LETTERE   Padre Luigi Pinos   PIME

Il mio dialogo con i Khotryo

Prima nota: Quando menziono l’induismo dei Khotryo, intendo quel complesso di credenze e di pratiche religioso-folcloristiche che caratterizzano gli induisti del Nord Bengala. Detto induismo popolare è connesso alle scritture induistiche come il cristianesimo di certi gruppi latino-americani può essere connesso con la Bibbia. Per i nostri Khotryo le scritture induistiche sono una ricchezza che esiste, sì, ma è lontana ed irraggiungibile come le nevi dell’Everest, che si possono scorgere, sì e no, una o due volte l’anno, laggiù nel lontano nord-ovest

Seconda nota: Sembrerà paradossale, ma il guru cristiano, che sta aiutando i Khotryo a conoscere Gesù, è un ammiratore entusiasta della loro razza, carattere, costumi e del loro stesso induismo. Di quel complesso inesauribile di credenze e di pratiche comunitarie, familiari e individuali, allo stesso tempo paesane ed artistiche, nessuno ne può restare insensibile. Ci sono moltissimi induisti, oggi, che non credono più: nessuno di questi però mancherà a queste celebrazioni, che, senza essere dei baccanali, hanno il potere di muovere e di trasportare sulla stessa onda di entusiasmo e di festa tutti gli strati della popolazione.

Oltre agli incontri casuali coi Khotryo, ho incontri comunitari con essi (A) quando sono ospite nei loro villaggi e (B) quando essi sono ospiti in missione per i loro incontri mensili

Il momento forte degli incontri nel villaggio è la sera. Tutti sono a casa dal lavoro e hanno cenato: essi si radunano dove io starò per la notte. Si parlerà del più e del meno, fino a che, come spesso accade, qualcuno non esca a dirmi: "Parlaci della religione". Io di solito sollecito da loro delle domande. Ed eccone alcune.

"La religione di noi Khotryo è falsa?"

Rispondo leggendo il prologo della lettera agli Ebrei aggiungo "Nella vostra religione ci sono tanti semi di verità, perché anche nelle vostre scritture c’è molto di quello che Dio ha detto agli uomini nel passato. Quello che a voi manca è specialmente l’ultima parlata, che Dio ha fatto agli uomini per bocca del suo Figlio Gesù".

"I nostri antenati sono dunque dannati?"

Rispondo: "Non è detto, se Dio è stato tanto buono anche con essi, da fare arrivare anche a loro buona parte della verità".

"Ci rincresce abbandonare la "sonaton dhormo" (la religione eterna, come essi chiamano l’induismo)".

Rispondo: "Non dite abbandonare. Religione significa relazione con Dio. Gesù non vi dirà mai di abbandonare la relazione che ora voi avete con Dio, vi insegnerà a perfezionarla. Facendovi discepoli di Gesù, la vostra religione continuerà ad essere "sonaton, senza fine".

"Possiamo nella nostra attuale religione ottenere la "mukti" (liberazione)"?

Chiedo: "Cosa intendete quando usate la parola "mukti"? Mi danno questa sorprendente risposta: "Noi per esempio, facciamo spesso del male agli altri e così anche a Dio che esiste in tutte le cose. Ottenere che la nostra colpevolezza ci venga tolta e ritornare nella giusta relazione con Dio, questa è la mukti che vogliamo".

Rispondo: "Non so cosa vi dica di fare la vostra scrittura, ma vi posso dire cosa dice la mia. Gesù un giorno disse appunto questa parabola: "la mukti oggi è entrata in questa casa" e narro ad essi la storia di Zaccheo.

"Cosa dici delle nostre molte "puge" (cerimoniali idolatrici)?"

Rispondo: "Voi certamente intendete fare cosa che piace a Dio e Dio come tali le riceve, come un padre riceve il balbettare del bimbo che non sa parlare. Il bimbo però crescerà e allora parlerà col papà come si deve. Le vostre "puge" sono un modo inappropriato di parlare con Dio…" e aggiungo quello che Gesù disse alla Samaritana circa il monte Garizim e il monte Sion e circa i veri adoratori. Questo argomento porta ad una generale conversazione, durante la quale non manca qualcheduno, specialmente qualche giovane istruito, che appelli tutti a divenire adulti

"Ohimsha porom dhormo (letteralmente: il non - odio è il culmine della religione), che ne dici di questo nostro motto?"

Rispondo: "Il non – odio è il non fare danno è certamente ottima religione; non ne è però il culmine, ne è slo una metà. L’altra metà è l’amare e il beneficare gli altri" e riporto le parabole del ricco epulone e del giudizio finale.

Quando chiedono di sapere che cosa insegna Gesù, di solito incomincio con la parabola del figlio prodigo. La narrazione infallibilmente li assorbe. Poi chiedo: "Sapete chi è questo padre?" e aggiungo: "E’ Dio" "E chi è il figlio che se ne va e poi ritorna pentito". C’è chi dice "Siamo noi". Però una sera ci fu un vecchietto che protestò: "Come possiamo essere noi? Quel ragazzo è tornato, noi no! Noi siamo ancora lontani a pascolare i porci". Quando riporto il Vangelo, essi sono estremamente ricettivi e la loro reazione è sempre un sentimento di scoperta.

(B) Negli incontri mensili in missione c’è gente più scelta e la presentazione del cristianesimo viene fatta in maniera più sistematica. La loro religiosità (senza pretendere di volere togliere la pagliuzza dall’occhio altrui) è tutta più o meno utilitaristica. Il volto del cristianesimo che noi cerchiamo di presentare è quello del dono di sé, del servizio, dell’amore, del perdono, della verità, dell’onestà. Il ritornello però è necessariamente "… come io ho amato voi", perché di amore, servizio e dono di sé se ne parla in tutte le religioni, ma non nella misura e nella maniera indicataci da Cristo.