PICCOLI GRANDI LIBRI   BENOIT STANDAERT
Il timore di Dio è il suo tesoro

Titolo originale: Le trésor de Dieu -  Traduzione di Elena Di Pede
Vita e Pensiero 2006

1. Il padre Henri o la città occupata dall'Altro
2. Il salmo di Compieta: colui che teme il Signore non ha nulla da temere
3. La preghiera dei Salmi o il cuore unificato dal timore del Nome
4. I Padri del deserto: temere è come respirare
5. San Benedetto e il timore: mitezza, sollecitudine e fervore amoroso
6. Gli eremiti di Gaza: vivere nel timore di Dio, rendendogli sempre grazie
7. Il Deuteronomio: imparare a temere come si impara ad amare
8. Il timore o la paura? Il Vangelo secondo Marco
9. L'amore scaccia il timore: Giovanni il teologo
10. Il timore e la sapienza nel libro di Ben Sira il saggio  
11. Il timore e lo Spirito Santo: Isaia 11
12. Gesù e il timore
13. Temere il Signore e ascoltare il suo Servo sofferente
14. Timore e gioia: incontro al Risorto
15. I Testamenti dei dodici Patriarchi: temere Dio e amare il prossimo
16. Il timore perfetto dei musulmani
17. La tradizione giudaica: agisci per amore, agisci per timore
18. Giuliana di Norwich: l'amore è fratello del timore
19. Come lo zen affina il timore
20. Come acquistare e conservare l'indispensabile timore del Signore
21. San Francesco di Assisi o la meravigliosa reciprocità del timore di Dio

21. San Francesco d'Assisi o la meravigliosa reciprocità del timore di Dio

Mia cara Nathalie,

alcuni giorni fa ho ricevuto la visita di un amico. È francescano e viene dai Paesi Bassi. Ci conosciamo da quasi trent'anni, credo, ma per venticinque anni non ci siamo visti. Subito dopo gli studi è stato mandato in missione nel Sud Est asiatico, su un'isola, antica colonia olandese. Durante tutti questi anni siamo tuttavia rimasti in contatto. Quando ci siamo rivisti per la prima volta, alcuni anni fa, immagina la gioia! E lo trovai il solito, lo stesso sorriso sulle labbra, uno sguardo di stima e di vera gioia in fondo agli occhi. Ora, l'altro giorno, passava di qui con alcuni confratelli. E siccome mi chiedeva che cosa stessi facendo, gli ho confidato che stavo preparando un libricino «sul timore». Ne è rimasto affascinato, e subito, attingendo al suo tesoro, mi ha ricordato due punti. .

Mi ha raccontato che stava tornando dall'abbazia di Egmond, nel nord dei Paesi Bassi, e che lì aveva trovato nella foresteria un opuscolo sui monaci missionari irlandesi. Questi erano pervasi da una doppia passione, secondo un motto che viene dal grande santo Colombano: amor peregrinationis et timor Christi, «l'amore per la peregrinazione e il timore di Cristo»! Che notevole formula, breve e concisa, non trovi? Vi si ritrovano insieme il timore e l'amore: si coniugano l'uno con l'altro! Altra sorpresa: l'espressione timor Christi. La Regola di san Colombano si ispira notevolmente alla Regola di san Benedetto, anteriore di poco più di un secolo. Per loro, il vero ritornello della vita del monaco è l'amor Christi, «l'amore di Cristo». L'espressione biblica molto più conosciuta è quella del «timore del Signore», timor Domini, ma Colombano non ha nessuna esitazione: dovunque vede il Signore (Dominus), capisce il Cristo. Questo timor Christi, direttamente associato con «l'amore della peregrinazione», introduce un elemento di verticalità laddove l'altro amore ci spinge invece ad andare orizzontalmente, senza limiti. Amore e timore dimorano insieme in armonia nel cuore del monaco missionario: si avverte una bella tensione che equilibra il movimento eccentrico per vocazione.

L'altro punto che è venuto in mente al mio amico francescano è uno studio recente portato avanti da un suo confratello, padre Theo Zweerman. Questi è un vero studioso, uno dei maggiori conoscitori della spiritualità medievale dei Paesi Bassi, tra l'altro degli Scritti di san Francesco stesso. Ora, questo francescano ha appena concluso la propria carriera universitaria e, durante la sua ultima conferenza pubblica, ha scelto di parlare del timore! Questo mi sembra di per sé molto rivelatore! Concludere in bellezza, per questo professore, significava concludere riflettendo sul timore!

Il mio amico si ricordava un punto ben preciso di quest'ultima conferenza pubblica. L'autore aveva notato che per san Francesco d'Assisi il «timore del Signore» non consiste unicamente in quel sentimento di riverenza che noi abbiamo nei confronti di Dio o di Cristo, ma che è vero anche l'inverso.

Il «timore del Signore» è allora anche il ritegno, il riserbo, il timore rispettoso che il Signore stesso prova nei nostri confronti, noi che siamo sue creature! Bisogna quindi capire il genitivo che segue «il timore» come un genitivo che indica il soggetto del timore, non il suo oggetto. Sorprendente inversione! Conversione dello sguardo, fine ascolto dell'altra sponda, realizzazione di una strana reciprocità alla fine del cammino della ricerca di Dio: il timore che osservo nei suoi confronti si rivela essere, a lungo andare, misteriosamente raggiunto dal suo ritegno, dal suo timore infinito, con tutta la dolcezza, tutta la tenerezza da esso appena velata... 

Mia cara Nathalie, non immagini quanto fossimo entrambi felicissimi di questo pensiero del Poverello di Assisi! Se qualcuno avesse potuto vederci nel parlatorio del monastero, mentre ci scambiavamo questi pensieri, certo avrebbe subito voluto misurarci la febbre!

Ho annotato su un pezzo di carta alcune parole chiave di quell'incontro. Vi trovo ancora una volta la «familiarità». Questa scaccia il timore. E di fatto in un'amicizia stretta tutto è amore e tutto è timore. Insieme. Reciprocamente. Un amore troppo familiare, una mancanza, foss'anche minima di pudore, rovinerebbe di colpo la relazione tra amici e la sua qualità unica.

Riguardo alla reciprocità nel timore, penso anche a due situazioni in cui il timore dell'uno rivela il timore dell'altro. A Firenze, nel convento domenicano di San Marco, in cima alle scale che portano alle celle dei monaci si trova un celeberrimo affresco di Fra' Angelico, che rappresenta l'Annunciazione. L'angelo Gabriele - con le ali maestosamente dispiegate - si presenta a Maria. Questa china il capo e incrocia le mani, abbozzando una genuflessione e dicendo con tutto il suo essere che accoglie con riverenza e immenso timore l'inviato di Dio. Ma la meraviglia sorprendente è che qui, contrariamente a molte altre rappresentazioni, l'angelo non protende né un dito né uno scettro, ma accenna lo stesso gesto di genuflessione, incrociando anch'egli le mani sul petto in segno d'infinito rispetto e di riverenza smisurata. Capiamo quello che l'artista ha voluto dirci? Il timore è reciproco.

Seconda situazione: la raffigurazione della scena del battesimo di Gesù nelle acque del Giordano. Nella maggior parte dei casi, Giovanni, pur accennando il gesto di battezzare, è come piegato in due, e gli angeli che vengono per asciugare il Cristo che esce dall'acqua esprimono con tutto il loro essere un timore reverenziale nei confronti di colui che ha accettato, in solidarietà con i peccatori, questo umile tuffo nelle acque poco profonde del Giordano.

Mia cara Nathalie, il timore è la parola dell'inizio e l'atteggiamento dei debuttanti. Ma è anche la parola conclusiva, segno della perfezione, come è stato per il professore francescano, che l'ha scelto come tema per concludere la sua carriera universitaria.

Coltiva questo timore e trattienilo al tuo fianco come fosse un angelo custode. Che sia il tuo spirito buono, la guida giusta, indispensabile in ogni circostanza felice o infelice, come ben si vede nella storia piena di peripezie di Tobia e Sara, accompagnati dall'angelo Raffaele!

Pace! Buon viaggio! Stavolta ti lascio e mi dileguo a mia volta!

 

Fr. Benoît

 

 

P.S. L'amico francescano mi ha gentilmente fatto pervenire la conferenza del suo confratello. E lì, tra tante belle cose, ho trovato un verso di una poetessa olandese, Ida Gerhardt. È talmente bello che te lo riporto tale e quale: «Wat met schromen werd verbeid is met schroom gekomen». Puoi notare a orecchio, anche senza capire, i bei suoni in 'o'! Dietro la parola schroorn o schromen c'è il sentimento eminente del timore, rispetto, pudore, riverenza. «Ciò che è stato aspettato con timore, con timore è venuto». Per la poetessa Ida, il timore è anche, tra Dio e noi, una realtà reciproca. Per questa eminente reciprocità, come non temere?