STORIA DI CUORI

150° ANNIVERSARIO DEL PIME
Nel passato e nel futuro:
missionari del
P.I.M.E. perché

P. Franco Cagnasso

Introduzione

La salvezza delle anime Una parola ancora da scrivere
La fondazione delle chiese Con tutta la nostra vita
La chiesa per il regno  

\La salvezza delle anime

Quando il P.I.M.E. è nato, da tempo sulle carte geografiche non si scriveva più "hic sunt leones" per indicare i luoghi al di là del mondo conosciuto. Si sapeva molto bene che oltre i confini d'Europa c'erano gli Africani, gli "Indios"delle Americhe, i Giapponesi, gli Arabi e così via. Non pochi missionari hanno dato un contributo interessante alla cartografia e agli studi etnografici, ma ai tempi di Mons. Ramazzotti era iniziata e stava estendendosi la corsa verso quei paesi per accaparrarsi terre, città, diritti commerciali, controllo delle vie ti traffico, miniere.

     Si dice, a volte, che il movimento missionario sia nato sulla scia del movimento colonialista, e ne sia stato sostenuto. È vero che i missionari dell'ottocento per lo più pensavano di appartenere ad una civiltà superiore e che la missione avesse il compito di diffondere la civiltà. Ma era questa la molla che li muoveva, la motivazione che li sosteneva? Penso proprio di no. L'invio missionario è iniziato ben prima del sistema coloniale, e aveva ben altre motivazioni. La bellissima preghiera composta da P. Mazzucconi per la prima partenza dei missionari del P.I.M.E., esprime con chiarezza il loro obiettivo fondamentale: "ho deciso, col tuo aiuto, di adoperarmi a costo di qualunque sacrificio, di qualunque fatica o disagio, anche della vita, per la salvezza di quelle anime, che costano esse pure tutto il sangue della redenzione".

    La prassi pastorale dell'epoca sotolineava molto il tema della "salvezza delle anime". A sua volta la teologia cattolica, pur non dicendo che tutti quelli che non sono battezzati, per il solo fatto di non esserlo e a prescindere dalla loro reponsabilità, sono "dannati", tuttavia dava per scontata la necessità della fede in Gesù Cristo e dei sacramenti in vista della salvezza, inddirettamente spingendo a dedurre che la salvezza di chi non poteva riceverli fosse ad altissimo rischio.

     Ecco ciò che interessava i missionari, che li commuoveva fino all'angoscia. Dice infatti quella preghiera: "Commosso, nel più intimo del cuore, dall'indicibile disgrazia di tanti miei fratelli che giacciono ancora sepolti nelle tenebre e nelle ombre della morte, specialmente di quelli che sono stati finora inaccessibili alla bella luce del santo Vangelo...".
     Con questi sentimenti nel cuore partivano i missionari che ci hanno preceduto. Come sappiamo, molti di loro facevano viaggi incredibili: tre, quattro, fino a cinque mesi di nave, battello sul fiume, carovane a cavallo, tratti a piedi, carrette a mano per arrivare su una sconosciuta isoletta del Pacifico meridionale, o a sperduti villaggi sui monti della Cina, dove la gente non li conosceva e non li voleva, dove mangiavano male e dormivano peggio, dove spesso i briganti rubavano e rapivano, da dove sapevano che non sarebbero mai tornati a casa. Non potevano stare a battezzare nelle loro parrocchie d'origine, nelle valli bergamasche o dell'Irpinia?
     Oggi ci si stupisce di questa "furia"missionaria, o addirittura si sorride. Si sorride a sentir dire di un missionario che per cinquant'anni ha usato tutto il suo tempo libero per visitare i malati degli ospedali di una grande città asiatica e vedere se qualcuno aveva le condizioni minime indispensabili per essere battezzato, magari all'ultimo istante di vita, e per trovare bimbi ammalati e chiedere ai genitori il permesso di battezzarli (o magari, battezzarli presumendo il permesso...).

     Ma facciamo male a sorridere con aria di sufficienza. C'era, in questo comportamento, un valore che sarebbe tragico non capire e perdere.

     La vita e l'opera di questi missionari era come un grido che diceva: davanti a Dio tutti sono importanti, e io - cristiano - devo amare ciascuno come se fosse l'unica persona al mondo, la più importante.

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