PICCOLI GRANDI LIBRI  Benoit Standaert
Lo "Spazio Gesù"
Esperienza, relazione, consegna

ANCORA 2004
Titolo originale dell'opera: De Jezusruimte. Verkenning, beleving en ontmoeting
Traduzione dal fiammingo di Rino Ascione

Parte prima

I. SULLE SPALLE DEI PRIMI TESTIMONI

II. LA VITA DI GESÙ VISTA DALL'INTERNO

Excursus

Parte seconda

I. ORIGINE E SVILUPPI DEL LINGUAGGIO DELLA RISURREZIONE

II. LA FEDE DI GESÙ NELLA RISURREZIONE

III. LA RISURREZIONE DI GESÙ DAI MORTI E LA FEDE DEI PRIMI DISCEPOLI
Scrutare la nascita e il senso di questo parlare
Essere testimoni, ed esserlo di Dio
Martire alla fine dei tempi
Un processo di crescita
Le Scritture e la memoria di Gesù
Lo Spirito Santo
Conclusione
IV. VIVERE CON UNA SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE
V. ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO DEL CUORE: LA PREGHIERA DI GESÙ E LA FILOCALIA
Parte terza
I. GESÙ E IL GIUDAISMO
II. GESÙ E L'ISLAM
III. GESÙ E IL BUDDHISMO
IV GESÙ E L'INCREDULITÀ

III

La risurrezione di Gesù dai morti e la fede dei primi discepoli

Scrutare la nascita e il senso di questo parlare

Dopo aver scandagliato ampiamente il linguaggio della risurrezione, vogliamo ora esaminare, per quanto possibile, come quel linguaggio sia stato applicato a Gesù dopo la sua morte di croce, e con quale contenuto.
La prima cosa che possiamo sostenere con chiarezza è che soltanto discepoli di Gesù hanno fatto uso di quel linguaggio particolare: "Egli è risorto! »; «È risorto dai morti! ». Nessun soldato romano e neanche Pilato, nessun membro del sinedrio, sadduceo o fariseo, nessun Antipa o ero diano ha pronunciato con la propria bocca formule del tipo: «Gesù è risuscitato dai morti! » (15).
Se vogliamo capire qualcosa di quella applicazione, nuova e particolare, del linguaggio della risurrezione su Gesù e sulla morte che gli è stata data, allora dobbiamo trasferirci nella cerchia dei suoi amici più vicini: i discepoli, le donne, coloro che lo hanno conosciuto da più di un anno, forse addirittura da tre anni.
Chi si pone in ascolto del Nuovo Testamento nella sua totalità, è in grado di distinguere, con una certa consistenza, due momenti dentro l'esperienza di quel piccolo nucleo.

1) In primo luogo, vi è da ricostruire la crisi che la morte di Gesù in croce ha provocato all'interno del gruppo ristretto dei seguaci. Le testimonianze divergenti ci mostrano come questo gruppo si sia disperso come i più, se non tutti, si «siano dati alla fuga» (cf Mc 14,27: «Tutti rimarrete scandalizzati», rivolto ai Dodici; e Mc 14,50: «Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono»). Vediamo anche come Pietro abbia subìto la crisi in modo esemplare. Il suo triplice rinnegamento narrato drammaticamente nella notte stessa dell'arresto e della consegna di Gesù, ancor prima che il gallo cantasse, dice troppo chiaramente la crisi profonda che lo colpì. La sua negazione («Non conosco quell'uomo!») prova innanzitutto la sua assoluta impotenza a guardare la realtà in faccia. Egli nega la sua relazione con quel Gesù poiché non ha (ancora) metabolizzato la sua sorte. Possiamo esser d'accordo sul fatto che sia ritornato in Galilea (cf Mc 16,7: «Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea»). Quello che il quarto evangelista rammenta nel cap. 21, aggiunto al Vangelo, molto probabilmente ha un nucleo storico. Simon Pietro dice: «lo vado a pescare!». Da questo proposito traspare tutta la sua impotenza e delusione. Egli è ritornato al suo mestiere, alle sue reti, al punto in cui una volta tutto era cominciato, quando Gesù lo chiamò. Scoraggiato egli sembra essere ritornato al punto di partenza... Che cosa sarà ormai di noi? ...
Lo shock deve essere stato enorme. Per l'uno più forte che per l'altro, questo è certo. Ciascuno si trova a confrontarsi con le grandi questioni.
- Chi è Dio? In tutto il suo fare e non fare Gesù rimandava sempre e ogni volta a Lui, al suo Regno che viene, al suo avvicinarsi. Come ha potuto Dio permettere che il suo eroe, il suo amico, il suo servo, il suo figlio, morisse di una morte così abominevole e scandalosa, appeso nudo, crocifisso? Probabilmente sarà risuonata anche la parola biblica della Torah: «L'appeso è una maledizione di Dio» (Dt 21,23; citato in Gal 3,13). Gesù è veramente maledetto, rifiutato da Dio? Si trova sotto la maledizione della Legge? In ogni caso le autorità religiose della Città santa lo hanno rigettato, consegnato ai romani. Come si colloca Dio di fronte a chi è stato estromesso dalla comunità religiosa? Dio stesso lo ha abbandonato definitivamente? Perché? Dove è Dio? Da che parte sta?
- Chi è Gesù? Chi è lui veramente, e come gli è potuta succedere una cosa del genere? Vedeva avvicinarsi quella violenza e ne parlava anche... Come ha potuto restare sino alla fine così attaccato al suo Dio? Che cosa lo animava al punto da spingerlo ad andare in modo risoluto incontro alla morte invece di sfuggirla? Chi è lui, finalmente? Da dove proviene quella libertà, anche in mezzo alla violenza?
- Dove stiamo noi? Verremo anche noi perseguitati dai romani o dalle autorità? Che cosa ci aspetta? La questione della propria identità e il gioco delle relazioni - con Gesù, con Dio, tra di loro, con se stessi, ognuno per sé - vengono scosse terribilmente e profondamente da quella morte di croce.
Tuttavia, non ci è permesso generalizzare. Se Pietro ne è uscito in qualche modo sconvolto, come sembra dal Vangelo secondo Marco e in Gv 21, non è comunque necessario che ciò sia avvenuto allo stesso modo a tutti i discepoli. Un testimone almeno, l'abbiamo visto sopra, dà chiaramente !'impressione di non aver vissuto la morte in croce come un crollo totale del mondo, e questo è il «supertestimone» che si trova dietro al quarto Vangelo. Questi ha vissuto la morte di Gesù come espressione estrema di chi Egli era e voleva essere: amore portato a compimento «eis telos», fino all'estremo, ma anche come fine e adempimento (cf Gv 13,1; e «tutto è compiuto» in Gv 19,30). Anche in seguito dovremo ricordare la testimonianza di Giovanni, se vogliamo comprendere in verità la giusta portata di ciò che è accaduto.
Questo è dunque il primo momento acquisito dentro l'esperienza del gruppo ristretto. Dal punto di vista storico-esegetico esiste oggi un grande accordo a questo riguardo.

2) L'altro momento, che possiamo distinguere con altrettanta chiarezza, riguarda la nuova comparsa dei discepoli di Gesù a Gerusalemme. Dopo che era trascorso qualche tempo - non è facile calcolarlo in modo esatto, Luca negli Atti parla di cinquanta giorni, ciò significa in occasione della prima festa di pellegrinaggio successiva - vediamo, in effetti, come il gruppo che si era disperso e doveva nascondersi, appare ora di nuovo in pubblico, rende testimonianza, parla a intere moltitudini, e sopporta intrepidamente le opposizioni e finanche le persecuzioni. Anche questo dato è chiaro per tutti. Non c'è bisogno qui di molte prove: l'esistenza stessa del Nuovo Testamento, di una Chiesa universale fino ai nostri giorni, e anche semplicemente la stesura di queste pagine, non ci sarebbero, se questo secondo dato non fosse stato un fatto.
Resta l'enigma: cosa è accaduto a quei discepoli nell'arco di tempo che sta tra i due momenti? Qualcosa deve essere accaduto loro, deve essersi compiuto in loro. Questo qualcosa deve essere stato così essenziale da restituire loro l'identità e ristabilirli nelle loro relazioni, con Dio, con Gesù, tra di loro, con se stessi. Tutto lascia intuire che essi abbiano assimilato lo shock alla stessa profondità in cui ne sono stati colpiti.
Per ricostruire quanto è accaduto, disponiamo del loro linguaggio, delle loro dichiarazioni, delle loro testimonianze. Queste si articolano in una forma triplice negli scritti che sono stati conservati.
a) Brevi confessioni o formule di annuncio: «Dio lo ha risuscitato dai morti!», «Cristo è risorto dai morti», «Egli è veramente risorto! È apparso a Simone». Oppure anche: «Gesù è morto ed è risorto», «Cristo è morto e vive di nuovo» (16).
b) Racconti delle apparizioni elaborati, in cui si raccontano gli incontri avvenuti con il defunto dopo la sua morte. 1Cor 15,3-8 allude a quei racconti che sono già in circolazione. Paolo cita una «tradizione» che già esiste in modo strutturato, che egli deve aver ricevuto dalla Chiesa di Antiochia. Marco (16,1-8) non ha ancora alcun racconto elaborato, bensì un riferimento analogo a quello in
1Cor 15,5: «Egli apparve a Cefa» (cf Mc 16,7: «Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete»). In Matteo, Luca e Giovanni troviamo le famose vivide rappresentazioni delle apparizioni pasquali. Gli Atti (capp. 9; 22; 26) narrano per ben tre volte l'incontro di Saulo con il Risorto, sulla via di Damasco. Il Vangelo di Pietro, un testo apocrifo del Il secolo, si arrischia a descrivere la stessa risurrezione, oltre che a relazionare sulle apparizioni pasquali. Anche nella scena di apertura dell'Apocalisse di Giovanni ci viene offerto un frammento di un'apparizione di Cristo (cf Ap 1,12-20): «lo sono il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli Inferi».
c) Racconti delle esperienze dello Spirito, avutesi per lo più in un gruppo. L'evento della Pentecoste, ricordato da Luca in At 2, ne costituisce il modello. Alcuni esegeti hanno pensato che quando Paolo scrive riguardo a «un'apparizione a più di cinquecento fratelli in una sola volta» (cf 1Cor 15,6) alluda all'evento stesso della Pentecoste o a un fatto analogo avvenuto in Palestina. Altre manifestazioni dello Spirito le troviamo, tra l'altro, in At 10,44: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola» (cf anche At 19,6, a Efeso).
Questi sono i tre tipi di comunicazione che ci permettono di capire che cosa sia successo tra il momento della morte in croce di Gesù e il primo impavido annuncio dei discepoli. Nessuno dei tre tipi sembra essere giunto fino a noi intatto e senza elaborazioni. Tutto ci è stato trasmesso in lettere, racconti, resoconti che sottendono intenzioni didattico-catechetiche o teologico-cristologiche.
Siamo noi ancora in grado di ricostruire i fatti stessi? E come è possibile una cosa del genere? Disponiamo di materiale sufficiente per ricomporre un film storicamente affidabile capace di riscrivere il racconto intermedio tra questi due elementi sicuri? Sicuramente possiamo provarci, in modo onesto e possibilmente corretto dal punto di vista del metodo. Negli ultimi 150 anni molti hanno tentato questa impresa. Nessuno, con un po' di senso critico, metterebbe in dubbio che si tratti in realtà di un compito arduo, a livello sia letterario che epistemologico. Una cosa è certa: il risultato rimarrà ipotetico, e quindi anche problematico. Temo però che casi di questo tipo ve ne saranno fino al giudizio universale. Questa non è una ragione sufficiente per rinunciare all'impresa; cioè per non assolutizzarne mai il risultato. .
Ciò significa altresì che non vi è motivo di osservare ogni nuova ricostruzione con troppa diffidenza per stigmatizzarla. Ogni ricostruzione e ogni rappresentazione delle cose- anche la più ingenua, la più letterale o la più gratuita - è ipotetica. In questo senso possiamo porci una domanda decisiva: se ogni ricostruzione resta ipotetica, vale allora la pena investirci così tante energie? non corriamo il rischio di porre l'accento su qualcosa che, tutto sommato, è secondario?
Per questo motivo vorremmo consigliare un modo diverso di rapportarci al materiale che ci è stato trasmesso. Non si tratterà di fare una ricostruzione storica dal punto di vista archeologico, ma di esaminare attentamente il linguaggio e la struttura che lo caratterizzano.

Essere testimoni, ed esserlo di Dio

Chi considera con attenzione le tre forme di comunicazione nel loro insieme, deve constatare che vi è sicuramente un qualcosa che hanno in comune: esse vogliono testimoniare ciò che Dio ha fatto loro conoscere.
Quello che esse affermano, non lo propongono come invenzione propria, tanto meno come conclusione di un ragionamento logico a cui ognuno può arrivare. Essi parlano da testimoni, da testimoni di Dio. Nel trasmettere l'annuncio dovremmo sempre mantenere un rispetto continuo di questa struttura. Proprio perché il loro parlare si fonda in Dio, la ricostruzione del come essi ne siano venuti a conoscenza (grazie a qualche mezzo visivo o uditivo, ecc.) diventa molto secondaria.
La frase che Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi pronuncia con lucidità, ci avverte che una testimonianza di Dio non può essere fondata in nessun'altra parte che in Dio. Sulla singolare rivelazione egli dice: «Se con il corpo o senza il corpo non lo so, lo sa Dio!» (cf 2Cor 12,2-3). Esteriorità o evento intimo: quando Dio si rivela alla coscienza, questa distinzione familiare cade nel nulla. Veramente in Dio non vi è né fuori né dentro, né davanti né dietro. Anche la stessa coscienza di sé sembra dover cedere il passo davanti alla percezione di colui che «è più intimo a me di me stesso», secondo la famosa espressione agostiniana («Deus interior intimo meo, superior summo meo - Dio è più intimo a me del mio intimo e più alto della mia parte più alta»). «Io non lo so, lo sa
Dio!».
Possiamo dunque affermare: il linguaggio della risurrezione nell'uso cristiano vuole in primo luogo parlare di Dio, testimoniare ciò che Dio ha fatto. Che si tratti ora di racconti delle apparizioni, o di esperienze «pneumatiche» di gruppo o di brevi formule kerygmatiche, in tutti e tre i casi non è mai l'uomo che prende l'iniziativa, ma l'Altro che va incontro a lui o a lei, «appare», si fa vedere o conoscere, si «rivela» (cf Gal 1,15-16!), o anima un gruppo intero. Essi non fanno altro che testimoniare, il loro parlare è secondario; è la conseguenza di un evento che essi stessi non hanno causato, ma che li ha superati e ora li riempie.

Martire alla fine dei tempi

Era evidente che essi per esprimersi sarebbero dovuti ricorrere proprio al linguaggio della risurrezione. Abbiamo visto come quel linguaggio fosse entrato nella tradizione biblica attraverso due strade: quella dell'apocalittica e quella del martirio.
Ebbene, la morte di Gesù fu per antonomasia la morte di un giusto, di un innocente, un martire che confidava in Dio. Inoltre, tutta la sua predicazione sul Regno imminente risvegliava un'attesa tipicamente escatologica e apocalittica. Per questa ragione la confessione della sua risurrezione significò allo stesso tempo anche l'attesa dei tempi ultimi, con il suo ritorno per giudicare. Vedi in particolare l'antica formulazione in 1Ts 1,9-10: i pagani «si
sono convertiti dagli idoli a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall'ira che sta per venire» (17). La risurrezione di Gesù fu l'inizio degli ultimi tempi, la conferma di quanto la sua predicazione annunciava come l'approssimarsi del regno di Dio. Frattanto il tempo era «compiuto» e aperto all'ultimo compimento che si stava per realizzare. In quella tensione i primi discepoli avviarono coraggiosamente la loro azione.
Constatiamo ancora che per le prime formulazioni, per quanto ci è possibile ricostruirle, sono state utilizzati diversi apporti linguistici al fine di testimoniare l'accaduto: «Dio lo ha risuscitato»; «Egli lo ha fatto sedere alla sua destra»; «Egli lo ha glorificato, accolto, assunto, costituito Figlio nella potenza dello Spirito». Le variazioni sullo stesso tema sono quasi senza fine. L'intuizione è una sola e la stessa, il linguaggio che viene usato per esprimerla ha molte forme, e tocca anche i molti aspetti su cui essi si erano completamente bloccati con la morte di Gesù. La grande svolta
esattamente allo stesso livello in cui la crisi li aveva colpiti in pieno - consiste in ciò: essi sanno ora con fermezza che Dio non ha abbandonato alla maledizione della morte di croce il suo amico, il «suo Figlio prediletto», il suo servo e profeta. Dio sta dalla sua parte, in maniera definitiva, come tutto ciò che è divino. Questo è quanto hanno appreso. Dio si dichiara solidale con questo reietto, questa è la grande novità che procura loro una nuova identità e ristabilisce tutte le relazioni: con Dio, con Gesù, con il passato e con il futuro. Allo stesso tempo vediamo come il linguaggio di risurrezione utilizzato fosse soltanto una delle possibilità di cui essi disponevano alloro tempo e nella loro cultura (18).

Un processo di crescita

La svolta che segna questa presa di coscienza, come anche la crisi stessa, non è avvenuta per tutti con gli stessi tempi e tanto meno con la stessa intensità. I testi mostrano che i discepoli hanno parlato tra di loro per convincersi a vicenda, come nel caso famoso di Tommaso (Gv 20), che le testimonianze (tra le quali quelle delle donne) sono state messe a confronto le une con le altre, e che alcuni hanno continuato a dubitare («fino a oggi» potremmo dire con Matteo, che lo metteva per iscritto non senza ironia, cf Mt 28,15.17!) (19).
Simon Pietro è uno che in questo caso ha avuto una parte importante, addirittura di primo piano. Tutto il Nuovo Testamento ridonda di allusioni ed echi di quanto gli è capitato: una prima apparizione, presumibilmente sul far di un mattino, presso il lago di Genèsaret (cf lCor 15,5: «Egli è apparso a Cefa»; Mc 16,7; Lc 24,34; Gv 21,1-19, il racconto autentico, solidamente elaborato dal punto di vista escatologico, cf Lc 5,1-11; Mt 16,17-19; cf
Gal 1,15-20: «Né la carne né il sangue mi hanno rivelato questo»). Per parlare della sua esperienza pasquale, Paolo utilizza apologeticamente proprio le stesse espressioni di Pietro, e così facendo conferma l'autenticità del suo essere apostolo. Nel Vangelo di Luca sentiamo Gesù che dice: «Simone, Simone, [...] io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). Questo è esattamente quanto è accaduto: Simone, ravvedutosi, è divenuto «Roccia». Egli ha riunito di nuovo i fratelli ed essi, poggiando sulla sua fede pasquale, sono venuti a Gerusalemme per rendere testimonianza a Gesù (20).
Anche il ruolo che hanno avuto le donne è singolare. In Giovanni la prima che vede il Risorto è Maria Maddalena (il suo grido di gioia: «Ho visto il Signore» risuona ancora, dopo venti secoli, fin dentro le nostre chiese, in ogni tempo di pasqua con immutata freschezza!). In questo caso troviamo una correzione tipicamente giovannea: non è Pietro (cf 1Cor 15,5! Oppure Lc 24,34), ma Maria di Magdala la prima testimone della risurrezione. Come dicono i Padri della Chiesa, ella è apostola apostolorum, l'apostola degli apostoli! Anche Marco - il cosiddetto Vangelo di Pietro! - trasmette la stessa tradizione: le donne hanno vissuto per prime l'esperienza pasquale. I due racconti devono aver avuto un'esistenza parallela per un certo tempo: le testimonianze delle donne di Galilea, ancora in Gerusalemme, e i racconti su quanto Pietro ha vissuto in Galilea. È possibile che le donne inizialmente non abbiano detto niente «per paura», stando a come Marco presenta le cose (Mc 16,8). Quando, un po' più tardi, esse hanno comunque parlato, non sono state credute, fino a quando dalla Galilea non è arrivata la testimonianza di conferma. Mc 16,1-8 e 1Cor 15,3-8 sono gli esempi più antichi che abbiamo di un intreccio scambievole fino alla formazione di un solo racconto di ciò che originariamente era diviso e distinto.
Luca da parte sua bloccherà - intenzionalmente - tutti i racconti delle apparizioni a Gerusalemme, la città in cui si compiono tutte le profezie. Egli conserva tuttavia il ricordo di un primo racconto di apparizione a Pietro (Lc 24,34: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!») e presumibilmente possiamo ritenere che la pesca miracolosa in Galilea (cf Lc 5,1-11!) comprenda allo stesso modo un ricordo di quel momento sconvolgente della conversione e di una missione rinnovata per Pietro dopo il suo rinnegamento. Il testo di Gv 21 conferma proprio questo, e il grido di Pietro («Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore», Lc 5,8) si adatta meglio a questa occasione, piuttosto che alla prima chiamata (cf Mc 1,16-20).

Le Scritture e la memoria di Gesù

Ci sono due fonti di idee in questo processo di maturazione che non possiamo perdere di vista. Da un lato abbiamo le Scritture, e dall'altro, ancora molto viva, la memoria di Gesù, della sua fiducia in Dio fino alla morte e del suo .modo concreto di stare con gli uomini, con gli emarginati, i malati e i peccatori. Tutto questo continuava a operare come lievito per chiarire la visione della vita, anche dopo quella morte spaventosa. Finalmente l'immagine di Dio si è di nuovo riconciliata, insieme a quel nuovo linguaggio su «Dio che non ha abbandonato alla morte il suo amico, il suo Unto, il suo Messia».
In verità, il Dio che Gesù ha annunciato, con le sue opere e la sua predicazione, è stato uguale a se stesso: Gesù annunciava un Dio solidale con i reietti. Gesù fece di quegli emarginati gli eletti di Dio. Ebbene, nella fede pasquale dei primi testimoni riecheggia la stessa immagine divina: Dio ha eletto Gesù, anche se gli uomini lo hanno rigettato. «La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo; ecco l'opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi!» (Sal 118,22) (21).
Questa convergenza dei versetti di vari salmi, di fede pasquale e di memoria di Gesù -la memoria Jesu - appartiene essenzialmente all'esperienza di svolta radicale dei primi cristiani. Il dinamismo della loro azione e la forza di proselitismo di quella prima comunità si ricollegano a questo confessare come Dio abbia confermato questa vita che gli uomini avevano condannato. La comunità vive un'esplosione continua: nessuno più può rimanere semplicemente «ai margini». Sotto la spinta della fede pasquale gli emarginati diventano il centro, diventano gli eletti di Dio, nel nome di Gesù. Samaritani, e ben presto anche pagani, faranno parte di quegli eletti, in virtù della conferma divina dell'intera
missione di Gesù. I discepoli sapevano, da quel momento in poi, che se Dio aveva approvato la vita di Gesù, allora anch'essi potevano vivere come lui. Sappiamo che, qualunque cosa ci possa anche accadere, noi cadremo solo nelle mani di Dio.

Lo Spirito Santo

Vorremmo far luce ancora su un ultimo aspetto di quella svolta radicale avvenuta nei primi discepoli. Essa è collegata allo Spirito Santo e alla sua azione particolare negli uomini. La distanza storica e la ricostruzione critica di un racconto passato si imbattono qui in un confine, in un limite difficile da prendere in considerazione.
La vita pubblica di Gesù era già un'impressionante manifestazione dello Spirito. Egli ne parlava, e i testimoni hanno mantenuto quel ricordo. Gesù era «ripieno di Spirito Santo»: le guarigioni e gli esorcismi che egli operava, erano interpretati da lui stesso come «azioni compiute dallo Spirito di Dio», come segni che il regno di Dio era effettivamente vicino (cf Mt 12,28: «Ma se io scaccio i demoni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto in mezzo a voi il regno di Dio»). Quello che emerse, in modo spiccatamente nuovo, nel ripensare la fine di Gesù sul Golgota alla luce delle Scritture, nel confrontare le testimonianze e la memoria di tutto l'evento stesso di Gesù, era proprio quella ruach, quello Spirito. Lo Spirito, infatti, costituiva il terreno capace di creare unità sia con il passato sia con la nuova attualità. Egli si accese come fuoco nel cuore ardente (Lc 24,32), egli infiammò i testimoni nel loro parlare davanti agli stessi membri del sinedrio, i quali non tanto tempo prima avevano consegnato Gesù al potere romano. L'esperienza dello Spirito sembra essere presente ovunque in quella fase iniziale di crisi metabolizzata.
Questa esperienza dello Spirito è la forma e il contenuto del messaggio pasquale: Gesù è risorto nella potenza dello Spirito Santo, e chi testimonia quella risurrezione, partecipa egli stesso a quell'unica potenza dello Spirito Santo. Il testimone del messaggio
e l'uditore che accoglie il messaggio con fede, partecipano anche insieme alla «comunione dello Spirito Santo» (cf 2Cor 13,13). Ed è proprio per questa ragione che diventa così difficile stilare una ricostruzione storica di questi dati di fatto: la fede nella risurrezione è di un'attualità eminente. Non c'è racconto di risurrezione o di apparizione che non sfoci nell'oggi. Tutti e quattro i Vangeli, ma anche Paolo nel suo racconto in 1Cor 15,3-8, finiscono con un rimando diretto all'adesso della fede, nella comunità attuale.
Dal punto di vista epistemologico questo è uno degli aspetti interessanti del linguaggio della risurrezione. Nessuno è in grado di raccontare con fede l'evento della risurrezione senza che, prima o poi, il racconto si spalanchi e penetri fin dentro l'attualità dello stesso oratore. È quanto risulta dai racconti concreti dei quattro evangelisti che sfociano tutti in un momento speculare o in una parola che coinvolge direttamente il lettore-ascoltatore nell'avvenimento. Possono bastare due esempi: «Beati quelli che hanno creduto, pur senza aver visto» (Gv 20,29). «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Anche il racconto di Paolo, fatto consapevolmente in modo oggettivo, termina con il suo apostolato attuale (cf 1Cor 15,3-8). Questo risulta anche dalla prova che ognuno può fare: lasciate raccontare a qualcuno cosa sia successo dopo la morte in croce di Gesù. Ogni racconto - e noi l'abbiamo verificato decine di volte nei seminari, tenuti all'Istituto «Gaudium et spes» a Brugge - sfocia nell'oggi. Il Risorto in realtà è sempre presente nella parola che testimonia di lui che egli è risorto.
Questa realtà si scorge anche a livello letterale nel secondo finale di Marco: «Allora essi partirono e annunciarono il Vangelo, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20). Il linguaggio liturgico con la sua tipica esperienza del tempo, che tutto integra, sembra essere per questa ragione anche quello più adatto per esprimere questa realtà: «Gesù è risorto».

Conclusione

Il linguaggio della risurrezione applicato alla fine di Gesù è nato nella cerchia dei suoi discepoli. Esso costituisce una risposta alla crisi che la sua morte sulla croce ha provocato nell'ambito dei suoi intimi. Come linguaggio, esso parla innanzi tutto di Dio. I discepoli parlano come testimoni. Essi dicono ciò che sanno da parte Dio, riguardo ciò che Dio stesso ha detto e fatto. Il parlare di Dio è un parlare efficace. Il linguaggio della risurrezione è soltanto uno dei molti combinati linguistici utilizzati per dare nome a quell'Atto divino: «Dio lo ha risuscitato dai morti» (Rm 10,9). Accanto a questa ci sono molte altre espressioni analoghe come «Dio lo ha innalzato alla sua destra», «lo ha glorificato», «assunto nella sua gloria», «con potenza lo ha costituito Figlio di Dio, secondo lo Spirito di santificazione». Il linguaggio forte della risurrezione è venuto a risollevare e raccogliere seguaci scoraggiati e dispersi. Questo carattere particolare si ricollega all'esperienza di determinati discepoli, tra l'altro di un ambiente che risale a Pietro.
Possiamo ricordare qui di nuovo, come una correzione complementare, la visione giovannea. Dalla testimonianza del Vangelo secondo Giovanni sembra che il suo ambiente non si sia scandalizzato della morte in croce. A differenza della tradizione petrina, Giovanni ha vissuto il Venerdì santo non come un momento di rottura. L'idea corrente che ne abbiamo, confermata saldamente dalla sceneggiatura liturgica, poggia principalmente sui Sinottici, e dunque sulla tradizione che si rifà a Pietro. In Giovanni il racconto della passione è un'intronizzazione, e la morte in croce un'esaltazione. Mediante la sua morte Gesù edifica la nuova vita della Chiesa. Nell'emettere il suo ultimo respiro egli «compie» letteralmente tutto, e «consegna lo Spirito». Dal suo fianco trafitto il testimone vede uscire sangue e acqua: il corpo morto stesso parla di vita nuova, zampillante come da sorgente (cf Gv 7,37-39). Al contrario, la domenica di Pasqua il Risorto si presenta con i segni del Crocifisso e Tommaso può incontrare il Risorto soltanto se è pronto a mettere le sua mani nelle ferite del Trafitto, e a identificarsi dunque con la sua morte in croce.
Per Giovanni l'evento pasquale è unico: nella morte di croce l'evangelista contempla la glorificazione. In questo senso egli lascia che Gesù preghi nella sua Pasqua: «Padre, è giunta l'ora. Glorifica tuo Figlio, poiché il Figlio tuo glorifichi te» (Gv 17,1). Il Figlio glorifica il Padre nel suo amore fino alla morte; il Padre glorifica il Figlio in quell'unico stesso amore, che accoglie e glorifica il Figlio nella morte e oltre. Sulla croce si compie un unico atto d'amore, un unico processo di glorificazione del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre. Lo Spirito che Gesù consegna sulla croce è amore e glorificazione. Così, «amando sino alla fine», il Padre viene glorificato nel Figlio e, allo stesso tempo, il Padre glorifica il Figlio. All'interno di questo processo lo Spirito è il soggetto di quell'amore e di quella glorificazione. Il discepolo che contempla ciò e la comunità che lo circonda, partecipano allo stesso Spirito, e sono in comunione con il Padre e il Figlio (lGv 1,1-3) (22).
La maturità testimoniata da questa visione potrà sembrare a
molti qualcosa che mozza il fiato, e forse veramente esagerata (cf Gv 6,60: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?»). Nella sua visione, Giovanni può dare uno spazio ai racconti delle apparizioni e al linguaggio della risurrezione, ma essi non sono assolutamente essenziali.
Essenziale è lo Spirito. Come dice un canto di Pentecoste, egli è la «lingua in cui noi capiamo Dio».

 

 

 

NOTE

[15] Anche ciò che leggiamo in Marco su Giovanni il Battista non deve indurci su una pista falsa: «Giovanni il Battista è risorto dai morti!» dice Erode. «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!» (cf Mc 6,14-16). Le tre opinioni della gente su Gesù che Marco riporta in questo brano («Giovanni il Battista», «EIia», «un profeta»), sono, pezzo per pezzo, costruzioni della tradizione cristiana. Esse presuppongono già una familiarità con il nuovo linguaggio su Gesù e segnalano consapevolmente un'interpretazione distorta. Ognuna di quelle opinioni è in realtà un errore enorme, e il racconto che segue subito dopo fa vedere come Giovanni è ben morto e sepolto, senza un minimo accenno alla sua reale risurrezione dai morti!
[16] Il Nuovo Testamento è pieno di simili frasi kerygmatiche. Joseph Schmitt di Strasburgo le ha studiate attentamente. Cf, tra l'altro, il suo contributo: Le "milieu" littéraire de la "tradition" citée dans 1Cor XV,3b-5, in AA.Vv., Resurrexit, Actes du symposion international sur la résurrection deJésus (Rome 1970), a cura di E. Dhanis, Città del Vaticano 1974, pp. 169-184.
[17] Il legame diretto tra risurrezione e ritorno risuona ancora nelle acclamazioni liturgiche in uso, dopo le parole della consacrazione nell'eucaristia: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta».
[18] Se Gesù fosse morto in un altro orizzonte culturale, quello cinese o africano per esempio, che non ha mai subito influssi persiani, allora non si sarebbe fatto uso di quel particolare linguaggio di «risurrezione», anche se la testimonianza della piena relazione tra Dio e quest'uomo sarebbe stata energica allo stesso modo, seppure con altre espressioni linguistiche. Poiché Dio è Dio e si è fatto conoscere in questo modo.
[19] Cf Mc 16,14, il testo più recente sotto questo aspetto: «Alla fine apparve anche agli Undici e li rimproverò per la loro incredulità e ostinazione, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato».
[20] R.E. Brown ha raccolto e messo insieme le cose più evidenti.di questa apparizione storica a Pietro in Galilea, e le ha presentate con un'argomentazione organica, cf John 21 and the First Appearance of the Risen Jesus to Peter, in AA.VV., Resurrexit, cit., pp. 246-265.
[21] Non solo questo versetto, ma tutto il salmo riceve un significato compiuto rapportato alla fine di Gesù. Il nome stesso di Gesù risuona in ogni verso che esprime salvezza, Jehoshu'a. La stessa cosa vale per altri salmi, in particolare il grande salmo Eloi, Eloi lama sabactani, che riporta questo versetto: «Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea. [...] Perché egli non ha disprezzato, né sdegnato l'afflizione del misero» (Sal 22,1.23.25).
[22] Per un paragone tra la via di Pietro e quella di Giovanni, cf supra p. 75. Anche da via di Maria» (descritta a p. 83 s) è istruttiva: nella tradizione più antica non vi è nessuna notizia di un'apparizione di Gesù a sua madre. Quello che sappiamo di Maria fa presupporre che la sua fede fosse benissimo in grado di superare la crisi della morte in croce di Gesù senza una conferma del genere. Anche qui la troviamo che cammina davanti, prima credentium, la prima tra i credenti.