PICCOLI GRANDI LIBRI  Benoit Standaert
Lo "Spazio Gesù"
Esperienza, relazione, consegna

ANCORA 2004
Titolo originale dell'opera: De Jezusruimte. Verkenning, beleving en ontmoeting
Traduzione dal fiammingo di Rino Ascione

Parte prima

I. SULLE SPALLE DEI PRIMI TESTIMONI

II. LA VITA DI GESÙ VISTA DALL'INTERNO

Excursus

Parte seconda

I. ORIGINE E SVILUPPI DEL LINGUAGGIO DELLA RISURREZIONE

II. LA FEDE DI GESÙ NELLA RISURREZIONE

Come risorgere
Il fatto della risurrezione
Gesù e Socrate
III. LA RISURREZIONE DI GESÙ DAI MORTI E LA FEDE DEI PRIMI DISCEPOLI
IV. VIVERE CON UNA SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE
V. ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO DEL CUORE: LA PREGHIERA DI GESÙ E LA FILOCALIA
Parte terza
I. GESÙ E IL GIUDAISMO
II. GESÙ E L'ISLAM
III. GESÙ E IL BUDDHISMO
IV GESÙ E L'INCREDULITÀ

II

La fede di Gesù nella risurrezione

Nei Vangeli sentiamo una sola volta come Gesù stesso, in mezzo ai suoi contemporanei, fondi la fede nella risurrezione a prescindere dalla propria persona. Vale la pena soffermarci un po' su questo punto, considerando lo come un passaggio per giungere alla parte seguente, in cui esamineremo con attenzione il discorso sulla sua risurrezione. Gesù come immaginava la risurrezione e a cosa si richiamava per credere in essa? Anche su questo punto egli è per noi un maestro che ci spiana la strada al Padre.
La questione che gli viene sottoposta è nota. Il racconto parla di sette fratelli che sposano l'uno dopo l'altro la stessa donna. Tutti muoiono senza aver avuto figli. «Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna». E ora viene la domanda, ironica: «Alla risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterà la donna? Poichétutti e sette l'hanno avuta in moglie!» (cf Mc 12,18-27). Tutta la questione viene messa in bocca ai sadducei («Questi affermano che non c'è risurrezione», cf At 23,8). Abbiamo a che fare dunque con una controversia classica tra due partiti: quello dei sadducei e quello dei farisei. Per lo meno stando a come Marco ci presenta le cose (e gli altri due Sinottici al suo seguito).
Alcuni commentatori hanno lasciato intendere, nella loro analisi più sottile, che la domanda e l'articolazione del ragionamento suonano piuttosto farisaiche, ma allora non bisogna più vederci alcuna ironia. Il caso diventa una pura domanda scolastica con casistica farisaica, senza che, per questo motivo, la risurrezione come tale venga messa in discussione. La reazione di Gesù, tuttavia, presuppone in chi lo interroga un sottofondo di ironia. Questo risulta tanto dalla domanda retorica con cui egli inizia la ,sua risposta
(«Non siete forse per questo in errore, dal momento che non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?»), quanto dalla distinzione che egli apporta tra il fatto stesso che i morti risorgono e la modalità di quella risurrezione. La domanda dei sadducei concerne non solo quest'ultima: come dobbiamo immaginarci quella relazione tra quell'unica donna e i sette mariti che l'hanno tutti avuta in moglie? Dietro quella domanda si cela l'implicito ragionamento: «Le cose si complicano in modo ridicolo, e quindi l'intera dottrina sulla risurrezione non ha ragione di essere!».
Gesù rimanda alle Scritture e al «potere (dynamis) di Dio». Egli usa le Scritture nella seconda parte della sua risposta; nella prima parte si appella a quella eccezionale «potenza di Dio». Praticamente egli tratta la domanda in due fasi: per primo egli esamina il come, e dopo il fatto stesso («che i morti risorgono...»). In 1Cor 15 vediamo Paolo introdurre esattamente la stessa distinzione. Solo l'ordine del ragionamento è rovesciato: l'Apostolo prova prima a confermare il fatto della risurrezione (1Cor 15,12 ss), e dopo allarga il suo discorso sul come essa avvenga («con quale corpo», 1Cor 15,35).

Come risorgere

La risposta di Gesù alla domanda del come è eccezionalmente istruttiva: «Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli»(Mc 12,25). Gesù dà risalto alla discontinuità tra la vita su questa terra e l'esistenza da risorti. Questa discontinuità è attribuita alla «potenza di Dio». L'atto con cui Dio risuscita un morto è così radicalmente nuovo, che non è più possibile parlare di «sposarsi o essere dati in sposa». Scompaiono la corporeità e i rapporti sessuali che appartengono alla fisicità che ci è familiare. Come fa Gesù a sapere questo? Egli lo asserisce con forza, senza molti argomenti, rimproverando così i suoi oppositori: «Non conoscete la potenza di Dio». In questo modo apprendiamo almeno come egli stesso confidi nell'azione della potenza di Dio e come la «conosca» bene. Tra gli innumerevoli tentativi dell'umanità di immaginare l'aldilà o una «vita dopo la morte», se ne possono distinguere due tipi: vi sono modelli che sottolineano la discontinuità, e con ciò considerano seriamente sia la morte sia l'azione di Dio oltre la morte; e vi sono modelli che garantiscono la continuità tra questa vita e quella che viene dopo. Questi ultimi modelli - di cui uno è la reincarnazione, accanto a quello dell'immortalità dell'anima - sono molto più confortanti, meno in contrasto con questa vita e per tale ragione spesso anche più popolari (8).
Gesù si immagina poco o nulla dell'aldilà, eccetto che sia un'esistenza come quella degli «angeli nei cieli». Ciò evoca in ogni caso una certa rappresentazione, anche se negativa rispetto alla condizione umana. Per l'uomo occidentale di oggi questa esistenza angelica non dice molto. Per il giudeo pio del I secolo essa non era vuota di contenuti. «Come angeli» ha un'accezione positiva, che trascende l'uomo in direzione dell'Essere supremo, dove la figura dello Spirito Santo può essere pensata come l'Angelo per antonomasia.
Questa prima parte della risposta di Gesù contiene dunque un riferimento stringato al segreto dell'aldilà e un modo originale di avvalersi del linguaggio della risurrezione. Questo linguaggio abbraccia accenti di discontinuità e di continuità. La letteratura rabbinica ha spesso mitigato l'effetto scioccante della discontinuità(
«Come Dio ha creato dal nulla o quasi l'universo e ogni individuo, così egli risuscita l'uomo dalla polvere»). L'aldilà veniva quindi raffigurato come un paradiso di delizie e squisitezze offerte al nostro godimento materiale. Gesù rompe con questa linea. Seguendo le sue orme noi possiamo dire: «Non immaginare niente, ma confida nella potenza di Dio» (9).

Il fatto della risurrezione

Ci resta ancora la prova del fatto stesso della risurrezione. Qui Gesù ricorre alle Scritture, e in particolare alla Torah, l'unica parte della Bibbia la cui autorità è riconosciuta in maniera indiscussa dai suoi interlocutori, i sadducei. La risposta è dunque ad hoc!
«Non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: "io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe?". Non è un Dio dei morti ma di viventi!» (Mc 12,26-27).
A questo punto egli conclude rifacendosi alle sue prime parole: «Siete in grande errore! ». È innegabile nella dimostrazione un'intensificazione tra la prima e la seconda parte. Qui si arriva nello stesso tempo al nucleo della questione.
Il testo che Gesù sceglie in questa occasione non è niente meno che il passaggio in cui Dio si fa conoscere a Mosè e pronuncia il suo nome. Nel racconto biblico non vi è nessuna autocomunicazione di Dio più alta di questo passo (Es 3,6; cf anche Es 34,6), dove egli nomina se stesso. Vi è qualcosa di commovente nel constatare come Gesù abbia ascoltato attentamente questo chiamare se stesso di Dio. Per farsi conoscere da Mosè Dio indica se stesso con i nomi dei patriarchi, morti almeno tre o quattro secoli prima. Dio - il Dio vivente - non potrebbe comunque chiamare se stesso con i nomi di coloro che sarebbero completamente morti e inesistenti! «Egli è un Dio dei viventi, non dei morti». Luca proverà a chiarire questo passaggio troppo breve con la seguente aggiunta: «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38) (10).
Gesù si ferma davanti a questo singolare discorso divino in cui Dio menziona con il suo Nome anche il nome dei tre patriarchi. Egli vi recepisce un messaggio: Dio considera i primi padri non come morti e sepolti. Dio li chiama per nome, ancora quattro secoli dopo. Per Gesù è chiaro: i patriarchi vivono. Il patto tra Dio e loro non è stato interrotto dalla morte e dal sepolcro. Appoggiandosi all'autorità della parola di Dio, in cui quest'ultimo nomina se stesso, Gesù parla dunque di risurrezione dei morti. Per nessun'altra ragione, dunque, se non perché Dio è Dio, e come tale si è fatto conoscere nella Torahll.
La domanda retorica all'inizio prende anche noi alla gola: «Conoscete veramente le Scritture? Sapete cosa è la potenza di Dio?». Gesù ci inizia a quelle Scritture e alla sua comprensione del mistero di Dio, cioè a come Dio mantenga il patto con i suoi amici, i patriarchi, oltre la morte. Mentre la problematica che evoca il linguaggio della risurrezione si incaglia troppo spesso nella difficoltà di rappresentare le cose esternamente, Gesù mostra che la chiave di volta di tutto si trova in primo luogo all'interno del parlare proprio di Dio e del suo nominare se stesso. Cercalo nel Nome di Dio. Santifica quel Nome, impara a conoscerlo così come egli comunica se stesso nella Torah, scopri come la risurrezione è radicata in quel Nome, sì, un nome che è Dio. Tutti i nomi di Dio sono efficaci e reali, e ogni atto lo nomina. Dio è i suoi atti. Conosci allora la potenza di Dio, e santifica il suo Nome, fino alla morte, sì, anche oltre la morte. La prima strofa del Sal 103 ci in vita a cercare insieme a Gesù in modo teologico:

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo Nome. 
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
Egli guarisce tutte le tue malattie;
Egli salva dalla fossa la tua vita,
Egli ti corona di grazia e di misericordia.
(Sal 103,1-4)

Dio è il suo nome in ognuna di quelle azioni. Così, per chi lo conosce e sa leggere con Gesù, «risurrezione» è uno dei suoi nomi.

Gesù e Socrate

Poiché Dio è Dio. Lo sguardo che qui è gettato verso l'altro campo, quello greco, è proprio al suo posto. «Risurrezione del corpo» e «immortalità dell'anima» sono spesso presentate come due visioni della vita e dell'aldilà inconciliabili tra loro. Sotto questo aspetto è esemplare il saggio del 1956 di Oscar Cullmann: Immortalitàdell'anima o risurrezione dei morti. Con lui il contrasto è acutizzato al massimo, cosa che ha suscitato non poche critiche (12).

Socrate e l'immortalità dell'anima

Dopo la sentenza di morte, pronunciata dai cittadini di Atene, Socrate riceve ancora l'opportunità di rivolgersi un'ultima volta ai suoi amici. In quel discorso (il terzo dell'Apologia di Platone) egli prova a convincere se stesso e soprattutto i suoi ascoltatori che egli non ha bisogno di temere niente davanti alla morte che lo attende.
«Che cosa è la morte?» questa è la domanda che egli pone loro. «Alcuni affermano che la morte è un sonno, un sonno profondo e senza fine. Immagina che la morte sia un sonno del genere: cosa c'è di più piacevole di quel sonno profondo, tranquillo, dal quale non si viene mai svegliati? Di ciò non devo avere certamente paura!» dice Sacra te. Malgrado tutto, la morte come un sonno è l'ultimo dei suoi pensieri. Quella prima supposizione - la più ridicola - è un argomento puramente ad hominem. Per Sacra te, la
cosa più importante nella vita è l'idea, la chiarezza dello spirito e non, certamente, una notte indistinta di addormentati (13)!
«Altri - dice Socrate - sono dell'avviso che dopo la morte andiamo nel regno dei morti, e là ci ritroviamo con i grandi, con Minasse e Radamanto, con Omero ed Esiodo, tutti gli eroi e i re, i giudici e i poeti del grande passato». «Se quei racconti sono veri - continua Socrate - come farei a non rallegrarmi di incontrare quei grandi e di poter loro porre le domande che voi qui non mi permettete di porre, ossia: che cos'è la virtù? in che cosa consiste l'umanità dell'uomo?». «Se quei racconti sono veri...» per ben tre volte egli inserisce questa condizione, come fosse un dubbio che lo accompagna a questo riguardo. Ma anche in questo secondo caso, non vi è ragione di aver paura della morte. Con leggera ironia qui è persino chiarito che i grandi interrogativi vanno oltre la vita: l'umanità dell'uomo trascende la sua morte! La qualità dell'esistenza rimane valida fino nel cosiddetto regno delle ombre. Tuttavia questa seconda supposizione rimane ipotetica, poiché si regge su miti, racconti... E questi sono proprio veri?
In forte contrasto con quelle prime due ipotesi su quanto ci attende dopo la morte, Socrate arriva poi al suo terzo e ultimo punto: «Una cosa so di certo - dice adesso con una fermezza che è estremamente inusuale in tutta l'opera di Platone -: Dio non abbandona il suo amico che è giusto, non in questa vita e neanche nella morte».
Il vero fondamento della fiducia di Socrate nella vita oltre la morte poggia sull'esperienza della fedeltà di Dio. Poiché Dio è Dio e non può abbandonare il suo amico, non c'è ragione alcuna di temere la morte. Questo è un argomento puramente religioso, radicato in una esperienza vissuta di Dio. Platone, pensatore e filosofo, dedicherà il resto della sua vita alla continua riflessione filosofica di ciò che in Socrate fu inizialmente la testimonianza
personale di una vita con Dio. La dottrina dell'immortalità dell'anima diventa allora una costruzione filosofica di Platone, alla quale egli conferisce fondamenta più solide possibile con i suoi ragionamenti e le sue argomentazioni. Tuttavia, per Socrate stesso non si trattò affatto di una riflessione antropologica, ma di un'esperienza di natura puramente religiosa.
Si tratta ora, da parte nostra di fare una lettura corretta: dovremmo riuscire ad avvertire, oltre il linguaggio e oltre il testo stesso, qualcosa della fedeltà divina. Altrimenti continueremo a lottare con fantasmi, raffigurazioni e proiezioni. In questo senso, tutta la questione scade a livello di semplice gioco verbale, a livello di logomachia in cui le parti si spingono a vicenda l'una contro l'altra nell'inferno del loro aldilà o, prima della fine, nell'inferno dell'aldiquà! Socrate e Gesù testimoniano per noi la loro esperienza di Dio: poiché Dio è Dio e non rompe il patto con i suoi fedeli, neanche nella morte, per questa ragione vi è speranza.
Resta da notare, anche per noi cristiani, che in tutto ciò Gesù parla qui di risurrezione con pienezza di senso prescindendo da ogni fede nella propria risurrezione storico-salvifica (cf viceversa lCor 15,17: «Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede», una dichiarazione chiaramente patetica, un po' forzata, che si spiega guardando il contesto) (14).

 

 

 

NOTE

[8] Vedi la penetrante opera di W. LOGISTER, Reincarnatie. De vele kanten van een oud en nieuw geloof, Tielt 1990, lo studio più chiaro sull'argomento nel nostro [fiammingo n.d.t.] campo linguistico. Da allora Logister ha pubblicato un'analisi approfondita della fede nella risurrezione, cf Na de dood. De harde noten van het verrijzenisgeloof, Averbode-Baarn 1997.
[9] La risposta di Paolo alla domanda sul come in 1Cor 15, è altrettanto perspicace nel ragionare sui due aspetti: il nuovo corpo sarà in discontinuità, e in questo senso inimmaginabile, rispetto a quanto qui vediamo e capiamo; ma anche in una certa continuità: ognuno risorge secondo la propria natura e la propria specie. Cf lCor 15,35-38. Presso i rabbini si correggono spesso le visioni popolari dell'esistenza paradisiaca appellandosi a Is 64,3: «Occhio non ha visto che un Dio fuori di te...». Eccezionale, ma splendido, e completamente secondo la stessa tendenza di quello di Gesù, è il pensiero che esprime Rav (ca 200 d.C.): «Nel mondo venturo non sarà come in questo mondo; non si mangerà né si berrà, non si conoscerà nessuna procreazione e non ci sarà commercio alcuno, non si coverà nessuna gelosia, nessun odio né rivalità. I giusti vi saranno assisi, con una corona sulla fronte, e godranno della gloria della Shekinah, come sta scritto: "Essi videro Dio e tuttavia mangiarono" (Es 24,11)».
[10] «l giusti al contrario vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e l'Altissimo ha cura di loro» (Sap 5,15); «Nella fede che essi non potranno morire per Dio, come neanche i nostri patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe sono morti, ma vivono per Dio» (4Mac 7,19); «Essi sapevano che chi muore per Dio, vivrà per Dio, come Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i patriarchi» (4Mac 16,25). Confronta anche il Targum di Os 6, già citato: «Egli ci farà risorgere e noi vivremo per lui».
[11] Al tempo di Gesù si sapeva dove si trovavano le tombe dei patriarchi, in Ebron. Gesù conclude con la risurrezione dei patriarchi malgrado la realtà del sepolcro di coloro che egli considera come risorti. Anche questo è istruttivo.
[12] Una panoramica di come stanno le cose la possiamo trovare in «Biblica», 38 (1957) e in «New Testament Abstracts», 2 (1957-58). G.W.E. Nickelsburgjr. confutò la tesi sulla base dell'abbondante materiale che aveva raccolto nel giudaismo intertestamentario: vedi: Resurrection, Immortality and Eternal Life, in Intertestamentaljudaism, Oxford 1972, pp. 177-180.
[13] Un saggio della sua capacità di restare sveglio lo abbiamo alla fine del Simposio, dove egli, sul far del mattino, è l'unico ad alzarsi lucido da tavola, far ritorno a casa, non senza aver salutato il Dio dell'aurora. Tutti gli altri - eccetto un solo discepolo fedele e servizievole - giacciono sotto la tavola, vinti dal vino...
[14] I primi cristiani non facevano «dogmatica» nel senso più tardivo del termine. Come accadeva nell'ambiente giudaico, anche tra loro si potevano avere molteplici posizioni, le quali convivevano l'una accanto all'altra senza la ricerca di un sistema coeso in cui dovessero rapportarsi in un sistema armonico. Casi sentiamo parlare di una risurrezione subito dopo la morte («Oggi sarai con me in paradiso!» dice Gesù a colui che gli è accanto sulla croce, Lc 23,43) e di una «risurrezione dei giusti», quando tutto sarà finito, nello stesso Luca (Lc 14,14), senza che tali affermazioni vengano armonizzate tra di loro. Questo richiede un modo proprio di trattare affermazioni e tesi, che sia aperto ed elastico, ospitale e sempre alla ricerca. Molte di quelle posizioni venivano piuttosto accolte e usate come indicazioni utili, ma non per questo le si riteneva ancora vere in modo definitivo. Una cultura intellettuale del genere ci è divenuta estranea. Spetta dunque a noi inculturarci di nuovo, se vogliamo rendere giustizia ai testi che ci sono stati tramandati.