PICCOLI GRANDI LIBRI   BENOIT STANDAERT
Il timore di Dio è il suo tesoro

Titolo originale: Le trésor de Dieu -  Traduzione di Elena Di Pede
Vita e Pensiero 2006

1. Il padre Henri o la città occupata dall'Altro
2. Il salmo di Compieta: colui che teme il Signore non ha nulla da temere
3. La preghiera dei Salmi o il cuore unificato dal timore del Nome
4. I Padri del deserto: temere è come respirare
5. San Benedetto e il timore: mitezza, sollecitudine e fervore amoroso
6. Gli eremiti di Gaza: vivere nel timore di Dio, rendendogli sempre grazie
7. Il Deuteronomio: imparare a temere come si impara ad amare
8. Il timore o la paura? Il Vangelo secondo Marco
9. L'amore scaccia il timore: Giovanni il teologo
10. Il timore e la sapienza nel libro di Ben Sira il saggio  
11. Il timore e lo Spirito Santo: Isaia 11
12. Gesù e il timore
13. Temere il Signore e ascoltare il suo Servo sofferente
14. Timore e gioia: incontro al Risorto
15. I Testamenti dei dodici Patriarchi: temere Dio e amare il prossimo
16. Il timore perfetto dei musulmani
17. La tradizione giudaica: agisci per amore, agisci per timore
18. Giuliana di Norwich: l'amore è fratello del timore
19. Come lo zen affina il timore
20. Come acquistare e conservare l'indispensabile timore del Signore
21. San Francesco di Assisi o la meravigliosa reciprocità del timore di Dio

 

16. Il timore perfetto dei musulmani

Cara Nathalie,

già da qualche anno, quando approfondisco un argomento, mi viene da chiedermi: che cosa pensano gli altri su questo punto? E per 'altri', intendo coloro, ebrei e musulmani, che condividono con noi uno stesso retaggio spirituale.
L'altro giorno, leggendo un autore importante del XIX secolo, ho trovato, un passo interamente dedicato al timore, e non un timore qualsiasi, ma quello vero, il timore perfetto! In quanto cristiano, non posso impedirmi di accennare un sorriso, dato che noi parliamo - fin dalla prima lettera di san Giovanni - della «carità perfetta», quella che, appunto, scaccia il timore! Ora, questo autore ci parla del timore perfetto, che non scaccia niente (e non certo la carità), se non i timori imperfetti, paurosi o morbosi! Abbiamo molto da imparare! In realtà, ritroviamo anche qui, come presso i Padri, da san Basilio in poi, una distinzione tra un primo livello di timore e un livello superiore, del timore «perfetto».
L'autore, Abd al-Qadir (+1883), fu insieme uomo di politica e di spirito, un emiro e un mistico. Ebbe a che fare con il colonialismo francese del XIX secolo in Algeria. Anche i suoi nemici riconoscevano la sua grandezza: «Si tratta di una specie di profeta, è la speranza di tutti i musulmani ferventi»
(lettera del maresciallo Bugeaud, 1 gennaio 1846). La sua riflessione è direttamente ispirata a un passo del Corano:

Non temeteli affatto, ma temete Me, se siete credenti! (Sura 3, 175).

Abd al-Qadir commenta:

Il timore è di due tipi. In primo luogo, c'è il timore di Dio: sono la maestà, la magnificenza e la riverenza a ispirarlo. Esso lascia, secondo l'espressione proverbiale, «senza gesti e senza voce». Non è timore della tirannia, ma riconoscimento della Maestà divina. Colui che Lo conosce - che Egli sia esaltato! - sa anche che Lui solo deve essere temuto, poiché tutte le cose, in questo mondo e nell'altro, non sono altro che Sue epifanie e Sue manifestazioni.
Gli gnostici (che posseggono la vera conoscenza di Dio) temono quindi solo Allah, temono solo Lui, e si premuniscono contro Allah solo con Allah, e non con una qualsiasi altra cosa. Solo la sua protezione è efficace, nessun'altra, poiché ci si può premunire verso una cosa solo con questa cosa stessa: così la spada, il ferro della lancia o il coltello d'acciaio, dai quali ci si può difendere solo tramite una corazza, anch'essa d'acciaio. Perciò è stato detto, in numerosi versetti: «Temete Allah», che significa: «Temete solo Lui, a esclusione di tutte le altre creature». Sta scritto anche, sotto forma di lode: «Coloro che temono Allah, quando sono toccati da un qualche spirito mandato dal demonio, lo ricordano e vedono allora con chiarezza» (Sura 7,201).
Si parla qui di coloro che si premuniscono contro Allah con Allah, ed è in ragione di questo punto sottile che nel versetto non viene precisato né 'contro chi' si premuniscono, né 'con chi' si premuniscono. Gli uomini così descritti, quando percepiscono la venuta di un suggerimento satanico che li sfiora come uno spettro o un ladro furtivo, si ricordano di Allah. Infatti, è impossibile che colui che si ricorda di Allah possa accogliere i suggerimenti malvagi. Questi uomini, quindi, «rendono Dio presente» contro il Quale e con il Quale si premuniscono. In questo senso l'inviato di Dio ha detto: «Mi rifugio in Te contro di Te». Allo stesso modo, nell'ordine delle cose sensibili, colui che prevede l'arrivo di un nemico raccoglie (letteralmente 'rende presente') l'equipaggiamento e le armi grazie alle quali si premunirà contro di lui.
«E vedono allora con chiarezza» significa che contemplano Colui contro il quale e tramite il quale si premuniscono. Fuggono verso di Lui e si rimettono interamente a Lui. Questa contemplazione li mette al riparo dalle astuzie del demonio, che se ne va umiliato e deluso: voleva che si perdessero ed ecco che a causa sua sono riusciti a rendere Dio presente e a rifugiarsi in Lui.

Ecco che cosa ci insegna la prima forma di timore, il grande, il vero timore. Il ragionamento dell'autore si ispira direttamente a diversi passi del Corano. In arabo, il verbo qui tradotto con 'temere', significa anche 'custodirsi' e 'proteggersi contro', il che permette di capire tutta l'argomentazione sull'atto di 'premunirsi'. Commentando la seconda forma, inferiore, di timore, l'autore ci aiuterà a capire ancora meglio in cosa consiste l'atteggiamento di colui che è stato pienamente iniziato.

La seconda specie di timore è il timore delle creature: timore dei nemici - uomini o spiriti - timore dell'inferno, dei serpenti, degli scorpioni e di altri tormenti che vi si trovano, timore dei peccati e delle disobbedienze e così via. Questo timore non è ispirato dalla riverenza e dalla maestà: aver paura degli scorpioni, dei serpenti o di altre cose simili non corrisponde a niente del genere. È il timore provato dai comuni credenti che praticano l'adorazione, la rinuncia, la pietà, ma dagli sguardi dei quali non è stato tolto il velo dell'alterità. Il loro cuore è sempre pieno di ciò che è «altro da Allah». Temono un «altro da Allah» in ogni cosa fatta da Dio, come se fosse un luogo di manifestazione del male e si proteggono contro queste creature con altre creature simili: contro i nemici, si proteggono con fortificazioni e armi; contro l'inferno, i suoi serpenti e i suoi tormenti, si proteggono con il pentimento, l'obbedienza alla legge e le devozioni. Ai loro occhi, sono atti che provengono da loro stessi e appartengono a loro. Digiunano, pregano, compiono il pellegrinaggio e fanno l'elemosina per loro stessi e non per il Signore. Questo modo di proteggersi è senza profitto. Colui che si affida a esso vive nell'illusione e corre certamente incontro alla propria rovina.

Nella conclusione, l'autore torna sul punto di partenza, cioè alla citazione iniziale: «Non temeteli affatto, ma temete Me, se siete credenti». E aggiunge:

Altrimenti detto: quando siete nella prima stazione della separazione [e quindi per voi Dio e l'universo creato sono ancora due realtà separate], cioè quando un velo spesso vi ricopre ancora e credete alla fede degli uomini comuni, per voi c'è Dio da una parte e una creazione distinta da Lui dall'altra, che possiede un'esistenza contingente diversa dal suo Essere eterno. Affinché questa vostra fede sia perfetta, dovete temere solo Me, escludendo ogni creatura, perché questa, di per sé, non può causarvi torto né profitto e non c'è niente da temere o da sperare da essa. Ciò sottintende: se non siete solo tra coloro che credono, ma anche tra coloro che vedono con i propri occhi e che contemplano, allora non si può più dire che 'credete' a ciò che avete visto coi vostri propri occhi, se non in modo puramente metaforico.
Infatti, 'credere', significa affermare la veridicità di quello che un altro afferma. Ora, voi avete superato questo grado, per giungere a quello della visione diretta, quello in cui si contempla l'effusione della Realtà divina in ogni cosa esistente - che questa cosa ispiri terrore oppure no - senza che vi sia 'incarnazione' né 'fusione'. In queste condizioni 'temeteli', cioè 'temete Me in loro', poiché sono i luoghi di manifestazione dei Miei nomi e le forme particolari delle Mie teofanie. A ogni creatura corrisponde un aspetto divino, ed è tramite questo aspetto che la creatura agisce, non tramite la sua forma sensibile. Perciò, colui che è giunto alla realizzazione spirituale perfetta - e il cui rango è quindi superiore a quello del semplice iniziato - dichiara: gli effetti sono prodotti nelle cause seconde - e non dalle cause seconde. Quindi, quando vedi uno degli gnostici temere un re, un tiranno, un animale feroce o un serpente, sappi che in verità non teme la forma creata, illusoria e sprovvista di realtà, ma ciò di cui è il luogo epifanico: cioè i Nomi divini di rigore, di vendetta e di forza coercitiva. Tra il timore del semplice e quello dello gnostico, c'è la stessa differenza che c'è tra il cieco e colui che vede chiaro (16).

L'ultima frase spiega quello che era stato detto nell'altro versetto citato dal Corano, a proposito del veder chiaro.
Si tratta di una pagina bellissima, non trovi, Nathalie? Rivela come minimo una dinamica originale che fin qui non
abbiamo ancora trovato: temere Dio e premunirsi «contro di Lui tramite Lui». Questo richiederà certo una meditazione prolungata! Mi viene in mente un altro detto, che ritroviamo sia presso i monaci del deserto sia presso un pellegrino sufi. Entrambi vivono esposti in modo costante alle bestie selvagge: leoni, iene, serpenti, scorpioni. Non hanno paura? A questa domanda, entrambi rispondono, probabilmente senza conoscersi l'uno l'altro: «Mi pentirei amaramente e proverei vergogna nel temere, anche solo per un istante, le creature più del mio Creatore!» (17).
Tutta la riflessione musulmana attinge, come sua sorgente principale, al Corano, che parla abbondantemente del timore in tutte le sue forme. Nel meditare sul testo coranico, ma anche su un commentario tradizionale, sono stato colpito da almeno tre elemento (18).
Il primo è che il commentatore, molto spontaneamente, spiega il vero timore di Dio come proprio dell'ordine dell'amore. «Coloro che avranno temuto il loro Signore in segreto, avranno perdono e ricompensa grandi» (Sura 67, 12). Il commentario precisa: «Temere il Signore significa amarlo tanto intensamente da temere di fare qualsiasi cosa che sarebbe contro la Sua Volontà, e di fare invece quel che si fa perché Lo si avverte molto intensamente nel proprio cuore, anche se non Lo si vede con gli occhi del corpo.
Allo stesso modo ciò avviene indipendentemente da quello che la gente vede o non vede del nostro amore, o degli effetti di questo amore. Poiché le nostre buone azioni sono fatte per amore di Allah e non per essere viste dagli occhi degli uomini. Tale intensità di amore ottiene il perdono dei peccati passati ed è di fatto ricompensata dall'amore di Allah, cosa molto più preziosa di qualsiasi altro merito che possiamo possedere» .
Il secondo insegnamento che ho trovato nelle note è una catechesi che distingue quattro forme di timore, disposte come una piccola scala, che qualificano quattro stadi nella maturazione di una persona che cerca Dio. Commentando la
Sura 3, 102 («O voi che credete! Temete Allah come merita di essere temuto, e non morite se non nello stato di sottomissione alla sua volontà» ), l'autore distingue diverse forme di timore:

1) il timore abietto del codardo;
2) il timore del bambino o della persona senza esperienza di fronte a un pericolo sconosciuto;
3) il timore di un uomo ragionevole che desidera evitare qualsiasi tipo di danno per se stesso o per coloro che vuole proteggere; 
4) il timore che è riverenza appropriata all'amore, perché teme di fare cosa non gradita all' oggetto del suo amore.

E l'autore aggiunge da moralista e da maestro spirituale:

La prima forma è indegna dell'uomo; la seconda è necessaria per una persona immatura; la terza è una precauzione virile di fronte a un male che non è ancora pienamente dominato; la quarta è la culla della giustizia. Coloro che sono maturi nella fede, coltivano la quarta forma; in certi stadi anteriori, la terza o la seconda forma possono essere necessarie: si tratta certo di timore, ma non di timore di Allah. La prima forma è un sentimento per il quale tutti dovrebbero provare vergogna.

Infine, c'è un passo nel Corano, attestato almeno due volte, in cui appare che ebrei, cristiani o musulmani formano insieme una sola realtà, quando si tratta del timore di Allah. Questa idea largamente ecumenica è preziosa e merita che la si proclami tra di noi e di fronte al mondo intero. Si veda la Sura 2, 62:

Coloro che hanno creduto [nel Corano] e coloro che seguono le [Scritture] ebraiche e i cristiani e i sabei, chiunque crede in Allah e nell'Ultimo Giorno e avrà compiuto la giustizia, tutti loro riceveranno una ricompensa dal loro Signore; in loro non ci sarà timore, e non saranno afflitti.

L'ultima frase («nessun timore, nessuna afflizione») è uno dei ritornelli molto belli che tornano regolarmente in questa seconda Sura (cfr. 2, 38.62.112.262.274 e 277). Si veda Sura 5,69, per la stessa idea. Un po' più sopra, il profeta dà voce a un lamento: «Se solo le genti del Libro avessero la fede e il timore del Signore...» ( 5, 65).
Termino questa piccola collana di perle musulmane con un'espressione che ho raccolto da un mistico dell'XI secolo, Ansàri di Herat. Un padre domenicano, Serge de Beaurecueil, ha appena redatto un articolo per il suo amico e confratello, il padre Jacques Jomier, dal titolo: Alla scuola dei Sette Dormienti. La futuwwa» presso 'A.A.Ansari de Herat (10061089/9. Di che cosa si tratta? di un modo di essere giovane! La futuwwa è una qualità tutta speciale, una nobiltà d'animo, una bella generosità di comportamento nei confronti degli altri, ma il tutto segnato dall'impetuosità tipica della giovinezza! Ansàri le ha dedicato due opuscoli, composti a vent'anni di distanza l'uno dall'altro, il che dimostra l'importanza che rivestiva per lui. Questa qualità viene attribuita tra l'altro ai Sette Dormienti (si veda nel Corano, Sura 17, 13, una tradizione di Efeso diffusa anche tra i cristiani). Il padre de Beaurecueil descrive questo atteggiamento così: «Consiste nel dar prova, nei confronti di Dio, ma soprattutto degli uomini, di totale gratuità. Richiede di non riconoscersi alcun merito né alcun diritto e di rendere il bene per il male». Ora, nelle citazioni del mistico in questione riportate dall'autore c'è questa espressione, alla fine di un bellissimo passo: «[...] E non riposarti assolutamente dal timore». Si tratta, ovviamente, del timore che ha Dio come oggetto.
Siamo giovani, di questa gioventù generosa e impetuosa, che si dimentica in una gratuità il più possibile completa e, per quel che ci riguarda, abbiamo sempre a cuore di «non riposarci assolutamente dal timore».

Ti lascio. A domani, insch 'Allah!

Fr. Benoît

 

[16] Per queste citazioni, cfr. Abd Al-Qadir (Abd el-Kader), Écrits spirituels, trad. a cura di M. Chodkiewicz, Paris 1982. Una trad. il. è presente in Abd AlQadir, Il libro delle soste, a cura di A. Silva, Milano 1984 [n.d.t.].
[17] Decine di detti simili si trovano nella raccolta di Farid-ud-Din-Attar, Tadhkirat al-awliya, (ed. francese Le mémorial des saints, Paris 1976; trad. il. Tadhkirat al-awliya. Parole di Sufi, a cura di L. Pirinoli, Milano 1994) e hanno molti paralleli con gli Apoftegmi dei Padri del deserto citati più sopra. Tra tutti i maestri c'era una donna molto conosciuta, Rabia. «O Rabia! - le veniva chiesto":' ami il Signore altissimo? - Oh! Veramente sì, lo amo! - E Satana, lo consideri come un nemico? - Amo a tal punto il Signore altissimo che non mi preoccupo dell'inimicizia di Satana!" (p. 93). Era lei che correva per la strada con un secchia d'acqua e una torcia, urlando: "Voglio spegnere l'inferno e mettere il paradiso in fiamme, affinché si smetta di servire Dio per timore dell'inferno o per desiderio del paradiso!». Il superamento di ogni timore e di ogni desiderio di ricompensa, ecco lo scopo della vita secondo Dio. 
[18] Il commentario a cui mi riferisco è The Holy Qur-an. English Translation of the Meanings and Commentary, (Ustadh Abdullah Yusuf Ali), King Fahd Holy Qur-an Printing Complex, Al Madinah An-Nabawiyah, s.d.
[19] A l'école des Sept Dormants. La 'futuwwa' chez. 'A.A.Ansari de Herat (1006-1089), in M.-Thérèse Urvoy (éd.) En hommage au père Jacques Jomier o.p., Paris 2002, pp. 49-60. La frase di cui andiamo a parlare - «... E non riposarti assolutamente dal timore', - si trova a p. 51.