PICCOLI GRANDI LIBRI  Benoit Standaert
Lo "Spazio Gesù"
Esperienza, relazione, consegna

ANCORA 2004
Titolo originale dell'opera: De Jezusruimte. Verkenning, beleving en ontmoeting
Traduzione dal fiammingo di Rino Ascione

Parte prima

I. SULLE SPALLE DEI PRIMI TESTIMONI

II. LA VITA DI GESÙ VISTA DALL'INTERNO

Excursus

Parte seconda

I. ORIGINE E SVILUPPI DEL LINGUAGGIO DELLA RISURREZIONE

II. LA FEDE DI GESÙ NELLA RISURREZIONE

III. LA RISURREZIONE DI GESÙ DAI MORTI E LA FEDE DEI PRIMI DISCEPOLI
IV. VIVERE CON UNA SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE
Dio nella natura
Dio nel mondo dell'uomo
Dio e la festa della risurrezione: Pasqua
V. ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO DEL CUORE: LA PREGHIERA DI GESÙ E LA FILOCALIA
Parte terza
I. GESÙ E IL GIUDAISMO
II. GESÙ E L'ISLAM
III. GESÙ E IL BUDDHISMO
IV GESÙ E L'INCREDULITÀ

IV

Vivere con una spiritualità della risurrezione

Il battesimo ha fatto di ognuno di noi un uomo di risurrezione. I figli di Eva, immersi nelle acque del Cristo, mediante il battesimo sono «morti con Cristo» per vivere «per Dio», con colui che è stato risuscitato dai morti. In sostanza siamo già fin da adesso «nascosti con Cristo in Dio», e sediamo con Cristo «alla destra di Dio». Quando Cristo si manifesterà nella sua pienezza, «anche noi con lui appariremo nella gloria». Così si esprime il grande Paolo con una profondità incomparabile - sulla realtà messianica, che si è compiuta in noi mediante il battesimo nel nome di Gesù23.
Dunque, tutto ciò che si è compiuto in noi mediante il battesimo, deve venire sempre più alla luce in maniera consapevole, grazie all'impegno che viene rivolto a quanto Paolo definisce come «le tre grandi»: fede, speranza e amore. La «vita» messianica si accresce di giorno in giorno «nella mia vita» grazie all'intelligenza della fede, nella speranza e nella perseveranza, con la dedizione, la pazienza robusta e con l'amore.
Come esercizio di contemplazione proponiamo di prendere in considerazione il mistero del «Dio che risuscita» alla stregua di uno come Agostino, il quale, afferrato interamente dal Dio uno e trino, seppe scrutare questo mistero in tutto ciò che nella natura possiede, anche molto semplicemente, un ritmo triplice: lingua e testo, ogni creatura e ogni esperienza umana divennero immagini dell'unico mistero, !'immagine del Dio invisibile. Come il mistero del Dio trinitario permea tutta la nostra esistenza a partire dal battesimo, così anche noi siamo in sostanza segnati dal mistero della risurrezione. «Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi» (Rm 8,11). Forti di questa inabitazione, confidando in questa luce che illumina i nostri occhi, ammiriamo anche noi questo mistero unico, prima nella creazione e nella natura, poi nell'uomo, egli stesso un frammento di natura, ma che conosce anche la sua proprietà etica, e infine in quelle forme di esperienza organizzate dagli uomini che noi chiamiamo liturgia. Tutto parla di lui, del Dio della risurrezione.
Credere nella risurrezione è veramente credere in Dio. Abbiamo visto come gli apostoli, dai quali abbiamo la testimonianza del Cristo risorto, affermavano niente di meno che di sapere qualcosa di Dio stesso e di annunciarlo. «Non la carne né il sangue - non noi stessi o un uomo, chiunque egli sia - ma Dio ci ha rivelato quello che egli stesso ha fatto al suo diletto Figlio Gesù. Egli non ha abbandonato alla morte il suo amico. Egli ha accolto presso di sé il suo servo, il suo profeta e lo ha glorificato alla sua destra. Egli lo ha fatto risorgere dai morti».
Il baricentro di tutta la nostra fede nella risurrezione è dunque il fatto che percepiamo qualcosa di Dio. Come Egli è. Non potremo mai soffermarci a sufficienza su ciò che percepiamo in questa testimonianza pasquale e la meraviglia che essa desta in noi ogni volta in maniera nuova. Quello che Dio ha fatto una volta diventa modello per poterlo riconoscere e comprendere sempre di nuovo. Qui Dio è stato completamente se stesso; ancor di più: egli è sempre così. L'attenzione silenziosa e la meraviglia continua ci impongono di confessare: il nostro Dio è sempre un Dio di risurrezione. Dove è Dio, là vi è risurrezione; e dove vi è risurrezione, là risuona qualcosa di Dio stesso. «Manteniamo ferma la professione di fede»: la Lettera agli Ebrei incoraggia i suoi lettori (Eb 4,15; 10,23, ecc.), e in tutto ciò che viviamo cerchiamo di capire come Dio - il Dio della risurrezione - si lascia ogni volta incontrare.
Un sapiente ebreo dell'XI secolo, in Spagna, dava ai suoi contemporanei il consiglio di non voler raggiungere Dio in Se
stesso - là egli è irraggiungibile! - ma di incontrarlo in tutte le cose:

Il nostro scopo deve essere conoscere il Creatore
nelle orme della sua presenza, nelle sue opere,
e non provare a raggiungerlo nella sostanza della sua gloria. 
Poiché egli è infinitamente vicino nelle sue creature
e infinitamente lontano nella sua stessa sostanza.
La sua gloria non la possiamo comprendere
né con il nostro spirito né attraverso i nostri sensi.
Ma se rinunciamo a cercarlo laddove egli è irraggiungibile,
lo incontriamo come immediatamente vicino nei segni
che egli ha lasciato in tutte le sue opere.
(Bahya ben Josef ibn Paquda)

D'altro canto Dio non è divisibile, questo lo sappiamo dai mistici fiamminghi: chi lo conosce anche nella cosa più piccola lo conosce completamente.
Cerchiamolo allora, con la testimonianza degli apostoli, quale «lampada per nostri passi» (Sal 119,105; 2Pt 1,19), con fede e piena attenzione.

Se l'anima ascolta
tutto ciò che vive ha un linguaggio; 
anche il flebile sussurro
offre un segno, un senso preciso.
(Guido Gezelle)

Dio nella natura

Il linguaggio che parla della risurrezione ricorre spontaneamente a immagini prese in prestito dalla natura: i morti vengono risuscitati nella maniera in cui Dio «in principio» creò l'uomo e lo plasmò. La risurrezione è come una nuova creazione.
Così vediamo Paolo ricorrere automaticamente alla similitudine del seme per parlare di ciò che avverrà del corpo dopo la morte:

Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. [...] Così anche con la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell'incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza. (1Cor 15,35-50)

Lo stesso Gesù aveva precedentemente descritto in questo modo la propria vita e quella dei suoi discepoli:

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. (Gv 12,24-26)

Per Gesù il parlare in parabole era un parlare su Dio. La terra produce frutto «spontaneamente» sia che l'uomo dorma o vegli, come, «egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-29; cf Is 55,10-11). Così è Dio in noi e nella nostra storia umana.
Possiamo ancora meravigliarci? Un verme che diventa un maggiolino; il baco che si costruisce un bozzolo per poi volare via come farfalla: cosa ci dice tutto questo? Apprezziamo il segreto del letargo invernale di tanti animali? Niente di ciò che è «naturale» e così evidente visto da vicino. Newman percepiva ogni primavera come un miracolo, un linguaggio in cui Dio esprime la sua bontà. D'altronde, egli chiedeva ai suoi ascoltatori di accogliere la grande gioia pasquale «come bambini che dicono a se stessi: "È primavera!", oppure: "Questo è il mare!"». Meraviglia e ammirazione allo stesso tempo. Purezza del cuore d'infanzia.
Il semplice alzarsi ogni mattina può essere una sorpresa del genere. Un rabbino medievale ha composto la seguente preghiera del mattino:

All'aurora ti cerco, mia roccia e mia fortezza. Metto davanti a te il mio mattino e la mia sera. Sono al cospetto della tua grandezza e tremo. Poiché i tuoi occhi vedono i pensieri del mio cuore. Come avviene che il mio cuore e la mia lingua siano in grado di muoversi? Da dove viene quella forza in me e il mio spirito nel mio intimo? Ecco, ti compiaci del canto di un uomo. Per questo ti loderò finché il respiro di Dio è in me. (Rabbi Shelomoh ben Jehudah ibn Gabirol)
Oppure quell'altro grande maestro chassidico:

Rabbi Hirsch disse ai suoi chassidim: «Quando un uomo si sveglia al mattino e vede che Dio gli ha ridonato la sua anima e che è diventato una nuova creatura, allora egli deve diventare cantore e cantare a Dio. Il mio santo maestro rabbi Menachem Mendel aveva un discepolo chassid; ogni volta che arrivava alle parole della preghiera del mattino: "Mio Dio, l'anima che hai posto in me è pura", cominciava a danzare e scoppiava in canti di lode». (Martin Buber, Racconti chassidici)

Ogni mattino è un miracolo. È significativo che la tradizione ricorra tanto spesso all'immagine del sole nascente ogni volta che parla della risurrezione. Già con Marco, nel racconto pasquale più antico (cfMc 16,2: «Allevar del sole»!), il paragone ha la sua importanza. Non si tratta semplicemente di un'immagine. Nella natura riecheggia il linguaggio in cui Dio esprime il suo cuore. Leggi come il dottor Zivago, attraverso la penna di Boris Pasternak, nel suo diario giornaliero, durante la prigionia, pensi di scoprire improvvisamente «i grandi misteri»:

È così facile immaginarsi il regno vegetale come il più prossimo al regno della morte. In esso, nella verde vegetazione della terra, tra gli alberi del cimitero, tra i fiori sbocciati e gli arbusti, si svolgono forse i misteri più grandi di metamorfosi e di enigmi della vita che ci animano. Quando Gesù uscì dal sepolcro, Maria non lo riconobbe subito e lo prese per il giardiniere che girava per l'orto. «Essa, pensando che fosse il tustode del giardino». (Boris Pasternak, Dottor Zivago)

Clemente di Roma (I secolo), sulla scorta di Gesù e di Paolo, decifra il linguaggio di Dio in tutto ciò che egli conosce della creazione. «Se l'anima ascolta...». Chi ha imparato a guardare e ad ascoltare con occhi e orecchi purificati, percepirà in tutto, come un'eco, il ritornello proprio di Dio, tratto dalla prima pagina della Bibbia: «E Dio vide che era cosa buona». Il canto più bello della creazione è posto proprio sulla bocca dei tre giovani che, nel forno in mezzo alle fiamme, innalzano il loro canto di lode (Dn 3,57-90). È difficile pensare a una purificazione più grande di tutte le nostre percezioni sensoriali. La tradizione lo ha riletto come un canto pasquale che la domenica - il giorno della risurrezione - è cantato nella Chiesa latina attraverso i secoli fino ai nostri giorni.

Carissimi, notiamo come il Signore ci mostri di continuo la futura risurrezione di cui ci diede come primizia il Signore Gesù Cristo risuscitandolo dai morti. Osserviamo, carissimi, la risurrezione che avviene di volta in volta. Il giorno e la notte ci mostrano la risurrezione; cessa la notte e sorge il giorno; se ne va il giorno e sopraggiunge la notte. Prendiamo i frutti. In che modo e in qual parte germoglia il seme? Uscì il seminato re e gettò nella terra i semi; secchi e nudi, caduti nella terra, si dissolvono. Poi la grandezza della provvidenza del Signore li fa rinascere, e da uno solo crescono molti grani e portano frutto. Consideriamo lo strano prodigio che avviene nelle terre d'Oriente, cioè in quelle vicino all'Arabia. Vi è un uccello chiamato fenice: è il solo della specie e vive cinquecento anni. Quando è vicino a morire si fa un nido con incenso, mirra e altri aromi e giunta l'ora vi entra e muore. Dalla carne in putrefazione nasce un verme che, nutrendosi dei succhi dell'animale morto, mette le ali. Poi, divenuto forte, prende quel nido in cui sono le ossa del suo genitore e, portandolo con sé, passa dall'Arabia all'Egitto nella città chiamata Eliopoli. In pieno giorno, sotto lo sguardo di tutti, volando sull'altare del sole lo depone e così torna indietro. Pertanto i sacerdoti esaminano gli annali e trovano che esso è giunto al compiersi del cinquecentesimo anno. Riteniamo, dunque, cosa grande e straordinaria che il Creatore dell'universo operi la risurrezione di coloro che lo hanno servito santamente, nella confidenza di una fede perfetta, dal momento che persino attraverso un uccello manifesta la grandezza di ciò che ha annunciato? Dice infatti: «Mi risusciterai e ti loderò» (Sal 28,7; cf Sal 88,11). E: «Mi coricai e dormii, mi svegliai poiché tu sei con me» (Sal 3,6). E ancora dice Giobbe: «E risusciterai questa mia carne che ha sopportato queste cose» (Gb 19,26). (Clemente Romano, Prima lettcra ai Corinzi, 24-26)

Cristo come giardiniere

Ella pensava che fosse il giardiniere. (Gv 20,15)

Da bambino conoscevo bene un Rembrandt: 
il Cristo con un cappello
che passeggiava sul far del mattino.
E, come era scritto:
Egli era un giardiniere.

E ancora lascio scorrere le mie lacrime 
quando nel giardino lo vedo che sta,
e - un po' da parte - tace impaurita 
quell'unica, che come me pensava:
Era il giardiniere.

Oh, sogno d'infanzia, verde e d'oro
nessuno mi ha potuto togliere quanto conservo. 
Gli ultimi giardini sono quasi vicini
e il mattino qui si fa più rarefatto.
Egli è il giardiniere.

(Ida Gerhardt)

Tu risvegli la giovane vita,
un giardino fiorisce intorno alla tomba aperta. 
È uno stormire di steli nel campo
dove il seme ha perduto se stesso.
(Jan Wit)

Dio nel mondo dell'uomo

L'uomo stesso fa parte della natura. Anche lui cresce, fiorisce e appassisce. «Come l'erba sono i giorni dell'uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste» (Sal 103,15-16; cf Is 40,6-8; citato nel testo pasquale: 1Pt 1,24-25; cf anche Gc 1,10-11).
Ma anche in questo processo cosiddetto «naturale» ci sono miracoli. Che una ferita guarisca, che chi è tormentato per lunghi
giorni dalla febbre, ora ne possa essere liberato, che chi era paralizzato possa di nuovo camminare e leggere e parlare, tutto ciò per me è sempre un miracolo. Tuttavia, siamo noi ancora capaci di meravigliarci di fronte a queste cose, riconoscendo con gratitudine colui che qui, in silenzio, prende la parola?

Ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti èstata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. (Rm 8,18-24)

Anziani che sono contenti e che diffondono gioia come luce del giorno, malgrado tutti i loro piccoli e grandi malanni, sono qualcosa di unico, un bel regalo, qualcosa che possiamo guardare solo con grande commozione. Oppure giovani che sono saggi, posati. Di san Benedetto si diceva che da giovane aveva già un cuore da anziano (cor gerens senile). Fa bene a tutta la comunità se qualcuno, negli anni in cui potrebbe essere estremamente esuberante o capriccioso, dimostra invece una certa prudenza e, per così dire, «gioca seriamente» (severe ludit). Vi è una specie di «legge gravità» che si impone ovunque, tuttavia qui e là restiamo sorpresi di come la grazia vi sfugga, e di come qualcosa di gratuito sia veramente possibile sotto il sole. Anche in questo caso vi è di più... «se l'anima ascolta».

Violenza e riconciliazione, male e perdono

In questo mondo di uomini vi sono anche forme proprie di ~~morte e vita». Noi possiamo far tacere qualcuno per sempre come pure dimenticarlo come se fosse morto. Quando non tendiamo una mano, possiamo distruggere, demolire, lacerare. Homa homini lupus, l'uomo è come un lupo per l'uomo. Ciò è incredibilmente vero, su tutti i piani. Odio, divisione, alienazione, marginalizzazione... Se consideriamo la storia della pratica della tortura (ancora oggi essa è un dato di fatto in più di novanta paesi), dobbiamo riconoscere che non ci sono limiti alla violenza con cui un uomo attacca l'altro. Mai si è visto un animale usare una simile violenza abissale. Il fratricidio (Caino e Abele; oppure, nella tradizione greca, Polinice ed Eteocle) e il tradimento del proprio amico (il ruolo di Giuda nel racconto della passione; vedi anche il ruolo degli amici di Giobbe) sono le due forme estreme del male umano. Oggi sentiamo parlare, in un linguaggio più tecnico, di «misfatti contro l'umanità», di genocidio o, in ogni caso, di «misfatti genocidiali», di «pulizie etniche» e di «sterminio di popoli»...
La fede nella risurrezione ha tutto a che vedere con questo abisso di male. Non si riuscirà mai a sondare quest'abisso, a esprimere cqn parole il male nella sua totalità. Siamo in difetto. Ma la fede nella risurrezione sgorga dalla consapevolezza più chiara che il bene è più forte di tutte le violenze; che il male, impossibile da legittimare, non avrà l'ultima parola, per quanto lo si possa aver sperimentato anche sul proprio corpo. Messi a confronto con una tale insensatezza estrema, alcuni, nella storia, hanno dimostrato un'altra pienezza di senso.
Forse l'enigma più grande è proprio il fatto che un uomo possa pervenire a una fede simile. Eppure ci sono persone che vivono in questo modo, e testimoniano continuamente che l'amore può più della morte in tutte le sue metamorfosi. Il più grande miracolo sotto il sole è in realtà l'esistenza della gratuità, di un amore che sa guarire e abbracciare quanto è perduto; che sa scegliere ciò che è allontanato da tutti e sa perdonare ciò che è irrevocabilmente colpevole; che sa riconciliare e riunire ciò che sembrava lacerato per sempre.
«Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (lGv 3,14).
L'amore è di per sé risurrezione e la risurrezione è innanzitutto un evento d'amore. «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!» (Lc 15,32). Nel richiamo del Padre al figlio maggiore risuona un dovere divino («bisognava far festa»). La riconciliazione è espressa in termini di morte e di vita. Non vi è festa più grande tra gli uomini di quando il male umano viene vinto; non vi è momento più divino, in questo mondo, di una simile festa di riconciliazione. In questo senso Luca non vede distinzione tra l'annuncio della risurrezione e l'annuncio del perdono dei peccati. Secondo lui gli apostoli sono testimoni «che il Messia doveva patire»; «che egli è risorto il terzo giorno» e «che a tutti i popoli è dato il perdono dei peccati nel suo nome» (Lc 24,46-48).
Quando si è parlato per la prima volta, in modo così esplicito, della risurrezione dai morti di qualcuno, è stato fatto riferendosi a un giustiziato, un crocifisso. Gesù è sprofondato nell'abisso del male. Per i suoi amici la sua morte era quello stesso abisso, insondabile. Tuttavia Gesù non si è sottratto a quella morte, con la sua terribile assurdità: i discepoli se ne sono ricordati e ci hanno conservato la testimonianza di come lui abbia accettato quella morte e, nell'abbandono, l'abbia associata alla volontà di suo Padre. Tale accettazione rende ancora più grande il mistero di quanto sia avvenuto in quella morte. La questione, l'abbiamo visto, con la quale i suoi discepoli hanno dovuto scontrarsi dopo la sua morte era duplice: chi è mai quest'uomo che rimane fedele a Dio fino alla morte? e chi è mai questo Dio che abbandona il suo amico a una morte così scandalosa?
La testimonianza della risurrezione riprende il senso che Gesù ha dato alla sua morte, e ci permette di conoscere come Dio stesso veda questa morte: Dio si dichiara solidale con questo crocifisso rigettato dagli uomini. Così egli sottoscrive e legittima questa vita, che proprio «nel nome di Dio» è stata interamente una vita di guarigione e di perdono. La predilezione di Gesù per i peccatori, i malati, i bambini, gli abbandonati, ha fatto anche di lui stesso un emarginato; ma nella risurrezione tutta la sua attività viene riconosciuta da Dio, in modo completo, come a lui gradita. Dio stesso interviene ora e sceglie in favore di colui che è stato rifiutato dagli uomini. n Dio che Gesù annunciava con le sue opere e le sue parole, è lo stesso Dio che annunciano gli apostoli nella loro testimonianza sulla risurrezione. Dio stesso dunque guarisce e perdona, e ogni volta che qualcuno ama, perdona gratuitamente e sceglie ciò che gli altri ripudiano, il Dio della risurrezione è là, il Cristo risorto è presente. Credere alla testimonianza degli apostoli significa mettersi in questo amore che è più forte della morte, e farlo trionfare nel nostro mondo di uomini: «Egli è un abisso di luce. Devi chiudere gli occhi per non caderci dentro» (Franz Kafka). Chi crede nella risurrezione acconsente a quell'abisso di luce e si offre, arreso e trasparente.
Ogni volta che ci è permesso di essere testimoni di una rivoluzione del genere nei nostri giorni, su grande o piccola scala penso alla gioia di un prete cileno in occasione del ritorno della democrazia nel suo paese, o al giubilo condiviso con la gente di colore qui nell'abbazia, quando Nelson Mandela è stato rimesso in libertà - proprio allora la luce della risurrezione irrompe con potenza rinnovata.
Tutte le volte che tentiamo di portare più pace e giustizia in questo mondo e, in un modo o in un altro, di cambiare la tristezza in allegria, oppure di guarire i cuori infranti, di assistere i malati e i deboli, ci avviciniamo direttamente a Dio, al Dio della risurrezione, e possiamo credere che il suo «Regno» sta già sorgendo. Ciò significa che potremo comprendere la piena portata della nostra fede nella risurrezione solamente nell'amore fattivo, quello che sa abbracciare anche quanto sembra non avere alcun senso. Così scriveva Madre Teresa di Calcutta:

Quando vai a visitare gli ammalati, incontrerai ogni specie di miseria. Ti può accadere di trovare un bambino che abbraccia la testa della mamma morta. Questo è per te il momento di raccogliere tutte le tue forze per consolare questo bimbetto immerso nel suo dolore. Una volta abbiamo trovato due bambini accanto al corpo senza vita del loro papà, che era morto due giorni prima... Dio desidera da noi che ci impegniamo ad assumere una tale sofferenza... Per dimostrare che Cristo era Dio.

La nostra fede in Cristo, il Risorto, il Figlio di Dio, diventa vera nell'amore che sa andare fino all'estremo. Poiché Dio stesso è quell'amore, quella risurrezione.

Domenica mattina

La luce inizia a passeggiare per casa
e tocca le cose. Mangiamo il nostro pane 
mattutino inzuppato nel sole.
Hai allargato la bianca tovaglia
e messo in un vaso alcune verdure. 
Questo è il giorno in cui riposa il lavoro. 
Il palmo della mano è aperto alla luce. 
(Ida Gerhardt)

Dio e la festa della risurrezione: Pasqua

Anche la risurrezione è festeggiata. E con la Pasqua ciò avviene nel modo più esplicito. Già nel battesimo siamo passati propriamente attraverso il processo di risurrezione, cioè «dalla morte alla vita» (cf Rm 6,1-14; Col 2,12; 3,1-4; Ef 1,19-20). Ogni domenica, tradizionalmente, facciamo memoria della risurrezione di Cristo dai morti: il primo giorno della settimana - «il giorno che ha fatto il Signore» - è «il giorno in cui Dio creò la luce e in cui egli risuscitò dai morti Gesù il nostro salvatore» (Giustino, Apologia 1,67). Da qui proviene la preferenza per il Sal 118 come salmo domenicale e inno di risurrezione già nei primi secoli della vita cristiana:

Rendiamo grazie al Signore, perché è buono, 
il suo amore dura in eterno. [...]
lo ero colpito, abbattuto,
ma il Signore mi ha risollevato.
Egli è la mia forza, egli è il mio canto,
Dio è diventato la mia vittoria. [...]
Non morirò, resterò in vita, 
testimonierò le sue grandi opere:
il Signore mi ha provato duramente, 
ma non mi ha consegnato alla morte. [...] 
Ti rendo grazie perché mi hai esaudito, 
perché sei stato la mia vittoria.
La pietra scartata dai costruttori,
è divenuta testata d'angolo;
ecco l'opera del Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore,
un giorno di gioia per tutti noi. [...]
La sua luce si è innalzata su di noi.

La celebrazione liturgica della risurrezione raccoglie tutte le considerazioni precedenti. La natura può esprimersi in una simbologia inesauribile, e il mondo intero dell'uomo ne viene assunto con i suoi desideri più profondi di pace e di felicità. Acqua, pane e vino, cenere, olio, frutti del raccolto, notte e aurora, luce e tenebre, raffinati profumi di incenso, inverno e primavera, il legno morto della croce e l'albero della vita, «tutto parla di lui». In Oriente, il Venerdì santo, chiunque viene a venerare la croce riceve un piccolo fiore: dal tronco antico sboccia una vita nuova e rigogliosa.
La liturgia nella sua essenza è anche festa. Festa nel senso forte, come la intendeva il padre del figliol prodigo quando disse: «Bisogna far festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,23-24). È impossibile fare festa con uomini che sono divisi tra di loro e si opprimono a vicenda:

Se presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. (Mt 5,23-24)

Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; neanche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne. (Am 5,21-24)

La liturgia pasquale assomiglia molto a un gioco, un gioco grandioso dove creazione e storia degli uomini, natura e cultura, vengono di nuovo affidati nelle mani di Dio come un'unica offerta. Giocando questo gioco, penetrando, per così dire, dentro le parole della tradizione e facendo nostro ogni singolo gesto, noi stessi diventiamo le parole e le azioni che interpretiamo, e moriamo a noi stessi per rinascere nel mondo di Dio. Qualcosa di simile avviene in ogni lettura fatta bene, in ogni celebrazione autentica, «con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze». Tuttavia nella liturgia pasquale siamo invitati doppiamente a «morire» e a «risorgere» in questo modo. In altre parole, tutto è orientato affinché noi veniamo crocifissi e sepolti con Cristo per risorgere con lui. Ciò presuppone necessariamente una certa letteralità nella celebrazione, e questo può comportare fatica. D'altra parte, la celebrazione liturgica può accompagnarsi anche a una certa forma di creatività.
Per percepire in qualche modo questa letteralità, rileggiamo il racconto, conservato per noi da Martin Buber, di un discepolo del grande Baal Shem Tov, maestro ebreo del chassidismo del XVIll secolo:

Fu chiesto a un rabbino, il cui nonno era stato discepolo di Baal Shem, di fare un racconto. «Un racconto deve essere fatto in modo tale che esso stesso divenga un aiuto». Ed egli narrò: «Mio nonno era paralitico. Un giorno gli chiesero di raccontare un episodio sul suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal Shem avesse l'abitudine di saltare e di ballare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò; la storia lo coinvolse a tal punto da mostrare, saltando e ballando, come avesse agito il maestro. Da quel momento fu guarito». Questo è il modo di raccontare le storie!

Anche noi dobbiamo fare liturgia in questo modo! Ogni anno che passa non aggiungiamo soltanto un nuovo anello al nostro tronco; ogni anno ci radichiamo sempre più profondamente nel segreto proprio di Dio, che è un mistero di risurrezione, un avvenimento d'amore più forte della morte.
Perciò la letteralità non è soltanto una mera ripetizione di quanto è passato. L'ordine in cui ci veniamo a trovare, abbandonandoci all'azione liturgica di Pasqua, è un ordine della gratuità. La letteralità autentica non subisce mai «la legge della gravità», ma sfocia in un'oblazione perfetta che è libertà e creatività irresistibile. È quanto leggiamo nel racconto seguente dello stesso Buber:

Una donna si presentò a rabbi Israel, il maggid (24) di Koznitz, e gli raccontò in lacrime di essere sposata già da dodici anni e di non aver avuto ancora figli. Egli le chiese: «Che cosa daresti in cambio?». Ma ella non sapeva cosa doveva rispondere. «Mia madre -le raccontò il rabbino - era già molto anziana e non aveva ancora avuto un figlio, allorché venne a sapere che il santo Baal Shem, di passaggio in Apt, vi avrebbe fatto una breve sosta. Ella si affrettò a raggiungere il luogo dove egli soggiornava e lo implorò di pregare, affinché potesse partorire un figlio. "Cosa daresti in cambio?" le domandò il rabbino. "Mio marito è un povero rilegatore di libri, ma io ho un oggetto molto bello che regalerò al rabbino". Ella ritornò a casa più in fretta possibile, afferrò il suo bel mantello, il suo katinka e lo mise con cura in una piccola valigia. Ma quando ritornò dovette apprendere che Baal Shem era già partito per Mezbizh. Subito cercò di raggiungerlo e, visto che non aveva soldi, andò a piedi con il suo katinka di città in città finché arrivò a Mezbizh. Il Baal Shem ricevette il mantello e lo appese al muro. Mia madre ritornò a casa, a piedi, di città in città, finché raggiunse Apt. Un anno dopo nascevo io". "Anche io", esclamò la donna, "ti porterò uno dei miei mantelli buoni, così avrò un figlio". "Non è così semplice" disse il rabbino. "Tu hai sentito il racconto. Mia madre non aveva alcun racconto da eseguire"».

La liturgia è un gioco sorprendente: chi si attiene strettamente alle regole, scopre con il tempo che è lui stesso a dover inventare il gioco vero e proprio, rispettando tuttavia la validità di un'unica regola: quella dell'essere gratuito, oppure dell'assenza di ogni regola. Allora la liturgia diviene nuovamente «gioco di Dio» (gospel in inglese), un racconto in cui il devoto resta legato a Dio proprio abbandonando se stesso, in un amore che va fino alla morte. Il senso della liturgia pasquale consiste nel fatto che noi di anno in anno «sperimentiamo personalmente» questo racconto in cui l'impossibile diventa possibile, poiché esso è diventato ormai il racconto di Dio. Questo è in ogni caso l'obiettivo finale perseguito, che esso possa diventare per ognuno di noi carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, cosicché non ci sarà più bisogno di parlarne gli uni agli altri, poiché non ci sarà più alcun racconto separato dalla vita.

Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un'alleanza nuova. [...] Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: «Riconoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande. Poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato. 
(Ger 31,31-34; citato in Eb 8,8-12)

 

NOTE

[23] Vedi, tra l'altro, Rm 6,1-14; Col 2,12; 3,1-3; cf anche Ef 1,19-20.
[24] Maggid significa «conoscitore». Il termine indica i predicatori girovaghi dell'Europa orientale, prima di tutto all'interno del chassidismo [n.d.t.].