PICCOLI GRANDI LIBRI   Benoit Standaert
Come si fa a pregare

Alla scuola dei salmi con parole e oltre ogni parola

Titolo originale: In de school van de psalmen. Bidden met woorden en voorbij alle woorden
Traduzione di Maria Luisa Milazzo
Vita e Pensiero 2002

I. La Preghiera originaria

IV. La Preghiera e Maria
II. Pregare con i salmi V. Pregare a tavola, in viaggio e al capezzale del malato
III. Pregare il «Padre Nostro»  

VI. La preghiera di Gesù

VII. Il silenzio, o la preghiera perfetta

VI. La preghiera di Gesù

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, 
abbi Pietà di me peccatore.

Queste undici parole o ventuno sillabe sono la traduzione letterale della cosiddetta 'preghiera di Gesù', come ce l'ha tramandata la tradizione greco-bizantina. Nel corso dei secoli, i fedeli - laici, monaci e monache, anche vescovi hanno ripetuto e approfondito questa invocazione. Ai nostri giorni si propaga sempre più, in Oriente e nelle giovani chiese, in Africa e in Asia per esempio. Come acqua che scivola dovunque o come una macchia d'olio che niente può fermare, essa sfida i secoli: nessun regime politico, per ateo che sia, è riuscito a impedire che questa preghiera invadesse e rianimasse il cuore dei poveri. La cultura materialista che domina l'Occidente rappresenta un pericolo reale per molte pratiche ecclesiali, ma dove questa preghiera ha avuto spazio, ogni materialismo si è visto disarmato e vinto.
Questa preghiera non richiede raccomandazioni speciali: chi ne viene a conoscenza è immediatamente conquistato. Chi già la pratica, ama saperne di più. Tutto ciò che è stato scritto in proposito è immerso in una luce particolare: anche senza essere perfettamente iniziati a questa prassi, quando si comincia a dedicarvisi ci si scopre immediatamente trasformati nel più intimo di sé. L'invocazione del Nome tocca il cuore, modifica lo sguardo sulle cose e le persone, e offre una lingua nuova sostenuta da un diverso silenzio.
In queste pagine ci proponiamo soprattutto di offrire indicazioni pratiche, ricavandole in parte dalla letteratura esistente (1), in parte da ciò che abbiamo imparato direttamente o indirettamente dalla pratica stessa. In teoria, basta ricordare al lettore che la tradizione cui risale questa preghiera è sicura del suo fondamento nella Bibbia stessa e nella tradizione apostolica.
Ecco come si spiega questa convinzione: la formula' abbi pietà di me, peccatore' riprende le preghiere di tanti poveri nel Vangelo, in particolare Bartimeo (Mc 10,48-49) e il pubblicano della parabola di Gesù (Lc 18,13). Quanto alla prima parte dell'invocazione, i commentatori bizantini vi vedono convergere tre confessioni: di Paolo, di Giovanni e di Pietro. Paolo scrive: «Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non sotto l'azione dello Spirito santo» (1 Cor 12,3). Giovanni nota nella sua lettera: «Gesù è il Cristo» (1 Gv 5,1; 4,15). Pietro infine esclama nel Vangelo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» (Mt 16,16). Nel testo greco, in ciascuno di questi passi le parole corrispondono esattamente alle cinque parole della preghiera di Gesù greca (Signore Gesù Cristo Figlio di Dio); inoltre, Giovanni riprende l'ultima parola di Paolo (Gesù) e Pietro l'ultima espressione di Giovanni (Cristo), di modo che i tre insieme non solo si completano ma si confermano a vicenda (2). Paolo in 1 Cor 14 esorta a «pregare piuttosto con cinque parole intelligibili», che con diecimila in una lingua incomprensibile: la tradizione identifica allora questa 'preghiera con cinque parole intelligibili' con la preghiera di Gesù.

Tre ritmi

La preghiera consiste nel ripetere semplicemente la formula trasmessa, con calma e perseveranza. La corona più comune ha un centinaio di nodi. Il vescovo Ignazio Briantchaninov (1807-1867) calcolava una mezz'ora per un centinaio di preghiere e diceva che alcuni avevano bisogno di un tempo più lungo (3). Ai nostri giorni si stima sufficiente un quarto d'ora per un rosario di cento nodi, come ho potuto io stesso sperimentare nel monastero ortodosso di San Giovanni Battista vicino a Maldom, a est di Londra. Laggiù si prega mattina e, sera ottocento volte la preghiera di Gesù per circa due ore. E una pratica comunitaria piuttosto inusuale, anche per l'Oriente.
Quando si recita con attenzione e lentamente quest'unica formula, si cerca spontaneamente di accordarla al ritmo della respirazione. Si inspira mentre si invoca: 'Signore Gesù Cristo Figlio di Dio', e poi si espira pronunciando la preghiera di supplica: 'abbi pietà di me peccatore'. Oppure si adatta la formula a una espirazione lenta, mentre si inspira tranquillamente e in silenzio. Questo secondo uso, mi hanno detto, si basa sull'insegnamento di Gesù in Mc 7: «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. (...) Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male (...)» (Mc 7,16 s.). Espirando dunque, con il Nome e per mezzo suo, come per un vero esorcismo, si espelle tutto il male, al punto che infine non resta più in noi che uno spazio liberato, aperto alla misericordia divina.
Nel celebre racconto del pellegrino russo apprendiamo che il narratore viene stimolato dalla sua guida spirituale, lo starets, a aumentare sistematicamente il numero delle preghiere fino a dodici mila in un giorno... Bisogna riconoscere che è tanto!
Ciò significa che, secondo la tradizione, possiamo adottare tre ritmi distinti: semplice, sul ritmo del discorso parlato, o più lento e con attenzione, come una meditazione cosciente in cui ogni espressione può ampliarsi irradiando ciò che dicono le parole: Cristo - Figlio di Dio - abbi pietà - ecc. La terza maniera trasforma la nostra preghiera in un incendio: una volta appiccato, il fuoco arde e non può più arrestarsi, consuma tutto e al tempo stesso si nutre di tutto.
La pratica rigorosa ci insegnerà quale ritmo sia più conveniente per noi, a seconda del momento. All'inizio dobbiamo applicarli tutti e tre e alternarli regolarmente, per liberarci di una pratica troppo meccanica e troppo semplice. Il numero: 'dodicimila al giorno' corrisponde difatti al numero di respirazioni che facciamo in circa quattordici ore, ovvero dodici al minuto. Così la preghiera di Gesù si accorda al nostro ritmo respiratorio.

Due fasi

In generale, si distinguono due fasi per imparare e esercitarsi alla preghiera di Gesù. All'inizio, i maestri della Chiesa d'Oriente consigliano si pregare a voce alta e forte, fino a stancarsi, come risulta dal racconto del pellegrino russo. Solo in seguito si è autorizzati a praticare l'esercizio puramente mentale. Il ritmo sarà ben differente, a seconda che si preghi ad alta voce o interiormente.
Nel secondo caso, il ritmo sarà talvolta molto più rapido, vicino ai movimenti della respirazione, ma può anche essere parecchio più lento, a seconda dell'intensità dell'attenzione.
In tutto ciò è importante ascoltare il cuore e seguire da vicino le ingiunzioni dello Spirito. Egli è il vero, il solo maestro della preghiera, in particolare per la preghiera di Gesù. Scuole e pratiche correnti possono farci guadagnare molto tempo preservandoci da un certo numero di false piste o di atteggiamenti iniziali erronei. Ma passata la fase di apprendistato, lo Spirito resta il nostro Maestro: non bisogna evitarlo né precederlo solo perché nell'ultimo libretto o opuscolo abbiamo magari potuto leggere qualcosa di diverso sulla preghiera di Gesù. Non facciamo nulla che non sia sotto
la Sua guida. Non è forse «la guida che ci condurrà alla verità tutta intera», secondo la parola di Gesù (Gv 16,13)?
Nello Spirito in effetti, vero iniziatore della nostra preghiera, ci liberiamo dal bisogno di assolvere a un compito e rinunciamo a registrare dei risultati - anche spirituali, quale che sia l'idea che ce ne siamo fatti!

«Gesù»

Certi maestri, penso in particolare a Lev Gillet (4) dicono che la preghiera può ridursi all'essenziale concentrandosi sulla sola parola Gesù, senza altro titolo che questo nome proprio. Abbiamo già visto come si può, salmodiando, passare progressivamente da molte parole a una sola. Sembra che la stessa cosa si verifichi anche per la tradizionale preghiera di Gesù. Altri maestri ancora consigliano all'inizio di ripetere solo l'invocazione' Signore Gesù Cristo Figlio di Dio', senza la supplica. Anche questo ha un senso e con la pratica manifesta la sua efficacia.

«Sì, Abbà, Gesù, Amore»

Questa formula di preghiera ci viene da Betlemme. Una monaca eremita, reclusa da una ventina d'anni circa, prega questo 'mantra' di quattro parole: «Sì, Abbà, Gesù, Amore». Per lei questa formulazione corrisponde a un duplice movimento: prima una adesione al Padre ('Sì - Padre'), poi l'accoglimento di colui che lo rivela: Gesù, l'Amore in persona ('Gesù - Amore'). Con queste quattro parole compiamo il movimento che va da noi a Dio e da Dio a noi.
Pregare questa breve formula già da una decina d'anni ci ha rivelato la sua profondità inestinguibile. Ciascuna delle quattro parole infatti è un nome di Dio.

Sì-Amen è un nome che può essere attribuito propriamente sia a Dio (vedi Is 65,16 «il Dio dell'Amen») che al Cristo (Ap 3,14: «Così parla Amen»; 2 Cor 1,18-20: il Cristo è stato una volta per tutte Sì-Amen). Esso dice la fedeltà di Dio, e chi pronuncia questo nome ratifica che Dio è fedele alle sue promesse.

Abbà è il nome misterioso che Gesù invocò nella sua Pasqua e che i primi cristiani al momento dell'iniziazione si trasmettevano in aramaico, come parola che lo Spirito gridava in loro riguardo a Dio, - il Padre di Gesù e ormai anche loro padre.

Gesù è nome proprio, inalienabile e unico, e nome salvifico per eccellenza.

Amore è nome e attributo di Dio e dello Spirito: 'Dio è amore' (1 Gv 4,8.16; vedi Es 34,6-7) e «l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

In queste quattro parole sentiamo risuonare il nome intero del Padre, Figlio e Spirito, e nel Sì-Amen si esprime il momento mariano dell'incontro con Dio. Questo momento - il 'Fiat' di Maria: «Ecco la serva del Signore: si faccia di me secondo la tua parola» - nasce anch'esso dall'intimo ed è come liberato dal Sì-Amen di suo figlio Gesù. Possiamo leggere, con lui e con lei, il salmo 40, citato ampiamente nella lettera agli Ebrei:

Allora ho detto: Ecco, io vengo.
Sul rotolo del libro di me è scritto
che io faccia il tuo volere.
Mio Dio, questo io desidero,
la tua Legge è nel profondo del mio cuore 
(Sal 40,8-9; Eb 10,5-10).

Possiamo ancora disporre le quattro parole in forma di croce:

& Abbà  (
Amen

+

Gesù
% Amore '

e il cuore che le prega può mormorarle sia in cerchio, sia in croce: ogni nome è inizio e fine, sorgente e scopo da raggiungere. Anche il Sì-Amen è più di una parola umana di adesione: in Dio e in Cristo, fin dalle origini, non c'è mai stato nient'altro che una parola accogliente, amante, che dice fedeltà instancabile e illimitata apertura all'altro da sé.

Il tuo nome un profumo prezioso

Con gli anni può esserci dato di scoprire che è possibile praticare questa preghiera di Gesù continuamente, anche mentre assistiamo a una conferenza o partecipiamo a un incontro, cerchiamo di sopportare pazientemente una umiliazione o un'offesa, o soffriamo di mal di testa... Mai più il nome di Gesù è lontano da noi. Anche mentre recitiamo i salmi all'Ufficio, senza alcuno sforzo mentale, il nome di Gesù si introduce dolcemente e diffonde il suo profumo irresistibile: «Il tuo nome è olio profumato che si effonde» (Ct 1,3). Questo nome significa infatti un orizzonte radioso di essere, di luce, di sapienza, d'amore. Chi ha addestrato il suo cuore a vivere nello spazio di questo Nome, cammina nella sua luce ed essa lo inonda e lo abita, «che dorma o vegli». .. (Mc 4,27).

Nello spazio del Nome di Gesù

La forza dello spazio in cui questo Nome salvifico di Gesù risplende, si comunica a ogni incontro. Possiamo percepirlo ogni giorno, per esempio partecipando a una liturgia, o durante la meditazione sulla Scrittura, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento. Certi incontri, grazie al Nome che li anima dall'interno, avranno una portata più grande di altri: così la scoperta di una nuova icona può immediatamente toccare il cuore così profondamente, che tutto si apre al nome di Gesù. Un'emozione ci invade totalmente: la profondità e l'altezza, la dolce umiltà, la sublime sapienza e il mare senza rive della misericordia che Gesù rende vicina, tutto è di colpo presente. All'inverso, lo spazio di Gesù agisce in noi anche come una bussola: proseguire la lettura di un certo libro è risentito come una pura perdita di tempo, un luogo o una compagnia non sopportano il Nome. Si diviene vigilanti e si impara a rivedere in ogni istante le priorità.
Altri incontri ancora, vissuti a partire da questa inabitazione radiosa del Nome, donano allo spirito una tale libertà, che forse non riusciamo ancora a spiegare né a comprendere fino in fondo. Solo una pratica costante e prudente ci farà capire con gli anni cosa qui si produce.
Per esempio, quando un missionario scintoista formato da anni nel buddismo zen, insieme a un gesuita specialista di mistica medioevale, legge un autore come Jan van Ruusbroec e ne fa risuonare le pagine in sintonia con la letteratura dei maestri buddisti, si produce qualcosa di completamente nuovo (4). O quando il Dalai Lama, a partire dalla sua esperienza e dalla sua cultura buddista tibetana, rilegge una decina di passi del Vangelo e li commenta a uditori cristiani, si produce ancora qualcosa di assolutamente inaudito (6). Quando leggo pubblicazioni che riferiscono questi eventi, 'lo spazio Gesù', realizzato interiorizzando il Nome, mi si rivela in maniera diversa rispetto a quando rileggo testi che provengono dalla mia tradizione e dal mio ambiente. C'è qualcosa di più che una semplice conferma. Si tratta di una provocazione, ma non minacciosa - almeno così sento io -, di un allargamento senza captazione dell'altro, in nessuna delle due direzioni. Nessuno viene manipolato, convertito, assimilato dall'altro. Al contrario! Si introduce qualcosa prima insospettato, e viene accolto con rispetto. Su questa via, a partire dallo 'spazio Gesù', accolto attivamente nel nostro cuore e nel nostro spirito, possiamo attenderci per l'avvenire ben nuovi orizzonti. Le prime generazioni di questo secolo appena iniziato sono chiamate a compiere passi nuovi nella prospettiva qui dischiusa (7).

«Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi Pietà di me, peccatore»

Per concludere, ecco una storia che testimonia cosa è capace di fare la semplice ripetizione di una preghiera: rinnovare lo sguardo e far avanzare il cuore di scoperta in scoperta. Tutto cominciò con una crisi acuta di malaria. Non era più possibile la sia pur minima attività: le gambe fiacche, e per giorni interi quella penosa sensazione di una fatica che nulla è in grado di alleviare. Allora mi venne l'idea di leggere tutto ciò che avrei trovato sulla preghiera di Gesù. Leggevo un poco e poi, affaticato, mi concentravo sulla pratica della preghiera, alternando le due cose in funzione del grado di sfinimento...
Ed ecco la sorpresa. Fin dagli anni degli studi teologici avevo una predilezione per l'icona di Rublev, L'ospitalità di Abramo, con i tre angeli intorno alla tavola. Avevo spesso descritto il movimento circolare, cominciando dalla figura a destra dell'immagine, identificata con lo Spirito. È lui che si incarica sempre di introdurci nel mistero del Figlio e della sua relazione al Padre. Il Padre, a sinistra dell'immagine, guarda davanti a sé e invia lo Spirito. Allora non avevo sotto mano nessuna riproduzione di quest'icona, ma conoscevo a memoria gli atteggiamenti e il movimento che si snoda fra i tre personaggi. Leggendo e mormorando il Nome nel cuore secondo la nota formula, scoprii all'improvviso che il movimento che attraversa l'icona coincideva con il movimento stesso della preghiera di Gesù! Rifacciamone l'analisi.

Signore Gesù Cristo. Così inizia la preghiera. Ma «nessuno può dire 'Gesù è Signore' se non nello Spirito», ci insegna Paolo. E infatti, per venire a Gesù e pronunciare il suo nome, bisogna cominciare nello Spirito e dallo Spirito. Proprio Lui ci insegna dall'interno a levare lo sguardo verso Gesù e realizzare così la sua signoria su di noi.
Arrivati al centro dell'icona, si raggiunge Gesù e si è condotti a comprendere il suo nome. 'Gesù' significa 'il Signore salva' e la sua mano benedicente entra nella storia e si identifica con la coppa al centro della tavola. Nella coppa si distingue un agnello immolato - sul quale, è vero, più tardi è stato sovrapposto un volto umano. L'agnello immolato da
prima della creazione del mondo, come ricorda la prima lettera di Pietro (1,20), si trova così nella coppa che il Figlio benedice e che il Padre a sinistra gli propone. «Il calice che il Padre mi ha dato, non lo berrò?» (vedi Gv 19,10). Il Figlio benedice e accetta.

Gesù Cristo. Egli è l'Unto, il compimento messianico delle Scritture, il Servo, il nuovo Mosè, figlio di Davide e Figlio di Dio, con le due nature: la natura divina qui riconoscibile dall'azzurro del suo abito, colore comune ai tre personaggi; il rosso testimonia la sua umanità, con perfino una possibile allusione all' effusione del suo sangue, secondo la rilettura di Isaia 63 nell'Apocalisse (Ap 14,20) (8).
Sotto la quercia di Mambre - albero della vita, albero della croce - questo figlio d'uomo assume liberamente per il bene di tutti la condizione 'di carne e di sangue' che, a partire da Adamo, tutti devono condividere (vedi Eb 2,14-15).

Cristo, Figlio di Dio. Questo figlio d'Adamo riceve anche il nome di Figlio di Dio. Quando esprimiamo quest'ultimo titolo realizziamo pienamente la relazione al Padre, relazione abissale. Vediamo quanto lo sguardo del Figlio sondi le profondità del Padre. Lo fa senza interruzione, poiché in questo egli è Figlio, spiega Origene commentando Gv 1,18: «Lui che è tutto rivolto al seno del Padre». In effetti, la figura centrale è tutta rivolta verso la figura a sinistra dell'immagine. Lo sguardo esprime un dono di sé pieno d'amore e possiede la stessa intensità d'abbandono che possiamo trovare nella prima figura a destra. Nello Spirito Santo, il Figlio Gesù ci conduce al punto che anche noi consentiamo, pieni di abbandono, a vivere la relazione al Padre e che la compiamo.

Il Padre, tutto a sinistra, è infatti al posto d'onore a capotavola, come nelle rappresentazioni dell'Ultima Cena. Là questo posto preciso è occupato da Gesù, mentre il discepolo amato si china sul suo petto. L'analogia è significativa. Già Origene diceva: «Chi vuole sondare le profondità del Padre con Gesù, deve innanzi tutto con Giovanni riposare sul petto del Maestro».
Il Padre è la sorgente. 'Fonte di ogni santità', dice la liturgia. Fonte di vita: tutto si concentra nel suo seno e fra le sue mani. A partire da qui egli benedice con la mano destra, e da qui ugualmente comincia il movimento inverso: lo scettro nella sua mano sinistra è ancora verticale, quello del Figlio si piega a destra e quello dello Spirito è completamente inclinato. Dalla successione dei tre scettri si vede dunque passare un movimento da sinistra a destra. Lo sguardo forte e pieno di iniziativa del Padre denota forza e comunica vita nuova. È lui - e nella teologia orientale solo lui - che invia lo Spirito. La preghiera di supplica «abbi pietà di me, peccatore» si apre a questa divina comunicazione di sé che sgorga dal seno del Padre: chi prega la preghiera di Gesù, attende la misericordia divina su di sé, quale risplende nello sguardo forte del Padre di ogni consolazione, che invia lo Spirito Paraclito.
Così la preghiera di Gesù sembra seguire il ritmo di ciò che l'artista e teologo mistico Andrej Rublev ha espresso nella pittura. In sé, ciò non ha nulla di stupefacente: sia prima che dopo Rublev la preghiera di Gesù era certo diffusa negli ambienti monastici russi. Facendo oggi ciò che egli fece allora, scopriamo ciò che egli provava e pensava e dove lo portava il suo cuore.
La storia di questa scoperta serva semplicemente a indicare che molti insegnamenti danno frutto solo dopo una umile ma costante frequentazione di ciò che la grande tradizione ci offre. Un salmo, un Padre Nostro, un'Ave Maria, una semplice doxologia o la preghiera di Gesù, in sé sono poco importanti, come gocce d'acqua cadute sulla tavola che un colpo di manica basta a cancellare. Ma se si ripete, questa fragile goccia può bucare la pietra più dura e anche trapassarla. Meglio ancora, l'acqua può diventare in noi una fonte
d'acqua viva che zampilla in vita eterna, secondo la promessa di Gesù alla Samaritana.

Al termine di questo capitolo, che vuole essere innanzitutto pratico, non resistiamo a riportare una pagina, tradotta dal russo e pubblicata alla fine dei Racconti di un pellegrino russo9. Questi consigli, frutto dell'esperienza, possono essere utili a chiunque si applichi assiduamente alla pratica della preghiera di Gesù.

Compendio degli insegnamenti impartiti dai Padri

Ecco i metodi che i Padri ci hanno indicato onde pregare con profitto e avanzare nella pratica.
La frequenza, ossia la frequente reiterazione della preghiera di Gesù.
La concentrazione, cioè l'immersione della mente in Gesù Cristo e il bando di ogni altro pensiero.
L'alternativa nelle parole della formula di orazione, cioè la recitazione della preghiera di Gesù, a volte per intero, a volte abbreviata.
La periodicità, cioè l'alternanza della preghiera di Gesù con la lettura dei salmi, ora restando seduti, ora in piedi con le braccia distese; poi di nuovo la preghiera di Gesù alternata, questa volta, alla lettura pomeridiana delle opere dei Padri.
Il cammino alla presenza di Dio, cioè la percezione costante di Dio e la memoria di Lui durante qualsiasi attività.
Il rifiuto del mondo, grazie alla consapevolezza della morte e alla soavità dell'orazione.
L'incessante invocazione del nome di Gesù Cristo, in ogni circostanza: ad alta voce se in solitudine, mentalmente se in presenza d'altri.
Il sonno con la preghiera di Gesù nel cuore.
L'orazione esteriore per conseguire quella interiore, cioè la richiesta di aiuto al Signore al fine di acquisire la grazia e la rivelazione della orazione interiore.

Pertanto, anima desiderosa di acquisire lo stato di orazione interiore ed anelante alla dolcissima unione perfetta con Gesù Cristo, vieni e deciditi a mettere in pratica gli ammaestramenti dei santi Padri come segue:

1. Siedi, o meglio ancora resta in piedi in un angolo ombroso e tranquillo, in atteggiamento di orazione.
2. Prima di cominciare, fa' qualche 'metania' (10).
3. Con la mente, trova il luogo del cuore sotto la mammella sinistra e su di esso concentrati.
4. Guida la mente dalla testa fin nel cuore e pronuncia le parole: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me», sottovoce, con le labbra oppure con la sola mente, come ti è più confacente; pronunciando lentamente, e con riverenziale timore.
5. Durante tutto questo tempo sforzati, per quanto puoi, di mantenere la concentrazione e di non accogliere alcun altro pensiero, né cattivo né buono.
6. Imponiti di restare a lungo così, dimentico di ogni cosa, in pace e pazienza.
7. Osserva una moderata continenza nel cibo e fa' le prostrazioni secondo le tue forze.
8. Serba il silenzio.
9. Dopo il desinare, un po' alla volta, leggi il Vangelo e
quei Padri che dissertano sulla orazione e sulla vita interiore.
10. Dormi cinque o sei ore, non di più.
11. Con l'orazione esteriore, impetra quella interiore. 
12. Non darti a un lavoro che ti possa distrarre.
13. Controlla ripetutamente sugli ammaestramenti dei Padri la tua esperienza.

 

Signore,
«Dà forza alla mia forza», esclamava il santo profeta Daniele. 
Esclama tu pure, anima mia: Signore,
concedi una salda fermezza alla mia concentrazione!
Da te infatti proviene ogni volontà e ogni atto;
possa io dunque, con il tuo aiuto e la tua intercessione, 
purificare, mediante la concentrazione, la mente e il cuore, 
e renderli una dimora degna di Te,
Uno e Trino! 

 

NOTE

[1] P. Adnès, art. Jésus (Prière à), in Dict. de Spiritualité, vol. 8, coll. 1126-1150; L. Gillet ('Un monaco della chiesa d'Oriente'), La prière de Jésus, Chevetogne 1974; W. Stinissen, Sur la prière de Jésus, Carmelitana, Gand 1980; Igumeno Caritone di Valamo, L'arte della preghiera, Gribaudi, Torino 1980; A. Goetmann - R. Goetmann, Prière de Jésus: prière du coeur, Dervy-livres, Paris 1988. Famosi sono i Racconti del pellegrino russo, più volte editi in francese. Per l'italiano vedi Racconti di un pellegrino russo, Rusconi, Milano 1973, e il più recente Racconti di un pellegrino russo, Città Nuova, Roma 1997 (con introduzione di C. Spidlik). Recentissima è l'edizione inglese, tradotta da T. Allan Smith, e introdotta da A. Pentkovsky, The Pelgrim's Tale, Paulist Press, New York 1999.
[2] J. Touraille, Nouvelle petite Philocalie, Genève 1992, pp. 84-88, citazione di M. Eugénikos, Discours sur les paroles de la prière divine (voI. XI della Filocalia, edita a Bellefontaine, p. 240).
[3] Vedi tra l'altro E. Smonod, La prière de Jésus selon l'évéque Ignace Briantchaninov, Sistemn 1976; I. Briantchaninov, Approches de la Prière de Jésus, Bellefontaine 1983 (n° 5).
[4] Ha pubblicato sotto il nome 'Un monaco della Chiesa d'Oriente', Vedi il suo libriccino classico, La prière de Jésus.
[5] P. Mommaers S.J. -]. Van Bragt cicm, Mysticism Buddhist and Christian Encounters with Jan van Ruusbroec, Crossroad, New York 1995.
[6] Vedi il rendiconto di questa sessione in The Good Heart. His Holiness the Dalai Lama Explores the Heart of Christianity and oJ Humanity, Rider, London 1997. L'opera è tradotta già in più lingue fra cui il francese, il tedesco e l'olandese.
[7] Vedi il libro da noi pubblicato in seguito su questo spazio di Gesù: De Jezusruimte. Verkennen, beleven en ontmoeten, Lannoo, Tielt 2000, con alla fine la descrizione di incontri con lo spazio buddista, lo spazio coranico e lo spazio ebraico (talmudico, cabalistico e chassidico).
[8] «Nel tino ho pigiato da solo... nessuno era con me. Li ho calpestati con ira, il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti" (Is 63,3).
[9] Racconti di un pellegrino russo, 1973, pp. 335-338.
[10] La metania (dal greco: metanoia che significa conversione) è un gesto di tutto il corpo accompagnato dal segno della croce, con il quale ci si converte al Signore. La metania presenta diverse forme: la grande prostrazione in cui si poggia la fronte a terra, o il semplice segno della croce che parte dalla fronte e scende fino al basso petto, o fino alle ginocchia, o ancora a terra.