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P. Gian Battista Zanchi, Pime
26 dicembre 2004

Carissimi confratelli,

ho partecipato al Congresso sulla Vita Consacrata, celebrato a Roma dal 23 al 27 Novembre 2004. Ad esso hanno preso parte 847 persone consacrate e membri di Società di Vita Apostolica provenienti da tutto il mondo: 95 dall’Africa, 250 dall’America, 92 dall’Asia, 16 dall’Oceania e 394 dall’Europa.

"Passione per Cristo, Passione per l’umanità" è stato il tema del Congresso.

Il tema si ispira a due icone evangeliche: quella della Samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4,4-43) e quella del Samaritano sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico (Lc 10,25-37). Le due icone evangeliche sono estremamente espressive e scelte con felice intuito per parlare oggi della vita consacrata.

La lettura e la contemplazione dei protagonisti dei due episodi, proposta da Sr. Dolores Aleixandre RSCJ, hanno fatto cogliere ciò che avviene nel cuore umano quando incrocia sulla sua strada l’uomo che soffre o il Dio che lo cerca. La riflessione ci ha posto davanti ai personaggi delle due icone evangeliche non come semplici spettatori, ma come nostri contemporanei, coscienti che la loro storia, i loro comportamenti e le loro reazioni possono essere le nostre.

Nella pagina "Presi per mano dalla Samaritana" c’è una provocazione che viene dalla donna di Samaria e che trascrivo perché ci riguarda molto da vicino: "Non accontentatevi solamente di quello che sapete di Lui…All’inizio io non ho visto in Lui altro che un giudeo, ma pian piano mi ha guidata fino a fare in modo che lo scoprissi come il Signore, Profeta e Messia, come Colui che da sempre stavo aspettando senza saperlo…Non abbiate paura di riconoscere la sete che è in voi: cambiate il vostro atteggiamento di perpetui "donatori" e sentitevi viandanti con coloro che camminano e cercatori con coloro che cercano. Solo allora, infatti, vivrete la gioiosa sorpresa di essere evangelizzati da coloro ai quali volete annunciare il Vangelo".

Queste parole ci riportano a ciò che veramente conta nella nostra vita e attività missionaria: Cristo Gesù e il Vangelo come unica ragione della nostra vita. Qui sta anche la nostra identità.

Il dinamismo della missione cristiana potrebbe essere racchiuso in queste due semplici frasi del Vangelo: "Vogliamo vedere Gesù" (Gv 12,21) e "Abbiamo visto il Signore" (Gv 20,25).

Contemplazione che porta alla comunione con Cristo, l’Emmanuele, il Dio con noi, e alla missione. Per questo alla contemplazione del volto di Cristo (NMI 16) segue il "ripartire da Cristo" (NMI 29).

Per adempiere bene la missione a noi affidata, dobbiamo guardare a Colui che per primo ha annunciato il Vangelo incontrando gli uomini nelle piazze, nelle strade, nelle case, nella quotidianità e nella concretezza della loro esistenza.

Abbiamo bisogno dell’incontro diretto e personale con Gesù: nel Vangelo, nella preghiera, nell’Eucaristia, nel perdono ricevuto e donato, nella storia degli uomini di oggi. Solo meditando e contemplando l’icona del Figlio di Dio nei misteri della sua esistenza storica, potremo interiorizzare e incarnare il suo stile di incontro e di annuncio.

E’ importante incontrare e lasciarci incontrare da Gesù Cristo: è il Signore, il Maestro, il Missionario… Lui o è al centro e la ragione della nostra vita, oppure il suo posto sarà occupato da altri "dei" e dalle gratificanti tentazioni del deserto, col rischio di aver corso invano.

Della pagina "Presi per mano dal Samaritano" vorrei invece fissare la contemplazione sull’uomo mezzo morto lasciato sul ciglio della strada. Leggendo la parabola immediatamente il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a quella porzione di umanità, che è la gran parte, che è povera, oppressa ed emarginata. L’invito a farsi prossimo è un pressante appello a guardare le situazioni dalla prospettiva del povero, dell’ultimo, cambiando priorità e programmi. Il samaritano non scarica su altri la responsabilità di assistere il ferito, ma inizia un rapporto di cura e lo porta a termine.

Mi ha colpito però, nella riflessione, un’altra osservazione, e cioè l’invito a guardare e riconoscere i "mezzi- morti" non solo sulla strada, ma anche all’interno delle nostre comunità e dell’Istituto.

"La sincerità ci obbliga a riconoscere l’esistenza di vite "a metà" che non sembrano fiere né felici, vuote dentro, con lo spirito di iniziativa e la spontaneità soffocati… situazioni di crescente fragilità, crisi, perdita… continuiamo a rimpiangere di non essere tanti, forti, giovani e influenti…".

Il testo evangelico dice che il samaritano "si prese cura di lui". "Abbi cura di lui", dirà poi all’albergatore.

Questa dimensione umana del "prendersi cura" deve caratterizzare anzitutto i nostri rapporti comunitari, deve far crollare le nostre difese, farci vivere con gioia il nostro celibato, renderci cordiali e capaci di gesti di tenerezza.

Una delle grandi difficoltà della vita comunitaria è che a volte si obbligano le persone ad essere diverse da quello che sono; ci si aspetta troppo da loro e ben presto li si giudica e li si etichetta. E trovandosi in queste difficoltà si sentono obbligati e giustificati a nascondersi dietro ad una maschera.

Teresa di Lisieux scrive che meditando sul comandamento di Gesù di amare gli altri come Lui li ama, aveva capito quanto fosse imperfetto il suo amore per le sorelle: "Ho visto che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, nel non stupirsi affatto delle loro debolezze, nell’edificarsi dei più piccoli atti di virtù che li si vede praticare".

Con estrema facilità siamo pronti a fabbricare "liste di rimproveri" nei riguardi dei confratelli, ma non siamo altrettanti capaci e aperti a riconoscerne il bene, le loro qualità, le loro capacità, non siamo liberi di amare gli altri così come sono e non come vorremmo che fossero.

Si parla oggi di "crisi di vocazioni". Forse è meglio dire che sono in crisi certi modi di vivere la "vocazione". La vera crisi è questa: l’affievolirsi dell’entusiasmo, della capacità di innovazione e di creatività. Facciamo troppi esercizi inutili di sopravvivenza, faceva notare un superiore generale, che mostrano uno stato nevrotico e impaurito di molti Istituti. "E pur di non chiudere case o anche province - diceva - ci si aggrappa a tutto, perdendo qualità e forse anche identità. E i giovani questo lo percepiscono subito, hanno antenne sensibili per questo e quindi non si sentono attratti per progetti dettati dalla paura e dalla nevrosi di sopravvivere comunque".

Con molta franchezza, ed anche dolore, devo confessare che anche all’interno delle nostre comunità ci sono confratelli "mezzi-morti", svuotati interiormente, dal volto corrucciato, dalle parole taglienti, incapaci di comprensione verso il fratello che – a loro parere – ha sbagliato o fa il furbo.

Certamente non è la situazione generale delle nostre comunità, tuttavia anche pochi casi sono sufficienti per rendere l’atmosfera di comunità pesante e la vita dura.

Viene a proposito allora l’invito e l’impegno a fare come il samaritano: "si prese cura di lui" e "abbi cura di lui". Il prenderci cura gli uni degli altri, avere a cuore il bene di coloro che condividono con noi la stessa vocazione missionaria, è il dono che chiedo per tutti noi in questo Natale.

Rinnovo a ciascuno di voi l’augurio che ho ricevuto a Natale: " Guardiamo a lungo quel Bambino, ma soprattutto lasciamoci guardare a lungo da Lui, lasciamolo entrare nella nostra vita, nella nostra libertà, nelle nostre scelte ".

Maria, la madre, ci accompagni nel cammino di fede e di sequela.

Cordialmente,
P. Gian Battista Zanchi

Roma, 26 dicembre 2004
Festa della Santa Famiglia