PICCOLI GRANDI LIBRI   BENOIT STANDAERT
Il timore di Dio è il suo tesoro

Titolo originale: Le trésor de Dieu -  Traduzione di Elena Di Pede
Vita e Pensiero 2006

1. Il padre Henri o la città occupata dall'Altro
2. Il salmo di Compieta: colui che teme il Signore non ha nulla da temere
3. La preghiera dei Salmi o il cuore unificato dal timore del Nome
4. I Padri del deserto: temere è come respirare
5. San Benedetto e il timore: mitezza, sollecitudine e fervore amoroso
6. Gli eremiti di Gaza: vivere nel timore di Dio, rendendogli sempre grazie
7. Il Deuteronomio: imparare a temere come si impara ad amare
8. Il timore o la paura? Il Vangelo secondo Marco
9. L'amore scaccia il timore: Giovanni il teologo
10. Il timore e la sapienza nel libro di Ben Sira il saggio  
11. Il timore e lo Spirito Santo: Isaia 11
12. Gesù e il timore
13. Temere il Signore e ascoltare il suo Servo sofferente
14. Timore e gioia: incontro al Risorto
15. I Testamenti dei dodici Patriarchi: temere Dio e amare il prossimo
16. Il timore perfetto dei musulmani
17. La tradizione giudaica: agisci per amore, agisci per timore
18. Giuliana di Norwich: l'amore è fratello del timore
19. Come lo zen affina il timore
20. Come acquistare e conservare l'indispensabile timore del Signore
21. San Francesco di Assisi o la meravigliosa reciprocità del timore di Dio

 

Quel bel timore

presentazione di Roberto Vignolo

È significativo che oggi si ritorni a parole antiche della spiritualità cristiana, per decenni lasciate giacere inerti; alcune perché rimosse, altre invece addirittura strategicamente evitate dall'ordinario linguaggio postconciliare per motivi reputati buoni e, perché no, almeno in parte effettivamente tali. Tra queste, ultima sarà da annoverare proprio il timore di Dio (1) (espressione tradizionalmente assunta dalla coscienza e dal linguaggio popolare come sintesi della vita spirituale), in quanto collegata a un'immagine di Dio troppo distante e fredda - quando non terroristica e faraonica - segnata da una trascendenza arcigna e separata, piuttosto che compatibile, con quella all' opera nella storia salvifica centrata in Gesù Cristo. E poi, non dice forse l'Apostolo che Dio deve essere oggetto di un perfetto amore, che sia capace di scacciare ogni timore (l Gv 4, 18)? Per farla breve, in nome del primato salvifico del rapporto con il Dio d'amore, è subentrata una retorica dell'amore con pretese egemoniche, che per fortuna cominciano giustamente a stare troppo strette.
Locuzione originale della coscienza credente di Israele, dove è caratterizzato come «principio della sapienza» (Pr 1, 7; 9, 10; Gb 28,28; Sl 111, 10; Sir 1,14), dopo secoli di meritata fortuna, nell'uso più recente il «timore di Dio» ha finito per prendere una brutta piega, incutendo disagio e perfino paura nella sensibilità più diffusa. Non a caso, tanto per esemplificare, illustri esegeti hanno messo in discussione la scelta di questo termine nella traduzione dei testi biblici e in nome di una corrispondenza semantica non priva di verità, in quanto ne coglie aspetti certamente precipui - hanno proposto come alternativa formule quali «rispetto», «pietà», «adorazione». L'Autore del presente libro non entra nella discussione a livello esegetico, preferisce invece - e lo fa da par suo - concentrarsi sull'essenziale: «La sola cosa che si deve comprendere e salvaguardare è il fatto che il timore in quanto tale mantiene un aspetto pungente, penetrante, inquietante. La nostra cultura - riconosciuta da molti come altamente narcisistica - tende a smussare le punte, con la conseguenza che l'io perde la propria vulnerabilità rispetto all'Altro. Ora, è proprio questo che bisogna evitare a ogni costo. Il timore apre il soggetto, lo rende vulnerabile e gli permette un vero incontro con Colui che è altro» (p. 69). Come si dice, prendi due, paghi uno: mentre rimette in circolo un basilare principio di vita spirituale, il Nostro contribuisce ad alleggerire qualcosa degli accumuli narcisistici della nostra cultura con un libro che non indulge a moda alcuna e che, con autentica, non posata «inattualità», registra «l'orrore e il ridicolo» ispirati da un mondo senza timore. In effetti, concesso che il timore di Dio sia irriducibile alla semplice «paura» di Dio, questa, quand'anche ne fosse una componente di misura variabile, dovrà essere a tutti i costi demonizzata,bandita da ogni linguaggio ed esperienza? «Ma», come esclamerebbe Elias Canetti (2), «che mai saremmo
noi, in fin dei conti, senza le nostre paure!». A sottrarcene completamente, finiremmo per perdere la percezione più immediata della nostra peculiare identità e, al tempo stesso, della differenza, dell'alterità degli altri, di Dio. E ci graveremmo di una retorica dell'amore fusionale e dell'io minimo (che a qualunque amore rinuncia subito volentieri, tranne che all' amor sui) anche peggiore di quella baldanzosamente orizzontalista, che almeno non si sottrae al contatto reale con il mondo condiviso in nome di un tutto solo proprio, che di reale conserva davvero pochino: una retorica nata triste.

Un singolare carisma (cioè per pura grazia, quindi per fortuna di tutti, sua e nostra) anima le molteplici competenze di Benoît Standaert, classe 1945, monaco benedettino dell'abbazia belga di Zevenkerken (Brugge), un cenobita, quindi, ma non privo di sintonia e passione eremitica, in Italia ormai già da tempo apprezzato autore con non poche traduzioni dal fiammingo e dal francese presso diversi editori, predicatore e conferenziere di fraterna consuetudine presso monasteri come Bose, Viboldone, Vertemate (in trasloco per Dumenza), nonché in più ampi ambiti diocesani (Milano, Lodi. . .), relatore a congressi internazionali (di casa a quelli biblici di Lovanio).
In effetti, mentre le sue competenze spiccano chiaramente inconfondibili con qualunque dilettantismo o eclettismo estemporaneo, è pur vero che le sue pagine resistono a farsi compartimentare entro settori (scientifici e pratici) di troppo rigide specializzazioni e rimangono gustabili piuttosto come il frutto di un investimento sapientemente differenziato e combinato. Il che si accorda con la sua figura possente e agile al tempo stesso, con la sua mitezza affabile, l'apertura mentale, nonché la sempre in allerta e sapida presenza di spirito percepibili fin dal primo incontro, che trapelano da un volto abitualmente gioioso, comunque sereno. Lo caratterizzano una frequentazione assidua dei classici
latini e greci, nonché della Bibbia (si è formato a scuola di Jacques Dupont, dalla cui viva voce negli ultimi mesi di vita ha raccolto i novissima verba); la pratica della Tradizione (con la 'T' maiuscola, da lui ben differenziata da quella con la 't' minuscola) all'interno della sua famiglia monastica benedettina, ma anche l'attenzione viva alle religioni non cristiane, entro e fuori la cerchia dei figli di Abramo, soprattutto dove e quando si privilegia il tacere in ascolto: Benoìt pratica volentieri quel viaggiare che comporti un soggiornare, nell'accoglienza e nella condivisione interiore, nell'apprezzamento dei suoi ospiti, cristiani e non, pregando nonché confrontandosi in docile sottomissione al mistero che ci afferra. E, non da ultimo, andrà menzionato l'ordinario servizio pastorale di predicazione e di accompagnamento e animazione spirituale, unitamente all'impegno editoriale di direttore di «Heiliging», rivista spirituale fiamminga trimestrale. Tutte queste multicolori sfaccettature del suo spiccato, quanto non ostentato, carisma non possono fissarsi in un ambito staticamente sedentario, tutto ben perimetrato; ma sono da lui investite trasversalmente, con la fedele tenacia del pellegrino e del nomade esperto, che riapre antiche e poco frequentate piste, tracciando vie impegnative quanto sicure lungo crinali arditi e meravigliosi. Sarebbe forse meglio dire che Benoìt coltiva le dimensioni di questa sua multicolore interiorità luminosamente amalgamandosele nel cuore, sempre cristocentricamente orientandole, spiritualmente vivificandole, di volta in volta portato da qualche orientamento prevalente.
Il genere letterario coltivato da Benoît in questo suo ultimo libro sta nell'orizzonte dell'iniziazione spirituale, in particolare dell'ultima fase della formazione in vista del passaggio del catecumeno a un livello più maturo, «adulto», come oggi sentiamo ripetere, qui configurato appunto intorno al «timore di Dio», tradizionalmente riconducibile all'ultimo dei doni messianici dello Spirito Santo (Is Il). In ordine a questo obiettivo, Benoît svolge il tema prescelto confidando non
solo nella discorsività argomentativa tipica di una trattazione, bensì piuttosto nel tono colloquiale di una raccolta epistolare, smorzando quindi le asperità contenutistiche attraverso il più piano discorso diretto di chi sviluppa un tema di contenuto elevato, trasmettendolo nella più comune forma comunicativa che è appunto la lettera (senza tuttavia abusare nella personalizzazione). Quanto al tono che impregna il tema, ecco allora particolarmente azzeccata la forma epistolare di padre Benoit, scrittore-autore, con queste ventuno lettere, di diversa lunghezza, indirizzate alla preadolescente - o poco più - Nathalie, ormai prossima alla sua cresima, referente concreta il cui nome ne ospita in sé altri (menzionati nella prefazione) di diverse persone, anch'esse nella stessa traiettoria ultimativa dei sacramenti dell'iniziazione cristiana. In effetti, una parola direttamente indirizzata a qualcuno come semplice lettera segna profondamente il tenore del contenuto trattato, tanto più se in riferimento a un evento sacramentale, alla celebrazione imminente della cresima, coronamento dell'iniziazione del catecumeno.
Ecco allora questa «passeggiata attraverso trenta secoli di letteratura», per rivisitare la grande ricchezza del tema del timore di Dio, che prende spunto dall'istruzione impartita dal padre Henri, un confessore poco incline all'introspezione psicologica e per contro assai convinto della fede intrinsecamente necessaria alla celebrazione sacramentale, davvero posseduto dal timore del Signore (cfr. Regula Benedicti 53). E così i due interlocutori, maestro e discepola, piuttosto che in un colloquio di direzione/accompagnamento spirituale preoccupato di interiorizzare e applicare a sé il timore di Dio, si immergono entrambi nella corrente viva della Tradizione sapienziale, che riattingono, ancora più originariamente, alla scrittura pregata del salmo 91 (Compieta della domenica, quel salmo che tanto piaceva a Jacques Loew al punto di ricavarne il titolo per la propria autobiografia: Mon Dieu, dont je suis sur), e dell'intero Salterio, eccellente scuola di unificazione del cuore nel timore del Signore
(pp. 9ss.; 13ss.). Dal Salterio si passa a visitare il mondo di quanti se ne sono esemplarmente nutriti, e cioè i Padri del deserto (soprattutto del deserto egizio di Scete nel IV e V secolo: pp. 27ss.), dai quali si apprende che «temere è come respirare», poiché il timore è al tempo stesso «inizio e fine»; e di qui alla Regula Benedicti che sul timor Domini ha tutta una sua gravitazione globale (pp. 35ss.), fissandovi non a caso il primo gradino dell'umiltà (Regula Benedicti 7) e facendone un vero e proprio baricentro del rapporto dei monaci con Dio e tra di loro, nonché alla corrispondenza perspicace, schietta e affettuosa dei monaci di Gaza nel VI secolo, Barsanufio e Giovanni il Profeta (pp. 43ss.).
Solo dopo aver frequentato il Salterio in compagnia dei suoi migliori utenti tradizionali (i Padri del deserto ne facevano una valorosa pratica quotidiana, con la recita continuata a memoria dei 150 salmi che durava tre, quattro ore; in seguito la Regula Benedicti 18, non senza il rimpianto di non essere più alla loro altezza, si accontenterà di spalmarli lungo un'intera settimana), padre Standaert torna nuovamente alla testimonianza biblica, per cavarne un insegnamento completo sul timore di Dio, percorrendone il perimetro canonico pressoché per intero. Muovendo opportunamente dal Deuteronomio (pp. 53ss.), sintesi eminente di un timore di Dio sconfinante nell'amore, subito bilanciata dal dirompente annuncio del Vangelo di Marco (pp. 63ss.), il discorso non può non misurarsi con il dibattito classico sul rapporto tra timore e amore di Dio intorno a l Gv 4, 18 (che prevede il primo definitivamente scacciato dal secondo), illustrato con sant'Agostino e di nuovo con gli eremiti di Gaza. Un'ulteriore ripresa sintetica si ha con la dottrina del timore secondo «quella sorta di piccola enciclopedia formata dal libro di Gesù, figlio di Sira, il più grosso di tutti i libri sapienziali» (pp. 79ss.), dove si parla letteralmente di tutto, dalle somme vette della vita teologale ai più ordinari livelli quotidiani. Imprescindibile il riferimento a 1s Il (pp. 91ss.), comprensivo della versione più ampia che i Settanta danno
di questo testo (includendo la virtù della pietà e l'idea di uno «spirito del timore del Signore» ). Puntuale risalto ottengono le brevi eppur rilevanti istruzioni di Gesù, rincalzate da quelle della prima lettera di Pietro (pp. 101ss.), che sollecitano una brevissima, ma importante ripresa di 1s 50, lO, dove il timore del Signore è ricondotto all'ascolto da prestare alla voce del Servo sofferente del Signore. Anche l'ardito intreccio tra timore e gioia che Mt 28, 8 attribuisce all'animo delle donne in termini di un vero e proprio ossimoro affettivo suscitato dall'annuncio del crocifisso risorto (pp. 113114) trova il suo prezioso risalto. Tralasciando, ahimé, una voce biblica dagli accenti straordinariamente profondi e personali proprio su questo tema del timore di Dio, quale quella di Qohelet (anche il libro dei Proverbi è un poco sorvolato, ma con minor lacuna), preziose e opportunamente istruttive si rivelano le incursioni nella tradizione giudaica in genere (pp. 129ss.) e in specie nei Testamenti dei dodici Patriarchi (pp. 115ss.), dove temere Dio è ricondotto a un'intensa e radicale pratica dell'amore del prossimo (evidente il parallelo con il Vangelo di Giovanni), nonché in quella islamica (pp. 121ss.). Quale vero gioiello è restituito l'insegnamento di Giuliana di Norwich, per la quale «l'amore è il fratello del timore», così ben articolato e puntuale al punto che «ha qualcosa di insuperabile, non trovi?» (pp. 145ss.). Nemmeno lo Zen è disatteso, per il suo sostanzioso contributo al timore nella misura in cui inculca pratiche di rispetto per la vita di tutti (pp. 155ss.).
Così la passeggiata nel grande universo del timore si avvia a terminare in un'istruzione sintetica (Come acquistare e conservare l'indispensabile timore del Signore: pp. 159ss.), di nuovo attinta all'inesauribile tesoro degli apoftegmi dei Padri del deserto. E chiude con un'originale reminiscenza di san Francesco d'Assisi, che (come mostrano le ricerche del padre Theo Zweerman) coltiva l'ardita idea di un timore del Signore nel segno della reciprocità, di quella «sorprendente inversione» per cui esso «non consiste unicamente in quel
sentimento di riverenza che noi abbiamo nei confronti di Dio o di Cristo, ma che è vero anche !'inverso. Il "timore del Signore" è allora anche il ritegno, il riserbo, il timore rispettoso che il Signore stesso prova nei nostri confronti, noi che siamo sue creature!» (p. 168; nel linguaggio esegetico si parlerebbe di un genitivo anche soggettivo e non solo oggettivo, ovvero «genitivo complesso»).
Per quanto conosco della sua produzione, quest'ultima fatica di Benoît mi pare costituire un bell'esempio, forse davvero una prova eccellente della sua polivalente scrittura, che qui felicemente intesse diversi fili per un'unica tela, secondo un disegno nitido e paziente, eseguito con soluzioni piane e brillanti.
Un libro così si sottrae ai pronostici, comunque mai facili, non lasciando prevedere quanto «successo» editoriale saprà riscuotere. C'è da augurarsi che trovi udienza soprattutto presso quegli ambienti dove viene particolarmente apprezzata la fatica di fornire un accompagnamento solido, in vista di una formazione cristiana autenticamente «tornita»
(il che vale ben oltre la fascia degli studenti universitari). Ma, fuori dalla logica meramente editoriale, mi sentirei di azzardare che questo libretto godrà di una durata oltre la contingenza effimera di una stagione, collocato com'è al di là del transitorio di una produzione funzionale a un proprio scopo e cammino (accademico e non), ovvero nella corrente più viva della Tradizione.

 

[1] Ben avrebbe figurato nella piccola e preziosa silloge di S. Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, Milano 1996, che pure non teme di rieditare tanta terminologia fuori moda. Una riproposizione originale offre P.A. Sequeri, Il timore di Dio, Vita e Pensiero, Milano 1993.
[2] La sapienza aforistica del noto scrittore, premio Nobel 1981 per la letteratura, si dimostra in felice consonanza con le analisi esegetiche di B. Costacurta, La vita minacciata. Il tema della paura nella Bibbia ebraica, Pontificium Institutum Biblicum, Roma 1988, 27-28.55.
 

Il timore di Dio è il suo tesoro 
(Is 33, 6)
Unifica il mio cuore
affinché tema il tuo Nome
(Sal 86, 11)

Introduzione

«Mi rallegro nel mio timore»

«Beato colui che teme il Signore». Una beatitudine è promessa a chi teme il Signore. Una via di felicità si apre per colui che si applica al timore di Dio. Una felicità legata al Signore: ecco il frutto di questo strano «timore», fortemente raccomandato da tutta la tradizione biblica, ma anche patristica e monastica, eppure tanto difficile da proporre oggi.
«Temo nella mia gioia e mi rallegro nel mio timore, e al di sopra di tutto domina il mio amore». Quest'affermazione, ripresa da un libro di preghiere della tradizione ebraica, indica l'orizzonte verso cui la serie di meditazioni che qui vorrei proporre sul «timore del Signore» dovrebbe guidarci. Ne va di un tesoro, e non un tesoro qualunque. In Isaia 33 sta scritto esplicitamente: «Il timore di Dio è il Suo tesoro»! Entriamo, dunque, e scopriamo - attraverso il timore - il Suo tesoro. Ogni pagina è un esercizio, e tutta la raccolta è concepita come un allenamento. «Le parole dei sapienti sono altrettanti pungoli», dice il libro di Qoèlet. Lasciamoci pungolare. Il timore non è forse proprio la punta dello sprone grazie alla quale rimaniamo svegli, e in mancanza della quale non è possibile parlare di sapienza o di vita spirituale autentiche? Un mondo senza nessun timore ispira orrore, mentre un mondo che ha paura del giusto timore è, forse, innanzitutto ridicolo.
Il timore di Dio è la prima e l'ultima cosa, come testimonia la grande tradizione. Il fatto che in un certo senso abbiamo dimenticato questo timore può forse significare che
ci siamo insensibilmente allontanati dalla grande tradizione, oppure che abbiamo perso il contatto con ciò che sta al principio o con ciò che sta alla fine? Nostro malgrado, le mode non ci hanno forse fatto navigare nelle acque più tranquille della mediocrità, del mezzo termine, lontano dagli abissi dell'inizio o della fine?
Voglio tornare al timore di Dio, il bel «timore del Signore» di cui i salmi sono pieni, e introdurvi una giovane corrispondente, Nathalie. L'ho incontrata alcuni anni fa, quando si stava preparando a ricevere la cresima. La trovai vivace, sveglia, curiosa di saperne di più a proposito di «Dio» e del suo mistero, riflesso in noi. Adesso deve avere diciassette, diciotto anni. Mi sono detto: con lei dovrei poter condividere qualcosa di questo tesoro. Oggi penso a lei, come a molti altri che hanno più o meno la stessa età e che pure devono ricevere la cresima, o l'hanno appena ricevuta: gli Andries, Komeel e Kasper, le Anna, Lucilla e Elena, i Bruno e Éric, Goedele e Reine, Cathy e Valentino, Lies e Liesbeth... Con «Nathalie», voglio quindi passeggiare attraverso trenta secoli di letteratura per riassaporare tutta la ricchezza che sta sotto quest'unica espressione: «temere Dio». Ho preso la penna e le lettere si sono susseguite, a seconda delle mie letture o dei miei incontri.
Oltre a certi testi, infatti, uomini e donne in carne e ossa hanno distillato l'altissima qualità di tale incomparabile «timore». Grazie a loro, non immagino più una vita spirituale, degna di questo nome, senza il timore del Signore, come non posso più concepirla senza gioia o una intrinseca tensione paradossale. Le lettere più corte sono generalmente nate da un incontro, mentre le più lunghe indagano un universo letterario come un libro intero della Bibbia o la corrispondenza conservata degli eremiti di Gaza. Ai lettori più giovani consiglierei di cominciare dalle lettere più corte!
Ringrazio i fratelli e le sorelle che dirigono la collana dei «Petits Traités Spirituels» per la loro pazienza. Aspettavano un manoscritto da più di cinque anni... Il testo, che ha preso forma in tanti anni, avrà almeno il vantaggio di esser maturato un po'! Che, in fin dei conti, questo manoscritto non sia stato inserito nella collana è comprensibile, vista la sua lunghezza. Sono doppiamente grato ad Anne Sigier che si è assunta la responsabilità di pubblicarlo. Ringrazio i miei fratelli e il padre Abate di avermi sollevato dalla redazione della rivista «Heiliging», permettendomi di dedicarmi maggiormente alla scrittura, in modo particolare di queste pagine. Ringrazio le sorelle benedettine di Hurtebise: l'ultima versione del testo è nata all'ombra del loro oratorio, e una mano sicura della comunità ha delicatamente ritoccato quanto poteva far soffrire gli amanti del francese. Rendo grazie per gli uomini e le donne di Dio sul cui volto ho potuto verificare il messaggio dei grandi testi: senza la bellezza di certe testimonianze vissute il testo rischia di rimanere lettera morta. Il testimone giunge come brezza leggera per ravvivare il fuoco che cova sotto le ceneri della letteratura. Che la fiamma scaturisca e che la giovane generazione arda della vita dello Spirito che è sapienza e timore, mitezza, gioia e pudore infinito.

Pentecoste 2004

1. Il padre Henri o la città occupata dall'Altro

Mia cara Nathalie,

lasciami iniziare questi nostri scambi sul timore del Signore con un ricordo molto personale. Un giorno, il mio confessore, padre Henri, mi parlò del timore.
Padre Henri era un confessore assai particolare. Quando gli raccontavo i miei peccati, non vi insisteva quasi mai. Mi rendeva invece partecipe della luce che lo abitava in quel momento, niente di più. All'inizio ero abbastanza sorpreso e un po' sconcertato, tanto più che ero abituato a un confessore filosofo, padre Raymond, che, da fine psicologo, riusciva a spiegarmi difetti e vicoli ciechi, debolezze e peccati molto meglio di quanto potessi farlo io stesso!... Era come se mi capisse dall'interno. Padre Henri era completamente diverso. Per lui, come mi spiegò un giorno, la confessione è un atto di fede da ambo le parti. Si tratta di credere in Dio che 'avviene' nell'incontro, e il confessore, dal canto suo, deve essere pieno di fede quando condivide la luce di cui dispone con colui che è venuto a cercarlo.
Quella mattina, padre Henri, come era sua abitudine, stava rileggendo la Regola di san Benedetto. Mi spiegò l'aspetto che, secondo la Regola, deve caratterizzare il fratello incaricato degli ospiti: frater cuius animam timor Domini possidet (RE 53), «un fratello la cui anima è 'posseduta' dal timore del Signore». Riprendo il testo latino affinché tu scopra con me il verbo possidet. Qual è il modo corretto di tradurre il possidet del testo latino? 'Essere posseduta'? Padre Henri, che di formazione era filologo e che tutta la vita aveva insegnato il greco e il latino al liceo, aveva appena consultato il suo vocabolario di latino: vedevo infatti il volume sul tavolo, aperto alla lettera P! Mi disse: «Si tratta di avere l'anima come quella di questo fratello di cui parla san Benedetto: la sua anima è interamente 'occupata' dal timore del Signore. Possidere si dice di una città che, dopo essere stata assediata (obsidere), viene conquistata e interamente occupata dall'altro».
Ecco tutto quello che c'era da imparare. Ero felice. Vedevo chiaro. Chiaro nel testo e chiaro in me. Chiaro pure in lui: la sua fine rilettura testimoniava quanto la sua anima fosse in grado di comprendere e capire. Restituiva nuova vita al testo di Benedetto. Aboliva in un colpo solo i quindici secoli che ci separavano dal monaco patriarca: vedevo di fronte a me «un fratello la cui anima era interamente conquistata dal timore del Signore», e rifletteva fedelmente l'anima stessa di colui che aveva messo per iscritto questa caratteristica per i suoi discepoli. Rivedevo di fronte a me san Benedetto in carne e ossa.
È quindi in gioco una conquista. Una conquista che deve essere subita! Il timore in tutto questo si presenta come un soggetto. È lui che «possiede», mentre ne siamo visitati. È lui che prende la città e giunge, presto o tardi, a occuparla interamente... C'è di che meditare. Pace!

Fr. Benoit