STORIA DI CUORI

Noi dobbiamo ricordare che una chiesa presente nel mondo ricco e sviluppato non può ignorare questi problemi, con la scusa che la sua è una missione spirituale; allo stesso tempo dobbiamo capire e far capire che questo particolare aspetto della missione, collegato ai problemi delle disparità fra paesi ricchi e poveri, dello sviluppo, ecc. è un aspetto parziale e tipico di questo tempo. C’era missione nei primi secoli senza che ci fosse minimamente questa problematica. Anzi, i missionari venivano dai paesi poveri e sfruttati per andare alla ricca Roma sfruttatrice. E oggi, grazie a Dio, sempre più abbiamo sotto gli occhi che è missionario anche un cristiano che viene da un paese povero, o che va in un paese sviluppato.
La carica profetica della missione nel nostro tempo si esprime anche gridando al mondo l’inumanità di ciò che sta avvenendo, e gridando alla chiesa che essa deve interessarsene. La missione infatti deve agganciarsi e collegare con forza due punti: la volontà di Dio come è espressa nel vangelo da una parte, e la situazione concreta degli uomini dall'altra, perché anche lì si incontra Dio.
Se non attinge al vangelo nella sua interezza, la missione si esaurisce e muore, e ciò che il missionario propone non è altro che uno fra i tanti metodi di impegno sociale o economico; se non s'innesta sulla concretezza del vivere degli uomini del suo tempo, il missionario presenta un vangelo astratto, incapace di incidere e di scuotere, privo dei suoi contenuti veri, che vogliono non propagandare una dottrina, ma mettere in rapporto vitale l'uomo con il mistero del Risorto.
La profezia di questo periodo è dunque quella di dire ai poveri che la loro condizione non è un destino ineluttabile, e di rendere coloro che vivono nell'abbondanza coscienti delle condizioni reali dell'umanità, perché ne traggano le conseguenze che il vangelo esprime con tanta semplicità e chiarezza: condivisione, dono di sé, libertà dal possesso, ricerca comune della giustizia e di una pace vera.

C'è poi un altro aspetto di questo periodo che va ricordato.

La chiesa, finora pensata anzitutto come struttura gerarchica, viene sempre più pensata a partire dalla comunità intera. Fondare una chiesa non significa solo darle una gerarchia. La missione non è solo di preti e religiosi. L'impegno missionario dei laici diventa una necessità. Gradualmente si comprende (ma ancora tanta strada è da percorrere anche oggi!) che la chiesa stessa in sé è missione, un popolo scelto perché sia testimone, segno, annunciatore del Regno. Non c'è dunque contrapposizione fra chiesa e regno, ma strettissima correlazione: la Chiesa esiste perché in lei e attraverso di lei il regno emerga.

Se la Chiesa è popolo, diventa allora urgente non solo dare un ordinamento, un'istruzione. Bisogna che ogni popolo senta e assimili il Vangelo secondo la sua cultura e che lo esprima secondo la sua cultura. Emerge con forza il tema della "inculturazione", la necessità per il missionario di "spogliarsi" di ciò che è per essere "tutto a tutti", di non sovrapporre ma far nascere dall'interno dei popoli il modo giusto di rispondere all'appello di Gesù.

Ci si mette in marcia verso una chiesa che sia testimonianza di unità nelle diversità che arricchiscono. Ciascuna chiesa locale assume le sue responsabilità in pieno, prima fra tutte quella della missione.

Questo, fra l'altro, costituisce il terreno di idee su cui si semina un importante cambiamento per il PIME, che si apre con più consapevolezza a vocazioni da varie chiese e alla internazionalità.

Se i primi missionari erano ansiosi di portare salvezza alle anime, i missionari di questo periodo danno la vita per portare una salvezza che investe anche l'oggi, che cambia le strutture, che unisce in nome della giustizia e di un Dio che è il Dio dei più poveri…
Allo stesso tempo però i missionari sentono di non essere più i protagonisti. Dovranno imparare a farsi accettare, a mettersi al servizio della missionarietà delle chiese locali, a vivere la condizione di straniero che impara, che fa da "ponte" fra chiese e culture.

Una parola ancora da scrivere

Tutto questo evidentemente non è finito.

Restano aperti e vivi l'urgenza della salvezza delle persone singole, quella della fondazione, consolidamento e crescita di chiese sempre più autentiche e vive, mature, testimoni nella propria cultura e apportatrici delle ricchezze delle proprie culture per la chiesa universale, missionarie. Resta l’urgenza di vivere e annunciare un vangelo che sappia calarsi nella realtà di un mondo profondamente diviso, ingiusto, violento per tentare di trasformarlo.

Dobbiamo, ad esempio, vivere dentro la globalizzazione alla quale non si sfugge, senza demonizzarla ma anche senza subirla o diventare complici delle sue ingiustizie. Credo che la globalizzazione in atto ci ponga davanti ad una situazione per certi aspetti analoga a quella dei missionari del tempo del colonialismo, che è stato veicolo anche positivo di cui la missione si è servita, ma sul quale occorreva una capacità critica aperta e forte per non diventare complici della sua radicale ingiustizia e dei suoi molti aspetti devastanti.
Lo schema proposto da P. Thomas parla poi di un quarto e ultimo periodo, che incomincia più o meno intorno al 1985. Secondo lui, in questo periodo prevale la tensione "ad gentes" nelle forme di annuncio, dialogo e solidarietà universale.

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