diventare altamente formativa». (24) Purtroppo l'esperienza mostra che questa speranza non sempre si realizza.
Le prove della vecchiaia possono funzionare da provvidenziali campanelli d'allarme che ci richiamano alla necessità di crescere nel nostro abbandono in lui. Ma per questo bisogna cominciare a prepararsi alla vecchiaia fin dalla gioventù con una vita ordinata. Questa è una responsabilità che riguarda gli interessati, ma anche coloro che
hanno una responsabilità su di loro e sulla loro formazione che per natura sua deve considerarsi, fin dall'inizio, permanente.

6. CONCLUSIONE

Al crepuscolo della nostra giornata terrena tutti vorremmo ripetere di noi stessi quello che alla sera della propria esistenza ha scritto un uomo di grande azione che ha vissuto intensamente la propria vita:

«Il giorno cala. Si fa sera. La mia vista si affievolisce. Ora vedo tutto dal di dentro. Tutto è più calmo. Assaporo meglio il tempo che ancora mi è stato dato. Nonostante i capelli bianchi, sento con certezza la vita pulsante e la vera gioia nei miei ultimi anni». (25)

La vita anche nella sua stagione finale può continuare a essere feconda e l'anziano può e deve sentirsi, come il salmista, un vecchio passato attraverso molte lotte e infinite contraddizioni, il cui corpo è diventato ormai resistente e duro come un tronco di cedro o di palma, ma che dentro si sente ancora «vegeto e rigoglioso», capace ancora di «fiorire negli atri del nostro Dio», sempre pronto ad «annunziare quanto è retto il Signore» (Sal 92,14-16).

 

 

 

NOTE

* Questo testo è nato come traccia per il mio intervento all'Incontro di Formazione permanente per la «Terza Età» organizzato dai Frati Francescani Conventuali della Provincia Patavina a Torreglia (Padova), presso la «Casa Sacro Cuore» il 26 giugno 1996; rivisto nel luglio 1996 in occasione del Corso: Alla riscoperta di una giovinezza dello spirito che permane nel tempo: tre settimane di convivenza fraterna per i Missionari Saveriani a Tavernerio (Como).

[1] Per il contenuto di questo capitolo sono debitore a due articoli di Mary Elizabeth KENEL, Ph. D., dal titolo: «Birthing the Elderly Self» (in Human Development 16[autunno 1995]3, 11-15) e «Development Stages in Mature Years» (in Human Development 15[autunno 1994]3, 27-30).
[2] Romano GUARDINI, Le Età della Vita, Vita e Pensiero, Milano 21992, 97.
[3] Erik H. ERIKSON, I Cicli della Vita, Armando, Roma 1992, 59.
[4] GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 70 §§ 5-6.
[5] Marie-Jo THIEL, Vivere da Vivi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, 69.
[6] Cf. l'articolo della KENEL, «Birthing the Elderly Self», 11.
[7] Questo tema è sviluppato nel libro di Hyman L. MUSLlN, The Psychotherapy of the Elderly Self [La psicoterapia dell'io anziano].
[8] Joanna MACY, Healing the Wounds, citata da KENEL, «Birthing the Elderly Self», 14.
[9] Questi punti si possono trovare ulteriormente sviluppati nel libro di Walter J. BURGHARDT SJ, Seasons that Laugh or Weep, Musing on the human journey,'Paulist Press, New York/Ramsey 1983, 93-121.
[10] Daniel J. HARRINGTON SJ, «Biblical Contributions to a Theology of Aging», in
Review for Religious (marzo/aprile 1996), 159-170.
[11] Pierre TEILHARD DE CHARDIN SI, L'Ambiente Divino, Il Saggiatore, Milano 1968, 81.
[12] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 87-89.

[13] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 92. 
[14] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 94.
[15] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 82. 
[16] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 90.
[17] TEILHARD DE CHARDlN, L'Ambiente Divino, 81.
[18] Arturo PAOLI chiama la vecchiaia «l'età contemplativa»; si veda l'articolo con questo stesso titolo in Il Regno-Attualità 22(1995), 658-660.
[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2715-2719. 20 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2715.
[21] Santa TERESA D'AVILA, Il Libro della Vita, capitolo 8,5.
[22] Santa TERESA D'AVILA, Il Castello Interiore, capitolo 4: «Mansioni», 1,7; si veda anche il libro delle Fondazioni, capitolo 5,2.
[23] GUARDlNI, Le Età della Vita, 99.
[24] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata. n. 70.
[25] Mgr. RODHAIN, fondatore del «Secour Catholique» di Francia, citato da THIEL, Vivere da Vivi, 23.