PICCOLI GRANDI LIBRI  Benoit Standaert
Lo "Spazio Gesù"
Esperienza, relazione, consegna

ANCORA 2004
Titolo originale dell'opera: De Jezusruimte. Verkenning, beleving en ontmoeting
Traduzione dal fiammingo di Rino Ascione

Parte prima

I. SULLE SPALLE DEI PRIMI TESTIMONI

II. LA VITA DI GESÙ VISTA DALL'INTERNO

Excursus

Parte seconda

I. ORIGINE E SVILUPPI DEL LINGUAGGIO DELLA RISURREZIONE

II. LA FEDE DI GESÙ NELLA RISURREZIONE

III. LA RISURREZIONE DI GESÙ DAI MORTI E LA FEDE DEI PRIMI DISCEPOLI
IV. VIVERE CON UNA SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE
V. ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO DEL CUORE: LA PREGHIERA DI GESÙ E LA FILOCALIA
Amore per il nome di Gesù
La preghiera di Gesù
Conoscere Gesù lungo la via della preghiera
La Filocalia
Il Nome santificato nello spazio del cuore, secondo
Esichio di Batos
«Sì, Abba, Gesù, Amore»
La preghiera di Gesù e l'icona di Rublèv
L'ospitalità di Abramo
Il doppio movimento
La preghiera di Gesù
Dove arriva dunque lo spazio spirituale?
Parte terza
I. GESÙ E IL GIUDAISMO
II. GESÙ E L'ISLAM
III. GESÙ E IL BUDDHISMO
IV GESÙ E L'INCREDULITÀ

v

 Esplorazione dello spazio del cuore: 
la preghiera di Gesù e la Filocalia

Lo spazio Gesù si apre totalmente a noi nella fede pasquale. La celebrazione liturgica ne dispiega tutte le dimensioni. L'arte più grande rimane comunque questa: come rimanere «radicati e fondati» in questo spazio, di giorno e di notte, con tutto il proprio essere, giorno dopo giorno?
Questa domanda ha sempre occupato un posto centrale negli ambienti monastici, da Antonio a Pacomio, da Basilio a Benedetto. In questi ambiti sono stati utilizzati molteplici mezzi per vivere continuamente concentrati e «respirare Cristo», secondo le parole di Antonio, conservateci dal vescovo Atanasio: «Respirate Christum» (Vita Antonii, I, 20).
La salmodia, la lectio divina, o lettura della Scrittura, la meditazione silenziosa, il semplice intrecciare cesti e corde, il ricopiare libri: tutto è stato esercitato di volta in volta e sintonizzato su un'attenzione continua del cuore verso la libertà di Cristo, verso il suo amore.

Amore per il nome di Gesù

Vi è una pratica che qui merita una particolare menzione: la preghiera di Gesù. Già nel Nuovo Testamento si parla di amore per il nome di «Gesù»: lo testimoniano gli scritti di Luca. Il Padre della Chiesa Origene (ca 200) è una pietra miliare nella storia di questa predilezione a venerare il nome proprio di Gesù sopra tutti gli altri nomi. Le tracce di questa preghiera si estenderanno sia in Oriente che in Occidente; si pensi, per l'Occidente, a Bernardo, Anselmo e Bernardino da Siena. Il nome di Gesù guarisce - è quanto si insegnava - e in greco si riteneva di poterlo far derivare direttamente dal verbo «guarire»: Iesous e iasthai! Implorare e invocare il Nome salvifico fa bene («Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati», dice Pietro in At 4,12).
Il Padre del deserto Macario l'Egiziano disse un giorno: «Osserva le pecore, come esse ruminano l'erba tenera e come si legge sulle loro guance che la cosa fa bene loro! La stessa cosa vale per chi ininterrottamente ha sulle labbra il santo nome di Gesù. Ricordati le donne anziane del villaggio: esse avevano sempre in bocca una piccola tavoletta, composta da erbe particolari. La masticazione di quella tavoletta faceva bene allo stomaco e all'intestino, tutta la digestione ne veniva favorita. Così è anche per chi rumina il diletto nome del suo Signore Gesù: l'immaginazione, i sentimenti, tutto in lui viene permeato dalla sua forza benefica».
I confratelli di Francesco d'Assisi testimoniano di lui che egli, ogni volta che incontrava il dolce nome di Gesù nella preghiera, si leccava le labbra... Egli non permetteva poi che alcun pezzo di carta scritto giacesse per terra. Lo raccoglieva immediatamente: chissà che non vi fossero scritte le lettere del santo nome di Gesù e, in tal caso, qualcuno passando le poteva calpestare involontariamente.

La preghiera di Gesù

L'amore per il nome di Gesù si è sviluppato attraverso i secoli fino a divenire una particolare formula di preghiera: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore. Già dal XII secolo troviamo questa formula abbastanza consolidata. Tuttavia le radici di questa pratica di preghiera possono essere rintracciate giànella metà del IV secolo, ossia presso i Padri del deserto in Egitto e i loro successori in Palestina (tra gli altri i Padri di Gaza).
Questa forma di preghiera ha avuto il suo influsso su tutto il monachesimo russo fino ai nostri giorni, a cominciare da Bisanzio. Nel corso della prima metà del XIX secolo, la pratica arriva in
Occidente. I racconti di un Pellegrino Russo, libretto anonimo di saggezza, sono conosciuti ovunque, e hanno contribuito non poco al diffondersi di quella pratica di preghiera oltre i confini della devozione russa. Attualmente non mancano i manuali per esercitarsi in questa preghiera, con attenzione e perseveranza (25).
Esattamente la preghiera in spirito e verità permette un accesso insostituibile alla conoscenza del Figlio nel Padre e del Padre nel Figlio, cosa che è il fine ultimo del nostro cercare Dio per amore di Gesù. Già i nostri padri nella vita monastica sapevano molto bene come pregare e dedicarsi alla santificazione del Nome costituisse un luogo privilegiato per la teologia. Non diceva l'abate Evagrio (IV secolo), con piena consapevolezza e con un pizzico di autocritica, che «soltanto chi prega è veramente un teologo»? Proviamo allora con semplicità, alla scuola di alcuni di quei grandi uomini di fede e di preghiera, ad avvicinarci al nucleo della nostra fede: confessare Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio.
È cosa buona prendere ogni tanto un po' di tempo per dedicarsi a questa preghiera con piena coscienza e perseveranza: mezz'ora al giorno, per esempio, tanto per cominciare. Che poi la preghiera ritorni, quasi senza accorgersene, anche nei momenti meno vigili, non deve meravigliarci. Con il passare del tempo, molti la percepiranno in fondo al cuore, come un intimo ruscello mormorante, tutto il giorno e persino di notte. Quando la preghiera sgorga spontaneamente la formula può assumere forme più brevi: a volte semplicemente il nome Gesù, oppure, non di rado, quella liturgica più familiare: Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà.
Quando si fissa un tempo di silenzio e si cerca un luogo un po'
appartato per dedicarsi alla preghiera di Gesù, è importante:
1) pregare con l'attenzione della fede
2) e senza fretta.
All'inizio è cosa buona far uso della propria voce. Generalmente si prega per serie di cento. A tale scopo esistono corone di preghiera adatte.
È preferibile cominciare molto lentamente, facendo attenzione tanto alle parole quanto alla respirazione. Dopo dieci o venti volte, troverai certamente il ritmo idoneo: esso non deve restare necessariamente costante, ma deve essere piuttosto guidato dal silenzio che circonda ogni parola in modo da arricchirla.
La lingua in cui si prega non deve essere, di per sé, sempre la stessa. Con un'altra lingua subentrano nella preghiera anche le ricchezze di una cultura diversa e di un'altra comunità ecclesiale. Una volta ho sentito un tale pregare ad alta voce in lingua serba, più di cento volte. Lentamente, insieme a lui, ho imparato la preghiera senza fatica (Gospodi Yèsu Christye...). Quanto sono stato grato di conoscerla e di averla potuta ripetere nelle interminabili settimane della guerra nel Kosovo!
In alcune comunità la preghiera di Gesù viene recitata insieme. Padre Symeon, del convento ortodosso nei pressi di Londra (il monastero di Giovanni il Battista a Tolleshunt Knights), mi raccontava di come erano arrivati a sostituire nei giorni feriali l'ufficio del mattino e della sera con la preghiera di Gesù. Il fondatore, padre Sophrony, affermava persino, in modo un po' impertinente: «La vera preghiera è la preghiera di Gesù nella sua sobrietà. Gli altri uffici di preghiera hanno sempre qualcosa di spettacolare». Dopo le preghiere introduttive (tra le quali il Padre nostro, il Gloria, il Credo e un salmo) uno dei presenti si mette al centro e prega un centinaio di volte la preghiera di Gesù, nella lingua che conosce o preferisce. Dopo di che un altro lo sostituisce. Per due ore di seguito si prega insieme otto volte la centinaia. A volte la serie viene interrotta dal silenzio o si inserisce una litania di nomi propri, tutte persone conosciute nella comunità. Gli altri siedono in un angolo del luogo di
preghiera e condividono la preghiera con il cuore. Lo spazio non è illuminato o quasi. Se la preghiera è fatta in un gruppo, si cambia generalmente la parte finale della formula in questo modo: «Abbi pietà di noi». La parte relativa all'essere «peccatore» è riferita a se stessi, e non la si impone agli altri, usando la formula al plurale...
Può essere cosa buona tenere gli occhi fissi su un'icona, per lo meno all'inizio. Ogni icona rimanda al cuore: nel momento in cui si è nel proprio cuore, si possono chiudere gli occhi. Se ci si distrae, spesso è sufficiente un solo sguardo verso !'icona per ritrovarsi nel proprio cuore. L'icona sostiene la preghiera del cuore.
All'inizio e alla fine della preghiera vi è sempre lo Spirito Santo. Comincia dunque con l'invocarlo. Senza lo Spirito non vi è preghiera «come la desidera il Padre» (Gv 4,23: «in spirito e verità»). Del resto la prima parola della preghiera di Gesù è «Signore Gesù...»; ora, Paolo ci insegna che «nessuno può dire Gesù è Signore se non nello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Ricevi dunque lo Spirito Santo, il dono pasquale di Dio Padre attraverso il suo Figlio risorto (cf Gv 20,22).
Nello Spirito ogni espressione manifesterà, con il tempo, una
ricchezza impensabile nel cuore che prega.
«Signore» rimanda alla sovranità, alla regalità, alla vittoria
gloriosa, alla risurrezione (cf At 2,36; 5,31-32).
«Gesù» viene a qualificare subito questa sovranità. Nella preghiera, accettiamo questa sovranità di Gesù nella sua unicità (e ogni altra sovranità nella misura in cui essa rispetta e serve quella di Gesù, consapevolmente o meno). Noi prendiamo dunque il suo giogo sulle nostre spalle e ci mettiamo alla sua scuola («Prendete il mio giogo e imparate da me...», Mt 11,29). È proprio della sovranità di Gesù liberare e non asservire, una sovranità che passa attraverso l'umiltà e l'amore estremo della sua morte di croce.
La parola «Gesù» richiama allo spirito tutta la sua figura storica, ma anche tutto ciò che il suo nome significa in ebraico: Jehoshu'a (abbreviato Jeshu), il-Signore-salva, egli è salvezza. Pronunciare il suo Nome con fede e confessarlo comporta che noi, nello stesso momento, riceviamo e possiamo sperimentare quella forza
salvifica (cf l'espressione classica di Pietro in At 4,12: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati»).
«Cristo», in greco, significa Unto, traduzione dell' espressione ebraica Messia. Chi invoca Gesù come il Cristo, riconosce in lui il compimento delle promesse messianiche. Questa pienezza viene attribuita innanzitutto all'unzione con lo Spirito Santo (cf come lo Spirito si impadronisce di Gesù in Mc 1,9-12 e come Gesù stesso interpreta Is 61,1-2 nella sinagoga di Nazaret, in Lc 4,17-21: «Lo Spirito del Signore è su di me. Egli mi ha unto...»). Chi pronuncia questo riconoscimento di Gesù come il Cristo, entra pienamente nella benevolenza propria di Dio. Lo Spirito in noi ci conduce al punto di riconoscere in lui lo Spirito dell'unzione. Quanto più il nostro cuore sa pregare e accogliere in silenzio il nome di Cristo, tanto più immediata si realizza in noi, con potenza, la comunicazione dello Spirito.
«Figlio di Dio». Con quest'ultima espressione entriamo in ciò che si presuppone essere il riconoscimento più sublime.
In sé l'espressione è aperta e ha molteplici significati. Adamo è figlio di Dio (cf Lc 3,38) e ogni figlio di Adamo è di conseguenza un rampollo dell'Altissimo. Israele è il figlio di Dio, addirittura il suo primogenito (cf Es 4,22; Os 11,1), e ogni israelita partecipa direttamente a questa filiazione e a questo diritto di primogenitura. Davide viene detto «figlio di Dio» e con lui ognuno di coloro che si è seduto sul trono come suo successore (cf Sal 2,7; 89,2021.27-28). Gesù è «figlio di Dio» con tutti questi significati.
Tuttavia, nello Spirito Santo ci è concesso di scrutare più in profondità e di distinguere qualcosa della libertà e del mutuo amore - straordinario, addirittura abissale e divino - che caratterizzano la particolare filiazione di Gesù. La preghiera costante nello Spirito e la familiarità con le parole proprie di Gesù sul Padre («Tutto ciò che è mio è tuo; tutto ciò che è tuo è mio»; «Il Padre è in me, e io sono nel Padre»; «Chi vede me, vede il Padre»; «lo e il Padre siamo una cosa sola») possono dischiuderci quello spazio fino al punto in cui Gesù stesso con il Padre suo prende dimora nel cuore rapito (Gv 14,26).
Le parole stesse del Credo possono aiutarci a penetrare più a
fondo nella ricchezza delle tre parole «Figlio di Dio»:

[Credo...] in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui sono state create tutte le cose...

La preghiera si trasforma decisamente in supplica al momento culminante del nostro invocare con fede il nome di Gesù, laddove richiamiamo la sua relazione con il Padre e pronunciamo il nome stesso del Padre come «Dio»: «Abbi pietà di me, peccatore». L'incontro con Dio nello Spirito per mezzo di Gesù Cristo ci pone davanti alla sua santità che ci ispira, a un tempo, amore e timore, ma anche il sentimento di un ritenersi essenzialmente indegni.
Il grido che sgorga allora da un cuore arante è «abbi pietà», «abbi compassione», «sii clemente», «abbi misericordia». È il grido di tutti i poveri della Bibbia, di tanti salmisti, e di tutti quei ciechi, lebbrosi, storpi e malati che Gesù incontrò sul suo cammino. La preghiera di Gesù rende un uomo povero. Biblicamente essere «poveri» significa scoprire come Dio sia l'unico mio tesoro, la mia fortezza, il mio rifugio. Nessuno è tanto libero e valido quanto gli umili e i poveri del salterio o della letteratura narrativa di entrambi i Testamenti (cf, per esempio, Anna in 1Sam 1-2, o Maria, in Lc 1).
«Di me, peccatore». La tradizione, attraverso i secoli, ha preferito qui quell'espressione singolare che nei Vangeli ricorre solo sulle labbra del pubblicano: «o Dio, abbi pietà di me peccatore» (cfLc 18,13). Questo pubblicano è una figura creata da Gesù stesso, in una delle sue numerose parabole.
Per Gesù si tratta di un esempio classico di preghiera autentica. È garantito che Dio esaudisca una tale preghiera; afferma infatti Gesù: «lo vi dico: questi tornò a casa sua giustificato [ossia perdonato e riconciliato]» (Lc 18,14). Una maniera intelligente di
pregare è certamente quella di usare le parole stesse che Gesù utilizza quando ci insegna come pregare.
Tuttavia, molti obietteranno: sono forse un «pubblicano», o addirittura un «peccatore»? Mi devo convincere che sono così, mentre non sento affatto di esserlo? Non ho certamente ucciso né mio padre né mia madre...! Perché questa ultima parola, «peccatore»?
Anche qui abbiamo bisogno dello Spirito Santo che è in grado di portare alla luce la nostra natura più profonda, la nostra e quella della cultura in cui viviamo, offrendo ci la possibilità di perdonarla e giustificarla. Il cuore affranto e umiliato, in quella contrizione salvifica dove non vi è un minimo di giustificazione di sé e non si trova traccia di autosufficienza, un cuore del genere, dice Davide, non può essere disprezzato da Dio (Sal 51,19). Anche questo è un processo cognitivo, tutt'altro che deprimente, ma piuttosto riconciliante e in grado di donare l'unica pace degna di un cuore.

Conoscere Gesù lungo la via della preghiera

Questa preghiera è un cammino che non puoi intraprendere da solo: accogli lo Spirito come guida. Soltanto allora farai progressi. In questa preghiera non sei mai solo. Lo Spirito, in verità, non parla mai da sé, ma dice tutto ciò che ha udito e ricevuto da Gesù (Gv 16,13-15). Egli media la presenza di Gesù nella maniera più pura e autentica. Così impariamo a conoscerlo, «e Cristo viene formato in noi» (Gai 4,19).
Noi siamo chiamati a prendere parte alla libertà e alla gloria del Figlio: Dio, dice Paolo, ci ha predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio (Rm 8,21.29). Possa allora la preghiera, fatta con perseveranza, accostarci sempre più a questo processo divinizzante che è iniziato con il battesimo e troverà il suo compimento solo nella contemplazione del suo Volto. In questa speranza gioiosa il nostro ringraziamento diventa un fuoco inestinguibile, nutrito da Dio, un fuoco che brucia per lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito, ora e nell'eternità.

La Filocalia

Verso la fine del XVIII secolo in Grecia nasceva un singolare florilegio composto da una quarantina di trattati piccoli e grandi, a partire dal IV secolo fino al XIV Questa raccolta corposa, detta la Filocalia dei Padri neptici, pubblicata per la prima volta a Venezia da Nicodimo Aghiorita (1782), voleva aiutare i laici nel mondo a esercitare la preghiera del cuore e, in particolare, la preghiera di Gesù.
Nel corso degli ultimi trent'anni questa raccolta è andata via via diffondendosi quasi integralmente anche nelle lingue occidentali. Siamo di fronte a quei segni dei tempi dai quali appare come il tesoro orientale viene ad appagare la fame dell'uomo occidentale.
Proviamo a riportare qui un esempio di questa letteratura piuttosto particolare. Apriamo una finestra, abbandoniamo per un attimo la strada classica e immettiamoci in un sentiero laterale e forse, chi lo sa, cammin facendo affronteremo di nuovo noi stessi, e i nostri problemi attuali, con una forza ancor più grande di quella precedente.
Uno dei trattati inseriti nella Filocalia è quello di Esichio di Batos, detto anche «il Sinaita». Non sappiamo molto della sua vita, ma il Sinai sarà stato certamente il suo ambiente storico e spirituale, e sembra essere l'erede di Giovanni Climaco (VII secolo). Egli raccolse i propri pensieri in due centurie - due volte cento
«sulla sobrietà e la virtù». Curiosando in questo trattato, abbiamo trovato una decina di paragrafi che mostrano come il monaco apra uno spazio di trasformazione in se stesso grazie all'attenzione spirituale e alla consacrazione al nome di Gesù. I detti scelti descrivono i tratti caratteristici di questo processo di trasformazione (26). Allo stesso modo in cui abbiamo contemplato Gesù poggiando sulle spalle dei primi testimoni principali, così adesso vogliamo guardare appoggiandoci sulle spalle di questo monaco bizantino del VII/VIII secolo. La sua cella o grotta sul Sinai è praticamente vuota, ma cosa non vi è mai da scoprire nel profondo del suo cuore infiammato?

Il Nome santificato nello spazio del cuore, 
secondo Esichio di Batos

Bisogna rivolgere sempre, nello spazio del nostro cuore, il nome di Gesù, come il lampo si volge nell'aria del firmamento quando sta per piovere. (105)

Infatti, come la pioggia, quanta più ne scende dal cielo, tanto più la ammorbidisce; così anche il santo nome di Cristo, gridato e invocato frequentemente da noi, fa gioire e allieta la terra del nostro cuore. (41)

L'invocare ininterrottamente Gesù con un desiderio pieno di dolcezza e gioia è la causa per cui il cielo del cuore è pieno di gioia e di calma in seguito alla somma attenzione. Ma la causa della purificazione somma del cuore è Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio, causa e artefice di tutti i bèni. «Io [sono] - dice infatti - il Dio che fa la pace» (Is 45,7). (91)

Navigando il mare spirituale affidati a Gesù. Egli infatti grida misticamente nell'intimo del tuo cuore: «Non temere mio servo Giacobbe, sparuto Israele, non temere verme Israele: io ti difendo» (Is 41,13). «Se dunque Dio è per noi, quale maligno sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Lui che ha detto beati «i puri di cuore» (Mt 5,8) e ha stabilito come legge che il dolce unico puro Gesù venga divinamente ai cuori puri volendo anche abitare in essi. Perciò non desistiamo, secondo il divino Paolo, dall'esercitare il nostro intelletto alla pietà (cf 1Tm 4,7). (150)

Un cuore reso perfettamente estraneo alle fantasie, partorirà pensieri divini e misteriosi, esultanti in lui, come saltano i pesci e balzano i delfini nel mare calmo. Si solleva il mare per un leggero vento, e l'abisso del cuore per lo Spirito Santo: «Poiché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori, che grida: Abba, Padre» (Gal 4,6). (156)

Come infatti non è possibile che il sole illumini senza luce, così è impossibile che un cuore venga purificato dalla sordidezza dei pensieri rovinosi senza la preghiera del nome di Gesù. Ma se questo, come vedo, è vero, usiamone come del nostro respiro. L'uno infatti è luce, gli altri tenebre; l'uno Dio e sovrano, gli altri servi e demoni. (170)

Flagella i nemici con il nome di Gesù e, come ha detto un sapiente: il nome di Gesù aderisca al tuo respiro e allora conoscerai l'utilità del silenzio interiore. (100)

Con la preghiera continua il cielo della mente si conserva puro dalle nubi tenebrose, dalla malignità dei venti spirituali. E quando il cielo del cuore si conserva puro, non è possibile che non si accenda in esso la divina luce di Gesù, a meno che non siamo gonfi di vanagloria, di alterigia, di ostentazione, e ci solleviamo per la leggerezza verso ciò che è irraggiungibile e ci troviamo senza soccorso da parte di Gesù. Perché Cristo, esempio di umiltà, odia tali cose. (175)

A noi che ci glorifichiamo in Gesù Cristo e con sobrietà incominciamo a correre in luoghi sicuri, dapprima ci si mostra nell'intelletto come una lampada, che quasi afferrata da noi con la mente dell'intelletto, ci guida per i sentieri del pensiero; poi ci si mostra come una luna tutta splendente che si volge nel firmamento del cuore; e infine ci appare come il sole, Gesù, che irradia la giustizia (MI 3,20), manifestando chiaramente se stesso e le sue luci di contemplazioni, tutte risplendenti. (166)

Quando noi indegni saremo fatti degni, con timore e tremore, dei divini e immacolati misteri di Cristo, Dio e Re nostro, allora soprattutto mostreremo la sobrietà e la sorveglianza dell'intelletto e la diligenza, affinché il fuoco divino, cioè il corpo del Signore nostro Gesù Cristo, consumi i nostri peccati e le nostre sozzure piccole e grandi. Infatti, entrando in noi, subito caccia via dal cuore i cattivi spiriti della malvagità e perdona i peccati passati e lascia la mente senza molestia di pensieri cattivi. E se appunto dopo ciò sorveglieremo diligentemente il nostro intelletto e staremo saldi alla porta del nostro cuore, quando di nuovo saremo fatti degni dei misteri, sempre di più il corpo divino renderà l'intelletto splendido e simile a una stella. (101)

Veramente beato colui che si è così congiunto nella mente alla preghiera di Gesù e lo invoca senza interruzione nel cuore, come l'aria è unita ai nostri corpi o come la fiamma alla cera. E il sole passando sopra la terra farà giorno, ma il santo e adorabile nome del Signore Gesù, risplendendo di continuo nella mente, genererà innumerevoli pensieri fulgidi come il sole. (196)

Gesù illumina lo spazio del cuore. (197)

Questa serie di citazioni ci ha permesso di entrare in quella realtà che l'invocazione continua del nome di Gesù può produrre in un monaco. Parlando per gli altri, il monaco Esichio testimonia a un tempo quanto in lui è diventato spazio sacro e splendente. Egli indica le condizioni per accogliere il Signore nello spazio del proprio cuore e anche gli effetti che ne conseguono. La lectio del Primo Testamento e la celebrazione dei santi misteri eucaristici contribuiscono ad allargare e approfondire lo spazio aperto dall'attenzione dedicata al Nome. Il testo mostra il progredire della trasformazione operata dall'invocazione del nome di Gesù: luce, fuoco, libertà, forza tranquilla e silenziosa, gioia, pensieri nobili e di gratitudine, grande pace.

«Sì, Abba, Gesù, Amore»

Accanto a questa testimonianza di dieci secoli fa, che ci proviene dal deserto del Sinai, possiamo citare quella di una eremita di quel tempo, proveniente dal deserto di Giuda. Nel suo silenzio e nella sua solitudine murata, presso Betlemme, le si spalancò davanti la semplice preghiera di quattro parole: «Sì, Abba, Gesù, Amore». Con la parola Sì l'anima si rivolge all'Origine, il Padre, che si rivela in Gesù come eterno Spirito d'amore. Andando avanti, le parole si superano l'una con l'altra: quella che viene per prima diventa ultima. Il sì di Maria di Nazaret ha la sua forza intima nel «Sì» liberante del Figlio che, a sua volta, rivela l'eterno «Sì-Amen» del Padre e Creatore di tutto e vi aderisce. La croce che abbraccia l'altezza e la larghezza, l'ampiezza e la profondità (cf Ef 3,17-18) risplende in mezzo a quelle quattro semplici parole, ognuna delle quali comincia a illuminarsi nel cuore in preghiera come un altro nome di Dio (27).

La preghiera di Gesù e l'icona di Rublev

Pregare il Nome con semplicità e costanza crea spazio e apre anche spazi. Ricevi occhi nuovi e, restando dentro la tradizione di questa preghiera, rileggi lentamente anche in maniera diversa tutto quello che questa tradizione ha prodotto, come qualcosa che ti è familiare dal di dentro. Ciò può condurre a scoperte singolari. Proviamo a chiudere questo capitolo con il racconto di una scoperta del genere. Si tratta della famosa icona della Trinità angelica di Andrej Rublev. Quando per la meditazione ci mettiamo in ginocchio davanti a questa icona, avvertiamo in maniera indiretta un sostegno visuale non indifferente per continuare nella Preghiera di Gesù. Nella contemplazione di questa icona giungiamo anche a una sintesi teologica unica, dove esegesi, liturgia, spiritualità e riflessione dogmatica sono riunite in modo armonico.
All'inizio degli anni '70, mi trovavo a Roma come giovane studente di teologia e una prima volta mi immersi nella struttura propria di quelle tre figure attorno a una mensa, con alle spalle la montagna, l'albero e la casa. Alcuni anni dopo impugnai la penna e, in occasione di un numero della rivista «Heiliging» sulle icone, stilai un attento commento di tutto l'insieme, senza trascurare alcun dettaglio (28). Tuttavia, qualcosa di essenziale rimaneva ancora pienamente nascosto ai miei occhi. Soltanto due anni più tardi, a causa di una crisi di malaria in Congo, divenni improvvisamente consapevole di questa scoperta. Le malattie hanno molti aspetti, anche buoni: totalmente esaurito e in grado di fare poco o niente, decisi di dedicarmi alla preghiera del nome di Gesù e di leggere tutto ciò che potessi trovare al riguardo presso i miei confratelli a Lubumbashi. Fu allora che la luce irruppe improvvisamente: la ritmica del movimento in cui veniamo coinvolti, dalla figura al lato destro, passando per la figura centrale fin «nel seno del Padre», completamente a sinistra, per poi tornare
da sinistra verso destra, corrisponde al ritmo suggerito dalle parole della preghiera classica di Gesù. Esaminiamo allora di nuovo tutto l'insieme, dopo di che tentiamo un commento partendo dalla preghiera del nome di Gesù.

L'ospitalità di Abramo

L'icona del monaco santo Andrej Rublev (fine XlV, inizio XV secolo) intende dare forma all'ospitalità di Abramo di Gn 18, all'interno di una tradizione iconografica di questa pagina che si era formata già da diversi secoli. «Tres vidit, unum adoravit - Ne vide tre, ne adorò Uno». Questa breve frase di Ambrogio di Milano si rifà a un commento di Origene, ed è la fonte remota dell'interpretazione che legge in questa pagina la rivelazione del grande segreto: «Un-Dio-in-tre-persone». Mentre Giustino, nel II secolo, rileggeva la pagina come una cristofania, in cui il Cristo, affiancato da due angeli, appare ad Abramo, la tradizione legata a Origene, Ambrogio, Agostino e allo Pseudo Dionigi, soprattutto in Oriente, diffonderà l'interpretazione trinitaria. Rublev, che entrò nel monastero di Zagorsk fondato da san Sergio di Radonez (t 1381), aveva ricevuto una cultura della contemplazione del mistero unico della Trinità di Dio. In realtà, come si diceva allora, san Sergio aveva battezzato la Russia del tempo nel nome del Dio trinitario. Egli conosceva solo questo segreto. Quello che il povero eremita Sergio aveva annunciato attraverso tutta la sua vita senza scrivere una parola, Rublev ce lo ha voluto tradurre in quella icona ieratica e piena di luce magnifica che rappresenta i tre angeli benedicenti attorno alla mensa, sotto la quercia di Mamre.

Il doppio movimento

Chi guarda l'icona avverte nella prima figura a destra una accogliente apertura. Siamo qui davanti allo Spirito che ci permette di entrare e ci prende con sé. È lui che ci introduce nella preghiera e nell'intimità stessa di Dio. Ricolmi di lui veniamo, come dall'interno, spinti verso il Figlio, la figura centrale, la Parola, in quel movimento circolare aperto. Il Figlio si trova di fronte a noi come uno specchio e come una finestra che dà su Dio. Egli è anche l'icona per eccellenza: letteralmente «l'immagine dell'Invisibile» (cf Col 1,15), la visibilità di Colui che ha voluto rivelare il suo Volto in quello del Figlio dell'uomo. L'azzurro del suo mantello rimanda alla sua divinità; la sua umanità si legge nel colore rosso del suo vestito e in quel movimento largo della mano e della manica destra, rivolta verso il calice al centro del tavolo. Egli si identifica con quei «doni». Egli è stato Figlio fino alla fine, la sua umanità si è estesa fino alla donazione del suo sangue29.
L'atteggiamento e lo sguardo del Figlio sono rivolti verso il Padre: egli è completamente rivolto «verso il seno del Padre», come il quarto evangelista descrive il Figlio concludendo il suo Prologo (Gv 1,18). In un abbandono d'amore il Figlio scruta incessantemente le profondità del Padre: così Origene, e con lui tutta la teologia orientale, interpreta questo mistero del Figlio.
Ripieni di Spirito, viventi nella Parola e in virtù di essa, veniamo condotti al Padre. Questi è assiso nel posto d'onore, lo stesso in cui siede Gesù in molte icone che rappresentano l'ultima cena. Il mantello del Padre, difficile da descrivere a causa dei molti restauri - «mantello della luce»? di Colui che abita «nella luce inaccessibile»? -, lo ricopre quasi interamente, eccetto all'altezza del petto: Egli lascia appena intravedere il colore azzurro, ossia la sua profonda divinità, che le altre due persone hanno in comune con lui.
Il Padre è il punto di arrivo di tutti i movimenti ma allo stesso tempo anche il principio, la fonte, l'origine, da cui tutto proviene. Il movimento circolare ascendente, che dallo Spirito passa sulle spalle del Figlio, sfocia, oltre la manica destra e il ginocchio destro sollevato del Padre, nel suo seno dove convergono le due mani. Qui riparte di nuovo tutto dalla mano destra benedicente e da uno sguardo che prende !'iniziativa, scruta davanti a sé e con potenza manda lo Spirito. Nella mano sinistra egli tiene uno scettro, corto e dritto. Il Figlio e lo Spirito hanno anch'essi uno scettro (o semplicemente un bastone da passeggio, che si adatta alla scena del libro della Genesi), disegnato ognuno un po' più inclinato
verso destra e più lungo (in particolare quello dello Spirito). In questo modo è indicato discretamente un movimento nell'altra direzione, che inizia partendo dal Padre. Entrambi i movimenti si pongono in relazione l'uno con l'altro, senza suscitare il minimo disturbo nell'insieme dell'immagine.
La preghiera che parte dal cuore, radicato nel terreno profondo della nostra fede cristiana, realizza, ora in modo spontaneo e ora in maniera più consapevole, quell'unico movimento dello Spirito che ci innalza verso il Figlio e ci trasforma nella sua libertà, per abbandonarci con il Figlio nel seno del Padre. Nel Padre noi siamo come in una Sorgente eternamente nuova. Egli ci manda incessantemente lo Spirito, uno Spirito che scendendo ricolma di sapienza e timor di Dio non solo il Messia e il popolo messianico, ma, infine, riempie anche «tutta la terra della conoscenza del Signore, come le acque ricoprono il mare» (cf Is 11,1-2.9).

La preghiera di Gesù

Il movimento che si lascia seguire spontaneamente da destra verso sinistra e poi di nuovo al contrario, da sinistra verso destra, corrisponde alla breve preghiera in uso da secoli nel cristianesimo bizantino, sia prima che dopo Rublev. Non c'è ragione per ritenere che l'iconografo, per altro monaco, non la conoscesse personalmente. La formula nella sua articolazione completa è la seguente: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». Esaminiamo quanto sia singolare la concordanza tra questa preghiera e ciò che l'icona ci lascia vedere. È esattamente la scoperta sorprendente che feci durante la crisi di malaria nell'agosto del 1982.

Signore Gesù

«Gesù» è il nome più personale di colui che sta al centro dell'icona. Come il suo nome lo rende unico e storicamente insostituibile, così egli è anche unico nei suoi tratti ben delineati rispetto alle altre due figure. Il suo volto, in particolare, ha delle caratteristiche chiare.
Il suo nome significa «salvezza», «redenzione da parte di Dio». Il suo nome evoca Giosuè, ma anche tutti i racconti di salvezza della prima Alleanza. «Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).
Ma con il suo nome proprio, Gesù sfugge anche a ogni tipo di analisi, di spiegazione etimologica o riferimento biblico. «Gesù» come tale rimanda all'unica figura storica che «ha versato per te questa goccia di sangue», come Blaise Pascal ha potuto sentirsi dire nella sua notte mistica. Questo nome in tutta la sua nudità basta a spiegare tutto il Vangelo, come ci è dato di leggere dalla penna di Luca che riassume la catechesi di Filippo all'eunuco etiope nell'unica espressione: «Gli annunciò Gesù» (At 8,35).

Cristo

Con la parola «Cristo» (dal greco Christos, che è una traduzione dell'ebraico «Messia», e significa «unto») la prima commovente denominazione di Gesù ottiene adesso la sua profondità: in questo Gesù il credente riconosce il Messia, il compimento delle Scritture, l'Unto isaiano su cui si posa lo Spirito Santo, mandato a portare il diritto e la giustizia e ad annunciare la buona notizia ai poveri (30). In questo titolo unico risuonano tutta la vita e il significato messianico di ogni sua singola azione. Anche la sua sofferenza, morte e risurrezione fanno sostanzialmente parte del riconoscimento, rinchiuso nella parola Cristo. Il duplice nome Gesù Cristo ricapitola la fede intera della prima cristianità e a poco a poco, nella vita e nel linguaggio dei credenti, ha cominciato a funzionare come un solo nome proprio.

Figlio di Dio

Ora lo sguardo del Figlio va verso il Padre, le insondabili profondità del suo seno. In verità questo ultimo nome, «Figlio di Dio», realizza la relazione con il Padre. Quel nome di Figlio di Dio è rivelato «fino all'estremo» nel suo consegnarsi «fino alla croce». In Marco, per la prima volta nel Vangelo, sotto la croce un uomo dichiara: «Questo è veramente il Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pronunciando quel Nome in preghiera, entriamo, con lo Spirito e nel Figlio, in quell'abbandono d'amore che è infine reciproco: «Padre, glorifica il tuo nome!» (Gv 12,28), così prega Gesù in vista della morte. Padre, glorifica il tuo nome paterno, ossia «glorifica tuo Figlio perché il Figlio glorifichi te» (Gv 12,23 e 17,1-2).

Abbi pietà di noi, abbi pietà di me peccatore

Giunti al Padre, riposando con il Figlio «nel suo seno», incontriamo il suo compiacimento (Mt 11,26), le sue materne «viscere di misericordia» (cf Lc 1,78), il suo nome originale di grazia e compassione rivelato a Mosè (Es 34,6-7).
Il Padre ama il Figlio e trova in lui il suo compiacimento. Questo compiacimento si estende a tutti i piccoli, i perduti, i poveri, il popolo degli oppressi, la vedova e l'orfano, il figlio l prodigo, la Ninive di tutti i tempi dove la folla delle «persone non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali» (Gio 4,11).
La supplica di chi prega è: «Abbi pietà di me peccatore». E come il Padre manda davanti a sé il suo Spirito, che è «il padre dei poveri», così colui che prega riceve la misericordia salvifica insieme a tutti i poveri della Scrittura e della storia, con i pubblicani del Vangelo e Bartimeo di Gerico.
Il Padre, nella forza di uno sguardo che prende l'iniziativa, si rivela come benevolenza, misericordia, riconciliazione per tutte le generazioni.
In verità «è cosa gradita al Padre che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,3-4), oppure
che anche noi «veniamo santificati» (1Ts 4,3.7). È la volontà del Padre «che neanche uno solo di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). La volontà e il compiacimento del Padre sono riposti sui piccoli, gli umili, su coloro che stanno davanti a lui con il cuore affranto e pentito. La loro eredità è il Consolatore (Mt 5,4).
Alla luce di questa icona, e con questa secolare formula di preghiera sulle labbra e nel cuore, ci è data lentamente la possibilità di unire la nostra vita a quella Volontà. Allora, nel nostro cuore e in lui il suo Nome sarà santificato e glorificato ora e per l'eternità.

Dove arriva dunque lo spazio spirituale?

L'esercizio del santo Nome nel cuore attento crea spazio. Fin dove si dilata questo spazio? Nell'esempio dell'icona abbiamo visto come sia possibile entrare all'interno della tradizione liturgica e monastica orientale, con la sua teologia, e dentro l'intimo significato di un'opera d'arte sublime qual è quella di sant'Andrej Rubltv.
È mia convinzione che la potenza dell'inabitazione di Dio e lo splendore del Nome invocato possono essere comunicati agli altri. Ciò è già abbastanza chiaro nel quotidiano contatto con i nostri fratelli nella fede. Tuttavia, la novità che oggi spesso incontriamo, consiste nella possibilità di rapportarci a coloro che praticamente non condividono la nostra fede, partendo dall'illuminazione singolare presente nello spazio Gesù interiorizzato, anche in virtù della preghiera nel suo nome. Ed è proprio questa nuova avventura che intendiamo esplorare in un ultimo capitolo. Colui che si lascia invadere dallo Spirito, colui che prende a cuore la Parola fatta carne, entra nella «casa del Padre» - uno «spazio di preghiera per tutte le genti», così insegnava per altro Gesù stesso (cf Mc 11,17 e Is 56,7).

 

NOTE

[25] Cf I PADRI ESICASTI, L'amore della quiete. L'esicasmo bizantino tra il XIII e il XV secolo, Qiqajon, Magnano 1993; K. WARE, La potenza del Nome, Il Leone Verde, Torino 2000; O. CLÉMENT -]. SERR, La preghiera del cuore, Àncora, Milano 2002; P. ADNÉS, Jésus (Prière à), in Dict. de Spiritualitè, vol. 8, coll. 1126-1150; L. GILLET (Un monaco della Chiesa d'Oriente), La prière de ]è5U5, Chevetogne 1974; W. STINISSEN, Sur la prière de Jésus , Gand 1980; IGUMENO CARITONE DI VALAMO, L'arte della preghiera, Gribaudi, Torino 1980; A. GOETMANN - R. GOETMANN, Prière de Jésus : prière du coeur, Paris 1988. Famosi sono i Racconti del pellegrino russo, Rusconi, Milano 1973, e il più recente Racconti di un pellegrino russo, Città Nuova, Roma 1997 (con introduzione di T. Spidlik). Cf anche l'edizione inglese, tradotta da T. ALLAN SMITH, e introdotta da A. PENTKOVSKY, The Pelgrim's Tale, New York 1999. Vedi tra l'altro E. SMONOD, La prière de Jésus  selon l'évèque Ignace Briantchaninov, Sisteron 1976; I. BRIANTCHANINOV, Approches de la Prière de Jésus, Bégrolles-en-Mauges 1983 (n. 5).
[26] Per la traduzione italiana cf La Filocalia, cit., pp. 229-270 [n.d.t.].
[27] Per «Gesù», cf Mt 1,21 e Le 1,31; per «Abba», cf Mc 14,36; Gai 4,6; Rm 8,15; per «Amore», cf Es 34,6 e 1Gv 4,8.16; Rm 5,5; per «SÌ» e «Amen», cf Ap 3,14 e 2Cor 1,20 (cf anche Is 65,16: essere benedetti «dal Dio dell'Amen»).
[28] Cf «Heiliging», 30 (1980/4), pp. 16-25.
[29] Il colore rosso ricorda il sangue e l'oracolo in Is 63,1-6, ripreso in Ap 19,13-15: "Perché rossa è la tua veste, e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel vino?». Partendo dal libro della Rivelazione (Apocalisse), l'intera tradizione ha interpretato questa profezia in modo cristologico.
[30] Cf Is 11,1-2; 42,1-3; 61,1-2; cf anche Lc 4,18-19 e Mt 12,18-19, ecc.