PICCOLI GRANDI LIBRI   Benoit Standaert
Come si fa a pregare

Alla scuola dei salmi con parole e oltre ogni parola

Titolo originale: In de school van de psalmen. Bidden met woorden en voorbij alle woorden
Traduzione di Maria Luisa Milazzo
Vita e Pensiero 2002

Introduzione: Il dono della preghiera
I. La Preghiera originaria
1. Il gemito dello Spirito
2. L'intercessione del Figlio
3. La benedizione del Padre
4. L'offerta pura della Chiesa universale
Conclusione

II. Pregare con i salmi

V. Pregare a tavola, in viaggio e al capezzale del malato

III. Pregare il «Padre Nostro»

VI. La preghiera di Gesù

IV. La Preghiera e Maria

VII. Il silenzio, o la preghiera perfetta

INTRODUZIONE

Il dono della preghiera

Dichten is geen kunste kom
geen kunste
Dichten is een gunste Gods
een gunste.
(1)

Guido Gezelle

Sulla soglia

Signore, insegnaci a pregare: tutto ha inizio con questa umile richiesta. Noi non riusciamo a pregare, dobbiamo imparare a farlo. E nessuno è in grado di insegnarci, all'infuori del Signore. I discepoli vedevano Gesù pregare. Una volta, quando ebbe finito, gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare». In cosa precisamente consisteva la preghiera di Gesù? E cos'è la preghiera in sé? Dobbiamo ammettere di non saperlo: la preghiera come tale ci è sconosciuta. Chi mole pregare, si trova innanzi tutto di fronte a una realtà inafferrabile. La via della preghiera comincia nell'oscurità, si avanza a tentoni.
È bene stupirsene e tenerne il debito conto. I discepoli di Gesù erano ebrei osservanti, per nulla sprovveduti quanto alla preghiera. Ne potevano trovare molte, belle e lunghe, nella loro tradizione. E tuttavia, vedendo pregare Gesù, gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare».
L'abate Macario, padre del deserto egiziano (IV secolo), riceve degli ospiti che gli pongono la stessa domanda: «Abba, come si fa a pregare?». Anch'essi frequentavano regolarmente la liturgia e conoscevano le Scritture, in particolare il passo di Lc 11 che riferisce la medesima domanda posta dai discepoli a Gesù. Dovevano pur conoscerne la risposta! E tuttavia, anch'essi chiedono: «Abba, come si fa a pregare?».
Beato chi accoglie questa domanda dal profondo di sé, non la mette immediatamente da parte e non la soffoca con discorsi eruditi. Solo lasciando che questa domanda si esprima liberamente e prendendola sul serio, si può trovare la soglia della casa della preghiera. Alla fine di queste pagine, la domanda dei discepoli di Gesù e degli ospiti di Macario non troverà una soluzione ultima e definitiva, ma risuonerà ancora, forte e santa, per rivelarci chi siamo in verità. Sì, insegnaci a pregare, ancora e ancora.
La domanda in sé è già preghiera, anzi preghiera autentica. Pregare infatti significa riconoscersi impotenti, ammettere la propria incapacità, confessare la propria povertà. Chi non ha imparato a scendere fino in fondo alla propria povertà, rischia di restare sempre sulla soglia dell'universo della preghiera. Tutti i maestri di preghiera sono concordi su questo punto. La scuola di preghiera è una scuola di povertà autentica.
Giovanni Climaco, monaco al Sinai (VII secolo), giungerà a dire:

Non c'è maestro di preghiera.
La preghiera ha in se stessa il suo maestro.
Dio dona la preghiera a chi gliela chiede
(2).

Con queste parole del resto egli non fa che citare le Scritture. Nella preghiera di Anna, la madre di Samuele, si trova quest'idea riportata solo nella traduzione greca della Bibbia: «Dio dona la preghiera a chi gliela chiede» (1 Sam 2,9, LXX). Anna è uno dei grandi modelli della preghiera biblica. Ferita nel più intimo di sé, all'inizio del primo libro di Samuele, essa rovescia letteralmente il suo cuore davanti a Dio al tempio di Silo (1Sam 1). Il sacerdote in servizio, Eli, non mostra la minima comprensione verso di lei. Cerca perfino di cacciarla via dicendole: «Va' altrove a smaltire la tua sbornia!». Ma lei, coraggiosamente, protesta la verità della sua preghiera, anche davanti a questo sacerdote che non ne capisce niente: «No, mio signore! lo sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia amarezza» (vedi 1 Sam 1,14-16). La sua sterilità diventerà feconda, e segnerà tutta la storia messianica che segue. Suo figlio, Samuele, il figlio della sua povertà e della sua preghiera, consacrerà i due primi re del popolo di Dio. Alla nascita di suo figlio, Anna canta il suo rendimento di grazie che preannuncia da lontano il Magnificat della Vergine Maria. Ora, proprio al cuore del suo cantico scopriamo la chiave preziosa di ogni vita di preghiera: «Dio dona la preghiera a chi gliela chiede».
Anna ci insegna a scendere fino al punto più basso e a raggiungere la nostra povertà più segreta. Non aver vergogna della tua impotenza, ci dice, ma abbandona tutto, molla la presa e dona come chi presenta l'oblazione o chi versa l'acqua: sfoga così il tuo cuore davanti al Signore. La sorgente è appena oltre la tua sete più penosa, la maternità è oltre il riconoscimento della sterilità.
Signore, insegnaci a pregare.
Al cuore di questa confessione di impotenza la preghiera è vissuta come dono, una grazia tutta pura che viene dall'alto. Isacco il Siro (monaco divenuto vescovo, e ritornato dopo appena qualche mese alla solitudine della vita eremitica, VII secolo) dedica una pagina intera dei suoi Discorsi a questa irruzione meravigliosa del dono della preghiera al cuore della povertà confessata. «Beato l'uomo che conosce la sua infermità!». Così inizia il discorso. In questa infermità infatti imparerà a supplicare, e si farà povero. Nel suo grido finirà per spezzare e frantumare il suo cuore. Ora, precisamente in questo istante sentirà una forza ergersi dentro di sé. Dio infatti «non disprezza un cuore contrito e umiliato», come ci insegna Davide nel famoso Salmo 51 (50). «Appena un uomo è umiliato, subito lo circonda e l'avvolge la misericordia. Non appena si avvicina la misericordia, subito il cuore sente l'aiuto, perché una certa confidenza e forza palpita in lui (...). Comprende che la preghiera è il porto dell'aiuto, la fonte della salvezza, il tesoro della confidenza, l'ancora di salvezza nelle tempeste, la luce degli ottenebrati, il bastone dei malati, il presidio nel tempo delle tentazioni, la medicina nel tempo della malattia, lo scudo che soccorre nella battaglia, la freccia acuta contro i nemici...». L'uomo è trasformato e la litania che sgorga come da sé nel cuore di Isacco è l'indizio di questa trasformazione. Tutto diventa preghiera, azione di grazie e stupore. "L'uomo, percependo la presenza della grazia, non prega e non si affatica più come nelle altre preghiere appassionate. Mentre il cuore si riempie di gioia e di stupore, moti frequenti di ringraziamento e di gratitudine sorgono in lui che in silenzio se ne sta in ginocchio. Allora, mosso da quella sollecitazione interiore, che la meraviglia per l'intelligenza della grazia di Dio ha grandemente provocato, improvvisamente leva la voce e lode senza saziarsi, mentre quella sollecitazione interiore si esprime in un rendimento di grazie detto anche con la lingua e incessantemente e meravigliosamente si ripete» (3).
Questa testimonianza del monaco siriano ci conduce al cuore della nostra riflessione: non sappiamo - e non giungeremo mai a 'sapere' nel modo giusto - cos'è la preghiera, ma a chi persevera nella supplica confessando la propria impotenza sarà dato, come ad Anna, di poter pregare. Impariamo così una struttura fondamentale della preghiera: la povertà autentica è trasformata dall'interno unicamente per dono del Signore. Il poeta citato in esergo diceva la stessa cosa della sua arte: tutto considerato, è puramente un dono di Dio.

Dichten is geen kunste kom
geen kunste
(La poesia non è un'arte, suvvia, non è un'arte)

Dichten is een gunste Gods
een gunste.
(La poesia è dono di Dio, nient'altro che dono) (4).

Parole avvolte nel silenzio

Ritroveremo questa idea di fondo lungo tutto il libro, al cuore di ogni capitolo. L'accento potrà cadere di volta in volta su aspetti diversi: sia sulla povertà, con tutta la fatica estenuante e umiliante che un vero apprendimento della preghiera comporta; sia soprattutto sulla dimensione di gratuità che abita la preghiera e che sola le consente di esprimersi a pieno.
Il libro gravita intorno alla preghiera vocale che nella tradizione giudeo-cristiana costituisce il canale per eccellenza del l'orazione. In questa tradizione si prega innanzitutto per mezzo delle parole. I salmi, il Padre Nostro, le preghiere mariane, quelle che si recitano a tavola, in strada o al capezzale dei malati, o ancora la cosiddetta 'preghiera di Gesù' che oggi riscopriamo in Occidente, sono altrettante formule e usi in cui le parole ci pongono alla presenza di Dio e ci consentono di vivere della sua alleanza. Nello stesso ordine queste formule ripercorrono curiosamente l'esperienza della vita di preghiera che i fedeli hanno seguito, dai primi secoli ai nostri giorni. Quasi senza volerlo, seguendo l'evolversi di queste formule il libro ci fa attraversare più di venti secoli di preghiera. La matrice di ogni preghiera resta il salmo, e di conseguenza il capitolo che vi è dedicato. Anche il Padre Nostro, nella sua struttura raccolta, contiene tutto ciò che può desiderare o sperare il cuore di un battezzato. Questi due capitoli sono le colonne portanti che sostengono l'intera costruzione, mentre un arco unisce il punto di partenza, 'la preghiera originaria' anteriore a ogni formula verbale, al limite estremo dell'arte della preghiera, il silenzio (ultimo capitolo ) (5).
Il balbettio delle parole che rivolgiamo a Dio per pregare si accompagna sempre a tratti di silenzio. C'è il silenzio al di qua di ogni espressione verbale, dove il verbo non è ancora formato, e c'è il silenzio più forte e più ricco di tutte le parole, che possono solo infrangersi nel meraviglioso al di là delle parole. La preghiera vocale di Anna nel tempio di Silo aveva un'eco nel silenzio, là dove senza parole essa «sfogava il suo cuore davanti al Signore». Allo stesso modo il grande Paolo in ognuna delle sue lettere esorta i suoi fratelli e sorelle a pregare senza sosta, a lodare e benedire, e testimonia di non essere egli stesso altro che preghiera di intercessione e azione di grazie per loro, e tuttavia confessa: «Non sappiamo come dobbiamo pregare». Anche lui dunque sperimenta nella sua vita di preghiera una zona che sfugge a ogni comprensione, alla presa della volontà o all'esercizio di un metodo. E aggiunge subito dopo: «Ma lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Con quest'ultima espressione egli mette a tema un mistero arcano che intriga e affascina ancor oggi tutti coloro che riflettono e si interrogano sulla preghiera. Al fondo della nostra vita di preghiera lo Spirito emette un gemito che intercede nel bene per tutti noi. Questi 'gemiti' non sono ancora parola, precedono ogni suono articolato, lo attraversano e lo superano al tempo stesso, poiché anche quando le parole si sfiancano non cessa nel profondo di noi stessi il grande gemito divino. Tutta la nostra ricerca lungo queste pagine non dovrà mai perdere di vista questo insegnamento essenziale dell'apostolo: al centro di tutto il vortice di preghiere con le nostre parole e le nostre formule, uno Spirito è all'opera e viene in aiuto alla nostra debolezza e geme, supplica e intercede «con gemiti inesprimibili». Riscoprire nell'esperienza cosa esattamente significhino queste due ultime parole, è senza dubbio fra i segni dei tempi più caratteristici della nostra generazione. Costituisce il filo rosso che tiene insieme questa raccolta di studi sulla preghiera.

 

[1] «Fare poesia non è arte, suvvia/ non è arte/ Fare poesia è nell'ordine del dono, /di un dono di Dio» (Guido Gezelle, prete e poeta, morto nel 1899).
[2] Giovanni Climaco, Scala Paradisi (280 gradino, sulla preghiera), SEI, Torino 1941, vol. II, p. 290.
[3] Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici (traduzione M. Gallo), Città Nuova, Roma 1984, pp. 144-146.
[4] Notiamo il gioco di parole in fiammingo fra 'kunst' (arte, tecnica e dunque anche prodezza) e 'gunst' (favore, dono, pura grazia).
[5] Nella nostra opera Le tre colonne del mondo. Vademecum per il pellegrino del XXI secolo (Qiqajon, Comunità di Bose, 1992) il capitolo centrale (Il dono della preghiera) è un piccolo trattato sulla preghiera (pp. 85-136). L'intenzione che lo guida corrisponde essenzialmente a quella che attraversa anche queste pagine. Pregare sembra di fatto seguire un movimento unico, sempre nuovo e sostanzialmente identico.

 

I. La preghiera originaria

«Non posso più pregare». «Non ci riesco più! Non mi dice più niente...». Brevi frasi come queste ricorrono spesso nella direzione spirituale. Scorrendo la corrispondenza di dom Chapman, un benedettino inglese dell'inizio del secolo scorso, consigliere prezioso per la preghiera, si constata che anche allora le anime erano insoddisfatte di sé e della loro preghiera!. Forse ci scontriamo qui con un fenomeno comune: le anime che pregano a un certo momento si lamentano di non poter più pregare come una volta.
C'è qualcosa di commovente in questa confessione: vi si riconosce il desiderio autentico di pregare veramente, che esige di essere rispettato e non scoraggiato. Una certa nostalgia traspare anche dall'osservazione: «una volta riuscivo a pregare». Ricordo un'anziana donna, prozia di un'amica, che andavamo insieme a trovare in uno dei quartieri poveri di Bruxelles. Essa ci parlava sempre di una deliziosa piccola chiesa a Courtrai, completamente scomparsa sotto i bombardamenti, in cui le capitava di pregare - smaokelijk bidden - pregare di gusto, poiché il luogo era così bello. Pregando avrebbe potuto «perfino schiodare Nostro Signore dalla croce», tanto la sua preghiera era intensa, ricordava. Nell'esperienza della preghiera ci si ricorda di aver pregato con fervore e abbandono. Sentiamo lo stesso lamento, rafforzato dal ricordo di un passato di festa, nel salmo:

Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: 
attraverso la folla avanzavo tra i primi
fino alla casa di Dio,
in mezzo ai canti di gioia
di una moltitudine in festa (Sal 41,5).

Nell'antica liturgia latina della messa lo stesso grido di gioia nostalgica, tratto dal medesimo salmo, risuonava ogni giorno ai piedi dell'altare: Ad Deum qui laetificat juventutem meam («a Dio che rallegra la mia giovinezza!» ).
Ma non c'è in questo lamento un briciolo di esagerata inquietudine? Senza dubbio ci vorrà del tatto per accompagnare persone abitate da un così bel desiderio: come condurle a non provare più il minimo turbamento a causa della qualità della loro preghiera? Ogni volta che qualcuno viene da me con questa sofferta constatazione: «Non posso più pregare», sento una vocina dentro di me che mi dice: «Finalmente!» o ancora: «Ora potremo cominciare!» .
Infatti l'indifferenza o la 'noncuranza' - l'amerimnia, come la chiama la liturgia orientale - è essenziale per penetrare più oltre nella casa della preghiera. Già Paolo ce lo insegna, quando in un breve passo delle sue epistole ci fa cogliere come disporci interiormente alla preghiera:

Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù 
(Fil 4,6-7).

Questi due versetti contengono una catechesi abbastanza solida sulla preghiera. Paolo ci tende una scala sulla quale possiamo distinguere almeno sei scalini:
1. non avere preoccupazioni;
2. 3. 4. 5. le «domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti» (l Tm 2,1) formano insieme quattro diversi tipi di preghiera2. Sono disposte secondo un ordine crescente dove
l'azione di grazie (eucharistia), sempre citata all'ultimo posto, è vista come la più alta forma di preghiera;
6. la pace di Dio, superando ogni intelligenza, viene a riempire tutto il cuore e i suoi pensieri.
Per il nostro scopo è importante intendere qui l'esortazione ad allontanare tutte le preoccupazioni, presentandole a Dio e consegnandole a Lui sotto forma di «desideri, suppliche e azioni di grazie». Nella preghiera impariamo a credere che Dio stesso prende su di sé ogni preoccupazione che potrebbe gravare il nostro cuore. Al momento della preghiera, i nostri problemi, inquietudini e preoccupazioni sono più suoi che nostri.
Inoltre, impariamo che scopo ultimo della preghiera è la pace, che «supera ogni intelligenza». Chi è troppo attaccato alle proprie idee e vuole capire tutto, o misurare a che punto è arrivato, non conoscerà mai questa pace. Si farà ostacolo all'azione della grazia di Dio.
Tutto considerato, la nostra preghiera non ci appartiene, e chi vuole veramente pregare dovrà prima o poi riconoscere che la preghiera gli sfugge di mano da tutte le parti. Ci troviamo qui davanti alla conversione, decisiva nel cammino di una vita di preghiera. Contrariamente a questa preoccupazione troppo grande, può essere bene spiegare la pratica della preghiera sotto un altro aspetto: molto prima che io pensi o riesca a pregare sempre, una preghiera è già in atto. La mia preghiera non è originaria. Tutt'al più, tento di raggiungere una preghiera che c'è da sempre, segreta e anteriore a ogni sforzo.
Le Scritture ci rivelano questa 'preghiera originaria'. Prima ancora che tu ti applichi e ti dia da fare cercando di assumere sul tuo piccolo inginocchiatoio la posizione che hai imparata, sappi che Dio stesso, il Figlio e lo Spirito, ma anche la Chiesa universale, vegliano e pregano e ti sostengono, a tua insaputa. Apriamo di nuovo il libro delle Scritture per scoprirvi la testimonianza di questa preghiera originaria continua, in quattro differenti forme.

1. Il gemito dello Spirito

Lo Spirito prega.
Al cuore di tutto il creato, prega senza sosta.
Paolo ci rivela in modo impareggiabile questa preghiera
dello Spirito nella creazione. Nella sua presentazione dell'identità cristiana (vedi Rm 8, una vera sintesi), egli menziona il desiderio di gloria e di libertà che attraversa l'universo intero.

Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L'ardente aspettativa delle creature, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. Le creature infatti sono state sottoposte alla nullità non per loro volontà, ma per volontà di colui che le ha sottoposte - nella speranza che anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutte le creature gemono, e soffrono fino ad oggi le doglie del parto. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. In speranza infatti siamo stati salvati (Rm 8,18-24).

Questo passo è tanto celebre quanto oscuro. Ma la sua intuizione di base è chiara: la natura è attraversata da un'aspirazione incessante alla libertà e alla gloria, l'esistenza libera dei figli di Dio, coeredi del Cristo, primogenito di una moltitudine di fratelli (Rm 8,15-17.29). Con il nostro corpo mortale partecipiamo a questa aspirazione di tutto il creato. Tuttavia questa aspirazione in noi è animata e assunta dallo Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e che affretta il compimento: la nostra liberazione e la nostra glorificazione. Vediamo così come una preghiera originaria, balbettata, inarticolata ma costante anima la natura intera e ci attraversa anche con dei «gemiti inesprimibili» (Rm 8,26).
L'uomo dal cuore semplice e pacifico percepisce questa preghiera. Mistici e poeti discernono questa «musica del silenzio», questo canto di speranza che supera in bellezza tutto ciò che possiamo verbalizzare con delle parole.

Il cuore di tutte le cose
è un silenzio infinito.
Solo le cose cantano.
Il nostro canto è così breve, così fragile 
(Felix Timmermans) (3).

Il 'pellegrino russo' nel diciannovesimo secolo si era votato al silenzio e alla preghiera del cuore. Errando nelle steppe senza fine del continente russo, vede all'improvviso la natura aprirsi davanti a lui a tal punto da annotare:

E quando con queste cose in mente io pregavo nel profondo al cuore, tutto ciò che mi stava intorno mi appariva sotto un aspetto stupendo: gli alberi, l'erba, gli uccelli, la terra, l'aria, la luce, tutto sembrava dirmi che ogni cosa esiste per l'uomo, testimonia l'amore di Dio per lui, e tutte le cose pregavano e cantavano Dio e la sua gloria. Così compresi quella che la Filocalia chiama «la conoscenza del linguaggio di tutte le creature» e colsi la possibilità che ha l'uomo di dialogare con le creature di Dio (4).

San Giovanni della Croce, in una tradizione che risale a Taulero ed Eckhart, riassume tutto in una sentenza:

Una parola ha detto il Padre, 
che fu il suo Figlio,
ed essa parla sempre
in un silenzio eterno,
ed è nel silenzio
che deve essere ascoltata
dall'anima (Dits de lumière et d'amour, 99).

Beato chi vive nel silenzio abbastanza da percepire questa 'preghiera originaria' dello Spirito. Vive in lui una speranza indistruttibile, a volte impregnata dei 'dolori del parto', a volte invasa da una gioia incomparabile.

2. L'intercessione del Figlio

Gesù risuscitato è in preghiera.
Egli intercede senza sosta per noi. Mediatore tra cielo e terra, tra Dio e l'uomo, perora la nostra causa presso Dio e non cessa di accordarci la grazia, «lo Spirito che ci invia da parte del Padre» (Gv 14,26). Tutto il Nuovo Testamento testimonia questa fede in Gesù, «seduto alla destra del Padre»dove prega e intercede instancabilmente per noi. Lo testimoniano non solo Paolo o Gesù, ma anche l'autore della Lettera agli Ebrei, Giovanni il veggente dell'Apocalisse, o ancora Luca negli Atti (5).
La fede dei primi cristiani ha imparato a discernere questa preghiera e vi ha sondato le profondità dell'unica Pasqua di Gesù. Gesù è entrato nella morte con tanto abbandono, così solidale con l'uomo («questo è il mio corpo per voi, questo è il mio sangue versato per la moltitudine») e unito a Dio, nel consentire della sua volontà alla volontà del Padre, che continua a esercitare questa qualità fino alla morte e al di là della morte, e la sua dedizione è accolta da Dio in un presente eterno.
In senso analogo le tradizioni giudaiche parlano dei 'meriti dei Padri', cioè dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, la cui vita accompagna e guida la preghiera della comunità come una intercessione permanente. Così le tre ore della preghiera quotidiana corrispondono alla 'preghiera di Abramo' per l'ora del mattino, alla 'preghiera di Isacco' per quella il meriggio e alla 'preghiera di Giacobbe' per la sera (6).
Possiamo anche meravigliarci leggendo quanto dichiarò la piccola Teresa di Lisieux poco prima di morire: «Passerò la mia eternità in cielo a fare del bene sulla terra». Ma non ritroviamo in lei come negli altri la stessa intuizione?
Gesù dunque prega senza sosta, «in piedi alla destra di Dio», e intercede. Questa preghiera è anche ininterrotta, prosegue instancabile. Una fede penetrata di meraviglia e una contemplazione silenziosa di questo mistero cristico possono renderei presente e attuale questa preghiera, farei entrare e comunicare in essa.

3. La benedizione del Padre

Anche il Padre prega.
Fin dalla prima pagina della Bibbia troviamo una preghiera di benedizione di cui Dio è il soggetto. Infatti il settimo giorno si dice che il SIGNORE Dio «portò a termine il lavoro che aveva fatto». Questo atto di portare a termine o 'completare' si compie con altri tre verbi: «sabatizzò», tradotto con 'cessare' o 'riposarsi'; «benedisse» e «santificò»(vedi Gn 2,1-3). In Esodo 31 (v. 17; cfr. 23,12) si trova ancora un quinto verbo che qualifica ciò che Dio fa in questo settimo giorno: «riprende fiato». Invece di non fare assolutamente niente in quel giorno, quante cose compie Dio in
questo 'niente'! Gesù vi alluderà dicendo ai suoi contemporanei: «Mio Padre opera continuamente, e anch'io non smetto di operare» (Gv 5,17). In questa piccola lista di verbi c'è 'benedire', una delle forme più nobili della preghiera (Gn 2,3). La prima frase dell'epistola agli Efesini di spiega tutta la ricchezza di questo verbo, in tutte le direzioni:

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nei cieli ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale (Ef 1,3).

Noi benediciamo Dio in risposta alla sua benedizione che è originaria. Essa ci viene dal Padre che ci dona per mezzo del suo Figlio la pienezza delle benedizioni nello Spirito. L'evento in Dio è dinamico e si articola in modo trinitario. La preghiera di benedizione in Efesini si sviluppa sugli undici versetti seguenti, dove una nuova serie di verbi viene a dare un contenuto all'atto originale che ingloba la benedizione divina: scegliere, predestinare, salvare, colmare, ricapitolare, dare l'eredità, segnare con il sigillo, ecc. (7).
Anche in san Giovanni vediamo Dio - Padre e Figlio nello Spirito - pregare instancabilmente, in una continua reciprocità d'amore.
«Padre, glorifica tuo Figlio perché tuo Figlio ti glorifichi» (Gv 17,1). Tale è la preghiera di Gesù nell'ora della sua Pasqua, fra cielo e terra, al confine tra la vita e la morte, tra questo mondo e l'altro. In quest'ultima ora il Figlio glorifica il Padre con un atto d'amore fino in fondo (cfr. Gv 13,1). E il Padre continua a glorificare il Figlio, amandolo di un amore e di una gloria che ricordano l'amore e la gloria che precedono la creazione del mondo (17,5.24).
Un dialogo analogo si svolge in Dio al cuore del capitolo 12 dello stesso Giovanni: «Adesso la mia anima è turbata. Che dire? Padre, risparmiami quest'ora? Ma è per quest'ora
che sono venuto. Padre, glorifica il tuo Nome!». Una voce allora risuonò dal cielo: «Ho glorificato e di nuovo glorificherò» (12,27-28). Sia sulla terra che in cielo il Padre non cessa di glorificare il Figlio, e il Figlio non cessa di pregare: «Padre, glorifica il tuo Nome, questo nome di Padre che contiene il rapporto al Figlio, glorifica dunque tuo Figlio!». Questo scambio di glorificazione reciproca è l'opera dello Spirito. Gesù ce lo conferma: «Lui, il Paraclito, il Consolatore, mi glorificherà» (16,14).
Quella preghiera è la più centrale fra tutte le forme di preghiera. A prima vista può sembrare la più segreta, la più misteriosa, ma è di fatto la più essenziale, sottende tutto, penetra tutto e ingloba tutto ciò che esiste.

L'icona della Trinità di Rublev

L'icona della Trinità, dipinta dal santo monaco Andrej Rublev di Mosca, può venirci in aiuto e confermare la teologia della preghiera qui" esplicitata. I tre personaggi intorno alla tavola abbracciano di un amore eterno l'insieme della storia dell'umanità, colta nella tavola che è in mezzo a loro, intesa anche come un altare. La tradizione ha designato il colloquio fra i tre come il 'Gran Consiglio' in cui il Padre propone al Figlio l'incarnazione, e con essa la coppa posta al centro della tavola come al centro della storia. Il cerchio che circonda e ingloba i tre personaggi ruota intorno alla mano del Figlio, che si rapporta direttamente alla coppa in cui è dipinto un agnello (coperto in seguito, è vero, con un volto d'uomo). L'amore reciproco in Dio si concentra al cuore della storia nell'evento unico della morte pasquale di Gesù sulla croce al Golgota e nell'accettazione della coppa che il Padre gli porge (vedi Gv 18,11). Le tre figure intorno alla tavola benedicono ciascuna con la mano destra, e questo richiama la teologia dell'eucaristia in Oriente, dove la consacrazione è designata esplicitamente come l'opera delle tre Persone: «per la volontà del Padre e il consenso del Figlio e la forza dello Spirito», così Germano di Costantinopoli (XI secolo).

Un'altra lettura permette di discernere qui il ritmo della preghiera di Gesù, che a quell'epoca albergava nel cuore di ogni monaco in Oriente. Il santo monaco Andrej Rublev non sfuggiva certo a questa grande corrente di preghiera, attestata sia prima che dopo di lui. Nella sua icona palpita il mormorio incessante della formula: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi Pietà di me peccatore» (8). La successione delle tre figure, da sinistra a destra e poi ancora da destra a sinistra (seguendo il movimento degli scettri), dà vita a un flusso ininterrotto che corrisponde alla respirazione e alla preghiera che vi si innesta. Lo Spirito (a destra) è guida e madre: ci genera e ci insegna a dire «Signore Gesù» (infatti nessuno può dire «Gesù è Signore», se non nello Spirito, secondo l'insegnamento di Paolo, 1Cor 12,3). Il Figlio al centro si china «sul seno» del Padre e ne sonda le profondità in un abbandono d'amore. Pronunciando fino in fondo «Signore Gesù Cristo Figlio di Dio», ci si immerge con il Figlio nel seno del Padre, fonte di ogni santità e di vita. Il suo scettro si innalza diritto e il suo sguardo vigoroso si volge sicuro davanti a sé, «inviando lo Spirito» che è misericordia, pietà, perdono. Sotto questo sguardo pronunciamo: «abbi pietà di me peccatore». Il movimento da sinistra a destra si fa leggere in questo sguardo pieno di iniziativa e nel ritmo che passa da uno scettro all'altro, proteso sempre più verso destra.
L'iconografo ci presenta dunque un paradosso fra i più affascinanti: la preghiera più intima nel cuore di Dio - l'atto stesso di benedire e di consacrare - fa zampillare come una sorgente nel cuore del singolo orante, ma avvolge e ingloba al tempo stesso tutta la storia della salvezza biblica in un amore infinito, che si cristallizza al centro nell'atto libero con cui il Figlio si dona, bevendo il calice che il Padre gli offre. Rublev dipinge il proprio cuore abitato dalla Trinità che benedice, e offre una visione in cui l'universo e la storia sono circondati dall'unico amore trinitario che tutto abbraccia.

4. L'offerta pura della Chiesa universale

La preghiera nel cuore del monaco iconografo richiama la nostra attenzione su una quarta forma di preghiera continua, presente già prima che qualcuno si metta a pregare. C'è infatti ancora un'altra preghiera che vive da un capo all'altro del mondo, e non ha sosta: di notte come di giorno, singoli e comunità intere vegliano e pregano, intercedono e lodano. Prendiamo in esame anche questa preghiera: avremo di che stupirci e meravigliarci.
Il mondo della preghiera non comincia solo qui e ora, quando io cerco di pregare: questa consapevolezza è già chiaramente attestata nel tempo biblico, all'epoca dell'esilio babilonese e del ritorno. Consideriamo l'apertura di questo breve salmo dei poveri, animata da una stupefacente visione universale:

Alleluia! Lodate, servi del Signore, 
lodate il nome del Signore!
Sia benedetto il nome del Signore, 
ora e sempre.
Dal sorgere del sole al suo tramonto 
sia lodato il nome del Signore!

Su tutti i popoli eccelso è il Signore, 
più alta dei cieli è la sua gloria. 
Chi è pari al Signore nostro Dio 
che siede nell'alto
e si china a guardare
nei cieli e sulla terra?

Solleva l'indigente dalla polvere, 
dall'immondizia rialza il povero... (Sal 112,1-7).

Questa comunità di servi del Signore non ha limiti né nel tempo né nello spazio («dal sorgere del sole al suo tramonto», «ora e sempre»), e abbraccia in un solo colpo d'occhio l'alto e il basso, il vicino e il lontano, perché così agisce il Signore che volge lo sguardo al povero, alla sterile, all' oppresso e li rialza, li fa vivere, restituisce loro la felicità: «madre felice nei suoi figli»!
Il libretto profetico conservato sotto il nome di Malachia conferma la stessa intuizione nella parola dell'oracolo: «Poiché dall'oriente all'occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una
oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti» (Mal 1,11). La terza preghiera eucaristica della liturgia latina, dopo la riforma del Vaticano II, adotta questo passo di Malachia, considerando realizzata la profezia nella celebrazione eucaristica vissuta «dal sorgere del sole al suo tramonto». In essa prende forma 'l'oblazione pura' annunciata dall'oracolo (9).
Anche nel Nuovo Testamento si incontra in diversi passi la medesima intuizione.
Paolo descrive in Romani tutta la sua attività apostolica con la grande metafora cultuale di un sacrificio universale: «(Dio) mi ha destinato a essere ministro ('liturgo') di Cristo Gesù tra i pagani, ministro ('sacerdote') del Vangelo di Dio, perché i pagani divengano un'offerta gradita, santificata dallo Spirito santo» (15,16).
Decisamente meno metaforico, ma non meno forte, è il passo tratto dalla prima a Timoteo, dove l'apostolo insiste sulla preghiera d'intercessione nella Chiesa. Paolo auspica che essa si faccia «in ogni luogo» e «per tutti gli uomini». Al centro di questa esortazione C sta il Cristo, unico mediatore, che compie l'intercessione con la sua oblazione pura. Questo fuoco centrale è attorniato (B e B') all'esplicitazione della volontà salvifica universale di Dio e del ruolo specifico e personale di Paolo riguardo ai popoli. La struttura concentrica del passo sottolinea l'idea principale: tutti pregano per l'universo, secondo la volontà di Dio che nella sua unità ha posto al centro dell'umanità il Cristo Gesù, unico mediatore
per tutti. Questa preghiera non domanda nulla, se non che «la volontà di Dio si compia», e la sua volontà esplicita è «che tutti gli uomini siano salvati». È difficile essere più semplici e più universali:

(A) Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.

(B) Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.

(C) Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l'ha data nei tempi stabiliti,

(B') e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo - dico la verità, non mentisco - maestro dei pagani nella fede e nella verità.

(A') Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche (1Tm 2,1-8).

Tutte le catechesi successive sulla preghiera si ispireranno a questo passo fondamentale, che siano i Padri della Chiesa, gli scolastici o anche i moderni, come testimoniano il Libro della Fede dei vescovi del Belgio (1985) o ancora il Catechismo della Chiesa cattolica (vedi specialmente §§ 2634-2636). La disposizione concentrica, rilevata dallo schema A, B, C, A', B', privilegia al centro la parte cristologica e kerygmatica: Gesù vi è dichiarato l'unico mediatore fra Dio e gli uomini. Intorno a questo solido nucleo è costruita la parte ecclesiologica e esortativa. L'universalità, che oltrepassa le frontiere della Chiesa visibile, appare in tutti i paragrafi (vedi le parole stampate in corsivo). L'«Uno per tutti», contemplato da Paolo in 2 Cor 5,14, riceve qui una nuova presentazione, al centro stesso della catechesi della preghiera.
Questa quarta forma di preghiera continua ci introduce con tutta naturalezza alle numerose preghiere istituzionali
della tradizione giudeo-cristiana: le 'preghiere dei fedeli', chiamate anche a buon diritto 'preghiere universali', e le litanie. C'è inoltre una manifestazione particolare che visualizza, per così dire, questa preghiera continua da parte del mondo intero: sono le piccole candele che bruciano davanti alle icone, negli innumerevoli santuari mariani o davanti alla riserva eucaristica custodita nei tabernacoli. Questo fenomeno visibile corrisponde a una realtà più profonda: una laus perennis o lode perpetua è attestata dovunque e appartiene al cuore della preghiera autentica. Vivere è lodare, e non lodo veramente se non lo faccio senza misura e continuamente. Chi non ha scoperto il modo di pregare senza sosta, sa che cosa è la preghiera? I poveri o 'anawim di tutti i tempi testimoniano che la preghiera di lode deve essere universale nello spazio come nel tempo. Solo allora la nostra preghiera potrà in qualche modo raggiungere la dignità di Colui che è al tempo stesso l'origine e la fine della nostra esistenza orante. In ogni modo, non riusciremo mai a lodarlo come si deve, come ci insegna il sapiente Ben Sirach: «Chi può glorificarlo come merita?» (42,17; 43,30-32). La visione di una comunione dei santi che lo loda da un capo all'altro del mondo evoca spontaneamente e si associa senza difficoltà all'altra visione, ben conosciuta, di Dio attorniato da cori innumerevoli di angeli la cui lode non ha misura né fine.

Conclusione

Una preghiera che precede la nostra volontà di pregare è sempre già in atto, ben prima che noi cominciamo. Cerchiamo di ricordarcene, tranquilli e fiduciosi, sia insegnando a pregare ai bambini, sia al capezzale di un malato che si lamenta di non poter più pregare. Attraverso la 'preghiera originaria', la preghiera difficile ritrova una possibilità nuova.
Da tutto ciò che precede possiamo ricavare più forme di preghiera continua:

a. la preghiera ancora muta, gemito segreto al cuore di tutto il creato, che ha di mira la libertà e la gloria dei figli degli uomini;

b. l'intercessione del Signore risuscitato;

c. la glorificazione reciproca incessante del Padre e del Figlio nello Spirito;

d. l'orazione perseverante di comunità e individui in fedeltà e povertà spirituale.

È possibile pensare che queste quattro 'preghiere' ne formino in realtà una sola. Ciò che geme nella creazione in maniera ancora in articolata diventa chiaro nell'intercessione del Figlio, mentre la mediazione fra Dio e gli uomini si vede superata ma anche sorretta intimamente dall'amore che, secondo la testimonianza di san Giovanni, non cessa di glorificare in Dio l'altro da sé. Questo amore vicendevole e glorioso è più antico della creazione e precede dunque quel gemito che Paolo ha potuto discernere. Esso abita la fedeltà di questa preghiera universale, attestata in ogni luogo e in ogni tempo.
In ciascuna delle quattro forme di preghiera possiamo riconoscere la presenza di un abbandono, il gesto di chi si dona tutto intero e gratuitamente. Al centro dei cerchi di preghiera vediamo l'amore del Padre, sorgente che zampilla al cuore del mondo, che al tempo stesso ingloba l'universo intero e tutte le galassie, anteriore alla loro origine più lontana.
Così, la preghiera effettiva dell'uomo non è niente di più e niente di meno che inserirsi, in un modo o nell'altro, in una di queste quattro forme. A volte prenderanno il sopravvento il gemito inesprimibile e i dolori del parto (Rm 8,23), a volte la partecipazione lucida e generosa all'intercessione universale di Gesù. Ma anche la glorificazione che unisce il Figlio al Padre in un amore eterno potrà visitare il nostro cuore, una volta che esso sia «radicato e fondato» nell'amore cristico (vedi Ef 3,17s.). Comunque sia, un solo Spirito nutre la nostra preghiera, e in ciascuna delle forme descritte lo Spirito prende di mira il disegno della creazione che Dio, fin da prima di tutti i secoli, si era proposto. La finalità è dunque ben conosciuta: la PACE indescrivibile che supera ogni intelligenza o ancora la GLORIA divina che coincide con la libertà dei figli di Dio.
Almeno una cosa è certa fin d'ora: non potremo raggiungere una di queste quattro forme, se perdiamo la pazienza. Più facciamo silenzio e siamo calmi, meglio sarà. Beati i cuori puri, perché vedranno Dio. Beati i poveri, perché il Regno appartiene loro. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati coloro che si battono il cuore compunti, perché ricevono il Consolatore. Ciascuna di queste quattro beatitudini trova una particolare applicazione nel mondo della preghiera. Silenzio, fiducia, abbandono, spoliazione, recettività: questa è la dotazione di chiavi che bisogna sempre avere in tasca dal momento in cui si dice: «Non riesco più a pregare».
Un cappellano d'ospedale psichiatrico mi affidò un giorno un'intera raccolta di preghiere. Le aveva redatte una delle pazienti. Rimasi colpito da questa:

Signore, eccomi.
Mi sarebbe piaciuto pregarti
ma temo di non avere gran che da dire. 
Non so/non posso pregare:
ma almeno vengo a mettermi davanti a Te, 
alla tua presenza.

Signore, so che sei qui.
So che ci sei per me.
So che mi aspetti qui.
Avverto, Signore,
che forse sei perfino contento e commosso 
che io venga a Te.
E tuttavia non ho nulla da dire.
Non posso pregare.
Eccomi vicino a Te.
Sedermi e non dire nulla.
Essere seduta accanto a Te, e nient'altro. (...)

Grazie, Signore,
avrò comunque pregato, 
senza saper come.
Grazie per questa preghiera 
e per tutto.
Amen.

Il saggio dom Chapman, che abbiamo citato all'inizio di questo capitolo, insegna quasi a ciascuna delle sue corrispondenti questo bel paradosso, leggermente condito di un pizzico di humour britannico: «Nella preghiera potete donarvi a Dio con tutta la vostra incapacità di pregare» (10).

 

NOTE

[1] Dom H.-P. Chapman, Lettres spirituelles (trad. E. Roustang), Paris 1949.
[2] I Padri della Chiesa citano spesso Fil 4,6 insieme con 1 Tm 2,1 ( «Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini»). Nei due testi si trovano quattro espressioni che formeranno la grammatica dei trattati patristici sulla preghiera. Sia nel Libro della Fede dei vescovi del Belgio (1987, p. 84; 201-206 nella versione olandese) sia nel Catechismo della Chiesa cattolica (1993, §§ 2626-2649) ritroviamo l'antico schema che ci è familiare.
[3] De kern van alle dingen
is stil en eindeloos.
Alleen de dingen zingen.
Ons lied is kort en broos (F. Timmermans, in Adagio).
[4] Vedi Racconti di un pellegrino russo (a cura di C. Campo), Rusconi, Milano 1973, pp. 57-58. La Filocalia è una raccolta antologica composta in greco alla fine del XVIII secolo; il pellegrino in questione ne possedeva una traduzione in slavo antico.
[5] Per Paolo vedi specialmente Rm 8,32; per Giovanni, oltre a Gv 17, vedi 1 Gv 2,1-2 ( «nostro avvocato»); per Ebrei vedi 7,25 e 9,24; Ap 1-3; e Luca in At 7,5556, con la visione di Stefano.
[6] Vedi Rabbi Elie Munk, The World of Prayer. Commentary and Translation of the Daily Prayers, NewYork 1961, pp. 5-10. «Ciascuna delle tre preghiere quotidiane (servizio del mattino, del meriggio e della sera) fu stabilita da uno dei patriarchi. I Saggi determinarono successivamente che queste preghiere servissero per l'uso di tutti, in corrispondenza con i tre sacrifici praticati al Tempio» (p. 5).
[7] Nel Catechismo della Chiesa cattolica si troverà una notevole ripresa di questa grande benedizione di Ef 1, con commento, all'inizio della seconda parte, dove è presentata la vita sacramentale e liturgica. Vedi §§ 1077-1083.
[8] Nel capitolo VI analizzeremo più a fondo questa preghiera detta 'di Gesù'.
[9] Il testo liturgico dice fra l'altro: «Continui a radunare intorno a te un popolo che da un confine all'altro della terra offra al tuo nome il sacrificio perfetto». «Da un confine all'altro della terra» traduce l'espressione latina originale «dal sorgere del sole al suo tramonto» - a solis ortu usque ad occasum.
[10] Dom Chapman, Lettres spirituelles, p. 176.