PICCOLI GRANDI LIBRI   Benoit Standaert
Come si fa a pregare

Alla scuola dei salmi con parole e oltre ogni parola

Titolo originale: In de school van de psalmen. Bidden met woorden en voorbij alle woorden
Traduzione di Maria Luisa Milazzo
Vita e Pensiero 2002

I. La Preghiera originaria

II. Pregare con i salmi III. Pregare il «Padre Nostro»

IV. La Preghiera e Maria
L'Ave Maria
Il rosario
L' Angelus
La Salve Regina

V. Pregare a tavola, in viaggio e al capezzale del malato

VII. Il silenzio, o la preghiera perfetta
VI. La preghiera di Gesù  

IV. La preghiera e Maria

«De Maria numquam satis». Su Maria mai abbastanza, avrebbe detto san Bernardo di Chiaravalle (1). Evitiamo tuttavia di esagerare, come mette in guardia saggiamente papa Paolo VI (2). Daremo qui solo pochi cenni sulla preghiera mariana: che siano in tutto degni di Maria e servano a ravvivare la libertà dei figli di Dio.
Maria stessa è preghiera (3). Il Nuovo Testamento la caratterizza dall'inizio alla fine come una presenza arante. La nostra preghiera mariana vuole introdurci nella prossimità della sua preghiera e farcene partecipi: silenziosa, libera, pura e continua.

O Maria che sei presente,
tu sei buona, io non voglio niente, 
ricordati di me povera anima
e ti offrirò un'Ave Maria.
(Guido Gezelle) (4)

Non è necessario scrivere molto sulla preghiera mariana: chi la pratica l'ha imparata a memoria, senza studiare libri né articoli. Quasi tutte le preghiere mariane familiari sono trasmesse a memoria, di generazione in generazione, senza passare dalla scrittura. È così in particolare per il rosario e l'Angelus. Ma vale sempre la pena di analizzare più da vicino queste tradizioni orali: sono solide e pregnanti, ben più di quanto si supporrebbe quando le si recita per abitudine.

L'«Ave Maria»

Cos'è l'Ave Maria, se non una collana formata da due, tre perle tutte riprese dalle Scritture, e annodate da una pietra preziosa, il nome di Gesù?
Innanzitutto salutiamo Maria con le parole dell'arcangelo Gabriele. In sé questo è già enorme: ci rivolgiamo a lei, riservandoci il ruolo dell'arcangelo. Siamo degni di assumere questo sublime ruolo angelico? Nel famoso affresco del Beato Angelico al convento di San Marco a Firenze, vediamo l'angelo inchinarsi con tutto il suo essere davanti all'immenso mistero che riposa su Maria e sulla sua elezione come umile vergine. E Maria, da parte sua, risponde a questo saluto con una riverenza altrettanto profonda. Ritegno reciproco dell'inviato di Dio davanti alla nuova Eva e della serva davanti al messaggio del suo Signore. Chi pronuncia le prime parole dell'Ave Maria prende il posto che occupa Gabriele nell'indimenticabile pagina di Luca 1.
Al saluto dell'angelo («Ti saluto, Maria, piena di grazia, il Signore è con te») in cui risuona tutta la Bibbia, dalla Genesi a Isaia e Zaccaria (5), la preghiera aggancia le parole di Elisabetta, la cugina di Maria, al momento del suo saluto nell'episodio della Visitazione. «Tu sei benedetta fra tutte le donne (questo si dice di Giuditta, vedi Gdt 13,18; 15,10, e fa eco a ciò che si
dice di Giaele in Gdc 5,24) e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù» (l'espressione si trova tal quale nel libro dell'Alleanza, al momento delle benedizioni finali, vedi Dt 28,4).
Queste parole sono linguaggio umano, non più angelico. Si può dire che c'è un abbassamento, ma anche Elisabetta è incinta, e prendendo la parola sa di essere ispirata dallo Spirito Santo. La duplice benedizione pronunciata su Maria e sul bambino, che noi ripetiamo dopo di lei, è sorretta dalla sua pienezza nello Spirito Santo e dalla sua gravidanza messianica. Anche qui, cosa comporta questo per la nostra preghiera? Ripetiamo queste note parole come se potessimo anche prendere parte a questa grazia messianica e lasciare veramente che lo Spirito preghi in noi.
Maria è benedetta, come è benedetto il bambino nel suo seno. Questa corrispondenza rivela al cuore orante come la prima benedizione sia fondata sulla benedizione che viene dal bambino messianico, Gesù. La duplice benedizione della madre e del bambino ci scopre tutto il mistero dell'identità mariana: Maria nel suo 'sì' è totalmente libera e indipendente, ma al tempo stesso, dall'interno e da prima, è salvata e liberata dal 'sì' del suo figlio divino.
Dopo questo duplice saluto appare il nome proprio di Gesù. Con quello di Maria all'inizio, è la sola cosa che la pietà aggiunge alle citazioni di Lc 1,28 e 1,42. Quanto è bella dunque questa scoperta: l'antica e venerabile Ave Maria tramandata dalle lontane origini (IV secolo?) fino a oltre il dodicesimo secolo, si limitava a due citazioni dalla Scrittura e a due nomi propri, con il nome di Gesù posto a sigillo. L'Ave Maria all'origine era dunque semplicemente un doppio saluto biblico, che sfociava in una 'preghiera di Gesù'. Ancorato nella Bibbia stessa, nella parola di Dio, questo doppio saluto angelico e umano ci conduce al santo nome: Gesù. The rest is silence.
È anche bene, pregando adagio le decine, pronunciare il nome benedetto di Gesù con una certa rispettosa insistenza, come una genuflessione dell'anima. Fra i modi piùliberi e creativi di pregare il rosario alcuni, in particolare nella tradizione dei Padri domenicani, hanno proposto di qualificare ogni volta il nome: «Gesù che ci salva dalla morte. ..», «Gesù che si è fatto uomo per noi e per la nostra salvezza», ecc.
O ancora di aggiungervi ogni volta un altro titolo cristologico: 'Gesù il Salvatore', 'Gesù nostro Redentore', 'Gesù nostro Maestro', 'Gesù nostro Fratello', 'nostro Amico', 'il Cristo, il Figlio del Dio vivente'. Spesso si raccomanda anche di fare riferimento al mistero sul quale si medita durante la decina: 'che si è risvegliato dai morti' o 'che verrà nella gloria'.
Analizzando così il primo movimento dell'Ave Maria, vediamo che parole bibliche estremamente dense ci conducono al grande mistero dell'incarnazione. Il clima è quello di un santo timore, ma anche di una lode gioiosa davanti alla pienezza di misericordia che ci si avvicina.
La seconda parte dell'Ave Maria forma una seconda preghiera, con una nuova invocazione: «Santa Maria, madre di Dio» e la supplica «prega per noi». Nella sua semplicità, essa contiene tuttavia un sottile movimento. Infatti noi preghiamo e, al tempo stesso, 'chiediamo a Maria: 'Prega per noi'. Forse chi prega non si fida della propria preghiera? Sentiamo qui la fine psicologia e la pia astuzia dell'uomo del basso Medioevo. Egli sa bene che quando prega si rivolge direttamente a Dio, ma Maria è così vicina al grande Re - non è forse la 'Madre di Dio'? - e al tempo stesso mai veramente lontana da noi, che ci si volge fiduciosi a lei: sia lei a pregare Dio e esprimere le suppliche che vogliamo presentargli (6). Come giustificazione di questo sottile stratagemma si può invocare il sacro rispetto e la povertà spirituale confessati nell'espressione: peccatoribus, tradotto popolarmente con 'poveri peccatori'.
Le ultime parole: «adesso e nell'ora della nostra morte. Amen» costituiscono il finale adeguato della preghiera, non
doxologico (al contrario del Padre Nostro), ma realisticamente escatologico, nella stessa linea del peccatoribus che sorge dal fondo del cuore.
È commovente la vicinanza di quest'ultima invocazione a due preghiere bibliche care ai primi monaci. Prima, e soprattutto, la preghiera del pubblicano nella parabola di Gesù: «Mio Dio, abbi pietà di me che sono peccatore!» (Lc 18,13). I monaci la riprendono, rivolgendola a Gesù stesso: «Signore, abbi pietà di me, peccatore» (vedi per esempio san Benedetto, nella sua Regola, cap. 7). L'espressione: «nell'ora della nostra morte» ricorda poi la preghiera esemplare del buon ladro ne: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno» (Lc 23,42). Quest'uomo, al momento della morte, riceve da Gesù la risposta: «Oggi sarai con me in paradiso».

Poveri peccatori e preghiera continua

Jean Lafrance, presentando la corona del rosario, esprime questa convinzione: solo i cuori contriti che prendono sul serio le parole: 'poveri peccatori' riescono a pregare davvero ininterrottamente (7). Qui in effetti si raggiunge il punto più basso nel movimento compiuto dall'Ave Maria. È bene che chi prega non eviti questo momento forte. È una questione di qualità, più che di quantità; una questione di 'cuore'. «Se hai un cuore, puoi essere salvato», diceva il padre del deserto abba Pambo (IV secolo).
Oggi però sento dire abbastanza spesso: 'non so se ho un
cuore'. È forse un fenomeno tipico del nostro tempo? 'Dov'è il mio cuore?' Chi è bloccato su questa domanda, scelga la via più breve: spezzi il suo cuore! «Nessun cuore è così coerente quanto il cuore spezzato» (maestro chassidico). E «tu non respingi, Dio mio, un cuore spezzato e umiliato» (Sal 51,19). Quando il cuore è spezzato si può pregare, pregare incessantemente. Se si prova vergogna a mantenere aperto per Dio un cuore contrito e a pezzi, ci si allontana dalla meta che è la preghiera continua. Il convertito Paul Claudel lasciò entrare Gesù vincendo la propria vergogna e conobbe così la sorgente della gioia cristiana: «Gesù, interiore più della vergogna». Beati coloro che ripetendo la semplice espressione: 'poveri peccatori' riescono a spezzarsi il cuore: vedranno da vicino la gloria di Dio. Isacco il Siro scriveva già: «Scendi nel più profondo di te, umiliati, e al di sotto del punto più basso di te vedrai la gloria di Dio».

Il rosario

Il rosario è la sistematica ripetizione dell'Ave Maria in tre campate di cinque decine per volta, che equivale al numero dei salmi nel salterio. I figli di san Benedetto e i canonici avevano curato molto la recita dei salmi, tanto che questa preghiera di anime semplici era ormai considerata difficile e sempre più riservata ai monaci del coro o agli specialisti. Sappiamo, per esempio, quanto questa preghiera fosse difficile per gli ordini mendicanti dei secoli XII e XIII. San Francesco costruì un salterio personale, con nuove composizioni riprese da alcuni salmi e soprattutto dai cantici biblici dell'Apocalisse (8). Meno numerosi, più facili da mandare a memoria, erano ripartiti su una settimana e ripetuti spesso. Nella più antica regola del Carmelo (cap. VIII) nel tredicesima secolo si consiglia ai frati, quando pregano nella loro cella e non sono in condizione di recitare i salmi, di scegliere il Padre Nostro come formula di preghiera e ripeterla 7, 15,25 o 50 volte, a secondo di quanto tempo si dedica all'orazione (9).
Apparvero così delle corone con 150 nodi o grani, chiamate 'paternoster', un nome ancora in uso nella nostra regione per indicare il rosario. Il Padre Nostro ripetuto divenne così a poco a poco il nuovo salterio dei poveri e dei fedeli in Occidente. A questa evoluzione ha contribuito in misura non
trascurabile il fatto che i salmi venivano recitati in latino, lingua ormai estranea ai più.
I Domenicani - l'altro ordine mendicante importante, sorto anch'esso all'inizio del XIII secolo - si impadronirono della preghiera di Maria, allora molto diffusa, e la abbinarono ai 'Padre Nostro'. Questa pratica diede luogo nei secoli a parecchie forme di rosari, fra cui quello di Colonia è oggi il più conosciuto nella Chiesa d'Occidente. Il papa domenicano Pio V ufficializzò questa preghiera con una bolla, il 17 settembre 1569.

Tre volte cinquanta

Le tre campate con le 150 Ave Maria formano una cattedrale. Attraversiamo prima cinque Misteri gaudiosi, cinque momenti chiave nel Vangelo dell'infanzia secondo san Luca:
- l'annunciazione a Nazaret
- la visita di Maria a sua cugina Elisabetta in Giudea
- la natività a Betlemme
- la presentazione di Gesù al tempio. con Simeone e Anna
- il ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio fra i dottori della Legge.

Con i cinque Misteri dolorosi ripercorriamo cinque momenti della Passione:
- l'agonia al Getsemani
- la flagellazione
- l'incoronazione di spine
- il trasporto della croce
- la morte sulla croce.

Il momento centrale - l'incoronazione come re dei Giudei - è anche il vero centro del racconto della passione secondo san Giovanni (19,1-3, a sua volta il centro delle sette scene in cui Pilato è messo a confronto con Gesù). Vi vediamo Gesù, incoronato re e insieme schernito. Vengono in mente le numerose rappresentazioni medioevali del 'Cristo oltraggiato' .

Gli ultimi cinque sono i Misteri gloriosi, in cui seguiamo il calendario liturgico di Pasqua fino oltre la festa del 15 agosto. 
- la Resurrezione
- l'Ascensione
- la Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo sugli
apostoli e su Maria
- l'Assunzione
- l'incoronazione di Maria in cielo (vedi la festa dell'ottava del 22 agosto) (10).

Queste tre campate ci riportano uno schema conosciuto, facile da memorizzare. Spazio e tempo sono logicamente ordinati e corrispondono sia a schemi biblici, ripresi da san Luca soprattutto, sia al calendario liturgico.
I quindici misteri ci fanno entrare per così dire in una cattedrale gotica con tre navate ciascuna a cinque volte. Il ritmo interno: dalla gioia all'afflizione e dall'afflizione alla gloria, è profondamente biblico. Il clima di gioia in apertura ricorda l'inizio del Vangelo di Luca. La dinamica dell'insieme ricorda quella del libro dei salmi: dal lamento alla lode - lamento esso stesso radicato in una lode che precede. Il rosario segue la logica della speranza.
Romano Guardini fa osservare che non bisogna mai aver fretta quando si recita la corona. Perché la ripetizione sia produttiva, bisogna introdurvi un rallentamento, coniugato all'attenzione, - quella del cuore che genera la vita. Egli scrive: «Per recitare il rosario occorre una fede viva; ma anzitutto saper far silenzio e meditare. Dirlo in fretta, a prescindere dalla mancanza di rispetto a Dio, non ha senso; esso dev'essere seguito lentamente e pensosamente. Se non c'è tempo di dirlo tutto basta recitarne una parte; meglio poco e bene che tutto e male. (...) Per chi ha preso confidenza col rosario, questo diventa come un silenzioso e recondito paese, dove egli può andare e stare tranquillo; o come una cappella, le cui porte gli sono sempre aperte e nella quale egli può portare quello che più gli sta a cuore» (11). Una mamma, professore di antropologia culturale nel nostro Istituto di Pastorale, si ritirava tutti i pomeriggi con le sue due bambine nella cappella al primo piano. Recitavano il rosario insieme. La mamma commentava semplicemente: «È così salutare, così pacificante».

Contemplazione

La successione dei quindici misteri richiede un certo allenamento. Infatti è una pratica contemplativa tipicamente medioevale: si immaginava la scena e si passava da una scena all'altra come in una via crucis. Si ricordava l'episodio e si cercava di esservi presenti con lo spirito, come il Beato Angelico dipingeva un frate in un cantuccio nelle scene bibliche, nelle celle dei suoi confratelli al convento di San Marco (Firenze). I padri del deserto in Egitto conoscevano già questa forma di meditazione. Abba Isacco racconta di aver trovato l'abate Poemen in estasi nella sua cella. All'insistenza dell'amico, Poemen confessa finalmente dove era in spirito: «Ero con la madre di Dio, sotto la croce. E piangevo tanto. E vorrei sempre piangere così». Il monaco si è introdotto nella scena assumendo il ruolo del 'discepolo che Gesù amava'.
Il rosario ottiene forza quando, oltre al conforto recato dalla ripetizione delle formule, sappiamo anche prestare attenzione a questa dimensione contemplativa della nascita, della passione e della resurrezione di Gesù. Il cuore sperimenta la crescita salvifica che attraversa la vita di Gesù e di Maria. Oggi non poche persone cominciano la loro giornata con i misteri gaudiosi, fanno una pausa a mezzogiorno per meditare sui misteri dolorosi e concludono la giornata con la resurrezione di Gesù e la contemplazione della gloria che ci attende dopo il giudizio universale.

Jan van Ruusbroec ha scritto un piccolo trattato, Des VII clôtures (12). Si rivolge a una clarissa, Margareta de Meerbeke. Alla fine le raccomanda un esercizio preciso, da eseguire ogni sera, prima di coricarsi. Scrive: «Ogni sera arrivando davanti al tuo letto, se ne hai il tempo, ripasserai tre libretti che devi sempre portare con te». La cosa notevole di questo esercizio è che i suoi tre libretti sono sempre disponibili, ben riposti nello scrigno della memoria. Ruusbroec commenta la maniera di 'leggere' e di 'ripassare' ciascuno di questi 'scritti', ma in realtà l'anima contemplativa che esegue l'esercizio resta completamente libera di praticarlo a modo suo. Ruusbroec precisa: «Il primo libretto - vecchio e nero - lo leggi distesa per terra; al secondo, un libro bianco, ti sollevi e lo leggi in ginocchio; il terzo - blu e verde, scritto con oro fino - va letto in piedi con gli occhi levati al cielo». I colori e gli atteggiamenti del corpo ogni volta diversi sostengono la memoria e inculcano ogni volta lo stato d'animo conveniente per la pratica. Il primo libro concerne il ricordo dei propri peccati, il secondo contiene il ricordo della vita e della passione del Cristo, il terzo infine è il libro della vita eterna. Il diverso atteggiamento del corpo adottato per ciascun libro basta a ricordarsi tutto il contenuto.
Questo esempio, tratto dagli scritti del mistico Ruusbroec, ci fa intravedere come si pensava dovesse funzionare anche il rosario, con i suoi quindici misteri ripercorsi esclusivamente a partire dalla memoria. Ci troviamo qui davanti una pratica di preghiera più ricca e creativa di quanto si penserebbe a prima vista. Chi ne ha scoperto la dimensione contemplativa, continuerà non senza speranza e con gratitudine,
a praticare questa umile preghiera fino nelle notti più cupe della vita spirituale.
Un giorno trovai un confratello anziano e molto turbato, perché era appena caduto nel corridoio. Non lontano da lì c'era una cappella, e gli proposi di andare lì a sederci un momento. Nel silenzio, gli suggerii allora di recitare insieme un
rosario. Egli accettò. Man mano che si sgranavano le Ave Maria, si calmava. Notai con stupore un contrasto nella sua maniera di vivere il Padre Nostro e l'Ave Maria. Mentre il Padre Nostro era per lui una preghiera terribilmente esigente ed egli la declamava ad alta voce, scoprii che alle Ave Maria le sue emozioni si placavano ed egli era come preso dalla tenerezza. Mi ha insegnato come nessun altro quanto sia diversa la forza interiore delle due preghiere e quanto il tutto abbia un potere terapeutico.

Maria lungo l'anno, la settimana e il giorno

Maria racchiude in sé il tempo. Di anno in anno, ogni settimana e giorno dopo giorno.
Essa ha il suo anno liturgico, con un inizio: la nascita l'8 settembre, e una fine: l'Assunzione il 15 agosto (seguita dall'ottava, il 22 agosto: Maria Regina). Ogni sabato si può farne memoria nell'eucaristia e nella recita del breviario. Il suo calendario anticipa quello di suo figlio Gesù: è nata in autunno (8 settembre) e concepita 9 mesi prima in dicembre (l'8 dicembre: Immacolata Concezione).
Il suo calendario settimanale e annuale coincide misteriosamente con quello del suo popolo Israele. Quando lei festeggia il suo anniversario, gli Ebrei festeggiano l'anno nuovo (di solito nel mese di settembre). Il sabato, giorno della sua memoria, è giorno di shabbat per gli Ebrei. Il nostro capodanno (1° gennaio) è il giorno della circoncisione in cui si conferisce il nome a Gesù, otto giorni dopo la sua nascita. Anche questo è tipicamente ebraico: gli Ebrei non celebrano mai l'anniversario della nascita ma quello della circoncisione. Con Paolo VI questo giorno è diventato anche la Festa della Madre di Dio. Ciò accentua una volta di più il suo ruolo
nell'esperienza cristiana del tempo, ma non cancella il legame segreto di questo giorno con la tradizione ebraica. Il vangelo di questa festa è rimasto quello precedente la riforma liturgica: racconta la circoncisione di Gesù e l'imposizione del Nome. Nella liturgia cattolica il legame fra Maria e il suo popolo resta un mistero ricco di insegnamento che può essere ancora sempre approfondito.
Anche durante il giorno Maria ci accompagna fin dal Medioevo con l'uso di suonare tre volte l'Angelus. Non è sicuro se si debba attribuire questa preghiera a san Francesco d'Assisi, che la avrebbe istituita per ammirazione verso i musulmani, chiamati ogni giorno cinque volte a pregare.

L'«Angelus»

Durante lo scampanio (tre volte tre rintocchi) ci si aspetta che tutto taccia. Nelle abbazie ci si inginocchiava sul posto durante la settimana, mentre la domenica e per tutto il tempo pasquale si restava in piedi. Queste usanze oggi sono abbandonate. Lo scampanio si dispiega in tre momenti inframezzati da un silenzio, il tempo di un'Ave Maria. I versetti seguenti si pregano mentalmente:
- L'angelo del Signore (in latino: Angelus Domini, da cui il nome di questa preghiera) annunciò a Maria ed essa concepì dallo Spirito Santo.
Ave Maria...
- Ecco la serva del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola. Ave Maria...
- E il Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi. Ave Maria...
- Prega per noi santa Madre di Dio perché siamo resi degni delle promesse di Cristo.
Queste 'promesse messianiche' sono entrate nella storia con Maria e per mezzo suo. Il suo consentire al Verbo ha reso possibile l'incarnazione. Il cuore fedele dell'uomo del Medioevo trascorre con spontanea precisione dal «Fiat mihi secundum verbum tuum» (Lc 1,38) al «Et Verbum caro factum est»
(Gv 1,14). La parola verbum comune alle due espressioni tesse il legame che le concatena. Il senso si svela con immediatezza alla riflessione.
Ogni giorno il tempo torna a fermarsi per tre volte: gli uomini ricordano la libertà e l'obbedienza della giovane Maria di Nazaret. Persone umane ricordano la libertà e la vulnerabilità dell'Altissimo che scende a conversare con le sue creature. Cielo e terra, tempo ed eternità, Dio e uomo entrano in un rapporto reciproco, libero e inalienabile: il 'sì' di Maria, dichiarato con semplice fermezza al suo Creatore, è gaudio in cielo, conforto e gioia sulla terra, segno della speranza che ormai la storia sia veramente permeata di salvezza, a dispetto di tutte le più fosche previsioni.
Il tutto si conclude con una preghiera di supplica che riprende l'intero movimento, dall'incarnazione alla gloria.

Preghiamo:
Ti supplichiamo, Signore,
effondi la tua grazia nelle nostre anime,
perché noi che abbiamo conosciuto dalle parole dell'angelo 
l'incarnazione del tuo Figlio Gesù Cristo,
possiamo giungere, per la sua passione e la sua croce,
alla gloria della resurrezione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Una piccola Pentecoste si realizza con la recita tre volte al giorno di questa preghiera perché la grazia di Dio si effonda nei nostri cuori. L'amore di Dio è stato elargito nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rm 5,5). Effondi la tua grazia, effondi il tuo Spirito nei nostri cuori. Egli ci condurrà verso la gloria sperata.
La tradizione ci ricorda la sera il messaggio dell'angelo a Maria, a mezzogiorno la passione e la morte di Gesù, e il mattino la gloria della resurrezione. Ogni ora ha il suo tema, e tutti e tre sono riecheggiati nella preghiera conclusiva (13).

La «Salve Regina»

Molti sono coloro cui il semplice ascolto di un coro monastico che esegue la melodia della Salve Regina procura il sentimento di una grazia sublime. Questa antifona medioevale, nel corso dei secoli, ha assunto fisionomia propria nel rito. Conclude la giornata, non solo di monache o monaci, benedettini, trappisti o cistercensi, ma anche di tanti sacerdoti e laici: l'ufficio di Compieta si chiude preferibilmente con questa antifona mariana, cantate su melodie diverse a seconda delle tradizioni.
Vale la pena di osservare più da vicino questa poesia latina, risalente con tutta probabilità all'epoca di san Bernardo. Non una parola di troppo, tutto vi è calibrato e ordinato in una struttura ad arco, con ritmi ternari, sottili inversioni retoriche, e la preoccupazione di abbracciare tutto il tempo: passato, presente e futuro. Al cuore di tutto, come un punto fermo, domina una mistica del nome. In questa nobile preghiera infatti tutto è 'nome', fino all'apparizione finale del
nome proprio - qui Maria -, dopo il quale regna solo il silenzio. Esaminiamo il testo: la nostra preghiera ne sarà certamente resa più feconda.

Salve Regina (mater) 
misericordiae
vita, dulcedo et spes nostra, 
salve.

Ad te clamamus,
exules filii Evae,
Ad te suspiramus
gementes et flentes
in hac lacrimarum valle.
Eia ergo advocata nostra
illos tuos misericordes oculos
ad nos converte,
Et Jesum,
benedictum fructum ventris tui,
nobis post hoc exilium
ostende.
O clemens,
O pia,
O dulcis (virgo) Maria.

Salve Regina, (madre) 
di misericordia
vita, dolcezza e speranza 
nostra, salve.

A te ricorriamo,
esuli figli di Eva,
A te sospiriamo
gementi e piangenti
in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi
gli occhi tuoi misericordiosi,
e mostraci,
dopo questo esilio,
Gesù,
il frutto benedetto del tuo seno.
O clemente,
O pia,
O dolce (vergine) Maria.

Il componimento si apre con un saluto rivolto alla Regina e si chiude con una triplice invocazione, formata di semplici vocativi. Fra questi due estremi si dispiega la preghiera propriamente detta, in due parti: in un primo momento si considera il soggetto che supplica, nel secondo si formula la domanda. Nel bel mezzo, come perno centrale, si hanno le quattro parole: Eia ergo advocata nostra. Venticinque parole precedono e altre venticinque seguono questa breve locuzione centrale.

Salve Regina (mater) misericordiae vita, dulcedo et spes nostra salve. La prima proposizione consiste in un saluto, con la ripetizione del 'salve', e un'apostrofe. Il 'Salve' ricorda il saluto dell'angelo Gabriele nel racconto dell'Annunciazione in Luca. Salve, o Ave, erano le traduzioni correnti della parola greca Chaire ('Rallegrati'). In questo saluto si sentono riecheggiare le profezie di Sofonia e di Zaccaria: «Rallegrati, poiché viene verso di te, in te, il Signore, tuo salvatore!». Diciamo tutto questo anche noi, quando ripetiamo la parola dell'angelo. Ave è senza dubbio più convenzionale e più semplice, mentre Salve introduce una nota di cortesia, e corrisponde meglio all'usanza del tempo. Maria è salutata in maniera molto calorosa e umana, ma anche con la deferenza che ricorda il saluto biblico dell'arcangelo. La ripetizione del 'salve' rende un'insistenza confidente e serve a sottolineare il moto profondo di un saluto riverente, qualcosa di più della semplice introduzione di un'antifona. Il cuore stesso del popolo di Dio continua da secoli a dire 'salve' quando si trova di fronte a Lei.
I nomi e i titoli che ella riceve subito dopo sono significativi. Regina misericordiae. Dallo studio dei manoscritti gli storici ci insegnano che la parola mater fu introdotta più tardi; lo stesso vale per la parola virgo al termine dell'antifona. Per esempio i Certosini cantano ancora oggi la versione antica, senza queste due aggiunte.
'Regina di misericordia', ecco come è invocata Maria. Ella
regna, come 'regina', ma il suo dominio non consiste in altro che nella 'misericordia', la bontà, la pietà. Il termine biblico ebraico rachamim riecheggia nell'espressione latina misericordiae: le viscere di misericordiosa compassione. Uno studio recente di dom Jean Leclercq sul termine misericordia invita a leggervi anche la sfumatura della 'tenerezza'. I due termini riuniti: regina e misericordia, instaurano una tensione benefica: si coniugano forza e bontà, autorità e comprensione, tenera pietà e regale potenza. Non c'è modo di dissociare l'interiore dall'esteriore. Di fronte a questo modo di essere regina il cuore è invaso di timore, grazie alla sua misericordia l'anima orante si confida con amore. La ripetizione della parola salve riassume forse questi due aspetti dell'incontro: se di fronte alla Regina ci prosterniamo, ci rialziamo con fiducia nel lodarne la misericordia.
Vita, dulcedo et spes nostra. Ecco la prima triade dell'antifona, che darà il tono a tutte le altre. Maria è salutata e apostrofata con tre termini a prima vista strani. Il nostra finale potrebbe riferirsi a tutti e tre: nostra vita, nostra dolcezza e nostra speranza? Ma in cosa esattamente le competono questi tre termini, scelti fra tanti altri?
Vita, nel linguaggio biblico, ricorda in primo luogo il nome proprio di Eva, la prima donna. Hawa è 'vita', in ebraico, e nell'attribuirle questo nome la Scrittura precisa la vocazione di Eva a diventare 'madre di tutti i viventi'. Maria, qui, riceve questo nome che appartiene alla progenitrice, ma il cuore orante vi introduce senza dubbio nuove sfumature: ella è 'vita' perché è 'madre' vera del Vivente. Concepita senza peccato, dona la vita a colui che dirà: lo sono la Vita. Eva ha messo al mondo solo dei mortali. Maria metterà al mondo colui che ha in sé la vita eterna.
Dulcedo ricorda nella Bibbia un'altra matriarca: Noemi, la suocera di Ruth, nonna a sua volta di lesse, padre di Davide, figura del Messia. Noemi, il cui nome significa 'mia gioia, mia dolcezza', torna dall' esilio nella città di Betlemme, e nel suo lamento dichiara: «Non chiamate mi più Noemi, chiamatemi Mara!». Mara, cioè Amara, «perché Shaddai mi ha colmata di amarezza...». Maria trasforma di nuovo il nome di Mara in Noemi, 'mia grazia, mia dolcezza, mio piacere'. Grazie a suo figlio ella compie il risanamento di tutti i nomi.
Et spes nostra. Anche questa espressione è radicata nelle Scritture. Almeno una volta, nel Primo Testamento, incontriamo questa spes nostra della Vulgata. Ezechiele in esilio riceve la visione sconvolgente di una valle piena di ossa inaridite... In dialogo con il suo Signore, impara a leggere ciò che vede: «Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la gente d'Israele. Ecco, essi vanno dicendo: 'Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti'». Quell'idea viene ad essere capovolta da tutta la visione e dall'interpretazione che il Signore stesso ne dà al suo profeta. Qui nuovamente ci si rivolge a Maria come 'nostra speranza', nel senso della nostra vera speranza che ravviva il senso della parola sulle labbra del popolo in esilio. Maria in persona diviene il compimento di questa speranza, portata dal popolo che la prega con questa antifona.
A guardare più da vicino, con la scelta delle tre espressioni vita, dulcedo et spes nostra il monaco che ha composto la preghiera ha completato il percorso di tutta la storia della salvezza e di tutto il tempo. Spes nostra rinvia al futuro e, tenendo conto del contesto di Ezechiele 37, alla resurrezione dai morti. Vita invece ci riporta all'inizio assoluto della storia, con Eva nel momento in cui sta abbandonando il paradiso. Dulcedo infine celebra il tempo presente: non esiste dolcezza che non sia presente, qui e ora, fosse pure nell'intensità messianica di cui freme tutto il piccolo libro di Ruth. Presente, passato e avvenire, i tre tempi sono ripresi in questa triade, all'inizio dell'antifona.
Salutando la Regina di misericordia, l'autore dell'antifona ci invita dunque a abbracciare tutto il tempo e ricapitolare tutta la storia della salvezza. Il Salve, ripreso alla fine della prima proposizione, racchiude in sé i numerosi saluti salvifici che scandiscono tutta la storia di Dio con il suo popolo, da Abramo a Zaccaria, o meglio ancora, da Adamo alla resurrezione nell'ultimo giorno. In colei che salutiamo prende forma il compimento delle Scritture, il suo 'sì' in risposta all'Ave-
Salve dell'angelo Gabriele permette a Dio di realizzare il suo piano di Vita, Dolcezza e Speranza a favore degli uomini.

Ad te clamamus, exules filii Evae. Può ora iniziare la preghiera propriamente detta. Non è altro che lamento, scaturito dall'esperienza di essere lontani dal luogo in cui Ella si trova. «Esuli figli di Eva», ecco la nostra condizione. Non ci resta che il grido: clamamus. Il nome di Eva richiama la prima apostrofe, 'Vita'. Storicamente discendiamo tutti dalla nostra progenitrice, Eva. «Vedi: sono nato malvagio, peccatore fin dal seno di mia madre», dice Davide nel Sal 51.

Ad te suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle. La comunità orante si rivolge a Lei con insistenza: lo indica efficacemente la ripetizione iniziale di Ad te. Anche clamamus è ripreso e approfondito dai verbi: suspiramus, gementes et flentes. Il grido diventa sospiro, gemito, pianto e lacrime nella valle che porta questo nome. Paolo riconosceva in tutto il creato questo anelito e questo 'gemere', non senza sperare di raggiungere la libertà e la gloria dei figli di Dio (Rm 8,1923). La 'valle di lacrime' si trova tal quale nel Sal 84, un salmo di pellegrinaggio. Il pellegrino parte da questa valle di lacrime e sale verso la città in cui abita Dio. La frase precedente si riferiva al passato lontano, questa invece concerne il presente e il luogo in cui ci troviamo ora. Anche questa vibra in tensione con il saluto iniziale: Maria era invocata come 'Dolcezza', in contrasto con la condizione di lacrime e di gemito che è la nostra, l'amarezza di cui parlava Noemi (14).

Eia ergo advocata nostra. Si ritorna a una nuova invocazione diretta, centrale, la più pura di tutta l'antifona. Colei che invochiamo, sempre senza nominarla, non è forse per eccellenza la nostra Advocata, in tutti i sensi del termine: avvocata e invocata? Avvocato è chi perora la nostra causa e intercede per noi. Non lo è forse, innanzitutto a motivo del suo legame con Gesù, Colui che può salvarci? Il poeta gioca con la polisemia del termine ad-vocata. Conosciamo lo stesso gioco intorno al termine greco Paraclito: l'Avvocato, l'Invocato, il Consolatore. Al cuore dell'antifona ci rivolgiamo a lei con questo nome semplice ma misterioso, perché in esso la passività si muta in attività. Da invocata, ella diviene la nostra avvocata. L'espressione costituisce il cardine dell'intera composizione, poiché il movimento che va da noi a lei oscilla per lasciarle lo spazio e la possibilità di agire in nostro favore.

Illos tuos misericordes oculos. Dalla voce che grida, si passa ora alla vista e si desidera ottenere lo sguardo di Maria. Ora, i suoi occhi non sono caratterizzati da altro che dalla misericordia. Innumerevoli artisti hanno tentato di dare a questo sguardo la profondità della commiserazione per ogni sventura umana. Si pensi in particolare all'icona russa detta la Wladimirskaja: in generale, nell'iconografia orientale Maria non guarda il suo bambino. Guarda noi: più giovane del peccato, come dice Bernanos, con il suo sguardo puro e innocente sonda tutta la nostra storia umana, con i nostri errori e le nostre innumerevoli mancanze. Il Figlio invece la guarda, e leggendo l'afflizione nel suo sguardo, accorre e la stringe nelle sue braccia per salvare lei, e noi con lei.
La misericordia che viene qui a qualificare lo sguardo di Maria richiama il saluto d'apertura: regina misericordiae. Il suo sguardo esprime il suo cuore, e il suo cuore non conosce che le rachamim di Dio, quelle 'viscere di misericordia' che nella Bibbia si riferiscono sempre all'emozione in Dio.

Ad nos converte. Converti il tuo sguardo verso di noi. Tutta la preghiera non chiede altro che questo. Ad te... ad te... advocata nostra... ad nos converte. Quattro volte riappare ad, due volte con te, mentre ad nos finale è già iscritto in advocata nostra.
Gridiamo a te, finché tu, nostra invocata, ti degnerai di volgerti a noi. Da un primo contatto uditivo si passa al contatto visivo, che può allora meravigliosamente farsi reciproco.
Et Jesum (...) nobis (.. .) ostende. La preghiera insiste: vogliamo 'vedere'. 'Mostraci Gesù'. Questo dice tutto, niente di più e niente di meno. È ciò che ci è più caro. Una preghiera simile ricorda immancabilmente quella di Mosè o di Filippo, quella ancora di Tommaso e di tanti salmisti. «Mostrami la tua gloria!» (Mosè). «Mostraci il Padre, e questo ci basta!» (Filippo). «Se non metto la mia mano nelle sue piaghe e il mio dito nel suo costato...» (Tommaso). Nei salmi si tratta così spesso di Jesu'ah (salvezza) come della richiesta ultima di ogni preghiera. Un solo esempio basti, il salmo 91. Lo si prega abitualmente al cadere della notte, proprio poco prima di cantare la Salve Regina. Si chiude con questo oracolo:

Lo salverò, perché a me si è affidato;
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. 
Mi invocherà e gli darò risposta;
presso di lui sarò nella sventura,
lo salverò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni
e gli mostrerò la mia salvezza - la mia
Jesu'ah!

In quest'ultimo stico Dio promette: gli mostrerò 'Gesù'! Il desiderio si concentra su questo fine unico: 'Vedere Gesù' colui che non abbiamo mai visto, come nota di passaggio la prima lettera di Pietro «,voi lo amate, pur senza averlo visto... lui, la salvezza delle vostre anime», 1,8-9).

Benedictum fructum ventris tui. La relazione fra Gesù e sua madre si esprime qui con le stesse parole di Elisabetta quando saluta Maria alla visitazione: «Benedetto il frutto delle tue viscere», come diciamo nell'Ave Maria. Anche là il saluto dell'angelo («Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te») si collega a quello di Elisabetta. Se il luogo della misericordia nel linguaggio biblico rinvia alle viscere, allora questa formula 'frutto del ventre tuo' è un nuovo, diretto richiamo a questa qualità profonda, tenera e materna in Maria. Interpellata in modo così pressante, come potrebbe non accogliere subito la supplica?

Nobis post hoc exilium. Eccoci rivolti al nostro futuro assoluto, la fine dell'esilio presente (hoc). n termine scelto exilium racchiude l'eco dell'espressione exules filii Evae. il nostro esilio cominciò con lei, Eva, e dura finché siamo interamente liberati dal peccato e dalla morte, grazie a Gesù, la Jesu'ah divina in persona, colui che «salva il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Tocchiamo qui il terzo termine della triade iniziale: spes nostra. Questa speranza riguarda la nostra resurrezione, «dopo questa esistenza in esilio», quando si compiranno pienamente le promesse messianiche.

O clemens, o pia, o dulcis (virgo) Maria. La preghiera si conclude con dei puri vocativi, dove supplica e lode si confondono in un solo movimento che culmina nella formulazione dell'inalienabile nome proprio: l'ultimo, il più nobile, il più semplice, Maria. Le diverse interpretazioni musicali di quest'ultima invocazione danno corpo a questo atto unico di pronunciare il nome insieme come supplica e lode. Tocchiamo qui il vertice della preghiera: la jubilatio o giubilo, come l'ha chiamata la tradizione latina a partire da Ilario e Agostino, trascende il linguaggio articolato e non conosce che suoni, gridi di gioia, vocalizzi.
I tre aggettivi costituiscono l'ultima triade del componimento. Non ci si sorprenderà di constatare che è costruita sul modello della prima. Vi si ritrovano i tre tempi:
- la prospettiva sull'avvenire, dove si concludeva la strofa precedente, è attualizzata dall'invocazione: O clemens. La clemenza è appunto ciò che attendiamo al termine del nostro esilio, grazie all'intercessione della nostra Avvocata;
- la prospettiva sul passato si riconosce nel termine O pia; di fatto, la pietas come virtù concerne le relazioni tra genitori e figli, e qui ci rivolgiamo alla nostra vera madre, la nuova Eva;
- il presente arriva per ultimo: O dulcis. La dulcedo dell'inizio diventa il culmine in cui tutto si compie. In effetti tutto è chiamato a fare silenzio nell' esperienza attuale della dolcezza, nella quale possiamo già comunicare, semplicemente perché lei è Maria.
Solo ora, infine, al termine di tutta l'antifona, appare il suo
nome proprio e così si conclude ogni supplica o lode. Il resto è puro silenzio, ma anche pura felicità, dulcedo vissuta e partecipata. Cantare l'antifona si compie come un sacramento. Alla fine l'incontro è pura presenza: basta il silenzio, mentre i due partecipano pienamente alla reciproca presenza.

Se ritorniamo un attimo sul componimento per considerarlo nel suo insieme, vediamo come tutto il movimento che lo attraversa mira semplicemente a una grande inversione: ad te... ad te... sfocia su ad nos converte. Al vero centro si trova advocata nostra (l'espressione contiene in sé ad nos che si può leggere nei due sensi: noi verso di te e tu verso di noi!). Dal punto di vista numerico, contando le parole, si scopre che advocata nostra è esattamente il centro della composizione:

1a strofa:  9 parole
2 a strofa: 18 parole
  advocata nostra
  18 parole
3 a strofa: 7 parole.

In totale l'antifona conta 54 parole, sei volte quelle della prima strofa, o ancora: 25 parole prima e 25 dopo l'invocazione centrale: Eia ergo advocata nostra.
Con la ripetizione della triade iniziale (vita, dulcedo, spes nostra) secondo i tre tempi convenzionali: passato, presente e futuro, e grazie alle allusioni bibliche, l'antifona ricapitola tutta la storia della salvezza da Eva fino alla resurrezione dai morti e l'ora in cui vedremo Gesù nostro salvatore. Questa antifona si adatta a meraviglia all'inizio della notte: apre il vasto orizzonte su Colui che aspiriamo a vedere faccia a faccia, al di là di tutte le notti e della morte stessa. Sul letto di morte il canto di quest'antifona viene a dare dolcezza e fiducia a chi non attende più altro che vedere Colui che è la prima Luce.
I numerosi vocativi e le diverse invocazioni, combinate con l'arte di riportare il nome proprio alla fine, fanno di
questa poesia un esempio incomparabile della mistica del Nome. Tutte le parole sono come altrettanti nomi e tutti i nomi non bastano per dire chi è colei che infine osiamo chiamare con il nome proprio. Una volta pronunciato il nome proprio, non c'è più niente che ci separi dal silenzio che viene a colmare tutto.

Maria nell'arte figurativa

La sfera spirituale di Maria ha origine nelle pagine del Vangelo, che trovano echi del tutto nuovi nell'arte. Il cuore ammutolisce davanti alle numerose Annunciazioni del basso Medioevo che arricchiscono una città come Firenze. La contemplazione di questo semplice soggetto negli affreschi, nella scultura, nelle icone, ci conduce di meraviglia in meraviglia.
Torniamo alla celebre icona del Segno presso gli Orientali: in essa tutto è preghiera. La grande figura orante della Madre di Dio invita a una intercessione ampia, supplice, umile, mentre l'Emanuele radioso con il suo gesto benedicente al cuore dell'immagine comunica la pienezza divina (15). Cos'è la preghiera, se non l'unione di questi due atteggiamenti oranti delle mani: supplica e benedizione, richiesta e dono, dal basso all'alto e dall'alto al basso... L'occhio e il cuore che pregano accanto all'icona si rasserenano davanti allargo movimento delle braccia e dell'abito, delle palme e delle spalle, poi ancora davanti all'intenso ardore del bambino al centro da cui tutto si irradia, benedizione su benedizione, grazia su grazia. Tutta la condizione umana si trova qui raccolta e illuminata: la vergine è incinta, l'Emanuele viene al mondo. La prossimità divina sorge nella libertà verginale e nell'abbandono di Maria. Il nome di Gesù è una benedizione per tutti noi, qui ed ora.
Questi pochi esempi bastano solo a socchiudere la porta. Una cosa tuttavia è certa: la vita di preghiera in Maria e intorno a lei si arricchisce e si approfondisce grazie alle arti
plastiche. Quante madonne, nere e altre, hanno messo in movimento nei secoli milioni di persone, e continuano a farlo ancor oggi (Czestochowa, Lourdes o Guadalupe).
L'arte vuole riprodurre la vita vissuta nell'intensità della bellezza, e Maria nella sua essenza incarna la bellezza pura, più giovane del peccato. Non deve stupire perciò che l'arte sia stata così importante nella storia per la pietà mariana, e viceversa.

Con Maria in pellegrinaggio

Giovanni Paolo II ama questa immagine evocata di passaggio nei testi conciliari: «Maria ci precede nel nostro pellegrinaggio della fede». Siamo tutti passeggeri e pellegrini. Maria viene con noi, o meglio ci precede, la incontriamo nella nostra preghiera di pellegrini. I nostri piedi pregano, il passo dà forma al cuore, il cuore indirizza il pensiero, la parola segue la verità e l'umiltà di chi si sente in cammino con tutte le sue membra.
Maria pellegrina ci raggiunge: giovane e incinta, si affrettava già verso sua cugina e la salutava per prima. La sua gravidanza divina ci attira, il solo suono della sua voce risveglia la vita messianica che sonnecchia in ciascuno di noi. Maria ci conduce dove anche lei fu pienamente rapita: nello splendore della gloria eterna. Non per caso l'immagine e il ricordo di lei sono meta di tanti pellegrinaggi. Dalla fine della storia, ella risplende e guarda alla nostra pena con occhi così puri, che possiamo vedervi riflessa la misericordia di Dio. Preghiamo, poveri peccatori, dal profondo del nostro abisso: la profondità della sua maternità divina raccoglie la nostra abissale miseria, avvicinandoci tangibilmente la bontà eterna di Dio.

Pregare in Maria

Si prega con Maria e ci si rivolge a lei, l'abbiamo visto. Ma si può anche pregare in lei. Alla fine di questo troppo breve capitolo, riportiamo una preghiera composta dal cardinale Godfried Danneels: la preghiera di Maria nella notte di Natale (16). Con la libertà di chi si sente a casa propria con lei e con suo figlio, egli prega lo Spirito, il Figlio e il Padre per bocca della stessa madre di Dio. Stupiti e commossi, entriamo con queste parole così semplici in ciò che per noi forma il cuore del mistero mariano: la libertà autentica di una creatura, figlia degli uomini in e di fronte all'abisso della Libertà divina che crea e ricrea per mezzo della sua grazia.

Preghiera di Maria alla Trinità nella notte di Natale

Padre dei cieli

chi sono io
perché abbia potuto portare nel mio seno 
il mio Signore e mio Creatore?
Tutto è opera delle tue mani:
la terra intera,
il mio popolo,
e anch'io, piccola figlia d'Israele.
Chi sono io,
perché tu abbia fatto di me
la madre del tuo Figlio?
Ti benedico, Padre, e ti rendo grazie, 
per aver abbassato il tuo sguardo
sulla mia piccolezza.
Benedetto sei tu, Dio dei miei padri,
per avermi fatto comprendere
il mistero della tua fecondità
e aver compiuto nel mio seno
grandi cose.
Magnificat!

 



 

 

Signore Gesù,

Figlio unico del Padre 
e - com'è possibile? - 
figlio mio,
io canto la tua lode e ti ringrazio
perché hai voluto proprio me
per essere la tua mamma.
Ma chi sono io,
perché tu mi abbia così colmata di grazia?
Tu mi hai benedetta oltre ogni misura.
Ma chi sono io, perché abbia potuto comprendere 
- nella misura della tua grazia
e della mia piccolezza - 
cosa significavano le parole
che hai detto di tuo Padre
quando sei venuto nel mondo:
«Eccomi per fare la tua volontà»?
Per la tua obbedienza
ho potuto rispondere al Padre
e dirgli «Sì!»
Il tuo 'sì' ha preparato il mio,
che lo ha reso possibile.
Mio Signore, mio Dio, mio Figlio,
non sono io che ti ho portato:
no, sei invece tu che hai portato me.
Con tutto il mio cuore ti rendo grazie: 
Magnificat!

 

Spirito Santo,

ospite invisibile, irresistibile e discreto, 
della mia anima,
ti benedico, ti rendo grazie,
perché hai fatto in me grandi cose.
Il mio Gesù e mio Figlio
viene tutto intero da te.
Alla tua ombra
l'ho ricevuto nel mio cuore
e nel mio corpo.
Tu, tu solo,
potrai farmelo comprendere;
tu mi parlerai di lui
e giorno dopo giorno
conserverò tutte queste cose nel mio cuore. 
Insegnami che egli mi ha fatta vivere 
perché fossi pienamente sua madre.
Tu mi hai illuminata
quando non vedevo
come sarebbe potuto accadere,
poiché non conoscevo uomo.
Illuminami ancora
nelle tenebre dell'angoscia
che un giorno o l'altro tutti i figli
fanno pesare sulla loro madre.
Fin d'ora
prepara in me i 'sì'
che dovrò dirgli.
Lodato sii e glorificato, Spirito Santo,
perché tutto ciò che sono, tu me lo hai donato. 
Magnificat! 

NOTE

[1] Non è documentato con certezza. Secondo alcuni, ci sarebbe una confusione di nomi, e l'autore sarebbe un certo Bernardo del XVII secolo. Così M. Van Hecke, Aangaande het Weesgegroet, Gand 1980, p. 18.
[2] Richiamandosi agli avvertimenti del Concilio Vaticano II (vedi Lurnen Gentium, § 67), il papa scrive: «Esagerando contenuti e forme si arriva a falsare la dottrina» (Marialis cultus, Roma 1974, § 38).
[3] Vedi il capitolo «Maria» in B. Standaert, Les trois colonnes du monde, Desclée, Paris 1991, pp. 137-172 «Maria è preghiera», pp. 149-155).
[4] «O Maria die daar staat / Gij zijt goed en ik ben kwaad. / Wilt ge m'n arme ziele gedenken, / 'k Zal u een Ave Maria schenken».
[5] Tutte le possibili allusioni al Vecchio Testamento in questa sola pagina di Lc 1,26-38 sono segnalate nella nostra opera già citata: Les trois colonnes..., p. 140. Per il saluto dell'angelo: «Rallegrati, piena di grazia», vedi Gdc 5,24; 6,12; Sof 3,14 e Zac 9,9: «Il Signore è con te», vedi Es 3,12; Ger 1,8.19.
[6] Sant'Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi prende a prestito una strategia analoga quando ci raccomanda alla fine della meditazione di rivolgerei prima alla Vergine, poi attraverso di lei al Figlio e finalmente, attraverso Gesù, al Padre.
[7] Vedi J. Lafrance, Le chapelet, un chemin vers la prière incessante, MédiaspaulEditions paulines, Paris-Montréal 1987, p. 45, e le pagine centrali sulla supplica (pp, 53-57), pietra angolare di una preghiera veramente umile e adulta.
[8] Vedi i 'salmi cristici' di san Francesco, tradotti e commentati in E. Jungclaussen, Beten mit Franz von Assisi, Herder, Freiburg 1978, pp. 57-75.
[9] Vedi lo studio della regola del Carmelo di K. Waaijman, De mystieke ruimte van de Karmel. Een uitleg van de Karmelregel, Kok-Carmelitana, Kampen-Gent, pp. 81-82.
[10] Quest'ultima tematica ha sostituito il precedente motivo del giudizio finale. Romano Guardini (1930) proponeva di tornare a quest'ultimo mistero del ritorno di Cristo e del giudizio.
[11] R. Guardini, Introduzione alla preghiera, Morcelliana, Brescia 1954, p. 119. Un altro testimone caloroso della preghiera del rosario è il maestro dell'ordine domenicano Timothy Radcliffe, «]e vous appelle amis». Entretiens avec Guillaume Goubert, Ecrits, Paris 2000 (Prier le Rosaire), pp. 267-282. Egli ha imparato a apprezzarlo vedendo suo padre, che lo recitava ogni giorno, fedele a un voto. Riconosce: «È vero che pregando il rosario non si pensa sempre a Dio. Si può continuare per ore senza il minimo pensiero. Semplicemente si è là, e si dicono le preghiere. E ciò può anche essere un bene. Quando recitiamo il rosario, celebriamo che il Signore è veramente con noi, che siamo in sua presenza. (...) È una preghiera della presenza di Dio!» (p. 282).
[12] Vedi Jan van Ruusbroec, Ecrits 1 (Spiritualité occidentale, n° l), (trad. A. Louf), Bellefontaine 1990, pp. 109-160 (alle pp. 153-160).
[13] Questa preghiera è ripresa dal messale: un tempo era il postcommunio dell'Annunciazione (25 marzo). Oggi è la preghiera all'ingresso della quarta domenica di Avvento e del 7 ottobre (Nostra Signora del Rosario). Tradizionalmente la quarta domenica commemorava anche l'Annunciazione, prima che fosse istituita la festa del 25 marzo. Nell'anno B il vangelo della quarta domenica di Avvento è proprio quello dell'Annunciazione (Lc 1,26-38).
[14] La Vallis lacrimarum è menzionata nel Sal 83 (84) della Vulgata. Ci si puòchiedere se l'espressione scelta non si riferisca anche al luogo in cui è nato il componimento poetico, cioè Chiaravalle (Claravallensis). Quasi tutte le lettere di questo nome si ritrovano nella locuzione in hai; lacrimarum valle. Ne risulterebbe ulteriormente rafforzato il riferimento al presente di coloro che pregano l'antifona!
[15] Vedi Standaert, Les trois colonnes..., pp. 147, 153-154, 158, 169.
[16] Card. Godfried Danneels, Réjouis-toi, Marie (Paroles de vie, Natale 1985), Mechelen 1985, pp. 39-41.