PICCOLI GRANDI LIBRI   Benoit Standaert
Come si fa a pregare

Alla scuola dei salmi con parole e oltre ogni parola

Titolo originale: In de school van de psalmen. Bidden met woorden en voorbij alle woorden
Traduzione di Maria Luisa Milazzo
Vita e Pensiero 2002

I. La Preghiera originaria

III. Pregare il «Padre Nostro»
II. Pregare con i salmi IV. La Preghiera e Maria

V. Pregare a tavola, in viaggio e al capezzale del malato
1. A tavola
2. In viaggio: il pellegrino e la preghiera
3. Al capezzale del malato

VI. La preghiera di Gesù VII. Il silenzio, o la preghiera perfetta

V. Pregare a tavola, in viaggio e al capezzale del malato

La tradizione rabbinica dispone di un centinaio di formule di benedizione che l'ebreo osservante può pronunciare nel corso della giornata prima di intraprendere una qualsiasi attività. Quando si alza, prima di lavarsi al mattino, prima dei pasti, ogni volta c'è una formula specifica che comincia sempre così: «Benedetto sei tu o Signore, che...» (Barukh 'attah Adonai...). Praticamente nessun atto esula dalle formule previste, in modo che tutta la giornata è scandita da brevi benedizioni: Barukh 'attah Adonai...
Nella tradizione cristiana, fin dai primi secoli, orazioni di ogni tipo presiedono ai vari momenti della vita dei cristiani e vi conferiscono profondità. Veglie notturne, digiuni due volte la settimana, orazioni tre volte al giorno, l'uso del Padre Nostro come formula di preghiera erano pratiche correnti per i cristiani al III secolo (vedi i primi trattati sulla preghiera di Tertulliano, Clemente Alessandrino o Origene).
Anche nella vita privata alcuni segni rivelavano una specifica pratica di preghiera: in casa c'era un angolo riservato alla preghiera, rivolto a est - cioè al Cristo, il sole levante. Si è conservata la testimonianza di un fedele osservante che aveva posto sulla parete orientale una grande croce: nei primi secoli era viva una tradizione secondo la quale il segno cosmico di una croce splendente avrebbe preceduto il ritorno del Cristo. Ai nostri giorni assistiamo certamente a una riscoperta di queste semplici usanze che danno forma quotidianamente alla nostra gratitudine e alla nostra gioia cristiana per la nostra alleanza con Dio. In questo capitolo illustreremo almeno tre ambiti dell'esistenza cristiana: la tavola, la strada e il letto del malato.

I cristiani sono persone in cammino, che siedono a tavola e si recano al capezzale dei malati. Nella prima giornata a Cafarnao, secondo l'inizio del vangelo di Marco, vediamo che Gesù 'va attraverso la Galilea', 'si siede' per mangiare in compagnia ed è invitato a visitare la suocera di Pietro a letto con la febbre alta. Anche l'opera di Luca ci offre evidenti testimonianze di questo. Sia il vangelo che gli Atti degli Apostoli sono racconti di viaggio: Gesù è continuamente per strada, dalla Galilea fino a Gerusalemme. I discepoli, cui fu dato il soprannome di 'gente della Via', diffusero la buona novella «da Gerusalemme ai confini della terra» (At 1,8; 9,2). Gesù è un commensale che prende posto alla tavola di peccatori e di farisei e che, in particolare in Luca, tiene numerosissimi 'discorsi conviviali' (Lc 7 e 10-16). Quando passa, Gesù cerca i malati, li chiama a sé, ne prende alcuni per mano e li risveglia a una nuova esistenza. Anche negli Atti degli Apostoli il racconto di viaggio è scandito da numerosi momenti di sosta 'in una casa o nell'altra' dove si spezza il pane e si spiegano le Scritture (2,46; 17,11; 28,30). Gli apostoli testimoniano che Gesù «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo...» (At 10,38) e le loro stesse missioni si svolgono secondo una prassi simile, per esempio Pietro nella regione di Lidda e Paolo a Listra (At 9,32; 14,8). I tre ambiti si richiamano l'un l'altro, spesso si trovano accoppiati e talvolta tutti e tre insieme. Pensiamo al racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,1335): Gesù fece strada con loro...; una volta a tavola, prese il pane... «Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». L'evento durante il pasto è così sconvolgente che essi non possono rimanere fermi. Lasciano subito quel luogo per tornare a Gerusalemme e comunicare la notizia che sarà immediatamente confermata: «Davvero è apparso a Simone!»
A questo proposito c'è molto da riscoprire nella nostra
abitudine di vita cristiana. Cominciamo con la tavola: la preghiera dei pasti. Dopo alcune osservazioni tratte dalla tradizione, segue una piccola catechesi in cui ogni padre o madre di famiglia può formulare con le sue parole una preghiera per ogni giorno.

1. A TAVOLA

Non come gli animali

Fratelli,
non mangiamo come gli animali! 
L'animale prende e tace.
Che la nostra bocca lodi il Dio della vita!

Così il poeta sant'Efrem si rivolge ai suoi frati, in maniera diretta e semplice. Ecco un'altra strofa:

Totalmente rivolti verso il pane, 
restiamo anche orientati verso la Parola!

Così i monaci siriani del IV secolo si esortano l'un l'altro al momento di condividere il pasto. Essi sanno cosa significhi la fame, ma proprio al momento di placarla tornano loro in mente antiche parole: «L'uomo non vive di solo pane...». Anche Gesù nel deserto ebbe fame e, per quanto come figlio di Dio fosse libero, le antiche parole lo conducono sempre più lontano: «... vivere non solo di pane, ma di ogni Parola che esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3).
Senza questa presa di coscienza, non ci distingueremmo in nulla dagli animali. L'uomo diventa più umano nella misura in cui, ogni volta che assume cibo o bevanda, sa interporre un'interruzione, uno spazio vuoto, una sosta. Del resto, quando uomini e bestie vogliono dissetarsi al medesimo pozzo, èabituale, e secondo la tradizione rabbinica anche doveroso, che la bestia sia abbeverata per prima (già in Gn 24,15).

Silenzio e altri gesti di trattenuta

Questa prima rinuncia che trattiene un poco un bisogno primario può assumere diverse forme. Vedo ancora mio padre, secondo un'antica usanza, tracciare con il coltello una grande croce sul pane prima di tagliarne la prima fetta. In molte famiglie si fa silenzio e ciascuno prega per proprio conto. In altre si ascolta un brano delle Scritture. Altrove, si fa semplicemente un segno di croce e si comincia subito a mangiare. In Oriente, tradizioni liturgiche prescrivono che il prete non porti il calice alle labbra senza aver prima tracciato con esso un segno di croce. Gli ebrei all'inizio del pasto pronunciano la benedizione sul pane, dopo averIo coperto: coprirIo lo rende inaccessibile, simboleggia un arretrare, uno spossessarsi. Dal punto di vista spirituale è bene abbandonare un istante ciò di cui ci si vorrebbe appropriare, anche se si ha tutto il diritto di farIo. Considero ciò che mi è toccato innanzitutto come non mio, e lo riconosco così come donato. L'uomo può così umanizzare tutta la sua esistenza e, in particolare, l'arte di mangiare e di bere. Nella nostra società, in cui la soddisfazione immediata e il self-service sono di regola ovunque, il pericolo di mangiare come animali non è lontano. Un bambino può indicarci la giusta via:

Dio buono,
quanta fame ho
e quanto è buono il cibo.
Ma prima,
voglio tuttavia
dire grazie
per papà e mamma
e per tutto ciò che fanno per noi.
In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 
Amen.

Festeggiare e digiunare

Un vescovo americano, mons. Fulton Sheen, creò la formula: 'To feast or to fast!'. Far festa o digiunare!
Questo fa pensare. Forse non ci sono che due maniere di usare del cibo: far festa o digiunare. Se consideriamo la vita di Gesù, sembra proprio che questa sia stata la sua maniera
di fare. Dovunque andasse, si faceva festa. Proclamava ai suoi avversari: «Il tempo è compiuto!». «È festa! Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto; allora in quel giorno digiuneranno!» (Mc 1,15; 2,19-20). Al centro dell'ultima cena Gesù annuncia il suo prossimo digiuno, che durerà fino all'altra grande festa. «In verità vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). La presenza o l'assenza dell'Amato sono, in ambito cristiano, divenute il criterio per eccellenza per il vero digiuno o per la festa autentica. E bene ricordarlo. Anche il pasto più frugale può acquistare così un senso nuovo. Egli è vicino, facciamo festa; è lontano, mangiamo con le lacrime il nostro pane.

Di festa in festa

Digiunare non è innanzi tutto una pratica ascetica. I cristiani digiunano sempre in vista di una festa vicina, e questa a sua volta rinvia a una festa ancora più grande. Lo scrittore olandese Godfried Bomans ha potuto dire dei Fiamminghi: «Vanno di festa in festa». È la sola maniera profondamente cristiana di mettersi a tavola. Anche per questa ragione ogni celebrazione non è mai considerata come conclusa in se stessa, ma contiene la promessa di poter celebrare una festa più grande ancora: il momento in cui Dio sarà 'tutto in tutti'. Gesù e i primi cristiani lo chiamavano il Regno. Una delle più antiche preghiere di tavola cristiane lo esprime in maniera esemplare:

Ti rendiamo grazie, Padre nostro,
per la vita e la conoscenza
che ci hai rivelate
per mezzo di Gesù tuo servo.
A Te la gloria per sempre.
Come questo pane spezzato, prima disperso sulle colline, 
ora raccolto è diventato uno,
così anche la tua chiesa si raccolga dalle estremità della terra
nel tuo Regno.
Poiché tua è la gloria e la potenza per mezzo di Gesù Cristo 
per sempre.

(Didachè,
cap. 10)

La tavola come sacramento

Una comunità di base a Bruxelles che riunisce credenti e non credenti, La Poudrière, celebra un solo grande sacramento: la mensa. Viene apparecchiata ogni sera alle 18, per tutti. Non ci sono barriere, nessun'altra priorità che non sia quella di trovarsi insieme alla stessa mensa, condividendo tutto con tutti.
Molte antiche abbazie sono state edificate intorno a un
grande cortile aperto. Chiesa, refettorio, sala del capitolo o biblioteca e dormitorio, gli edifici più importanti, sono così disposti intorno a uno spazio centrale vuoto, il chiostro interno. Questa disposizione fa sì che gli spazi appaiano equivalenti e il refettorio possa perfino rivestire un'importanza maggiore che la chiesa. Infatti i malati, i frati più anziani, gli ospiti si ritrovano al refettorio con tutti gli altri, mentre in chiesa se ne raduna sempre solo una parte. Così la tavola è sacramento della nostra unità più che la chiesa in senso stretto.
Quando qualcuno non viene più a tavola, è come 'scomunicato'. 'Fare tavola e camera a parte', come si dice, significa una rottura profonda. Anche senza scambiarsi una
parola, mangiare insieme alla stessa tavola rimane un segno di comunità, di comunione. Gesù ha fatto spontaneamente ricorso a questo grande segno per manifestare l'arrivo del tempo messianico. Sedeva a tavola con 'peccatori', prostitute e pubblicani, si legava loro con questo gesto indicando così che potevano entrare nella nuova alleanza con Dio.
La domenica mattina la famiglia cristiana di oggi, a motivo della resurrezione, potrebbe stendere una tovaglia bianca e disporvi un cero e un vaso di fiori. La padrona di casa accende il cero, come anche nel rituale ebraico il venerdì sera è la donna che accende le due candele dell'apertura del sabato. Tutto si compie in assoluto silenzio, e poi il padre può
pronunciare la benedizione. Si potrebbe anche leggere un brano di vangelo della resurrezione. «Cristo è risorto!» «Non è più qui! Vi precede!» (Mc 16,1ss.).
Una poesia di Ida Gerhardt evoca esattamente il clima particolare che pochi semplici gesti possono creare a tavola.

Domenica mattina

La luce invade via via la casa
e accarezza gli oggetti. Mangiamo
il nostro pane mattutino bagnato di sole. 
Hai disteso la tovaglia bianca
e messo fiori di campo in un bicchiere. 
È questo il giorno in cui il lavoro cessa. 
La palma della mano è aperta alla luce (1).

Il Signore è ospite. L'ospite è il Cristo

Fino a che punto il cerchio che formiamo intorno alla tavola è aperto? Gli ebrei festeggiano la Pasqua in famiglia: si lascia una sedia vuota e la porta rimane socchiusa. Elia, il precursore del Messia, potrebbe venire in quella notte... Il cerchio è aperto. Un ospite è sempre benvenuto. Ci si prepara. L'imprevedibile è atteso. Il Messia può venire.
Mangiamo, beviamo, condividiamo il pasto 'finché egli venga'. Restiamo rivolti verso di lui, l'Altro la cui voce un
giorno ci convocherà: «Ero ospite e tu...» Mi hai accolto, o no? «Quello che hai fatto a uno dei più piccoli fra i miei fratelli, lo hai fatto a Me»! Mezzi di comunicazione sempre più diffusi rendono il nostro pianeta sempre più piccolo, e tuttavia non per questo cresce l'ospitalità. Preferiamo vivere ripiegati su noi stessi, chiusi in gruppi omogenei per ideologia, cultura, lingua e formazione... Il comportamento di Gesù farebbe oggi altrettanto scalpore di quanto ne fece allora negli ambienti farisei. «Non dimenticate l'ospitalità! Alcuni, praticandola senza saperlo, hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2; con un'allusione all'ospitalità di Abramo, vedi Gn 18,1-15).

Prima del pasto

Da noi in molti ambienti lo si trascura, ma nella maggior parte delle culture ogni pasto in comune comincia con qualche segno: un augurio, un proverbio, una preghiera. Ne resta traccia nel semplice «Buon appetito!» scambiato tra i commensali. Nelle occasioni festive in cui si serve del vino si beve di solito il primo sorso insieme, non senza essersi scambiati un augurio, rivolto dal padrone di casa. Sollevare il bicchiere resta un gesto eloquente, anche dove non ci sono più divinità in cielo. Sono state conservate frasi celebri pronunciate al momento di alzare il bicchiere da saggi come Socrate o Senofane.
Le formule di preghiera che precedono il pasto sono generalmente molto semplici: in tutte le culture hanno un notevole affiato universale. Sentiamo questa breve e risoluta preghiera ebraica:

Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, 
re dell'universo,
creatore del frutto della vigna.

Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, 
re dell'universo,
che doni il pane della terra.

La seguente è attribuita a Maometto:

Lodato sia Dio
che ci ha dato cibo e bevanda,
è stato clemente con noi 
e ha mostrato la sua bontà.

Una delle formule più diffuse fra i cristiani è questa:

Signore Dio nostro, 
benedici noi e questo cibo 
che riceviamo dalla tua bontà, 
per Cristo nostro Signore.

Formule più elaborate di preghiere cristiane contengono un accenno all'evento della salvezza di cui si fa memoria in quel periodo dell'anno liturgico: nascita di Gesù, sua passione e morte, resurrezione, pentecoste, ecc.
Perché pregare prima del pasto? I rabbini si chiedono: «Come si sa che, secondo la Legge, bisogna pronunciare una
benedizione anche prima del pasto?». La Legge infatti fissa un obbligo solo per la preghiera dopo il pasto: «Mangerai, ti sazierai e benedirai il SIGNORE tuo Dio» (Dt 8,10). Rispondono i maestri: «Grazie a un ragionamento a fortiori: se si benedice Dio quando si è sazi, tanto più bisogna farlo quando si è affamati» (Talmud, Berakhot 48b).

Dopo il pasto

Nella tradizione ebraica è importante soprattutto la preghiera dopo il pasto. Presso i cristiani è avvenuto proprio il contrario, ma non era così all'inizio. Uno dei testi cristiani più antichi (Didachè 10, trad. D. Sartori) prescrive in particolare questa preghiera:

Dopo esservi saziati, ringraziate così (cfr. Dt 8, 10!) :
Noi ti rendiamo grazie, Padre santo,
per il tuo santo Nome
che hai fatto abitare nei nostri cuori,
e per la conoscenza, la fede e l'immortalità
che ci hai rivelate per mezzo di Gesù, tuo Figlio,
a te gloria per sempre!
Sei tu, Signore onnipotente, che hai creato tutte le cose 
per il tuo nome
e hai dato agli uomini cibo e bevanda fino a sazietà perché 
ti rendano grazie:
ma a noi tu hai concesso
un cibo e una bevanda spirituali
che conducono alla vita eterna
per mezzo di Gesù, tuo Figlio.
Soprattutto noi ti benediciamo
per la tua potenza:
a te gloria per sempre!
Amen.
Ricordati, Signore, della tua Chiesa,
liberala da tutti i mali
e rendila perfetta nel tuo amore.
Riuniscila dai quattro venti, santificata,
nel tuo Regno che tu le hai preparato,
perché tua è la potenza e la gloria per sempre.
Amen.

Qui sotto si aggiungono ancora alcuni auguri e l'esclamazione finale: 
'Maranatha. Amen'.

Venga il Signore e passi questo mondo! 
Amen.
Osanna alla casa di Davide!
Se qualcuno è santo, si avvicini.
Se non lo è, si converta.
Maranatha!
Amen.

Questa preghiera, molto probabilmente solo un testo base sul quale i presidenti d'assemblea potevano ricamare a seconda dell'ispirazione profetica, è lunga almeno il doppio di quella prescritta prima del pasto. Con gli anni si vede che la preghiera prima del pasto diventa sempre più importante e lunga nella comunità cristiana. Ciò che è diventato preponderante nella preghiera eucaristica, ha finito per influenzare anche il rito dei pasti ordinari. Ciò vale anche all'inverso: quando i cristiani pregano insieme prima del pasto, la loro preghiera conserva sempre qualche tratto della preghiera eucaristica. Si evocano le opere di Dio nella creazione (il pane e il vino) e nella storia, in particolare in Gesù e per mezzo suo, la sua morte (il pane spezzato) e la resurrezione (la comunione nello Spirito Santo), e tutto si celebra nell'attesa della sua venuta ('finché egli venga').
La preghiera dopo il pasto nella tradizione ebraica, Birkat ha-Mazon, è molto antica. Tre delle quattro benedizioni che la compongono erano già in uso dal tempo di Gesù, formulate in modo molto simile a quello attuale; la quarta è apparsa una generazione più tardi. I rabbini sostengono che la prima benedizione risale a Mosè, quando Israele ricevette la manna nel deserto. «Così impari a benedire Dio per l'esistenza e il cibo che Egli ti offre per sostentarti». Questa preghiera porta il nome di Birkhat ha-Zan (benedizione del cibo).
La seconda benedizione è attribuita a Giosuè, quando Israele entrò nella Terra Promessa. «Così impari a ringraziare Dio per i prodotti della terra». Questa benedizione si chiama: Birkhat ha-Aretz (benedizione per la terra - la Terra Promessa).
Secondo i maestri, Davide e Salomone sono responsabili della terza benedizione. Vi si menziona Gerusalemme, città di Davide dove Salomone fece costruire il Tempio. È stata formulata dopo la duplice catastrofe all'epoca romana (nel 70 e nel 135 d.C.), perché Dio ricostruisca Gerusalemme. La si chiama Birkhat Bonè Yerushalaim (benedizione per la ricostruzione di Gerusalemme).
L'ultima benedizione risale all'epoca di Jamnia, in rapporto con i morti di Bethar (134/135 d.C.) che rimasero senza sepoltura finché l'occupante romano non permise di seppellirli. Si invoca Dio 'Buono' perché i cadaveri non emanavano odore e 'Benefattore' perché ha fatto sì che si potesse seppellirli. Questa benedizione si chiama Birkhat ha-Tov ve-ha-Metiv (la benedizione del Buono e del Benefattore).
Si vede così che questa quadruplice benedizione riprende tutta la storia di Dio con il suo popolo e la rievoca come una serie di doni ricevuti da Dio. Inoltre, la preghiera - e dunque il fatto di mangiare e di saziarsi - allude esplicitamente agli interventi divini più importanti come la ricostruzione di Gerusalemme, la resurrezione dei morti e l'instaurazione del regno messianico. È bene meditare questo, perché anche la
preghiera cristiana dopo il pasto conserva qualcosa di questo doppio movimento: ricordiamo con gratitudine tutti i benefici che abbiamo potuto ricevere e attendiamo nella speranza il pieno compimento di tutte le promesse, quando verrà il Regno.
Traduciamo almeno la prima di queste quattro benedizioni, la più breve ma anche la più universale. La preghiera della Didachè, citata più sopra, è ricalcata su di essa.

Benedetto sii tu, Signore, nostro Dio, re dell'universo, che nutri il mondo intero nella tua bontà, con favore, con grazia e con misericordia, che dai il cibo a ogni creatura perché la sua grazia è eterna. Per la tua grande bontà, il cibo non ci è mai mancato e mai ci mancherà. Per il tuo grande Nome tu nutri e sostieni ogni cosa, concedi i tuoi benefici a tutti e prepari il cibo a tutte le tue creature che hai create. Benedetto sii tu, Signore, che nutri tutti gli esseri (2).

Perché pregare dopo il pasto?

Può essere un bene imparare quali motivazioni adducono gli ebrei a favore dell'obbligo di pregare dopo il pasto, visto che noi cristiani usiamo insistere meno su questa preghiera. I rabbini dicono che la ragione di ringraziare Dio è data in Dt 8,10: «Mangerai dunque a sazietà e benedirai il SIGNORE Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato». Il versetto seguente spiega il senso della prescrizione: «Guardati bene dal dimenticare il SIGNORE tuo Dio (...) quando avrai mangiato e ti sarai saziato (...). Non dimenticare il SIGNORE tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile (...) che nel deserto ti ha nutrito di manna...».
In questa preghiera di rendimento di grazie si esprime la profonda consapevolezza che tutto proviene dalla divina provvidenza: «Ogni pezzetto di pane è un dono dall'alto,
esattamente come la manna per il popolo errante nel deserto» (Rabbi S.R. Hirsch). Inoltre, tutta la riflessione ebraica sull'azione di grazia deriva dalla successione di tre verbi: mangiare, saziarsi e benedire. Dio dona il cibo, non con avarizia ma a sazietà: come allora non lo si benedirebbe? La salmodia ribadisce ciò che già la Legge prescriveva:

I poveri mangeranno e saranno saziati, 
loderanno
il Signore quanti lo cercano: 
viva il loro cuore per sempre! (Sal 22,27).

Come pregare di nuovo a tavola?

Se si decide di dedicare un momento al silenzio e alla preghiera in occasione dei pasti, come procedere?
Si può riprendere una formula conosciuta. Utilizzandola regolarmente, si riesce senza troppa fatica a impararla a memoria. Le preghiere, come abbiamo visto nel nostro studio sui salmi, devono innanzi tutto essere praticate al punto da conoscerle a memoria. Solo allora hanno una possibilità di parlarci dal di dentro.
Per consentire a ciascuno di parteciparvi, è bene dire insieme una preghiera conosciuta come il Padre Nostro o anche un ritornello cantato, composto per i bambini, prima o dopo il pasto.
Se si ha il tempo, per esempio la sera, uno dei commensali può leggere il vangelo del giorno o un salmo. Al Carmelo si usa, la sera dopo il pasto, esprimere una serie di intenzioni personali. Questa abitudine può essere conveniente anche in famiglia, dove a seconda delle circostanze ci si può chiedere perdono o scambiare parole di incoraggiamento. Molto si può fare, anche senza molte parole. Alcuni amano cantare, altri ascoltare ciò che ha preparato uno dei bambini. Lo spazio per pregare, fosse pure una volta la settimana come la domenica, deve diventare sempre più gioioso. Pazienza e umorismo, tenerezza e poesia vi trovano nuove possibilità. Spetta alle famiglie giovani osare nuove iniziative. Il resto seguirà, come il ruscello che diventa torrente, e poi fiume.

Un movimento

In ogni formula di preghiera si possono distinguere tre o quattro momenti essenziali, uniti in un movimento unico.
- Innanzitutto si invoca Dio con il suo nome. Può essere molto breve, come 'Dio' o 'Signore Dio nostro', 'Dio Padre nostro' .
Ma con il suo Nome si intendono anche i suoi atti. Egli è quello che fa. Chi lo invoca ha potuto sperimentare nella propria vita chi è, in particolare in ciò che Egli ha realizzato per lui. In funzione del tempo liturgico, si può nominarlo facendo memoria di ciò che ha fatto: ha risuscitato suo Figlio dai morti, ha inviato lo Spirito, ecc. Così l'invocazione del Nome può ampliarsi facilmente e in modo abbastanza spontaneo:

Signore Dio nostro,
che doni il nutrimento a tutto ciò che vive...

Dio nostro Padre,
tu hai inviato il tuo Verbo, che si è fatto carne 
ed è nato dalla Vergine Maria,

tu effondi il tuo Spirito sui tuoi servi,
ricrei i nostri cuori,
ci educhi nell'amore e nella fedeltà...

Quanta profusione nelle tue opere, Signore! 
Tutto ha fatto la tua sapienza:
la terra si è colmata dei tuoi beni (vedi Sal 104,24).

- Un secondo elemento essenziale è allora la domanda: 'benedici!', 'donaci la tua benedizione'. È la supplica del tutto naturale per una preghiera ai pasti. In sé, si tratta di una richiesta estremamente ricca: ciò che abbiamo ricevuto da Lui, Egli stesso lo circondi di tutta la sua bontà. Solo allora questo pasto porterà vita e benedizione. Imploriamo la benedizione sul cibo e sulla bevanda ma anche su tutta la compagnia, piccoli e grandi, e in particolare su coloro che hanno preparato il pasto, eventualmente anche sugli assenti, i malati e i defunti.
- Un terzo elemento chiede che ciò che avviene qui e ora possa essere confermato, possa sfociare nella pienezza promessa e sperata del Regno, che resta sempre l'orizzonte di tutte le nostre domande in questa vita. La formula breve che risulta è: 'e conservaci nella pace'. La parola pace contiene tutte le attese. Dio non ha altro in vista, e chi prega infine non può mirare ad altro. «Tutte le benedizioni, dicono i rabbini, confluiscono nella pace. La pace è l'obiettivo della preghiera. Chi prega in tal modo è sicuro di essere ascoltato. Chi prega senza augurarsi la pace non sarà esaudito». Così si può dire nelle forme più diverse:

conservaci nello spirito di Gesù, 
spirito di gioia e di rendimento di grazie

conservaci nell'intesa e l'amore reciproco

conservaci nella grazia della tua prossimità continua. 

I sinonimi di 'pace' sono innumerevoli.

- Si può sempre aggiungere un ultimo elemento, la doxologia «per Gesù Cristo nostro Signore». Altri concludono con: «ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen». Anche qui sono possibili molte variazioni. La conclusione della preghiera con il Nome di Gesù o con il Nome del Dio trinitario testimonia la fede che tutta la nostra vita è ancorata in questo Nome, che dal nostro battesimo in poi siamo letteralmente immersi nell'amore reciproco del Dio trinitario e non vogliamo vivere niente altro. Per questo Paolo dice in un modo che ancora ci ispira:

Con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine,
cantate a Dio nei vostri cuori.
E qualunque cosa facciate, in parole e in opere,
tutto avvenga nel nome del Signore Gesù,
rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre! (Col 3,16b-17)

o ancora:

Dunque, sia che mangiate sia che beviate 
sia che facciate qualsiasi altra cosa,
fate tutto per la gloria di Dio (1Cor 10,31).

Ridotta alla sua struttura schematica, la preghiera si dispiega come segue:
- «Dio...
- «benedicici
- «e conservaci...
- «per Gesù... Amen».
È bene appropriarci di questo movimento. La minima velleità di preghiera in noi può allora svolgersi in maniera identica, anche al di fuori dai pasti:
- ci meravigliamo dei benefici di Dio che ricordiamo con
amore e siamo lieti di nominare;
- invochiamo ancora e ancora la sua benedizione come la luce dei suoi occhi, come la compassione del suo cuore di Padre;
- non cessiamo di supplicare che Egli porti a termine ciò che ha iniziato in noi, di modo che la sua pace riempia tutta la creazione.
In seguito quest'ordine può essere modificato sempre di più. Il movimento è aperto e il cuore trova facilmente la sua via, in mezzo all'esistenza e circondato da molto, per rivolgersi direttamente a Dio, come un figlio nel Figlio, libero e responsabile.

Dio alla nostra tavola

Ecco: sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, 
io verrò da lui,
cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20).

Niente somiglia più al Regno quale Gesù lo annunciava, di una mensa a cui ci si siede uno accanto all'altro di comune accordo. L'icona di Rublev ce lo ricorda in maniera esemplare. I tre personaggi sono armoniosamente racchiusi in un grande cerchio, e lo spazio all'interno prende la forma di una coppa, generosamente aperta, come nel gesto d'oblazione. L'immagine incute riguardo e rispetto, respira dono e benedizione. Al momento di condividere cibo e bevanda, ospitalità e fraternità, cerchiamo di tener sempre presente questa visione impareggiabile di pace.

2. IN VIAGGIO: IL PELLEGRINO E LA PREGHIERA

Nessuno è 'uomo della strada' più del pellegrino. E chiunque sia 'in cammino' si riconoscerà presto o tardi nella spiritualità del pellegrino. All'inizio del libro di Ruth il primo verbo è: 'andarsene': «Un uomo se ne andò... (wajjèlekh 'is...) ». Il confronto fra tutti i passi della Bibbia dove il verbo 'andare' apre un racconto, suggerì questa conclusione a un autore mistico ebreo: 'andare' è sempre, in tutti i sensi, un'avventura, e l'avventura è, in fondo, sempre 'messianica'.
Il libro di Ruth ne è una chiara conferma: da questo mancato trasferimento di Elimelek a Moab nascerà alla fine Davide, figura del Messia.
Chi parte per una escursione, si mette in cammino, intraprende un viaggio, può chiedersi: «Fino a che punto questa
avventura è messianica? Quale speranza sostiene questa spedizione e verso quale 'Gerusalemme' (traduzione: 'visione di pace') mi sono messo in strada? Quale incontro messianico posso aspettarmi da qui alla fine del viaggio?». Anche chi è al volante sulla strada, chi rientra dal suo lavoro quotidiano, può porsi questa domanda. Molti riconoscono che l'automobile è diventata uno spazio privilegiato per rientrare in sée pregare. Prendiamo il caso un po' limite del pellegrino. È una pratica oggi nuovamente valorizzata, esemplare per ogni cristiano in viaggio.

Il pellegrino e la preghiera

Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio (...)
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion (Sal 84,6.8)

Il pellegrino prega.

La preghiera stessa infatti è già un pellegrinaggio, e la forma più alta della preghiera cristiana, l'eucaristia, è alla lettera un pellegrinaggio (3). La dimostrazione più chiara di ciò è il racconto dei pellegrini di Emmaus. L'Eucarestia è la celebrazione della Pasqua di Gesù: al tempo stesso passaggio e esodo.
Chi si mette in strada, passo dopo passo, abitato da questo desiderio mai completamente esprimibile, scopre sotto i suoi piedi il cammino della preghiera. Un vescovo brasiliano così si esprimeva, a partire dalla sua personale esperienza: «Ci sono tre modi di pregare: con la bocca, con il cuore e con i piedi». Il popolo brasiliano è molto allenato a quest'ultima maniera (4). Cammino e preghiera è il titolo di un opuscolo svizzero che invita al pellegrinaggio a Sachseln-Flüli, l'eremo di Nicola di Flue. Le due cose infatti formano una coppia inseparabile, anzi sono come l'interno e l'esterno dello stesso movimento. Il pellegrino canta. La sua preghiera diventa canto, al ritmo dei suoi passi, ritmo del respiro, ritmo del cuore.
«Che farebbe il pellegrino in cammino verso la meta, se non cantasse? Il turista aspira a saziare la mente di immagini nuove, e il suo sguardo osserva e scruta. Chi fa una passeggiata cerca uno sfondo tranquillo alle sue conversazioni con gli amici o al colloquio se stesso. Per il pellegrino il paesaggio, che da tempo attraversa, non esiste più: egli non vuole distrarre il suo spirito. Il suo cammino tende alla meta che gli dà senso, il suo spirito si concentra sul pensiero dell'ospite che va a trovare. La lunga monotonia del suo passo serve solo a ravvivare in lui l'attesa, a rendere più insaziabile il suo desiderio. Solo o in numerosa compagnia, egli canta, perché cantando, anche in mezzo alla folla, resta solo con il suo Dio. Gli altri che lo affiancano lo aiutano a entrare in solitudine» (5).

Salmi

Israele ha pregato durante i pellegrinaggi e viceversa. Il libro dei salmi, al cuore della Bibbia, è il libro di preghiera del popolo di Dio in cammino. I salmi sono la preghiera del pellegrino. Non solo quei pochi canti espliciti di pellegrinaggio (Sal 84; 121; 122) o di processione all'entrata del tempio (Sal 15; 24; 118; vedi 5, 8, ecc.), né solo la celebre serie di quindici salmi il cui titolo tradizionale, 'sir ha-ma 'alot', è stato tradotto con 'cantici per le ascensioni' o 'canti di pellegrinaggio' (Sal 120-134) . No! Tutto l'insieme dei cinque libri forma un solo cammino, una scalata della santa Montagna, un pellegrinaggio verso la Casa del Signore. Con la recita dei salmi, l'abbiamo visto più sopra, si compie il movimento dalla notte all'.aurora, dal lamento e dalla supplica all'azione di grazie e alla lode. Dalla 'valle dell'ombra di morte' si è condotti alla collina del tempio, la montagna della beatitudine, che nella sua perfezione è Dio stesso (così i commenti di Gregario di Nissa e di Ilario di Poitiers, citati più sopra) (6). Chi si dedica ai salmi avrà un cuore 'straniero su questa terra', diventerà un pellegrino-peregrinus (vedi Sal 39,13; 119,19):

Sono canti per me i tuoi precetti,
nella terra del mio pellegrinaggio (Sal 119,54).

Rosari e corone di preghiera

In molte tradizioni, cristiane e non cristiane, la preghiera del pellegrino si riduce ad alcune semplici invocazioni ripetute. Il pellegrino dispone di un rosario su cui può contare serie di dieci, cinquanta o cento e anche centocinquanta (come i salmi) invocazioni, o ben di più. Una mamma mi diceva che chiamava il suo rosario: «il mio gioiello di preghiera» (mijn bidjuweel). Le tre serie di cinque misteri che la cristianità occidentale medita sul 'rosario' formano un'ascesa: dalla tristezza alla gioia, dalla sofferenza alla gloria, seguendo le tappe della vita di Gesù che a loro volta corrispondono ai cicli dell'anno liturgico (Natale, la Settimana Santa, Pasqua e Pentecoste). I musulmani hanno un cordone su cui pregano 99 diverse invocazioni del Nome di Dio (la centesima è il Nome supremo e impronunciabile) (7). I monaci d'Oriente, ma attualmente anche molti cristiani in Occidente, recitano la celebre 'preghiera di Gesù' su un rosario a cento nodi. «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». O ancora: «Signore Gesù, abbi pietà» o semplicemente: «Gesù! » (8).

Avvolti nella preghiera

Un'atmosfera orante accompagna e circonda il pellegrino lungo il suo cammino. Egli prega - i suoi piedi lo fanno già! - e si prega per lui. Generalmente non parte senza aver ricevuto la benedizione del pellegrino, e le progressive privazioni del viaggio gli insegnano a chiedere in tutta semplicità ai suoi ospiti di pregare per lui. Dove viene accolto, si crea una comunicazione fra i cuori: ci si confida con sincerità, reciprocamente; e al momento di ripartire più di una volta si sente dire: «Pregheremo per te!». E vero anche l'inverso: gli ospiti scoprono nel pellegrino solitario uno spazio di confidenza. «Mi raccontavano tutta la loro vita. Mi mettevano a parte delle loro preoccupazioni nell'educazione dei bambini e altre cose dello stesso genere», testimoniava un giovane che era andato a Compostela in bicicletta. «E alla fine, mi hanno chiesto se volevo dire una preghiera». Sì, «prega per noi», è la richiesta esplicita contenuta in sé già da una solidale stretta di mano, da una pacca sulla spalla, dall'ultimo sguardo prima della partenza. «Pregate per noi a Compostela», ecco il titolo evocatore di un libro che due non credenti hanno scritto sul secolare pellegrinaggio (9).
Giovani sportivi (e anche meno giovani), che avevano prima considerato l'impresa di Compostela come una sfida fisica - a piedi o in bicicletta -, sono ancora più colpiti dalla scoperta della preghiera. È accaduto qualcosa che non arrivavano quasi più a considerare possibile, per quanto credessero di conoscersi. La strada si trasformò letteralmente in un 'rimettersi in marcia' della preghiera.
Alla fine del suo reportage sul 'pellegrinaggio in bici' verso lo stesso santuario della Galizia, Louis Jacobs scrive:

Ero pellegrino o ciclista?
Ciclista, lo ero, evidentemente. Muoversi liberamente nel paesaggio, portato dalla mia stessa forza, ecco una gioia che amo assaporare. Pellegrino? Mormorare formule come preghiera personale è una forma di orazione che non mi dice gran che, anche se apprezzo la preghiera comunitaria e in particolare i testi che vi vengono letti. Percorrere la strada, è essere pellegrino. Una simile preghiera è capace di commuovermi. Essere così in cammino, significa occupare uno spazio mistico, per il quale non ho parole, ma dove risento la certezza di essere portato.

Va' e prega. Prega e va'. Una formula di meditazione scandisce il processo, dall'esterno all'interno e dall'interno all'esterno:

Weg von mir 
Rin zu Dir
Ganz in Dir
Neu aus Dir (10) 
(von Durckheim).

3. AL CAPEZZALE DEL MALATO

Beato chi ha cura del povero e del debole

L'interpretazione di questo versetto iniziale del salmo 41 nei Padri della Chiesa è costante: 'Il povero è il Cristo'. San Benedetto, nel capitolo della sua Regola dedicato ai malati, segnala un mistero particolare che può compiersi al capezzale del malato. Per lui, non solamente il malato è il Cristo, secondo le parole del vangelo: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Anche il visitatore è il Cristo, nota san Benedetto, e al malato spetta mostrarsi in ogni tempo degno di questa presenza di Dio nel visitatore. Infine, se la visita si svolge come suggerito dalla regola benedettina, al capezzale del malato il Cristo incontra il Cristo. Tutta la posta in gioco dell'incontro è permettere questa reciprocità divina fra le persone.
Per quanto difficile sia, c'è uno spazio per la preghiera al capezzale del malato.

Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di fede. Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno rimessi. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri, per essere guariti. Molto potente è la supplica fervorosa del giusto (Gc 5,13-16).

Come pregare?

In questo breve testo Giacomo parla cinque volte di 'preghiera'. Come fare? In cosa consiste questa preghiera che 'rimette i peccati', questa 'preghiera fatta con fede', questa 'supplica fervorosa'?
Non cerchiamo troppo lontano. La preghiera risiede nel cuore, in primo luogo nel cuore del malato. Nel suo desiderio, la sua impotenza, la sua angoscia. Pregare 'con lui' è innanzitutto e soprattutto regolarsi 'su di lui', sullo smarrimento, la tristezza, la speranza, spesso muti, che egli silenziosamente nutre. Pregare 'con lui' è allora soprattutto una
maniera di pregare 'in lui'. Ciò non significa altro che osare mettersi là dove egli si trova. Con o senza parole. Se il malato si sente riconosciuto almeno in questo senso, accetterà come vera, come sincera ogni proposta di pregare insieme.
Non cerchiamo dunque né grandi parole né lunghi discorsi. Crediamo in questo Spirito che in lui e in noi, come in tutta la natura, 'sospira e geme' in gemiti inesprimibili
(Rm 8,21-26). Fidiamoci innanzitutto di lui e lasciamogli silenziosamente la parola.
Le parole scelte saranno di preferenza espressioni conosciute, pronunciate insieme lentamente e con una attenzione nuova. Il Padre Nostro, l'Ave Maria, il Gloria (Gloria a Dio nel più alto dei cieli), il Magnificat, uno o due salmi Il o ancora la preghiera del mendicante cieco Bartimeo, o quella del pubblicano della parabola: 'Signore, che io veda! Signore, abbi pietà di me peccatore! Signore Gesù, abbi pietà. Grazie, Signore, grazie' .

Come membra di un solo corpo

Il malato può sentirsi sorretto dall'attenzione orante del cuore purificato che veglia presso di lui. A volte povera e quasi indistinta, la preghiera scenderà al livello in cui lo Spirito 'geme', come Paolo ha saputo discernere in tutta la creazione, a volte esprimerà chiaramente l'intercessione, pregata nel Cristo, nostro unico mediatore fra Dio e gli uomini.
Pregando, ci facciamo carico del malato. Secondo la visione di Paolo che sarà sviluppata più tardi da Agostino, in particolare nel suo commento ai salmi, il malato è uno delle membra del Cristo. Tutto il corpo partecipa della sua sofferenza. Preghiamo in Cristo, un membro per l'altro e
Cristo, nostro Capo, prega in tutti noi. La grande metafora del 'corpo unico con tutte le sue membra' crea un orizzonte di senso: nella prossimità del malato esiste - al di là di tutte le opposizioni fra sano e malato o ancora, fra coscio e inconscio - una profonda solidarietà oltre le parole.
All'inverso, il malato stesso può accogliere in sé la sofferenza come un fuoco che purifica e trasformare tutto ciò che sopporta in una oblazione pura e infinita, a nome e in favore delle moltitudini. Misteri indicibili si compiono in segreto: l'anima di chi 'ha cura del povero e del debole' e che ha viscere di compassione per ogni dolore sotto il sole, comprenderà.

Gesti di silenzio

Nella nostra ricerca di forme di preghiera, siamo certi che anche un semplice gesto silenzioso è preghiera. Il segno di croce sulla fronte, un gesto della mano che benedice, un bacio. Il contatto della mano che comprende tutto, tutto raccoglie, dona e perdona tutto. Possiamo ascoltare insieme una musica amata. O ancora guardare insieme un'icona in cui la tenerezza di Dio, la sua benedizione, la sua profonda compassione risplendano su di noi. Un frate trappista di Zundert portava sempre un'icona sotto lo scapolare; così si recava dai malati e parlava senza parole, mostrando la bellezza di Dio, scritta da un Rublev o da un Teofane il Greco...
Il silenzio è più importante delle parole quando preghiamo come quando amiamo. Non illudiamoci di aver pregato solo perché abbiamo potuto recitare alcune formule al capezzale del malato. Non pensiamo neppure di non aver pregato, solo perché non abbiamo trovato le parole e non siamo riusciti a pronunciare la minima preghiera. «Dio non ascolta la vostra bella voce: egli sonda le reni, ascolta il cuore»(Giovanni Cassiano). Se non sei nel tuo cuore e non preghi continuamente nel tuo cuore, allora tutto ciò che viene ad aggiungervisi, non è né amore né preghiera. Il primo che se ne accorge è il malato stesso. Egli ascolta come Dio. Perciò devi venire a lui come a Dio.

Seminare la luce nella notte

La comunicazione può essere difficile, al capezzale di un malato grave. Almeno una certezza può accompagnarci: c'è nell'altro un desiderio di preghiera, di perdono, di consolazione divina più grande di quanto egli o ella riesca a dire. Con questa fiducia, si può rischiare di muovere il primo passo e rivolgersi alla libertà dell'altro, al di là delle soglie e delle barriere. Questa assicurazione poggia sulla convinzione che in lui o lei anche lo Spirito di Dio è all'opera. Talvolta, ci si trova davanti a una persona in stato di semi-coscienza, che non è più in grado di fare da sé un segno, e ci vuole coraggio per continuare a rivolgerle la parola. Talvolta anche il morente è preda di forti angosce, al di fuori della sua volontà e al di là della sua rassegnazione. Restare vicini malgrado il subbuglio in cui l'altro vive, è opera di fede. In questi casi è indispensabile che l'altro senta la nostra voce; può servirgli da guida nella notte, permettendogli di attraversare l'ultima oscurità: «Vai verso la Luce. Rimetti la tua vita in tutta fiducia. Abbandonati. Tutto è bene. Puoi partire. Va' in pace. Egli ti attira a sé. Lasciati attirare, la tua mano nella Sua. Il suo Volto è tutto verso di te. Abbi fiducia». Pregare consiste allora nel seminare discretamente parole di luce nella Notte incomunicabile in cui l'altro si trova. Un canto come l'antifona della sera, la Salve Regina, in un simile momento può anche offrire la pace come una benedizione.

Il letto del malato come simbolo

Il letto del malato è il simbolo di ogni situazione estrema di infelicità, disperazione, impotenza a aiutarsi da sé in alcuna maniera. Le anime di preghiera scendono fino a questo limite. Isacco il Siro notava in uno dei suoi paragrafi più noti:

Cos'è un cuore compassionevole? Un cuore che brucia per tutta la creazione, per gli uomini, per gli uccelli, per gli animali dei campi, per i demoni, per ogni creatura.. Quando pensa ad essi o li vede, gli spuntano le lacrime dagli occhi. La sua pietà è così forte e così violenta, la sua costanza così grande che il suo cuore si chiude ed egli non può tollerare di udire o vedere la minima sofferenza o la minima tristezza in tutto l'universo... Per questo prega in lacrime ogni momento per gli animali senza intelletto, per i nemici della verità e per tutti coloro che gli fanno del male, perché siano custoditi e sia loro perdonato. Nell'immensa compassione che si leva nel suo cuore, smisurata, a immagine di Dio, egli prega anche per i serpenti (12).

Preghiera, compassione e l'intuizione della finalità di tutto il creato trovano qui il loro punto di convergenza in un cuore unificato, perché pienamente ricreato a immagine del suo creatore.

 

NOTE

[1] L'originale suona così:
Zondagmorgen
Het licht begin te wandelen door het huis
en raakt de dingen aan. Wij eten
ons vroege brood gedoopt in zon.
Gij hebt het witte kleed gespreid
en grassen in een glas gezet.
Dit is de dag waarop de arbeid rust.
De handpalm is geopend naar het licht (Ida Gerhardt).
[2] Vedi E. Munk, Le monde des prières, tomo I, Paris 1970, p. 246, citato da C. Di Sante, La preghiera di Israele. Alle origini della liturgia cristiana, Marietti, Casale Monferrato 1985, p. 147.
[3] Vedi diversi scritti di F. Bourdeau, L'Eucharistie, Paques du Pèlerin, e Id.
, La mute du pardon. Pèlerinage et réconciliation, Cerf, Paris 1981 e 1982 (Dossiers Libres). Anche il suo articolo: Pèlerinage, Eucharistie, Réconciliation, «Lumen Vitae» , 39 (1984), pp. 153-165.
[4] Vedi il rapporto dei pellegrinaggi al Nord-Est del Brasile di Therezinha Stella Guimaraes, in «Lumen Vitae» , 39 (1984), pp. 177-190.
[5] Bisogna rileggere secondo la cultura indiana questa pagina, citata dall'introduzione ai Salmi di Toukaram, da G.-A. Deleury (Toukdram, Psaumes du pèlerin, Paris 1956, p. 9).
[6] Supra, al cap. II, pp. 53-54.
[7] Vedi lo studio approfondito di D. Gimaret, Les noms divins en Islam. Exégèse Zexicographique et théologique, Paris 1988, pp. 51-83 (le diverse liste dei 99 nomi); pp. 85-94 (il problema del Nome supremo).
[8] La storia del pellegrino russo del XIX secolo è molto conosciuta. Vedi Racconti di un pelZegrino russo (a cura di C. Campo; tradotti da M. Martinelli), Rusconi, Milano 1973. Vi torneremo al capitolo seguente.
[9] P. Barret - J-N. Gurgand, Priez pour nous à Compostelle, Rachette, Paris 1978.
[10] Questa breve formula di meditazione in quattro tappe significa: staccarmi da me, volgermi a te, entrare tutto quanto in te, uscire rinnovato da te. Si tratta di realizzare la successione dei quattro punti, cosa che non è garantita in anticipo: talvolta si riesce solo a fatica a staccarsi da sé... Del pellegrinaggio si dice anche: "partire altrove, per tornare altro».
[11] Oltre ai sette salmi penitenziali conosciuti (6,32,38,51, 102, 130, 143), ci sono ancora alcuni salmi che citano la malattia e perciò particolarmente appropriati per i malati e da pregare con loro, o ancora presso i morenti: vedi Sal 16, 28, 30, 41, 43, 88.
[12] Isacco il Siro, Oeuvres spirituelles (trad.J. Touraille), discorso 81, DDB, Paris 1981, p. 395.