GABRIELE FERRARI ![]()
RELIGIOSI E
FORMAZIONE
PERMANENTE
La crescita umana e spirituale nell'età adulta
Edizioni Dehoniane, Bologna 1998
|
6 1. IL DILEMMA E LA SFIDA DELLA TERZA ETÀ: INTEGRITÀ O DISPERAZIONE?
2. IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO 3. IL CAMMINO
PSICOLOGICO PER RAGGIUNGERE LA SAGGEZZA
4. UNA SPIRITUALITÀ DELLA TERZA ETÀ 5. ALCUNE
CONCLUSIONI CHE CI RIPORTANO ALLA FORMAZIONE PERMANENTE 6. CONCLUSIONE |
6
«Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno vegeti e rigogliosi...»
(Salmo 92,15)
Appunti e suggerimenti
per vivere in modo costruttivo la terza età e per elaborare una spiritualità
adeguata*
Nello sviluppo della persona la tappa dell'invecchiamento e della terza età è l'ultima. Oggi essa si presenta più precoce e più lunga che nel passato. L'età media delle persone infatti si è alzata e in Italia si è attestata attorno ai settantotto anni per gli uomini e a oltre gli ottanta per le donne. Più che mai quindi c'è oggi il dovere di invecchiare bene e vivere in modo significativo questa fase della vita. Con Romano Guardini vogliamo chiederei in questo capitolo: (1)
«se la vecchiaia sia proprio soltanto la conclusione della vita, dopo la quale non viene più nulla, oppure se la vecchiaia abbia un senso proprio, e se non abbia, forse, persino un senso buono e profondo». (2)
1. IL DILEMMA E LA SFIDA DELLA TERZA ETÀ: INTEGRITÀ O DISPERAZIONE?
Non è bene, e non corrisponde
a verità, considerare la terza età come
un tempo di perdita o di progressivo decadimento. Questo periodo della vita anzi
lancia una sfida alla nostra capacità di crescita. Se la terza età non è un
periodo di sviluppo, si corre il rischio di trascorrerla nella depressione e/o
nella disperazione, sentendosi finiti, dimenticati,
insignificanti, incompresi e alla fine inutili.
Secondo Erick Erickson, che ha studiato in modo approfondito la
psicologia evolutiva della persona, la «principale antitesi e l'ultima sfida
dell'età senile», è il dilemma «integrità vs. disperazione». (3)
In altre parole chi invecchia è chiamato all'integrità, ossia a
completare lo sviluppo della propria
personalità in modo coerente con il suo passato e integrandolo nell'esperienza
della terza età. Se questa operazione riesce, egli acquisisce la saggezza, ossia
una conoscenza esperienziale della realtà e della vita. Questo è il dono
caratteristico dell'anziano, il meglio di sé che può lasciare come eredità
agli altri. Se invece questa operazione non
riesce, egli finisce per vivere faticosamente la propria vecchiaia, rischiando
di cadere nella disperazione.
Diciamo subito che è del tutto normale sentire la paura d'invecchiare:
questa paura viene alimentata dalla nostra società e consolidata dalla
pubblicità che privilegia il giovane e il bello. Così vediamo molti
anziani che si chiudono su di sé e finiscono per mettere sotto il moggio
la lampada della saggezza acquisita nel corso della vita.
Altrettanto normale e necessario è fare il lutto, cioè sentire e
accettare in modo cosciente e libero le molte perdite che caratterizzano questa
tappa della vita: la fine della vita attiva, della giovinezza e
della prestanza fisica e l'inizio della fase inferma; la conclusione di molte
relazioni interpersonali compromesse dalla morte di familiari e
colleghi; la fine della fase produttiva (del lavoro) con il pensionamento e la
conseguente perdita della propria autonomia sociale. Sono
queste alcune delle perdite che devono essere assunte coscientemente e
liberamente accettate dall'anziano.
Oggi siamo consapevoli, più che in passato, della necessità di crescere
durante e verso la terza età, e non
solo di caderci dentro. Bisogna dunque prepararsi. L'invecchiamento
comporta dei problemi biologici e
fisiologici, psicologici e spirituali che producono delle crisi
esistenziali. L'anziano, arrivando a questa età, sente sorgere in sé delle
domande ineludibili: «Chi sono io?». «Che senso ha la mia vita?». «Come ho
passato gli anni che ho vissuto?». «Come posso vivere bene i prossimi anni?».
Come ogni crisi esistenziale, anche questa non si può superare in modo valido,
se non attraverso un rinnovamento dell'interiorità. Questo vale per tutti,
perché a nessuno è stato dato il permesso di vivere la vecchiaia in tono
minore, quasi fosse la licenza di essere mediocri. Ma i religiosi hanno
altre ragioni di tipo spirituale e ascetico per vivere con generosità ed
entusiasmo l'ultima tappa della vita, che completa il cammino spirituale della
loro consacrazione e li introduce alla visione di Dio nella comunione eterna con
lui:
«L'età avanzata pone problemi nuovi, che vanno preventivamente affrontati con un oculato programma di sostegno spirituale. [La terza età nel contesto della vita consacrata offre all'anziano] l'opportunità di lasciarsi plasmare dall'esperienza pasquale, configurandosi a Cristo crocifisso che si abbandona nelle mani di Dio fino a rendergli lo spirito... in un atto supremo d'amore e di consegna di Sé». (4)
2. IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO
2.1. TRE MODI DI INVECCHIARE
Per iniziare la descrizione del
processo di invecchiamento possiamo notare che esistono varie maniere di
invecchiare che variano per il loro risultato finale.
C'è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano
bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di
essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che
vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e
responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma
che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro
sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve
credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la
norma. (5)
C'è un secondo modo, il più comune, di
invecchiare, che consiste nel subire l'invecchiamento. Molti anziani non
riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall'handicap o dalla
diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza.
Sono traumatizzati dall'arrivo della pensione e sentono come una minaccia
terribile l'idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai
trovato il tempo per se stessi, per riflettere, per riposare in pace. Ora sono
obbligati a passare dal lavoro turbinoso all'inattività forzata e non riescono
ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un
riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione.
I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l'inattività è
combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a
piccole cose che funzionano da droga o da evasione, diventano duri, acidi,
ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.
C'è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure
rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta - se possibile
- di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non
vogliono credere all'invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il
loro decadere truccandosi, vestendosi e vivendo come fossero ancora giovani.
Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non
si direbbe che Lei ha ottant'anni! Come li porta bene! Non li dimostra
proprio!». Ci credono e per un po' sono su di giri, ma quando poi rimettono i
piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più
dolorose e profonde. Sono persone che - senza volerlo - si coprono di ridicolo.
Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende
di ignorare o rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la
propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla
verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per
accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.
2.2. L'INVECCHIAMENTO PSICOLOGICO-SPIRITUALE E I SUOI SINTOMI
Diamo per conosciute le
riduzioni e limitazioni che avvengono sul piano biologico nel corso del processo
di invecchiamento. Esse da sole richiedono una serie di attenzioni che
costituiscono già un'esigente forma di ascesi. Ma la terza età (che
inizia intorno ai 60-65 anni) è caratterizzata pure da un processo d'invecchiamento
a livello psicologico e spirituale che può concludersi bene o meno bene a
seconda dei casi.
Una vecchiaia felice è segnata dai valori della serenità e dell'accettazione
di sé e degli altri, dell'interiorità e della pace, della tenerezza e della
compassione e, infine, della saggezza. Quando questi valori non riescono ad
affermarsi, troviamo invece il prevalere di altri sentimenti che è bene
conoscere e analizzare.
Il primo di essi è la depressione senile: conclusa la fase attiva,
l'anziano tende a sentirsi inutile, diventa quindi apatico, con la conseguenza
di perdere la propria autostima e di lasciarsi andare a qualsiasi
espressione senza più controllarsi e senza sentirsi responsabile delle sue
azioni e reazioni.
La solitudine poi accompagna spesso l'anziano: non la solitudine
costitutiva dell'uomo, per cui noi ci troviamo da soli davanti alle nostre
decisioni più importanti, ma quella che isola la persona e la fa sentire sola e
abbandonata da coloro che le dovrebbero invece voler bene. Questo isolamento
viene dalla mancanza di attività, dal trovarsi soli per lunghe ore della
giornata, dall'essere spesso in compagnia esclusivamente di altri anziani.
Allora nel cuore dell'anziano fa capolino una domanda seria e pericolosa per le
sue conseguenze: «Servo ancora a qualcosa, a qualcuno?» oppure: «C'è ancora
qualcuno cui io interesso?».
La paura e la sensazione di non essere più padroni di sé sono un terzo
sintomo che viene consolidato dalla solitudine e dal silenzio. Paura della
malattia, dell'abbandono, della dipendenza e, soprattutto, della morte. Spesso
la paura genera l'aggressività nei confronti di chi sta attorno, frutto
di impotenza, umiliazione e bassa stima di sé. Altre volte, spinto
inconsciamente dalla paura e dall'aggressività, l'anziano diventa
improvvisamente capriccioso e testardo: ma a guardar bene si tratta di un modo
di far notare la propria presenza e la volontà di essere se stesso.
La rabbia e il rancore, accumulati nel corso della vita e finora
assorbiti grazie alla normalità della vita, possono infine venire a galla nella
terza età. La rabbia si può riferire alle occasioni perdute, a sbagli e a
fallimenti, a peccati e torti subiti nel corso della vita; può essere rivolta a
sé, alla propria storia, ai propri vicini, a Dio stesso. Ènecessario sforzarsi
di verbalizzarla e di esprimerla in qualche modo, cercando il contesto migliore,
perché altrimenti essa si trasforma in un processo distruttivo che peggiora la
condizione dell'anziano e non gli consente
di liberarsi e trovare quella pace che è necessaria per invecchiare bene negli
ultimi anni.
2.3. STRATEGIE PER SUPERARE GLI ASPETTI NEGATIVI DELL'INVECCHIAMENTO
Per reagire agli aspetti negativi dell'invecchiamento che
abbiamo appena descritto, l'anziano deve cercare di darsi delle nuove
motivazioni valide per la propria esistenza. Si tratta di un cammino che
dovrebbe essere stato avviato già nelle fasi precedenti della vita, ma che,
comunque, deve essere sviluppato al sopraggiungere della terza età. Va detto
che spesso non è possibile attendersi molto, ma qualche passo è auspicabile e,
quanto meno, l'anziano dovrebbe rag giungere una certa consapevolezza delle
strategie necessarie.
Vediamo quali possono essere tali strategie.
a) Mettere le radici della propria esistenza in valori duraturi e
non effimeri (successo negli affari, carriera, bellezza ecc.), cioè non legati
solo al «fare», «avere», «potere» e «godere», ma all'essere della
persona, perché solo questo permane quando il resto viene meno.
b) Trovare, pur dentro i propri limiti oggettivi e soggettivi, un ruolo o
un impegno significativo per sé e, possibilmente, utile agli altri. In
caso contrario l'anziano perde ogni ragione per la propria esistenza; si chiude
sempre più su di sé e si isola. Pur tenendo conto dei propri bisogni, egli
deve cercare di togliersi dal centro per rivolgersi agli altri mettendo
al loro servizio la maturità e la saggezza in cui può crescere fino alla fine.
c) Mantenere per quanto possibile la propria autosufficienza, ossia la
capacità di autoregolarsi, di essere autonomo nelle decisioni, di organizzare
il proprio tempo libero. L'anziano non dovrà farsi servire che quando è
strettamente necessario, .né cercare chi lo sostituisce in tutto, neppure per
motivi di migliore organizzazione, pulizia e ordine. Sarà necessario cercare
per l'anziano l'ambiente adatto a lui e alla sua situazione, un ambiente che lo
stimoli costantemente e non gli permetta di cadere nell'insensibilità e
nell'apatia.
d) Accettare l'idea della morte come qualcosa che è sempre
presente nella vita, fin dal giorno della nascita. L'anziano non deve permettere
che la morte gli arrivi addosso, ma deve saperla vivere in prima persona non
come un nemico, ma come qualcosa che fa parte della sua vita. Solo così
i giorni che gli restano da vivere possono essere vissuti nell'umiltà, nella
tenerezza e nella gratitudine, anziché nella paura, nella rabbia,
nell'aggressività e quasi come una condanna.
3. IL CAMMINO PSICOLOGICO PER RAGGIUNGERE LA SAGGEZZA
Per invecchiare bene bisogna
attivare e coltivare una serie di atteggiamenti di tipo psicologico. Seguiamo
quelli suggeriti nel 1956 da uno psicologo
americano, Robert Peck, (6) che sembrano rispondere adeguatamente alle
sfide poste dalla crescita e dallo sviluppo dell'io
anziano:
1) Cercare la duttilità emotiva evitando l'impoverimento emotivo.
2) Promuovere la duttilità mentale evitando la rigidità mentale.
3) Rinnovare le relazioni superando la sola dimensione sessuale.
4) Valorizzare la saggezza invece di valorizzare la forza fisica.
5) Giungere alla saggezza, all'attenzione, alla compassione.
3.1. CERCARE E PROMUOVERE LA DUTTILITÀ EMOTIVA
Il primo atteggiamento da
acquisire è la duttilità emotiva, la capacità di mantenersi flessibili nelle
proprie emozioni per accettare i necessari
distacchi nel corso dell'età media e della terza età, senza venire
ogni volta schiacciati e in un certo modo frantumati dagli avvenimenti.
L'età adulta infatti è segnata dai verbi lasciare e abbandonare.
Perciò bisogna abituarsi ad
abbandonare certi legami affettivi forti propri dell'età adulta e dell'età di
mezzo (legami affettivi profondi che non possono più essere mantenuti, impegni
personali assunti e onorati fino ad ora in
modo molto esigente) che non sono più
sopportabili e prepararsi a stabilire nuovi legami più sciolti, meno
esigenti.
Non si tratta certamente di cancellare dal proprio cuore gli affetti, ma di
togliere loro quella carica emotiva che potrebbe essere troppo
pesante ed esigente. Neppure si tratta di allentare gli impegni della propria vita, ma di
viverli più pacificamente e con maggior serenità.
Se l'anziano non acquisisce
questa duttilità, corre il rischio di irrigidirsi e di diventare
conseguentemente molto fragile, di crollare psicologicamente ogni volta che gli
viene sottratto un oggetto del suo amore, siano essi un parente, una persona
cara o il lavoro, oppure ogni volta che c'è qualcosa di nuovo nella
vita.
In positivo, l'anziano deve
sviluppare nuovi legami, una nuova maniera di interessarsi agli altri e alloro
bene, senza assumersi impegni troppo rigidi, ma in modo costruttivo e vario. Il
bisogno di continuare a essere una persona attenta e sensibile è uno dei punti
centrali elaborati da Erick e Joan Erikson nel loro libro Vital Involvement in
Old Age [Coinvolgimento vitale nel corso della vecchiaia]. Essi sottolineano
il bisogno dell'anziano di sviluppare una «seconda generatività» (grand-generativity,
in relazione con la parola inglese grand-parents, «i nonni»), a una
«seconda paternità/maternità», ossia una nuova forma di attenzione che
sostituisce l'impegno della paternità/maternità fisica. Da anziani si diventa
un «genitore che invecchia» per figli ormai adulti, un nonno/a, il baby-sitter
dei nipotini, un vecchio amico fidato, il compagno di conversazione (quando si
è capaci di ascolto...), oppure il consigliere di chi sta vicino.
Per quanto diversi dai ruoli
sociali e dagli impegni interpersonali precedenti, questi nuovi ruoli permettono
di stabilire altre relazioni che impediscono di diventare zitelle o scapoloni
acidi e incalliti, vittime dell'egoismo e dell'impoverimento emozionale. Questa
è la finalità della duttilità emotiva: mantenere un cuore di carne che batte
e che si lascia emozionare ancora, anche se non viene più travolto dai
sentimenti.
3.2. CERCARE E PROMUOVERE LA DUTTILITÀ MENTALE
Il secondo atteggiamento che
l'anziano si deve proporre di acquisire è la duttilità mentale, un nuovo modo
di usare e offrire le proprie conoscenze e l'esperienza accumulata nel corso
della vita precedente mantenendo nello stesso tempo su di esse una prospettiva
distaccata. Questa distanza voluta e coltivata porta alla flessibilità mentale,
ad accettare il diverso, a lasciar cadere le idee e le sensibilità personali, a
non assolutizzare i propri desideri, il proprio punto di vista, i sogni e le
speranze, le paure e le ansie, liberandosi da un modo di pensare prefabbricato
che, alla fine, impedisce di accettare e ascoltare gli altri.
3.3. CERCARE E PROMUOVERE NUOVI RAPPORTI PERSONALI
Il terzo atteggiamento che
caratterizza un cammino di invecchiamento regolare e fruttuoso consiste nella
capacità di riequilibrare le tensioni e le dinamiche della
energia sociale/sessuale in modo da poter continuare a godere i
piaceri dell'intimità interpersonale di cui tutti, in armonia con i diversi
stati di vita, hanno bisogno.
Con ciò non s'intende dire che
invecchiando l'anziano diventi asessuale o veda cancellate le
proprie pulsioni sessuali. Egli continua a sentire il bisogno
dell'amicizia e dell'intimità interpersonale, continua a sentire il piacere
sensuale e la tendenza all'attività sessuale, e fa bene a mantenere un livello
di attività sessuale compatibile con i desideri personali e gli impegni
assunti.
Come è necessario che un
anziano sposato si renda conto che la qualità sessuale di una relazione di
intimità prolungata subisce dei cambiamenti con l'età, così chi si è
impegnato nel celibatario per il regno di Dio deve ricordarsi che il cammino di
crescita del suo celibato continua anche arrivando alla terza età. I frutti
allora saranno proporzionali all'impegno posto nella prima parte della propria
vita. E possono portare a un'inattesa intimità con le persone e con Dio.
L'obiettivo della terza età
non sarà quindi di cercare a tutti i costi una vita sessuale come quella della
età di mezzo, e ancora meno come quella della prima età adulta, ma di
elaborare e potenziare altre forze psico-sociali di comunicazione e comunione
compatibili con la nuova situazione, per compensare i cambiamenti prodotti
dall'età. Per certi anziani abbandonarsi all'onda dei ricordi li aiuta a
ritrovare una nuova tenerezza. Per altri, l'intimità coniugale è sostituita da
un crescente livello d'intimità con i figli adulti o altri membri della
famiglia. Altri ancora, alla ricerca di nuove forme di reciprocità, riescono a
sviluppare una rete di amicizie attraverso le quali si preoccupano per il bene
di un'altra persona, alla quale si avvicinano con fiducia e sincera attenzione.
Per tutti sarà un tipo di relazione interpersonale segnata dalla tenerezza,
dall'accoglienza e dalla compagnia (da «cum-panis», il compagno di
pellegrinaggio) gratuita.
3.4. VALORIZZARE LA SAGGEZZA PIÙ CHE LE FORZE FISICHE
Nel processo di invecchiamento
il quarto atteggiamento da acquisire consiste nel fare spazio all'interiorità
e nel dare preferenza all'uso delle forze interiori (in latino virtutes) del
cuore (tenerezza e saggezza) piuttosto che all'uso della forza fisica.?
L'anziano è progressivamente costretto (ma lo deve accettare volonterosamente)
ad attenuare e ridurre i propri ideali (i sogni) relativi al lavoro e ai
risultati, fino a sapersene astenere. Se non lo fa e resiste caparbiamente alla
propria sorte, ne ricava solo frustrazione e vergogna: gli è infatti
impossibile continuare a mantenere gli standard di quando era più giovane.
L'anziano va pertanto
incoraggiato ad abbandonare tentazioni e atteggiamenti giovanilistici e fuori
tempo per sviluppare nuovi ideali, standard e obiettivi possibili e in armonia
con la nuova situazione. Bisogna aiutarlo a mirare ad altri obiettivi: diventare
per esempio consigliere di una persona più giovane invece di voler essere
ancora responsabile di tutto; accettare volentieri un ruolo subordinato invece
di pretendere di essere sempre in primo piano, davanti agli altri. Non è facile
accontentarsi di fare il secondo specialmente per chi è stato in
posizione di autorità. Ma se l'anziano accetta questi ruoli secondari, permette
agli altri di emergere e di affermarsi. È un atto di amore verso gli altri.
In tal modo si raggiunge una
delle conclusioni formulate da Erikson: l'anziano permette agli altri di curarsi
di se stessi e lo fa come un atto di sollecitudine e di amore. Questo è il
tempo in cui l'anziano può offrire accoglienza e guida ai più giovani (per i
religiosi è il tempo di fare il padre spirituale), a condizione di aver
sviluppato il senso dell'accoglienza e della paternità di cui abbiamo parlato a
proposito della flessibilità emotiva. Mentre invecchia, l'anziano, grazie ai
sentimenti di compassione e di solidarietà, può allargare il proprio mondo
interiore, e raggiungere una più ampia capacità spirituale, nella quale
può far crescere la saggezza che ha accumulato.
3.5. LA SINTESI DELLA TERZA ETÀ: ATTENZIONE, COMPASSIONE E SAGGEZZA
Nella proposta di Peck ci sono altri atteggiamenti che devono essere tenuti presenti: essi mirano a superare l'eccessiva preoccupazione per se stessi, per giungere all'attenzione, alla compassione e alla saggezza che dovrebbero caratterizzare l'anziano che invecchia bene.
Anzitutto l'anziano deve
superare l'importanza che la nostra cultura attribuisce al corpo e all'apparenza
giovanile per valorizzare invece ['interiorità, quegli elementi
essenziali che fanno di lui una persona di carattere e di bellezza interiore.
Per questo dovrà fare uno
sforzo cosciente non per negare, ma per andare oltre i problemi legati al
decadimento delle forze fisiche, alla perdita di bellezza del corpo. Dovrà
invece interessarsi di ciò che gli sta attorno, del mondo e delle persone che
vivono oltre i limiti della propria sofferenza fisica.
Questo atteggiamento impegna
l'anziano a prendersi cura del proprio corpo nel modo giusto, senza pretendere
miracoli o cure impossibili, riconoscendo e accettando con prontezza
l'inevitabilità della
morte fisica e di quello che viene dopo.
In secondo luogo l'anziano
dovrebbe cercare di allargare i propri confini, i quali, a causa
dell'esperienza passata, spesso coincidono solo con il lavoro. Se lasciare il
proprio lavoro e staccarsi da uno «status» per raggiungere il quale ha
lavorato duramente per tutta una vita, può essere causa di sofferenza,
l'anziano deve ricordare che ha ora davanti a sé altri compiti e ambiti
possibili.
Egli può trovare una diversa
(e forse più ampia) realizzazione di sé come consigliere dei più giovani,
oppure come nonno/a dei più giovani, o assumendo servizi di volontariato nel
campo della cultura, del servizio civile, della politica, della religione o del
sociale. La terza età può essere infine la stagione opportuna per sviluppare
aspetti della propria personalità non sviluppati nel corso degli anni attivi:
ci sono anziani che scoprono la propria vena pittorica, poetica, artistica,
letteraria, collezionistica ecc. In realtà il numero delle possibilità è
limitato solo dalla volontà di mettersi alla ricerca di alternative e dalla
volontà di crescere.
L'ultima sfida proposta da Peck, il superamento dell'io, è la più impegnativa, ma, nello stesso tempo, anche la più stimolante. Essa invita l'anziano a considerare e accettare la realtà della morte, come la perdita del proprio io individuale e separato. Ciò richiede di passare per una vera «notte oscura» andando al di là della preoccupazione narcisistica per la propria sopravvivenza. Così egli accetta la morte con quella serenità che nasce dalla certezza che, grazie ai figli, alle amicizie, all'aiuto e ai consigli che ha dato, si è costruito un ambito e uno spazio di vita più vasto di quanto potrebbe comprendere qualsiasi io personale.
Questa triplice sfida è stata
ripresa e ampliata nell'opera di Erik e Joan Erikson, che continuarono la loro
ricerca quando avevano già oltrepassato la soglia degli ottant'anni. Secondo
loro il processo di formazione e di crescita dell'identità continua anche
nell'ultima fase della vita ed è segnato dai valori dell'attenzione e della
saggezza rivolte non solo al proprio prossimo, ma anche ad altri fino a
estendersi all'universo.
Fino all'ultimo giorno della
sua vita la persona è chiamata ad allargare l'ambito della propria seconda
paternità, lasciando emergere quella che oggi si chiama la
«personalità ecologica» (ecological self-hood). Questa, allargando e
approfondendo gli interessi della persona, le consente di superare la
separatezza e la frammentazione. (8) In realtà una delle questioni centrali del
nostro tempo è proprio come superare il nostro «io» personale andando al di
là della propria cultura, religione e specie, per raggiungere gli orizzonti
sempre più vasti del cosmo.
Se l'anziano accetta di
arrivare alla vecchiaia e di considerarla una tappa in cui può crescere fino a
trascendere il proprio «io», può estendere il suo essere molto al di là
dell' «io» individuale fino a includere l'intera famiglia umana. La quale
altro non è che una piccola parte di quella «rete ecologica» collegata con le
altre parti dell'universo di cui noi siamo pure responsabili.
È quindi benefico e giusto
dare un'attenzione speciale allo sviluppo della seconda generatività e della
trascendenza dell' «io», ossia alle sfide della vt;cchiaia. Esse pongono anche
il fondamento psicologico per una spiritualità dell'attenzione (care), della
compassione e della saggezza. Di questi valori tipici della vecchiaia il nostro
mondo ha disperatamente bisogno in questo tempo.
4. UNA SPIRITUALITÀ DELLA TERZA ETÀ
Giunti a questo punto, ci proponiamo di individuare una spiritualità, ossia una serie di valori e di atteggiamenti umani e cristiani che vengono dalla sacra Scrittura, necessari per vivere costruttivamente la terza età. (9)
4.1. «NELLA VECCHIAIA DARANNO
ANCORA FRUTTI,
SARANNO VEGETI E RIGOGLIOSI...» (SAL 92,15)
Per quanto il processo d'invecchiamento e l'anziano non siano dei temi centrali nella Scrittura, è tuttavia possibile trovare nella Bibbia alcuni elementi per costruire una spiritualità della terza età. (10)
Antico Testamento
L'Antico Testamento presenta la
terza età come tempo di fecondità e di attiva partecipazione al progetto
divino (Gen 21,5). Una lunga vecchiaia è il segno della fedeltà di Dio alle
sue promesse: «Poi Abramo spirò e morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e
sazio di giorni e fu riunito ai suoi antenati» (Gen 25,8). Così anche Isacco (Gen
35,29) e Giuseppe che morì all'età di cento dieci anni (Gen 50,26). È nel
corso della vecchiaia che Dio si rivela. Mosè riceve la rivelazione del Nome di
Dio e la missione di liberare il suo popolo quando è già vecchio: di lui è
detto che era intimo di Dio con il quale parlava come con un amico (Es 33,11). E
nel Nuovo Testamento Simeone e Anna ricevono il dono di vedere e riconoscere il
Salvatore (Lc 2,25-26.36-38). Si riafferma il principio che Dio, per realizzare
i suoi piani di salvezza, si serve non delle persone forti e prestigiose, ma
degli anawin, di quel popolo umile e povero che lo cerca con fiducia (Sof
2,2; 1Cor 1,26-31).
I libri sapienziali dell'Antico
Testamento ci offrono un quadro realistico e inquietante della vecchiaia
presentata come il tempo dei «giorni tristi... gli anni in cui dovrai dire:
"Non ci provo alcun gusto"» (Qo 12,1-8). Ma più spesso ci offrono il
ritratto dell'anziano invecchiato bene, segnato cioè dalla saggezza e dal
timore del Signore (Sir 25,3-6). Nel secondo libro dei Maccabei è stata
consegnata la vicenda indimenticabile del martirio dello"scriba Eleazaro,
«uomo già avanti negli anni» (2Mac 6,18-31) che rifiuta le ingiuste
imposizioni di Antioco IV e anche le pietose finzioni dei suoi concittadini che
vorrebbero salvarlo dalle torture del tiranno e muore offrendo una memorabile
testimonianza di fede e coraggio.
La saggezza dell'anziano
è il cammino preferenziale per comprendere il mistero della sofferenza. Giobbe,
al massimo del suo splendore e ormai anziano, viene messo alla prova ed entra
così nella fase delle diminuzioni, se ne lamenta con Dio, si vanta dei
suoi meriti, ma Dio lo riporta alla saggezza e Giobbe, alla fine, saggiamente si
rimette alla sapienza provvidente di Dio.
Nel libro dei Salmi troviamo
alcune preghiere proprie dell'anziano:
- nel Salmo 37[36], in cui la
riflessione sulla retribuzione del giusto e la scandalosa fortuna dell'empio si
fa preghiera in colui che è «stato fanciullo e ora è vecchio» e può
affermare di non aver mai visto il giusto abbandonato da Dio (v. 25);
- il Salmo 71[70] esprime la
supplica fiduciosa dell'anziano che si affida a Dio «rupe di difesa, baluardo
inaccessibile, rifugio e fortezza», invocato «quando declinano le forze», oggetto della lode
dell'anziano (vv. 3.9.17-18);
- il Salmo 92[91] è un inno di
ringraziamento in cui l'anziano contempla stupito l'opera di Dio e canta la
certezza piena di ottimismo e speranza di «continuare a dar frutti» e di
«essere vegeto e rigoglioso», fino alla fine della vecchiaia (vv. 13-16).
Tutto il libro dei Salmi è
adatto alla preghiera nella terza età, ma questi tre salmi specificamente posti
sulle labbra di un anziano ci ricordano che egli ha un suo cammino preferenziale
di preghiera fatto di memoria riconoscente, di fiducia e abbandono in Dio e,
soprattutto, di lode riconoscente e ammirata per il suo amore gratuito.
Nuovo Testamento
Ancora nel Nuovo Testamento, e
in particolare nel Vangelo di Luca, ritroviamo un tema già incontrato nell'
Antico Testamento: Dio sceglie degli anziani per essere testimoni degli albori
dell'incarnazione e della redenzione:
- Zaccaria ed Elisabetta sono
scelti per essere i genitori del Precursore del Signore quando
ormai sono vecchi;
- Simeone e Anna, entrambi in
età avanzata, ricevono la rivelazione della venuta del Salvatore (Lc 2,25-26.36-38).
E, come nell' Antico Testamento
gli anziani sono delle colonne della verità e della giustizia, così nel Nuovo
Testamento è ancora agli anziani (presbyteroi) che la Chiesa fa ricorso
per la sua stabilità (cf. 1Tm 4,14; 5,17; 5,19; Tt 1,5).
Gesù, maestro di sapienza,
insegna all'anziano come trattare le paure che sono tipiche della terza età: la
paura del futuro che, insieme con il pericolo della cupidigia, si cura solo con
l'abbandono fiducioso alla Provvidenza (Lc 12,12-21.22-31; Mt 6,25-34).
E Paolo offre delle preziose
prospettive sul valore della sofferenza e della morte:
- presenta la vita cristiana
come condivisione della sofferenza e della morte di Cristo (Rm
6,4; Col 1,5; 4,10; Fil 3,10);
- insegna a completare la
passione del Messia (Col 1,24);
- considera l'umana debolezza
come epifania della potenza di Dio (2Cor 12,9);
- parla della vita nuova che comincia con il battesimo (Rm 6,1-11) prolungandosi
in un'esistenza condivisa con il Signore nella vita e nella morte (Rm 14,7-9;
Fil 1,21.23; 2Cor 5,1-10).
In conclusione la parola di Dio
ci mostra che la terza età è un tempo per crescere spiritualmente a condizione
che guardiamo alla vita nella sua pienezza, senza escluderne la sofferenza e la
morte. Consapevoli dei nostri limiti, della nostra povertà e debolezza, ci
abbandoniamo come Gesù «nelle mani del Padre», che è Colui che non ci lascia
cadere nelle tenebre degli inferi, ma che ci conosce e ci considera preziosi (Is
43,4).
4.2. «CRISTO GESÙ SPOGLIÒ SE
STESSO
ASSUMENDO LA CONDIZIONE DI SERVO...» (FIL 2,7)
Dopo aver conferito a Pietro il
mandato pastorale, Gesù gli annuncia che, quando sarà vecchio, sarà condotto
a una morte violenta per il suo Nome: «In verità in verità ti dico: quando
eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando
sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti
porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Gesù traccia così il cammino di
crescita di Pietro: egli passerà dal tempo della decisione in prima persona
alla stagione in cui dovrà cedere l'iniziativa e «lasciarsi fare».
Anche l'anziano deve lasciar andare tante cose e deve lasciarsi fare dagli
altri. Arrendersi - accettare - lasciar perdere - abbandonare
- distaccarsi sono i verbi che l'anziano deve imparare a declinare
nel corso della vecchiaia. Sono i verbi della kenosis cristiana, il
cammino di spoliazione che caratterizza l'incarnazione del Figlio di Dio, il
Signore Gesù Cristo che «pur essendo di natura divina non considerò un tesoro
geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione
di servo e divenendo simile agli uomini»(Fil 2,6-7).
La vecchiaia non è un cammino
facile né piacevole, ma impegnativo. Infatti è un momento particolarmente kenotico
in cui le perdite si moltiplicano e si coniugano con umiliazioni di vario
genere (sociali, fisiche, psichiche, intellettuali e morali), fino al punto
massimo che è la morte, la quale è come «un oceano [in cui] vengono a
confluire tutti i nostri bruschi e graduali indebolimenti». (11) Ciononostante la
vecchiaia è una parte del disegno provvidenziale di Dio che porta ad assumere
la sua volontà per giungere alla gloria, a essere esaltati come Gesù.
La nostra esistenza dalla nascita alla morte è un cammino pasquale, nel
quale siamo chiamati a superare noi stessi in un incessante esodo verso la terra
promessa della nostra vera pienezza. Il punto d'arrivo e la motivazione
di questo cammino pasquale è l'amore (agape): «Vivendo secondo la
verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il
capo, Cristo» (Ef 4,15). La kenosis non è un fine in se stessa, ma un
cammino di rinnovamento fino a giungere allo stato di uomo perfetto, «nella
misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Tale maturità
umano-cristiana consiste nella conoscenza di Dio e del suo Cristo (Gv
17,3), nella comunione amorosa cioè con Colui che è il volto visibile e
umano di Dio: «La gloria di Dio è l'uomo vivente, ma la vita dell'uomo è la
visione di Dio» (sant'Ireneo di Lione).
Nella conoscenza amorosa di Dio
l'anziano viene via via spogliato di tutto, ma giunge a una progressiva
identificazione con Gesù crocifisso, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). In
questo modo però egli parteciperà alla tenerezza, alla bontà, alla compassione
di Gesù alle virtù che sono tipiche dell'anziano invecchiato bene.
4.3. «EGLI DEVE CRESCERE, IO DIMINUIRE...» (Gv 3,30)
Questo cammino pasquale di kenosis,
fatto di progressiva riduzione dell'attività, di handicap fisici, di
crescente solitudine, di paura e di rabbie soffocate, ci ripugna profondamente.
Esso ci fa accostare al mistero della sofferenza, il più arduo della nostra
esistenza, che nessuno riesce a comprendere e accettare, se non nella fede e
nella contemplazione del mistero di Dio. La nostra mente rimane bloccata davanti
alla sofferenza e si chiede come è possibile che Dio accetti il male,
soprattutto quando esso non sembra produrre alcun bene.
P. Pierre Teilhard de Chardin
SJ ha cercato di dare una risposta. Egli spiega che Dio riesce a cambiare il
male in bene secondo tre modalità. (12) La prima funziona, come nel caso di
Giobbe, quando «la sconfitta da noi subita avvierà la nostra attività verso
oggetti o ambienti più favorevoli, sempre impostati però sul piano della
riuscita umana da noi ricercata». La seconda modalità funziona quando «la
stessa perdita che ci affligge ci costringerà a cercare in un campo meno
materiale... [in questo caso] vediamo l'uomo uscire migliorato, temprato,
rinnovato da una prova o da una caduta che sembrava doverlo diminuire o addirittura
abbattere per sempre»: è la storia di tanti santi e «in genere di tutte le
persone notevoli per la loro intelligenza o la loro bontà».
La terza maniera di agire della
Provvidenza riguarda i casi più difficili (e sono «precisamente i più
comuni», commenta Teilhard de Chardin) in cui «la nostra saggezza rimane
totalmente sconcertata». Ci sono certe diminuzioni che non riusciamo ad
accettare: non presentano infatti alcun vantaggio, anzi in esse la persona
«scompare o rimane dolorosamente minorata». Ecco allora la domanda che, con
noi, egli si pone: «Come possono queste riduzioni, che sono la Morte in ciò
che essa ha di più prettamente mortale, diventare un bene per noi?».
Questo terzo modo che è «il
più efficace e più santificante» usato dalla Provvidenza è proprio quello
che agisce nella vecchiaia e sarà importante entrare in questa strana dinamica
di crescita che si propone di portarci all'unione con Dio. Attraverso queste
diminuzioni Dio ci prepara a essere le pietre vive per la Gerusalemme celeste,
per entrare nella nostra vera condizione, nella «tanto desiderata unione con
lui». L'agente più efficace di questa progressiva trasformazione sarà la
Morte.
La fede cristiana davanti alla
croce non consente di chiamare subito in campo la «rassegnazione cristiana
[che] è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno
degli elementi più pericolosi dell"'oppio religioso"» insieme con il
disprezzo della Terra. (13) Ma se, dopo aver lottato contro la sofferenza, essa
resta ancora reale, al cristiano resta un altro cammino redentivo: quello di
unirsi alla sofferenza di Gesù e di «completare nella sua carne quello che
manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col
1,24).
Così la sofferenza
dell'anziano diventa forza di redenzione per il mondo e, «se egli accoglie con
fede, pur senza cessare di combatterla, quella forza nemica che lo abbatte e lo
dissolve, essa può diventare per lui un principio amorevole di rinnovamento
[...]. Abbandonando la zona dei successi e delle sconfitte umane, il cristiano
accede, con uno sforzo di fiducia nel Più Grande di lui, alla regione delle
trasformazioni e degli accrescimenti soprasensibili». (14)
Solo quando il Figlio di Dio
nella contemplazione ci mostra il suo vero volto di Servo sofferente e
glorificato, possiamo credere che la nostra sofferenza esce dall'assurdo
per assumere un significato redentivo: l'amore di Dio si serve anche del male -
che egli per altro non vuole - per produrre il bene per noi e un valore
redentivo. Conclude allora P. Teilhard de Chardin: «"Diligentibus Deum
omnia convertuntur in bonum". Ecco il fatto che supera ogni spiegazione
e ogni discussione». (15)
Se nella vecchiaia arriviamo a
unirci al Crocifisso, noi formiamo il suo corpo e partecipiamo alla capacità
redentiva e benefica della sua croce. Non solo riceviamo dal Crocifisso una
partecipazione alla sua tenerezza, compassione e attenzione, ma veniamo
associati alla sua opera di redenzione. Lungi dal sentirci inutili, forse mai
come nella terza età possiamo sentirci ed essere strumenti efficaci per
la missione della Chiesa e per la vitalità missionaria dell'istituto cui
apparteniamo.
4.4. «PER ME VIVERE È CRISTO E IL MORIRE È UN GUADAGNO...» (FIL 1,21)
È ovvio che pochi sentano come
Paolo il desiderio di «essere sciolti dal corpo per essere con Cristo»
(Fil1,24). Molti invece rifiutano l'idea della morte, si arrabbiano, cercano di
fuggirla e finiscono nella depressione. È suggestivo leggere in Teilhald de
Chardin che la morte è la strada attraverso cui Dio ci porta all'unione con
lui, e che la sofferenza è lo strumento con cui Dio «pratica il varco
necessario» per poter entrare e «crearsi un vuoto che diventerà il suo posto».
(16)
Ma resta il fatto che non è
spontaneo «risuonare» con le chiare e ottimistiche argomentazioni di Teilhard!
Noi sentiamo invece che la morte distrugge ogni volta un'esperienza unica e
irripetibile; una persona che pensava, sentiva, creava e amava se ne va
verso un destino mai sperimentato. Questa è la notte oscura contro la quale
anche Gesù ha cercato di reagire nell'agonia del Getsemani.
L'anziano, avvicinandosi alla
morte, deve affrontare questa oscurità. Per questo deve alimentare la sua fede
nella risurrezione, ma ancora più la sua unione con il Signore risorto. A lui
rivolge la sua professione di fede: «Aspetto la risurrezione dei morti», ripetendo a se stesso con la parola
dell'apostolo che «se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione
ed è vana anche la vostra fede [...] e voi siete ancora nei vostri peccati
[...] e noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,14.17.19).
Grazie alla fede nella
risurrezione di Gesù Cristo, noi siamo capaci di fare quel salto nel buio che
è l'atto di fede. Grazie ad esso «superiamo la morte, scoprendovi Dio. E il
Divino si troverà, per il fatto stesso, insediato nel cuore del nostro essere,
nell'ultimo recesso che pareva potergli sfuggire». (17) E se la nostra fede è
debole, possiamo sempre pregare: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc
9,24).
Ci consola e ci rallegra la
promessa di Gesù: «Io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19), perché egli, quando
verrà l'ora della nostra morte, ci farà sopravvivere per mezzo del suo Spirito
che già vive in noi, per una vita nuova e piena: «Chiunque vive e crede in me
non morrà in eterno» (Gv 11,26). La sua promessa è legata al mistero pasquale
della sua morte e risurrezione consegnato alla Chiesa nel sacramento
dell'eucaristia. Diventa perciò importante nel corso della terza età celebrare
e vivere il mistero eucaristico: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54).
Al momento della nostra morte,
in un modo per ora incomprensibile e inspiegabile, entreremo in una nuova
relazione di amore e comunione con noi stessi, con gli altri e con Dio; una
relazione che non ha simili su questa terra, che sazierà ogni nostro desiderio
di gioia e di felicità, di pienezza e di comunione. Saremo liberati da ogni
schiavitù, dal peccato, dalla morte, dalla legge e dal nostro io e
finalmente giungeremo a considerare la morte un guadagno (cf. Fil 1,21).
4.5. «RIFLETTENDO COME IN UNO
SPECCHIO LA GLORIA DEL SIGNORE...»
(2COR 3,18)
Come si arriva
all'identificazione con Cristo, a quella fede forte che ci fa portare la croce e
ci conduce alla comunione amorosa con Dio e a quella tenerezza, compassione e
attenzione per gli altri che caratterizzano l'anziano che è invecchiato bene?
Il cammino è quello della contemplazione. (18)
La contemplazione è «sguardo
di fede fissato su Gesù [...] ascolto della Parola di Dio e silenzioso amore»
che tende alla comunione d'amore con Dio. (19) Essa è un dono di Dio che risponde
alla nostra fedeltà nella ricerca di lui. Esiste un cammino che dispone a
ricevere il dono della contemplazione. Esso consiste nell'abituarsi a guardare
con «un lungo amoroso sguardo sulla realtà» (William McNamara OCD).
La preghiera segue la dinamica
della nostra crescita personale e dell'amicizia. Parte dalla preghiera vocale,
passa per la preghiera discorsiva, arriva a quella affettiva, per approdare alla
preghiera propria della terza età, e cioè la preghiera contemplativa, che
viene chiamata anche preghiera del cuore. Essa è come una sosta
silenziosa ai piedi del Maestro, nella quale ci esponiamo semplicemente ai raggi
del Sole divino, e ci riposiamo nel seno del Padre unendo ci alla preghiera
dello Spirito che in noi grida: «Abbà, Padre» (Rm 8,15).
La contemplazione è uno stile
e una qualità della vita prima che un'attività. Essa introduce nella nostra
esistenza una dimensione contemplativa che produce (e, in una certa
misura, suppone) un cambiamento profondo del nostro rapporto con la realtà. Ci
fa passare dal possesso alla contemplazione e all'ascolto, da un approccio
aggressivo alla gratuità nei confronti della realtà. Cambia la qualità della
vita e ci dà la possibilità di vivere il presente e nel presente. Produce
in noi la capacità di stupirci e di godere delle creature di Dio. Soprattutto
ci fa raggiungere una sempre più profonda interiorità portandoci sulla
soglia del nostro cuore, là dove vive lo Spirito del Padre e del Figlio e dove
noi possiamo essere ammessi alla sua orazione. La preghiera infatti consiste
nello stare in ascolto silenzioso davanti al Signore («Fa' silenzio e
ascolta, Israele», Dt 27,9). Infine la dimensione contemplativa ci porta a un
nuovo impegno per l'azione, caratteristico della terza età, frutto della
compassione contemplativa (cf. Mc 6,34: «Gesù vide ed ebbe compassione») e ci
aiuta a perseverare nell'attesa vigilante del ritorno del Signore.
La preghiera del cuore sembra
essere la preghiera più consona alla situazione dell'anziano. Ricordiamo il
vecchietto di Ars che descriveva la sua preghiera come un incontro silenzioso
con Dio: «lo lo guardo ed egli mi guarda». (20) Nella contemplazione l'anziano
incontra il Dio fedele e scopre di essere prezioso ai suoi occhi: «Si dimentica forse una
donna del suo
bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? io non ti
dimenticherò mai: ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is
49,15-16). Così egli riesce a vincere la solitudine e la paura della morte.
Non dobbiamo lasciarci
intimorire dalla parola contemplazione. Essa non è riservata ai santi
canonizzati, ma è un obiettivo accessibile a ogni cristiano. Purtroppo non è
favorita dal\a odierna cultura dell'efficienza e della distrazione e, nel caso
dell'anziano, si può scontrare con la preoccupazione per sé e i propri limiti
fisici e morali. Neppure è facilitata dalla formazione scolastica ricevuta in
passato che preparava alla contemplazione delle idee, che sono gli astratti
universali, quando invece la contemplazione fa riferimento al particolare
concreto: un fiore, una musica, un sapore, una persona ecc., cioè a realtà
ben concrete e presenti, attraverso le quali possiamo avere un indizio o un
segno della «Realtà», di Dio.
Progredire nella preghiera
contemplativa non è sempre facile, ma dobbiamo ricordare ciò che santa Teresa
d'Avila ha insegnato: la preghiera «non è altro [...] che un intimo rapporto
di amicizia per cui ci si intrattiene di frequente, da solo a solo, con Colui
che sappiamo ci ama». (21) E nell'orazione «l'essenziale non è già nel molto
pensare, ma nel molto amare». (22)
5. ALCUNE CONCLUSIONI CHE CI RIPORTANO ALLA FORMAZIONE PERMANENTE
Un postulato della geragogia
(= pedagogia dell'anziano) è che alla vecchiaia ci si prepara
prima di arrivarci, ancora da giovani.
«Nella vecchiaia - dice
"un proverbio africano - ci si riscalda con la legna che si è raccolta
durante la giovinezza».
Forse molte di queste
riflessioni e dei suggerimenti dovrebbero essere offerti nel tempo della prima
formazione. Rifletterci ora insieme nel corso della terza età intende
confermarci nelle convinzioni e renderci migliori testimoni presso i più
giovani.
5.1. FORMAZIONE UMANA
«La prima e decisiva cosa da
dire riguarda il fondamento della saggezza: invecchia nella giusta maniera chi
accetta interiormente di diventare vecchio». (23)
Chi, al momento
dell'invecchiamento, non riesce ad accettare la propria condizione e si ribella
all'idea di diventare vecchio e di dover morire, forse non è mai stato
avvertito nella sua giovinezza di quello che sarebbe successo alla fine,
addirittura forse non è mai stato preparato nella sua stessa formazione umana a
riconoscere e accogliere i propri limiti, a sentire che non tutto è possibile,
che non ha senso coltivare dei complessi di onnipotenza.
Forse in gioventù non è stato
educato a vivere secondo il principio: «Age quod agis», che ci porta a
procedere a un'andatura misurata secondo le possibilità, a spendere del tempo
gratuitamente, a contemplare la bellezza senza volerla possedere, a voler bene a
sé e agli altri.
Forse ha sempre vissuto con
l'acceleratore schiacciato per quella tendenza ad aggredire le cose che, in
fondo, è volontà di potenza e possesso che pretende di sottomettere
tutto a sé.
Gli atteggiamenti che portano
l'anziano ad accettare e aver fiducia, a credere in sé e negli altri sono
iscritti nel carattere della persona, ma possono essere frutto anche di una
formazione iniziale e, sicuramente, di una formazione permanente che faccia leva
sulla gratuità e sulla dimensione contemplativa dell'esistenza, grazie alle
quali la persona continua a crescere.
5.2. FORMAZIONE INTELLETTUALE
L'anziano dovrebbe avere ed
eventualmente sviluppare la curiosità intellettuale, insieme con una
continua cura della propria preparazione professionale. Chi arriva alla
vecchiaia senza avere l'abitudine alla lettura e allo studio e senza interessi
culturali, farà molta fatica a far passare il tempo e a riempire le lunghe
giornate della terza età. Finirà per parcheggiarsi - come una macchina d'epoca
che si usa solo in certe occasioni - davanti al televisore, in atteggiamento
passivo e rassegnato, con il rischio di assorbire tutto senza alcun senso
critico e senza creatività. Non sapendo come far passare il tempo, si annoierà a morte,
oppure si attaccherà a piccole cose, rischiando di lasciarsi andare a evasioni
che, se saranno innocenti, non potranno tuttavia non essere alienanti.
Se, come è sperabile,
l'anziano è richiesto di essere consigliere o guida spirituale, sentirà il
dovere di tenersi aggiornato. La lettura di qualche libro di teologia biblica,
dogmatica o morale, di qualche buon romanzo, di qualche buona rivista di
aggiornamento potrà non solo renderlo umanamente vivo e all'altezza dei suoi
impegni professionali, ma anche tenere viva ed esercitata la sua mente in un
momento in cui fermarsi potrebbe significare non solo perdere irrimediabilmente
i neuroni necessari per il buon funzionamento del cervello, ma anche spegnere la
lampada della saggezza e dell'esperienza.
5.3. FORMAZIONE SPIRITUALE
Affinché un anziano nel corso
della vecchiaia possa percorrere un cammino di contemplazione, deve
evidentemente essere abituato alla preghiera e al gusto della lettura della
parola di Dio fin dalla sua giovinezza. C'è da sperare che chi non è stato
formato alla preghiera o ne ha perduto l'abitudine, trovi qualcuno che lo aiuti
a comprendere che solo nella fede, speranza e carità può continuare a crescere
e ad affrontare le croci della terza età. In questo periodo il tempo per la
preghiera non manca. Spesso invece è carente il metodo e la costanza.
Potrà essere difficile per
l'anziano sfuggire al rischio della mediocrità, se durante le tappe
precedenti della vita non avrà coltivato la sua vita spirituale con la
meditazione, la direzione spirituale e la ricezione fedele dei sacramenti, la
riflessione e un'ascesi equilibrata. C'è sempre da sperare che «il ritiro
progressivo dall'azione, in tal uni casi la malattia e la forzata inattività,
costituiscano un'esperienza che può diventare altamente formativa». (24)
Purtroppo l'esperienza mostra che questa speranza non sempre si realizza.
Le prove della vecchiaia
possono funzionare da provvidenziali campanelli d'allarme che ci richiamano alla
necessità di crescere nel nostro abbandono in lui. Ma per questo bisogna
cominciare a prepararsi alla vecchiaia fin dalla gioventù con una vita
ordinata. Questa è una responsabilità che riguarda gli interessati, ma anche
coloro che hanno una responsabilità su di
loro e sulla loro formazione che per natura sua deve considerarsi, fin
dall'inizio, permanente.
6. CONCLUSIONE
Al crepuscolo della nostra giornata terrena tutti vorremmo ripetere di noi stessi quello che alla sera della propria esistenza ha scritto un uomo di grande azione che ha vissuto intensamente la propria vita:
«Il giorno cala. Si fa sera. La mia vista si affievolisce. Ora vedo tutto dal di dentro. Tutto è più calmo. Assaporo meglio il tempo che ancora mi è stato dato. Nonostante i capelli bianchi, sento con certezza la vita pulsante e la vera gioia nei miei ultimi anni». (25)
La vita anche nella sua stagione finale può continuare a essere feconda e l'anziano può e deve sentirsi, come il salmista, un vecchio passato attraverso molte lotte e infinite contraddizioni, il cui corpo è diventato ormai resistente e duro come un tronco di cedro o di palma, ma che dentro si sente ancora «vegeto e rigoglioso», capace ancora di «fiorire negli atri del nostro Dio», sempre pronto ad «annunziare quanto è retto il Signore» (Sal 92,14-16).
NOTE
*
Questo testo è nato
come traccia per il mio intervento all'Incontro di Formazione permanente per la
«Terza Età» organizzato dai Frati Francescani Conventuali della Provincia
Patavina a Torreglia (Padova), presso la «Casa Sacro Cuore» il 26 giugno 1996;
rivisto nel luglio 1996 in occasione del Corso: Alla riscoperta di una
giovinezza dello spirito che permane nel tempo: tre settimane di convivenza
fraterna per i Missionari Saveriani a Tavernerio (Como).
[1] Per il contenuto di questo capitolo sono debitore a due articoli di
Mary Elizabeth KENEL, Ph. D., dal titolo: «Birthing the Elderly Self» (in Human
Development 16[autunno 1995]3, 11-15) e «Development Stages in Mature Years»
(in Human Development 15[autunno 1994]3, 27-30).
[2] Romano GUARDINI, Le Età della Vita, Vita e Pensiero, Milano
21992, 97.
[3] Erik H. ERIKSON, I Cicli della Vita, Armando, Roma 1992, 59.
[4]
GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996,
n. 70 §§ 5-6.
[5] Marie-Jo THIEL, Vivere da Vivi, San Paolo, Cinisello Balsamo
1995, 69.
[6] Cf. l'articolo della
KENEL, «Birthing the Elderly Self», 11.
[7] Questo tema è sviluppato nel libro di Hyman L. MUSLlN, The Psychotherapy
of the Elderly Self [La psicoterapia dell'io anziano].
[8] Joanna
MACY, Healing the
Wounds, citata da KENEL, «Birthing the Elderly Self», 14.
[9] Questi punti si possono trovare
ulteriormente sviluppati nel libro di Walter J. BURGHARDT SJ, Seasons that
Laugh or Weep, Musing on the human journey,'Paulist Press, New York/Ramsey
1983, 93-121.
[10] Daniel J. HARRINGTON SJ, «Biblical
Contributions to a Theology of Aging», in Review for Religious (marzo/aprile
1996), 159-170.
[11] Pierre TEILHARD DE CHARDIN
SI, L'Ambiente Divino, Il Saggiatore, Milano 1968, 81.
[12] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 87-89.
[13] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente
Divino, 92.
[14] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 94.
[15] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente
Divino, 82.
[16] TEILHARD DE CHARDIN, L'Ambiente Divino, 90.
[17] TEILHARD DE CHARDlN, L'Ambiente
Divino, 81.
[18] Arturo PAOLI chiama la
vecchiaia «l'età contemplativa»; si veda l'articolo con questo stesso titolo
in Il Regno-Attualità 22(1995), 658-660.
[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2715-2719. 20 Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 2715.
[21] Santa TERESA D'AVILA, Il
Libro della Vita, capitolo 8,5.
[22] Santa TERESA D'AVILA, Il
Castello Interiore, capitolo 4: «Mansioni», 1,7; si veda anche il libro
delle Fondazioni, capitolo 5,2.
[23] GUARDlNI, Le Età della
Vita, 99.
[24] GIOVANNI PAOLO II, Vita
consecrata. n. 70.
[25] Mgr. RODHAIN, fondatore del «Secour Catholique» di Francia, citato da
THIEL,
Vivere da Vivi, 23.