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La fondazione delle chiese Viene poi il periodo in cui l'attenzione si concentra sulla fondazione e il consolidamento delle chiese. P. J. Thomas lo colloca, per il suo istituto, fra gli anni 1930 e 1965 circa. Già nella "Proposta di alcune massime e norme" che i primissimi membri del P.I.M.E. prepararono per darsi un regolamento nel 1850, si esprimeva il desiderio, anche se a lunga scadenza e quasi simile ad un sogno, di potere un giorno stabilire dei legami di scambio con le chiese "sorelle"che sarebbero state fondate dai missionari. L'idea non era dunque assente, però era espressa timidamente, a lunga scadenza. Perché passasse in primo piano ci volle molto tempo, e non fu sempre facile arrivarci, anche se in un certo senso era inevitabile. Il passo da compiere consisteva nel puntare con chiarezza a formare chiese locali, con cristiani locali e gerarchia locale, dando forma di comunità a quei convertiti a cui si amministrava il battesimo, senza pensare di farli sempre dipendere da chiese venute da lontano. Oggi questo può sembrarci ovvio, mentre in realtà c'erano ostacoli non piccoli che ne frenavano la realizzazione. Fece discutere, ad esempio, la decisione di Pio XI, che nel 1926 consacrò i primi vescovi cinesi vincendo resistenze e critiche anche di una parte del mondo missionario. Il primo ostacolo era oggettivo: per formare la Chiesa occorrono i cristiani, e perciò il tempo necessario per l'annuncio, il catecumenato, ecc. Ma c'era anche il pregiudizio occidentale (condiviso anche da missionari) che i popoli africani e asiatici, non possedendo una base umana e di "civiltà"adeguata, avessero bisogno di molto tempo per prepararsi; c'era l'ostilità delle potenze coloniali che non vedevano di buon occhio il crescere di gruppi ben formati e capaci di esprimere una voce autonoma, come presto sarebbero diventate le chiese locali (problema del Patroado Portoghese e del Protettorato Francese). C'era il problema della formazione del clero dal punto di vista intellettuale, spirituale e morale, c'era - in parecchi casi - la tendenza a privilegiare la crescita degli istituti religiosi a scapito di un solido impianto della chiesa locale. C'era, ma pochi avevano la lucidità di rendersene ben conto, la grossa difficoltà che tutte le chiese dovevano essere costituite quasi in fotocopia di quelle europee di rito e di diritto latino, e questo creava tante difficoltà di integrazione con le culture, i riti, le abitudini dei diversi popoli; c'era il dilemma: clero formato in pieno, o con una formazione meno dura? Lo stesso obbligo di usare ovunque la lingua latina, se creava un comodo strumento di comunicazione interno fra il clero di tutto il mondo ( e ancora lo si rimpiange un poco, da questo punto di vista!), era però un pesante ostacolo perché la gente sentisse la preghiera liturgica, e anche quella devozionale come propria. Il P.I.M.E. nel suo insieme non ebbe difficoltà a stare in prima fila in questa concezione di missione, anche se molti esitavano circa questo ultimo aspetto della gererchia locale. Nato come alternativa agli istituti religiosi e con forti legami con le diocesi di origine, sentiva istintivamente che era suo compito lavorare per far nascere e consolidare le chiese locali, creare seminari e anche istituti locali di religiose, centri per catechisti. I nostri partivano come espressione delle loro chiese, e avevano la mentalità del pastore di anime, del parroco (o del catechista di parrocchia, per i laici). Inoltre, la loro preparazione teologica insisteva sul ruolo della chiesa proprio per quella salvezza a cui volevano accompagnare le anime. Non avendo uno stile di congragazione si trovava naturale fare tutto per la chiesa, senza trattenere per se istituzioni o opere. Se fino a pochi anni fa abbiamo accettato vacazioni solo da "paesi a maggioranza cristiana", l'abbiamo fatto proprio in nome di questa totale dedizione alla fondazione delle chiese locali. Mentre avveniva questo passaggio, e si arrivava a dare priorità alla fondazione delle chiese locali, i cuori in qualche modo ne erano toccati e trasformati. Anche se personalmente alcuni missionari condividevano un atteggiamento di superiorità nei confronti delle culture locali, l'esperienza che facevano di avere persone di altre nazioni come colleghi e corresponsabili nell'apostolato quasi li costringeva, gradualmente, a superare questo grave limite e ad aprirsi. Nasceva gradualmente una profezia valida per tutta la chiesa, che era lo sviluppo di quella ricordata a proposito della salvezza delle anime: non soltanto il Cinese, o l'Africano, ha lo stesso diritto di un Italiano o di un Tedesco an incontrarsi con il Vangelo, ad accogliere la salvezza di Cristo; ma ha anche la stessa capacità di far crescere in s's questo dono fino a diventare non più "oggetto", ma "soggetto responsabile"della vita ecclesiale. Alle difficoltà già brevemente ricordate (il colonialismo, il centralismo, i sistemi formativi occidentali, il dirittto canonico unico, l'uso del latino e delle filosofie e teologie occidentali per formare persone nate e cresciute con altre basi culturali), bisogna aggiungerne un'altra, molto grave: impegnandosi ad annunciare Cristo e a creare comunità locali ci si scontrava frontalmente con lo scandalo della divisione dei cristiani, delle lotte fra cattolici e protestanti e di gruppi protestanti fra loro. Mentre i meno preparati attribuivano queste difficoltà alla minore preparazione dei "nativi", o reagivano allo scandalo della divisione moltiplicando gli sforzi contro i protestanti, i più avveduti (e fra loro certamente P. Manna) ne traevano motivo di riflessioni che portavano a conclusioni nuove e sconcertanti, difficili da capire per chi non proveniva dall'esperienza missionaria. P. Manna ben prima del Concilio, e proprio a partire dalla spinta a dedicarsi alla salvezza delle anime fondando le chiese locali, capì che molte cose dovevano cambiare, e non lo nascose. Parlò fra i primi di ecumenismo, di uso delle lingue locali nella liturgia, di formazione differenziata, di teologie capaci di poggiarsi su filosofie non occidentali (in questo modo risolvendo il dilemma circa il livello di preparazione del clero: alto livello, ma nelle loro culture, che valgano quanto quella europea!), di uomini sposati ordinati preti, di autonomia economica delle chiese, di totale distacco dal colonialismo per non condizionare la missione alla politica, di abbandono di troppe tradizioni occidentali per andare verso una vita ecclesiale ed ecclesiastica più libera e creativa, che vada all'essenziale. Ognuna di queste posizioni non era nuova in assoluto. Nuovo era il fatto che venissero proposte insieme, come un complesso che nasceva da esigenze sperimentate in missione. Non erano idee di qualcuno che teorizzava a tavolino, ma le conclusioni di un superiore generale dopo una lunga visita e lunghissimi colloqui con i suoi missionari, con clero locale, con nunzi e ambasciatori, con personalità culturali di diversi paesi (specialmente India, Cina e Giappone), con missionari di altri istituti e con teologi e pastori protestanti. L'esperienza della missione e il lavoro di fondazione delle chiese aveva evidenziato una serie di problemi e creto una specie di "carica profetica" diffusa, informe e contestata (si pensi a P. Lebbe), come avviene di ogni autentica profezia. Con P. Manna questa carica si concentrava e si esprimeva prendendo la forma di proposte talmente ardite che non si ritenne opportuno pubblicarle. Servirono a qualcosa? Sembrava di no, ma in effetti il Concilio venne a dimostrare che qualcosa di profondo era avvenuto, anche quando tutto sembrava fermo. E nei missionari maturava la convinzione che non si andava solo come pionieri, ma anche - sempre più - come collaboratori. Prendeva forma un quadro in cui l'attività missionaria andava collocata, e cresceva un rapporto non solo di dono ma di scambio e di servizio alle dipendenze dalle persone, i cristiani, le chiese che sorgevano e che assumevano gradualmente le loro responsabilità. Negli anni del primo post-Concilio, Il P.I.M.E. sottolinea molto l'essere a servizio delle chiese locali, decidendo di "lasciare i posti di comando"e considerandosi - se preti - in tutto uguali ai diocesani fino a pensare all'incardinazione. Così specialmente a Hong Kong.
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