GESÙ, GESÙ, GESÙ!

Carissimi amici,

                       quando noi missionari vi scriviamo delle cose del nostro campo di lavoro, abbiamo la tendenza a presentarvi soltanto il loro aspetto edificante. In questa mia lettera cercher1o di farvi conoscere il loro aspetto gramo e meno simpatico.

     Quando vi parliamo dei nostri ragazzini a messa, ve li presentiamo puliti, pettinati, composti, tutti col libro dei canti in mano e tutti che ci tengono a far sentire il trillo della loro voce. Quel libro dei canti poi dà loro ragione d'essere orgogliosi davanti ai nonni analfabeti (i nonni, a loro volta, sono orgogliosi dei nipotini istruiti). Non c'è chiacchericcio nel loro gruppo... Edificante, no? Ebbene, devo però assicurarvi che l'argento vivo che questi nostri ragazzini hanno in corpo trova modo di sprigionarsi attraverso le piccole dita delle loro mani: poveri libri dei canti! Non solo la copertina se n'è andata, ma se ne sono andate anche le pagine del titolo e quelle dell'indice. E le rimanenti pagine sono tutte dotate di vistose orecchie: di orecchie piccole come quelle dei topolini e di orecchie grandi come quelle dei cani bassotti.

     Ho predicato gli Esercizi Spirituali al seminario interdiocesano liceale e per vari giorni ho avuto a che fare con 70-80 seminaristi vibranti di giovinezza e di idealità. Mi hanno edificato per il loro lavoro di giardinaggio fatto in silenzio monacale a causa del Ritiro, per il loro accontentarsi di poco sia nel vestire che nell'alloggio e per i loro riti e canti ben preparati .... però fu quando venne il momento di indossare i paramenti per la messa che rimasi perplesso: quei paramenti stavano a mala pena entro i limiti della decenza. Diedi un'occhiata nell'armadio della sacrestia e non vidi nulla di meglio... una povertà esagerata. Non ero felice nel constatare che i futuri sacerdoti del Bangladesh stavano abituandosi a circondare il Signore di arredi troppo andanti.

     Anche noi abbiamo cercato di santificare l'anno del Giubileo con pellegrinaggi, predicazioni ed osservanze. Le osservanze giubilari sono cose nuove per i nostri fedeli e non eravamo sicuri che esse attirassero tanti partecipanti, per cui incominciammo con incontri giubilari di ambito diocesano. Non solo l'adesione fu soddisfacente, ma venne spontaneo di ripetere la cosa in ambito vicariale. E poi in ambito parrocchiale. Ed infine si dovette soddisfare anche le molte richieste di un giubileo in ambito di villaggio. Quest'ultimo fu forse il giubileo più sentito, con celebrazioni all'aperto per accomodare anche i pagani simpatizzanti ed i fedeli dei villaggi circonvicini.

     Ho notato tanto fervore, tanta gioia e soddisfazione di appartenere a Gesù. Tutto edificante, meno alcuni particolari.

     Qui le donne hanno bambini e non solo uno. E quando vengono alle celebrazioni religiose esse portano in collo il più piccolo, mentre un altro o anche due stanno attaccati alle loro gonne. Purtroppo questi agnellini del gragge del Signore hanno svariati metodi di disturbare e molto spesso lo fanno proprio al momento in cui il predicatore si sforza di presentare il punto più saliente della sua omelia.

     E poi non c'è famiglia che non abbia il suo cane o i suoi cani (qui non c'è controllo delle nascite per queste creature di Dio, anche se poi esse devono campare con pochissime ossa da sgranocchiare) Nessun cane viene tenuto a catena, per cui quando i villeggiani se ne vanno in pellegrinaggio, tutta la cagnaria del villaggio va con essi. E quando i fedeli si riuniscono sul luogo dei riti giubilari, le varie cagnarie dei vari viillaggi finiscono col ritrovarsi esse pure radunate a distanza ravvicinata in un luogo ristretto, che può essere l'aia più grande del villaggio prescelto.

     Lascio a voi immaginare le zuffe, i latrati, gli azzannamenti. E non c'è rimedio perché, si sa, ogni cane obbedisce solo al suo padrone> E le lotte più accanite (è la parola giusta) avvengono quasi sempre nell'unico spazio rimasto libero e cioè attorno all'altare. Un giorno due cani, nel colmo della lotta, azzanna di qui, azzanna di là, schiatta di qui, schiatta di là, piombarono addosso al minuscolo nucleo familiare, una chioccia con i suoi quattro striminziti pulci... Mio Dio, ci mancavano questi altri stridii. Quando la cosa succedeva sentivo i nervi a fior di pelle, ora però, mentre sto raccontandola a voi, mi viene il sospetto che in quei frangenti il Buon Dio accettasse tutto questo agitarsi delle sue creature con un sorriso sotto i baffi.

     Voi direte: "Ma che cosa ci stanno a fare chioccia e pulcini attorno all'altare di una messa solenne! " Io penso piuttosto che quella chioccia, nel suo famoso cervellino, avesse invece piena ragione di chiedersi tutto l'opposto: "Che cosa ci sta a fare tutta questa gente qui nella mia aia! " Da queste parti non c'è costume di dare mangime ad una chioccia: essa stessa dve trovarselo e deve insegnare a trovarselo anche ai pulcini, beccando di qua e di là. C'è poi da tenere in mente che attorno a quell'altare, al posto dei soliti vasi da fiorni, erano stati messi come ornamento vari mannolini di riso maturo. Sfido chiunque a far capire ad una gallina che quel riso esposto nel bel mezzo della sua aia non doveva essere beccato.

     Per quanto poi riguarda la persona stessa di noi missionari, tante volte siamo chiamati a presentare la figura dell'apostolo, tante altre invece ci capita di ddover fare la figura di Gioppino, la maschera bergamasca afflitta da tre gozzi e da quattro incidenti che capitano sempre tutti insieme e sempre senza preavviso. Io, per buona misura, ho provveduto a tenere una lunga barba per nascondere eventuali gozzi, gli incidenti inattesi però non riesco a nasconderli. Ed eccone uno.

     Il 9 Novembre scorso, a Dhaka, terminavo sei giorni di Esercizi Spirituali alle suore di Maria Bambina, seguiti, il 10 mattina, dalla messa solenne dell'arcivescovo e dalle professioni delle nuove religiose. Se non che in quella stessa mattina del 10 un diacono che avevo seguito da quand'era bambino veniva ordinato prete (ecco come anche a me le cose capitano tutte insieme). A malincuore le suore mi lasciano andare. Il luogo dell'ordinazione però non era vicino: per potervi presenziare mi restava di fare un viaggio notturno in pulman lungo come un viaggio da Roma ad Aosta. Il brutto era che il nostro percorso non era neanche lontanamente parente dell'autostrada del sole, almeno metà di esso era (e lo è tuttora) in costruzione. Otto ore di viaggio: cadevo dal sonno ed ero continuamente riportato alla realtà dagli scossoni grandi e piccoli del veicolo. 

     Ma più che tutto, dato che gli incidenti stradali con morti e feriti sono frequenti, ad ogni istante ero ossessionato dalla paura di vedere il mio pulman andare dritto giù dalla riva. Ad un certo punto, nel cuore della notte, uno scossone più forte degli altri mi diede l'impressione che la cosa fosse proprio accaduta. Mi sveglio di soprassalto e balzo in piedi urlando: "Gesù, Gesù, Gesù!". A quel mio gesto il passeggero musulmano mio vicino di sedile balza lui pure in piedi e mi chiede: "C'è qualcosa che non va?". In un solo attimo riesco a comprendere che il biancore che si vedeva dietro ai vetri dei finestrini non era l'acqua del canalone che fiancheggiava la strada, ma solo la foschia notturna comportata dalla stagione; di fatti il nostro birroccio continuava a marciare a tutta birra. Per cui, come Gioppino scornato per l'ennesima volta, rispondo al mio vicino: "No, tutto è a posto...mi scusi!". 

     Il percorso comunque fu fatto a tempo di record: arrivavo sano e salvo, anche se con le giunture indolenzite e le occhiaie gonfie. Nonostante lo strapazzo, ero tutto gioioso e in vene di fare al novello levita (Carlo) il discorsino che avevo preparato.

     Io vengo da una famiglia di contadini: papà e mamma, zio e zia erano due coppie di coniugi con un totale di 17 figli e figlie. Eravamo piccoli mezzadri e non ne avevamo da scialare. Portavamo gli zoccoli sei giorni alla settimana, mentre le scarpe ce le mettevamo solo alla domenica per andare a messa. La penuria dei tempi la si capiva dal cicaleccio della domenica mattina mentre ci si preparava per andare in chiesa: "Ehi, ma tu ti sei messo le mie scarpe!". "Dove sono i miei calzetti, queti che mi avete dato hanno tutti e due un buco sul calcagno!". Comunque sia alla fine ci si muoveva tutti insieme e allegramente verso il paese. 

     Quaggiù non siamo ancora arrivati allo stadio dei capi di abbigliamento firmati, ci troviamo ancora allo stadio dei calzetti col buco sul calcagno. In compenso però i gruppi che si muovono verso le celebrazioni religiose sono sempre più folti e sempre molto gioiosi.

    

     Cari amici, io vi scrivo come predico. Se il predicare dei preti non è brioso, narrativo e anche scherzoso, gli uditori finiscono col mettersi a dormire. E se gli uditori dormono, tanto vale accontentarsi di offrire loro una messa secca.

     Avrete ricevuto il mio omaggio natalizio "Il Mercato delle Stelle". Chi di voi ne avesse ricevute più copie, non è detto che debba mettersi a venderle, le regali. Se poi chi riceve il regalo volesse anche dare un'offerta, allora non dite di no. L'importante è che il libro trovi chi lo legga e non vada a finire in qualche sottoscala.

     Il 4 Gennaio scorso ho fatto cifra tonda, 80 anni. Devo confessare che, guardandomi allo specchio, trovo che li mostro tutti, anzi devo aggiungere che questa cifra mi suona maluccio, tanto che, a chi mi chiede quanti anni ho, rispondo che a fare 100 me ne mancano ancora 20. Non pensavo comunque di farcela quando, anni fa, ebbi i primi disturbi al cuore, e ancor oggi sono sorpreso che il Signore continui a darmi salute e forza da poter essere sempre su e giù dai mezzi pubblici del Bangladesh.

     Chiederete: "E adesso?". Adesso io considero ogni anno, mese o giorno che mi viene dato di vivere come ulteriori regoli del Signore. Quando poi egli mi dicesse: "È ora di partire!" io gli risponderò con le parole di Papa Giovanni: "Eccomi, o Signore, la mia valigia è pronta!".

P. Luigi Pinos