PICCOLI GRANDI LIBRI  Benoit Standaert
Lo "Spazio Gesù"
Esperienza, relazione, consegna

ANCORA 2004
Titolo originale dell'opera: De Jezusruimte. Verkenning, beleving en ontmoeting
Traduzione dal fiammingo di Rino Ascione

Parte prima

I. SULLE SPALLE DEI PRIMI TESTIMONI

II. LA VITA DI GESÙ VISTA DALL'INTERNO

Excursus

CHI ERA GESÙ? 
L'UOMO DI NAZARETH NEL SUO CONTESTO POLITICO, RELIGIOSO E CULTURALE
Nell'insieme
Una preparazione?
«Credere» in Giovanni
Guarigioni ed esorcismi
Il regno e il Padre
La festa e la mensa aperta

Prima i poveri, le donne, i bambini
Amore e misericordia
La Torah vuole l'amore e non altro
La frusta, la spada e la ronca
Gesù e la politica
In mezzo ai partiti, alle sette e alle scuole religiose
Gesù e la Torah
Gesù «mistico»?
Conclusione

Parte seconda

I. ORIGINE E SVILUPPI DEL LINGUAGGIO DELLA RISURREZIONE

II. LA FEDE DI GESÙ NELLA RISURREZIONE

III. LA RISURREZIONE DI GESÙ DAI MORTI E LA FEDE DEI PRIMI DISCEPOLI
IV. VIVERE CON UNA SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE
V. ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO DEL CUORE: LA PREGHIERA DI GESÙ E LA FILOCALIA
Parte terza
I. GESÙ E IL GIUDAISMO
II. GESÙ E L'ISLAM
III. GESÙ E IL BUDDHISMO
IV GESÙ E L'INCREDULITÀ

Excursus

Chi era Gesù?
L'uomo di Nazareth nel suo contesto politico, 
religioso
e culturale

Se soltanto poteste sopportare 
un po' di follia da parte mia!
[...] Ma non conviene. (2Cor 11,1; 12,1)

Vogliamo volgere un ultimo sguardo per osservare Gesù nella storia, dentro il suo contesto culturale, con la politica di allora e il posto che egli intendeva o meno prendere in mezzo ai gruppi e ai partiti esistenti. Questo capitolo riprende molte idee tratte da testi precedenti e delinea un'immagine globale di chi era Gesù o è potuto essere.
Se fossimo stati in grado di spostarci nello spazio, allora ci saremmo messi a osservare, da un pianeta nei pressi di una stella limitrofa, lontana da noi duemila anni luce, che cosa è veramente accaduto, in Galilea e in Giudea, sotto la dominazione romana, a quel Jeshuah ben Josef di Nazareth. Poiché quella immagine è ancora per strada, come la luce della stella che pensiamo di vedere ora, partita già duemila anni fa. Se avessimo potuto spostarci nello spazio, nel tempo...
Chi era Gesù? La domanda continua ad affascinare l'uomo di oggi poiché, come dice l'adolescente in ognuno di noi: se ami qualcuno, non vuoi forse sapere tutto di quella persona? Per quanto riguarda molti aspetti del Gesù storico continuiamo effettivamente a brancolare nel buio, anche se oggi molti esegeti e storici, rispetto al secolo scorso, sono meno pessimisti sulla possibilità di acquisire informazioni affidabili su di lui, basandosi sulle fonti disponibili. Sappiamo poco e quello che sappiamo è poco consolidato. Il risultato finale resterà ogni volta molto ipotetico e tu non sfuggi mai completamente alla proiezione della tua immagine riflessa. Il Gesù che ricostruisci, assomiglia molto al Gesù che tu sei capace di raggiungere e apprezzare nella tua vita.
Non è questa una ragione sufficiente per rinunciare definitivamente a ogni ricostruzione storica? Secondo alcuni sì. Questo scetticismo, metodo logicamente sano, può essere vinto solo da un grande amore per Gesù e da una fiducia tacita che quanto vi è nel racconto primitivo resta sempre degno di essere contemplato. Cominciamo allora questa inchiesta con discrezione, ma restando aperti alla meraviglia. In tutta relatività, questa è l'immagine che è nata dopo aver analizzato per trent'anni i testi originari, naturalmente confrontandomi con moltissimi colleghi esegeti, tra i quali padre Jacques Dupont (scomparso nel 1998), che qui cito con il dovuto rispetto.

Nell'insieme

La vita pubblica di Gesù è stata relativamente breve: essa si è svolta nell'arco di tre anni al massimo, in modo molto intenso, ma anche con numerosi tentativi e spostamenti, fino allontano nord, oltre il confine della Galilea, mentre al sud mai più in là di Gerico e Gerusalemme. Gesù è stato visto come un profeta itinerante, partito inizialmente seguendo le orme del Battista, anche se con accenti completamente diversi. Cafarnao era la sua base, ma al contrario dei rabbini si spostò di frequente e inviò anche i suoi discepoli davanti a sé. Ogni tanto si ritirava, cercava un luogo solitario tra le montagne, sembrava nascondersi, per esempio, quando tutti lo aspettavano per la festa a Gerusalemme. In Galilea lo incontriamo intorno al lago e nei villaggi. Nessuna delle grandi città (Sepphoris, Tolemaide, Tiberiade, Scitopoli) è menzionata nei Vangeli. Le evitava sistematicamente? E se sì, perché?
La sua esistenza di profeta itinerante sembra sia stata animata da una sola grande preoccupazione: chiamare a conversione il suo popolo e sintonizzarlo con ciò che egli chiamava l'imminente regno di Dio. La scelta dei Dodici e il loro invio contengono un programma chiaro: essi devono rivolgersi in nome di Dio alle dodici
tribù di Israele. L'universale - come per esempio fondare una religione mondiale - non rientrava direttamente nelle sue intenzioni (55). Tuttavia, implicitamente, con la sua apertura ai pubblicani, ai samaritani, al centurione pagano, alla donna siro-fenicia, egli creò un clima di nuovi orizzonti che ispirerà i suoi discepoli a proseguire su questa linea coinvolgendo nell'annuncio anche i pagani. Ancorché fosse molto preso dal suo popolo, diede pochi segni di fervente nazionalismo, come invece molti, nel loro zelo religioso, pensavano di dover fare.

Una preparazione?

Dobbiamo presupporre una preparazione più lunga a tutto ciò? Oppure il tutto in lui è iniziato improvvisamente nelle acque del Giordano, allorché Giovanni lo ha battezzato? I Vangeli sono stranamente silenziosi sul periodo tra la nascita e il battesimo nel Giordano. Vi è solo l'episodio nel tempio, quando aveva 12 anni, conservatoci da Luca (Lc 2,48-50). I suoi genitori allora non lo compresero, osserva l'evangelista. Egli stesso si appellò a un Altro, indicato qui come «mio Padre». Il suo primo gesto da persona emancipata è una fuga e un rimando a un Altro.
Malgrado il silenzio della tradizione evangelica, sono tentato di pensare che Gesù ha dovuto riflettere molto in quei lunghi anni, prima della svolta con l'incontro di Giovanni. Il suo progetto di vita di chiamare Israele per la venuta del regno di Dio presuppone una meditazione più lunga sulla condizione del suo popolo, ritenuto bisognoso spiritualmente, «sfinito come pecore senza pastore» (Mt 9,36; 11,28). Quando Giovanni dà inizio alla sua predicazione di penitenza presso il Giordano, egli vi aderisce, percorre tutta la distanza e arriva là per farsi battezzare. Cosa lo ha motivato a fare questo, se non stava aspettando un simile momento storico di svolta?
Egli non era sposato. Questo non era molto comune all'interno del modello di vita giudaico. Deve aver preso quella decisione molto tempo prima del suo incontro con Giovanni. Egli non l'avrà certamente fatto per considerazioni puramente ascetiche; non era una specie di monaco-asceta: tutto lascia intendere che egli non si comportava esattamente come Giovanni. Lui stesso ha parlato solo una volta di questo celibato: «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre, ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Ciò suona come una massima sapienziale, in cui tutte le ipotesi sono esaminate in una formula tripartita, la cui terza parte rappresenta il punto culminante (56). Gesù illustra qui indirettamente la propria scelta di vita. Questa sarà stata fatta almeno dieci anni prima (il matrimonio rabbinico ha luogo ufficialmente prima del ventunesimo anno di età). Era già occupato allora con quel «regno dei cieli», prima di conoscere Giovanni? Presumibilmente, sì. Questo celibato deve averlo isolato all'interno della sua famiglia e globalmente deve averlo portato un po' ai margini della società. Il fatto che restasse celibe non era certamente dovuto al fatto che evitava o odiava le donne. La sua vita pubblica testimonia il contrario: il suo rapporto con le donne era insolitamente aperto e molto più libero di quanto generalmente fosse permesso negli ambienti rabbinici.
Durante la sua vita pubblica vediamo Gesù ritirarsi spesso in luoghi solitari e pregare, a volte per tutta la notte. Peraltro, egli iniziò il suo ministero proprio con un periodo di quaranta giorni di solitudine nel deserto della Giudea. Pratiche simili non si improvvisano quando si è sopra i trent'anni. Negli anni precedenti egli deve aver spesso pregato, digiunato e cercato Dio nella solitudine. Quando in seguito egli parla di ritirarsi nella «stanza più interna» e di «pregare il Padre che è presente e vede nel segreto», testimonia indirettamente che egli stesso si è esercitato nell'arte di isolarsi e di restare, solo, con fiducia, davanti allo sguardo dell'Unico. È impensabile che ciò possa aver preso corpo solo negli ultimi due o tre anni della sua vita.
Il suo ambiente reagisce con stupore alla sua apparizione pubblica. Non era questo il modo in cui lo avevano conosciuto. Evidentemente egli deve aver tenuto consapevolmente nascosto questo aspetto recondito della sua personalità.
D'altronde, i rapporti con la sua famiglia non sono mai stati facili: sin da quando aveva 12 anni e anche più tardi, dopo i suoi primi miracoli ed esorcismi. Nel Vangelo di Giovanni la sua prima apparizione è uno strano prendere le distanze da sua madre: «Donna, che c'è tra te e me?». La seconda parte della frase nelle lingue semitiche suona come un «no!». Un attimo dopo egli fa comunque quanto sua madre gli aveva domandato, un po' come quel figlio che, nella parabola, prima dice di no e poi si ravvede (cf Mt 21,28-31). Generalmente, nei rapporti con la sua famiglia, Gesù è risoluto: le sue parole spezzano tutti i legami. «Se uno viene a me e non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle [...], non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). « Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»: questa è la sua reazione ironica, scostante, quando gli si comunica che essi stanno fuori e chiedono di lui.«Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,3135). Anche questo episodio non si sarà sviluppato in tal modo senza aver avuto una sua storia precedente.
Gesù si fa conoscere anche come poeta quando prende la parola e ci racconta una parabola dopo l'altra. Anche questo presuppone un periodo di incubazione, un'abitudine a osservare in silenzio uccelli e piante, volpi e bambini, donne e uomini furbi o zelanti, onesti e gelosi, mentre svolgono il loro compito quotidiano o fanno il loro gioco. Cos'è che non ha visto? «Avete occhi e non vedete?» domanda irritato ai suoi discepoli. Nella tradizione musulmana si
conosce il racconto di Gesù che incontra con i suoi discepoli una iena morta lungo la strada. I discepoli provano ribrezzo e si voltano subito. Gesù invece si ferma e osserva: «Non avete fatto caso a come sono belli e perfetti i suoi molari?». Egli si è preso il suo tempo per imparare a vedere, al di là di tutte le convenzioni.

«Credere» in Giovanni

Dopo quel periodo solitario vissuto consapevolmente, nel silenzio e in qualche modo nel nascondimento, irrompe il tempo dell'apparizione in pubblico. Gesù si avvia sulle orme di Giovanni, l'uomo del deserto, il predicatore penitenziale, il vero iniziatore del processo degli ultimi tempi.
Egli ha creduto in Giovanni. Per lui il battesimo di Giovanni veniva «dal cielo», ossia da Dio. Sino alla fine egli manterrà questa posizione (cf Mc 11,27-30). Credere in Giovanni significa: accettare con lui che «il tempo è maturo» e che le cose ultime - il giorno del giudizio - sono sul punto di realizzarsi. Ritengo altamente possibile che Gesù stesso, parlando con i suoi, sia giunto a una identificazione conclusiva: Giovanni è il profeta, sì, egli è l'Elia atteso. Questa attesa non era scritta soltanto nell'ultimo profeta Malachia (Ml 3,1.23), ma era allo stesso tempo una convinzione, diffusa oralmente ovunque, e un pensiero ripetuto nella liturgia: Elia ritornerà e dopo di lui giungerà la fine; sarà !'inizio del tempo messianico. Credere in Giovanni comporta dunque, per Gesù, credere nella propria missione, dopo quella di Giovanni. La fede nell'altro contiene sempre una certa reciprocità, come accade, del resto, anche per l'incredulità. Quest'ultimo punto lo ravvisiamo nella cerchia della famiglia e del suo villaggio nativo (Mt 13,58: «E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità»; cf Mc 6,1-6). Anche Giovanni, convinto che Qualcuno sarebbe venuto dopo di lui, credette in Gesù (cf Gv 1,29-34: «Ecco l'agnello di Dio»; «lo ho testimoniato: questo è il Figlio di Dio»; e Gv 3,27-30: «L'amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo»). Quando, però, era in carcere ed espresse alcuni dubbi
sulla missione di Gesù, questi accettò la cosa con calma e rispose rimandando alle opere concrete che faceva e che rimandavano alle profezie di Isaia. Il dubbio del maestro riguardo al suo seguace non indusse quest'ultimo a vacillare. In ogni caso, Gesù non darà mai !'impressione di dubitare della missione del suo precursore.
Per conoscere e comprendere se stesso, Gesù aveva bisogno del volto degli altri come ogni altro uomo che vuole crescere e giungere a maturità. L'incontro con Giovanni nelle acque del Giordano è stato, sotto questo aspetto, di importanza fondamentale. Gesù ne ricavò una chiara visione di se stesso e di ogni sua relazione: con Dio, con il popolo e con Giovanni. L'assassinio di Giovanni, compiuto da parte di Erode, deve aver trasmesso a Gesù almeno questo messaggio: anche a lui, che operava come Giovanni, poteva accadere la stessa sorte... Dunque, su quasi tutta la vita pubblica di Gesù deve essersi allungata l'ombra della spada che aveva decapitato Giovanni. Il fatto che Gesù non si lasciasse vedere nelle grandi città della Galilea, trova probabilmente qui la sua spiegazione. Luca è a conoscenza del fatto che alcuni farisei, molto vicini a Gesù, lo avvertirono che Erode lo stava cercando. È significativo che Gesù nella sua replica definisca il tetrarca «una volpe», ossia non troppo pericoloso ai suoi occhi. «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta» (Lc 13,32). Gesù non permise a nessuno di modificare la sua agenda dall'esterno. La sua libertà sovrana è notevole, qui come in quasi tutti i confronti difficili.

Guarigioni ed esorcismi

La prima apparizione di Gesù è caratterizzata dai miracoli: guarigioni ed esorcismi. Gesù è un taumaturgo. Egli stesso spiega questi atti di potenza come altrettanti segni che il Regno annunciato èvicino. Egli li attribuisce allo Spirito Santo. Nel pensiero semitico pneumatologia e demonologia appartengono allo stesso e unico campo. Se si vuole conoscere Gesù allora bisogna accordarsi con quello Spirito e con quei demoni (57). Gesù si comporta come uno che è ripieno di una forza più potente delle forze opprimenti che possono paralizzare gli uomini, schiacciarli o scacciarli dalla cerchia dei viventi. Gesù lenisce, riconcilia, riunisce e reintegra, e lo fa ogni volta in nome di quest'altra realtà: il Regno. Egli spiega da sé i suoi miracoli come la prova che il regno di Dio è giunto, adesso. Egli opera come «mosso dalle proprie viscere», così testimoniano i testi, e lui stesso usa volentieri questa espressione in molte parabole. La sofferenza e la mancanza di libertà con cui alcuni gli vanno incontro, hanno effetto su di lui e ogni volta, mosso a compassione, si lascia vincere e dà la vita per l'altro.
Tali miracoli non hanno conquistato i suoi contemporanei tanto da soddisfare i loro bisogni. Si aspettavano evidentemente di più da lui. Gesù delude, è uno scandalo, e deve regolarmente giustificarsi a
questo riguardo. Nella sua replica alla delegazione di Giovanni il Battista che si domanda: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro?», egli rimanda alle sue opere, allegandovi un paradosso sorprendente: «Beato colui che non si scandalizza di me» (Mt 11,2-6). 
Lo scandalo dunque c'è, e deve essere vinto. Molte parabole, da alcuni definite «parabole-contrasto», rispondono ugualmente a una esperienza di delusione: «È tutto qui?». Gesù dice: «Osservate il granello di senape: il più piccolo di tutti i semi sulla terra. 
Un volta seminato e cresciuto è più grande delle altre piante dell'orto, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido tra i suoi rami!» (cf Mt 13,31-32). Che contrasto tra un inizio di poco conto e il risultato finale. «Guardate il seminatore: quanto si perde infatti nel suo lavoro di semina! Gli uccelli ne mangiano, il sole brucia quello che è caduto sulla roccia, un'altra parte è soffocata dai rovi! Ma là dove il seme mette veramente radici profonde e può crescere liberamente, frutta trenta, sessanta, cento volte tanto!» (cf Mt 13,3-8). Qui il narratore di parabole esagera, poiché mai nella Palestina di allora si è vista una spiga con cento granelli!
Secondo alcuni storici Gesù durante la sua vita deve aver fatto meno impressione alla sua generazione che la figura del Battista. Il dono di operare come guaritore e taumaturgo, dal punto di vista rabbinico, non godeva di un'altissima stima, e nei Vangeli vediamo chiaramente come scacciare i demoni apparisse assolutamente ambiguo e fosse visto da alcune istanze ufficiali come opera del demonio stesso (cf Mc 3,22-30).

Il regno e il Padre

La grande idea che accompagna tutti questi fatti è il regno di Dio. Questa espressione è un modo di dire per parlare di Dio stesso: «il grande Re» (Mt 5,35). «Il regno viene» coincide con «il Re, Dio stesso, sta venendo». La seconda espressione che Gesù usa continuamente è «il Padre», o «mio Padre», con i suoi molti attributi («che è nei cieli», «che vede nel segreto», «che sa tutto», ecc.). Nel famoso Discorso della montagna di Matteo «Padre» è di gran lunga la parola più presente (accanto a «regno» e «giustizia»). Anche se tutto il discorso è una chiara costruzione dell'evangelista, quell'alta frequenza, in un vocabolario in gran parte tradizionale, indica un baricentro nel discorso di Gesù. «Regno» e «Padre» appartengono l'uno all'altro come un solo leitmotiv nella predicazione di Gesù. Se il termine «Regno» è un simbolo per parlare di Dio, il nome «Padre» lo nomina in maniera più intima, come la dimensione interiore della stessa cosa. Come i maestri della sua generazione, anche Gesù, per parlare del Padre e dello Spirito Santo, talvolta avrà usato il registro del discorso pubblico con un linguaggio più velato, e talaltra quello della metafora esoterica accompagnata da commenti più intimi. La parola «Abba», che si trova una volta nei Vangeli e due volte nella corrispondenza di Paolo, risale sicuramente a Gesù stesso e indica il carattere molto confidenziale del suo rapporto con Dio, insegnato e trasmesso peraltro anche ai suoi in un modo o in un altro. L'analisi della frase che troviamo in Mt 11,27 (58): «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre», mostra quanto siano forti la reciprocità e l'esclusività in quella relazione, ma anche come esse vengano offerte a chiunque vi è aperto. Nello stesso tempo diventiamo consapevoli che parole come «figlio» o «padre» rimangono metafore che a un certo punto devono fare posto alla realtà stessa dell'Altro in Gesù o anche in noi. Il modo in cui egli ne parla ci fa constatare certamente una forte coscienza di sé, legata intimamente alla coscienza di Dio, ma non tale che la sua relazione con Dio risulti essere un suo personale privilegio. Al contrario, ciò di cui egli parla, èl'essenziale che ognuno, uomo o donna, deve realizzare nella sua vita. Nel pensiero giudaico la filiazione divina è la caratteristica del popolo, e Gesù raccomanda a ognuno dei suoi contemporanei di realizzarne la pienezza nella propria vita.

La festa e la mensa aperta

Gesù amava le feste. Il primo contesto in cui l'evangelista Giovanni lo colloca, è quello di una festa di nozze a Cana di Galilea. Il primo miracolo che egli anche qui fa non è niente meno che cambiare in vino qualcosa come sei, settecento litri d'acqua... Su questo piano egli si distingue molto da Giovanni, il suo predecessore. La gente notava la differenza e ne parlava. Giovanni, l'asceta che «non mangia e non beve», lo ritengono un posseduto. E Gesù? Lui mangia e beve! Lo considerano come un festaiolo, «un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori» (Lc 7,34)59.

Nell'immaginazione poetica di Gesù la festa risuona ovunque. Le sue parabole sono piene di scene vivaci e veramente festose, a volte come punto di avvio (un re tenne una festa per le nozze di suo figlio), a volte come prospettiva finale: «Non di deve far festa ora che è avvenuto questo o quello?». Come non potrebbe organizzare una festa il pastore o la casalinga, visto che hanno ritrovato quanto era perduto? Vicino a Gesù sentiamo in qualche modo risuonare un appello che sale dall'intimo: «Bisogna far festa! ».
Tutta la sua condotta vuole essere festosa e quando - meravigliati - gli si chiede perché i suoi discepoli non digiunano, mentre quelli di Giovanni e i farisei osservano il digiuno, allora dalla sua bocca esce quasi spontaneamente l'espressione: «Possono forse gli invitati a nozze digiunare, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare!» (Mc 2,19) (60).
In vista della sua morte imminente, che gli sarà inflitta con violenza, annuncia un digiuno per se stesso: «In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite...». Digiunare è sempre un
modo di morire. Ma Gesù non si ferma qui. Egli continua prontamente: «... fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio»(Mc 14,25). La prospettiva della festa è salva, finanche nella morte. Tanto è l'attaccamento di Gesù alla festa.
Gesù è festante e invitante fin nella concretezza della sua vita. La sua tavola è aperta: i pubblicani vi siedono accanto ai suoi discepoli, a scandalo dei pii, e in particolare dei farisei. Ma Gesù offre questi inviti in modo molto consapevole. «Io sono venuto - egli dice con una forte coscienza della sua missione che riecheggia in queste parole - come medico per i malati. lo chiamo i peccatori! I sani non hanno bisogno del medico: chi si sente giusto non ha bisogno di me...». La sua missione da parte di Dio comporta che egli accolga e riconcili con Dio gratuitamente - senza alcuna condizione - gli emarginati, quegli uomini che per tante ragioni non contano nulla per le autorità religiose, quel «popolo detestabile che non conosce la Legge», come risuona anche nei Vangeli (cf Gv 7,49). La sua mensa aperta è provocatoria. Così facendo egli vuole mostrare in modo lampante chi egli è e chi vuole essere, in nome di Dio. Gli esclusi diventano gli eletti. Poiché Dio vuole così.
Per chiarire tutto ciò egli ricorre a immagini vive in cui si mette al posto di coloro che ascoltano e li costringe ad accettare i sentimenti di Dio: «Chi di voi, se al suo bue, al suo asino, alle sue pecore accade questo o quello, non interviene subito? Quanto più a ragione Dio, vostro Padre, agirà in tal modo!». Implicitamente Gesù confida che l'uomo, partendo dalla sua dimensione più profonda, possa sentire come Dio opera e come desidera che si agisca.

Prima i poveri, le donne, i bambini

Inizialmente Gesù con la sua predicazione si rivolgeva a tutti, ma gradualmente dovette constatare che a seguirlo erano soltanto i piccoli, gli emarginati, gli ignoranti e coloro che avevano difficoltà a seguire le molte prescrizioni della Legge. La cosa lo stupì, finché arrivò a intuire che tali sono comunque le strade di Dio. È qui il cuore del cambiamento che Gesù realizza nel pensiero religioso, in contrasto con la maggior parte dei suoi contemporanei religiosi. Una scintilla di questa intuizione -lo ripetiamo, perché è uno snodo fondamentale - l'avvertiamo ancora nell'improvvisata preghiera di ringraziamento, un vero grido di giubilo, nel mezzo della vita: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai voluto nella tua bontà» (Mt 11,25-26). Egli vede il compiacimento di Dio posarsi su quei piccoli e poveri come un segreto amore preferenziale. Egli legge tutto ciò in quello che avviene sotto i suoi occhi. Nelle beatitudini egli riprende quella rilettura della sua missione e dichiara apertamente e con forza a nome di Dio: «Beati siete voi! A voi appartiene il regno di Dio! A voi poveri, affamati, disprezzati, reietti! Dio è dalla vostra parte e vi rende giustizia!».
Viceversa, Gesù attacca con inaudita veemenza il denaro, che egli chiama «Mammona» personificando lo. «Nessuno può servire a due padroni. [...] Non potete servire a Dio e a Mammona» (Lc 16,13). Secondo lui, la relazione con il Dio vivente può essere gravemente compromessa se lasci vincere nella tua vita il denaro come potere.
Ai suoi occhi la ricchezza e i molti possedimenti costituiscono un serio handicap per entrare nel regno di Dio. «È più facile
per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio» (Lc 18,25). Egli non fa fatica a trovare le immagini e smaschera regolarmente il desiderio cieco di possedere sempre di più per se stessi, mentre si perde di vista la cosa più essenziale: la tua anima, la tua stessa vita, il tuo rapporto con Dio (cf Lc 12,16-21). Luca svilupperà, dai detti e dalle parabole di Gesù, tutta una filosofia su «ricco e povero»: il ricco è paragonato a chi, a propria condanna, mette se stesso talmente al sicuro che, giustificandosi in tutto, non è capace di accogliere nessuna salvezza, e ignora dunque anche la sofferenza dei poveri che bussano alla sua porta (61).
La sua vita è povera, e la sua preghiera fiduciosamente trasparente verso la sorgente divina, il Padre celeste. La frase: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore», è forse una riflessione matura dell'evangelista Matteo sull'autocoscienza di Gesù, ma
coincide indubbiamente anche con l'intimo andito segreto di Gesù: un'umiltà che irradia fiducia, forza e dolcezza verso Dio e verso ogni sofferenza presente su questa terra.
Tra quei poveri e piccoli vi erano i bambini, che non contava
no nulla a livello sociale: anche i discepoli ritenevano inopportuno che si avvicinassero a Gesù. Più di una volta, tuttavia, lo vediamo scrollarsi di dosso quel mantello protettivo dei discepoli seriosi, mettere un bambino al centro, abbracciarlo e, fatto abbastanza strano, esaltarlo come esempio di ricettività e di semplicità. In una delle sue parabole, egli si identifica con un ragazzo che suona il flauto e constata amaramente che nessuno vuole danzare... Ai suoi occhi tanta è l'ammirazione verso i bambini che giocano, da offrire ai suoi ascoltatori un simile racconto come specchio! Durante la sua vita nascosta Gesù avrà contemplato più  volte scene del genere, facendole proprie in maniera altamente positiva.
La sua attenzione per le donne è altrettanto singolare. Peraltro, esse lo seguono e hanno cura di lui e dei suoi discepoli. Anche questo non era comune in quel tempo (cfLc 8,2-3; Mc 15,4041). Egli parla con una Samaritana, sola presso il pozzo (con la meraviglia dei suoi discepoli che non osano interrogarlo, cf Gv 4,27) e, secondo alcuni, beve addirittura dall'anfora che ella ha tirato su (Gv 4,28); egli mostra profonda compassione per le vedove, come quella di Nain (Lc 7,13); guarisce il figlio dell'una o dell'altra (per le guarigioni di bambini, cf, tra l'altro, Mc 5,39-42; 7,24-29; 9,17-26; Gv 4,49). Il dialogo personale con Maria nella casa di Marta testimonia una semplicità e una confidenza che nella letteratura religiosa del tempo si incontrano raramente persino per approssimazione (cf Lc 10,38-42).
Egli sembra mettere sempre le donne in una luce positiva anche nelle sue parabole (cf, per esempio, Lc 13,21; 15,8-10; 18,27). Nell'ambito delle parabole rabbiniche e nell'insieme della letteratura sapienziale il ruolo della donna è in genere molto meno positivo (cf la moglie di Giobbe o quella di Tobia)62. La povera vedova con il suo piccolo centesimo viene lodata davanti ai suoi discepoli, in contrasto con gli scribi che «in abiti lunghi [...] divorano le case delle vedove» (cfMc 12,38-40). Ancorché coloro che gli stanno attorno siano scandalizzati, lui non ferma la donna che lo unge. Egli rileva ciò che muove il cuore di lei, capisce quel cuore, e conierà persino la frase: «Nel regno dei cieli le prostitute passeranno avanti ai giusti!» (cf Mt 21,31). Pieno di ammirazione, egli ha contemplato il loro amore senza riserve e lo ha compreso come un dono che va molto più lontano della religiosità calcolata di molti devoti.

Amore e misericordia

«Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato» (Lc 7,47, circa la donna «peccatrice» presso Simone il Fariseo). Egli approva pienamente l'amore come forza che allarga gli orizzonti. Forgia persino un certo numero di paradossi che, chiaramente, fanno dell'amore non più una semplice virtù, ma un'esperienza di apertura a Dio, l'Altro che è amante in noi. Egli dice: «Ama i tuoi nemici. Prega per chi ti perseguita, digiuna per coloro che ti opprimono, benedici chi ti maledice». Ciò che porta l'odio viene disarmato con l'amore che irrompe da altrove e non si colloca a livello della pura forza di volontà.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro celeste è misericordioso» (cf Lc 6,36). Questa corrispondenza, centrata sull'attributo divino della misericordia, caratterizza la predicazione di Gesù. Qui egli si pone nell'ambito di una tradizione che onora tutti gli attributi (cf Es 34,6-7, ciò che più tardi nella tradizione giudaica sarà il fondamento dei cosiddetti «tredici attributi», che si ritrovano anche in Mi 7,18-20). Egli si profila qui con una visione originale e una vita propria. Misericordia e amore, contemplati prima in Dio, spingono a un comportamento analogo. «Osservate come crescono i gigli del campo. Guardate gli uccelli del cielo. Guardate il sole che splende sui buoni e sui cattivi, la pioggia che è donata a tutti senza distinzione, peccatori e giusti. Guardate dunque come opera Dio, veste i fiori e nutre gli uccelli, dona e perdona, semplicemente così, con amore puro e gratuito. Agite allora di conseguenza, con fiducia e generosità, ricordando la sua bontà e la sua immensità! Sappiate che con la stessa misura con la quale misurate, sarà misurato anche a voi!» (cf Mt 6,25-31; 5,44-48; Mc 4,24). Si sente che qui parla qualcuno che per lungo tempo ha ammirato gigli e passeri, sole e pioggia, in relazione con quella sorgente misteriosa che chiamiamo «Dio», qualcuno che ha saputo trame conclusioni molto pratiche.
«Perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6,37). Gli esegeti non sono d'accordo tra loro su quanto il tema del perdono sia stato importante nella predicazione di Gesù. Di fatto gli evangelisti e tutti
gli autori del Nuovo Testamento non trascurano mai questo tema; in quasi tutti i 27 scritti del canone neotestamentario si trova sulla prima pagina la parola «perdono» oppure «togliere i peccati».
Gesù significa «salvezza» poiché egli offre il «perdono». Nella sua
apparizione pubblica egli dichiara diverse volte all'uno o all'altro: «l tuoi peccati ti sono perdonati!». Questo vuol dire semplicemente: «Per quanto io conosca Dio, ti dichiaro: presso Dio i tuoi peccati sono perdonati! ». Offrendo la sua mensa ai cosiddetti «peccatori», egli lascia vedere la stessa cosa: «Tu sei riconciliato con Dio, mangia tranquillamente! Niente più ti separa da noi e da Dio!». Nelle sue catechesi ai discepoli egli sottolinea la reciprocità del perdonare: «essere perdonati», per Dio, significa poter perdonare e rimettere quelli che possono essere i debiti degli altri verso di noi. In realtà, Dio ci ha perdonati tutti - in una delle parabole si tratta di un debito di decine di miliardi! - e come potremmo noi non rimettere l'uno all'altro i nostri debiti reciproci - al massimo di duecento euro! - (cf Mt 18,21-35)? La presenza storica di Gesù per molti era già un'esperienza di riconciliazione e la sua dottrina una riflessione sul perdono divino. L'intuizione che anche la sua pascha - morte e risurrezione - porta riconciliazione, rafforza quello che già si poteva sperimentare durante la sua vita. 

La Torah vuole l'amore e non altro

Ai suoi occhi, tutta la Torah e tutti i profeti sono solo un invito ad amare. Egli dà ai suoi interlocutori, maestri della Legge, una lezioncina di esegesi secondo le loro migliori tecniche di lettura. Alla domanda: «Qual è per te il comandamento più grande?», egli risponde con una doppia citazione. La prima proviene dal Deuteronomio e viene usata anche quotidianamente nella preghiera: «Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (cf Dt  6,4-5). La seconda citazione proviene dal cuore del libro centrale della Torah, il Levitico. Là, in mezzo alla Legge di santificazione, si legge: «E amerai il tuo prossimo come te stesso. lo sono il Signore» (Lv 19,18). Che cosa vi è qui di particolare? Che l'espressione ebraica «e amerai» (ve-ahavtah) ricorre solo tre volte in tutta la Torah: una volta in Dt 6,5 e due volte in Lv 19 (v. 18 e v. 34: «E amerai il forestiero come te stesso»). Espressioni rare possono essere spiegate collegando tra loro entrambi i contesti: è quanto si insegna nelle scuole rabbiniche, allora come ancora oggi! In questo modo Gesù regala loro, e a noi tutti, una riflessione il cui contenuto è inesauribile: l'amore a Dio si dimostra nell'amore al prossimo; l'amore per il prossimo è ugualmente santo e merita un impegno altrettanto assoluto («con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutte le tue forze») quanto l'amore per Dio. Gesù, benché fosse laico rispetto agli ambienti formati da rabbini, sacerdoti e dottori della Legge, non ignorava i loro modi di pensare, le loro regole esegetiche e la loro retorica.

La frusta, la spada e la ronca

Per quanto possiamo immaginario mite, Gesù, tuttavia, ci sorprende qui e là, con parole e gesti che possono difficilmente essere ignorati. Il fatto che egli, nel grande atrio del tempio, getti a terra i tavoli dei cambiavalute e intrecci persino una frusta con delle corde per colpire con forza, è letteralmente scritto (Gv 2,14-15) e può essere difficilmente negato da un punto di vista storico. Altrove egli dice: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,34-35; Le 12,51: «divisione»; e infatti, a causa sua le famiglie si dividono, secondo le parole di Mi 7,6). Anche nelle esigenze concrete che egli impone ai suoi discepoli, si mostra, a volte, molto duro: «A un altro disse: "Seguimi!". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio!"» (Lc 9,59-60).
E che cosa dobbiamo fare - noi tutti, e non solo una piccola dite di collaboratori stretti - con quelle parole sull'occhio, la mano, il piede che dovremmo preferibilmente «strappare» o «tagliare» per entrare, mutilati, nella vita, anziché con due occhi, due
piedi e due mani essere gettati nel fuoco inestinguibile (cf Mc 9,43-47)7
Qualcosa di questa durezza la ritroviamo nelle parabole che sono i veri «frutti» della fantasia di Gesù. In Luca (il mansueto Luca, che secondo Dante era «l'evangelista della mansuetudo Christi», alla fine della parabola delle dieci mine, leggiamo: «E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me» (Lc 19,27). La violenza può essere presente fin nella festa. Deluso dal rifiuto dei suoi ospiti d'onore, «il padrone di casa si adirò». Quell'ira renderà la festa ancora più regale, e sarà aperta, ora, a tutti senza distinzione. Egli ordina al suo servo: «Conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi! ». La sala della festa deve essere piena e, se c'è ancora posto, il servo deve uscire di nuovo e andare «per le strade e lungo le siepi e costringere la gente a entrare: perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena» (Lc 14,22-24). L'inesorabilità, d'altra parte, acquista molte forme, come quella del «grande abisso» tra Lazzaro nel seno di Abramo e il ricco nelle fiamme dell'inferno: «Non esiste alcuna possibilità, persino se uno lo volesse [!], di passare da qui a voi, né di laggiù giungere fino a noi» (Lc 16,26). Una volta che la porta dell'ultima festa si è chiusa, si busserà soltanto invano (cf Lc 13,25-28: «Non so da dove venite [due volte!]. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori» ).
Gesti, parole, immagini: è a ciascuno di questi livelli che tale violenza si manifesta (63). Non possiamo negarlo, fa parte semplicemente della sua persona. La questione è di sapere come possiamo
interpretare tale dimensione, integrandola in una immagine unica di ciò che lui è realmente. Gesù è mite e tuttavia duro, comprensivo e tuttavia molto esigente, misericordioso ed estremamente serio come l'ira di Dio gli suggerisce di essere. In una delle sue parabole (cf Mt 18,23-34) vediamo un tale condonare tutti i debiti di un altro in modo impensabile e gratuito, e subito dopo, andando su tutte le furie, consegnarlo agli aguzzini finché non gli avesse restituito tutto il dovuto (vv. 27 e 34). «Preso fin dentro le viscere» e «adirato», splanchnistheis e orghistheis: le due espressioni traducono emozioni estremamente forti, vissute dallo stesso protagonista, separate l'una dall'altra da pochi versetti. Penso che esse ci insegnino qualcosa di Gesù stesso, il quale si racconta nelle parabole. Egli è capace di immedesimarsi bene in ambedue i sentimenti, partendo dall'immagine interiorizzata di Dio e Padre celeste. Spesso non riusciamo a integrare contrasti così violenti, perché la nostra anima è di natura troppo parziale o angusta e non sopporta queste tensioni. Anche grandi pensa tori e artisti - Platone, Shakespeare o Dostojevski -, nelle loro descrizioni dell'umano o dell'inumano, possono evocare ampiezze e profondità che solo alcuni lettori con una grande anima sono in grado di sentire.

Gesù e la politica

Alcune delle espressioni «dure» che abbiamo sopra citate hanno destato in qualcuno l'impressione che Gesù stesse dalla parte di coloro che resistevano contro l'autorità di Roma: gli «zeloti» e lèstai o banditi (cf Mc 14,48; 15,27; cf anche Mc 11,17), in latino conosciuti anche come sicarii (a causa del pugnale ricurvo che essi usavano spesso per assassinare). La domanda non è di poca importanza, in sé, e soprattutto per l'interpretazione della morte di Gesù.
Gesù aveva una visione politica 7 Tradizioni successive lo hanno spesso caratterizzato come completamente apolitico, mentre altri lo hanno rappresentato, nell'iconografia, con il portamento di chi è più dell'imperatore. Il Gesù storico difficilmente poteva essere apolitico: i Romani occupavano il paese. Il loro giogo si imponeva dappertutto e per di più in ogni provincia vigeva uno statuto politico diverso. Per ogni spostamento di più di trenta chilometri si doveva tenerne conto e pagare regolarmente anche un dazio. Lo stesso Gesù accenna brevemente all'episodio dei Galilei il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici (Lc 13,1-2). Difficilmente egli poteva essere politicamente indifferente.
Una volta, a Gerusalemme, hanno provato anche a metterlo in
trappola. Alle lodi lusinghiere per la sua franchezza e perché in segnava la via di Dio «secondo verità», seguì la domanda tranello: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?» (Mc 12,13-17). Alla domanda se Gesù, in un modo o in un altro, fosse collegato al movimento di resistenza che voleva liberarsi dal giogo degli occupanti romani, egli avrebbe coscientemente risposto di «no». Molti zeloti, in linea con i Maccabei, passarono alla resistenza in nome del regno dei cieli e della libertà che Dio promette ai suoi figli, cioè a Israele. Chi accettava in qual che modo il giogo romano, tradiva ai loro occhi la vocazione di Israele! Se Gesù avesse risposto di «sì», allora egli si sarebbe dichiarato pubblicamente collaboratore dell'occupante e avrebbe ferito allo stesso tempo il fiero nazionalismo del popolo comune. La celebre risposta - «Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» - indica una posizione più sottile. Con fine ironia Gesù lascia che il suo rivale tiri fuori dalla sua tasca la moneta e la mostri!
Un solo autore (S.G.F. Brandon) ha sostenuto con insistenza che Gesù stava dalla parte degli zeloti e dei resistenti; oggi la maggior parte degli studi sulla questione sono dell'opinione che non
era così (cf O. Cullmann e M. Hengel). La visione di Gesù era in primo luogo religiosa. Ma proprio il suo forte carattere religioso poteva indurre a scontrarsi con diverse autorità religiose che dovevano trovare, ciascuna alla sua maniera, un modus vivendi con l'invasore. Del resto, come potrebbe uno che parla incessantemente del regno di Dio, non scontrarsi presto o tardi con chi detiene di fatto il potere nel paese? Il suo predecessore fu decapitato. Difficilmente Gesù poteva essere così ingenuo da pensare che in una posizione cosiddetta apolitica potesse fare discepoli, parlare al popolo in pubblico, o salire risolutamente a Gerusalemme con il suo movimento. L'ombra della decapitazione di Giovanni lo deve aver accompagnato praticamente ovunque, tanto più perché egli operava nel territorio dello stesso Erode Antipa.
Vi sono diversi piccoli tratti che ci impongono tuttavia di parlare con una certa sfumatura della sua posizione politica.
1) Tra i suoi dodici apostoli, il nucleo ristretto dei suoi discepoli, egli aveva un solo zelota e un solo pubblicano: un possibile partigiano e un possibile collaboratore! Questo indica, in ogni caso, un modo proprio di integrare la situazione politica.
2) Interpellato da un centurione dell'esercito degli occupanti, Gesù gli accorda la guarigione del suo servo. Nell'udire la fiducia che il pagano nutre nella sua parola, Gesù lo elogia persino pubblicamente con parole che suonano pressoché provocatorie: «Neanche in Israele ho trovato una fede così grande! ». Di nuovo emerge qui un'apertura non comune, difficile da comprendere sulla bocca di qualcuno che sostenesse la resistenza armata contro Roma.
3) La sua dottrina sull'amore per il nemico (
«Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia, benedite coloro che vi maledicono, e pregate per coloro che vi maltrattano», cfLc 6,27-28) non si può conciliare con la dura logica di coloro che consideravano un onore compiere attentati armati, infidi e spesso mortali.
4) Anche la sua esortazione alla resistenza passiva, oggi citata spesso dai movimenti in favore della pace, lo distingueva rispetto ai sovversivi. «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio, dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuol portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a camminare per un miglio, tu fanne due con lui» (Mt 5,38-41).
5) L'entrata di Gesù a Gerusalemme su un puledro d'asina un gesto improvvisato, francescano ante litteram - testimonia una
grande coscienza della propria missione, ma non certo un colpo di stato politico. Non si può negare una certa ambiguità intorno a questo gesto, dato il clima surriscaldato dell'occupazione e la presenza di un pellegrinaggio. Ciò risulta tra l'altro da quanto il popolo (secondo Marco) grida a Gesù: «Benedetto il regno di Davide che viene!». Mai Gesù aveva detto una parola su questo regno! Il gesto può essere spiegato in diversi modi; dal contesto più ampio, tuttavia, non risulta da nessuna parte che Gesù avesse direttamente ambizioni politiche, rivolte consapevolmente contro l'autorità romana.
6) Anche il suo atto simbolico sul piazzale del tempio, dove Gesù scacciò venditori e cambiavalute con i loro tavoli e gli animali, non era rivolto esattamente contro l'invasore romano (64). Si tratta allora di un'ulteriore testimonianza della sua consapevolezza profetica di indurre popolo e leader a convertirsi, in linea con il profeta Geremia(65).
7) Gesù possedeva una visione ben determinata circa i tempi ultimi, e ne parlava con immagini apocalittiche, in linea con il libro di Daniele. Proprio in questa letteratura apocalittica vi è una visione politica ben definita, che da una parte è fortemente negativa nei confronti di istituzioni, regimi e leader politici esistenti, e dall'altra mostra poco o nessun interesse per il discorso politico concreto relativo alla divisione del potere, ai diritti di libertà e a cose simili.
Per concludere queste considerazioni sulla politica, segnaliamo ancora un ultimo tratto, che mostra chiaramente come Gesù
comprendesse se stesso e come i suoi avversari lo abbiano messo a morte per un falso motivo. Stando a quanto riferiscono i Vangeli, Gesù ha pianto su Gerusalemme. In uno dei suoi lamenti lo sentiamo dire: «Gerusalemme, Gerusalemme [il raddoppio, così insegna la lettura rabbinica, indica amore, un amore passionale per la città], che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te!» (Lc 13,34). Hugues Cousin mostra con il suo studio Il profeta assassinato, già citato, che Gesù si era preparato a morire come un profeta, ossia lapidato (cf Dt 13,2-6; 18,21). Gesù morirà tuttavia come un partigiano politico, appeso come «re dei Giudei», un titolo cui egli non aveva mai ambito, giustiziato come se avesse messo in moto una rivolta contro Roma. In una postfazione al libro di Cousin il teologo francese Christian Duquoc riflette ulteriormente sul fatto che Gesù, nell'ultima fase della sua vita, ha dovuto vedere con i suoi occhi quel terribile stravolgimento di tutto il suo progetto di vita. Non solo c'è stato il rifiuto del suo messaggio, ma questo è stato così deformato che egli ha dovuto sottostare a una punizione orribile e vergognosa per qualcosa che non aveva mai fatto né pensato...
L'evangelista e teologo Giovanni interpreterà l'evento storico concreto presentandolo in un midrash intenso. Ciò che viene fornito come falsa accusa per poter far fuori Gesù attraverso l'autorità romana, è confermato, nel racconto della passione del quarto Vangelo, passo dopo passo - in modo ironico - come fosse un riconoscimento, una vera intronizzazione. Gesù è l'indesiderato, il deprecato, ma anche l'unico e vero «re dei Giudei». Nel racconto ognuno dei protagonisti, amico e nemico, popolo e procuratore romano, conferma, fino alla morte e alla sepoltura, che egli è il vero «re dei Giudei». Chi, all'ultimo, vorrebbe negarlo, deve accettarne una conferma speciale proprio dalla bocca dello stesso procuratore romano: «Ciò che ho scritto, ho scritto». Per tre, quattro secoli i cristiani non oseranno mai raffigurare il loro Signore sulla croce. L'eroe religioso, l'uomo di Dio e profeta, il suo inviato personale, «l'ultimo dopo tutti, il figlio prediletto» (Mc 12,6), muore come un bandito, un brigante politico alla gogna, ma at
traverso i secoli egli sarà riconosciuto proprio in questo segno (ambiguo) della croce.
Certamente Gesù non era apolitico, neanche nel senso stretto di indifferenza alla situazione politica del suo popolo sotto l'occupazione romana. Gesù tuttavia era ancora molto meno apolitico nel senso ampio della parola, cioè nell'ambito dei gruppi e dei partiti, delle sette e delle scuole che nel I secolo della nostra era si combattevano a vicenda, talvolta in modo molto violento. 

In mezzo ai partiti, alle sette e alle scuole religiose

Come si situava Gesù in mezzo a quei gruppi, anche internamente spesso divisi, come i sadducei, gli esseni e i farisei? Gesù deve essersi sicuramente dichiarato. Cresciuto in Galilea, egli si trovava geograficamente e spiritualmente lontanissimo dagli ambienti sadducei di Gerusalemme. La differenza tra la sua visione e la loro era anche profondissima: il modello o paradigma degli ambienti sacerdotali, legati al tempio, con le offerte giornaliere e i pellegrinaggi annuali, con il molto denaro che a tutto ciò si accompagnava, presupponeva una religiosità che in molti dei suoi aspetti non aveva niente in comune con quanto viveva e annunciava il profeta della settentrionale Nazareth. Anche se non sarà mai chiarito completamente chi fu a dare l'ordine di arrestare Gesù e come si arrivò a una sentenza di morte, una cosa è certa: il contrasto tra Gesù e la cerchia dei sadducei era abbastanza grande, perché si potesse attendere da loro un provvedimento per la liquidazione di quel fastidioso demagogo religioso proveniente dalla Galilea.
Gli esseni - così come li conosciamo storicamente soprattutto grazie a Giuseppe Flavio e ai rotoli del Mar Morto, che ci chiariscono meglio la loro mentalità - rappresentano una corrente che ha avuto poco o nessun influsso sul pensiero e sull'operato di Gesù. Non mancano di sicuro paralleli tra i due movimenti: la povertà e la condivisione reciproca di tutto, il costituire un movimento a parte con un maestro visionario, un atteggiamento critico verso il tempio e i sacerdoti a Gerusalemme, ecc. Molti di questi tratti gli esseni li avevano in comune con altri ambienti ideologici o «filosofici» del tempo. Ma i loro accenti specifici nell'interpretazione della tradizione erano assolutamente inconciliabili con quanto Gesù riteneva importante o meno. Un esempio: «Chi tra voi, se il suo bue o il suo asino cade in un pozzo, non lo tira subito fuori, anche se è in giorno di sabato?». Ma era proprio quella libertà nei riguardi del sabato che gli esseni giudicavano negativamente secondo una casistica analoga: «Se il bue o l'asino cade in un pozzo...». Gesù fonda la sua libertà di guarire un uomo o una donna in giorno di sabato sulla logica di questo caso. Ciò significa che:
1) egli non si rivolge agli esseni («Chi di voi...»), ma ad ascoltatori che hanno formazione farisaica, poiché i farisei permettevano questo punto;
2) egli stesso praticamente non pensa secondo i principi che
gli esseni trasmettevano ai loro discepoli.
In questo senso si possono trovare molteplici esempi in cui i
punti di vista dei due movimenti sono diametralmente opposti.
Attualmente domina la tendenza a collocare Gesù accanto ai farisei, anche se in una forma galilaica: missionario in movimento, vicino al popolo, a volte espressamente devoto (con forme di pietà interiore in cui Dio viene chiamato confidenzialmente «abbà», come in rabbi Honi) e con la caratteristica di operare miracoli, come accade almeno per alcuni farisei (taumaturghi, guaritori, rabbini che sanno far piovere, ecc.). Lo studio di Gerard F. Willems - per altro sulle orme di altri, come Geza Vermes e Adolf Bùchler - pone Gesù, in modo per me convincente, non tanto dentro l'ampia scuola dei farisei ma in una sua ramificazione: il chassidismo primitivo (dal I secolo a.c. fino al secondo secolo d.C.) (66).
Questo può destare meraviglia poiché per lunghi secoli abbiamo imparato a vedere Gesù come un monaco, dunque più vicino al modo di vivere degli esseni, e come antifariseo, invece che come un pio o un chassid, in ogni caso sulla stessa linea della tradizione dei farisei!
Dobbiamo comunque osservare che Gesù non era un dottore della Legge tecnicamente formato, citava la Scrittura solo raramente, e ha ricevuto dunque la sua formazione e la sua saggezza soprattutto attraverso la tradizione orale e in modo popolare. Quando Marco, già nella prima pagina del suo Vangelo, dice che Gesù «insegnava come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22), usa un linguaggio tecnico, tipico dell'ambiente dei farisei. Vi era cioè la distinzione tra due forme di autorità: quella degli scribi e quella dei profeti. La prima viene trasmessa da maestro a discepolo, e ogni maestro è in rapporto con un altro maestro, cosicché ognuno, attraverso le generazioni, si ritrova in un immenso albero genealogico. Se risali su quella scala, allora arrivi a Esdra, sacerdote e scriba (ca 400 a.c.). Questi, a sua volta, fa parte di una catena di tradizioni che risalgono a Mosè e al Sinai. Quello che i maestri oggi insegnano, corrisponde a quanto Mosè ha potuto ascoltare sul Sinai. È in questo modo che opera l'autorità, «secondo gli scribi». Gesù non appartiene a questa tradizione. La sua autorità è di natura profetica: viene direttamente dall'alto. Così Marco ha voluto presentarla nel battesimo, con i cieli che si aprono e lo Spirito che discende (Mc 1,10). L'autorità profetica è come quella di Mosè, diretta e non mediata da una lunga catena di maestri.
Quando le più alte autorità di Gerusalemme interrogano Gesù mentre cammina nel tempio (cf Mc 11,27, tutte le istanze sono presenti), gli pongono una domanda di estrema importanza: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità per farlo?». Nella sua risposta, Gesù distingue le due domande. Risponde alla prima solo se essi, a loro volta, rispondono alla sua domanda che è già una mezza risposta alla loro seconda domanda. Gesù chiede: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi
dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». Con la nuova domanda che Gesù pone loro, egli rimanda a Giovanni il Battista. In questo modo essi ricevono qualche informazione sulla relazione di Gesù con il suo maestro. Quest'ultimo non era però un maestro, secondo la concezione rabbinica, e dunque Gesù non dice neppure che l'autorità che egli esercita gli sia stata data da Giovanni. Ponendo la domanda circa la natura dell'autorità di Giovanni - dal cielo o dagli uomini? - egli offre loro a un tempo l'opportunità di trovare una risposta alla loro prima questione. Essi comunque non intendono rispondere. In modo incidentale apprendiamo: «Tutti consideravano Giovanni come un vero profeta» (Mc 11,32). L'autorità di Giovanni è profetica e quella di Gesù la dobbiamo vedere sulla stessa linea. Il dialogo si snoda in due direzioni: dato che non vogliono rispondere, Gesù trattiene la sua risposta alla loro prima domanda, ma poi comincia a raccontare (67). E chi ascolta bene il suo racconto (Mc 12,1-11), avverte una risposta, velata ma esplicita, a ognuna delle loro domande! L'autorità di Gesù è infatti comprensibile sul prolungamento di quella di Giovanni il profeta. Egli è in linea con gli inviati divini che visitano la vigna e vengono a esigerne i frutti dai vignaioli. Nel racconto, però, egli sta all'ultimo posto e chiama se stesso il figlio, il prediletto, l'unico rimasto e inviato per ultimo, nella speranza che venga risparmiato... L'autorità di Gesù non è scolastica, rabbinica, da discepolo a maestro. Essa è profetica, sì, più che profetica. Ma come si fa a dire tutto ciò ai sommi sacerdoti e agli anziani di Gerusalemme?

Gesù e la Torah

Una rappresentazione di Gesù, comune tra i cristiani, lo immagina come qualcuno che contesta sistematicamente tutto ciò che proviene dalla tradizione giudaica e rabbinica: il sabato, i costumi nel mangiare, la Torah. Lo studio approfondito di E.P. Sanders (il già ricordato Gesù e il Giudaismo) ci costringe a rivedere questa rappresentazione. Secondo Sanders non è possibile sorprendere Gesù in un atteggiamento di radicale rifiuto per quanto riguarda la Torah e il sabato. Solo su di un punto Sanders sembra volere cedere, ammettendo che Gesù va direttamente contro un obbligo religioso riconosciuto. E ciò avviene quando dice: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». La questione, però, è come dobbiamo interpretare questa breve frase. In questo caso, non ci troviamo forse davanti a una risposta data a una persona in particolare, piuttosto che davanti a una nuova regola di condotta con valore universale? Gesù aveva invitato qualcuno a seguirlo («Seguimi!»). L'uomo aveva risposto: «Concedimi di andare prima a seppellire mio padre» (Lc 9,59). Forse questa esitazione vuole semplicemente dire: «Lo farò dopo la morte (e la sepoltura) di mio padre». La risposta di Gesù significa allora che egli non tollera un rinvio del genere. Tuttavia, ciò non significa ancora che Gesù metta fondamentalmente in discussione l'obbligo di seppellire i propri genitori. Queste parole gettano indirettamente una luce sull'urgenza con cui egli vive l'annuncio del regno di Dio. Le altre priorità si trovano così a essere, in modo molto cosciente, compromesse di fronte a questa urgenza. Una delle caratteristiche dell'azione autorevole di Gesù riguarda propriamente la risistemazione delle priorità nella determinazione dei valori e dell'interpretazione della Legge e delle prescrizioni.
Gesù effettivamente riformula spesso le esigenze della Torah, in nome di una ricerca più approfondita del senso di una prescrizione. L'idea dell'evangelista Matteo che tutta la Torah è amore, e ogni prescrizione deve essere interpretata, come norma ultima, partendo dall'amore e all'ombra di quell'amore, è molto probabilmente una dottrina che va fatta risalire allo stesso Gesù storico. Ciò non vuol
dire che Gesù avrebbe fornito ai suoi discepoli tale idea come chiave di interpretazione metodica, ma che avrebbe testimoniato questa sua intuizione attraverso tutto il suo atteggiamento e ogni presa di posizione concreta, cosicché i dottori cristiani della Legge hanno potuto formularla come principio (cf Mt 22,34-40; Rm 13,8-10; Gv 13 ,34; Gc 2,8-11). Laddove Gesù riformula determinate prescrizioni (come nella celebre costruzione di Mt 5: «Avete inteso che fu detto... Però io vi dico...») fa cosa che è molto apprezzata anche nella tradizione rabbinica: «Fare una siepe intorno alla Legge». D'altro canto, egli esercita non di rado la sua critica nei confronti di pratiche relativamente recenti che, a suo parere, svuotano la Legge, come il dichiarare «korbàn» certi beni, per cui in seguito con essi non si dovrà più aiutare i propri genitori quando si trovano realmente nel bisogno (cf Mc 7,10-13). Questo significa allora che ai suoi occhi quella Legge è importante e degna di rispetto.
Dopo la profanazione e la distruzione del tempio nell'anno 70 da parte delle legioni romane, sopravvivranno solo due raggruppamenti nell'ambito del giudaismo: i farisei e i seguaci di Gesù, detti «cristiani». Non di rado gli evangelisti riflettono, nelle molte controversie tra Gesù e i farisei, il dibattito vivo che si stava realizzando, in quei giorni, tra il nuovo rabbinismo fariseo che si andava profilando e il movimento cristiano con i suoi maestri e i suoi profeti. Al tempo di Gesù in Galilea vi erano relativamente pochi ambienti o maestri farisei, questo ci dice la ricerca storica. Una proiezione nella vita di Gesù di questioni che non sono state poste che quaranta o cinquant'anni più tardi, può dunque essere facilmente spiegabile, ed è cosa di cui tenere conto leggendo i Vangeli. Ironia vuole che, secondo ricerche recenti, il Gesù storico fosse molto più vicino ai padri di coloro che una generazione più tardi avvieranno con i discepoli un dibattito molto acceso. Oggi l'ironia ritorna sui suoi passi, quando ebrei e cristiani provano a leggere insieme il Vangelo liberi da ogni polemica antifarisaica e quando maestri giudaici - come David Fhisser o Shlomo Ben Chorin, e molti altri - ci porgono un ritratto accettabile del rabbino profetico di Nazareth.

Gesù «mistico»?

I giudei hanno avuto i loro mistici in ogni tempo. Anche nei primi secoli della nostra era la mistica era conosciuta e vi erano rabbini che scrutavano con ardore l'infinito e l'indicibile con anima contemplativa. Il grande rabbi Aqiba (t 135) e il suo discepolo Ben Azzai, morto prematuramente, erano esempi eccellenti di contemplazione mistica. È pensabile un Gesù che si avvicini a loro?
All'epoca la mistica era esercitata intorno a tre ambiti:
1) la contemplazione degli inizi, partendo dalle prime pagine della Bibbia (Gn 1);
2) la considerazione della fine assoluta, partendo da Ezechiele (cf Ez 1 con la visione del Carro o Trono, il Merkaba; ma anche Ez 37 [le ossa aride] e 38-39 con Gog e Magog);
3) la contemplazione del centro della storia, la libertà e l'amore, con il Cantico dei Cantici, come avventura dell'incontro tra la sposa e lo sposo, Israele e il suo Dio.
A me sembra che Gesù deve aver meditato su ciascuno di questi tre momenti, anche se quello che troviamo nei Vangeli al riguardo è al massimo un flash.
Del Carro o Trono egli ne parla con rispetto e in modo autorevole: «Ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re» (Mt 5,34-35). Cielo, terra, Gerusalemme: con questa tripartizione si abbraccia tutto lo spazio. Tutto ha bisogno di lui - Dio - direttamente o indirettamente. Chi ha detto questa frase ha scrutato tutto in rapporto a Dio. Dunque anche il cielo, «il trono».
Del resto, per Gesù la fine assoluta non è qualcosa di sconosciuto. Spesso egli ne parla con immagini apocalittiche. Sembra sia esercitato a meditare ogni realtà - comprese le rispettabili pietre del tempio - fin nella sua ultima destinazione: «Non resterà qui pietra su pietra che non venga demolita» (Mc 13,2). Egli distingue anche in maniera costante ciò che non è ancora la fine rispetto alla fine assoluta che, a suo parere, ci verrà incontro esclusivamente dall'altra parte, in modo non programmabile (cf Mc 13,24-27; cf 13,7-8: questa
«non è ancora la fine, solo l'inizio dei dolori»). La riflessione fino a quel punto estremo ha, anche per lui, i suoi limiti: «Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Mc 13,32). Il suo discorso rimane fermamente aperto in proposito, ma dentro un paradosso angusto: quel giorno viene certamente - «Non passerà questa generazione prima che tutto ciò avvenga!» - tuttavia nessuno è in grado di prevederne l'ora. Sicurezza assoluta e assoluta imprevedibilità. Sapere e non sapere, dunque, dichiarati con grande fermezza! In mezzo a queste due affermazioni lo sentiamo dire: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31). La riflessione e il discorso sulla fine trascendono spazio e tempo, cosmo e storia.
Gesù deve aver meditato anche sugli inizi, come appare dalla sua osservazione sul matrimonio e il divorzio (Mc 10,4-9). Il diritto di scrivere un atto di ripudio è un'aggiunta successiva di Mosè - è quanto egli sostiene - «per la durezza del vostro cuore»! «Ma all'inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina. [...] Così non sono più due, ma una carne sola. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
«All'inizio della creazione». Gesù scruta la relazione primordiale e la volontà originale di cosa intendesse Dio nel creare. Qui è forse necessaria una meditazione a parte sulla parolina «una» (di «una carne sola»). Nella mistica di allora ovunque appariva la parola «uno» si pensava all'attributo di Dio e al suo Nome. Altrove sentiamo Gesù dire: «Solo una cosa è necessaria». Ecco ciò che dice a Marta in un dialogo troppo breve, ma certamente ricco di mistica (cf Lc 10,42; «la parte eccellente», dunque la migliore, che non sarà tolta a Maria, va nella stessa direzione).
E il Cantico dei Cantici? Questo elevatissimo canto di Salomone, che celebra il libero desiderio dell'abbandono all'amore perfettamente reciproco, non è certamente sconosciuto a Gesù, anche se sono scarse le allusioni esplicite.
«Possono forse gli invitati a nozze digiunare fintanto che lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare!» (Mc 2,19). Questa replica alla domanda sul perché i suoi
discepoli non osservano il giorno di digiuno prescritto, suona come l'inizio del Cantico. Egli dice implicitamente di vivere questo tempo come una festa di nozze dove la sposa e lo sposo si ritrovano l'una con l'altro. «È giunto il tempo. Il regno di Dio viene. Viene il Re, che la sposa si prepari! ». Il Cantico dei Cantici non è più solamente un testo, ma «avviene sotto i vostri occhi», dice lui, poiché tanto è immediato il modo in cui egli ne vive la lettera.
«Osservate i gigli del campo. Neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro!» (Mt 6,29). Come è sorprendente la risonanza - non senza ironia - con i primi versi del secondo capitolo del Cantico dei Cantici («lo sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle», Ct 2,1-2).
Alcuni esegeti sono del parere che quando Paolo scrive: «Non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché voi tutti siete una cosa sola in Cristo Gesù» (Gal 3,28; cf Rm 10,12; 1Cor 7,18-23; 12,13, ecc.), egli citi una vecchia tradizione. Questa tradizione risalirebbe alla parola di Gesù, con la quale egli annulla le opposizioni sociali, culturali e antropologiche, in Dio, che è giunto a noi con il suo Regno. Il Vangelo apocrifo di Tommaso (Il secolo) contiene una serie di dichiarazioni di questo tipo che, verosimilmente, non risalgono a Paolo, ma implicano, in modo analogo, che una serie di bipolarismi - come quello di uomo e donna, per esempio - contemplati in Dio sono annullati. Qui sentiamo di nuovo un'eco della mistica di quel tempo del nome dell'Unico. Dove c'è unità, il suo nome è nel mezzo.
Non sembra dunque escluso che Gesù fosse un «mistico», anche nel senso tecnico di ciò che meditazione e contemplazione significavano al suo tempo. La ricchezza del linguaggio delle sue parabole indica in ogni caso una capacità molto sviluppata di comprensione tacita e immediata di cose e situazioni, frutto di una lunga e meravigliata contemplazione delle realtà comuni. La frase «nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (Mt 11 ,27), così come ne abbiamo parlato (cf pp. 159-172), mostra come Gesù conoscesse veramente profondità mistiche fin dentro la sua coscienza. Il detto lascia intravedere come egli, nella sua trasparenza immediata con Dio, ha potuto sperimentare una immensa libertà e reciprocità. Inizialmente questa è assolutamente unica ed esclusiva («nessuno... nessuno» !), ma alla fine egli offre a ciascuno quella reciprocità, secondo lo stesso compiacimento divino, come risulta nella parabola del padre in Lc 15. Al figlio maggiore il padre dice, tra l'altro: "Figlio mio, tutto ciò che è mio è tuo». Il cuore dell'esperienza di Gesù con Dio («Tutto è stato dato a me dal Padre mio», Mt 11,27a) è presentato qui ai farisei (cf Lc 15,1-2), che non conoscono Dio in modo completo: essi lo conoscono come un maestro cui rendono omaggio come servitori, e quando Gesù - in nome di Dio - fa festa con i pubblicani e «uccide il vitello più grasso», essi non capiscono né Gesù, né il suo Dio. Essi ne sono scandalizzati. Che magistrale vulnerabilità quella del narratore di parabole nel proporre, a coloro che sono i suoi oppositori, la propria esperienza personale, il suo rapporto con Dio! Ciò offre loro l'opportunità di capire il suo comportamento in nome di Dio e di entrare con lui per partecipare alla festa, che è la festa di Dio.

Conclusione

Chi era Gesù? In un certo senso, possiamo situare il Gesù dei Vangeli nel contesto storico, politico e culturale che gli è proprio. L'immagine che così si ottiene non risponde certamente a tutte le domande, ma si profila in maniera più o meno coerente a fronte di uno sfondo storico conosciuto sempre meglio.
Inoltre, è fondamentale non dimenticare che Gesù come persona storica e concreta è delimitata. È impossibile che egli possa essere tutto. Parla aramaico e presumibilmente un po' di greco, ma non il cinese e tanto meno il Kisuaheli. Come per ognuno di noi anche la sua lingua determina il suo pensiero e getta un'ombra su tutto ciò che accosta. Queste limitazioni essenziali, inerenti a tutto ciò che è storico, sono state troppo spesso ignorate quando ci si è voluti avvicinare al mistero della sua persona.
Dall'insieme di questa breve caratterizzazione ognuno potrà riconoscere il tratto che più gli è consono o maggiormente lo ispira.
Gesù, anche quello semplicemente storico, alcuni li allontana e altri li affascina. Un suo tratto affascina, e un altro scandalizza. «Sono venuto a portare fuoco sulla terra», così egli parlava di se stesso. Un fuoco che divora, ma anche illumina e riscalda, che suscita vita: il simbolo si presta a tutti gli estremi contemporaneamente!
Personalmente lo vedo introdurre storicamente, dentro la sua cultura e la sua generazione, un nuovo paradigma in cui Dio è grazia, gratuità, crea solidarietà senza condizioni, senza privilegi spirituali o devozionali. Il fatto che Gesù abbia reso tangibile tutto ciò mediante gesti e immagini molto concreti, costituisce il fondamento della sacramentalità cristiana. Il sacramento appartiene essenzialmente alla visione cristiana della realtà, a partire da Gesù. Il sacramento è tutto ciò che è «luogo di incontro» tra Dio e uomo. La vita storica di Gesù apre in quel senso uno spazio e stabilisce l'inizio di quella sua possente visione di fede: in un pasto, una imposizione di mani, una parola, un dialogo, una lavanda di piedi si fa l'esperienza di un Dio vicino qui e adesso. Visto dalla sua interiorità, Gesù testimonia una trasparenza verso Dio che ci vuole comunicare. Dio non è mai lontano, mai altrove, ma presente immediatamente nell'ordito della coscienza e della dignità della nostra filiazione divina. Era sua volontà invitare ciascuno a una simile esperienza. Gesù stesso non è stato accettato, tanto meno il suo paradigma, ma la sua forza è stata tale che egli ha saputo assumere nel paradigma il rifiuto e la propria morte violenta. Egli capì come anche lui, allo stesso modo di Giovanni, sarebbe stato messo a morte. Con questa realtà davanti agli occhi, insegnò ai suoi seguaci che persino quella morte poteva far parte della sua missione. La forza con cui egli andò incontro alla morte in modo risoluto, deve aver avuto un effetto profondo sui suoi amici intimi e deve aver sprigionato nella loro memoria un'incontenibile sorgente di senso e coraggio di vivere. Anche dopo la morte del loro maestro hanno continuato a seminare la Parola «con tutta franchezza e senza ostacoli»(ultima espressione del libro degli Atti degli Apostoli, 28,31). E con questo siamo già con un piede nel seguito: la risurrezione, un linguaggio in cui comprendiamo Dio.

 

 

NOTE

[55] Escluderlo completamente, però, sembra esagerato: se il regno di Dio è per Gesù una realtà definitiva, allora ha anche tratti universali. Nello scenario finale i popoli pagani hanno un ruolo indiscutibile (cf per esempio Le 13,29: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio»; cf anche Mt 8,11). Cf soprattutto lo studio di E.P. SANDERS, Jesus and judaism, con un capitolo dedicato a questo tema, partendo dalla letteratura giudaica: "Gesù mirava alla restaurazione del Giudaismo. Generalmente, la speranza di questa restaurazione prevedeva il tema dell'inclusione dei Gentili» (p. 323).
[56] Cf a questo riguardo: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58).
[57] Cf le pagine dedicate a «Gesù e lo Spirito», pp. 144-159. Su Gesù e i demoni, cf B. STANDAERT, Marcus en de demonen, in G. VAN OYEN (ed.), De Tijd is rijp. Marcus en zijn lezers toen en nu, Leuven 1996, pp. 79-95.
[58] Vedi supra, p. 159 s.
[59] Vedi supra, p. 119. Maurice Bellet, piuttosto piccolo di statura e non troppo magro, si è chiesto come mai rappresentiamo Gesù sempre come un uomo alto e magro, dal momento che egli dovette essere tutto tranne che un asceta: egli aveva piuttosto fama di essere uno che «mangiava e beveva» e di cui si diceva che fosse «un mangione e un beone». Storicamente parlando, Gesù non poteva essere tutto contemporaneamente: alto, magro, basso, grosso. Presto o tardi il lettore che vuole ricostruire certi dati storici deve scegliere. E ciascuno, abitualmente, sceglie in funzione del proprio aspetto e del proprio stile di vita.
[60] Un vescovo americano, monsignor Fulton Sheen, ha scritto una volta: «Ci sono solo due modi di mangiare: to feast or to fast (festeggiare o digiunare)». Nella vita di Gesù troviamo sia l'uno che l'altro. I veri poveri non conoscono nient'altro.
[61] Chi cap. 16 di Luca con due grandi parabole: una sull'uso del denaro («Fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta», ossia facendo l'elemosina), e una sul suo uso sbagliato con tutte ciò che ne consegue (come risulta evidente dal caso del ricco tormentato all'inferno). Osserva anche il «guai» ripetuto quattro volte, indirizzato ai ricchi, accanto alle quattro beatitudini, a cominciare da quella dei poveri (Lc 6,20-26). L'associazione di ricchezza e autogiustificazione la troviamo in Lc 16,14-15; cf inoltre: Lc 18,9-14, dove il fariseo e il pubblicano stanno l'uno di fronte all'altro in preghiera, mentre solo l'ultimo tornò a casa giustificato.
[62] L'ultimo loghion di Gesù nel Vangelo secondo T ommaso (n. 114) testimonia, allo stesso modo, una mentalità completamente diversa da quella che troviamo nei Vangeli canonici: «5imon Pietro disse a Gesù: "Lascia che Maria [Maddalena] vada via, poiché le donne non sono degne della vita". Egli rispose: "Ecco, io la attirerò finché divenga maschio e divenga anche lei uno spirito vivente che assomigli a voi, uomini; poiché ogni donna che diventa maschio entrerà nel regno dei cieli"».
[63] Non in modo esaustivo in tutto il materiale fin qui raccolto. .Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio la terra di Sodoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città!» (Mt 10,14-15). «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida! [...] E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!» (Mt 11,20-24). La profonda delusione per l'incredulità incontrata riceve qui un ultimo scongiuro estremamente violento.
[64] Il gesto viene narrato in tutti e quattro i Vangeli. Giovanni lo mette all'inizio della vita pubblica di Gesù, cosa che è attendibile stando a molti commentatori. Il gesto è simbolico, così si ritiene, con una certa dose di realismo: un uomo solo non sarebbe stato in grado di sgombrare tutta la spianata; se avesse tentato di farlo, sarebbe stato arrestato da una istanza o l'altra, la guardia del tempio o i soldati romani.
[65] Cf Ger 7,1-11; Ger 17,21-27; Zc 14,21; Ml 3,1 ss; Is 34,12; 52,11-12; Os 9,14-17 (v. 15). Una critica del genere è espressamente profetica (cf le due citazioni in Mc 11,17: Is 56,7 e Ger 7,11). Difficilmente il profeta di Galilea poteva fare cosa diversa dall'opposizione, trovandosi al centro del baluardo della gerarchia dei sadducei. La tensione diventerà ancora più grande a causa della visione originale di Gesù sul fatto di «essere tempio» con la presenza dello Spirito Santo (cf supra, pp. 148-150).
[66] Cf G.F. WILLEMS,]ezus en de Chassidim van zijn dagen. Een godsdiensthistorische ontdekking, Baarn 1996. Cf anche le opere da lui stesso citate (pp. 18-19), con due studi preziosi di Shmuel Safrai. Anche se questa opinione non è ancora largamente diffusa tra gli studiosi, essa poggia su studi critici accurati delle fonti rabbiniche.
[67] Potremmo trovare qui quello che Elie Wiesel una volta scrisse: «Quando un ebreo non sa cosa dire, allora comincia a narrare un racconto»? Oppure dobbiamo pensare piuttosto a Socrate che ricorreva al mito, e dunque al racconto, quando il pensiero, al livello massimo dell'esposizione, non sopportava più nessun altro mezzo? Oppure entrambi testimoniano la stessa cosa nell'ambito della comunicazione interpersonale?