STORIA DI CUORI

Si è tornati a comprendere che "ciò che si trova al centro del nostro carisma missionario dei nostri Istituti è l'orientamento ad gentes e ne costituisce la nostra specificità assai più che lo spostamento geografico ad extra (…) I bisogni missionari sono ovunque, ma non tutti così urgenti. Noi dobbiamo essere pronti ad andare là dove i bisogni sono maggiori, cioè in situazioni frontiere come le zone geografiche dove il Vangelo non è conosciuto o vissuto, regioni isolate dove le persone si sentono abbandonate, nelle grandi città … tra i gruppi emarginati … i profughi o rifugiati politici, gente che vive in una povertà estrema, giovani che la sensazione di non avere futuro" .
C'è come un ritorno alle origini, ma con una novità: si partiva alla ricerca dei lontani perché le nostre chiese di origine fossero missionarie, poi si sono edificate nuove chiese, poi ci si è messi al loro servizio, ora si vuole servirle ma - di nuovo - perché a loro volta facciano missione ad gentes. Siamo carisma ad gentes per le Chiese d'origine e quelle di accoglienza. In questo contesto anche l'ad extra acquista un senso nuovo, da riscoprire e valorizzare. E' un ad extra culturale e religioso, ma anche fra chiese; ha un valore di ponte, testimonianza, stimolo, arricchimento, segno …

(Schema di P. Thomas)

Noi stiamo vivendo questo tempo che si apre sul futuro; è perciò particolarmente difficile coglierne i tratti essenziali, delineare ciò che emerge ed è valido.
Dicevo all’inizio che dopo le anime, le chiese e il regno, lascio uno spazio bianco per vedere se riusciamo insieme a scrivere la quarta parola, quella che stiamo vivendo e che ci muove oggi verso la missione.
Offro qualche spunto, per stimolare questo tentativo, da farsi magari usando la matita per poter cancellare e riscrivere se ci si accorge di avere sbagliato.
Nel Consiglio Plenario dello scorso giugno, sono emersi alcuni temi che certamente richiameranno la nostra attenzione negli anni che abbiamo davanti, e costituiranno obiettivi espliciti, ragioni di impegno.

Uno è quello della missione urbana.

Il PIME si va accorgendo che i più "lontani" sono non soltanto sulle isolette sperdute o nei villaggi sui monti, ma anche nel cuore delle città; e per andare da veri missionari nel cuore delle città occorrono un'attitudine, un coraggio, una sensibilità e dei progetti nuovi, che dobbiamo aiutarci ad elaborare.

Si è poi ancora una volta visto che la missione deve essere pensata sempre più come un gesto corale della chiesa, dove uomini e donne, clero, religiose e laici si trovano a cooperare in una sinfonia di carismi diversi ma tutti volti allo stesso scopo.
I prossimi anni saranno anche caratterizzati da una profonda trasformazione interna del PIME, che non soltanto imparerà ad attuare forme di collaborazione sempre più stretta all'interno e all'esterno con laici e laiche, ma pure dovrà imparare a creare armoniche comunità missionarie interculturali. Bisogna aprirsi alla ricchezza di esperienze culturali, ecclesiali e spirituali diverse per metterle tutte a servizio della missione a cui l'istituto è chiamato.
Questo richiede una maggiore consapevolezza della nostra spiritualità, per condividerla e arricchirla con laici e fra persone di culture diverse, e perché bisogna accogliere l'appello della Redemptoris Missio (lanciato vigorosamente da tanti grandi missionari anche in passato, e fra essi anche i nostri primi missionari, e P. Manna) che la missione si attua nella santità, e la missione si vive nella croce.
Mi chiedono spesso quali siano le "sfide" della missione per il millennio che inizia. Rispondo che ce ne sono tante, ma la più fondamentale è quella di elaborare una spiritualità della missione adeguata a ciò che ci attende. Il dialogo ad esempio non può basarsi solo su una pur necessaria, adeguata teologia, tanto meno su una buona volontà che improvvisa pericolose approssimazioni. Lo stesso si dica di una missione che voglia avventurarsi nei campi del mondo delle comunicazioni sociali, della grande città, e di altri campi che la Redemptoris Missio chiama "nuovi aeropaghi".
Ci vuole una spiritualità forte che regga chi si confronta con queste realtà, così come era forte la spiritualità che reggeva P. Vismara solo in uno sperduto villaggio dei monti birmani.
P. Mazzucconi era pronto a tutto per salvare le anime, P. Manna diceva che non bisogna misurare i sacrifici per conquistare il mondo a Cristo. E noi?
Pensando poi a ciò che attira e motiva il partire dei giovani missionari oggi, si può sottolineare quali nuove consapevolezze stanno emergendo.
L'esperienza dei missionari - ad esempio - ha ormai fatto prendere atto che le differenze esistono e non sono eliminabili come alcuni pensavano e desideravano. Mentre si attuano mille aspetti della globalizzazione, tornano le guerre di religione, i conflitti etnici e culturali, intolleranze di ogni tipo.
Ciascuno è portato a conquistare l'altro o a difendersene chiudendosi. La chiesa che deve fare: difendersi, chiudersi, conquistare?
Oggi, diversamente dal passato e anche da P. Manna, non scuote, non fa presa il dato numerico, quantitativo. Né ci si chiede - di solito - come "conquistare" a Cristo i popoli non cristiani . Anche chi annuncia e battezza, non ha un obiettivo esplicito e forte di rapida "cristianizzazione" del mondo. Si dà per scontato che le religioni ci sono e ci saranno.
Ancora una volta, i missionari (certo non solo loro, ma anche loro in modo eminente) sono chiamati ad andare oltre ciò che la mentalità comune propone, per cercare altre strade.
Sono le strade dell'incontro e del dialogo di vita, la scoperta che la diversità non va soltanto tollerata perché non se ne può fare a meno, ma apprezzata perché portatrice di ricchezze e stimoli essenziali
La chiesa impara a stare i mezzo agli altri senza pretese egemoniche ma anche senza perdere la sua identità e la sua carica.
La fede interroga se stessa, e cerca di porsi non come barriera ma come ponte. Siamo alla ricerca di una fede che sia forte e insieme aperta, salda e non fanatica, capace di annuncio e capace di accoglienza.
Scavando a fondo, si scoprono dimensioni nuove dell'amore evangelico che sempre ha mosso i cristiani nei loro duemila anni di storia. Un amore che cerca di essere immagine di quel Dio che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, che è il Dio di Israele ma anche delle genti, il Dio di Gesù Cristo che sulla croce muore per tutti e tutti abbraccia nella sua offerta di amore al Padre e all'umanità.
Ci stiamo accorgendo di avere osato troppo poco nel descrivere l'efficacia di ciò che Cristo ha fatto ed è per noi, ci stiamo accorgendo che lo Spirito davvero ha soffiato e soffia dove vuole, con un soffio imprevedibile e forte di cui noi non siamo gli autori ma da cui anche noi siamo investiti e trasportati - se non opponiamo la resistenza del nostro egoismo, peccato e mentalità ristretta.
La missione allora prima di essere un nostro fare (che pure è richiesto) dev'essere il nostro ascoltare, guardare, anzi contemplare l'opera di Dio e partire di lì per farla emergere, accoglierla, liberarla dai lacci del peccato nostro e degli altri.
Il punto centrale da cui osservare la realtà non è più la Chiesa ma, per quanto possibile, Dio Padre, figlio e Spirito e il suo amore universale.
L'esperienza del convivere, il bisogno di imparare a dialogare sono il messaggio profetico che i missionari rivolgono oggi a tutti, e di cui tutti dovrebbero sentire il bisogno se non altro perché il mondo in cui viviamo cambia, diventa vario e difficilmente controllabile, a volte ci fa paura.
Paura che si supera se si accoglie il messaggio che è stato gridato dal Papa fin dal primo giorno del suo pontificato: non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!
A questo punto, oso allora suggerire non una, ma alcune parole come parole chiave di questo nostro tempo e della spiritualità che deve reggerci. Amore, compassione, liberazione, condivisione, testimonianza.
Amore accolto, anzitutto. La chiesa del nostro tempo ha riscoperto Dio come amore e misericordia. La RM riporta una citazione bellissima di Isacco della Stella sulla carità, ponendola come "criterio" ultimo della missione.
Se la Verità era il grande tema dei secoli passati, oggi emerge un’attenzione alla Verità che si esprime come Amore incarnato prima che in una dottrina. "Dio è Amore" dice Giovanni. Egli si esprime come compassione che si muove verso di noi e ci accompagna, e prima di chiedere dona. Libera il popolo di schiavi in Egitto, poi dà loro la legge. Gesù perdona guarendo e guarisce perdonando, pone in mezzo il piccolo non perché ha capito o è più bravo ma proprio perché è più piccolo. Perdona la peccatrice perché ama.
Io penso che la contemplazione di questo Dio, di questo volto del Cristo sia o debba essere la grande motivazione, la spinta alla missione dei nostri tempi. "Vedendo le folle ne ebbe compassione". Colui che ha il dono della fede non si sente giudice, e nemmeno maestro; sente un’infinita gratitudine che si trasforma nel bisogno di stare vicino a chi sperimenta la non fede o la sofferenza in qualsiasi forma. E’ ancora il moto fondamentale che ha agito nell’anima del Mazzucconi, quello di una gratitudine che si trasforma in attenzione agli altri, per una salvezza che non è solo spirituale, per un cammino che è da percorrere insieme, ma che sono comunque doni di Dio e che hanno come meta un destino trascendente.
Forse il termine che meglio esprime questa possibilità è quello di "testimonianza". Quella del testimone è una categoria oggi accolta culturalmente, usata anche nel linguaggio laico e non solo giudiziario ma anche giornalistico. Lo sottolinea l'Evangelii Nuntiandi sotto un aspetto particolare, invocando la presenza di maestri/testimoni. E' anche una categoria biblica, del 1° come del 2° Testamento.
E' stata e viene ancora usata a volte in senso riduttivo, tuttavia ha un significato tutt'altro che riduttivo. Essa si esprime in parole e in opere, e richiama da vicino anche la categoria del martirio, che si va riscoprendo. Da un martirio quasi avulso dal contesto, come valore in sé (penso ai primi francescani in Marocco) a un martirio conseguenza della nostra immersione da credenti, testimoni, nella storia dei popoli e nella loro sofferenza.
Questo termine rimanda con chiarezza a due aspetti chiave della missione. A monte perché non si è testimoni di sé stessi, ma di qualcosa o qualcuno. Si testimonia Cristo attraverso ciò che di Lui abbiamo sperimentato individualmente e come Chiesa. La testimonianza ha un tratto personalizzato, esistenziale che tocca la nostra sensibilità culturale e che è ben presente nel Nuovo Testamento. Non si predica una dottrina ma una persona, Colui che abbiamo visto e toccato, il Verbo della vita.
A valle, la testimonianza lascia aperto ogni spazio per l 'opera di Dio. Non obbliga ad una conclusione, non chiede efficacia ma la affida a Dio (cfr. Atti 1). Apre quindi su tante possibilità, non solo e necessariamente su quella della conversione e del battesimo.
C’è una lezione della storia che ha portato a questi orizzonti più ampi e tuttavia sempre centrati sul Cristo. E’ la lezione che è stata espressa – insieme ad altri e ad altri modi - nella riflessione, nella vita e nella spiritualità di Charles De Foucauld. De Foucauld è stato frainteso da molti, come se fosse il capofila di una testimonianza silenziosa che non sente il bisogno di proporre Cristo. In realtà era proprio il fortissimo bisogno di annunciare Cristo che lo ha portato al silenzio. Perché riteneva che i metodi missionari del tempo non fossero efficaci, ha "inventato" un metodo che potesse proporre nel modo più immediato e comprensibile a chiunque Cristo, cioè l’amore. Jesus Caritas era il suo motto. Una carità che ti fa – quando necessario – ultimo di tutti e silenzioso, "inutile" come a Nazaret, perché questo amore silenzioso e crocifisso ponga finalmente gli interrogativi che tanto predicare e prodigarsi dei missionari non erano riusciti a porre nell’animo dei musulmani.
Questa spiritualità, come ho detto, è stata fraintesa e strumentalizzata; inoltre è legata a famiglie religiose molto degne, ma pur sempre particolari. Tuttavia ha penetrato il modo di pensare e sentire dei missionari e dei teologi, e i suoi elementi fondamentali sono a mio parere un valore che dev’essere esplicitato e riproposto per una solida spiritualità missionaria oggi, integrandolo con altri aspetti.
Lasciarsi amare, amare, sentire compassione porta e richiede l’andare verso, lo stare accanto, il crescere insieme, il condividere. Sono termini che oggi hanno una capacità di far vibrare, e di essere profezia di fronte ad un mondo (almeno il mondo occidentale) sempre più individualista, frammentato, e che tende a chiudersi, a privilegiare anche nella spiritualità il bene stare del singolo.
Ma tutto questo richiede sacrificio, se il dono è gratuito, il cammino dell’accoglienza del dono e della sua condivisione è un cammino di croce; e qui forse dobbiamo tutti essere più chiari con noi stessi e con i giovani, e chiedere al Signore quella lucidità evangelica che ci fa capaci di accogliere sacrificio, rinuncia, sofferenza, incomprensione.

Con tutta la nostra vita

Questi quattro periodi (e spero sia ben chiaro a tutti ormai che davvero si tratta solo di uno schema didattico, mentre nella realtà tutti questi elementi coesistono) sono attraversati da un elemento comune che costituisce il quinto e ultimo elemento della missione del PIME. Si tratta della radicalità.

La preghiera di P. Giovanni Mazzucconi contiene altre espressioni che dopo tanti anni ascolto con la stessa emozione della prima volta. E' un inno alla Trinità, lode perché Cristo ci redime, ringraziamento perché ci ha fatto dono della fede, grido di amore per chi non lo conosce, atto di donazione totale: "ho deciso, col tuo aiuto, di adoperarmi a costo di qualunque sacrificio, di qualunque fatica o disagio, anche della vita, per la salvezza di quelle anime che costano esse pure tutto il sangue della redenzione. Beato il giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa così santa e pietosa; ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue, e di trovare fra i tormenti la morte!".

Chi scrisse e pronunciò queste parole, tre anni dopo fu ucciso.

Dopo di lui altri 17 confratelli. L'ultimo, P. Salvatore Carzedda nel 1992, è il missionario tipico di questo sviluppo nella concezione della missione, quello dell'apertura e del dialogo.

Ma la radicalità che questa preghiera esprime non riguarda soltanto il martirio cruento.

Noi oggi diciamo che la caratteristica dell'istituto è definibile con poche espressioni: ad gentes, ad extra, ad vitam, insieme.

L’"ad vitam" non è solo un fatto temporale. Andrebbe tradotto in questo modo: "con tutta la vita".

Nel tempo della provvisorietà, delle esperienze temporanee, dell'incertezza, noi sentiamo di riproporre questa totalità che ci sembra essere un'esigenza evangelica.
Prima di andare o di fare missione si è missione, e questa è una pelle che non si cambia.
Senza mancare di riguardo a nessuno, vorrei chiedervi: non svilite la consegna del crocifisso, con la forza e la durezza che aveva alle origini, quando partivano per sempre senza nemmeno pensare a ritorni per vacanze, facendola diventare un piccolo atto di folclore e devozione da realizzarsi anche quando si va a fare una passeggiata (santa e bella, ma pur sempre passeggiata) di qualche settimana. Inventiamo, se volete, una preghiera o una cerimonia per chi parte in visita, ma lasciamo alla consegna del crocifisso il senso di una scelta irrevocabile, di un sì definitivo, di un dono totale.
Anche per noi missionari è sempre in agguato la tentazione del borghesismo, delle mezze misure, dell'accontentarci di poco, del crogiolarci nelle nostre debolezze.
Siamo deboli, molto.
Ma poniamo questa debolezza nella forza di Dio e ci fidiamo di lui, per essere con la nostra vita un segno serio della serietà del vangelo, che pone insieme la gioia profonda e continua del discepolo e la sofferenza della croce, la capacità di guardare in faccia la morte e di cantare la vita che non finisce, la condivisione di sofferenze e debolezze con il desiderio di un mondo più vivibile.

Non rinunciamo a questa radicalità, che non è da superuomini ma semplicemente da poveracci che si lasciano afferrare dalla misericordia - e che così diventa un "miracolo" a cui noi stessi stentiamo a credere. Aiutiamoci piuttosto a ritrovarla e ad esservi fedeli, perché il Signore ce la chiede e il mondo ne ha bisogno.

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